Fields of Tomorrow in notturna

Fields of Tomorrow, Israele ad Expo2015. That’s Edutainment!

Fields of Tomorrow, Israele ad Expo2015. That’s Edutainment!

Il Padiglione d’Israele Fields of Tomorrow. Due grandi pareti verticali, una per il video che attira l’attenzione anche da lontano, e una per un mosaico di coltivazioni dai diversi colori, riso, grano e mais. Così si presenta nel suo appariscente impatto visivo il padiglione di Israele, dal nome rappresentativo Fields of Tomorrow. All’interno troviamo diverse installazioni multimediali con un’accoglienza spettacolare, dove prevale l’entertainment sull’education.
Il padiglione israeliano all'apertura di ExpoIl padiglione israeliano all’apertura di Expo

Il padiglione si trova in prossimità dell’incrocio tra Cardo e Decumano accanto a Palazzo Italia ed è stato progettato dall’architetto David Knafo con Knafo Klimor Architects, mentre le installazioni multimediali sono a cura di Avant Video Systems. Lo promuovono il Ministero degli Affari Esteri Israeliano ed è sponsorizzato da KKL-JNF, Keren Kayemeth LeIsrael – Jewish National FundIl vantaggio del padiglione Israele è in primis la chiarezza. Il visitatore può aspettare in coda, come in altri padiglioni, ma non appena varcata la soglia non gli si permette di perdere tempo. La visita non è libera ma guidata dall’inizio alla fine per dare importanza all’approccio ottimistico del paese del ” latte e del miele”, nel quale la costante ricerca tecnologica serve a reinventare il presente e il futuro, nel superamento progressivo dei limiti imposti dalla Natura.

La parola edutainment è l’unione di education ed entertainment, e in questo padiglione è chiaro fin dall’ingresso tutta l’importanza data a questo tipo di approccio, che vuole essere spettacolare attraverso la tecnologia video. Ci accoglie un attore come in un programma televisivo che non introduce subito alla rilevanza agricola di Israele, ma ci preannuncia quanto vedremo e passa a presentarci come sua sorella una nota attrice e cantante nazionale, ovviamente bellissima, per dirci alcune parole generali sul paese e la sua varietà di stimoli, forse da un punto di vista più turistico. Già dall’architettura esterna si anticipa scenograficamente un grande risultato della tecnologia agroalimentare del paese, il Vertical Planting, innovativo ed ecosostenibile perchè permette di risparmiare e ottimizzare acqua e territorio.

Il campo verticale nel rendering delle quattro stagioniIl campo verticale di Fields of Tomorrow nel rendering delle quattro stagioni

Se sentite un tono leggermente sarcastico nelle nostre parole è perché si, all’inizio abbiamo arricciato un po’ il naso. Poi ripensando all’insieme, in considerazione della serietà dei contenuti interni, non possiamo che ammirare questa tecnica affabulatoria, che mira ad attirare l’attenzione anche dei pigri sui meriti fondamentali di Israele riguardo il cibo e la sua produzione.

La ricerca tecnologica per l'irrigazione, nel padiglione di Israele ad ExpoLa ricerca tecnologica per l’irrigazione, nel padiglione di Israele ad Expo

Lo spettacolo dei primi minuti è tutto incentrato sui due attori: quello in carne ed ossa parla con la ragazza presente solo attraverso un pannello video scorrevole, cambiando location ed infine passando attraverso e davanti il monitor un bicchiere di buon vino del luogo al ragazzo che “magicamente” ritira la mano da dietro lo schermo, reggendo realmente il bicchiere. Tutti notano il gioco di prestigio tecnologico e sale il desiderio di vedere l’interno.

L’idea di far parlare i membri di una stessa famiglia è come dare un senso di continuità nella Storia all’innovazione scientifica e tecnologica, e da qui in poi, attraverso i filmati e le proiezioni sarà l’attrice Moran Atias a dialogare con altre persone, il nonno o il bisnonno, o la cugina ricercatrice, che hanno trovato delle soluzioni incredibili per le tecniche di coltivazione in un luogo con pochissima riserva d’acqua. La famiglia se ci si pensa bene è la tradizione più solida in un paese così giovane, il legame di Israele con la storia è attraverso le generazioni, nel ventesimo secolo.

