Maledetto Romantico, mostra nel Salone napoleonico di Brera

Brera Accademia Aperta 2017. Arte d’estate in città

Fino al 12 agosto l’Accademia di Belle Arti di Brera rimarrà aperta ai visitatori in molte aree solitamente chiuse al pubblico, iniziativa alla sua terza edizione visti i riscontri positivi degli anni precedenti. Un percorso inedito potrà quindi accompagnare i curiosi attraverso aule, atelier e laboratori trasformate in sedi di mostre, allestite con i progetti espositivi delle Scuole dell’Istituto dedicate alle diverse discipline.

 

La scenografia tra i protagonisti di Brera, Accademia Aperta 2017

Accademia Aperta 2017, Maschere di Teatro, ph. Sofia Obracaj

 

In gioco tutte le divisioni dell’Accademia di Brera. Sono le mostre della Scuola di Pittura, di Decorazione, di Grafica, Incisione, Fashion Design, Scenografia , Restauro, Progettazione per l’Impresa e Design, Nuove tecnologie e Terapeutica artistica. Inoltre si potranno esplorare le attività dei corsi di Fotografia e Restauro, e del dipartimento di Comunicazione e Didattica dell’arte. Segnalo l’esposizione di Fotografia per i Beni Culturali, che inserisce la fotografia nel suo aspetto individuale e originale, tra gli strumenti indispensabili dell’analisi storico-artistica, abbattendo la barriera secolare tra creatività e documentazione.

 

Foto per Accademia Aperta

Accademia Aperta 2017, Allestimento della sezione Foto per i Beni Culturali, ph. Sofia Obracaj

 

Una mostra speciale è ospitata nel Salone Napoleonico, dal titolo Maledetto Romantico, presentando le opere di arte contemporanea della collezione Enea RighiIl progetto di curatela è merito di alcuni studenti del Biennio specialistico Visual Cultures e pratiche curatoriali del Dipartimento di Comunicazione e Didattica dell’Arte, mentre l’allestimento è stato possibile con la collaborazione di allievi del Triennio di Beni Culturali.

La novità per il 2017 è l’allargamento delle attività a sedi esterne di rilievo nella città di Milano. Sono Eventi speciali che coinvolgono gallerie dell’area di Brera, Lattuada, Anna maria Consadori, VS Arte, Antonio battaglia e Cattai, il Palazzo della Permanente in via Turati, poi la banca Monte dei Paschi di Siena  e l’auditorium LaVerdi sempre in città. In questi luoghi giovani artisti provenienti dall’Accademia espongono il risultato della loro ricerca.

 

Opere della collezione Enea Righi per Accademia Aperta 2017

Accademia Aperta 2017, la mostra Maledetto Romantico, ph. Sofia Obracaj

 

Un’anticipazione sarà invece quella del Concorso Internazionale Rai Prix Italia, noto per la premiazione di creatività, innovazione e qualità nei programmi televisivi. Brera è coinvolta con la Scuola di Scenografia: durante Accademia Aperta avremo un assaggio del progetto creativo inerente al Prix, che durante il concorso, dal 29 settembre al primo ottobre, sarà integralmente presentato.

Se l’Accademia si identifica con il Palazzo di Brera, con la sua storia e la sua bellezza, allo stesso modo Il Palazzo si identifica con le attività dell’Accademia, che hanno connotato da secoli la maggior parte dei suoi reconditi angoli. Quest’estate è osservabile da dentro, dalla visuale degli ambienti che cullano la nascita dei lavori che fanno di Brera un alveare di idee.

 

Incisione all'orto Botanico, Brera 2017

Accademia Aperta, il laboratorio d’Incisione verso l’Orto Botanico di Brera

 

Una menzione speciale, parlando solo della magia del luogo, va all’aula e laboratorio d’Incisione che rivolge le proprie vetrate all’Orto Botanico di Brera. Arte Scienza e Natura per un momento raro solo per i nostri occhi.

Prima di lasciarvi alla splendida galleria di immagini di Sofia Obracaj, che a volte valgono più di mille descrizioni a parole, non dimentichiamo di segnalare che la campagna istituzionale dell’evento è stata creata da studenti del Corso di Relazioni Pubbliche in affiancamento all’Ufficio Stampa dell’Accademia di brera. La collaborazione ha compreso i piani editoriali di cartella stampa, social networks e conferenza stampa di presentazione, la creazione di rubriche e testi dedicati, il coordinamento con le scuole di Brera per la raccolta dei materiali informativi sulle mostre.

 

Un lavoro della sezione Grafica e Incisione a Brera

Grafica e Incisione per Accademia Aperta 2017

 

Michela Ongaretti

 

Accademioa Aperta, la sala dedicata alla Scenografia

Accademia Aperta 2017, Scenografia tra le sale antiche, ph. Sofia Obracaj

 

Nell'aula di Scultura

Accademia Aperta 2017, Scultura e Installazione, ph. Sofia Obracaj

 

Sculture aeree per un'installazione a Brera

Brera Accademia Aperta 2017, Installazione scultorea, ph. Sofia Obracaj

 

Laboratorio di Incisione, Accademia Aperta

Brera Accademia Aperta 2017, Multipli per Grafica e Incisione, ph. Sofia Obracaj

 

Aula Incisione, Accademia Aperta

Accademia Aperta 2017, Laboratorio di Incisione, ph. Sofia Obracaj

 

Maledetto Romantico, particolare di un'opera della collezione Righi

Accademia Aperta 2017, Particolare di un’opera per Maledetto Romantico, ph. Sofia Obracaj

 

maledetto Romantico a Brera, particolare

Brera Accademia Aperta 2017, trompe l’oeil contemporneo con Maledetto Romantico, ph. Sofia Obracaj

 

Costumi di scena per Brera Accademia Aperta 2017

Brera Accademia Aperta 2017, Scenografia con la ricostruzione di costumi di scena disegnati da Hayez, ph. Sofia Obracaj

 

Scenografia dantesca, Brera Accademia Aperta 2017

Brera Accademia Aperta 2017, Scuola di Scenografia, ph. Sofia Obracaj

 

Dipartimento Arti Visive, Brera per Accademia Aperta 2017

Brera Accademia Aperta 2017, scultura al Dipartimento Arti Visive, ph. Sofia Obracaj

 

Scenografia e Costumi in Brera

Accademia Aperta 2017, costumi di Scena nel percorso, ph. Sofia Obracaj

 

 

Sezione Nuove tecnologie, Accademia Aperta1

Brera Accademia Aperta 2017, Nuove Tecnologie, ph. Sofia Obracaj

 

Scultura e Decorazione, dip. Arti Visive

Brera Accademia Aperta 2017, Scultura e Decorazione, ph. Sofia Obracaj

 

Mostra Luoghi di Scultura

Accademia Aperta 2017, Luoghi di Scultura con una Venere contemporanea, ph. Sofia Obracaj

 

Nella sala di Scultura e Decorazione

Brera Accademia Aperta 2017, Scultura e nuovi materiali, ph. Sofia Obracaj

 

Arte a raggi X

Accademia Aperta 2017, Radiografie rivelatrici, ph. Sofia Obracaj

 

 

 

 

Tutto bene, dipinto di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate al Museo della Permanente

Che siate tornati o non ancora partiti, o vi trovate ad essere turisti cittadini, la Milano estiva offre alcune mostre interessanti da visitare. Tra queste consiglio la retrospettiva di Fang Zhaolin ( 1914-2006), per fare un tuffo nella pittura cinese moderna, senza allontanarsi dall’Italia e ad ingresso libero per poterla vedere e rivedere.

 

Fang Zhaolin in mostra, particolare de Scena Lavorativa

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, particolare di Scena lavorativa, 1990, inchiostro e colore su carta

 

L’esposizione è prodotta e ospitata dal museo della Permanente di via Turati, in collaborazione con il Museo Xuyang di Pechino e rimarrà aperta fino al 10 settembre. E’ curata da Daniel Sluse (direttore dell’Académie Royale des Beaux Arts di Liegi) con la collaborazione di Jean Toschi Marazzani Visconti, ed ha ricevuto il patrocinio della Regione Lombardia e dal Comune di Milano.

Si potrà esplorare il lungo percorso artistico della pittrice cinese attraverso ben 66 opere su carta di riso realizzate con inchiostro nero calligrafico e con pigmenti colorati, in entrambi i casi utilizzando il pennello calligrafico orientale, innovando la tecnica tradizionale per creare uno stile originale rispetto all’epoca e alle creazioni di altri autori conterranei; non diciamo necessariamente in territorio cinese perché molti lavori hanno visto la luce durante i numerosi viaggi e soggiorni esteri di Zhaolin. Molte opere sono di grandi dimensioni, rendendo l’esperienza di visita ancora più suggestiva.

 

Fang Zhaolin in mostra con un paesaggio innevato

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, La neve cade sulle montagne profonde, 1983, inchiostro e colore su carta di riso

 

Sicuramente Fang Zhaolin rappresenta un’eccellenza e un’ unicità nel panorama dell’arte cinese del ‘900, ma è anche interessante la sua figura intellettuale, una personalità libera che ha attraversato il secolo scorso, i suoi episodi tragici per la storia dell’umanità e per la sua storia umana. Perde il padre in tenera età e rimane vedova a trentasei anni, poi si trova a dover gestire l’azienda di famiglia e ad allevare otto figli, eppure continua a studiare e dipingere, allieva e discepola dei più grandi maestri cinesi. Per la sua ricerca intraprende molti viaggi e residenze di lunga durata in Asia, in Europa (soprattutto in Gran Bretagna), in Brasile e negli Stati Uniti, tornando diverse volte in patria.

 

Fang Zhaolin in mostra alla Permanente, un autoritratto

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, autoritratto

 

Il riflesso di tutto questo, dei viaggi e della conoscenza della storia dell’arte e dei movimenti artistici europei e mondiali, vive nella sua pittura che può ben essere considerata un ponte, un collegamento, tra la tradizione artistica e culturale cinese e quella occidentale. Le due visioni convivono nelle sue opere, pur mantenendo come punto di partenza ed osservazione la Cina; il suo linguaggio non si traduce quindi in un’appropriazione di stilemi del pre e post impressionismo, del fauvismo, del cubismo e dell’espressionismo astratto, piuttosto la lezione assorbita dei grandi maestri convive assimilata alla rappresentazione di paesaggi sublimi, paesaggi dipinti che spesso sono stati creati lontano dalla Cina e che sono perciò immagini mentali, generate dal ricordo e dall’osservazione passata, con un desiderio di “parlare cinese” al mondo pur nella comprensione e nell’arricchimento di ciò che è stato davvero innovativo per noi occidentali, che abbiamo guardato e guardiamo tutt’ora un’arte frutto di una cultura lontana.

 

La prima sala della mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, la prima sala con il grande dipinto dal titolo Tutto va bene

 

Il suo instancabile viaggio alla “ricerca della propria origine cinese” come scrive Sluse, la porterà a fare la conoscenza dell’arte moderna che sarà uno stimolo a comprendere meglio la propria cultura d’arte, per portarla come tutti i grandi artisti a volerla innovare. Ritrovare la sua tradizione per poterla vivere in maniera libera e personale.

