Polimero e arte nel Museo di Arte Plastica

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Eredità nell’arte contemporanea.

Polimero Arte. Due parole per un concetto di pratica d’arte del ventesimo secolo. Le sue innovazioni e modalità di intervento hanno lasciato una traccia da seguire nel presente, un’eredità colta da diversi artisti contempornaei. Artscore intervista Giorgio Bonafè, il tecnico dell’azienda Mazzucchelli1849 protagonista di una storia tutta italiana che lega l’industria all’arte.

Nella sua casa di Castiglione Olona sono esposte molte opere d’arte, testimonianza della stagione di Polimero Arte tra il 1969 e il 1973. In quegli anni l’operazione di Mazzucchelli consisteva nel dare ospitalità a celebri artisti italiani ed internazionali per realizzare alcuni esemplari di loro opere in materiali polimerici, donate o a volte riprodotte in edizioni limitate. Sono gli stessi polimeri che hanno caratterizzato grandi innovazioni tecniche ed estetiche nel design Made in Italy, ricordiamo diversi Compasso D’Oro vinti con lo strategico accordo tra Samco (del gruppo Mazzucchelli) e Kartell, come il secchio in polietilene di Gino Colombini, Compasso d’Oro 1955.

 

Polimero Arte. Intevista di Artscore a Giorgio Bonafè, opera di Man Ray

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Boule sans neige di Man Ray in esposizione al MAP

 

Polimero Arte è stato una sorta di mecenatismo a doppio senso: mettendo a disposizione degli artisti di cultura, provenienza, poetica e disciplina l’officina e le attrezzature di una fabbrica, si nobilita il materiale che l’azienda stessa produce, invitando a studiare le sue potenzialità dal punto di vista espressivo e non soltanto funzionale. Nello stesso tempo gli artisti stessi scoprono inediti risultati anche all’interno della propria ricerca, sulla scia di alcuni maestri delle avanguardie storiche come Moholy-Nagy a Georges Vantongerloo.

Blocchi, pellicole o granuli polimerici che fossero, ci teniamo ad aggiungere che solo in alcuni casi si trattava di materiale di scarto, se richiesto Mazzucchelli preparò anche miscele ad hoc per ottenere determinate colorazioni o effetti.

 

Polimero Arte. Intevista di Artscore a Giorgio Bonafè. Nel laboratorio di Mazzucchelli 1849

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè, nell’officina con gli artisti tra il 1969 e il 1973

 

L’artista Simona SantaSeveso ci ha presentato Giorgio Bonafè, una persona per bene che amava fare il suo lavoro, la cui vita fu sconvolta dall’arrivo di personalità eccentriche e geniali a cui ha prestato tutta la sua esperienza. I risultati di quel periodo unico diventarono una grande collezione e costituirono il comunale Museo di Arte Plastica di Castiglione Olona, uno scrigno del quattrocento ricolmo di modernità con Carla Accardi, Filippo Avalle, Enrico Baj, Giuliana Balice, Elvio Becheroni, Valentina Berardinone, Gianni Colombo, Medeiros De Lima, Camillian Demetrescu, Marcolino Gandini, Peter Gogel, Mario Guerini, Hsiao Chin, Fulvia Levi Bianchi, Anna Marchi, Smith Miller, Sante Monachesi, Giulia Napoleone, Edival Ramosa, Hilda Reich, Bruno Romeda, Giovanni Santi Sircana, Tino Stefanoni, Guido Strazza e Kumi Sugai, Giacomo Balla e Man Ray, insieme alle nuove acquisizioni di Vittore Frattini, Carlo Giuliano, Marcello Morandini e Giorgio Vicentini. Sempre nel MAP troviamo esempi più recenti di artisti più giovani che rappresentano l’eredità di Polimero Arte.

 

Polimero Arte. Intevista di Artscore a Giorgio Bonafè. Nel MAP

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Dalle vetrine del Museo di Arte Plastica (MAP) di Castiglione Olona

 

L’INTERVISTA A GIORGIO BONAFÈ

Nel 1969 lei lavorava presso Mazzucchelli1849 come modellista per l’officina, giusto?

La proprietà era del Dottor Franco Mazzucchelli, del conte Ludovico Castiglioni tra loro cugini, amanti entrambi dell’arte.

Negli anni settanta esisteva una ricerca artistica riguardante i polimeri, specialmente a Roma. Artisti anche stranieri venivano in italia per trovare materiali. Così in quegli anni la Mazzucchelli ha aperto le porte agli artisti di questa grande industria attiva dal 1849, per lavorare sui materiali sui suoi prodotti. Come nessun’altra azienda aveva fatto crearono un laboratorio nel Castello di Monteruzzo attrezzato con macchine utensili adeguate. Al piano superiore c’era la foresteria che accoglieva i creativi per il tempo utile alla realizzazione delle opere.

 

Polimero Arte. Intevista di Artscore a Giorgio Bonafè. Con Boule Sans Neige di Man Ray

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè, sorridente mentre mostra l’opera di Man Ray durante l’intervista ad Artscore

 

Chi fu il primo partecipante? 

Guido Strazza. Un grande artista romano, oggi novantenne ancora insegna a Roma. Ha utilizzato lastre in metacrilato. Anche poco prima gli artisti usavano i materiali dell’azienda: Bruno Contenotte e Carla Accardi negli anni sessanta venivano a prendere i fogli di sicofoil, su cui dipingevano.

In cosa consisteva la collaborazione? 

L’artista mi spiegava cosa aveva in mente di fare, lo portavo in fabbrica e toccava con mano cosa fosse disponibile, chiedeva in che modo i materiali dell’azienda si potessero utilizzare allo scopo, li sceglievamo insieme e iniziavamo al laboratorio. Erano gratis. Per questioni di sicurezza non erano ammessi esterni nella fabbrica, quindi era stata creata un’area dedicata da dove attingere comodamente. Si trattenevano un mese un mese e mezzo.

Il loro lavoro veniva visto come un’opportunità: mia, per l’artista e per la società che investiva in questa ricerca. Io ero orgoglioso di prendere parte al processo realizzativo delle opere che usciva con il marchio Polimero Arte.

 

Polimero arte al Map. Mario Guerini

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Particolare di Artemide di Mario Guerini, 1971, courtesy MAP

 

Non dire plastica

Perchè non bisogna usare il termine plastica ma polimero? 

Perchè tutti i materiali prodotti dalla Mazzucchelli erano polimeri. Non dirò mai plastica ed esorto a non farlo!

Per dare l’idea del valore complesso di un’opera, è importante il nome di un materiale. Quando presentammo l’opera di Man Ray Boule Sans Neige una sfera in resina di 2 kg e mezzo, egli era affascinato come un bambino, il nome dell’opera era già stato assegnato sul catalogo e lui doveva mettere le specifiche tecniche. Mi chiese di elencare  tutti i materiali costitutivi: resine fenoliche, metacrilato, la serigrafia sul metacrilato, la forbice di cotone, la sabbia di marmo di Carrara polimerizzata. L’artista era contento perchè elencando e non generalizzando le materie costitutive di ogni opera gli si dà il valore tecnico, se avessimo detto che era semplicemente plastica, l’artista non avrebbe inteso il valore della sua opera nel contesto dell’operazione.

Noi diciamo barbaramente plastica anche quando sono polimeri, negli oggetti comuni.. Plastica è un termine generico. Giulio Natta creò i materiali polimerici ( vinse il Nobel per la Chimica nel 1963 per il polipropilene isotattico o MOPLEN), che possono avere molteplici applicazioni. Ad esempio se il metacrilato ha una polimerizzazione violenta, rende effetti nemmeno possibili con il vetro di Murano.

 

Polimero Arte, opere

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè, La collezione del Map tra gli affreschi quattrocenteschi

 

Giorgio Bonafè e gli artisti di Polimero Arte

Ha insistito lei per avere uno spazio apposito dedicato agli artisti nella Mazzucchelli? 

La fabbrica era molto grande, se ogni tanto cambiava la lavorazione chiamavano me. Quando venne in mente al Conte Castiglioni di fare questo laboratorio, mi dette carta bianca per cercare le macchine sufficienti per diversi artisti. Da profano all’inizio ingenuamente non capivo il senso di quelle produzioni. Era ciò per cui dovetti cambiare la mia vita adeguandomi ai tempi degli artisti, per capire il valore aggiunto ad un modello. Stare dietro agli artisti voleva dire anche perdere alcuni valori di casa, non c’erano orari e routine per loro che rivoluzionavano la mia vita quotidiana. Ad esempio nel 1969 non c’era la macchinetta del caffè in azienda, bisognava uscire: l’architetto americano Smith Miller mi invitò fuori, ma io non potevo lasciare il lavoro… lui disse dai vieni rispondo io e volle fermarsi per un pò su delle panchine ad ascoltare il canto degli uccellini, io pensai che un operaio non avrebbe mai avuto questi privilegi. Insomma l’artista ti portava in questo modo diverso di vedere le cose, in tutto. Anche nel denaro, vendevano quadri da 100 milioni ma capitava che non molto dopo non potessero permettersi il pranzo.

 

Polimero Arte, la collezione del Map con Hsiao Chin

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. La grande sala al pianterreno del Museo d’Arte Plastica, al centro un’opera di Hsiao Chin

 

Al Castello di Monteruzzo gli artisti si fermavano a dormire nella foresteria, quindi capitava che mi facessero tardare anche fino alle tre di notte, solo che io alle otto dovevo rientrare in fabbrica mentre loro… dormivano! Per la stagione di Polimero Arte potei stare a lungo con loro perchè non avevo figli ma una moglie comprensiva.

Chi selezionava gli artisti? 

A selezionare era il Conte Castiglioni che aveva una grande cultura dell’arte antica e contemporanea.

Quali artisti sono stati per lei memorabili? 

Ricordo bene il lavoro con Giulia Napoleone, e il grande Man Ray che ha dato moltissimo valore a tutta la stagione (aveva già ottant’anni ma una grande energia), poi le figlie di Balla, Pomodoro, Hsiao Chin. Con Man Ray abbiamo fatto in tempo a fare 11 opere, le ho firmate tutte io ma lui dava una foto con l’autentica a ciascun collezionista.

 

Polimero Arte al MAP con Marcolino Gandini

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè- Opera di Marcolino Gandini nella collezione del MAP di Castiglione Olona

 

Ci racconti di qualcuno con cui ha avuto rapporti burrascosi.  

Con Gandini. Insisteva a morte per vedere come andava avanti il lavoro, non avevo più tempo libero e continuava a farmi richieste, un giorno il Conte Castiglioni mi ha mandato il controllo a casa perchè dovetti prendere 7 giorni di malattia. Abbiamo fatto una bella mostra a castiglione con le sue opere ed eravamo soddisfatti ma alla fine gli confessai che era stato intrattabile, da allora non ebbi più problemi con lui perchè era consapevole di quanto fossi necessario per la realizzazione delle sue opere. E con Man Ray? No lui era un signore.

 

Polimero Arte. Bruno Contenotte tra i suoi protagonisti


  Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè, Bruno Contenotte, Senza Titolo

 

Polimero Arte in alcuni aneddoti

Qualche aneddoto su come gli artisti la portarono in un mondo non comune

A Roma fui invitato a casa di Camillian Demetrescu, marito e moglie erano persone estremamente gentili ma…non trovavo un tavolo! Poi ne vidi uno bassissimo, mi chiesi chissà come mangiare comodamente. In un angolo c’era un grande totem con delle cassette della frutta dipinte, un’opera d’arte pensai. Lui mi disse prendi una cassetta capovolgila e siediti come noi, pranziamo. Era all’altezza giusta di questo strano tavolo. Una persona comunemente non pensa che tutto funzioni in questo modo, attraverso l’originalità, per me era un mondo alla rovescia.

Anche in casa di De Chirico a Roma vi fu un episodio memorabile. Io ero là per la mostra alla galleria S.M. 13 in via Margutta e i suoi agenti commissionarono a Mazzucchelli il restauro di un’opera della sua collezione. Chiesto il permesso di assentarmi dall’esposizione, io ero comunque un dipendente,  la casa di De Chirico. Mi aprì questo omone con gli occhi spiritati, io mi emozionai e lui mi disse: “tu non devi essere emozionato come ti vedo, io devo essere emozionato”.

 

Polimero Arte, Semisfera di Giavanni Santi Sircana

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè, una delle opere nella collezione del MAP e di Bonafè, Semisfera di Santi Sircana del 1970 Sircana

 

Con Mazzucchelli1849 a Roma

A Roma mi trovavo in una situazione fortunata perchè là Mazzucchelli aveva il magazzino il più grande d’ Italia: tutti i migliori artigiani romani e dei dintorni andavano ad attingere. Io non avevo che da presentare al responsabile, si chiamava Gasperini, un problema con un’opera da riparare e chiedere se poteva mandarmi qualche artigiano bravo. Due di loro hanno risolto con l’opera di De Chirico in tre giorni e lui era stupefatto dalla nostra efficienza “nordica”. In effetti Mazzucchelli era un’eccellenza nell’unire il valore del lavoro artigiano all’uso di macchinari all’avanguardia.

Nel magazzino era tutto un via vai anche di artisti, c’era il marchio della grande azienda, fornivamo materiali, know how, ospitavamo..quindi tutti volevano lavorare.

 

Polimero e arte nel Museo di Arte Plastica

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Visita alla collezione di Mazzucchelli1849 al MAP

 

Mostre e gallerie

Era un’operazione indipendente o c’erano delle gallerie coinvolte?

Abbiamo fatto diverse mostre in galleria. A Parigi , quella di S.M. 13 con Camillian Demetrescu a Roma con tanto di catalogo, in Sicilia ho portato varie opere, a Milano ci fu una bella esposizione da Studio Marconi. Ho un meraviglioso ricordo della Biennale a Caorle nel luglio-agosto 1969. In concomitanza dell’atterraggio sulla Luna ci fu la prima esposizione di Polimero Arte con sculture e installazioni di vari artisti. C’era Mario Guerini che in anticipo sui tempi  aveva creato dei robot con le teste in metacrilato, si muovevano e camminavano con dei tiraggi laser dall’interno che puntavano verso l’esterno. Nel momento dell’atterraggio sulla Luna si accese tutta Caorle, fu una biennale bellissima. A Bolzano delegarono direttamente me per gestire la realizzazione di una mostra, ero con Strazza e gli altri artisti coinvolti, avevo preso molto a cuore il progetto e loro si fidavano di me.

 

Polimero Arte con quadridimensionale verde di Fulvia Levi Bianchi

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè- Particolare di Quadridimensionale verde di Fulvia Levi Bianchi, courtesy MAP

 

Dalla Cellulosa al Rhodoid

Cosa rappresenta il Rhodoid nel mondo industriale e in quello artistico? 

Nel 1980 ero responsabile della ricerca di colori e lavoravo con i designer di occhiali, tra i clienti Giorgio Armani e molti altri, creavamo blocchi di rhodoid per produrre montature. E’ un materiale vegetale, inventato in Francia da Rhône-Poulenc.

Partiamo dall’inizio: Mazzucchelli per primo in Italia compra la celluloide e il know how in America, nel 1921 fonda la Società Italiana Celluloide e nel 1924 inaugura a Castiglione Olona il primo stabilimento dedicato alla sua produzione, nel 1927 firma l’accordo commerciale con Du Pont, depositaria del brevetto. Negli anni trenta la celluloide serviva per gli elementi della petineuse femminile, forcine, pettini, spazzolini, molti altri oggetti come penne, bottoni, bigiotteria.. Poi negli anni trenta scoprirono che negli occhiali le componenti che toccano il corpo vicino alle orecchie e sul naso creavano un arrossamento, perchè il materiale utilizzava la cellulosa della betulla mescolata con acidi e coloranti che conteneva molto acetone. Serviva qualcosa di nuovo.

 

Polimero Arte. Al Map una scultura di Valentina Beraedinone con Guardone, 1970

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè- Vista del MAP con Guardone di Valentina Berardinone in primo piano

 

Il procedimento è uguale a quello per la celluloide con un vantaggio: i solventi e i coloranti sono tutti vegetali quindi questo materiale non può più chiamarlo plastica, è plastico solo perchè si modella. Quel Pouf di Kartell si muoveva tutto e lo hanno chiamato Plastic per questo motivo. Si utilizza anche oggi in occhialeria per riprodurre i maculati tartaruga, noi abbiamo importato questo know how dai francesi per avere grande successo. La mia scultura di Gandini è formata da blocchi di rhodoid, dagli stessi si può fare un occhiale tagliandoli di 8, 6 o 4 millimetri, oppure di diversi spessori se serve per un rivestimento.

 

Polimero Arte. Intevista di Artscore a Giorgio Bonafè. Catalogo della mostra in Triennale

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè, la copertina del catalogo della mostra Dalla Tarataruga all’Arcobaleno, 1985

 

Dalla Tartaruga all’Arcobaleno

Grazie al rhodoid ci fu una grande mostra, anche se la stagione di Polimero arte era già finita.