Un'installazione video nel Padiglione di IsraeleUn’installazione video nel Padiglione di Israele ad Expo2015

Nella prima sala un nuovo stratagemma della comunicazione: la sorpresa. Pensiamo di accedere ad un arido deserto e ci troviamo invece in una foresta. E’ la Keren Kayemeth LeIsrael dove il Jewish National Fund si impegna da settant’anni a trasformare il paesaggio dello stato: sono stati piantati 240 milioni di alberi e per dare nuove possibilità di sopravvivenza ad ecosistemi a rischio, è stata creata una banca di semi e sono state sviluppate nursery botaniche. KKL-JNF continua a sviluppare inoltre progetti ambientali e sociali su tutto il territorio grazie alle donazioni israeliane ed internazionali.. Oggi Israele vanta di poter essere l’unico paese al mondo che ha più alberi di 100 anni fa. Questa storia è raccontata nel grande video dove gli alberi si animano con occhi e bocche parlanti, che i visitatori osservano in sala seduti su una tribuna come al cinema.

Un'installazione video dove Moran Atias parla con gli aviUn’installazione video dove Moran Atias parla con gli avi

In seguito ci riappare Moran Atias per non lasciarci fino alla fine del percorso. Inizia un filmato composto da episodi nei quali l’attrice incontra i suoi avi: sono i ricordi della storia di tre generazioni di contadini, che grazie alla loro tenacia e ostinazione sono riusciti a coltivare nell’area desertica. Su questa cocciutaggine del carattere israeliano si insiste molto per sottolineare la capacità di trasformare la difficoltà in sfida, e ottenere infine il successo attraverso l’estenuante ricerca e sviluppo dell’innovazione scientifica e tecnologica, possibile con gli investimenti di chi crede in quella che Elazar Cohen, commissario generale del padiglione, chiama Start-Up Nation.


Poi si presenta
“3.0 Agriculture” cioè l’applicazione di tecnologie satellitari digitali alla gestione dei campi, un progetto all’ avanguardia per l’irrigazione esportato in Africa e infine un secondo esempio di esportabilità dell’innovazione avanzata riguardo le tecnologie zootecniche, stavolta in un centro di mungitura industriale in Asia.Al termine si entra nella seconda eultima sala completamente al buio, dove il soffitto è come un cielo notturno virtuale sul quale vedremo una dopo l’altra proiezioni sui quattro progetti d’eccellenza selezionati per l’occasione. Sono tutti raccontati attraverso l’interazione di Moran con dei personaggi protagonisti della realizzazione di queste innovazioni, che li coinvolge chiedendo loro informazioni su ricerca e risultati: nell’ambito della Biotecnologia parliamo della riproposizione del “Super Wheat”, il grano originario ( e biblico) che cresceva nella zona tremila anni fa, non geneticamente modificato.

Moran Atias tra i Pomodori Ciliegino, nati dalla ricerca israelianaMoran Atias tra i Pomodori Ciliegino, nati dalla ricerca israeliana

Lo studio Knafo Klimor Architects che ha reso possibile quest’opera per Expo2015 ha sede in Tel Aviv e Haifa ed è stato fondato nel 1980 da David Knafo e Tagit Klimor , in collaborazione con diversi professionisti, anche in ambito urbanistico.. I due progettisti, che considerano l’architettura una scienza sociale che prenda in considerazione l’identità delle comunità locali per costituire ambienti nuovi ma sostenibili per l’ambiente, anche culturale circostante, è stato fondamentale per il design del padiglione saper promuovere i valori della salvaguardia delle preziose risorse naturali, e l’impegno di Israele nel benessere sociale per le generazioni future. Lo studio Knafo Klimor Architects ricerca quindi una sostenibilità non solo per l’ambiente, ma anche del genius loci in combinazione all’innovazione costante e la tecnologia responsabile.

Il campo verticale è fondamentale nella comunicazione al pubblico del successo e l’eccellenza agricola, che ricade sulla produzione di cibo per tutto il pianeta, e mostra sui suoi settanta metri di lunghezza e dodici in altezza, i settori interessati a questa eccellenza, come la coltivazione di verdura nel deserto, i miglioramenti nella qualità delle sementi e le nuove tecniche di irrigazione. L’aspetto scenografico sarà garantito dalla varietà e mutabilità dei colori e delle texture in relazione al cambio delle stagioni.