 

Calligrafia di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Messaggio di Zhaolin a Meng Haoran, 1985, inchiostro su carta di riso

 

In questi lavori, degli ultimi quarant’anni carriera di Zhaolin, notiamo l’utilizzo di colori contrastanti e vivaci e la descrizione dei monti ergersi a momenti come figure geometriche quasi astratte a partire dal basso di uno specchio d’acqua popolato da piccole figure di un’umanità intenta nel lavoro quotidiano, con una prospettiva fuori dalle regole codificate dal nostro Rinascimento in avanti. I contorni scuri che a noi appaiono pennellate veloci capaci di costruire un ritmo musicale nel loro percorso sono qualcosa che noi occidentali non avvertiamo istintivamente di grande portata innovativa della disciplina impiegata da Fang Zhaolin, non essendo osservatori figli  della pittura cinese e la sua storia. Viene in nostro aiuto  il Prof. Yguo Zhang, storico dell’arte e direttore del Dipartimento di Calligrafia e Pittura Cinese della Poli Cultura di Pechino, già ricercatore del Museum of Fine Arts e al Metropolitan di Boston, che ci consola affermando che in realtà non sono molti i cinesi a conoscere a fondo la calligrafia, difficile da comprendere perché non è semplicemente un insieme di simboli e caratteri ma un’arte a sé, ma che tutti possiamo godere del suo risultato e dell’atmosfera evocata dalla raccolta di lavori in mostra.

 

Fang Zhaolin, il dipinto Montagne e Fiumi

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Montagne e fiumi, 1988, inchiostro su carta

 

Zhang fa notare come l’alternanza continua di inchiostri leggeri e densi, tra i grigi e i pigmenti colorati proviene dall’unicità di un talento che ha saputo integrare la calligrafia cinese tradizionale nella pittura. La calligrafia si trasforma in pittura utilizzando gli strumenti del pennello,  inchiostro, carta e pietra d’inchiostro, come mai prima, in un intreccio senza soluzione di continuità tra le due discipline.

 

Fang Zhaolin in mostra alla Permanente

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, La bellezza con pennello e inchiostro, 1987, inchiostro e colore su carta di riso

 

E’ lo stesso stile calligrafico ad evolversi dagli anni sessanta, si badi bene da quando i suoi spostamenti tra oriente e occidente si fanno più numerosi, punto di partenza con linee decise e nette verso un punto di arrivo caratterizzato da imprevedibilità più ricca e accentuata di linee pesanti e leggere, bagnate o asciutte, aspre e discontinue pronte ad accogliere e accogliere il colore nel loro percorso. Esplorando il soggettivismo del nostro novecento nel suo aspetto gestuale e istintivo, (qualcuno vede nei dipinti in mostra una eco della visione di Pollock, Kline, Kandinsky e Cézanne), Fang Zhaolin è cinese con il cuore, l’occhio e la mano; ancora vicina, forse più vicina, al suo territorio culla della sua ispirazione artistica.

 

Fang Zhaolin in mostra a Milano, montagne calligrafiche

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Salendo in alto al Festival del Battello del Drago, 1987, inchiostro e colore su carta

 

Fang Zhaolin, è tra i più grandi artisti cinesi, acclamata in patria dove la sua “avanguardia” pittorica ha lasciato una eredità indelebile. Se ora ci sono in Cina delle scuole che insegnano pittura insieme alla calligrafia, gran parte del merito è suo. Ha aperto un varco tra la divisione delle discipline e costruito un ponte tra oriente ed occidente.

 

Particolare di un dipinto della prima grande retrospettiva di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Migliaia di barche a vela, 1983, inchiostro e colore

 

Da vedere per entrare nelle atmosfere della Cina più antica e profonda, attraverso lo spirito e il pennello contemporaneo di una grande innovatrice.

Michela Ongaretti

 

Allestimento della mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, particolare dell’allestimento al Museo della Permanente allestimento

 

Tutto bene, dipinto di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Tutto va bene, inchiostro e colore su carta di riso

 

Una sala della mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, una sala centrale con molti lavori ad inchiostro e colore su carta

 

Retrospettiva di Fang Zhaolin , particolare

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Guardando la cascata da lontano, 1991, inchiostro e colore su carta

 

Mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, una sala centrale

 

 

 

Particolare di un dipinto in mostra alla galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella alla Galleria Rubin. Landness

Presso la galleria Rubin in via Santa Marta è in corso la mostra Landness di Maurizio L’Altrella. Assolutamente da visitare prima della chiusura del 9 giugno, per l’alta qualità dei dipinti ad olio di un artista che attraverso il colore restituisce materialmente un’atmosfera atemporale ed eterea, portatrice di una bellezza solenne.  Accompagna l’esposizione un testo critico di Emanuele Beluffi, illuminante dell’universo immaginifico della pittura a cui si riferisce.

 

Landness. Un dipinto di maurizio L'altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. In mostra con Landness alla Galleria Rubin, Second interaction between rabbit jack, snake plissken and the primal garden, 2016

 

Non sono per numerosissimi i lavori nelle due sale della galleria, e questo garantisce una fruizione lenta, come è giusto che sia, del valore pittorico, del rapimento materico e dello stimolo al pensiero nell’osservatore. Sono dipinti degli ultimi anni, scelti insieme ai galleristi per creare un’antologia dell’ultima tappa stilistica di una ricerca in continua evoluzione. Emergono due risultati della ricerca personale dell’artista, due elementi fondanti: la scelta di rappresentare quasi sempre animali e l’uso maturo e consapevole del colore, entrambi dedicati a formare un universo squisitamente esoterico.

La prima volta ho visto i dipinti di Maurizio L’Altrella in foto. Ero colpita da come la luce continuasse a riverberarsi attraverso la composizione fluida del colore, anche se non lo stavo guardando dal vivo. Quando ho osservato davvero e da vicino quella superficie l’effetto vivido del colore ad olio confermava la prima impressione mediata dalla stampa fotografica, che riusciva comunque a identificare bene l’impronta di uno stile unico e molto personale della pennellata.

Il dato saliente più eclatante nel lavoro di questo artista riguarda proprio il colore, prima di tutto. Prima di ogni giudizio od osservazione sui soggetti, sul loro mondo descritto lasciando misteriose le loro azioni, esiste la materia di cui è fatto il pittore.

 

Landness. Il grande dipinto Golden calf di Maurizio L'Altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. Landness. Il grande dipinto nell’ultima sala, Golden calf, 2016

 

Potrebbe anche non esistere un disegno preparatorio tanto la potenza del colore riesce a costruire un senso e a creare un’immagine carnalmente presente, per quanto l’esistenza dei personaggi, figure umane e animali, si affacciano alla mente da un immaginario onirico vibrante, concreto ed irreale nello stesso tempo, per come essi nell’attimo in cui si presentano vividi si sfaldano e tendono a cancellarsi nel loro palesarsi. Pare quasi che rappresentino un processo mentale della visione pittorica: attraversino una dimensione spaziale che dalla mente del pittore giungono alla nostra osservazione per dichiarare la loro presenza mutevole, in un atto di metamorfosi perenne.

 

Il territorio del colore di Maurizio L'Altrella. Landness presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. Due dipinti nell’allestimento della galleria Rubin, ph. Sofia Obracaj

 

C’è qualcosa di apocalittico nei quadri popolati spesso da uno o due soggetti, comuni nel nostro mondo ma spostati in un diverso territorio, quello ben descritto dal neologismo Landness, collocato oltre il visibile umano e terreno. Immagino essi in un mondo di sogno perché quella è solitamente una dimensione all’interno della quale noi crediamo di sentire delle sensazioni fisiche, ed è con questa sottile contraddizione che il pennello di l’Altrella fa muovere la mente dello spettatore, oltre che l’occhio che trova un senso estetico, raffinato dalla precisione della sua gestualità squisitamente coloristica. da una semplice osservazione approdiamo oltre il visibile, nel terreno spirituale e fortemente simbolico attraverso la materialità pura, che a sua volta si alleggerisce del suo peso fisico, acquisisce evanescenza nel gesto pittorico che cancella una precisa definizione delle forme anatomiche. In realtà non è il sogno ma più generalmente il trascendente ultra-terreno spiegato con gli strumenti sensibili.

 

Landness. Un dipinto ad olio di Maurizio L'Altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. Da Rubin in via Santa Marta a Milano. Eve turns away from the Earthly Paradise, 2016

 

Coerentemente con questo discorso cade la scelta degli animali come soggetti rappresentati: in primis come presenze di pura essenza, l’animale secondo le parole stesse di L’Altrella “E’”, e “Vive la luce e vive l’ombra senza giudicarle. L’animale vive la sua esistenza: non è né buono né cattivo, non si autodefinisce preda o predatore,l’animale è.” L’artista si sente unito in un rapporto di intesa intimo e profondo con gli animali, soprattutto con il cane, il suo soggetto privilegiato più rappresentato; descrive questa relazione “atavica”, cioè nel senso etimologico “trasmesso dagli antenati”, confermando così l’analisi che avvicina il significato simbolico degli animali alle filosofie religiose ed esoteriche arcaiche. Fin dalla culla delle civiltà a noi conosciute diversi animali hanno avuto una loro rappresentazione simbolico-religiosa per impersonificare personaggi soprannaturali o dei, in stretto legame con elementi naturali. L’Uomo si riflette nella Bestia come lo Spirito si identifica nella Natura: la potenza evocativa dei dipinti viene da questi rapporti antichi, nel mantenimento di una suggestione figurativa per giungere alla convinzione più universale di come la nostra sia una condizione di passaggio tra diverse dimensioni per cui “ tutti gli esseri viventi sono immortali” e… ciò che conta per un artista, più comprensibile attraverso l’estetica del colore.

 

Cani metafisici da Rubin fino al 9 giugno 2016. Maurizio l'Altrella

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. Predominanza rossa per By fire, 2014

 

Soprattutto per la figura del cane la cultura religiosa dell’Antico Egitto è  un punto di partenza nella connessione dell’animale-simbolo con altre tradizioni, prima di entrare nell’universo personale del pittore, come mi spiega: “La visione di Anubi è molto stimolante ed è in relazione con Xolotl, che per gli Atzechi era un dio che aiutava le anime nel loro passaggio verso Mictlan. Xolotl, veniva definito anche stella della sera, protettore del sole. Il cane è sempre una presenza che fa da guida e protettore.”

 

Materia e spirito in un dipinto di maurizio L'altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. In mostra con Landness alla Galleria Rubin: Two dogs the moon and the Leviathan. Luna 3, 2016

 

E’ una nebbia atavica o futuristica quella da cui emergono e riaffondano i personaggi come evocati e rimandati indietro nel non-sensibile attraverso la pittura, evocati per materializzarsi come farebbe uno sciamano nell’evocare degli spiriti, solo che qui la presenza è tutt’uno con la sua dissoluzione, perché questo simboleggiano le figure, un ponte. Sono esseri simbolici comunicanti tra due mondi nel venire rappresentati non completi, distorti nella parte anatomica corrispondente ad una espressione, il volto, non confermando quindi la loro concreta e completa esistenza nel nostro mondo terreno. Come sciamani appartengono al qui ma non ora, ad ora ma non qui, in territorio di interregno che è Landness.

Forse aiuta la collocazione in questa dimensione “altra” il fatto che ogni dipinto vive di una predominante coloristica, in un dialogo vivace e di dipendenza tra figure e sfondo, che porta verso un’identificazione simbolica tra il colore e animale-sciamano rappresentato. Questo è vero da alcuni anni della ricerca di L’Altrella soprattutto da quando la tavolozza  è più luminosa e ampliata nelle cromie, come ha notato giustamente Beluffi , abbracciando una gamma più ampia di colori, e avvicinandosi maggiormente al loro valore simbolico codificato, quindi più accessibile e universale, aggiungo.