C’era sempre un pò di gioco della direzione con i creativi, e un giorno venne a trovarmi Bruno Munari che invitava a Milano per conoscere altri artisti, ricordo lo scultore Romano Rui che lavorò per il Vaticano. Vide sul mio tavolo una gran quantità di fiches che recano il numero del blocco da cui provengono e mi chiede per cosa le utilizzassimo, io spiegai il vasto ventaglio di applicazioni d’intaglieria. Mi chiese allora di parlare con la direzione perché sarebbe stato interessante far conoscere meglio il materiale. Così si sviluppò l’idea della mostra “dalla tartaruga all’arcobaleno”, esposta in un grande e bel capannone Mazzucchelli degli anni trenta, ristrutturato. Abbiamo chiesto l’intervento di  tanti designer associandoli a produttori, per creare con il rhodoid fornito gli oggetti più disparati da manici d’ombrello ai coltelli, credo fossero più di duecento. Ad esempio Enzo Mari con Artemide, Daniela Puppa con  Kartell, Paola Navone con  Alessi, Bruno Munari con Danese, Ruggero Barenghi con Olivari , Handler Rosemberg con Pomellato. Missoni produsse fiori colorati, Denis Santachiara con B&B propose un tavolino che reggeva un primordiale computer. La mostra fu presentata alla XVII Triennale di Milano grazie all’allora presidente Eugenio Peggio, con un prestigioso catalogo Electa.

 

Polimero Arte. Intevista di Artscore a Giorgio Bonafè. Rose di rhodoid di Missoni

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè, spille di Missoni a forma di rosa in rhodoid, per la mostra Dalla Tarataruga all’Arcobaleno

 

Negli anni ottanta Mazzucchelli aveva picchi di produzione col rhodoid, in certi periodi di moda nel design era il metallo e allora scendeva drasticamente la produzione. Dopo la mostra seguì una grande richiesta di lavoro, non facevamo in tempo a fare i blocchi. Quel successo enorme faceva un pò tornare ai vecchi tempi di Polimero Arte, ma si può dire ancora che polimero arte continua perchè finchè io ci sarò gli artisti mi chiederanno consigli e pareri, e qualche artista continua questa storia bella di cui parliamo ancora con la sua eredità. 

 

Polimero Arte raccontata da Giorgio Bonafè. L'artista Simona SantaSeveso nel Map tra una sua scultura e quella di Man Ray

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Simona SantaSeveso con una sua Candy Skkinn al MAP, accanto all’opera di Man Ray

 

Il MAP di Castiglione Olona

Come si arrivò al  MAP? 

L’idea del Museo risale agli anni ottanta. Il Conte Castiglioni e Franco Mazzucchelli ci pensarono vista la collezione immensa, ogni artista per ricompensare l’azienda lasciava una o due opere. Il Museo coincide praticamente con la collezione completa, 51 opere prima in vari locali della fabbrica. Ci siamo riuniti per deciderlo io, il sindaco di Castiglione Olona Giorgio Luini, il professore di Brera Rolando Bellini, la proprietaria Silvia Orsi. Per la la costituzione del Museo di Arte Plastica il comune ha concesso un’area dello splendido palazzo, che contiene ancora affreschi di Masolino. L’arte moderna incastonata nell’architettura del Quattrocento. Abbiamo così dato un valore democratico alle opere piuttosto che lasciarle visibili ai pochi clienti importanti, e senza un supporto curatoriale. L’allestimento fu deciso per mettere a nudo ogni opera, da poter esser vista secondo ogni angolazione. Ho pensato io alla parte tecnica e la curatrice ha documentato ogni imperfezione, per valorizzare la storia e la qualità nello stato perfetto dell’opera.

Il Map apre nel 2004 con la collezione Mazzucchelli di Polimero Arte. All’inaugurazione erano presenti Santi Sircana, Gandini, Strazza, Valentina Berardinone, Giuliana Balice e molti altri.

 

Polimero Arte, Il MAP dall'interno

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè il Museo Arte Plastica, vista del cortile attraverso i polimeri, courtesy MAP

 

L’eredità di Polimero Arte

Considera il lavoro di Simona SantaSeveso erede di Polimero Arte con altri giovani

Si, tutti gli artisti aggiunti alla collezione rappresentano questa continuazione.

Ho conosciuto Simona SantaSeveso durante una sua mostra al Castello di Monteruzzo. L’assessore alla cultura Stefano Uboldi me la presentò. Lei voleva inglobare nel plexiglas il calco della sua mano precedentemente racchiuso nella resina. Uboldi le parlò di me come tecnico e conoscitore della materia che poteva consigliare come strutturare il lavoro. Abbiamo parlato e ho creduto nel suo progetto. Raccomandai Gesiplast di Gerardo e Paolo De Luca con cui collaboro e che oggi apre le porte agli artisti, visto che in Mazzucchelli non esiste più quel reparto. Ora siamo qui con lei a raccontare la mia storia.

 

Polimero Arte. Intevista di Artscore a Giorgio Bonafè. Una Candy Skkinn Hands di Simona SantaSeveso

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Opera di Simona SantaSeveso con il calco della propria mano, realizzata con Gesiplast. Ph. Sofia Obracaj

 

Con Gesiplast lei stesso ha portato avanti il lavoro di alcuni artisti? 

Avevo già lavorato con loro, ho fatto fare cinque sfere di Santi Sircana perchè il padre di Silvia Orsi  era innamorato dell’opera, le abbiamo prodotte per loro e altri collezionisti.

Paolo De Luca è venuto a fare prima due foto all’opera già pronta, e si è messo al lavoro nella sua ditta con il blocco che abbiamo fornito. Solo con certe macchine si possono ottenere alcune lavorazioni, con le loro a sei assi il risultato fu soddisfacente. Per Frattini da una piccola scultura abbiamo creato un oggetto d’arte grande inglobando nel metacrilato, in quel caso serve un autoclave dove questo materiale a 120 gradi polimerizza e diventa solido. Con Gesiplast non possiamo parlare di “Polimero Arte” perché fu un progetto specifico di Mazzucchelli1849 ma i principi sono gli stessi, e ha valore la collaborazione mia come tecnico storico di quell’operazione. Insomma Gesiplast è la prima azienda che raccoglie l’eredità lasciata.

 

Polimero Arte. Locandina della mostra di Simona SantaSeveso al MAP

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Simona SantaSeveso al MAP

 

Così diciamo degli artisti che oggi affidano ai polimeri la loro ricerca, che hanno lavorato con me e che sono inseriti nella nuova collezione del MAP, ma solo coloro che sono stati selezionati dallo stesso comitato scientifico del primo nucleo espositivo. Ad esempio un’altra giovane leva che si riallaccia alla stagione di Polimero Arte è rappresentata da Roberto Carullo.

La collezione del MAP può aumentare ancora? 

Dipende dagli spazi che sono limitati, e solo gli assessori possono deciderlo. Il nucleo centrale resta comunque di proprietà di Mazzucchelli (Orsi), mentre le più recenti sono donazioni al Comune oppure in comodato d’uso come la mia, quella di Frattini, e dei nuovi inserimenti come SantaSeveso e Carullo.

Michela Ongaretti

Record per Marzio Tamer, moltissimi visitatori anche per un elefante

Record di visite per Marzio Tamer. Tre mesi al Museo di Storia Naturale

Record di visite per un genio assoluto del figurativo. La mostra di Marzio Tamer presso il Museo di Storia Naturale ha stupito per tre mesi i milanesi e i turisti amanti dell’arte.

Chiuderà domenica 7 gennaio 2018 la prima mostra in uno spazio pubblico del pittore. La curatela è di Stefano Zuffi e Lorenza Salamon, direttrice dell’omonima galleria, che Artscore ha avuto il piacere di intervistare il mese scorso durante l’esposizione di Gianluca Corona. Quella che si presenta come la più vasta esposizione finora concepita sulla produzione di Tamer ha raggiunto il suo record soprattutto nei giorni di festa, dove ad ammirare animali e paesaggi abbiamo visto persone di ogni età e provenienza, anche famiglie con bambini.

Recordo per Marzio Tamer, moltissimi visitatori davanti ad un elefante

Record di visite per la mostra di Marzio Tamer, tre mesi al Museo di Storia Naturale anche per un elefante ad acquerello e dry brush, ph. Sofia Obracaj

Questioni di disciplina

Anche al Museo di Storia Naturale ciò che stupisce di Tamer è in primis la tecnica. Lorenza Salamon, che lo tratta dalla fine degli anni ottanta, lo definisce senza esitazione come il più bravo acquerellista vivente. Record di eccellenza sia per gli acquerelli, sbalorditivi nella resa intensa e definita, “grafica”, che per la raffinatezza della sua tempera all’uovo e dei quadri ad olio su tela.

Tamer inizia con l’acrilico, ma si converte alla tempera proprio su consiglio di Salamon.  Ha perfezionato in pochi mesi la cura nell’impegnativa preparazione di supporto e colori, che si è rivelata congeniale alla sua ricerca, alle sue scelte iconografiche. Non é da tutti, ma questa dedizione traspare per tutti dall’opera finita. Con consapevolezza dichiara quanto il maniacale lavoro sull’equilibrio della composizione e la scelta dei toni, siano le due componenti essenziali per riuscita di un suo dipinto.

Record di visite al Museo di Storia naturale per Marzio Tamer, Daino

Record di visite per Marzio Tamer al Museo di Storia Naturale. Un recente ritratto di Daino, particolare, acquerello intelato, 2017


Solo successivamente Tamer ha incontrato l’acquerello che lo ha entusiasmato e impegnato su molta produzione. Memorabile la selezione estrema nella scelta dei colori, e quella definizione lineare davvero unica. Gli ultimi acquerelli sono particolari di teste non finite, emergenti dal fondo chiaro, come il daino a misura naturale in mostra. La decontestualizzazione dell’animale dal suo habitat, come in un vero e proprio ritratto, unita alla proporzione naturale, caratterizzano anche l
e opere più recenti, ad olio.

Qualunque sia il soggetto raffigurato l’artista mette sempre in evidenza la texture: che sia del pelo di un lupo, della pelle rugosa di un elefante, della ruvidezza di una pietra, del terreno argilloso di una collina o della massa mobile delle fronde di un albero.

Record di perfezione per Marzio Tamer

Record di visite al Museo di Storia Naturale, MarzioTamer, Gelso, acquerello e dry brush, 2009

I soggetti

La passione per gli animali viene dall’infanzia, dall’idea della madre di creare un’enciclopedia degli animali. Le foto in quelle pagine ritraggono i soggetti che l’artista oggi propone con una visione sensoriale, quasi come se l’estrema semplicità del fondo bilanciasse una presenza tattile e psicologica dell’animale. Ciascuno di essi ha un suo carattere, una sua presenza scenica, che ci attrae rendendoci parte di essa. Pare di sentire il loro respiro da vicino, dopo che una barriera sia stata rimossa. Siamo catapultati nel loro mondo.

Se il paesaggio risponde spesso della profonda osservazione del contesto lombardo, qualche volta il pennello di Tamer si sofferma su un dettaglio di un viaggio più lontano. Per la ferrea necessità di controllare la composizione, il racconto è dato soprattutto dai rapporti spaziali, ci sono dipinti che elaborano una visone dal vivo per arrivare a paesaggi in parte immaginari.

La nostra scoperta museale ha individuato e seguito tre linee guida o “sentimenti”, per noi di grande valore in quanto visivamente ben comprensibili. Ecco quindi l’avvicinarsi dello sguardo del pittore agli elementi selezionati con rigore elegante, la rilevanza identitaria delle loro textures, e la sfacciata integrazione tra gli elementi naturali. Quale è il soggetto tra un masso grande più della metà della tela e un uccellino posato su di esso? La grazia di “esemplare” è condivisa, anche con noi.

In mostra si può vedere un accostamento con le acqueforti di Federica Galli, la cui Fondazione promuove l’esposizione.

Record per Marzio Tamer, moltissimi visitatori davanti ai suoi lupi

Record di visite per la mostra di Marzio Tamer, tre mesi al Museo di Storia Naturale con i lupi, ph. Sofia Obracaj

Il Lupo

Tra tutti gli animali rappresentati un ruolo d’onore spetta al lupo, con diversi lavori nel corpus delle opere di Tamer. Anello di congiunzione tra l’Uomo e la Natura selvaggia, vive attraverso la pittura in molti atteggiamenti, in compagnia o più spesso solo.

Il lupo è protagonista anche del cortometraggio di Gabriele Salvatores, proiettato nella seconda sala.  Si intitola “The Promise” e riflette anche questo sul rapporto tra l’uomo e la Natura, emblematizzata dal cane originario.

Record di viste alla mostra milanese di tamer al mueso di Storia Naturale

Record di visite per marzio Tamer. Una prova di perfezione e semplicità

Un dipinto

Massimo esempio della perfezione raggiunta è un passero posato su di una pietra, che già nella sua forma ad uovo porta il pensiero sulla naturale geometria della natura e rimanda al simbolismo dell’origine. Da notare come le ombre dei due elementi compositivi si riflettano con un effetto diverso dovuto alla diversa materia di appoggio. In questo capolavoro ritroviamo le parole di Stefano Zuffi quando definisce l’opera di Tamer un “canto d’amore verso ogni aspetto del mondo“, che sentiamo come “non ci circonda dall’esterno ma penetra dentro di noi, fino alle più delicate ragioni del sentimento”.

Record id visite per la Natura del pittore Tamer

Record di visite per la mostra Marzio Tamer, Pittore per Natura. Tra i suoi animali, ph. Sofia Obracaj

Record milanese

La maggior parte dei cinquanta dipinti proviene da collezionisti privati che hanno prestato le opere. Le offrono all’osservazione di visitatori che non coincidono col pubblico di una galleria, dimostrando, con il loro grande afflusso, quanto per avvicinare all’arte alle persone forse non abbiamo bisogno di concettualismi astrusi. Mostrare la bellezza attraverso uno sguardo posato sul mondo, per restituire una visione soggettiva ma nello stesso tempo rispettosa del reale, è un record per nulla scontato.

Michela Ongaretti

Record di visite per Tamer e iil suo rinoceronte

Record di visite per Marzio Tamer- Pittore per Natura. Rinoceronte acquerello e dry brush, ph. Sofia Obracaj

Record di visite per Tamer e i suoi animali

Record di visite per Marzio Tamer- Pittore per Natura. Tempera all’uovo per i lupi, ph. Sofia Obracaj

Record di visite per Tamer e i suoi paesaggi

Record di visite per Marzio Tamer- Pittore per Natura. Paesaggi, ph. Sofia Obracaj

 

Museo di Storia Naturale, Corso Venezia 55 – M1 Palestro

dalle 9.00 alle 17.30 (ultimo ingresso 17.00) ingresso libero
Per maggiori informazioni: www.comune.milano.it

New York vista da Michele Palazzo

New York è street fauna. A Milano la fotografia di Michele Palazzo

Michele Palazzo deve la sua fortuna come fotografo al desiderio incondizionato di testimonianza. Con la sua Ricoh GR è sceso in strada a New York nell’inverno del 2016 mentre imperversava la tempesta di neve Jonas e lo scatto della metropoli trasformata in paesaggio impressionista ha fatto il giro del mondo in alcune ore. Oggi Artscore intervista per la prima volta un fotografo, convinti che una passione testarda possa a volte superare le logiche del mercato e delle caste, forse meno difficile lontano dall’Europa.

 

New York vista da Michele Palazzo

New York è street fauna. Artscore intervista il fotografo Michele Palazzo, ph. Sofia Obracaj

 

“Il talento è fortuna. Penso che la cosa più importante nella vita sia avere coraggio”. Le contraddittorie parole di Woody Allen nel film Manhattan ci sono venute in mente quando abbiamo conosciuto la storia di Palazzo. Non mettiamo certo in discussione il talento, ma pensiamo che se con coraggio non avesse mostrato quella foto del Flatiron Building “trasfigurato” e non avesse avuto la fortuna di farlo nel momento giusto, forse non avremmo visto la sua personale “Dove Comincia il Mondo” presso la Galleria Still, qui a Milano. La fortuna è anche la vostra, se vorrete visitare l’esposizione aperta fino al 12 gennaio.

Di sicuro in comune con Woody Allen c’è l’entusiasmo per la vita nella Grande Mela, protagonista dei venti scatti presenti nella mostra curata da Denis Curti e Maria Vittoria Baravelli. Quello che intende mostrare Palazzo non sono sono i cityscape formati dal profilo di grattacieli o di architetture ultramoderne, il suo obiettivo si muove in strada da quando il fotografo ne fa parte osservando i suoi simili, le persone come le personalità che fanno Manhattan, nella sua quotidiana e brulicante vita. Un racconto che può farsi corale nella ricerca ma che si concentra sempre sull’individuo nelle singole immagini, frammenti di esistenze scrutate nell’attimo del loro passaggio, che la fotografia fa immaginare  tragiche o riflessive, a persino grottesche. Quel che è certo che New York accoglie e si definisce da questi volti originari di tutto il mondo, cosa che ben si evince dalla scelta dei soggetti.

 

New York vista da Michele Palazzo. In mostra presso Still fotografia fino al 12 gennaio 2018

New York è street fauna. La fotografia di Michele Palazzo presso Still, ph. Sofia Obracaj

 

Mille volti della street fauna

Il nucleo dell’indagine fotografica di Michele Palazzo è questo, le persone nelle strade cittadine così occupati dalle loro attività quotidiane da non accorgersi di essere osservabili come esemplari di un’umanità che riflette lo stile di vita del luogo. Non per nulla il sito ha il nome del suo progetto, street fauna perchè si concentra sugli animali dello zoo cittadino che siamo noi, esistenti in quanto tali in relazione all’ambiente che definiscono mentre lo attraversano o lo usano, qualcuno vive nel suo mondo privato e pare non mescolarsi agli altri mentre qualcuno addirittura può nascondersi tra le varie anime. Esiste dinamismo tra gli spazi e le persone che abitano la strada in maniera naturale forse perchè non sanno di essere fotografati o forse perchè a New York è così, fatta di gente abituata a convivere con moltitudini di diversa estrazione sociale, stranieri e americani intenti in diverse attività, insomma la cultura si riflette nel soggetto. Ce lo spiega Palazzo a cui chiediamo se abbia intenzione di allargare il progetto ad altre metropoli del mondo, ragiona su come l’esperimento possa essere utile a riflettere quel genius loci che traspare dai volti dei cittadini fotografati. Racconta di aver scattato in varie città aggiungendo che lui stesso si trova ad essere un fotografo diverso in base a dove si trovi. Se a new York ha trovato una vera e propria casa e si sente quindi più sfrontato, in Italia è più frenato per la questione della privacy e delle persone che non sempre reagiscono positivamente, ma in queste differenti situazioni intende arricchire la sua street fauna, “per me la cosa interessante quando viaggio è proprio capire che tipo di foto farò e mi stupisco delle volte di quello che salta fuori”.