Il campo verticale di Israele nell'estate di ExpoIl campo verticale d’Israele nell’estate di Expo

La parete verticale è formata da unità modulari coltivabili, e ciascuna di esse ottimizza la crescita delle piante attraverso un sistema computerizzato di irrigazione goccia a goccia, ma l’intero padiglione impiega le tecnologie più avanzate per risparmiare acqua ed energia, inoltre Israele dichiara che la struttura sarà integralmente riciclata al termine di Expo.

Nell’ambito agroalimentare la tenacia israeliana ha fatto crescere gli ortaggi nel deserto, con quella tenacia che mio nonno premiava consapevole ogni volta che comprava un pompelmo proveniente da Jaffa, quando io ero bambina. Qui ad Expo in quindici minuti di visita sono stati riassunti i primati israeliani nel settore, certo con grande auto-celebrazione, ma possiamo dire di avere appreso senza difficoltà, con leggerezza, che vince chi insiste. That’s edutainment!

Michela Ongaretti

Padiglione Messico- retro

Tutto il Messico in una Pannocchia di Mais- Expo2015

Tutto il Messico in una Pannocchia di Mais -Il Padiglione del Messico ad Expo 2015.

di MICHELA ONGARETTI

da  ·

Cos’è il Padiglione messicano? Una forma tondeggiante dalla copertura che non lascia vedere da fuori il suo contenuto. E’ una grande pannocchia di mais ed entrare è partecipare ad un’esperienza sulla coltura alla base della cultura gastronomica messicana, simbolo anche della nutrizione millenaria di quel paese, che ha conquistato nuove espressioni a partire dalla tradizione. L’esperienza è in effetti tutta all’interno di questa grande pannocchia dalle foglie intrecciate a proteggerne il cuore ricco di storia, immagini, installazioni delicatamente toccate dall’edutainment , opere d’arte e di etnografia.

Padiglione Messico- facciataIl Padiglione del Messico ad Expo2015

Avremo modo di parlare di Edutainment puro, appariscente, ma nel padiglione messicano di Expo 2015 possiamo sentirci a nostro agio di osservare un percorso guidato che ci lascia anche del tempo per soffermarci su ciò che riteniamo più interessante.

Il tema di questo viaggio ideale all’interno del mais è coerentemente“La semilla de un nuevo mundo: comida, diversidad, patrimonio”, il seme di un nuovo mondo: cibo, diversità ed eredità degli avi, che si concretizza nell’adattamento e rispetto al ciclo della vita nella catena alimentare e attraverso la sostenibilità ambientale.

Il padiglione Messicano- un particolare del progetto (1)Expo 2015, Padiglione del Messico, un particolare del progetto

Il Messico è il paese d’origine del Mais e dei Maya, la cui mitologia indica l’origine e genesi dell’uomo proprio da quel chicco, da esso sono sfamati più di cento milioni di messicani. Il mais è un elemento principe della cucina messicana che nel 2010 è stata riconosciuta parte del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, con la sua conservazione di ricette millenarie.

Responsabile del progetto è l’architetto messicano Francisco López Guerra, con Jorge Vallejo e la consulenza del biologo Juan Guzzy, tra i più influenti architetti della sua generazione in Messico, noto soprattutto per Museotec, una parte del suo Studio Loguer Design, che progetta e allestisce musei interattivi e spazi culturali come i padiglioni di eventi internazionali. Segnaliamo il museo di scienza e tecnologia di Tijuana, ma soprattutto i padiglioni dell’America Latina per l’Expo del 2008 a Saragozza, in Spagna, e quello del Messico all’Expo del 2005 ad Aichi, in Giappone, proprio dedicato alla biodiversità.

A Expo 2015 il Padiglione Messico è situato in prossimità dell’incrocio tra il Cardo e il Decumano all’interno del sito espositivo Expo e occupa 2000 metri quadri. Si sviluppa su livelli strutturati attraverso un sistema a rampe elicoidali che rimanda alla memoria dei terrazzamenti agricoli con il loro complesso sistema di irrigazione dell’impero del “re poeta” Nezahualcóyotl,(1427-1472).