 

Landness. Un dipinto di maurizio L'altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. In mostra con Landness alla Galleria Rubin: Paul of Tarsus falls asleep and dreams IV, 2016

 

Se le figure rappresentate sono un ponte tra la dimensione terrestre e quella ultraterrena attingendo liberamente a diverse tradizioni iconografiche, è coinvolta anche la spiritualità religiosa più vicina a noi nel tempo e nello spazio: lo intuisco e poi comprendo quando guardo un quadro più piccolo nella prima sala, dove ad essere raffigurato è un cavaliere di nome Paolo, Paolo di Tarso. Resto ipnotizzata dalle pennellate che descrivono e celano il volto, per l’intensa suggestione materica che fa apparire una sembianza fantasmatica. La folgorazione del cavaliere colpisce anche noi che comprendiamo le parole dell’artista quando dice “i soggetti si sfaldano compenetrando lo spazio che li circonda, poiché sono particelle della stessa materia”, una materia corposa e fluida come solo il colore ad olio riesce ad essere, che anela all’infinito del territorio dello spirito. San Paolo continuerà per sempre quell’attimo di passaggio, per imprimersi di luce assoluta.

Da vedere: per uscire dalla galleria ottimisti. Un pittore  italiano che lavora molto all’estero può essere presentato in Italia, ed essere apprezzato su base meritocratica della sua ricerca disciplinare, della sua capacità di suggestionare attraverso l’uso del colore.

Michela Ongaretti

 

Una bella immagine di L'Altrella al Lavoro

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. L’artista al lavoro nel suo studio

 

 

 

 

Ingresso al padiglione della Bolivia

La Bolivia a Venezia con un suo padiglione. Biennale internazionale e intercontinentale

Alla sua 57esima edizione, la Biennale d’Arte Contemporanea di Venezia ha quest’anno una partecipazione nazionale in più, la Bolivia.

 

La Scuola dei laneri ospita l'esposizione nazionale della Bolivia

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. La Scuola dei Laneri ora Padiglione di Bolivia, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Per la prima volta dalla nascita della manifestazione lo stato plurinazionale ha un suo padiglione nel centro della città lagunare, precisamente nella Scuola dei Laneri, con due artisti nazionali e un ospite europeo, rendendo davvero intercontinentale la programmatica e richiesta collaborazione internazionale per la realizzazione di un progetto artistico. Con un padiglione esclusivo finalmente la Bolivia ha la possibilità di creare dialogo tra diverse opere e artisti su una tematica specifica, L’Essenza, in un progetto unitario e originale. Colori accesi e vitalità come promette la bandiera di Bolivia accolgono il visitatore, ma i contenuti veicolati alle opere esposte sono tutt’altro che leggeri.

Il tema scelto ed esplorato dai suoi protagonisti è “L’essenza” dell’uomo nell’espressione artistica, intesa come valore da difendere e da ricercare in un mondo sempre più massificato e poco dedicato ai reali bisogni, a mantenere identità culturali e sociali. La Bolivia esplora l’essenza contemporanea, in particolare dedicando attenzione all’interculturalità e la relazione tra globale e locale con due artisti boliviani, Sol Mateo e José Ballivián, e il greco Jannis Markopoulos, scelti per il loro valido percorso artistico visto la prestigiosa occasione, e la rispondenza tra la loro ricerca e il tema proposto.

 

Le istituzioni e gli artisti presenti durante il vernissage del padiglione boliviano a Venezia

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale.Istituzioni e artisti, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia a Milano.

 

Le bandiere esposte durante la cerimonia di apertura, alla presenza del Consolato Generale della Bolivia di Milano, erano tre: oltre a quella italiana e alla nazionale, la Greca e la Tedesca in rappresentanza degli stati che hanno reso possibile il progetto con finanziamenti e supporto scientifico. Le sponsorizzazioni nazionale e internazionale più cospicue sono state rispettivamente quella Goethe Institut in Bolivia e Bernheimer Contemporary in GermaniaAd intervenire per primo José Bedoya Saenz, Direttore del Museo Nazionale d’Arte a La Paz, come Commissario generale rappresentante la Bolivia alla Biennale di Venezia del 2017 che con il supporto dell’intera equipe del Museo Nazionale d’Arte e con il sostegno della Fondazione Culturale della Banca Centrale, ha scelto il tema e si è avvalso della professionalità di due giovani curatori che hanno collaborato alla realizzazione del Padiglione: Juan Fabri, già curatore del Museo, l’italiano Gabriele Romeo, critico d’arte incaricato dello sviluppo in relazione all’ente veneziano. A partire dal concept questi tre curatori hanno lavorato di concerto, incontrandosi per la prima volta a Berlino per definire l’esposizione come scambio interculturale.

 

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Opere di Ballivian e Mateo, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Opere di Ballivian e Mateo, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Partendo dal concetto generale della 57esima Biennale internazionale “ Viva l’Arte Viva”, inteso come esclamazione entusiasta della posizione dell’artista contemporaneo, si ispira l’ideazione della mostra boliviana, dove l’atto artistico rappresenta un atto di resistenza umanistico al condizionamento del potere (economico) che schiaccia l’espressione libera e diversificata, l’identità di diverse culture e idee. Da questa base che pone l’arte tutta come una scommessa ispirata per l’umanesimo si raggiunge il cuore, il motore di ciò che muove il fare artistico, la ricerca di chi è fondamentalmente uomo tra gli uomini e continua a cercarne la ragione per cui possiamo restare tali in libertà: l’Essenza è da trovare e da difendere con gli strumenti e il linguaggio dell’arte contemporanea soprattutto da regioni latinoamericane come la Bolivia dove molti valori consumistici dell’occidente sono entrati nella quotidianità della popolazione.

 

La Bolivia a Venezia . Biennale Intercontinentale. Lincoln acefalo in una wunderkammer, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

La Bolivia a Venezia . Biennale Intercontinentale. Lincoln acefalo in una wunderkammer, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Al centro della sala l’opera di Sol Mateo, dalla Bolivia in padiglioni di altri stati, l’artista nei suoi anni giovanili aveva già partecipato ad un’edizione della Biennale Internazionale. Si presenta come una scultura che può essere semplificata nella sua lettura in senso verticale e riflette sulla condizione dell’uomo nel nostro tempo, nella quale è condizionato e scisso dalla superficialità di internet e dei social media.Questa è per Mateo “l’essenza del colonialismo” del mondo contemporaneo, espressa attraverso i mass media odierni che condizionano il nostro modo di vedere ed essere visti dagli altri impedendo la visione della vita reale e costringendoci a dare una rappresentazione positiva fittizia. L’occidente e la sua degenerazione sono rappresentati da alcune sue “icone”, come l’ormai onnipresente e qui dominante dall’alto pollice in alto dei “like” di facebook e un poco più in basso, riconoscibile ma da un numero inferiore di persone effigie scolpita del presidente americano Abramo Lincoln, simbolo dell’impero economico vincente ma divisa in due come il globo che contiene, spezzata come l’uomo di fronte al sogno americano ormai sempre meno credibile come promessa di felicità, senza testa perché il contatto tra le persone rimane immateriale nella realtà virtuale e digitale. Più in basso ancora ci sono solo macerie. Sono prive dei colori degli altri elementi dal gusto pop e su una scala gerarchica di popolarità all’ultimo posto. Chi vuole vedere o riconoscere la crisi valoriale in cui il mondo intero versa, alla costante ricerca di un’effimera notorietà? Eppure la distruzione totale ha un pregio, perché per l’artista sono ceneri dalle quali l’uomo moderno può o deve necessariamente rinascere, senza i sovrastanti modelli.

 

Genetic Mutation of Colonialism di Sol Mateo

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Genetic Mutation of Colonialism, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Tutto lo spazio e le opere in mostra per la Bolivia si integrano per avvicinarsi alla visione rinascimentale a cui si ispira tutta la manifestazione, a partire dal lavoro di Mateo nell’immagine statuaria rappresentativa che proprio dal primo rinascimento ha iniziato ad avere sempre più peso, anche se qui svuotata di senso celebrativo.

 

Gabriele Romeo , uno dei curatori del padiglione di Bolivia con Juan Fabbri e José Bedoya

La Bolivia a Venezia. Il curatore Romeo davanti all’opera di Yannopulos, ph. Sofia Obracaj, court. Consolato Generale di Bolivia

 

Come ci spiega il curatore Gabriele Romeo fondamentale chiave di lettura del padiglione è la sua integrazione con lo spazio, in relazione agli input della direzione generale della biennale di riferirsi al Rinascimento, del resto il luogo stesso appartiene a quell’epoca e oggi vogliamo cercare l’arte viva attraverso un discorso disciplinare che venne fatto agli albori della nostra modernità. Già la pianta quadrata della sala rimanda ad una concezione spaziale rinascimentale, come nella Sagrestia Nuova di S. Lorenzo progettata da Michelangelo per fare un esempio eccellente, per cui le tre sculture sono posizionate rispettando principi di proporzione ed euritmia nel luogo. Sono sculture e installazioni perchè richiamano anche il valore della scoperta che ebbero durante l’umanesimo i primi scavi archeologici che nutrirono i primi nuclei di grandi collezioni al giorno d’oggi visitabili.

 

I tessuti della danza Waka Waka secondo Ballivian

La Bolivia a Venezia con un suo padiglione. Biennale Intercontinentale. La Waka Waka di Ballivian, particolare dei tessuti, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

La necessità di chiamare un’arte “viva” secondo la chiamata a tutte le nazioni della 57esima Biennale è quella di avvicinare il pubblico sia nella fruizione che nel collezionismo e parlando di scultura essa si presenta oggi, per restare viva, sotto nuove forme che vogliono inserirsi in un contesto architettonico con un contenuto concettuale, per questo diventano installazioni. Nell’esposizione della Bolivia Il legame con il rinascimento risiede anche nell’integrazione disciplinare con l’artigianato perchè stiamo attraversando un periodo dove l’artista vuole sperimentare la sua diversità e vuole scegliere e praticare personalmente una tecnica realizzativa. con che cosa esprimerla.

 

Pajsaje Marca di Josè Ballivian

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. L’installazione Pajsaje Marka, partic., ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

José Ballivián ad esempio ha curato personalmente ogni elemento della sua opera, osservabile a sinistra della sala. la scultura riproduce la sagoma e la mole di due tori, elementi della danza andina della Waka Waka, presente nella sua folkloristica apparizione per riflettere sugli accordi e disaccordi culturali di una società multietnica e multiculturale come la Bolivia. La danza è anche la memoria storica di un cambiamento, quando la colonizzazione spagnola portò nella nazione i tori, modificando per sempre il territorio con aree destinate a coltivazioni nuove. Quando fu inventata  dalle comunità aymara l’intento era di ironizzare sugli usi e i costumi dei colonizzatori, sopra tutte le corride, ma la presentazione di un rituale coreografico qui trascende in una vera e propria scenografia che utilizza gli strumenti linguistici del contemporaneo, per affermare l’essenza nella mancata pacificazione di un processo. Siamo fatti così, eredi della contraddizione di rendere vistoso un capestro pur denunciandone la sua opposizione storica. Pur tipicamente le due teste di wakas che da un unico corpo si rivolgono a due direzioni diverse, metafora dell’incontro/scontro coloniale non contengono il corpo umano che dovrebbe continuare a farle danzare; la figura mancante del rituale prende in prestito il busto scultoreo da una parete della Scuola dei Laneri, perché l’integrazione culturale è possibile attraverso l’arte che porta l’essenza boliviana nel mondo. La scultura è viva perché animata dagli stessi elementi architettonici e mossa dal principio di integrazione disciplinare contemporaneo e rinascimentale, è uscita metaforicamente e fisicamente da uno spazio definito e statico interno all’opera, diventando una vera e propria installazione per la Bolivia a Venezia.  