 

New York vista da Michele Palazzo. In mostra presso Still

New York è street fauna. A Milano la fotografia di Michele Palazzo, ph. Sofia Obracaj

 

Il discorso può essere valido anche nelle piccole città? Per lui si magari adattando gli strumenti in maniera funzionale a queste differenze, magari girando con una macchina più piccola e meno avvertibile, una volta provando anche con una GopPro.

Chiediamo delle impressioni diverse in  tre città vive e vegete in Europa: Barcellona, Londra e Parigi. nella prima palazzo ha abitato da studente per un anno ed in effetti ha scattato molto, ma considera opere immature, Parigi il genius loci non lo ha colpito, forse i volti erano troppo “turistici”, o forse perchè suo elemento principe è la maestosità dell’architettura. Su Londra si sofferma parlandoci dei grandi stimoli dalla sua recente visita al Barbican Centre, “avrei voluto passarci una settimana a seguire i giochi di luce con le persone all’interno della struttura”.

 

New York è anche solitudine, la street fauna di Palazzo

New York è street fauna. Alone in NY, fotografia di Michele Palazzo

 

Un fotografo “di pancia”

Così si definisce Michele Palazzo a cui chiediamo un bilancio per la sua avventura con la fotografia iniziata in tenera età e proseguita durante gli studi in architettura, ma che presto lo aveva stancato per non avere l’uomo al centro delle sue immagini. Se si deve sentire stimolato e New York ha fornito e continua a fornire le suggestioni che lo spingono a continuare questa ricerca, il successo della foto di Jonas lo ha spinto a pensare in termini più progettuali la sua street fauna. E’ buffo come una foto che non abbia figure umane, che quindi in realtà si discosta dal suo modus operandi, “sia stato un segnale della mia maturità nella disciplina, la scintilla che lo ha fatto legare ancor più alla città con l’idea e l’obiettivo di catalogare più animi umani possibile”. Ora è più reale l’ambizione di continuare a fotografare, “ l’obiettivo è sopravvivere con e a questa cosa, ho bisogno di fare foto in maniera quasi compulsiva, necessario come prendere una medicina, e spero che continuare e migliorare sempre questa ricerca”.

 

New York vista da Michele Palazzopresso Still fino al 12 gennaio 2018

New York è street fauna. A Milano le luci della città fotografata di Michele Palazzo, ph. Sofia Obracaj

 

Fortuna e talento a New York

Ci racconta l’episodio legato al Flatiron Building ritratto sotto la neve. “ Due giorni dopo lo scatto sono tornato là e sono entrato nel palazzo dove c’era una galleria e guarda caso un’installazione dal titolo “Snow Flakes”, la gallerista con rammarico mi disse che dopo tre anni la proprietà riprendeva per sé lo spazio. Si trattava della compagnia telefonica Sprint che mi aveva già contattato per chiedermi di pubblicare sul loro profilo instagram la foto, e alla quale avevo detto no. Allora ho proposto alla galleria di fare qualcosa più in grande con me cercando di convincere il marketing di Sprint a veicolare il loro nome all’arte e lasciare quindi lo spazio nella funzione attuale, i giornali ne avrebbero parlato grazie al tam tam che si era creato, e avrebbero parlato del mecenatismo di Sprint. Non accettarono e per un anno il locale fu utilizzato da Sprint , ma la cosa interessante è che la società italiana proprietaria dell’intero stabile, Sorgente Group, si è mossa perchè ancora fosse l’arte ad abitare la vetrina. Ora non posso definirla una galleria come struttura organizzata ma si espone e si vende arte. E’ comunque stata quella foto a cambiare le cose”.

 

New York sotto la neve per Michele Palazzo

New York è street fauna. Michele Palazzo racconta ad Artscore la storia di una foto che gli ha cambiato la vita, ph. Sofia Obracaj

 

Palazzo non ha più fatto una mostra al Flatiron ma ne ha fatte altre da allora a New York , la foto della bufera si trova in una galleria dove può essere venduta in edizione limitata.

Dicevamo che quell’immagine che lo ha fatto conoscere non segue la sua specifica ricerca.

“In quel momento ero molto talebano anche su tutto ciò che mettevo su Instagram, solo street fauna. “Poi mi sono buttato e dal social Eyeem è stata notata e ha avuto risonanza immediatamente grazie al blog thisiscolossal.com, ne hanno scritto poi Telegraph, il Guardian e altre riviste. Il suo successo mi ha bloccato e mi sono detto di piacere per quello che non mi rappresentava al cento per cento, ma poi ho pensato che grazie a questa notorietà potevo mettere più in evidenza con coraggio il resto del mio lavoro, che da allora andava preso sul serio. Come spesso mi accade un istinto  mi spingeva a ascattare quella notte  e questo coraggio di sfruttare quel momento ha assecondato la fortuna di essere nel posto giusto al momento giusto.

 

New York per Michele palazzo è anche subway mood

New York è street-fauna. Michele-Palazzo-Subway Mood di Michele Palazzo all’interno della mostra Dove Comincia il Mondo

 

Gli chiediamo se la sua produzione possa essere collocata meglio come foto d’arte o fotogiornalismo. Palazzo non vuole definirsi in un contesto preciso ma ci ricorda con entusiasmo le collaborazioni nate, come quella con un artista che ha operato sulle sue stampe e da cui è nata una mostra, dimostrando umiltà e pragmatismo. “Mi piace contaminare con altre discipline perché sai la fotografia è difficile adesso, tutti possono fare belle foto con buoni strumenti popolari ma pochi hanno cose da dire” .

 

Web e fotografia

Pare che il web abbia messo in crisi le agenzie, il sistema di vendita prima esistente. Ma New York e da chi deve parte della notorietà ad un blog il web non può essere più visto come un pericolo.

“Per me è un’opportunità incredibile , forse quelli che lo temono sono i fotografi della vecchia guardia con la paura di perdere quello status di elite che esisteva. La fotografia era una disciplina costosa e difficile mentre ora è tecnicamente alla portata di tutti. Senza il web non avrei avuto questa possibilità e il panorama va spinto nel suo cambiamento, comunque i contenuti validi sono pochi e si distinguono e se hai una voce il web non farà altro che amplificarla. Per le foto che fanno notizia l’informazione globale facilita il buon fotogiornalismo, e persino facilitare il mercato coinvolgendo nuovi attori e collezionisti, che si apre oggi alla Cina.

Ad Artscore sembra di viaggiare su un doppio binario visto che accanto alla foto online cresce la richiesta di stampe su carta pregiata in edizione limitata, e anche nelle fiere d’arte aumenta la presenza della Fotografia. Concorda Palazzo che vede fuizioni diversificate anche nella stessa persona, “ma chi si accontenta di un’immagine sul pc comunque non comprava nemmeno prima”.

 

New York secondo Michele Palazzo. Dove comincia il Mondo

New York è street fauna. A Milano la fotografia di Michele Palazzo, in visita alla mostra Dove comincia il mondo, ph. Sofia Obracaj

 

Mercato e Futuro

Parlando della  differenza tra i mercati. “Per me quello di New York  è meno snob di quello italiano od europeo, più aperto a dare possibilità ad autori emergenti anche se ultraquarantenni. Per la fotografia più maturo, dove molte gallerie sono pronte a scommettere sui suoi autori”.

Però in Francia hanno richiesto Palazzo, “forse un pò perchè New York ha il suo fascino indiscutibile, è iconica, quindi è un pò più facile notare le sue immagini. Credo poi che la mia sia una vista atipica del Flatiron Building di solito visto per intero, concentrarsi solo questa punta fa immaginare qualcosa di immenso come una nave che entra nella neve”.

Le infinite sfaccettature di Manhattan non smettono di stimolare: “Mi sono finora concentrato sulla 23esima strada, la Quinta Avenue e Madison Square Park trovando ogni giorno grandi differenze, ora vorrei lavorare solo sulla 23esima che è la mia via. E’ un crocevia, un microcosmo di personalità incredibili, l’idea di New York come esperienza di variazione sociale qui si respira in piccolo”.

Michela Ongaretti

 

Mew York e la vista parziale del Flatiron Building sotto la bufera di neve Jonas, foto di Sofia Obracaj

New York è street fauna. In mostra da Still la fotografia di Michele Palazzo, ph. Sofia Obracaj

 

Se volete vedere l’intero progetto street fauna potete trovarlo a questo link con il portfolio di Michele Palazzo www.streetfauna.com

 

Dove comincia il Mondo

Still

Via Balilla 36, Milano

fino al 12 gennaio

Disegno bellezza e fiere d'Arte. Ritratto di Lorenza Salamon

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon

Dopo la nostra entusiastica visita alla fiera Grandart per la sua apertura al panorama del figurativo, abbiamo avuto il piacere di visitare la mostra di Gianluca Corona presso la Galleria Salamon. Il successivo passo logico è stato una conversazione con Lorenza Salamon creatrice del format Grandart con Federico Rui. Con lei abbiamo avuto un incontro molto istruttivo non solo sull’arte contemporanea nel mondo delle fiere internazionali, ma sulla storia di un’attività con la sua personale  visione che privilegia gli aspetti che Artscore vorrebbe venissero accolti sempre più nel contesto, il valore del disegno e della bellezza, la nobiltà della carta e il riconoscimento obiettivo della perizia tecnica degli artisti, contro a tendenze frutto di logiche di mercato e moda per noi sempre meno vitali.

 

disegno e colore dei Flowers di Gianluca Corona

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon. Particolare di un dipinto di Gianluca Corona, ph. Sofia Obracaj

 

Ci troviamo nella Galleria Salamon che ha tutta l’aria di essere un luogo di studio, un ambiente come quello alla base dell’idea originaria di collezione dal cui sviluppo sono nate le gallerie e i musei moderni, le wunderkammer,  dove gli esemplari di naturalia e artificialia erano entrambi mirabilia, presenti al fine di destare meraviglia. Così le opere in mostra con Salamon destano meraviglia : qual è il loro punto di forza? Lo stupore emerge attraverso quale aspetto in particolare?

Proprio così. L’idea è in effetti quella di avere uno spazio ordinato e pulito ma non asettico, un ambiente che si avvicini il più possibile a quello che si vive nel lavoro quotidiano. La meraviglia arriva su due canali diversi: quello della tecnica, vogliamo cioè strabiliare ancora con un’arte che mostri un’abilità ed un talento declinato in vari personalità dai diversi artisti ma sempre unico, e il canale della bellezza. Questi sono i due argomenti portanti sui quali viene fatta una primissima selezione degli artisti che vengono poi seguiti nel tempo. I rapporti di collaborazione sono duraturi,  in molti casi ventennali come con Marzio Tamer, al punto da diventare percorsi di vita trascorsi insieme nel lavoro per l’arte.

 

Disegno e bellezza dipinta ci attendono alla galleria Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. L’ingresso della galleria Salamon, ph. Sofia Obracaj

 

L’origine della sua avventura come gallerista è famigliare?

Si, per me è stata una grande fortuna essere una gallerista di terza generazione. Hanno iniziato mio nonno che non ho conosciuto e mia nonna che era una donna straordinaria, visse una vita rarissima per essere nata nell’11, svolgeva un lavoro impegnativo, fu partigiana..insomma una storia densa di valori particolari per l’epoca. Io ho iniziato con mio padre nel 1986 e  le mie prime esperienze sono sulla stampa antica originale di grandi maestri, cosa che secondo me ha educato l’occhio alla ricerca spasmodica dei limiti di quello che il figurativo oggi può portare nella massima originalità possibile, perchè l’incisione ancora più di altre arti porta inventiva e originalità. il primissimo rapporto è stato con Maurizio Bottoni e Ivan Theimer, grandi pittore e scultore. Ma ad essere decisivo del mio nuovo interesse verso un certo tipo di arte contemporanea e stato Marzio Tamer che ho iniziato a seguire nel 1992. In sincerità secondo me tutti questi pittori devono a Bottoni con le molte mostre da noi curate una sorta di riconoscenza culturale, viene un pò dal suo lavoro l’apertura e l’interesse al “realismo”, giocato in maniera molto diversa da quello da quello americano ma sicuramente di realismo dobbiamo parlare. Il gruppo di artisti contemporanei è diventato sempre più nutrito e oggi costituisce il 90 per cento del lavoro, ma non abbiamo dimenticato le stampe antiche.

 

Disegno e Bellezza nell'intervista a Lorenza Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. La versione di Lorenza Salamon, conversazione tra Tamer e Corona, ph. Sofia Obracaj

 

Tra le diverse meraviglie noto una componente, alla quale Artscore è molto legato, quella del disegno. E’ alla base di questa pittura o che comunque lo prende in considerazione mentre in tanta arte contemporanea si tende a tralasciarlo. In un mondo come in nostro dove spesso la bellezza è considerata anacronistica o proprio negata in senso programmatico qui osserviamo dipinti legati all’idea dell’opera fatta bene: questa è una vocazione di Salamon.. ma risponde anche in effetti ad una nuova esigenza, non solo del pubblico ma in crescita nel mercato?

L’impressione è che ci sia. Finora abbiamo sicuramente lavorato in controtendenza.

Dall’entusiasmo con cui è stata accolta la mostra di Grandart che è un progetto nato proprio da questa galleria, la fiera ha agito come cartina al tornasole di quelle che erano forse delle speranze più che una certezza, direi che questa ricerca di bellezza è stata sempre più viva. Non che da punto di vista mediatico ci sia una valanga di segnalazioni ma nel pubblico c’è una rinnovata ricerca di questa bellezza, sicuramente un grande interesse perchè non si può e non si vuole vivere nella bruttura, equivale a vivere in maniera disagiata. Tutti noi vorremmo che la città sia più pulita e gradevole  possibile per chi la frequenta e la vive, così è chiaro che anche all’interno delle proprie case c’è l’esigenza di avere opere semplicemente belle e comprensibili, da giudicare con i propri occhi e il  libero arbitrio del fruitore, non come nell’arte concettuale dove c’è sempre bisogno di un intermediazione culturale. L’unico rischio di queste opere è che un errore viene percepito subito in primis dall’acquirente , insomma devono essere perfette.

Tornando sul disegno mi viene spontaneo venendo dalla stampa antica associarlo alla carta. Non riesco a considerare un’opera d’arte senza dimenticarmi della carta con tutto quello che ha portato della pittura del mondo, asiatica e occidentale, proprio per il fascino e la durevolezza incredibili che ha. Ci sono opere importanti dalla seconda metà del duecento che si conservano perfettamente, quindi dalla carta e la stampa d’arte per proprietà transitiva l’interesse passa al disegno, abbiamo tantissimi disegnatori e ancora più acquerellisti.

Non tutti gli artisti che tratto stranamente però praticano il disegno, caso raro e clamoroso è ad esempio quello di Tamer che non disegna sotto all’acquerello parte direttamente da bozzetti di 30 cm e da lì riesce a trasferirli per realizzare opere di grandi dimensioni anche due metri di altezza. Tra chi ama il disegno c’è invece chi lo tratta come vezzo personale: lo scultore Ugo Riva disegna per il suo piacere con una passione quasi superiore alla scultura, poi regala le carte agli amici.

 

Disegno e bellezza nell'acquerello di Marzio Tamer

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon. Acquerello di Marzio Tamer del 2014, courtesy galleria Salamon

 

A proposito di carta siete tra le poche gallerie che la trattano, c’è D406 ma con una selezione molto differente. Nel ‘900 la carta è stata un pò bistrattata forse perché associata al bozzetto, all’opera solo preparatoria. Qual è la sua visione di questo antichissimo e tutt’oggi vivo supporto?

Da tanti è considerato per errore come un supporto povero, può aver dato questa impressione anche  la necessità di proteggerla col vetro. Oggi si dimostra invece il danno nel non lasciarla respirare. Arrivando io dalla stampa antica le posso dire che un’acquaforte di dürer con 600 anni sulle spalle si conserva assolutamente intatta, lui consapevole della sua bravura e del suo mercato ha sempre dedicato denaro tempo ed energia nella scelta di carte adatte e di buona qualità. Le ammiriamo integre se vengono trattate al minimo della decenza, senza parlare di climatizzatori ma restando nei limiti  della tutela casalinga, E’ poi falso che non si debbano bagnare, perchè bulini acqueforti e litografie possono essere lavate con un bagno di acqua, a meno che non ci siano problemi specifici e patologici tipo il pesciolino d’argento o foxing.

 

Disegno con l'acquerello. Opere di Giorgia Oldano in mostra da Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. Opere di Giorgia Oldano nella galleria Salamon, ph. Sofia Obracaj

 

Secondo lei i suoi collezionisti non sono coloro che comprano opere d’arte per riporle in un caveau quindi considerando l’acquisto d’arte come investimento, vogliono invece godere dell’opera che hanno comprato?