Padiglione Messico- retroVista del retro del Padiglione messicano ad Expo2015

La nazione ha partecipato al programma Towards a Sustainable Expo, che ha riconosciuto i numerosi elementi di ecosostenibilità nel design architettonico Le pareti a cui abbiamo accennato sono realizzate in tessuto isolante protettivo dei raggi uv dall’esterno e trasparente dall’interno, filtrano la luce solare così da illuminare gli spazi, con un conseguente risparmio energetico di giorno, anche dovuto all’impiego delle lampade a bassissimo consumo. Di notte invece la stessa struttura “brilla” mostrando all’esterno la luce intensa del suo totomoxtle (foglia essiccata di mais in lingua nahuátl). I materiali impiegati hanno sono in alta percentuale riciclati, e sono scelti anche per la facilità di smontaggio e la possibilità di riutilizzarli in future manifestazioni.

I due concetti salienti su cui si basano i contenuti del Padiglione Messico Expo Milano 2015 sono quindi la Diversità, estetica, ecologica e gastronomica, e l’Eredità del sapere e delle pratiche artigiane tradizionali, per mostrare la loro continuità ed integrazione nella cultura dell’alimentazione odierna. Per ogni livello di visita siamo quindi guidati da una declinazione diversa del concetto di seme, inteso come metafora “generativa”: porta con sé l’originarietà e la potenzialità di uno sviluppo futuro.

Un Albero della vita nel Padiglione Messico con pannello interattivo

Un Albero della vita nel Padiglione Messico con pannello interattivo

Lungo tutto il percorso dei totem multimediali possono essere consultati per gli approfondimenti sugli argomenti trattati, con foto e contenuti multimediali, che è possibile farsi mandare per posta elettronica. Inoltre è scaricabile gratis la app del Padiglione per smartphone e tablet con le mappe e calendario degli eventi.

La ricchezza paesaggistica e culturale messicana è rappresentata all’ingresso dall’albero di magnolia, da cui parte un canale acquatico, unito al giardino evoca le chinanpas, ovvero isole artificiali che i toltechi costruivano nei laghi, sistema che dette un nuovo impulso all’agricoltura.

Il generatore di vita per eccellenza, l’albero, presenza simbolica in diverse aree del padiglione, è nutrito dall’Acqua, come lo è pure, poco dopo la rampa d’ingresso, la fontana “LLuvia”, dove il suono della cascata alimentata dal flusso circolare ricorda quello della pioggia, necessaria fonte di vita. In quest’installazione dell’artista Maria José de la Macorra diversi fili di collane con quaranta motori si alzano e si abbassano al ritmo acquatico, avvolgendosi sul fondo trasparente secondo la forma del serpente, paradigma della simbologia azteca.

Padiglione Messico- La fontana dell'artista Maria José de la MacorraLa fontana dell’artista Maria José de la Macorra all’ingresso del padiglione messicano

Sul terzo livello protagonista è la biodiversità messicana, raccontata da una parete composta dadiversi monitor che mostrano i diversi volti del Messico, dai monumenti storici alla gastronomia, alla sua contemporaneità e competitività nella ricerca tecnologica, come sia non solo turismo in ambienti naturali spettacolari.

Sul quinto livello vediamo la statua di Macuilxochitl, il dio protettore del mais,“il principe dei cinque fiori”, protagonista della cultura tolteca, in un’opera originale proveniente dalla regione del Vera Cruz, che per la prima volta è stata esposta fuori dal Messico. Fa da contraltare ad essa una piccola raccolta di sculture contemporanee in ossidiana, volutamente rifinite solo in parte per mostrare la parte più moderna e industriale del Messico, accostata alla materia grezza che simboleggia il passato nelle tradizioni originarie e precolombiane.