 

Integrazione nello spazo delle opere scultoree con Josè Ballivian alla Biennale d'Arte

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Integrazione, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Sul fondo della sala sono esposti anche dei preziosi disegni a matita delle figure umane qui mancanti della waka waka, evocative ma non certo documentarie perché mescolano liberamente al costume tradizionale della danza le maschere della Lucha libre, anche indossate da donne.

 

Lucha Libre e waka waka nei disegni di Ballivian

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. i disegni di Ballivian, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Per quanto riguarda la grande opera sulla destra di Jannis Markopoulos sempre secondo Romeo il riferimento all’epoca rinascimentale è chiaro e consapevole perchè è come se l’artista avesse montato una wunderkammer con tanti oggetti che appaiono in una dimensione ingrandita, resi a misura d’uomo perché le scoperte della nostra contemporaneità ci fanno visualizzare in maniera più comprensibile dettagli di culture lontane dalla nostra, azzerando o riducendo molto le distanze e la comprensione, pensiamo ad esempio alla tecnologia digitale che con il semplice movimento di due dita ingrandisce i particolari di immagini a video.

 

Amphibian Spaces di Jannis Maropoulos

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Vista di Amphibian Spaces di Marcopoulos, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Per l’artista greco che ha collaborato attivamente con Goethe Institut per l’ideazione del padiglione della Bolivia,  l’Essenza è da ricercare in vari “semi” corrispondenti agli elementi preziosi di questa camera delle meraviglie, e tuttavia è dall’insieme di questa “collezione” che si forma, non dalle singole sue parti. L’Essenza Umana trascende frontiere, bandiere, lingue e religioni che caratterizzano gli ambienti ma rappresentano anche un limite culturale. La riflessione filosofica qui nasce all’interno di un concept che sviluppa al suo interno la valorizzazione incrociata di scultura e architettura, con la struttura scenografica ricavata soprattutto attraverso materiali poveri come la carta, da sempre identificativa della scrittura e quindi del linguaggio, e che manifesta la sua fragilità metaforizzando la precarietà dell’individuo nella società: diventa quindi installazione generata dallo stesso principio che muove la più contemporanea delle discipline, il design. E quest’ultimo altro non è che una evoluzione integrativa di scultura, arti applicate e architettura, fiorita dal seme rinascimentale.

 

Dettaglio dell'opera di Marcopoulos

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Amphibian Spaces, particolare, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Potete visitare l’esposizione dello Stato Plurinazionale di Bolivia presso la Scuola dei Laneri, Salizada San Pantalon 131/A. Venezia

 

Un oggetto come un seme della cultura definisce l'essenza dell'umanità

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Dettaglio di Amphibian Spaces, particolare, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Ballivian mostra gli ospiti della Biennale i suoi disegni

La Bolivia a Venezia. Ballivian mostra i suoi disegni a Giovanni Manzoni, artista italo-boliviano, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Il padiglione boliviano alla 57esima Biennale d'Arte di Venezia

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. La sala durante l’inaugurazione, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

 

Opere di Adel Abdessem ed El Anatsui

La Terra Inquieta. In Triennale il Linguaggio dell’arte e della crisi.

L’inaugurazione della grande mostra “La Terra Inquieta” in Triennale, ideata e curata da Massimiliano Gioni, promossa da Fondazione Nicola Trussardi e Fondazione Triennale di Milano, ha generato alcune polemiche e continuerà a far discutere. C’è tempo fino al 20 agosto per una visita senza dubbio consigliata e che non lascerà indifferenti, sia per i contenuti che per il linguaggio usato.

 

Yto Barrada, Couronne d'Oxalis

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. In Triennale a Milano Yto Barrada, Couronne d’Oxalis ,Courtesy Yto Barrada and Sfeir Semler Gallery

 

L’arte non è cronaca. L’arte non è per forza politica. L’artista è libero per natura di esprimere dissenso o partecipazione, ma noi non crediamo si possa pretendere dall’arte delle risposte precise o l’adesione ad un programma politico in senso pragmatico.

Sicuramente l’intento della Fondazione Trussardi di “mettere al centro della propria missione il presente in tutte le sue accezioni” non poteva esimersi di trattare un tema scottante come quello della migrazione e la crisi dei rifugiati. Riflettere su questo argomento in termini artistici significa per forza prendere una posizione, partire da un punto di vista personale, perché gli artisti sono persone con una storia di vita e un’origine, persone che vivono il presente in quanto territorio instabile, dove la globalizzazione è senza dubbio motivo di crisi, di cambiamento e non sempre esperienza di progresso.

 

Francis Alÿs, frame dall'installazione Don't Cross the Bridge Before You Get to the River

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Francis Alÿs, frame dall’installazione Don’t Cross the Bridge Before You Get to the River, realizzata in collaborazione con Julien Devaux, Felix Blume, Ivan Boccara, Abbas Benheim, Fundación NMAC Montenmedio Arte Contemporáneo, e i bambini di Tangeri e Tarifa.

 

Artscore ha partecipato alla presentazione istituzionale con il curatore e gli enti organizzatori, e ritiene questa mostra necessaria e straordinaria per il momento storico e per la visione dei suoi protagonisti. Noi lo possiamo dire perché l’abbiamo vista, ci siamo addentrati nelle sale dove sono presenti diversi linguaggi dell’arte contemporanea come l’installazione -soprattutto-, video, scultura e pittura, che confrontano la loro rappresentazione del tema con quella dei media. Non ci siamo fermati alla teoria della linea curatoriale, abbiamo visto le opere.

 

Terra inquieta tra i confini

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. In mostra in Triennale fino al 20 agosto

 

Ci sembra invece che l’articolo di Gemma Gaetani apparso sul quotidiano “La Verità” dal titolo “La mostra negazionista sugli arrivi” ragioni sul contenuto, e ancor meno sul linguaggio, del lavoro artistico. Non è la Triennale con questa esposizione il luogo adatto a fornire soluzioni politiche e pare chiarissimo a qualunque visitatore quanto l’immigrazione non sia affatto “meravigliosa”, quanto non siano affatto evitati lo schiavismo e lo stato di emergenza. Massimiliano Gioni ha sì espresso l’idea che “l’arte possa offrire nuovi chiavi interpretative per capire la realtà”, ma parliamo appunto di interpretazione soggettiva, che viene dalla visione personale dei sessantacinque artisti provenienti da vari paesi del mondo, ad esempio Albania, Algeria,Bangladesh, Egitto, Ghana, Iraq, Libano, Marocco, Siria e Turchia, toccati dal destino della migrazione, e le loro opere parlano di trasformazioni epocali viste da dentro, ragionando spesso con il linguaggio della metafora.

 

Opere di Adel Abdessem ed El Anatsui

La Terra inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Vista della sala con le opere di Adel Abdessem ed El Anatsui©Marco De Scalzi

 

Di altro tenore il pezzo su libero.it “Ma nel terzo millennio anche l’Occidente è una “Terra inquieta”, scritto da Luca Beatrice, critico d’arte e curatore di rilievo che spende parole più rispettose per l’impresa del collega Gioni, pur lamentandosi del fatto che lo sforzo sempre interpretativo sui “devastanti segnali” della disuguaglianza sul nostro pianeta, compresi “la (fallita) trasformazione globale, le guerre, l’immigrazione, la crisi dei rifugiati, gli esodi” si concentri su “quei territori solo apparentemente marginali, come la Siria o Lampedusa”.

 

Black Market, installazione di Pawel Althamer

La Terra Inquieta. Il Linguaggio dell’arte della crisi. Black Market, installazione scultorea di vari materiali di Pawel Althamer.

 

In effetti La Terra inquieta, il cui percorso occupa buona parte della Triennale, dalla galleria al piano terra fino al piano superiore, racconta l’instabilità focalizzandosi su una serie di nuclei geografici e tematici come il conflitto in Siria, lo stato di emergenza di Lampedusa, la vita nei campi profughi, la figura del nomade e dell’apolide. Non tocca la crisi delle grandi città occidentali nell’accoglienza dei migranti, questo è vero. Ma noi siamo ancora dell’idea che i linguaggi adottati siano il punto forte dell’esposizione, per chi anche se ora ha la fortuna di trovarsi rappresentato in una mostra istituzionale, ha vissuto sulla propria pelle uno spostamento traumatico che ora informa la sua opera. Sono tutti interventi che partono dalla soggettività, che vivono i fatti più che esporli.

 

Wafa Hourani, Qualandia 2087

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Wafa Hourani, Qualandia 2087

 

La narrazione è della crisi e ad essere messa in crisi è la sua stessa narrazione.

Ci sono opere che si avvicinano al reportage stravolgendolo, mescolando metafore visive a scene che testimoniano momenti reali, pensiamo alle installazioni su tre video di John Akomfrah e Isaac Julien, per alcuni i codici del documentario si fondono a quelli della letteratura e dell’autobiografia e della finzione, per questo conta di più il viaggio dell’arrivo. Inquieto è ciò che è instabile: nel momento più precario, quello in cui si sta cambiando la condizione, è visto dal punto di vista interiore.

 

Vista dell'installazione di John Akomfrah, Vertigo Sea

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Vertigo Sea di John Akomfrah, 2015. Installazione video su tre canali. Ph. Sofia Obracaj

 

Il linguaggio dell’arte contemporanea si confronta quindi per molti dei presenti con quello (sedicente) oggettivo dei mass media, utilizzando gli stessi strumenti per interrogarsi sulla funzione dell’artista nel testimoniare eventi traumatici, la sua responsabilità civile e sociale di fronte alla Storia. E’ interessante vedere nel centro della mostra il confronto con la documentazione d’inizio novecento, fotografie o riviste illustrate come la Domenica del Corriere, quando le notizie sull’immigrazione riguardavano cittadini italiani.  

 

Bouchra Khalili, The mapping Journey project

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Bouchra Khalili, The Mapping Journey Project

 

Bouchra Khalili è un’artista marocchina che con l’installazione video, The Mapping Journey Project permette di sentire dalle voci di chi è partito dall’Africa l’odissea dei suoi spostamenti in mare. E’ semplice nelle informazioni che vengono trasmesse, non c’è sentimentalismo né chi parla viene rappresentato come una vittima o giustifica con una tragedia la sua necessità di trasferirsi in Europa, il video segue il percorso che spiega le tappe e le persone che forniscono i documenti o l’imbarco sui diversi mezzi di trasporto. Sono storie vere che disarmano perché testimoniano una prassi.

Altri linguaggi sono invece stravolti in senso grottesco, come i disegni le animazioni su foto di Rokni Haerizadeh: la possibile cronaca diventa illustrazione mostruosa, rifiutando un estetizzazione e togliendo visibilità ai soggetti rappresentati, quell eccesso di visibilità dato dai media, per entrare nel sentimento vissuto in quelle immagini.