Lo affermo con certezza perchè conosco bene i miei collezionisti. Posso dirle che ci sono dei trustees americani che stanno comprando quindi accanto agli acquirenti per piacere si sta immaginando una rivalutazione. Certo non illudiamoci che uno si porti a casa un’opera a prescindere dal suo valore. Diciamo gli italiani sono persone di successo protagonisti dell’imprenditoria sana, proprietari di piccole imprese che sanno muoversi nel mercato.  Mi rallegra che abbiano ancora più consapevolezza di me sul fatto che queste opere si rivaluteranno, però fondamentalmente le acquistano per il piacere di vederle.

 

Disegno colore e bellezza. Presso la Galleria Salamon

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon. In visita alla mostra Flowers di Gianluca Corona, ph. Sofia Obracaj

 

Quindi lei vede un futuro nella carta?

Si ci credo. Prendiamo come esempio la fiera WOP Art ( Works On Paper) che ha avuto un successo notevole e sta crescendo molto. Prendiamo un altro dato ancora più significativo secondo me: la Francia intera da sette-otto anni sta investendo moltissimo sul disegno a livello statale ( operazione di tutela da noi inesistente vuoi per colpa della burocrazia). Forse è una reazione alla perdita del testimone come piattaforma mondiale del contemporaneo dalla Francia, tenuto in assoluto fino alla seconda guerra mondiale per poi passare a New York. La Francia oggi sta cercando di recuperare il terreno perduto proprio con il disegno. A Parigi le mostre sul disegno antico e moderno aperte in contemporanea sono tante e di primaria importanza, e questo dà garanzia sul futuro: se uno Stato che si è sempre culturalmente mosso con lungimiranza maggiore di tutti gli altri si dedica al disegno ciò ci da la certezza che la carta è in assoluto in crescita.

 

Disegno senza disegno nello sfondo per l'intervista a Lorenza Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. La versione di Lorenza Salamon, intervista con Artscore, ph. Sofia Obracaj

 

La Carta è protagonista solo per il disegno l’incisione e l’acquerello?

Anche per la scultura! Attualmente sto trattando Alice Zanin, giovane artista che attualmente espone in Triennale e al Mondadori Multicenter di Piazza Duomo. Le sue sculture in papier mâché sono molto eleganti e aeree. Qui come per molti artisti della galleria sono animali…non si tratta di una scelta predefinita, ma è pur sempre una casualità molto ricorrente vedere elefanti fenicotteri uccelli..

 

Disegno e bellezza anche in cartapesta per Alice Zanin

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon. Un leggero levriero in papier mâché di Alice Zanin, ora in mostra in Triennale

 

E dal punto di vista dei collezionisti? Le tematiche predilette sono proprio gli animali?

Di predilette non ne individuo, ammetto che sto ancora cercando alcuni artisti su dei temi che non tratto in galleria solo perchè non ho ancora trovato autori adeguati che se ne occupino. Mi interessa avere qualcuno che rappresenti delle città in parte come fa Papetti, ma nessuno mi ha ancora convinto come resa o originalità, qualcuno tende poi a copiarlo…

 

Disegno, Bellezza e Nudo con il talento di Simone Geraci da Salamon

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon. Il nudo di Simone Geraci, ph. Sofia Obracaj

 

Da Salamon si tratta il Nudo?

Poco. Ma a giugno esporrò un artista giovane che è arrivato a me con il Premio Selvatica, che prevede per il vincitore una mostra in galleria. Si chiama Simone Gerace e fa solo nudo, parte di una “scuola” di giovani pittori siciliani molto originali formata da personalità uniche.

 

Disegno e pittura nella natura mporta di Corona

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte . La versione di Lorenza Salamon. Dipinto di Gianluca Corona in mostra con nature morte di frutta e fiori, ph. Sofia Obracaj

 

Parliamo della bellezza che ci circonda in questo momento. Sul comunicato per Gianluca Corona si legge che le opere sono create appositamente per Salamon e che che “il suo virtuosismo tecnico si accompagna a delle composizioni innovative e moderne”. In cosa consiste l’innovazione?

Nella pulizia.  Corona intraprende una sfida difficile perchè è difficile essere innovativi in due generi di successo come il ritratto e la natura morta. La natura morta ha almeno cinquecento anni di storia dove ogni tre o quattro generazioni c’è stato un fuoriclasse, lui è riuscito a ritagliarsi uno spazio personale con composizioni molto nitide. Ultimamente ha persino scelto il monocromo che va incontro a questa idea di pulizia mai negando il suo amatissimo colore. I fiori e la frutta molto colorata sono da sempre suoi prediletti in pittura: quello che notiamo in questa serie è come ha schiarito al massimo i fondi. Ad esempio per “Le tre torri” ha tolto tutti quei barocchismi che facevano parte dei suoi primissimi anni, si concentra molto sui tre oggetti come se fosse il ritratto del mirtillo o del lampone.

 

Disegno e pittura all'antica di Gianluca Corona

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon. Particolare del dipinto Le Tre Torri di Gianluca Corona in mostra presso la galleria Salamon, ph. Sofia Obracaj

 

E’ sempre uno il soggetto?

Questo ultimamente, fa anche nature morte composite anche su richiesta. Ad esempio un viticoltore di Amarone ha chiesto una bottiglia con la sua etichetta e tutta una serie di elementi  legati a momenti della lavorazione di quell’uva come la cannella il melograno perchè tipicamente invernali.

Il soggetto appare come  una visione teatrale come se ci accendesse solo su di lui una luce, non c’è qualcosa che disturbi il suo presentarsi isolato, un backstage.

Il backstage c’è nei riflessi dei vasi, lo ricostruisce lì da quando ha scoperto questa abilità, se osserva da vicino c’è la percezione della stanza perchè è riflessa. Il contesto si manifesta attraverso un espediente degno della sua educazione artistica, nel vaso non c’è quello che lui vede ma quello che si riflette, il resto è molto pulito.

 

Disegno e colore in una splendida natura morrta di Gianluca Corona

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon. Fiori di Gianluca Corona con il particolare del riflesso sul vaso, in mostra presso la galleria Salamon, ph. Sofia Obracaj

 

E’ come se citasse noi spettatori nella natura morta, la nostra presenza celata e manifesta secondo quell’ espediente.

E’ vero siamo presenti nello spazio alluso con il riflesso della finestra, sempre la stessa perchè è quella del suo studio. Queste sono piccole innovazioni che con la pulizia e il colpo di luce rendono l’originalità dell’opera di Corona che si capisce appartenere ai nostri giorni. Questa linda visione è stata proposta da altre personalità ma parliamo di forse tre nell’arco di secoli! In generale noi lo riconosciamo a noi coevo definire cosa identifica la sua originale identità, certo non è di oggi la tecnica perchè è tradizionale al massimo, non credo esista nessuno oggi più bravo di lui a percorrere tutte le fasi di lavorazione rinascimentali, anche molto attento nella filologia perchè questo di nuovo porta ad una conservazione impeccabile. Ci tengo molto ad affermare quest’azione  in un’epoca in cui la maggior parte degli artisti non sa e non interessa se i supporti delle loro opere siano deteriorabili, conta solo l’esprimere un attimo di vita contemporanea.

Chi viene trattato in questa galleria è attento alla cura dei materiali, e questa per me è una forma di rispetto assoluta nei confronti del collezionista, è qualcosa che ha un valore intrinseco a prescindere: io ti sto fornendo un qualcosa che è durevole per tutto quello che potevo fare nella mia capacità manuale e nella mia conoscenza dei materiali o nelle fasi creative..

 

Disegno e pittura nello spazio della galleria Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. La versione di Lorenza Salamon, intervista tra la natura morta di Corona, ph. Sofia Obracaj

 

Parliamo di fiere d’arte. Sono fondamentali per gli artisti? Sono molto più utili agli artisti dei galleristi, ne sono consapevoli e disposti a fare carte false pur di parteciparvi. La comunicazione oggi è molto complicata, ormai chiunque arriva a chiunque con un click dal cellulare e questo crea confusione, perchè non è detto che quel click si riveli un effettivo interesse, però bisogna combattere dal mare magnum di Instagram che propone una valanga di immagini di opere e fotografie. La fiera permette un rapporto umano, consente al cliente di vedere in tre quattro ore piuttosto che in tre quattro giorni tutto quello che gli può interessare. La maggior parte delle persone lavora oggi dieci ore al giorno quindi non ha più tempo di venire in galleria e stare a chiacchierare col gallerista a lungo, come faceva negli anni settanta.

E’ buffo pensare come la fiera, inventata nella notte dei tempi, sia oggi lo strumento migliore per mostrarsi e mostrare le proprie opere con estrema trasparenza verso colleghi e pubblico, per conoscere clienti nuovi.

 

Disegno, bellezza e fiere d'arte. Gianluca Corona tra pe meraviglie della galleria Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. La versione di Lorenza Salamon con Gianluca Corona in mostra, ph. Sofia Obracaj

 

In linea con il valore di economicità del tempo che lei rammenta, una fiera non sarebbe ancora più efficace se tematica? Il collezionista saprebbe già di andare per trovare qualcosa di valido per i suoi gusti.

E’ secondo me una tendenza reale che lei coglie,  dimostrata da WOP Art alla suddivisione francese con Gran Palais sul disegno antico separato da altre mostre dedicate a quello moderno e contemporaneo; nello stesso tempo io credo molto nella formula all’inglese che è esattamente agli antipodi.

Un esempio su tutti Maastricht, la punta di diamante d’Europa. Ci vogliono tre giorni per vederla bene e lei passa a cose diversissime tutte di livello, il costo impedisce la partecipazione di gallerie di second’ordine, dal gioiello di nicchia al contemporaneo a tutte le arti più impensabili prendendo in considerazione tutte le culture e le tecniche da quella africana sconosciuta fino a dieci anni fa a quella maya, dalla ceramica ai tappetti..insomma il panorama più vasto possibile di epoche artisti tecniche e culture, la sua presentazione all’apice del mercato.

Sono due forme agli antipodi che possono funzionare. Io ad esempio ho creduto molto nella fase iniziale ad Affordable per il suo principio. Ripartendo dalle mie origini: l’incisione è stata in una fascia estremamente colta ma assolutamente democratica, quindi per me Affordable rappresentava una mostra che possa avvicinare chi non fa parte di un’élite economica, mi sembrava un’idea geniale.

 

Disegno bellezza e fiere d'arte tra gli argomenti della conversazione di Artscore con Lorenza Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. La versione di Lorenza Salamon, conversazione dall’alto, ph. Sofia Obracaj

 

Affordable Art Fair. Nell’ultima edizione a Milano non sembrava ci fosse stata grande selezione.

Il problema è che la selezione si ferma ad un certo punto. A Grandart dove mi sono trovata da entrambe le parti della barricata, come ideatore e organizzatore ma anche presente come espositore, ho visto per la prima volta cosa dovevano affrontare coloro che offrono gli spazi. Le fiere sono operazioni costose e quindi i budget funzionano se lo spazio predefinito è usato tutto. Magari con la prima selezione si riempiono due terzi e se non si copre l’altro terzo non si riesce a ripagare le spese, quindi si inserisce quel che le capita. Questo è il vero problema, è molto banale ma molto concreto. Da un lato non dico che comprendo Affordable di Milano di turno perchè inserire opere di scarsa qualità poi va a discriminare il lavoro di tutti quelli lavorano bene, si va a pensare che sotto i 5000 euro non ci siano pezzi importanti. Ci sono in effetti incisioni disegni e opere di piccolo formato validi, una percentuale che va dall’82 all’86 per cento del mercato mondiale è costituito da opere al di sotto di quella cifra,  stiamo parlando di un potenziale pazzesco reale di mercato vero e sano. Non è la formula sbagliata che anzi trovo democratica intelligente e giusta, probabilmente la cosa è dovuta al fatto che per molte piccole gallerie, volendo venire a Milano che è la città che probabilmente funziona meglio dal punto di vista economico, l’opportunità più logica sembri Affordable.

 

Disegno e pittura nell'allestimento presso la galleria Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. Scorcio dell’allestimento nella galleria Salamon, ph Sofia Obracaj

 

A Grandart  questo problema ce lo siamo posto, bisogna avere una serie di esperti davvero validi per la selezione, ma il problema dell’arte contemporanea è che a volte le opere di dubbio valore si trovano anche da Sotheby vendute per migliaia di dollari..la logica di mercato spesso non giustifica la domanda che anche lei si porrà, di quale sia la reale differenza tra una stampa della Zuppa Campbell di Warhol che costa molto e l’equivalente di un artista meno noto. In questo ginepraio io taglio la testa al toro e decido di investire su artisti che inequivocabilmente sanno dipingere e sono davvero innovativi.

Per questo le fiere specialistiche sono in crescita e in quest’ottica è nata Grandart che vogliamo migliorare moltissimo, diciamo che il sessanta per cento era esattamente quello che avremmo desiderato, è nel nostro disegno che ci siano anche artisti internazionali di peso. Vogliamo dare spazio a quegli incisori disegnatori pittori e scultori che si sono mossi nell’ambito della loro tecnica, prevalentemente non esclusivamente nella figurazione: la perizia disciplinare dovrebbe essere una discriminante ha poca voce per ora in Italia quindi noi vorremmo dargliela.

 

Disegno e bellezza dipinta di Gianluca Corona

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. Allestimento di Gianluca Corona nella galleria Salamon, ph Sofia Obracaj

 

Durante la vernice di Corona mi disse che in Francia e in Spagna ci sono delle gallerie particolarmente rivolte al figurativo.

Più in Spagna. Da Claudio Bravo in poi il figurativo ha avuto un seguito enorme in Spagna con le prime edizioni di Arco, una fiera molto importante che c’era a Madrid . Parlavano di realismo non di figurativo. Adesso in America sta riprendendo molta attenzione ed è declinato verso il pop, colori molto sgargianti nel recuperare oggetti che fanno parte della quotidianità conosciuti dove la cultura delle persone ci si riflette, in Spagna e in Sudamerica è invece più declinato alla Corona, nel recupero di soggetti classici visti e rivisti ma riproposti con un occhio contemporaneo. In Spagna sono tanti i galleristi sull’onda di quella cultura più profonda delle nostra, perchè già alla terza generazione.

Entrambe le due scuole sono legittime nel contesto, mi piacerebbe che a Grandart andassero a colmare quel vuoto.

 

Disegno e bellezza, ritratto di Lorenza salamon durante la conversazione con Artscore

Disegno Bellezza e Fiere d’Arte. Ritratto di Lorenza Salamon durante l’intervista concessa ad Artscore

 

Mi confidò anche che sul collezionista straniero noi manteniamo un fascino enorme sull’onda della discendenza dal Rinascimento…Quindi in teoria il figurativo italiano ha più appeal dell’astratto italiano, all’estero?

Non li paragonerei ma l’abilità dei nostri artisti e l’originalità viene riconosciuta a prescindere dal genere in cui si muovono. L’immagine dell’italiano all’estero è ottima a Londra prima di tutto perchè i galleristi italiani si sono mossi molto bene. Hanno esportato eccellenza sia nell’antico che nel contemporaneo, addirittura in prima fascia, pensiamo a Voena, a  Carlo Orsi, a Schinasi che addirittura ci arrivò negli anni ottanta, ci hanno aperte delle porte meravigliose.

Michela Ongaretti

 

Disegno e bellezza tra gli argomenti della concversazione accanto al dipinto di Marzio Tamer

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. La versione di Lorenza Salamon, in compagnia di un’antilope di Marzio Tamer, ph Sofia Obracaj

Street Art con Giovanni Manzoni. Visite

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni

La street art non è la volontà di imbrattare muri o di costruire ripetitivi lettering che altro non possono servire se non a segnare il territorio, come facevano le gang dei quartieri disagiati newyorkesi. In Italia lo si dice da almeno un decennio, e da prima ancora si nota almeno una differenziazione tecnica e tematica nelle nostre strade. Ma oggi quello che vediamo noi, quello che vogliamo vedere sono gli esiti nuovi che fortunatamente continuano tradizioni gloriose o ricerche approfondite e personali di artisti, non unicamente impegnati nella street art.

 

Street Art con Giovanni Manzoni.

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni con i primi visitatori, ph. Sofia Obracaj

 

ArtScore parla un pò di sè con Giovanni Manzoni Piazzalunga, uno degli artisti che promuove in prima linea e tra le nostre prime conoscenze del contesto milanese, (da lui ci siamo orientati verso un nuovo interesse al figurativo), e parla per la prima volta di street art.

L’occasione viene dalla recente presentazione alla cittadinanza di Bergamo, non fuorilegge ma con regolari permessi comunali, dell’intervento con un wall paper di Manzoni. Opportunità che si è concretizzata in un momento preciso della carriera  e della storia di uomo del suo creatore grazie al supporto del Consolato Generale di Bolivia a Milano, coerente nella tematica e nella tecnica al suo percorso di ricerca. Questo dipinto murale risponde a ciò che vorremmo dalla street art nel 2017, farla finita con l’ipocrisia di chi vorrebbe separato l’intervento pubblico dalla ricerca osservabile in contesti diversi, come una mostra in galleria.

 

Street Art con Giovanni Manzoni.

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni vista da vicino, ph. Sofia Obracaj

 

Nel contesto italiano che ha importato la street art dagli Stati Uniti, con tutto il discorso che andrebbe fatto a parte su quello che arte è o non è, per qualcuno la decorazione muraria ha il semplice valore di lasciare un segno della propria identità, al di là della qualità.