Padiglione Messico-MacuilxochitlLa statua di Macuilxochitl proveniente dalla regione di Vera Cruz, Padiglione Messico ad Exppo2015

L’arte e la cultura dell’alimentazione continuano ad essere protagoniste al livello successivo dove colpisce l’installazione di Alejandro Machorro: il soffitto è tappezzato da 4.700 cucchiai di legno utilizzati nella preparazione della cioccolata, prodotto originario del Messico azteco che pendono e si attivano periodicamente con oscillazioni, emettendo dei suoni nello sbattere tra loro, rievocando così una festosa preparazione di cibi nei riti tribali. Sulla parete invece troviamo sia i cucchiai che due meravigliosi e coloratissimi Alberi della Vita, che sembrano vigilare sui monitor interattivi che raccontano molto sulle piante e gli strumenti, e la loro collocazione nella geografia messicana, usati nella cucina nazionale. Questi esemplari in argilla sono opera del maestro artigiano Javier Ramírez da Metepec.

Uno di questi alberi “fiorisce” utensili dalla cucina della tradizione: non solo spatole, ciotole e pentole, ma noi notiamo in particolare il molcajete, il mortaio in pietra usato fin dall’epoca precolombiana. Il secondo è invece generatore di frutta e verdura autoctona, avocado, agave, pomodori, tunas e guayaba. Gli alberi della vita in epoca azteca possedevano un simbolismo religioso ed erano usati per scacciare gli spiriti maligni o da offrire agli dei, ivi rappresentati,poi sostituiti in epoca di evangelizzazione con santi o episodi della Bibbia . Dal Museo Antropologico di Città del Messico sono presenti poi contenitori alimentari abbinati ad una piccola collezione contemporanea in argento, sempre per ricordare il senso di continuità funzionale nella cucina messicana.

Padiglione Messico- lo chef Pablo SalasPablo Salas presenta e insegna virtualmente una sua ricetta nel padiglione del Messico

All’ottavo livello è invece di scena la cucina di alta gamma, con gli show cooking virtuali tenuti dai grandi chef messicani, di cui citiamo solo Edgar Núñez Gerardo Vázquez Lugo, Luis Robledo. Mostrano le ricette e gli ingredienti del Messico più famosi in tutto il mondo e sono tutti tutti attenti alla sostenibilità ambientale e alla tracciabilità degli ingredienti usati, e alla tutela dei piccoli produttori locali.

Nell’area adiacente le esposizioni variano periodicamente per portare alla luce la cultura e letradizioni tipiche di sei dei 32 Stati federali messicani, che presenteranno per un mese installazioni e documentazioni temporanee sulle singole specificità territoriali.

Verso la terrazza- Padiglione MessicoIl percorso verso la errazza del Padiglione del messico ad Expo2015

Prima di salire alla terrazza, che offre una splendida vista sui Padiglioni di Expo 2015 adiacenti il Cardo, incontriamo di nuovo delle reguiletes, le girandole che sono sia un gioco colorato intrecciato in foglia di palma, ma sono anche simbolo dell’investimento sulle energia eolica che sta impegnando il governo messicano, un pensiero verso il futuro pur rimanendo fedeli al proprio passato artigianale. Sulla terrazza un’altra statua di divinità ci “accoglie”: sotto ad essa troviamo piante utilizzate per la preparazione di alcolici, come l’ agave blu per la tequila, per spiegare il loro legame con la cultura magica azteca.

Poi si riscende seguendo il percorso dove troviamo il dipinto “Árbol Nodriza” del contemporáneo Daniel Lezama, esempio dell’immaginario religioso azteco che coinvolge il cibo come simbolo; interpreta secondo la propria sensibilità Chichihuacuauhco, il mito nahuátl degli uomini che tornano bambini nutrendosi dei frutti di un albero sacro.

Sempre ispirato al tema dell’albero, chiude così un percorso circolare nella totomoxtle, la foglia di mais in lingua nahuátl.

Michela Ongaretti

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Il gioco dell’Arte e del Design per Marc Kalinka

Il gioco dell’Arte e del Design per Marc Kalinka

di MICHELA ONGARETTI

Marc Kalinka è un artista poliedrico, attivo da molti anni sulla scena artistica internazionale con installazioni multimediali, performance, fotografia, stampa digitale, serigrafia e scultura. Era ad esempio presente alla Biennale di Mosca nel 2005 e 2007, alla Biennale di Venezia nel 2007 e nel 2011, al Frieze Art Fair London, Just Madrid e Loop Barcelona. Nel 2014 si vedevano sue opere ad Art Brussels e Manifesta 10. Durante il Fuorisalone 2015 l’abbiamo notato in veste di designer con Qbo, un prodotto a cavallo tra il design e la scultura, presentato in anteprima presso lo spazio Raw. Ora si trova al Nhow Hotel di Milano, per la mostra del MAD-Milano Art Design, in corso fino alla fine di Expo 2015.