 

Illustrazione di La Terra Inquieta. Linguaggio dell'arte e della crisi. Illustrazione di Rokni Haerizadeh

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Illustrazione di Rokni Haerizadeh, particolare in mostra alla Triennale di Milano

 

Nella crisi globale è l’immagine stessa che si fa precaria, il linguaggio riflette questa non definizione di una struttura, come se fosse sempre in movimento tra diversi codici narrativi e disciplinari, mettendo in crisi il concetto stesso di verità come narrazione univoca, ed è la fruizione di questo meccanismo d’incertezza a rendere l’immagine “moving”, commovente secondo T. J. Demos nel suo The Migrant Image, studiato dal curatore Massimiliano Gioni.  Un esempio del rifiuto della voracità dei mezzi di comunicazione di massa, del diritto alla dignità dell’immagine con modalità nuove, sta anche nelle elisioni dei volti nei video di Mounira Al Solh; il passo è breve verso il diritto all’opacità,  per usare le parole di Édouard Glissant, il cui titolo di una raccolta poetica viene utilizzato come titolo della mostra, sfuggire alla rappresentazione costante e diretta dei rifugiati.

 

Corridoio di installazioni video in Triennale

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Installazioni video

 

La dignità dell’immagine si può tradurre in senso scultoreo nel recupero della tradizione solenne del monumento funebre: più o meno consapevolmente la scultura riprende la funzione memoriale, combinando riferimenti a quella civica del XIX secolo al minimalismo, restando però instabile e fragile nella sua struttura, non fosse altro che per il deterioramento dei materiali impiegati, come la Terra. Penso alla barca carica di rifiuti in mezzo alla sala del primo piano di Adel Abdessemed “Hope”, ma penso anche alle bandiere degli stati europei ricoperte di fango di Pravdoliub Ivanov proprio all’ingresso della mostra.

 

Adel Abdessemed, Hope

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. La scultura Hope di Adel Abdessemed, ph. Sofia Obracaj

 

Del movimento e delle migrazioni fanno parte anche le merci, anzi è molto più facile per gli oggetti superare confini geografici, politici, economici e persino ideologici. Un bene di consumo può essere trasformato a piacimento per essere usato worldwide: l’enfasi più chiara è per noi nella “tela” “New World Map” di  El Anatsui, un mosaico di lattine schiacciate intessute come un tappeto, a posizionarsi in una mappa mondiale sulle zone interessate alla sua presenza commerciale.

 

El Anatsui, New World Map

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. El Anatsui, New World Map in Triennale a Milano©Gianluca Di Ioia

 

Poiché però nella precarietà si vive, può esserci anche un messaggio più speranzoso nell’adattamento, come nel dipinto di Liu Xiaodong, associando una nuova lotta per la dignità alla struttura del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, con i volti degli immigrati residenti nel quartiere dell’artista. Oppure la figura dell’apolide può cercare comunque un’identità in uno stato, nell’unico territorio senza confini fisici come lo stato del Vaticano, che per noi è più semplicemente usato metafora del confine fittizio.

 

Un dipinto di Liu Xiadong in Triennale

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. La sala con il dipinto di Liu Xiaodong©Gianluca Di Ioia,La-Triennale.

 

Ci sono artisti che non abbiamo citato che presentano alla Triennale di Milano opere memorabili, potete avere l’idea politica che volete, ma farvi trasportare dall’inquietudine del loro linguaggio farà (com)muovere la vostra visione del mondo.

Da vedere per come l’arte nella precarietà, come condizione esistenziale universale, trasforma il linguaggio della modernità.

Michela Ongaretti

 

Il curatore de La terra Inquieta

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Massimiliano Gioni risponde ai giornalisti, ph. Sofia Obracaj

 

Video e scultura. La Terra Inquieta

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Video e sculture. Ph. Sofia Obracaj

 

Installazione de La Terra Inquieta

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Installazioni, ph. Sofia Obracaj

 

La terra Inquieta, sala della mostra

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Una sala della mostra, ph. Sofia Obracaj

 

Mirosław Bałka, disegno di Giovanni Manzoni Piazzalunga

Un corpo a misura del simbolo all’Hangar Bicocca. Crossover(s) di Mirosław Bałka

Mirosław Bałka. Questo nome val bene una visita al Pirelli Hangar Bicocca per la prima importante mostra retrospettiva dell’artista polacco: Crossover(s). E’ un viaggio di mente e corpo attraverso le navate di un tempio dell’arte contemporanea, tra sculture, installazioni e video realizzati dagli anni novanta ad oggi, con progetto espositivo site-specific e una nuova produzione video per l’occasione, a cura di Vicente Todolí e possibile fino al  30 luglio 2017.

 

Ritratto di Miroslaw Balka per Artscore.it

Un corpo a misura di simbolo. Mirosław Bałka, disegno di Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Scostate le tende ci lasciamo immergere dal buio. Serve del tempo per adattare la vista, e in questa condizione cambia la percezione del nostro corpo nello spazio, gli altri sensi concorrono a guidarci.

Come in una processione sacra sappiamo già che ci fermeremo in diciotto stazioni, ma quello che non avremmo immaginato è l’esperienza percettiva fin dal primo istante, la sensazione che la misura del corpo umano funga da lente di ingrandimento plastico sulla comprensione simbolica delle sculture monumentali.

 

Common Ground, Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, vista di Common Ground tra le navate dell’Hangar Bicocca

 

Per godere al meglio di questi stimoli è utile sapere fin dal principio che esiste un riferimento letterario, l’esistenzialismo di Samuel Beckett in primis, e biografico, forte in tutto il lavoro dell’artista polacco, ad accrescere e suggerire una riflessione sulla condizione umana che non nasconde i suoi lati più oscuri e indelebili. Tutta l’esposizione è in effetti un “crossover” tra elementi che appartengono alla dimensione o al vissuto individuale ed altri riferimenti ad episodi per come li ha consegnati la Storia, attraverso la memoria collettiva.

 

Wege zur Behandlung zum Schmerzen, Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Wege zur Behandlung von Schmerzen, 2011, Veduta dell’installazione, Four Domes Pavilion a Wroclaw, 2011 Courtesy dell’artista, ph. Lukasz Kropiowski

 

Eppure questo viaggio non procede con incedere grave e sofferente ma riesce ad incuriosire e persino a sorprendere incrociando la guida visiva attraverso l’esperienza dell’opera con tatto, olfatto e udito. Il percorso diviene ancora più immersivo per l’utilizzo dello spazio in tre dimensioni, altezza, lunghezza e profondità, per le opere che si possono trovare su pavimento, pareti o soffitto ( 15 x 22 x 19, hard skull) delle navate dell’Hangar.

Noi partiamo da un punto di vista privilegiato perché abbiamo potuto assistere alla visita “From one to infinite”, guidata dallo stesso artista e dal critico Julian Heynenche segue il suo lavoro da molti anni. Artscore vi racconta oggi la cronaca di questo viaggio con l’intenzione di invitare i suoi lettori a ripercorrerlo in libertà, con la conoscenza di base di alcuni dei principi informanti di alcune opere. Crossovers si configura come una preziosa retrospettiva, perciò si ricorda che ogni installazione ha avuto una genesi autonoma e una collocazione precedente in altri musei di arte contemporanea. In più l’ambiente dell’hangar ha favorito la presenza monumentale delle opere, la loro fruizione tridimensionale, nel loro apparire dal buio come epifanie fisiche e pesanti, come mammut del ventunesimo secolo, carichi di una condizione esistenziale senza tempo.  

 

Le installazioni di Miroslaw Balka To be e The Right Path

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, L’installazione To Be e sullo sfondo The right path, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

La condizione corporea riflette dunque una condizione esistenziale, ed è mediante l’attivazione di uno o più sensi che una scultura o un’installazione prende forma per portare l’osservatore ad una riflessione più ampia che coinvolga linguaggi o forme espressive molto differenti. Ma non solo, la figura umana è spesso rappresentata dalla sua misura; spesso i titoli delle sue opere riportano misurazioni reali, in centimetri, del corpo dell’artista. E’ questa per noi una cifra concettuale precisa, basterebbe questa considerazione per comprendere gran parte del senso della sua pratica artistica: tutto quello che viene prodotto nella sua arte è fatto con l’uomo e dall’uomo, ad esso si rivolge e su di di esso si interroga. In fondo la Storia è fatta dagli uomini con un pensiero che si traduce in azione, possibile solo in carne ed ossa, come carne ed ossa possono leggere il simbolo.

 

Common Ground, Balka all'Hangar Bicoccca

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka all’Hangar Bicocca, Common Ground, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

Il viaggio inizia dal buio per portarci verso il primo punto di luce corrispondente all’installazione Common Ground (2013-2016), un tappeto formato da 178 zerbini domestici che secondo le parole dell’artista ha una connotazione politica. L’evocazione è qui ad un rituale, come in tutte le altre “stazioni” del resto, quello di ripulire le scarpe prima di accedere ad uno spazio privato, ma ricorda anche l’interno di una moschea; è un luogo denso di individualità e di singole storie umane, i tappetini hanno infatti una straordinaria varietà anche nel livello di consunzione. Lo si percepisce subito come uno spazio invalicabile, un confine tra la dimensione esterna e interna, pubblica e privata che amplifica l’idea della possibile intromissione, del superamento di una soglia intima che accomuna tutti indipendentemente dalla cultura d’origine.

 

Soap Corridor (1995) Miroslaw Balka a Milano

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, Soap Corridor, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

Poco dopo siamo al cospetto della monumentalità incombente di Wege zur Behandlung von Schmerzen ( Percorsi per il Trattamento del Dolore, 2011) che in quanto scultura siamo invitati ad osservare girando attorno ad essa. La nostra azione mette a confronto l’opera precedente perchè se prima era necessario abbassare il capo ora dobbiamo volgerlo in alto per notare il getto di acqua di colore nero (qui l’ambiente non aiuta), associata all’eco che rimbomba altrettanto oscura. Una “anti-fontana” che ribalta il significato simbolico dell’acqua, nel suo rituale legato alla purificazione e alla guarigione del corpo, forse questa scultura è il punto più evidente di come la memoria collettiva del dolore diventi tema universale. Il suo trattamento consiste nella sua esplicitazione, sia se parliamo di un vissuto personale che di un evento sconvolgente nella Storia come l’Olocausto.

 

Wege zur Behandlung von Schmerzen (2011) di Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, Wege zur Behandlung von Schmerzen, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

Per un cittadino polacco il ricordo dell’incubo nazista è fisicamente presente in diversi luoghi, e spesso affiora per Mirosław Bałka, sempre attraverso una percezione fisica, sublimato in luogo metaforico descritto attraverso il corpo, con la sua intromissione sensoriale. Così interrompiamo il percorso logico della visita per arrivare subito a 250 x 750 x455, ø 41 x 41 /Zoo / T, installazione esposta per la prima volta nel 2007 all’Irish Museum of Modern Art di Dublino. Le misure del titolo e la struttura metallica ricordano un piccolo zoo che era stato costruito nel campo di sterminio di Treblinka, non lontano dall’abitazione di famiglia di Bałka.