Per quelli come noi che intendiamo la street art come opera pubblica pensiamo che il suo linguaggio debba essere portatore di un messaggio chiaro, leggibile per tutti coloro che si trovano anche casualmente a leggerlo. Come? Attraverso le immagini che parlano con più incisività se comprendono delle figure.

 

Street Art con Giovanni Manzoni. Inaugurazione con Console Assessore di Bergamo

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. L’artista con la Console di Milano e l’assessore Nadia Ghisalberti. Ph. Sofia Obracaj

 

In effetti esiste una street art antelitteram: la tradizione della pittura su grande scala ha caratterizzato il lavoro di grandi artisti proprio in Sudamerica quando in Europa non accadeva.

Manzoni è da sempre influenzato dal muralismo di Rivera, quella componente delle sue origini latine che non ha mai abbandonato le sue ambizioni. “Mi piace l’idea che un mio disegno avvolga completamente lo spettatore” è una frase sulle labbra dell’artista già nel 2013, quando fu invitato alla residenza d’artista in Franciacorta organizzata da Art Kitchen con Berlucchi, che poi sfociò in una mostra alla Fondazione Mudima con il dipinto acquisito nella collezione privata dello sponsor. Manzoni sogna sempre di poter lavorare in grande e per farlo unisce il disegno alla tecnica del mosaico di carta, sfruttando le possibilità del digitale. Così amplifica una composizione con i suoi personaggi frammentando e stampando le tessere di quel puzzle in misura monumentale: sulla superficie opera poi con carboncino, tempera acrilica e caffè.

 

Street Art con Giovanni Manzoni. Sotto la Coronilla

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. Con l’artista sotto al murale, ph. Sofia Obracaj

 

Tutta l’esperienza nel creare un universo figurale articolato si trasferisce al muro senza rinunciare alla carta: quello che ai suoi occhi è un supporto nobile, perché attraverso di esso vivono ancora capolavori antichi che mostrano attraverso una grafia personale l’identità dei grandi maestri. Logicamente sulla street art si deve innestare uno specifico trattamento finale che possa rendere il materiale durevole e resistere alle intemperie, per questo l’artista esce dall’ambito strettamente artistico per affidarsi alla tecnica dell’affiche. La stessa carta che vediamo per mesi e mesi non staccarsi dalle pareti grazie a fissativi e colle, stavolta non presenta messaggi pubblicitari ma rende pubblica una dichiarazione di appartenenza a due mondi.

Per la Coronilla al posto del caffè ci sono però i colori, in parte frutto del laboratorio con i bambini boliviani italiani di seconda generazione, che vuol dare ulteriore segnale della contaminazione e integrazione culturale.

 

Street Art con Giovanni Manzoni. Laboratorio

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. Durante il laboratorio con i bambini bergamaschi, ph. Sofia Obracaj

 

Il messaggio di questo intervento di street art è un pezzo di un percorso umano e artistico senza soluzioni di continuità tra accademismo e contemporaneità schietta; la finalità ultima è un dono di bellezza con tutta la potenza del disegno, democraticamente per tutti gli osservatori volontari o casuali anche chi visitatore di una galleria non è.

 

Street Art con Giovanni Manzoni. Un sorriso

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni, durante la cerimonia di presentazione, ph. Sofia Obracaj

 

Perché parliamo di accademismo? Perchè prima di ogni altro intento c’è un fatto concreto. Giovanni Manzoni è in primis un disegnatore, nato in Bolivia ma cresciuto in Italia studiando e assimilando la lezione dei maestri rinascimentali di quella disciplina. Il vigore plastico delle sue anatomie deve molto a Michelangelo e dichiara l’intento di continuare su quella strada, ma si configura nei dipinti la maniera del tutto contemporanea del dripping con caffè, materia utilizzata come colore per dare corposità e volume alle figure.

Già in questo c’è un legame con l’origine che esce non nella riproposizione di stilemi ma dal cambio di utilizzo di una materia prima in senso espressivo e del tutto personale. In più c’è il già accennato riferimento alla pittura murale del Sud America.

 

Street Art con Giovanni Manzoni. Colleghi

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. Una visita dell’artista Nicola Fornoni

 

Oggi che il suo mondo viene esposto pubblicamente con la promozione del Consolato e nel piano dedicato alla street art del Comune orobico, quello che risulta ben comprensibile è proprio l’integrazione culturale non soltanto dichiarata nella e per la città di Bergamo, quanto assimilata nell’opera di una vita. Un fenomeno graduale che ha accolto i miti del contemporaneo nei lavori sulle religioni e di grande formato pur sempre “da cavalletto”: Buddha e  Cristo, animali totem e mitologia occidentale fino agli eroi più pop del fumetto americano.

 

Street Art Bergamo, prima della Coronilla

Street Art Bergamo, la Coronilla di Giovanni Manzoni. Un dipinto di Manzoni del 2008 per la mostra Pop Stuff

 

Risale al lontano 2008 la serie “ Gli Eroi” presentata per la prima volta da Ivan Quaroni nella mostra “Pop Stuff”, dove personaggi della quotidianità realmente vissuta indossano il costume o la maschera di Superman, Flash o Captain America. Ci sono eroi per l’umanità come Nikola Tesla considerato “un vero grande artista che voleva creare un futuro diverso”, e ci sono quelli del dipinto “Siamo tutti gli eroi di qualcun altro”, dove si vedono gli antenati italiani di Manzoni. L’opera si ispira ad una vecchia foto dove la madre adottiva bambina è ritratta insieme al fratello e alla madre: un’intera famiglia di supereroi per l’immaginato sguardo infantile dell’artista, quando da piccoli i nostri genitori sembrano ai nostri occhi in grado di compiere gesta iperboliche.

 

Street art , un dipinto di Giovanni Manzoni

Street Art Bergamo. Giovanni Manzoni, Siamo tutti gli eroi di qualcun altro, tra i dipinti a cui si lega il murale

 

Da questo nucleo tematico si elabora il murale della Coronilla. Partendo da un fatto di cronaca d’inizio Novecento, quando furono le donne, le madri di Cochabamba a difendere la città dall’invasione straniera, Manzoni arriva all’elaborazione del nucleo figurale del monumento della Coronilla, appunto dedicato a questo fatto storico. Da qui sono estrapolati alcuni personaggi con l’aggiunta di flora e fauna tipici della Bolivia: insomma un microcosmo di figure vocianti e in movimento che mostrano una dinamica eroica in chiave pop, il tutto con l’horror vacui delle figure che si intersecano unito ad una grazia del gioco simmetrico, tutte tipicità dei disegni di Manzoni.

 

Street Art con Giovanni Manzoni nel Parco Codussi

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. La madre che accoglie il visitatore all’entrata del parco, ph. Sofia Obracaj

 

Anche qui le donne e i bambini indossano costumi di supereroi da fumetto, anche se sarà più notabile quando potremo vedere il disegno de la Coronilla al completo su di un muro di 120 metri quadrati. Parliamo di un’altra area cittadina, che sarà decorata per essere riqualificata dall’artista sempre con il Consolato, per dare un messaggio di affezione e legalità. Non sappiamo ancora quando apparirà l’intero murale che si annuncia innovativo e duraturo nei materiali, ma incrociamo le dita perchè ci siano presto i permessi comunali e della proprietà del muro. Noi ve lo diciamo perché abbiamo visto in segreta anteprima il rendering con disegno originale.

 

Street Art con Giovanni Manzoni. Inaugurazione

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. Il discorso inaugurale dell’assessore Ghisalberti e della Console, ph. Sofia Obracaj

 

Parlavamo dell’avventura artistica e di quella umana: il destino ha voluto che la vita stessa di Manzoni dipendesse dal Monumento della Coronilla. Sotto a queste Madri la madre naturale affidò il bambino che sarebbe stato adottato mesi dopo da una famiglia italiana. Per l’artista la Coronilla è doppiamente un monumento alla Madre che idealmente e misteriosamente lo lega al suo paese d’origine.

Ugualmente la madre italiana è citata e accompagna paradossalmente a ritroso nel tempo il progetto. Sul primo muro che accoglie il visitatore al parco Codussi è oggi in fase di realizzazione una nuova versione in grande del dipinto di cui parlavamo, Siamo tutti gli Eroi di Qualcun Altro. Qui la madre bambina accompagna lo sguardo alla successiva visione delle Madri Boliviane. Pare voler avvicinare l’uomo verso l’esplorazione del suo passato e presente, a partire da un fatto accaduto molto prima della sua nascita, che ha permesso il suo ritrovamento, l’educazione italiana, l’incontro con Bergamo, il disegno con Michelangelo, l’Accademia e la carriera di artista. Non diteci che non esiste il destino.

Michela Ongaretti

 

Street Art con Giovanni Manzoni. Entusiasmo

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. Un salto sotto il murale

 

Street Art con Giovanni Manzoni.. Un momento del laboratorio

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. Durante il laboratorio con i bambini. Colorare il colibri

 

Pittura antica in lingua contemporanea,Narcissus, 2017

Pittura antica in lingua contemporanea. Intervista a Roberto Ferri, principe del figurativo

Pittura contemporanea senza perdere il patrimonio della tradizione, un filone vivo con rari esponenti, tra loro c’è Roberto Ferri. A Grandart con la galleria Liquid Art System abbiamo visto dal vivo due opere e l’artista in persona. Lo abbiamo intervistato per capire senza mediazioni la sua visione dell’arte e dell’universo artistico nel 2017.

 

Il canto della Vergine, 2015

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Il Canto della Vergine, olio su tela, 2015

 

In quell’occasione dedicata soprattutto al figurativo, Ferri è un principe indiscusso della pittura all’antica maniera: disegno e colore come l’uomo della strada non direbbe “potevo farlo anch’io”.

C’è chi pensa che per essere moderni bisogna discostarsi dalla rappresentazione del reale ma in un’epoca dove la figurazione è già stata distrutta, forse ciò che è più contemporaneo fare è ritornare alla sua costruzione, o comunque mostrare l’arte non solo per le idee e la progettualità, ma altrettanto per la capacità tecnica di realizzazione del suo artefice, astratto o figurativo che sia.

Certo se ragioniamo sul patrimonio che la nostra tradizione ci ha lasciato, abbandonarlo perchè…già perchè?

 

Il rito, opera di Roberto Ferri del 2017

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Il rito, 2016, opera presente nella collezione permanente della Fondazione Roma, Museo Palazzo Sciarra a Roma

 

I dipinti di Ferri sono l’esempio di una cura maniacale allo studio di disegno e colore, (unione che è raro ma non impossibile trovare in altri protagonisti della scena internazionale), per riflettere sull’uomo, recuperando tutto quel palinsesto tematico del sacro e della mitologia come metafora delle croci e delle delizie dell’interiorità.

Se l’artista dichiara di “fare i conti con ciò che sente”, la pittura è il mezzo potente che forte di una tecnica coloristica raffinata sull’esempio di antichi maestri e di un linguaggio figurale immediato, ma non per questo poco erudito; “permette di raccontare per immagini ogni cosa a 360 gradi, quindi a maggior ragione di raccontare me stesso. Io come pittore ho la possibilità di raccontare ciò che vivo”.

 

Pittura antica in lingua contemporanea,Narcissus, 2017

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Narcissus, 2017

 

Ci sembra quasi indiscreto chiedere se i soggetti si avvicinino a qualcosa vissuto in prima persona, e con candore Ferri definisce la sua pittura uno specchio, al punto da vedere in ogni quadro un autoritratto, autoreferenziale del suo sentire intimo.

Ma quella bellezza atroce e sublime di personaggi che vedono sul corpo la manifestazione del dolore o della metamorfosi tocca tutti noi, perché materializza in punta di pennello l’essere pienamente umano nell’eterna lotta tra il bene e il male. Continua Ferri: “La chiave mitologica, sacra o profana non sono altro che il mezzo per mostrare quello che è l’uomo e tutto questo per me non può essere decodificato se non attraverso la rappresentazione figurativa”.

 

Pittura antica di oggi con Roberto Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Noli foras ire, 2013

 

La sua capacità di “saper dipingere” tanto abbandonata dalle avanguardie e oggi al primo sguardo “ sfacciatamente anacronistica” secondo Maurizio Calvesi, tocca tormenti scritti sulla carne di soggetti che sembrano nella loro resa uscire dalla pittura barocca fino all’accademismo e al simbolismo di fine ottocento da Caravaggio a David, Ingres, Girodet, Géricault, Bouguereau, solo per fare alcuni riferimenti stilistici. Eppure se domandiamo all’artista cosa c’è di contemporaneo nel suo lavoro egli risponde “tutto”.

 

Pittura simbolista di Roberto Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Salmace e Ermafrodito, olio su tavola

 

Se noi fossimo nel 5000 dc e sotto le macerie della terza guerra mondiale qualcuno trovasse un Roberto Ferri, cosa farebbe capire che si tratta di un’opera del 2017?

Si percepisce, un pò perchè le figure hanno elementi che un tempo non sarebbero stati concepibili, come ad esempio la schietta presenza degli attributi sessuali, per l’aspetto onirico della composizione con quelle macchine macchine nobili e antiche come sestanti e astrolabi estrapolati dal contesto, sono rappresentate non come da Vermeer nell’Astronomo per la loro funzione, qui assumono sempre un valore metaforico intimo che potrebbe essere rivelatore del contemporaneo.

Aggiungiamo che la ricorrenza di strumenti scientifici incastrati nell’anatomia si mostrano come metafora evidente di due mondi inconciliabili ( le leggi misteriose della natura e della psiche contro a quelle della razionalità), e che la ricombinazione di tematiche mitologiche concorre a formare un universo personale come solo dopo la modernità, e l’avvento della psicanalisi, sarebbe pensabile.

 

Pittura di Ferri con inserimento di strumenti scientifici antichi

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Perpetua, olio su tela

 

Per Ferri se “noi facessimo una ricerca interiore come una telecamera dentro di noi vedremmo le lacerazioni che noi provochiamo alla nostra anima, questo viene trasferito sulla tela. Le metamorfosi  e gli aspetti mostruosi sono dovuti ad un dolore interno, a volte come uno si vede è come si percepisce da dentro”; il soggetto è così già chiaro nella mente dell’artista che quando “ho la tela bianca ho già precisamente visualizzato quello che andrò a delineare e dipingere”. Insomma nella visione è già in nuce un progetto artistico come un’allucinazione del ventunesimo secolo che può essere consegnata al mondo con gli strumenti propri della pittura dei grandi maestri , con la pazienza di chi costruisce velatura su velatura un’allegoria visiva.

 

Pittura ad olio , Roberto Feerri 2012

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Il teatro della crudeltà, olio su tela, 2012

 

Ripensando a quegli strumenti di misurazione di altri tempi  e la loro rappresentazione fuori dal contesto del loro uso proprio, essi sono ricombinati con alcuni simboli alchemici che danno l’idea del territorio di confine tra spirituale e corporeo, irrazionale e razionale: pensiamo ad esempio al dipinto dove una testa femminile è iscritta o bloccata all’interno di un astrolabio, è corretta la nostra interpretazione secondo cui l’elemento scientifico ha un valore di contenimento dell’emozione forte della trasformazione in corso?

Si, è come se fosse uno strumento di misurazione di quello che io chiamo dolore. Mi trovo molto nell’espressione di Delacroix che diceva che l’artista è il custode di un dolore antico, che cerca di essere universale. Nel mondo di oggi riconosciamo la sofferenza dell’anima in maniera più chiara, che appartiene all’uomo senza confini geografici.

 

Pittura su tela , la Nascita dell'Eclissi, Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. La nascita dell’eclissi di Roberto Ferri

 

Onirico o emotivo e fisico sono dunque fortemente presenti nello stesso istante, con i loro tormenti. Eppure è come se le figure fossero minacciate da presenze invisibili perché il supplizio non viene mai palesato integralmente, indicendo il pensiero che ci sia un’azione in corso  ancora più truce. Da questo punto di vista l’arte religiosa più macabra ti può avere influenzato?

Dalla pittura religiosa ho ricevuto molteplici influenze: una delle principali dal Grünewald, questo Cristo è martoriato come se fosse un cadavere in putrescenza, la sua osservazione inevitabilmente si ripropone nelle mie opere, puntualmente si percepisce quella minaccia velata. Nella formazione culturale dell’artista la religione può essere utile, vedi più cose e più capolavori per questioni di fede. Credo che tutti dovrebbero curare l’aspetto spirituale inteso come ricerca profonda di se stessi perché siamo un pozzo profondo, bisogna sapersi calare all’interno di esso per comprendere noi stessi il mondo.

La spiritualità non coincide con la fede..

Leonardo da Vinci era ateo ma le sue opere infondevano quell’idea di spiritualità di religiosità che arrivava a tutti. Non diremmo mai che fosse non credente.

 

Pittura antica e contemporanea, Pietas

Pittura antica in lingua contemporanea, Pietas di Roberto Ferri, 2015

 

La lavorazione di un dipinto è assai meticolosa e dura mesi, sia per lo studio sulle velature notabile soprattutto sull’incarnato, che per la struttura compositiva. Però gli artisti antichi avevano una bottega. Per un artista che nello scenario contemporaneo, soprattutto italiano, si sente solo e spera in una maggiore attenzione alla tecnica realizzativa, pensi che in futuro potresti anche tu lavorare con una tua “bottega”, con discepoli che facilitino l’esecuzione e  nello stesso tempo imparino dal maestro? (Anche la sua risposta a proposito lo colloca in un’età di talenti outsider, la nostra).