The many me. Who is the real Kalinka.Installazione video 2009-2011 (1)

The many me. Who is the real Kalinka? – Installazione video 2009-2011


Ciò che non ci lascia indifferenti è il suo grande entusiasmo per lavori diversissimi tra loro, e il
desiderio di veicolare concetti profondi attraverso un’impostazione giocosa, spesso ludica del proprio lavoro e della sua fruizione. Può darsi che questo provenga dal suo imprinting dato dall’esperienza decennale nel mondo del teatro, per cui l’intrattenimento e la narrazione sono una cosa sola. Abbiamo quindi deciso di incontrarlo per conoscere la sua storia, e abbiamo scoperto il suo coinvolgimento in diversiprogetti interdisciplinari, nei quali la memoria e l’attivazione di chi osserva sono fondamentali.

Estrae dalla borsa un dono: è una scatola che ci porge presentandola come il catalogo della mostra Club 21:Remaking the Scene, a cui ha partecipato nel 2010 presso la galleria One Marylebone di Londra. Si trattava dell’incontro tra diversi artisti da tutto il mondo, tra cui Adrian Paci, Roberto Cuoghi e Jota Castro , impegnati a reinventarsi il concetto e l’atmosfera di un club degli anni ottanta, dove performance e sound art sono presentate insieme ad installazioni, favorendo e stimolando l’interazione con l’audience. Il musicista Steve Piccolo, che fu un protagonista della scena underground neworkese aveva curato la parte sonora e performativa, mentre la curatela era di Oxana Maleeva con Art Apart.

Consequences, 2011 (1)Marc Kalinka – Consequences, 2011


Nel 2015 ha partecipato alla mostra
La Casa dei tuoi sogni, organizzata a Bratislava dall’Istituto di Cultura Italiana, sempre curata da Oxana Maleeva e Steve Piccolo. Alcuni pezzi di design storico italiano erano accostati ad opere d’arte di Vedovamazzei, Steve Piccolo, Gabriele di Matteo, Aldo Damioli e Antonio Paradiso, per presentare l’eccellenza italiana in occasione della Festa della Repubblica.Il progetto era organizzato dal Mudam Museum of Luxembourg and Victoria e the Art of Being Contemporary Foundation di Mosca. Kalinka aveva presentato l’opera Consequences, e ancheil concept del catalogo-scatola è suo. Pare studiato per cambiare l’abitudine del lettore, che non sfoglia pagine ma manipola un oggetto: lo deve girare, aprire, e far suonare come uno strumento musicale o un gioco infantile per conoscere i contributi dei curatori sul mondo del clubbing di cui facevano parte personaggi come Andy Wahrol e Jean Michel Basquiat. Il design del catalogo testimonia la sua necessità di usare linguaggi diversi e insoliti che formano un’opera con un contenuto che che si espande con l’interazione, il coinvolgimento di un’azione che può far cambiare o aggiungere senso, sempre facendo scoprire a chi compie quell’azione la propria natura di giocatore curioso.

Qbo nell'allestimento dell'hotel Nhow (1)Qbo nell’allestimento dell’hotel Nhow

Anche Qbo rappresenta un possibile ponte tra l’arte e il design, nel suo trovarsi in una zona affascinante di confine, dove convivono senza soluzione di continuità entrambe le parti. L’estetica cerca una funzione e la funzione si rifugia nella bellezza del materiale e della forma pura. E’ un mobile ed una scultura componibile e scomponibile, che pare ispirarsi al concetto del cubo di Rubik nella possibilità di muovere le diverse facce, soltanto che per Qbo tutte hanno la stessa elegante venatura del legno da mostrare, in questo modo comunque siano posizionate la struttura mantiene una sua organica completezza.