 

250-x-700-x-455-ø-41-x-41-ZooT, di Miroslaw Balka

Mirosław Bałka, 250 x 700 x 455, ø 41 x 41/ Zoo/ T in occasione di “Nothere”, White Cube, Londra, 2008 Courtesy dell’artista e White Cube Photo Stephen White

 

L’artista dichiara l’assurdità di parlare sempre di numeri, sul tema dell’Olocausto, dimenticando gli individui, e qui è la volontà dell’individuo a rendere possibile il paradossale bisogno d’intrattenimento. Per questo motivo le misure reali della struttura sono ridimensionate alla misura del corpo di Bałka stesso, come l’altezza totale che corrisponde alla misura massima di occupazione verticale, con le braccia in alto. Il limite è dettato dall’umano fino alla soglia della sua deviazione morale. E sul confine materiale rimaniamo incerti, desiderosi di superare la barriera per entrare e osservare più da vicino un’azione in corso ma bloccati dalla sua visione dall’esterno, una rappresentazione che chiarifica senza purificare, che esplicita lo straniamento tra la funzione d’intrattenimento della struttura e il suo contesto: una lampadina è volta verso un recipiente dentro al quale cola con flusso costante del vino rosso, simbolo iconico del sangue di Cristo, un altro sacrificio metaforizzato attraverso una funzione organica.

 

250x700x455, diam. 41x41, Zoo, T, Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, 250x700x455, diam. 41×41, Zoo, T, © Attilio Maranzano

 

Molto vicina è l’opera “Primitive”: il volto blu e deformato di una guardia di Treblinka appare in loop su un monitor, frutto dell’appropriazione dell’immagine attraverso la Tv dal documentario sulla Shoah di Claude Lanzmann, quello che colpisce è il suo ingrandimento a misura naturale, la nostra.

 

Primitive, Miroslaw Balka 2008

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, Primitive, particolare del frame in loop

 

Ironico e amaro BluGas Eyes ( 2004), un video che mostra due fornelli accesi come due occhi umani e che dal titolo fanno pensare ad una canzone pop. Purtroppo dopo la seconda guerra mondiale il gas non può più essere un simbolo innocente e il filmato sul sale stimola la percezione del dissolvimento, dell’immagine instabile, come la situazione politica mondiale e il desiderio di sopraffazione dell’uomo sull’uomo.

 

BlueGas Eyes di Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, BlueGasEyes, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

Anche To be ( 2014) è visibile tridimensionalmente e richiama mediante il suono i visitatori. Un moto ad intervalli regolari attraversa in tutta la sua verticalità un tubo di metallo, proprio come un nervo umano trattiene, accumula e poi rilascia energia, e come per la natura umana nella Storia i momenti di quiete possono nascondere una violenza latente.

Ancora in senso verticale si sviluppa una colonna di saponette, più di dieci metri, precisamente 7x7x1010 (2000). Sono state collezionate in Varsavia a diversi stadi di utilizzo e consumo come gli zerbini, una memoria forte di un rituale quotidiano personale appartenente a tutti. Come ogni visitatore assocerà l’interpretazione al proprio vissuto intimo, così amplificando il principio questo lavoro è frutto del rimescolamento delle tracce di persone che in precedenza hanno utilizzato e “forgiato” il materiale per una scultura inconsapevole, per far sì che Balka possa definirla con ironia un’opera collettiva dei cittadini di Varsavia. Sempre il sapone è protagonista del Soap Corridor, opera presente in rappresentanza della Polonia alla 45esima Biennale di Arte Contemporanea di Venezia, nel 1995. Il senso dell’olfatto riempie questo spazio man mano lo si percorre, capiamo solo strada facendo di trovarci tra l’inizio e la fine della nostra esistenza: il sapone è il primo elemento con cui entra in contatto il nostro corpo, ma anche l’ultimo.

 

7x7x1010 di Miroslaw Balka, particolare

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka all’Hangar Bicocca, particolare di 7x7x1010

 

Sempre un corridoio, doppio quello di Cruzamento ( 2007), ci aspetta al centro delle navate. Per il titolo di quest’opera formata da due bracci percorribili che si incrociano, in griglie di acciaio, è usata la lingua portoghese perchè fu presentata per la prima volta all’esterno del Museu de Arte Moderna di Rio de Janeiro. Secondo l’interpretazione suggerita da Balka la fruizione, la visione di ciò che sta intorno all’opera è resa possibile e condizionata dalle griglie stesse, e a seconda della nostra posizione, interna o esterna, possiamo essere osservatori od osservati. Anche qui il corridoio allude alla condizione esistenziale di eterno viaggio, o attesa beckettiana verso una diversa condizione, dove il senso del tatto stimolato da ventilatori in punti nevralgici della croce rende consapevoli della transizione, e dove ancora le misure sono importanti per la metafora: puoi provare ad attraversare i corridoi in compagnia ma ti accorgi che in due appaiati non si passa, si nasce e si muore da soli.

 

Percorrere Cruzamento di Balka, Hangar Bicocca

Un corpo a misura di simbolo. All’interno di Cruzamento, Mirosław Bałka all’Hangar Bicocca, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

L’idea di un percorso circolare è suggerita dal video Holding the Horizon, inserita come prima opera ma non visibile dal principio perché collocata sulla parete sopra la porta d’ingresso, quindi fruita come ultima. Su uno schermo LED è riprodotta l’immagine instabile e in movimento dall’alto verso il basso di una striscia di carta gialla, su fondo nero. Come l’orizzonte è un’illusione, perché quando si crede di toccarlo lo si trova sempre lontano, così a una fine corrisponde sempre un inizio. L’instabilità dell’immagine torna a parlare di barriere tra visibile e invisibile ma percepibile: la responsabilità del peso del mondo che regge Atlas non è misurabile, si trasforma quindi in una indefinibile e per questo insostenibile leggerezza.

Michela Ongaretti

 

Farah Khelil, IQRA n.2, particolare

Carta contro Natura. Works on Paper di sei artisti alla galleria Officine dell’Immagine

Ha inaugurato il 20 aprile 217, presso la galleria Officine dell’Immagine di Milano, la mostra collettiva WORKS ON PAPER a cura di Marco Massaro. Tra gli artisti italiani ed internazionali rappresentati dalla galleria sono stati selezionati coloro che utilizzano come supporto la carta, con grande versatilità secondo una personale e riconoscibile poetica: Elisa Bertaglia, Alessandro Cannistrà, Safaa Erruas, Tamara Ferioli, Farah Khelil, Nunzio Paci.

Farah Khelil, IQRA n.2 in mostra presso Officine dell'Immagine

Carta contro Natura. Per la mostra Works on Paper alla galleria Officine dell’Immagine Farah Khelil, IQRA n.2, 2015.

 

La carta, cosa c’è di più evocativo per la scrittura? Non pensiamo soltanto a quella composta da lettere ma da quella da tutti comprensibile senza divisioni linguistiche, quella del segno.La carta invita, facilita l’artista alla sua manipolazione e distorsione, pur nell’implicito rispetto verso le sue potenzialità grafiche.

Il contenitore mantiene la memoria del suo prezioso contenuto, la tradizione della linea, del disegno ad ogni modo, per ogni scopo. 

 

Nunzio Paci in mostra presso Officine dell'Immagine a Milano

Carta contro Natura. Works on Paper, Nunzio Paci, The third Autum, 2015, matita e colore ad olio su carta intelaiata.

 

La storia dell’opera d’arte mobile inizia con il suo supporto più leggero, il foglio. Ad esso sono stati affidati innumerevoli messaggi e da quando le discipline artistiche hanno iniziato a vivere liberamente senza gerarchie, separate o rimescolate a comporre un’unica opera d’arte, esso non è più veicolo di bozzetti o disegni preparatori, ma rivive la sua grande diffusione nell’arte contemporanea come punto di partenza di grandi sperimentazioni.

 

Farah Khelil, IQRA n.2, particolare

Carta contro Natura. Farah Khelil, Particolare di IQRA n.2, 2015, in mostra con Works on Paper alla galleria Officine dell’Immagine.

 

Fino al 20 giugno sarà possibile osservare, in via Vannucci 13, le visioni di chi ha lavorato con la carta, non soltanto su di essa. I modi di rapportarsi al supporto sono diversi, chi in maniera più tradizionale affida ad essa segni grafici e pittorici, con contenuti introspettivi affatto tradizionali, chi pur rispettando la superficie piatta cambia il suo volume con inserti polimaterici, chi manipolando la superficie stessa del foglio per stravolgere la sua bidimensionalità.

Sarà un caso ma Artscore dopo l’intera visita dei due piani del locale di decide di fermarsi ancora al primo, dove si trovano le opere degli artisti Farah Khelil, Tamara Ferioli e Alessandro Cannistrà, considerando saggia l’idea di avvicinare alle vetrine il linguaggio a nostro avviso più innovativo.

 

I lavori di Tamara Ferioli in mostra presso Officine dell'Immagine

Carta contro Natura. Works on Paper alla galleria Officine dell’Immagine, Tamara Ferioli. Ph. Sofia Obracaj.

 

Il percorso inizia con le opere di Farah Khelil della serie IQRA ossia “Leggi!”. I disegni sono composti da spirali di scritte a matita minuziose e così minute da risultare quasi indecifrabili, che si sviluppano come ad esser generate intorno ad un vero e proprio microchip, posizionato nel centro geometrico preciso.

 

Farah Khelil, IQRA in mostra presso Officine dell'Immagine a Milano

Carta contro Natura. Works on Paper, Farah Kehlil, un lavoro della serie IQRA, 2017, matita inchiostro e microchip su carta.

 

Sono parole in arabo, quindi per la maggior parte di noi incomprensibili, ma per la verità una voluta sfida alla comprensione di chiunque. L’imperativo Leggi! suona quindi una beffa sia per il limite linguistico e visivo, sia per l’impossibilità di discernere le informazioni contenute in un dispositivo trasformato in mero elemento grafico, e il sospetto sempre più reale di rimanere estromessi da un contenuto man mano che si osserva l’opera rientra nella riflessione generale dell’artista sul ruolo che l’immaginazione può avere nella lettura e scrittura di contenuti visivi e testuali, forse poco stimolata dalle nuove tecnologie. L’azione di leggere, come quella di comunicare per iscritto sono pertanto qui elementi stranianti, “di disturbo”, che separano l’artefice dai fruitori di un messaggio, favorendo la perdita del valore di trasmissione delle parole.

 

Particolare di un lavoro di Tamara Ferioli in mostra presso Officine dell'Immagine

Carta contro Natura. Works on Paper alla galleria Officine dell’Immagine, Tamara Ferioli, Extreme Happyness go down, 2016, matita e capelli su carta.

 

Proseguendo sulla parete di destra contigua alla vetrina possiamo osservare i disegni di Tamara Ferioli, rivelatori di un misterioso rapporto tra Uomo e Natura. Prese una ad una le immagini appaiono armoniche, silenziose nella composizione di segni leggeri e concatenati, quasi un ricamo che s’interrompe cambiando stile per farsi più tagliente e spezzato in alcuni punti nevralgici della rappresentazione, dove la natura nasconde il suo pericoloso potere, o dove si interrompe per lasciare spazio alle costruzioni umane. Visti nell’insieme, già tre esemplari bastano, affiora in noi un senso di inquietudine, come se qualcosa possa sempre accadere a spezzare la pace, come se gli elementi naturali ritratti possano ribellarsi all’improvviso. Forse è la sensazione provata da Tamara Ferioli  a cospetto dei sublimi paesaggi dell’isola islandese Heimaey durante una residenza artistica di tre mesi, per l’osservatore è logicamente il risultato della scrittura riflessiva e metodica che a tratti si fa volutamente incoerente, come frutto di due mani diverse, a rendere un carattere quasi umano a questi soggetti che in punti visibili solo con attenzione sono descritti non più solo a matita, ma con l’inserimento di materiali organici umani e naturali come capelli e sabbia lavica. Nella simbiosi tra Uomo e Natura avviene uno scambio, un rispecchiamento insinuato.