Scherzo su questa cosa perchè il lavoro è molto lento e a volte ne avrei bisogno ma la verità è che sono molto geloso del mio lavoro dei miei quadri, e sono molto pignolo, anche una sola linea spostata di un centimetro mi infastidirebbe. Non riconoscere pienamente la mia mano sul quadro è una cosa che non sopporterei: sin dalla creazione della mestica della tela con la colla di coniglio e il gesso, ogni preparazione da una sensazione diversa su ogni quadro. C’è dall’inizio alla fine una continua sperimentazione..quindi condividere tutto questo con persone che non hanno una piena fusione con l’opera. Mi spiazzerebbe.

 

Pittura antica da insegnare. Art in Sutrium

Pittura antica in lingua contemporanea. Art in Sutrium con Ferri e Dante

 

Discepoli e fans però ce ne sono da tutto il mondo, nella città di Sutri Roberto Ferri e Giorgio Dante tengono un  workshop di pittura per persone di ogni età e provenienza, che partecipano ad “ Art in Sutrium” per vivere l’esperienza di stare a contatto con i due artisti e condividere le emozioni che partecipano della genesi dell’opera, alla fine infatti viene svelato l’ultimo lavoro del pittore, in un contesto conviviale, non solenne, che commuove perché queste persone sono più consapevoli della sofferenza intima all’origine del lavoro, rispetto all’osservatore del museo o della galleria. Ci sono anche seguaci extra-disciplinari come tatuatori che riproducono persino lo stile del pittore, cosa che reputato come una figura sacra. Non è affatto dispiaciuto da questa moda visto che “molti tatuano perchè non trovano riscontro a degli stimoli in accademia, là la pittura non si studia più”.

 

tra pittura e disegno

Pittura antica in lingua contemporanea. Work in progress di un dipinto di Roberto Ferri

 

Anche Ferri non ha trovato un maestro in accademia, sebbene abbia scelto di studiare scenografia retaggio che in certi lavori si vede nella composizione, per conseguire una pratica, un mestiere. ha trovato però i suggerimenti del professore di storia dell’arte che lo ha invitato a seguire l’esempio degli antichi maestri, a disegnare su taccuini l e sue impressioni di opere d’arte in chiese e musei.

 

Pittura di Roberto Ferri, Lucifero, olio su tela

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Lucifero, olio su tela, 2013

 

Siamo curiosi di capire come cosa Roberto Ferri si auguri in futuro dal punto di vista del collezionismo, come pensa debba cambiare nel sistema dell’arte perché si raccomandi più la perizia di un Ferri che la personalità pittorica senza grande capacità ma osannata dai critici e dal mercato..ad esempio di un Chia?

E’ una bella lotta.. bisognerebbe far capire che un’opera d’arte non è soltanto una trovata originale, perchè questo spersonalizza l’artista. Oggi che viviamo di continuo bisogno di novità, ogni opera deve essere originale per forza, e questo la fa diventare diversa da quello che è stato creato recentemente. Ma se ci limitiamo al concetto una volta l’anno chiunque può avere un’idea brillante per creare un’opera d’arte.

Invece un passo fondamentale sarebbe educare il pubblico pian piano, abituarlo alla qualità dell’opera che consideri sia la ricerca e la selezione dei materiali il meno possibile deperibili nel tempo, sia il suo contenuto che deve essere sentito, quindi un’emanazione di bellezza che parta dal soggetto stesso. Il sistema dell’arte con i suoi collezionisti si dovrebbe adeguare al gusto del pubblico.

 

Pittura antica nel 2016, particolare di un dipinto di Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. particolare di un dipinto di Roberto Ferri, presentato nel 2016 alla mostra Divina Decadenza

 

Se ti chiedessero di dirigere un museo di arte contemporanea cosa non dovrebbero perdersi per nulla i visitatori?

L’artista ammette che potrebbe avere una visione unica, quel versante figurativo che porto avanti nel mio lavoro…ma la finalità della nostra domanda è proprio questa…quindi il museo ideale di Roberto ferri comprenderebbe i colleghi stimati come Agostino Arrivabene in italia, Dino Valls dalla Spagna, Odd Nerdrum dalla Norvegia. Però ci sono opere astratte che mi hanno anche influenzato e non lo posso negare, Pollock e Rothko li inserirei.

 

Pittura anatomia e psicanalisi. Roberto Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Come foglie morte,olio su tela, 2012

 

Rispetto al mercato delle tue opere ci sono delle aree geografiche con le quali lavori maggiormente?

C’è una maggiore richiesta in America e in Russia anche se poi facendo una statistica un po in tutto il mondo e anche in Italia.Per la grande risposta americana, mi esibirò in una grande mostra l’anno prossimo a Buenos Aires dove sono accolto con enorme entusiasmo.

Problemi di censura in alcune aree?

Si ma diciamo più a livello dei social network, creato problemi di comunicazione con i collezionisti ma ha creato movimento mediatico ha fatto comodo purchè se ne parli.

 

Pittura di Roberto Ferri in mostra a Bruxelles

Pittura antica in lingua contemporanea. Locandina della mostra Divine Decandence di Roberto Ferri a Bruxelles

 

Michelangelo voleva superare i greci, Leonardo voleva una città ideale funzionante e tu cosa desideri?

Superare me stesso.

Nel senso della percezione della tecnica in pittura?

Nel senso di riuscire a vedere un mio quadro come se fosse la prima volta, perchè non provo mai stupore di fronte ad una mia opera. Vorrei vederla come con occhi nuovi, da fuori, pur riconoscendola come mia opera.

 

Pittura onirica di Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Liberaci dal male, olio su tela, 2013

 

Vittorio Sgarbi ti ha interpellato per rendere l’architettura della memorabile cattedrale di Noto, qui hai generato questo stupore almeno negli osservatori, in chiave contemporanea in un luogo dove di solito protagonista è la pittura antica. Essendo una commissione ci sono delle limitazioni all’aspetto morboso di molti dipinti, non sono presenti quei supplizi sofisticati e simbolici, però ci sono quelli canonicamente accettati perché afferenti alla rappresentazione del tema della passione di cristo.

Visto che questo lavoro ha trasformato una chiesa nel luogo fedele ad una delle sue vocazioni tradizionali, in quanto sede di coinvolgimento di grandi artisti viventi per trattare la spiritualità decorando al contempo la struttura architettonica, pensi mai che in Italia si possa proseguire in tal senso? Potrà mai secondo te esistere ancora un progetto grandioso e site specific come la Cappella Sistina?

Sicuramente si avvicina molto di più al contesto religioso un’impresa come la mia delle chiese costruite negli ultimi decenni, con architettura e opere astratte, che sembrano assurde rispetto alla funzione. Comunque secondo me Sgarbi ha fatto una grande cosa a Noto perché ha creato proprio una sorta di cantiere rinascimentale, per me quello è stato il primo passo, il primo mattone per avere una visione allargata di un cantiere contemporaneo sul modello di quello rinascimentale

Lì ho avuto una bella sensazione, anche della fiducia verso la bellezza legata alla tecnica.

 

Pittura contemporanea e antica. Sgarbi con Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. Vittorio Sgarbi scherza con Roberto ferri davanti al dipinto Nella morte avvinti, ph. Francesca Sacchi Tommasi

 

Vedere da vicino le tue opere ti a pensare che sia un peccato non sviluppare una tecnica pittorica figlia di una tradizione che può essere piegata simbolicamente a valori nuovi. Lo fanno in pochissimi..forse perché la pittura non è per tutti.

Nel novecento c’è stato un taglio netto. Le avanguardie storiche hanno voluto rompere in maniera netta e crudele il rapporto con il passato, ma questo perché nell’Ottocento la pittura si era appiattita, si era arrivati a raccontare cose troppo sdolcinate, soggetti ripetuti, quindi in quel periodo storico è stato giusto troncare.

Però non è stato giusto perdere tutta la tradizione pittorica, si doveva fare un’operazione analoga alla musica con il conservatorio. Le accademie dovevano mantenere l’insegnamento come purtroppo non hanno fatto, ma proprio per questo il patrimonio disciplinare è oggi ancora più prezioso, perché si recupera qualcosa di dimenticato. Come se fosse tornato in vita Lazzaro, in un contesto fieristico o in Biennale dove siamo abituati a vedere installazioni video opere astratte, quello che più scandalizza e suscita un moto interno è la visione di un quadro ben fatto, spiazza sempre lo spettatore oggi.

 

Pittura alla fiera Grandart a Milano. Ferri e Porzionato

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri e Silvio Porzionato nello stand di Liquid Art System, ph. Sofia Obracaj

 

Sentirsi così diversi dal panorama artistico può condurre ad una sorta di frustrazione ma Ferri ammette di accorgersi di un lento processo in corso.

Il panorama sta cambiando soprattutto a livello internazionale mi accorgo che ci sono tante solitudini che stanno convogliando verso un unico centro, c’è un continuo confrontarsi, si inizia ad avvertire questa adunanza.

 

Pittura e cinema. Marco Bellocchio inserisce nel film Sangue del mio Sangue un dipinto di Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. Marco Bellocchio sul set di Sangue del mio Sangue con l’opera Sigillum di Roberto Ferri

 

Abbiamo parlato di quei “pochi”. Nella rinascita del figurativo non sei completamente solo.

Si ci sono colleghi con cui ci teniamo in contatto: Agostino Arrivabene, Giorgio Dante, Giovanni Gasparro, Dino Valls..ci sono diverse realtà con cui potersi confrontare e che è bene che esistano in questo preciso periodo storico.

 

Pittura consigliata da Roberto Ferri, Odd Nerdrum

Pittura antica in lingua contemporanea. Odd Nerdrum, Eggsnatchers

 

Cosa ne pensi degli artisti che progettano le loro opere ma le fanno realizzare da altri, come delle maestranze di una cattedrale..insomma esternalizzano le diverse componenti della genesi dell’opera?

Io condanno questo comportamento perchè per me l’artista si deve sporcare le mani. Mi sembrerebbe assurdo fare un disegno e affidare la realizzazione del dipinto a delle maestranze. Non ha lo stesso valore perché la personalità dell’artista si rivela nel gesto, grandi pittori sono riconoscibili nella pennellata.

certo è una pratica più usata nella scultura…

Ma io conosco artisti che si spaccano le mani nella scultura, così come riuscivano a farlo in passato con mezzi più poveri. dovrebbero essere avvantaggiati oggi che abbiamo attrezzature più sofisticate rispetto al passato.

 

Pittura di Roberto ferri. Naiade

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Naiade, olio su tela, 2012

 

E tu non ti avvantaggi mai del digitale nella genesi del tuo lavoro?

Non condanno i mezzi moderni, uno deve utilizzarli per facilitare nel lavoro. Il digitale è la foto, che si affaccia nel momento della posa con modello o modella, quando non sempre posso sfruttare lunghi tempi di posa. Il bozzetto preliminare lo faccio comunque sempre a mano.

Michela Ongaretti

 

Pittura di Roberto ferri, I cavalieri dell'Apocalisse

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, I cavalieri dell’Apocalisse

Pittura, religione e psicanalisi

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Limbo, olio su tela, 2013

Pittura dell'anatomia in metamorfosi. Roberto Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Persefone, olio su tela, 2012

 

Teste in jeans di Afran con Involucrum

Afran. In viaggio con l’artista attraverso Involucrum, mostra personale da MAEC

Afran è stata una rivelazione primaverile: una sua scultura in mostra da Maec di via Lupetta, ci ha fatto sperare di vedere presto una sua personale per meglio indagare la sua ricerca, possibilmente con una ricchezza antologica. I nostri desideri si sono realizzati con Involucrum presso la stessa galleria fino al 25 novembre, a cura di Angela Madesani.

 

Afran a MaEc, particolare

Afran, particolare di una scultura, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Riconosciamo uno stile inconfondibile, teso a sublimare l’analisi sulla società contemporanea attraverso l’arte. Afran riflette sul presente con il linguaggio d’oggi, osservando l’esempio artistico del passato, con la capacità di materializzare un forte simbolismo mediante una plasticità schietta, data dalla confidenza del volume per la sua formazione da ceramista, nella ricombinazione di materiali di uso quotidiano come la stoffa e le cerniere per i capi in jeans, lattine o altri oggetti.

Il titolo Involucrum è emblematico: si riferisce alla classicità nella lingua latina, è la forma apollinea di tante sue sculture, ma il significato di questa parola corrisponde al contenuto del lavoro artistico di Afran, rivolto al discorso sull’apparenza del mondo odierno, al condizionamento dei nuovi mass media, al desiderio di partecipazione del suo mondo con la memoria e la storia di tanti osservatori.

 

 

Involucrum, mostra personale di Afran

Afran, i suoi nudi di jeans, sullo sfondo la scultura Scheletro di Niente, ph. Viviana Cerrato, courtesy MaEc

 

Afran è stato la nostra guida d’eccezione alla mostra, dimostrando consapevolezza dei suoi intenti e del suo percorso,  identificando il processo come una delle strutture portanti della sua poetica.

Se gli si domanda cosa c’è di Afran in una sua opera infatti risponde partendo dalle tappe di realizzazione, dallo studio delle proporzioni della scultura classica, per poi passare alla raccolta del materiale tessile che lo mette in contatto con numerose persone che donano i loro abiti. Nelle sculture realizzate intrecciando parti di jeans attorno ad uno scheletro, il materiale racchiude le storie di chi possedeva una fibbia, un’etichetta: sono le stesse persone che ad una mostra successiva riconoscono da quegli elementi il capo che hanno indossato, “ tengo molto a tutti quel rapporto umano che si stabilisce con la persona che affida un suo vestito perchè “fanno parte della mia opera”.

 

Scultura di Afran da MaEc

Afran. la sua Venere di Milo in jeans, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

All’interno però Afran nasconde un oggetto di sua scelta che mai verrà svelato e in questo modo riesce a “chiudere il cerchio”, l’illusione di un anima racchiusa nell’abito che in verità è solo simbolo di ostentazione nell’apparire si compensa nell’impossibilità volontaria di condivisione di quell’oggetto. In un mondo dove tutto è in vista regala un mistero a sé stesso e alla sua opera, qualcosa di spirituale. Insomma in una sua scultura in jeans il percorso creativo rappresenta un pezzo di memoria personale e della storia contemporanea, un’eredità dei nostri tempi che si immagina possa essere esemplificativo se qualcuno ritroverà tra cinquanta o cento anni.

 

 

Testa di Afran in mostra da MaEc fino al 25 novembre

Afran, Autoritratto per Involucrum.

 

La decisione di intraprendere una ricerca con la scultura cresce parallelamente alla scelta del tessuto jeans, che spesso il pubblico associa al suo lavoro. Ci spiega di come le intenzioni fossero di lavorare sul semplice ready made, il jeans per quello che rappresentava, interessante perché  “si usa in tutto il mondo senza confini da quando è stato inventato.Tutti indossano jeans, giovani anziani donne e bambini, dall’Africa all’Asia al Sudamerica”. Ma il gioco sta nella vestizione di nudi, il jeans disegna la figura di Veneri di Milo a figura intera, oppure di volti in sculture differenti: il passaggio è “dalla concettualità del jeans per arrivare alla materializzazione, alla scultura”. L’oggetto vestito è decontestualizzato nell’identificazione con il corpo stesso, l’apparenza coincide con la sostanza, perché nella società contemporanea noi siamo apparenza sempre.

 

Afran di fronte all'opera Tifosi senza Colore

Afran. In viaggio attraverso Involucrum, ph. Sofia Obracaj

 

Ma tra tutto ciò che indossiamo il jeans può essere logicamente assunto ad emblema della vita contemporanea, casual nel contesto di una società molto casual per l’artista, dove non vogliamo più rinchiuderci in ideologie ma sentirci liberi di interpretare a modo nostro la quotidianità. Nato in Europa la sua produzione inizialmente negli U.S.A. è spostata quasi tutta in Asia e ultimamente in Africa.. Per il fatto di riconoscersi democraticamente nel vissuto di tutto il mondo è dal punto di vista di Afran “un bellissimo ritratto della contemporaneità, che ha un valore universale così come la rappresentazione del corpo”.

Come il jeans unifica il mondo geograficamente, così il nudo ricollega epoche lontane sempre sotto forme e significati diversi. Sul corpo è stata scritta la storia della nostra percezione del mondo e anche per la riflessione di Afran è un ponte tra passato e presente, che non si limita alla contemplazione estetica ma al quale chiede di “parlare” in senso concettuale. In effetti il corpo è una delle più potenti arme simboliche di tutti i tempi, che nel novecento è stato esplorato in vario modo, spesso come metafora di un conflitto, comunicando con la sua gestualità, se pensiamo alla body art e alla performing art.

 

Afran, Involucrum, particolare

Afran, Tifosi senza colore, particolare, in mostra presso MaEc

 

Il messaggio che Afran affida al corpo costruito col jeans sta nella constatazione della necessità tutta contemporanea di personalizzazione, il vestito è l’elemento che caratterizza per lui più d’ogni altro la nostra società. Oggi desideriamo tutto sur misure: “con i nuovi mezzi di comunicazione e le applicazioni per gli smartphones cerchiamo sempre di soddisfare qualunque nostro desiderio o capriccio, di ritagliare per noi una soluzione facile a ogni problema”. Quindi rappresentare l’anatomia con un vestito così aderente non solo da coprire il corpo ma da abitarlo per diventare esso stesso un soggetto classico, estremizza la richiesta di voler avere tutto su di noi, sulla nostra misura.