Qbo aperto in una delle sue numerose configurazioni (1)Qbo aperto in una delle sue numerose configurazioni

L’artista stesso definisce l’opera una “forma che custodisce segreti”: per questo chi se lo trova di fronte, può essere chi ha deciso di tenerlo all’interno della propria casa e fruire della sua funzionalità, oppure chi lo nota in un contesto espositivo, non può non “viverlo”, ed esplorarlo nella sua trasformazione. Qbo mantiene quindi la sua armonia monumentale da chiuso, ma può assumere oltre venti configurazioni dalle forme di base,due cubi e due esaedri, mediante lo spostamento dei volumi attraverso l’uso di cerniere e tessuto architettonico.

E’ ideato come un’opera d’arte, la cui ispirazione e genesi avviene attraverso “ una sequenza di immagini che si ricomponevano continuamente, disposte su più dimensioni che si inseguivano e si sovrapponevano”, rivelando come per Kalinka l’opera, fin dalle sue origini, è sempre narrazione. E’ racconto dell’opportunità di essere diverse personalità in una sola.

Il progetto tecnico dello scorso anno è stato curato da Supercake, uno studio di progettazione composto da giovani architetti e designer di Milano nato nel 2011, il cui intento è proprio quello di creare sistemi e arredi flessibili e in grado di adattarsi a differenti funzioni ed esigenze. L’approccio progettuale, in accordo con l’ideatore del design, segue i valori di originalità e intuizione, flessibilità nel pensiero, capacità di analisi e sintesi, e ovviamenteridefinizione, uniti all’attenzione verso tematiche socio-economiche e ambientali da applicare di volta in volta nella produzione.

Per quanto riguarda Qbo quello in mostra a Milano è in legno antico d’abete rosso ossidato al sole per un anno, e alveolare in alluminio, ricavando uno stile sofisticato dall’unione tra la linea contemporanea e il pregio del materiale, con un chiaro rimando al mobile fatto a mano.La realizzazione è invece affidata alla competenza di Haute Material in termini di know how del legno: della sua ingenierizzazione e lavorazione artigianale, interamente made in Italy. Haute Material è un’azienda valtellinese che seleziona legni pregiati, antichi e di recupero, e li lavora con finiture specialirispettando la memoria racchiusa nelle loro venature, per produrre pezzi unici nati dalla commistione tra materiale senza tempo e design moderno.

Qbo nella posizione chaise long (1)Qbo nella posizione chaise longue

Kalinka ci spiega come sia in cantiere il proposito di realizzare il progetto in materiali differenti, sempre legnami perchè non sono soltanto ecologici ma continuano una storia centenaria, come il rovere della Croazia dal colore bluastro per l’antichità, ( due o tremila anni!), e la sua immersione prolungata nel fango. Rimane in gioco la riflessione sull’ecosostenibilità nella creazione di un oggetto pensato per durare “per sempre”, senza bisogno di un riciclo del materiale o di un riuso delle componenti, soltanto confidando nella robustezza durevole dell’artigianalità. L’artista insiste quindi sul concetto di necessità e non di utilizzo, dove terminato questo si tende a gettare gli oggetti, mentre sarebbe soddisfacente sapere che tra trecento anni Qbo esisterà ancora.

Marc Kalinka“The fear of the abandonment. Cells”. Lambda print on alluminum, 30x45cm, edition of 25.Marc Kalinka “The fear of the abandonment. Cells”. Stampa lambda su alluminio, edizione di 25 esemplari.

Ci esprime anche il suo desiderio di non dimenticare nemmeno quel “ passato glorioso d’Italia in ogni campo”, nell’architettura e nel design industriale: purtroppo non si pensa che gli oggetti o gli edifici possono essere riparati e destinati ad altri utilizzi, soprattutto per strutture ancora autosufficienti ma che nessuno più usa per dover apportare modifiche, quindi si preferisce non spendere tempo per un ripensamento della funzione, magari affidando questi spazi ad enti culturali, e lasciare all’abbandono il luogo. Ripensando alla memoria senza valore del luogo sono nate le opere ambientate nella cittadina di Consonno, che fanno parte della serie Will it be of me e sono foto di luoghi distrutti nei quali si vedono opere di Kalinka, trattate allo stesso modo, per riflettere sulla tutela e il destino dell’Arte, in particolar modo la sua. Un secondo progetto affine è Fear of Abandonment: una serie di foto nelle quali sono ripresi manifesti fatti stampare per lo scatto, su di essi è impressa l’immagine di beni culturali italiani molto noti, che si mescolano alla spazzatura e allo stato di abbandono dell’edificio che li ospita, la Pozzi-Ginori di Corsico. Le affiches sono una metafora di tutto ciò che è legato alla memoria e alla bellezza, di cui si denuncia una mancata politica conservativa, che resiste all’interno di un sistema che privilegia il rifiuto.