 

Alessandro Cannistrà, Ecco come si spiega, in mostra presso Officine dell'Immagine a Milano

Carta contro Natura. Works on Paper, Alessandro Cannistrà, Ecco come si spiega, nerofumo su carta, 2012, ph. Sofia Obracaj.

 

Su una colonna al centro della sala vediamo la prime due opere presente di Alessandro Cannistrà.

All’interno di una cornice racchiusa in maniera classica dal vetro appare un uso espressivo della carta completamente contemporaneo: il foglio è stropicciato secondo una logica geometrica come una cortina scenografica che non si deve aprire, dove tutto ciò che si vuole mostrare sta sulla superficie che respira in una tridimensionalità accennata, e dove il suo contenuto è il disegno e il colore prodotto dal nerofumo ottenuto con il fuoco di una candela sulla carta. Sulla parete di fronte continua il gioco chiaroscurale di sottili sfumature, una serie di dodici opere racchiuse anch’esse com scrigni di segni ancestrali forgiati dal fuoco, con l’aggiunta del colore verde. La luce e l’ombra sono drammatizzate dalle piegature, che insieme al colore di fumo e acquerello appaiono come forme astratte ma del tutto, avvicinandosi all’idea, all’atmosfera del paesaggio boschivo o immerso nella nebbia.

 

Dodici opere su carta di Alessandro Cannistrà con nerofumo e acquerello in mostra presso Officine dell'Immagine, particolare

Carta contro Natura. Works on Paper alla galleria Officine dell’Immagine, opere in mostra di Alessandro Cannistrà, ph. Sofia Obracaj.

 

I lavori non sono stati concepiti come serie ma hanno una costruzione e un senso logico indipendente, come ci spiega l’artista durante l’inaugurazione, anche se nell’insieme troviamo potenziato il suo intento di parlare al visitatore della percezione del mutamento, del costante divenire della materia come un tutto. E’ la Natura secondo la continuazione del pensiero filosofico romantico e trascendente, spietata e legittima nel suo mutare perenne, che si scontra con la natura umana nel suo inserirsi nel flusso temporale attraverso un consapevole desiderio di dare forma all’esperienza, di cercare come una psicosi la bellezza. In questa dinamica è il gesto ad essere fondamentale; attraverso il gesto si acutizza il rapporto dialettico con la casualità, con il flusso inarrestabile del tempo, lo stesso gesto che incontra ciò che è percepito razionalmente come materiale di dialogo, luogo di un messaggio umano, e ciò che non è controllabile come la potenza del fuoco.

 

Un lavoro di Elisa Bertaglia in mostra presso Officine dell'Immagine

Carta contro Natura. Alla galleria Officine dell’Immagine i lavori di Elisa Bertaglia in mostra con Works on Paper, ph. Sofia Obracaj.

 

Al piano seminterrato della galleria troviamo le opere di Elisa Bertaglia costruite sul filo di memoria e fantasia tra animali, piante, bambini e creature mitologiche, mescolando il segno preciso alla pittura “liquida” che si coagula in aree precise per dare risalto e concretezza alle figure immaginarie, a raccontare nella loro magmatica presenza una fase psichica anch’essa in mutamento, il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Ancora transizione nel rapporto tra Uomo e Natura per Nunzio Paci , ancora l’immaginazione che relaziona reale, così reale da essere scientifico e attingere alla grande tradizione del disegno anatomico, a mentale e forse ideale. Corpo umano, animali e piante sono un unico organismo secondo la perfetta ibridazione di questo disegnatore visionario e concreto.

 

Lightbox del 2016 di Nunzio Paci

Carta contro Natura. Works on Paper, Nunzio Paci, Papaver Field, 2016, lightbox composto da lastra per raggi X. Non presente in mostra.

 

Il reale ormai adulto continua a vivere la contraddizione della compresenza di bellezza e violenza, questa è la visione espressa dai disegni della marocchina Safaa Erruas. L’opposizione perenne dei due concetti opposti è simboleggiata qui dalla leggiadra delicatezza di fiori associati ad oggetti taglienti nelle mani di chi li sta per cogliere. Ciò che ispira tenerezza riporta anche ad una sensazione di  pericolo, inevitabile non possiamo dirlo visto che non sono spinte irrazionali a farci impugnare delle forbici. Forse l’idea di un destino in ogni caso macabro poteva essere reso dalla precisione del disegno virtuosistico, se si sceglie il figurativo puro la disciplina è ciò che potenzia e sintetizza la metafora. Ci sentiamo di aggiungere però che l’artista è una grande sperimentatrice di simboli e materiali, anche se il suo stile non emerge con le opere in mostra.

Galleria Officine dell’Immagine termina la sua permanenza in via Vannucci 13 proprio con WORKS ON PAPER, ma da settembre l’attività continua con nuove mostre nella sede più ampia di in via Vittadini 11.

La mostra in corso è visitabile da martedì a sabato dalle ore 11 alle ore 19

Michela Ongaretti

 

Luce e scultura. melalinguaggio presso la galleria Salvatore Lanteri

Metalinguaggio scultoreo. La galleria Salvatore Lanteri con Seeds London prolunga il Fuorisalone 2017

Prosegue fino al 14 aprile la mostra programmata per il Fuorisalone 2017 “Meta: Levels of Language, Strata of Matter” a cura di Studio Vedet, presso la galleria Salvatore Lanteri di Milano.

 

Sculture in cemento e gommapiuma. metalinguaggio presso la galleria Salvatore Lanteri

La Galleria Salvatore Lanteri prolunga il Fuorisalone 2017, prima sala con le sculture in cemento e gommapiuma di Duccio Maria Gambi, ph. artscore.it

 

Nello spazio di via Venini, recentemente scoperto da Artscore, la ceramica è sempre in primo piano, sempre in maniera anticonvenzionale, stavolta come co-protagonista della mostra in corso, e in sintonia con la vocazione internazionale degli artisti selezionati, e delle gallerie coinvolte a contribuire ai progetti espositivi. Per questo Fuorisalone prolungato l’attività è condivisa da Seeds London.

 

Polvere di granito, marmo e cemento, nel metalinguaggio scultoreo presso la galleria Salvatore Lanteri

La Galleria Salvatore Lanteri prolunga il Fuorisalone 2017, Polvere di granito, marmo e cemento per gli oggetti-non oggetti, ph. artscore.it

 

Le opere plastiche in mostra rappresentano nel loro insieme, nella visione dei curatori, operazioni metalinguistiche inusuali, secondo la semplificata definizione di metalinguaggio come quel linguaggio che ne descrive un’altro parlando di esso, tenendo in considerazione quello che chiamiamo “oggetto-linguaggio“. 

 

La scultura in ceramica e tubi in borosilicato composita. presso la galleria Salvatore Lanteri

La Galleria Salvatore Lanteri prolunga il Fuorisalone 2017, scultura in ceramica e tubi di luce in borosilicato

 

Le forme o non-forme in galleria possono essere viste come un pretesto per esprimere una gestualità fisica, o per far riflettere l’artista e l’osservatore sull’uso dei materiali con cui sono costituite, associati con apparente distonia. Gli oggetti-non oggetti hanno quindi la doppia valenza di affermazione e negazione della loro esistenza materiale,  e nel contrasto, nell’incoerenza delle loro superfici, tra di loro come corpus organico e all’interno della singola struttura, quai obbligano a fermarsi e a pensare all’identità memoriale di cemento o gommapiuma, ceramica o vetro, con la consapevolezza contemporanea dell’osservatore che se conosce l’uso di queste materie, qui le vive in un cortocircuito lessicale, linguistico. Ecco che la rottura della crosta terrestre di funzionalità spinge ad andare più a fondo, a vedere il nucleo simbolico ribollire.

 

Metalinguaggio attraverso cemento e gommapiuma presso la galleria Salvatore Lanteri

La Galleria Salvatore Lanteri prolunga il Fuorisalone 2017, scultura in gommapuma e cemento di Duccio Maria Gambi, ph. artscore.it

 

La danza è avvolgente senza un ritmo costante, fondata sull’eterogeneità dei suoi componenti. Vetro e neon voluttuosi nell’espandersi anche sotto al livello della galleria come un vegetale infestante ( o alien nel quartiere di Nolo), cemento e gommapiuma senza soluzione di continuità, gesso e ceramica solidali come non mai nella storia dei materiali preziosi e plebei, sfere di polvere di granito, marmo e cemento confusi l’uno nell’altro senza soluzione di continuità.

 

Cumuli di Jochen Holz, metalinguaggio presso la galleria Salvatore Lanteri

La Galleria Salvatore Lanteri prolunga il Fuorisalone 2017, Cumuli di Jochen Holz, ph. artscore.it

 

Tutti questi materiali pare soffrano di un “morboso e inestricabile” attaccamento l’uno all’altro nella stessa opera. Come un amore impossibile tra essere di diverse specie, o di classe sociale.

I pezzi che ci hanno colpito maggiormente sono quelli di Duccio Maria Gambi, dove la gommapiuma sembra affezionarsi ricambiata al cemento, infatti il titolo del lavoro è Maouf (L’amour). Il primo materiale pare proteggere il secondo anche se in certi punti risulta grattato, rimosso: ci sono aree che ne sono prive e altre dove resiste in maniera intermittente come una pelle premurosa, creata dall’artista per accumulazione con una genesi imprevedibile.

 

MAOF di Duccio Maria Gambi. metalinguaggio presso la galleria Salvatore Lanteri

La Galleria Salvatore Lanteri prolunga il Fuorisalone 2017, MAOF di Duccio Maria Gambi, particolare, ph. artscore.it

 

Cumuli è il nome dell’installazione di Jochen Holz con luce al neon immersiva, ed “immersa” nelle viscere del pavimento, che trasforma il paesaggio visivo per spingerci a guardare nelle diverse dimensioni, sopra sotto e dentro alla spazio, e nella sua componente principale, la luce appunto, in trasformazione tonale dei tubi in borosilicato sul soffitto. Una nube luminosa di tubi aggrovigliati la troviamo non in cielo ma piuttosto sotto ai nostri piedi.

 

Metamorphosis di Aneta Regel, metalinguaggio presso la galleria Salvatore Lanteri

La Galleria Salvatore Lanteri prolunga il Fuorisalone 2017, La Galleria Salvatore Lanteri prolunga il Fuorisalone 2017, Metamorphosis di Aneta Regel, ph. artscore.it

 

Al centro la serie di sculture più numerose, Metamorphosis. Un corpus di ceramiche astratte che secondo l’artista Aneta Regel “riflettono o trasmettono informazioni sul mondo naturale che a sua volta parla della mia esistenza al suo interno. Il focus principale è proprio la combinazione tra i diversi materiali organizzati in livelli, e di diversi stati fisici degli stessi, cotti o crudi, raffinati o spezzati in una situazione instabile e di metamorfosi spesso conflittuale.