 

Afran, Venere da MaEc

Involucrum, nudi di jeans e Scheletro di Niente, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Molte volte è stato chiesto ad Afran se la scelta del materiale coinvolga anche l’idea del suo recuperoSaremmo portati fuori strada visto che non si tratta di una preoccupazione primaria. Se il riciclo o il reimpiego nella formazione di un’opera d’arte si associa ad una “visione populista” del compiere un’azione per la salvaguardia del pianeta, qui la funzione del jeans o di altri materiali in effetti usati è diversa dall’originaria, ha l’esclusivo scopo di sintesi concettuale, semplicemente sono stati usati perchè congeniali al messaggio. E tanto populismo alieno all’artista moderno è racchiuso  nel termine etnico, che qualcuno ha usato ( nel 2017!) in questo contesto, limitando la comprensione del l’operato di chi è ormai volente o nolente cittadino del mondo globalizzato. E’ chiaro che non si intende negare una base culturale di partenza, la quale però convive con gli strumenti appresi in un percorso, questo termine nasconde l’attenzione alla realizzazione tecnica o all’adesione ad un gusto che dovrebbe prevalere sul suo contenuto, mentre è per Afran quest’ultimo il motore propulsivo della genesi dell’opera d’arte che si consegna all’umanità per il suo valore universale.

 

Scultura di Afran con tessuto, fibbia e cinture in jeans

Afran, un corpo sur misure presso MaEc

 

Però siamo curiosi di trovare nella sua ricerca due ispirazioni specifiche provenienti dal mondo artistico italiano e camerunense, e ci rendiamo sempre più conto della sua vocazione all’idea e al procedimento che confluisce in uno stile processuale. Dell’Italia senza esitazioni cita Bruno Munari: ciò che conta per Afran è il suo principio di poter utilizzare elementi della vita comune cambiando completamente il loro senso nella ricombinazione degli elementi nell’atto creativo. Qui è lo spiazzamento del trovare la stessa suggestione del jeans al mondo di leggerezza e superficialità della moda in una galleria, destabilizzato nella sua essenza, a materializzare la condizione dell’uomo nella società dei consumi.

Dell’Africa porta con sé non tanto un lessico quanto la necessità comunicativa sottesa all’opera, la tendenza a denunciare fatti dell’attualità mediante l’arte e i suoi simboli, “c’era un messaggio nascosto in tante opere d’arte che vengono magari in occidente sono catalogate come rituali o decorative avevano invece una forte carica di critica sociale, messaggi molto forti che venivano nascosti per sfuggire alla repressione.

 

Teste in jeans di Afran con Involucrum

Involucrum, Particolare di Tifosi senza Colore di Afran, ph. Sofia Obracaj courtesy MaEc

 

Dal corpo passiamo all’osservazione del volto: se nel primo rivive una grazia apollinea pur se destabilizzata dalla moltitudine dei pezzi di indumento, nei volti questa armonia è disintegrata, li vediamo angosciati, bloccati nell’espressione agghiacciata che corrisponde al desiderio di gridare qualcosa, e che il tessuto è una chiara limitazione alla loro possibilità di comunicare.

Conferma l’intuizione Afran che racconta come i visi siano stati i primi elementi del corpo ad essere rinchiusi nel jeans, idea particolarmente straniante se si pensa che comunemente non vestiamo in occidente il volto: l’operazione su questa parte anatomica è particolarmente inquietante perché enfatizza l’invadenza dell’abito che sta arrivando fin dove non avevamo previsto, la rappresentazione estrema del contrasto tra la superficialità “fashion” e il dolore non ascoltato.

 

Volti di Afran

Afran. Involucrum, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc, particolare

 

Il collo che fa da piedistallo a due teste ci ricorda Afran che si ispira ai rami contorti e rampicanti del glicine o di un bonsai, che con insistenza crescono alla ricerca di luce, che devono comunque in ogni caso vivere, “ è il ritratto dell’uomo d’oggi che ha perso molte sicurezze, molte verità che erano state stabilite, ma che sta cercando di uscire, di trovarne ancora. Egli sta cercando nuova luce”.

 

Dipinti pop di Afran

Afran,Little e Boy e gli altri, Involucrum, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Involucrum è divisa secondo la concezione di Afran in due parti distinte, corrispondenti nella prima e nella seconda sala al pianterreno della galleria Maec.

Prima si incontra quella monocromatica con i jeans e poi la più colorata con i quadri, sempre volutamente plastici nell’accumulazione del materiale. Ci spiega che sono “due facce della stessa medaglia: la prima sala si riferisce al mondo sempre più omologato e monotono, anche per la globalizzazione, visto che con i nuovi mezzi di comunicazione tutto è più vicino e si mischia si contamina più facilmente, risulta più povero nel perdere la sua diversità”, mentre la seconda sala racconta un universo molto più propositivo, forse in maniera esagerata. Afran ci offre un esempio chiaro:  quando si ricerca sul web una parola, trovi molti risultati anche non afferenti alla richiesta. l’informazione è così ricca da venir meno, “la profusione genera fake news”.

 

Un dipinto di Afran per Involucrum

Afran, Trump come icona della profusione informativa, mostra Involucrum

 

Questa quadreria presenta ritratti di personaggi influenti della scena contemporanea rappresentati come icone pop emergenti da lattine schiacciate provenienti da tutto il mondo, circondati da scritte. E’ un mix di medium e di parole che “ rendono il tutto complesso al punto che non si sa su che cosa soffermarsi..dove era il mio obiettivo, sul drink, sugli slogan o sul ritratto. E’ la stessa complessità che ritroviamo nei nuovi mezzi di comunicazione. Ad esempio per Kim Jong-un sotto il viso si legge “little boy”, che potrebbe essere riferito al giovane dittatore che terrorizza il mondo ma è anche il nome della prima bomba atomica scaricata su Hiroshima. Il richiamo ad un passato già conosciuto che potrebbe ripresentarsi è quindi un invito alla responsabilità di andare ad indagare nelle fonti, mentre la lattina rende l’idea della superficialità con cui “ci ubriachiamo di informazioni in maniera passiva”, Afran le utilizza di provenienza internazionale perché oggi le problematiche emblematizzate dai personaggi sono globalizzate.

 

Afran, littel Boy per Involucrum

Afran, Little Boy, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Al contrario dei volti che il jeans tende a bloccare, di questi in rappresentanza di un mito o una ideologia è come se tutto il mondo parlasse anche troppo, mancando in realtà ciò che è fondamentale sapere. Nell’esagerazione o nella limitazione espressiva le due parti si equivalgono, perché la moltiplicazione delle informazioni al punto da non poter soffermarsi su una cosa, equivale all’assenza totale.

 

Il dipinto Hasta siempre di Afran

Afran, Hasta siempre, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Scendiamo al piano inferiore della galleria per l’installazione Tifosi senza colori, composta da molte teste di jeans. Afran spiega che quest’opera può ben rispondere alla nostra curiosità sul legame tra la cultura occidentale e quella tradizionale del Camerun: gli stessi volti si ispirano sia alle maschere del popolo Fang che agli emoticons che usiamo sui nostri cellulari. L’artista vede una stretta vicinanza dei due linguaggi: “ la maschera per noi permette anche di sintetizzare dei concetti, di assumere una personalità che non abbiamo tutti i giorni. ..quando vedo un emoticon vedo le maschere per come vengono usate in Africa”. il titolo si riferisce ancora una volta alla vita mediatica, stavolta sui social networks, alle prese di posizione talvolta vengono assunte senza conoscenza o convinzione radicata “ma soltanto per esistere a tutti i costi, così ci ritroviamo ad essere tifosi ma senza un credo, senza un colore”.

 

Teste come emoticons per Afran

Afran, linstallazione Tifosi senza colori presso la galleria MaEc con la mostra Involucrum

 

Ci troviamo infine ad osservare Scheletro di Niente, unico lavoro di una terza modalità plastica di Afran. E’ un’operazione di puro ready made suggestiva, che permette di notare la perizia dello scultore nel comporre una gigantesca colonna vertebrale, con la sola ricombinazione di grucce come fossero vertebre. Siamo sempre nell’alveo della quotidianità dei rituali della vestizione del corpo, solo che qui le singole parti di “recupero” parlano da sole, con grande sintesi e “con pochissimo sforzo manuale”: il materiale impiegato rappresenta da solo il messaggio dell’opera. Afran ancora una volta mostra l’importanza dell’apparire nella nostra società, la sua forza enorme. Un potere di cui non ci rendiamo conto perchè lo vediamo da vicino, ma basta soltanto cambiare prospettiva per scoprire quanto veramente è enorme. E’ solo una gruccia per ogni giornata, ma è un animale mastodontico in una vita nella società.

Michela Ongaretti

 

Installazione e maschera di Afran, mostra Involucrum

Scheletro di Niente, in posa con una maschera di Afran, ph. Viviana cerrato courtesy galleria MaEc

 

Involucrum, mostra personale di Afran

fino al 25 novembre 2017

MA EC via Lupetta 2, Milano. Da martedì a venerdì 10-13 e 15-19, sabato ore 15-19

 

Grandart Modern & Contemporary Fine Art. Prima edizione alla ricerca di bellezza

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair. Basta il suo nome a intitolare questo articolo, che vuole semplicemente introdurvi alla primissima edizione aperta al pubblico ieri 10 novembre, in corso fino a domani sera. Ad invitarvi a partecipare saranno le immagini della gallery di Sofia Obracaj, più delle parole.

Siamo in pieno centro a Milano nell’area di Porta Nuova, dove lo sconvolgimento architettonico della zona ha portato anche questa occasione espositiva nuova con The Mall. Qui inizia nel 2017 l’avventura di Grandart, promossa da Ente Fiera Promoberg e Media Consulter

La novità di Grandart sta nella sua vocazione, per noi avvertibile fin dai primi passi. Si vuole dedicare attenzione a pittura e scultura, con qualche esempio nelle arti applicate, vicine alla storia dell’arte e alla poetica dei materiali, ma sopra ogni cosa che mostrino la tecnica, la disciplina che forma in sostanza l’opera e il suo valore.

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Galleria Salamon con Gianluca Corona

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Galleria Salamon con Gianluca Corona, ph. Sofia Obracaj

Il comitato scientifico è composto da critici giornalisti e galleristi, promotori del bisogno di riunire in città e per la città, da offrire anche al turista culturale a Milano, una concentrazione di eccellenze della bellezza d’Italia. Parliamo di Bianca Cerrina Feroni, giornalista e critico, Martina Mazzotta, curatrice, Angelo Crespi, giornalista e critico, Lorenza Salamon, gallerista, Federico Rui, gallerista, Stefano Zuffi, storico dell’arte.

A Grandart si è cercato di ricomporre l’universo artistico del “saper fare” e la ricerca della Bellezza, come è giusto che si torni a scoprire e a farne parlare. Per noi è stato avvertibile soprattutto in pittura, dove accanto a grandissimi nomi di storicizzati, Mario Sironi solo per fare un esempio, abbiamo trovato i nuovi protagonisti, Roberto Ferri, Silvio Porzionato e Alex Folla per citarne solo tre. In alcuni casi la fiera ha rappresentato un prolungamento di visibilità rispetto alla galleria, e un ampliamento di pubblico, ad esempio chi non è riuscito a vedere l’opera Horror Vacui del duo artistico Santissimi faccia un salto a Grandart.

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Silvio Porzionato

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Silvio Porzionato. ph. Sofia Obracaj

L’omaggio a Gianfranco Ferroni è un’iniziativa voluta dal comitato scientifico, per mettere in evidenza 15 opere del maestro della figurazione italiana della seconda metà del Novecento, esponente del Realismo Esistenziale.

Sono previsti anche incontri editoriali. Dopo aver ospitato ieri il direttore editoriale di Exibart Cesare Biasini Selvaggi, stasera alle 17 il direttore artistico di Grandart Angelo Crespi introdurrà il dialogo tra Alessandra Redaelli e Bianca Cerrina Feroni sul libro Keep Calm e impara a capire l’arte(Newton Compton Editori). Domani sempre alle 17 il tema sarà la pubblicazione Arturo Martini. La vita in figure (Johan & Levi Edizioni), sul quale interverranno Elena Pontiggia e Martina Mazzotta.

Grandart

Grandart Modern Art Fair- galleria Liquid Art Sistem, ph. Sofia Obracaj

Tra i numerosi galleristi le due anime ideatrici per questa fiera sono stati Federico Rui e Lorenza Salamon delle omonime gallerie. Rui con Federico Rui Arte Contemporanea presta notevole attenzione alla pittura sin dall’inizio del XXIesimo secolo, e ha voluto creare una possibilità in più per quanti come lui vogliano dare voce alla fetta di mercato riferita alla figurazione, in quanto parte della nostra essenza italiana. Gli artisti italiani sono apprezzati all’estero ma noi portiamo fuori dai confini poco, non ci valorizziamo per quello che siamo, grandi pittori e disegnatori di pennello e matita, impugnati fino a far male per materializzare l’idea. Lorenza Salamon dirige la galleria Salamon & C. dalle scelte coerenti e consapevoli, verso l’evidenza della perizia tecnica come dato saliente della sua selezione. Due anni fa Rui si è confrontato soprattutto con lei per la futura nascita di Grandarte, che ha avuto una gestazione di due anni.

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair. Manuel Felisi

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair. Manuel Felisi con Fabbrica Eos, ph. Sofia Obracaj

 

Mancava una fiera così alla Milano che secondo le parole di Crespi “ha visto nascere e affermarsi alcuni importantissimi movimenti artistici, come lo Spazialismo di Lucio Fontana, l’arte cinetica, l’arte nucleare, il Realismo esistenziale e altri ancora, ma anche vent’anni di distanza da quell’Officina milanese che aveva nella figurazione la sua cifra espressiva più caratteristica”.

Michela Ongaretti

GRANDART. MODERN & CONTEMPORARY FINE ART FAIR a Milano, The Mall (piazza Lina Bo Bardi)

10 – 12 novembre 2017 dalle 11.00 alle 20.00

L’ingresso costa € 10,00

Gratuito per bambini fino ai 10 anni

Ecco il nostro report video di Sofia Obracaj

 

 

Grandart glia rtsiti Manzoni e Ferri

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Giovanni Manzoni, Roberto Ferri e Franco Senesi di Liquid Art System

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair . Horror Vacui di Santissimi

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair . Horror Vacui di Santissimi, ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair , Liquid Art System. Ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Silvia Rastelli con Wikiarte, Ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, l’allestimento della galleria Punto sull’Arte con i dipinti di Claudia Giraudo e Jernej Forbici, scultura di Annalù, ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair , galleria Salamon & C

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair , Galleria Salamon & C., ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Elisa Anfuso

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Elisa Anfuso, ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Alfio Giurato

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Alfio Giurato, ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Fedeico Rui Arte Contemporanea

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Fedeico Rui Arte Contemporanea, ph. Sofia Obracaj

Grandart, Pao

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Pao. Ph. Sofia Obracaj

Galliani

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, un dipinto di Omar Galliani, ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Matteo Pugliese

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Matteo Pugliese. Ph. Sofia Obracaj

Black Light Art, l'esempio di Nino Alfieri

Black Light Art. A Como la luce colora il buio, con sette anime

Black Light Art: la luce che colora il buio. Ha inaugurato sabato 5 novembre a Como la seconda mostra del progetto itinerante. Come a maggio nella cornice tutta milanese del palazzo della Regione Lombardia, è a cura di Gisella Gellini e Fabio Agrifoglio, in collaborazione con la Fondazione Agrifoglio, stavolta presso la Pinacoteca Civica di Como. Sarà possibile visitarla fino al 7 gennaio 2018.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Mario Agrifoglio

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Mario Agrifoglio, ph. Gaetano Corica

 

In questa occasione sono sette i nomi dell’arte contemporanea coinvolti, tutti artisti per cui la luce ha un ruolo fondante, strumento espressivo interpretato secondo una personale e assai differente poetica. Parliamo di Mario Agrifoglio, LeoNilde Carabba, Nino Alfieri, Claudio “Sek” De Luca, Nicola Evangelisti, Maria Cristiana Fioretti e Olga SerezhinaIl.

Perché la luce sia splendente, ci deve essere l’oscurità

Francis Bacon

 

Come noi abbiamo vissuto, il visitatore si troverà coinvolto in un’esperienza sensoriale, davvero immersiva. La fruizione della realtà pittorica avviene sotto molteplici aspetti in continua evoluzione nell’arco di alcuni minuti: di fronte ad un dipinto costituito da fluorescenti o fosforescenti, o entrambi, la loro reazione e manifestazione cambierà mediante il ciclo dinamico di luce bianca, black light (o lampada di Wood), e buio totale. Questa trasformazione è particolarmente stupefacente perché concentra l’attenzione sul complesso e sui particolari dell’opera, coinvolgendo chi osserva in un’attenzione nuova di verso la spazialità, in grado persino di amplificare la percezione dell’ambiente circostante.