 

Bozzetto per MAOF metalinguaggio in scultura presso la galleria Salvatore Lanteri

La Galleria Salvatore Lanteri prolunga il Fuorisalone 2017, Bozzetti per le sculture MAOF, ph. artscore.it

 

Studio Vedet è un team di graphic designers, scrittori, semiologi, sviluppatori web, curatori e artisti. Il nome allude all’intento di porsi come punto di osservazione, di vedetta appunto, sul mondo del progetto, ma  a dispetto dello stesso nome sono italiani. La loro volontà di “scolpire identità” attraverso la consulenza per eventi, esposizioni e comunicazione on line si apre però al contesto internazionale come per gli artisti della galleria Lanteri.

Michela Ongaretti

 

Marmo e altri materiali. Metalinguaggio presso la galleria Salvatore Lanteri

La Galleria Salvatore Lanteri prolunga il Fuorisalone 2017, Puzzle di marmi e altri materiali sulle pareti, ph. artscore.it

 

 

Fuorisalone ed oltre con Venice di Guzzini all'Orto Botanico

Fuorisalone2017 all’ Orto Botanico di Brera con Interni Material Immaterial. Design Islands nella Natura

Anche per questo Fuorisalone 2017 non può mancare una visita all’Orto Botanico di Brera. Merita sempre, ma ora è il momento migliore, sia per le splendide fioriture che per la speciale esposizione di Interni. Materiale Immaterial che anima la città per due settimane da quella del Salone del Mobile.  Il 2017 celebra i vent’anni del Fuorisalone come evento nato per iniziativa di Interni, la rivista internazionale dedicata al design che  ha contribuito quattro anni fa alla ristrutturazione dell’Orto Botanico, per restituirlo alla città come oasi verde fruibile in ogni stagione, sede di attività didattiche e scientifiche. Continue reading

Una donna veste un kimono tra le instalazioni di Casa Gifu alla MDW2017

Forza e leggerezza di Casa Gifu con Atelier Oï. Fuorisalone 2017 da Amy D

Il Giappone del design internazionale, insieme al lavoro artigianale della tradizione di Seki, nella regione di Gifu. Installazioni, scenografie, coltelli e katane, insieme al design puro degli arredi. Tutto questo lo trovate durante il Fuorisalone 2017 presso la Galleria Amy D, con Casa Gifu II dello studio di architettura svizzero Atelier Oï.

 

Particolari costitutivi del Minoshi Garden alla mostra Casa Gifu alla MDW2017

Atelier Oï alla galleria Amy D. Fuorisalone 2017 con Casa Gifu. Particolari costitutivi in primo piano dell’allestimento Minoshi Garden, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Il progetto nasce dalla partnership di Atelier Oï con il governo della provincia di Gifu nel Giappone centrale, e intende valorizzare le risorse uniche delle maestranze artigianali della zona, di antichissima tradizione, attraverso un format creato appositamente per il Fuorisalone di Milano. Non si limita alla salvaguardia delle conoscenze tramandate da generazioni ma si basa sul mutuo e profondo scambio tra manualità e know how artistico e scientifico antico e moderno, cercando dare una luce nuova alle numerose e ancora vive manifatture giapponesi.

 

Una donna veste un kimono tra le instalazioni di Casa Gifu alla MDW2017

Atelier Oï alla galleria Amy D. Fuorisalone 2017 con Casa Gifu. In kimono tra le installazioni, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

E’ quindi per il secondo anno che Amy D Arte Spazio ospita CASA GIFU , la dimora giapponese ricollocata in maniera effimera nel Brera Design District. Nella galleria di via Lovanio si terrà l’esposizione principale a cura di Atelier Oï che non sarà l’unica: sono infatti ad essa collegate le presenze dello studio giapponese in diverse sedi in città, come Palazzo Bocconi con Louis Vuitton, Artemide in Corso Monforte, l’hotel Four Seasons di via Gesù, e la Posteria di via Sacchi con Laufen Bathrooms. Fuorisalone ma anche Salone del Mobile di cui segnaliamo, sempre con Artemide, la partecipazione di Atelier Oï ad Euroluce 2017, con i gifoï di Hida Sangyo e ancora con scenografie per Usm e Passioni Nature.

L’imprinting scientifico della galleria ancora una volta non ci delude. e per chi varcherà la sua soglia ad aspettarlo ci saranno realizzazioni nate dallo studio approfondito di materiali e tecniche costruttive, con quell’eleganza formale tipica del paese del Sol Levante.

 

Manifattura giapponese alla mostra Casa Gifu alla MDW2017

Atelier Oï alla galleria Amy D. Fuorisalone 2017 con Casa Gifu. Coltelli giapponesi

 

Dopo aver esplorato nel 2016 una delle più antiche e raffinate produzioni di carta della regione di Mino,  e i lavori in legno di cedro originari di Takayama, nel 2017 la selezione verterà sul know how di Seki, oasi industriale e artigianale con l’acciaio delle sue lame, leggendarie in tutto il mondo per il loro potere tagliente e la loro resistenza. Per questo è presentata da Amy D Arte Studio una selezione di coltelli, taglierini e altri strumenti per tagliare oggetti, tessuti e alimenti, insieme ai componenti per la loro produzione che utilizza elementi tradizionali tramandati da generazioni lontane. Insieme ad essi potremo vedere una piccola collezione di pezzi storici tra cui le leggendarie katane. Sono esemplificati in 18 differenti manifatture ma il pezzo forte è  dei nostri giorni: si tratta della katana Honsekito disegnata dall’Atelier realizzata grazie ad una delle aziende artigiane più antiche di Gifu, il cui maestro rappresenta la ventiseiesima generazione della sua “casta”, è quindi utile a ricordare ed enfatizzare la portata della tradizione nella tecnico costruttiva contemporanea.

 

Una katana tradizionale alla mostra Casa Gifu alla MDW2017

Atelier Oï alla galleria Amy D. Fuorisalone 2017 con Casa Gifu e le katane tradizionali, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Questo lavoro sottolinea anche la vocazione alla trasversalità delle discipline che possono essere coinvolte nel design contemporaneo, al rapporto stretto con la materia e allo spirito di squadra di chi accoglie nel progetto competenze internazionali, peculiari di una storia, di una cultura materiale differente da quella dei designer che raccolgono quindi stimoli lontani nello spazio, ma anche nel tempo. La sperimentazione per Atelier Oï nasce da un rapporto intuitivo ed emozionale nella lavorazione di materiali diversi, coltivando le loro potenzialità nell’ottica dell’eccellenza locale per recuperare una conoscenza e per connetterla alle necessità progettuali: si parla la lingua di chi sa utilizzare al meglio una tecnica costruttiva magari applicandola a un diverso contesto, a un diverso prodotto.

 

Mobili e lampade di casa Gifu da Amy D

Fuorisalone 2017 da Amy D con Atelier Oï. Tavolo e sedie, lampade, piccole installazioni di Casa Gifu- Tutto ispirato alla carta giapponese.

 

E’ Seguendo questa logica che viene esplorato ancora una volta il mondo della carta: dalla conoscenza e rispetto per la sua creazione nasce una valorizzazione dell’effetto peculiare applicato all’interior design.  Atelier Oï ragiona in senso estetico sui processi quando declina l’antica tecnica di piegare la carta alla costruzione e al montaggio di mobili come tavoli e sedie, dal legno di diversi colori, ma notiamo come si possa avvicinare ancor più al recupero della tradizione con la sua eleganza formale alla vista del Minoshi Garden di Thomas Merlo & Partner (sempre in collaborazione con Atelier Oï), vincitore della scorsa edizione della Biennale d’Architettura a Venezia.  

 

Particolare del Minoshi Garden alla mostra Casa Gifu alla MDW2017

Atelier Oï alla galleria Amy D. Fuorisalone 2017 con Casa Gifu. Particolare dell’allestimento Minoshi Garden, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

In una stanza intrisa di essenze, per suggerire un’atmosfera soave e rarefatta, troviamo pendere dal soffitto una perfetta struttura modulare realizzata dalle manifatture giapponesi come una scenografia movibile dal vento, toccata dalla sensibilità artistica e delicata della composizione generale e realizzata nei suoi diversi elementi dalla carta semi-industriale Molza, ispirata alle manifatture artigianali di carta Washi di 1300 anni fa. L’allestimento si completa con degli specchi circolari che potenziano l’aspetto visivo dell’insieme delle numerose forme leggere e bianchissime; viste dal basso sembrano farfalle o piccoli uccellini in volo corale, che rivelano l’intenzione di catturare un momento nella Natura del Giappone. L’installazione sperimentale inoltre è stata progettata per poter essere facilmente ricostituita nella serie di altri progetti futuri con Casa Gifu.

 

Installazioni mobili con Casa Gifu. Fuorisalaone da Amy D

Fuorisalone 2017 alla galleria Amy D. Le installazioni mobili di Atelier Oï , ph Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Come il giardino sospeso può essere vissuto personalmente a seconda del percorso con cui si intende entrare nel suo spazio, con effetti diversi a seconda della posizione dello spettatore. Così dalla parte opposta della galleria, superata l’esposizione di lame dove si può assistere alla performance, in abito  tradizionale giapponese, di estrazione e fendente con Katana, sono in esposizione scenografie mobili azionabili con semplici gesti.

 

Atelier Oï per la MDW 2017 con Casa Gifu II

Atelier Oï con Casa Gifu II per il Fuorisalone 2017. La gallerista Annamaria D’Ambrosio prova un’installazione, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Sono ruote in carta con la struttura portante in legno che ricordano degli ombrellini orientali visti dall’alto quando sono aperti, ma sono anche parte di un marchingegno complesso costituito da tiranti e carrucole che permettono, mediante una leva in legno e grazie alla loro leggerezza, di essere sollevate una ad una per poi riscendere verso il basso, lentamente e con una veloce rotazione su se stesse.

 

I fondatori svizzeri di Atelier Oï

Fuorisalone 2017 alla galleria Amy D. con Casa Gifu. Aebi Aurel, Louis Armand, Reymond Patrick, i fondatori di Atelier Oï ©Joël von Allmen

 

Atelier Oï è stato costituito da 1991 a La Neuveville in Svizzera dai fondatori Aurel Aebi, Armand Louis e Patrick Reymond; da allora  ha ricevuto diversi riconoscimenti a livello internazionale per progetti di architettura, interior design,  design di prodotto e scenografia. Sempre dedicato a scambi culturali ed eventi creativi, ha firmato prodotti per Artemide, B&B Italia, Bulgari, Danese, Foscarini, Lasvit, Louis Vuitton, Moroso, Parachilna, Pringle of Scotland, Rimowa, USM, Victorinox e Zanotta.

Le aziende manifatturiere coinvolte nella presentazione al Fuorisalone 2017 di coltelleria sono: G.Sakai, Hasegawa Cutlery, Hattori Cutting Tools, Kai Industries, Kimura Cutlery, Kitasho, Marusho Industry, Mitsuboshi Cutlery, Nikken Cutlery, Ohzawa Swords, Sanshu Knife, Satake Cutlery Mfg, Sekikanetsugu Cutlery, Shizu Hamono, Sumikama Cutlery Mfg, Top Products, Yaxell and Yoshiharu Cutlery.

Da vedere: per la leggerezza e la forza della tradizione giapponese nel design contemporaneo.

Michela Ongaretti