Il percorso sarà accompagnato da una colonna sonora ispirata al tema della mostra, musiche estratte dall’album Undae Temporis del maestro Irlando Danieli.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Nicola Evangelisti

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Nicola Evangelisti, ph. Gaetano Corica

 

Il progetto espositivo al primo piano della Pinacoteca di Como nasce dall’idea condivisa della Fondazione Mario Agrifoglio e Caleidoscopio-multiplicity di Maria Proja de Santis, con il sostegno e la collaborazione dell’Assessorato alla Cultura e dei Musei civici del Comune di Como. L’allestimento e i progetti video e fotografico sono affidati alle exhibition designer Gaetano Corica.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Olga Serezhina

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte al dipinto di Olga Serezhina, ph. Gaetano Corica

 

La luce non è certo una novità per Gisella Gellini, architetto e docente del corso di Light Art e Design della Luce presso la Scuola del Design del Politecnico di Milano.  Da diversi anni la sua attenzione verso la luce si divide tra il suo utilizzo funzionale, nella progettazione architettonica e di design, e la funzione espressiva quale medium fondante nella ricerca artistica contemporanea. Ha curato alcune mostre sulla Light Art, noi l’abbiamo conosciuta nel 2015 nella chiesa di San Carpoforo a Milano, spesso associando alla bellezza il fine benefico, nella raccolta fondi per enti e associazioni umanitarie.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Nino Alfieri

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visita della mostra nel momento dell’esposizione alla black light. Opera di Nino Alfieri, ph. Gaetano Corica

 

L’incontro con Fabio Agrifoglio, figlio dell’artista e pioniere della Black Light Art Mario Agrifoglio, ha indirizzato le sue scelte più precisamente su opere pittoriche, quelle dove il materiale principale e “lucifero” è proprio il colore, con la volontà di Fabio di proseguire l’esperienza di Mario Agrifoglio e poterla condividere col pubblico, coadiuvata nella ricerca e nell’organizzazione dalla Fondazione. Nasce così questo progetto itinerante non dimenticando la possibilità di rendere queste mostre portavoce di problematiche sociali. La prima mostra della Black Light Art ha ad esempio sostenuto il progetto partner Lightquake 2017, con esposizione a Spoleto nella Rocca Albornoz e crowdfunding per la ricostruzione in Centro italia, nato dopo le violente scosse di terremoto nel dicembre del 2016.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Leonilde Carabba

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Leonilde Carabba

 

Un aspetto che rende queste mostre interessante è secondo noi l’estrema diversità tra gli artisti coinvolti, essi non rappresentano una scuola definita attraverso delle regole definibili della Black Light Art. Per Fabio Agrifoglio vogliono essere collettore di idee e riscoperta storica nella continuità di una metodologia a lungo inseguita dal padre soprattutto negli anni settanta, con una sperimentazione continua che può riservare sorprese: non si conoscono tutti gli effetti di nuove mescolanze di colore sotto l’effetto della luce nera, ma se molti artisti vi si cimentano in questa vocazione empirica “si porta avanti il messaggio recuperando anche il suo aspetto estetico”. Ciò che mette in evidenza il curatore è l’aspetto percettivo in costante studio: “l’artista, quando sperimenta con la luce nera e i colori fluorescenti o luminescenti o fosforescenti, lavora al limite e al confine della sensibilità umana”.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Claudio Sek De Luca

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Claudio Sek De Luca, ph. Gaetano Corica

 

Come funziona “l’accensione” di queste opere? Non c’è alcun trucco dietro alle tele, nessuna retroilluminazione, semmai una base solidamente scientifica dietro all’uso di colori o vernici che non solo vediamo in base alla riflessione luminosa, come normalmente per un materiale tradizionale avviene: qui i pigmenti reagiscono all’assorbimento della luce emettendo una radiazione, in differenti condizioni visive anche quando colpiti dalla Black Light o dal buio vero e proprio. I fosforescenti si manifestano con la loro carica energetica, trasformando l’opera in ciò che di essa vuole mostrare per prima, sotto alla Wood avviene quindi l’apparizione di ciò che davvero conta all’interno di quell’opera, per stimolare la fantasia attraverso le forme visibili, che essendo le uniche da poter scorgere quando il buio è totale, assumono una valenza simbolica forte;  in parole povere stimolano la nostra memoria e la nostra fantasia.

 

Black Light Art. In visita alla mostra

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Olga Serezhina e Claudio Sek De Luca, ph. Gaetano Corica

 

Sempre in una visione dove la metamorfosi è ben evidenziata dall’allestimento, dove la fruizione avviene su un “triplo” binario di consapevolezza progressiva del limite e del suo superamento, dalla luce bianca alla gamma degli ultravioletti con una sospensione dell’incredulità solo parziale, per poi varcare letteralmente la soglia di un mondo onirico e sensibile al contempo, fatto letteralmente dei segni e dei colori che hanno deciso gli artisti. In quella trasformazione viviamo un’esperienza di spazio e di tempo lontana dai paradigmi consueti e controllati dove tutto è comprensibile in una dimensione, in un momento, per quanto lungo possa essere, alla ricerca di particolari, qui siamo all’interno di uno spazio sempre più sintetico, mai statico, che nel suo coinvolgimento non potrebbe che essere figlia dei tempi, ma che utilizza un lessico antichissimo.

 

Black Light Art. Leonilde Carabba parla della sua opera

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. L’artista Leonilde Carabba parla con una visitatrice di fronte ad una sua opera, ph. Andrea Butti

 

Alcuni  protagonisti

E’ questo ritrovarsi nel futuro e nel passato a caratterizzare l’opera di Nino Alfieri, uno dei tre artisti da noi preferiti per ricerca ed effetto.  Le forme che descrive sono ancestrali e si possono ricollegare ad elementi naturali che come dice lo stesso artista “hanno a che vedere con degli archetipi quindi da fossili a delle armi a degli organi come visti al microscopio, ma se osservate in lontananza e con una certa luminosità “diventano un cosmo secondo un concetto rinascimentale dove l’uomo si vede come media proporzionale tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande”. Nella realizzazione spesso però c’è l’utilizzo di tecnologie nuove come l’elettronica, il processore Arduino e la scelta di un tipo specifico di frequenza delle luci che incidono sui materiali fotosensibili, colori che nella variazione vanno a “toccare tutto il ventaglio delle nostre percezioni, negli aspetti diurni e notturni, reali e onirici”.

 

Black Light. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce bianca

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri sotto la luce naturale

Black Light Art. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce di Wood

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri. Seconda fase sotto la lampada di Wood

Black Light Art. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce di Wood, dopo un istante

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri. Sotto la lampada di Wood, verso il buio

 

Quel cosmo fatto di equilibri formali appartiene alla ricerca stessa del capostipite di un procedimento, se non di una scuola, come Mario Agrifoglio. Secondo le parole del figlio il pittore cercava equilibrio organico componendo  forme e colori, la genesi dell’opera cresce nella contrapposizione di “due forze che lui chiamava forza fredda e forza calda, una espansiva e una contrattiva”. L’introduzione della Black Light aggiunge un livello ulteriore a questa indagine, per “avere un controllo completo nelle miscelazioni”, basandosi sullo studio scientifico della teoria del colore. La ricerca sul colore e sulla luce appartiene all’epoca moderna ma la sua mente era rivolta oltre, perchè l’idea era di mostrare mediante l’applicazione all’arte principi poco noti o sconosciuti.

 

Black light. Opera del maestro Mario Agrifoglio, alla luce diurna

Black Light Art. la luce che colora il Buio. Mario Agrifoglio, Senza Titolo_diurna

Black light. Opera del maestro Mario Agrifoglio, alla lampada di Wood

Black Light Art. la luce che colora il Buio. Mario Agrifoglio, Senza Titolo_lampada di Wood

 

 Se parliamo di definizioni c’è chi non si riconosce in quella secondo cui la Light ( e Black Light) art ,è una forma d’arte il cui mezzo coincide col fine. E’ il caso di Nicola Evangelisti che trova sterile utilizzare la luce per parlare dello stesso mezzo espressivo, la luce. Certamente il rapporto stretto con la materia esiste e da sempre l’artista è stato affascinato dal suo paradosso, il suo essere presenza intangibile e fisica nello stesso tempo, al punto che la sua indagine resta innanzitutto spaziale, “all’interno della scultura anche quando non c’è più una materia fisica da toccare”.

 

Black Light Art. Nicola Evangelista in mostra alla Pinacoteca di Como

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Il lavoro di Nicola Evangelisti alla luce di Wood, ph. Gaetano Corica

 

Le forme di Evangelisti composte da molte linee seguono la teoria del caos ordinato, il concetto di frattale “all’analisi di tutti quei fenomeni irregolari presenti in natura”, ma inseguono un contenuto che va oltre la geometria. Accanto al taglio sociologico scientifico del procedimento il suo lavoro si accosta all’analisi sociale, più ponendo degli interrogativi che delle risposte univoche. Ad esempio per Black Light Art la vernice luminescente su carta nera rappresenta una sua interpretazione notturna e dall’alto della Striscia di Gaza, in uno spazio che rompe con la luce la bidimensionalità il conflitto di una materia solida e onirica corrisponde al tormento secolare di un territorio.

 

Black Light Art. Particolare di Canto per Esther di Leonilde Carabba

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Canto per Esther di Leonilde Carabba al buio totale

 

Possiamo prendere il concetto di Black Light in senso ampio o etimologico, ma tutti gli artisti presenti utilizzano la luce come un mezzo espressivo nel senso di elemento che permetta dar corpo e amplificare la propria personale visione del mondo, e della funzione dell’arte in esso.

Per Leonilde Carabba, last but not least, essere artista è esattamente “continua reinvenzione del proprio essere nel mondo”. Il suo ruolo può essere quello di mostrare una via e una vita spirituale attraverso gli strumenti di un mestiere dalla costante e instancabile pratica quotidiana, (come le fu raccomandato da Guttuso), verso uno stile proprio, e in questa dimensione non esiste più età anagrafica. Esistono però le radici emotive e culturali, tutto ciò che è esistito nella formazione di un pensiero che per la pittrice affonda nell’ermetismo della tradizione della cabala, dell’astrologia, dello sciamanismo studiato in prima persona. In tutti i suoi lavori di grande variazione cromatica, il fosforescente e il fluorescente lottano insieme alla forma per fare apparire un concetto  basato sulle sue conoscenze letterarie ed esoteriche, ma che è anche fenomenologia di qualcosa di terreno e reale, come il dipinto in mostra con Canto per Esther, sul tema della maternità biblica, universale e attuale.

 

Black Light. Opera di Leonilde Carabba al buio

Black Light Art, la luce che colora il buio. la Grammatica dell’Acqua di Leonilde Carabba. Buio

Black Light. Opera di Leonilde Carabba alla luce di Wood

Black Light Art, la luce che colora il buio. la Grammatica dell’Acqua di Leonilde Carabba. Buio

 

Black Light Art un progetto in divenire con un festival della Luce

Non solo Black Light. Nel mese di novembre Como sarà movimentata da alcuni eventi collaterali, dove la luce sarà affrontata nell’ambito installativo e del design, e persino esplorata dalla musica.

Black Light Art fa parte di 8208 – Lighting Design Festival, con alcune installazioni luminose diffuse in città, in dialogo con gli edifici storici. Inaugurato lo stesso giorno del vernissage con una presentazione contestuale in Pinacoteca, ci ha coinvolto in serata con una visita guidata dagli organizzatori. Il festival terminerà il 24 novembre.

 

Black Light Art. Una suggestiva installazione a Como per 8208 - Lighting Design Festival

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Un’installazione di 8208 – Lighting Design Festival, ph. Andrea Butti

 

Alla musica sarà dato spazio l’11 novembre al Conservatorio di Como, dove si terrà il concerto “Luci, Ombre, Colori in musica” con Caleidoscopio-multiplicity di Maria Proja de Santis

Inoltre il 18 novembre presso l’accademia di belle Arti Aldo galli. IED Como si terrà il convegno “Physical to digital”, con un intervento di Gisella Gellini Dal titolo “Light art – mezzo espressivo progettuale’.

Ricordiamo che Black Light Art, la luce che colora il buio, continuerà il suo percorso itinerante. Raddoppierà a Spoleto, presso la rocca Albornoziana con inaugurazione il 6 dicembre, per proseguire verso altre mete in via di definizione.

 

Michela Ongaretti

Geometria incongrua di Monica Mazzone. Galleria Giuseppe pero a Milano

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero

Geometria in mostra con 906090, titolo emblematico di ciò che potrete osservare fino al 10 novembre presso la Galleria Giuseppe Pero.

Più una “tripersonale” che una collettiva, con le artiste Monica Mazzone, Victoria Stoian e Viviana Valla. Quel che è certo l’esposizione è concepita con una linea curatoriale precisa da Nicoletta Castellaneta e Giuseppe Pero pensando all’universo femminile rappresentato dai numeri 906090, le misure ideali di un corpo perfetto, secondo le convenzioni.

 

Geometria di 906090. Tra pittura e scultura con Monica Mazzone in mostra alla galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Monica Mazzone, courtesy Galleria Pero

 

L’approccio a questo “emblema” della femminilità è logicamente smentito dal modus operandi delle tre protagoniste che della misura, con i centimetri, si confrontano non su loro stesse ma sulla tela. Il celeberrimo 906090 non è più valido come canone uniformante, anche se nell’immaginario rimane un’idea evocativa di fascino, ma lo studio delle proporzioni rientra nella ricerca alla base delle opere esposte, insieme all’indagine sul calcolo matematico e il rigore nella composizione, ironicamente qualità che tradizionalmente vengono associate alla mente maschile. Razionale opposto ad emotivo, istintuale secondo uno stereotipo ancora vivo nell’arte contemporanea, qui viene dimostrata l’infondatezza dell’assunto.

 

Geometria di 906090. Viviana Valla in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Viviana Valla, courtesy Galleria Pero

 

Tripersonale perché ciascuna delle tre artiste ha un’area dedicata ad un’opera che ben rappresenti i criteri del personale processo creativo, quasi una stanza tutta per sé di woolfiana memoria ( che per chi non ricordasse fu una specie di manifesto femminista sull’importanza di uno “spazio” di lavoro indipendente). Gli ambienti della galleria stessa, nell’allestimento del percorso espositivo, sembra che abbiano preso in considerazione questa geometria: entrando sulla sinistra troviamo un lavoro di Viviana Valla con il movimento dato dalla differente texture di materiali su forme geometriche, sulla parete in fondo di destra scopriamo Victoria Stoian solo apparentemente disordinato dai molti elementi che compongono il dipinto, mentre esplorando la terza rientranza tra le pareti, quasi una vera e propria stanza, c’è un’opera site specific di Monica Mazzone. Nella grande sala terminale invece abbiamo l’opportunità di vedere tutte insieme le tre ricerche, di poterle confrontare nel loro dialogo visivo, di uscire con un’impressione corale di una poetica della proporzione di 906090.

 

Geometria di 906090. Codri Earthquake 9'' di Victoria Stoian in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero, Victoria Stoian, Codri Earthquake 9”, 2016

 

Sarà una nostra convinzione, non che all’artista sia data da Giuseppe Pero maggiore importanza rispetto alle altre, ma ci pare che l’opera nella stanza di Monica Mazzone sia emblematico del concetto di mostra, come anche la sua ricerca in generale vi si avvicini. Vediamo quella che si presenta come la proiezione ortogonale della pianta di quest’area della galleria, proiezioni che sono tipiche del percorso di Mazzone, dove però il colore contraddice un rigore assoluto, nell’illusione del volume introduce un elemento destabilizzante, all’interno di quella convenzione visiva che vorrebbe esemplificare un perimetro nella sua fredda geometria.

 

Geometria di 906090. Monica Mazzone in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Opera di Monica Mazzone

 

Tutti i suoi lavori, lo si nota anche nell’ultima sala, sono dedicati ad una geometria cristallina nella quale si può individuare un pezzo mancante, un elemento eversivo per l’intera composizione, che mette in discussione senza scoperchiare questa perfezione matematica: è come l’artista stessa dichiara “la carica emotiva” della geometria, che è sempre comunque un prodotto dell’essere umano, del suo tentativo di costruire un’idea. Ma si riferisce nello specifico anche ai paradossi che sono parte della regola matematica, le sue dicotomie per cui “il fatto che un’affermazione possa essere vera e falsa contemporaneamente”. Possiamo dire che i suoi lavori cercano di spiegare l’impossibilità di esprimere la perfezione, come la formula 96090 ha cercato di definire quella del corpo.

 

Geometria di 906090. In mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Vista della sala principale

 

Durante la nostra visita abbiamo modo di parlare con Giuseppe Pero che ci ha invitato ad avvicinarci e poi distoglierci dalla superficie delle opere d’arte, per scoprire come sempre il materiale in un certo senso sovverta il rigore della composizione attraverso la geometria, come siano due mondi dello stesso universo. Lo sperimentiamo con l’opera di Viviana Valla dove il  “silenzio delle forme” è accompagnato dal dinamismo di colori e materiali come se fossero vivi e tattili, con grane e spessori differenziati, dalle geometrie a momenti morbide e quasi in rilievo, talvolta lucide o trasparenti. Sotto la forma o l’idea vive un organismo pulsante.

 

Geometria in un particolare di un dipinto di Viviana Valla

La geometria è donna. Particolare di un’opera di Viviana Valla

 

Per Victoria Stoian al contrario il dinamismo è del tutto esplicitato: dalle campiture cromatiche, nella composizione piena con elementi che emergono quasi figurativi e che rivelano lo studio dell’arte contemporanea, nella reminiscenza di particolari della pittura di Dubuffet. Insomma una pulsione dionisiaca pare fondere le parti costruite mediante il colore, ma è allontanandoci di almeno qualche metro che scopriamo queste forme bloccate nel loro lambirsi, irregimentate da una struttura chiara di equilibrio compositivo.   

 

Geometria di 906090. Un dipinto di Victoria Stoian in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero, particolare di un dipinto di Victoria Stoian

 

In definitiva possiamo dire che la geometria di 906090 parla con rigore e logica razionale dell’anelito ad una perfezione di soggetti pensanti in carne ed ossa, l’essere umano, dentro la più grande contraddizione che è la vita, spiegabile scientificamente solo in parte.

Michela Ongaretti

 

Galleria Giuseppe Pero

via Luigi Porro Lambertenghi, 3-Milano – Italia

dal lunedì al venerdì 14.00-18.30

Sabato su appuntamento