Vista03_3L’installazione finale de “Apostasia della Bellezza” di Marc Kalinka

Lo stesso discorso sulla cancellazione prosegue in Apostasia della Bellezza,un’installazione luminosa e sonora itinerante del 2014. E’ stata presentata a Roma nella chiesa di Santa Rita in Campitelli, con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa, poi a Zilina nella Repubblica Slovacca, nella mostra personale dallo stesso titolo. Un’apostasia è una rinuncia ad un credo, un abbandono di fede volontario, come lo è la violenta distruzione della Bellezza e di ogni altra testimonianza: l’installazione però non si concentra solamente su ciò che è perduto, ma anche sulla capacità umana di immaginare e ricreare con poco un mondo nuovo, di fare sopravvivere una parte di Bellezza. A suggerire questa possibilità interviene la voce eterea di un coro a più registri, che alleggerisce la presenza delle numerose sculture come lampioni veneziani, nella nebbia del momento dopo l’esplosione di una bomba.

Michela Ongaretti

La sala delle colonne con Driadi e Amodriadi in primo piano

Silvana Pincolini scolpisce un bosco di Ninfe. L’alchimia della materia presso lo Spazio Tadini

 

Silvana Pincolini scolpisce un bosco di Ninfe. L’alchimia della materia presso lo Spazio Tadini

Tra le mostre a Milano in questo periodo segnalo quella di Silvana Pincolini che ha scolpito un bosco di “Ninfe” per lo Spazio Tadini. Plasmare la Notte e’ in corso fino al 10 luglio 2015 a cura di Francesco Tadini e Melina Scalise. Nella Casa Museo – dedicata anche all’Archivio del maestro Emilio Tadini – ci sono alcune esposizioni in corso, ma Plasmare la Notte ha colpito la mia immaginazione e stimolato riflessioni profonde. Se non ci siete ancora stati vi consiglio una visita alle opere della scultrice Silvana Pincolini. Io ho avuto l’opportunità di incontrarla e confrontare la mia visione critica con il racconto del suo sviluppo artistico e della sua poetica.

La sala delle colonne con Driadi e Amodriadi in primo pianoSpazio Tadini – La sala delle colonne con Driadi e Amodriadi in primo piano

La Sala delle Colonne presenta una selezione degli ultimi lavori, alcuni sono state concepiti per l’occasione e un nucleo di altri in precedenza: coerentemente posizionati sul fondo della sala, si distinguono per una plasticità e un uso del colore differenti e danno l’impressione dello sviluppo di un ragionamento verso forme più aperte all’installazione dato che occupano lo spazio disponibile in ogni dimensione, rivelando la possibilità di un percorso monumentale idealmente en plein air, in dialogo con elementi architettonici e naturali.

Meliadi, particolareSilvana Pincolini – Meliadi, particolare

Per le opere all’inizio dell’esposizione parliamo di costruzioni geometriche, alcune prevedono pannelli in legno su cui è applicata una struttura in ferro simile ad una gabbia dalla quale si espandono lavorazioni a maglia, queste per tutte, come cordoni o fasci che intrecciano e sostengono delle forme aperte in ceramica dai vari rivestimenti e cotture. Ciò che si nota è il rapporto complementare tra queste forme, geometriche e concluse ma con diverse aperture, che fanno pensare a dei modelli matematici o ancor più a degli organi corporei, e il tessuto in maglia, al punto che in molti critici hanno centrato la loro attenzione sull’antinomia di questi due elementi.

Si parla di energia primordiale nella quale si vede la forza maschilenella forgiatura che plasma ( la terracotta), e in quella femminile che tesse, e sostiene, nella lunghezza della maglia. Eppure ci domandiamo quanto quest’ultima possa corrispondere ad un principio maschile se ad esso si ricollega la razionalità contrapposta all’istinto, o l’astrazione alla materia. Ci chiediamo se la tessitura non sia essa stessa metafora del lavoro progettuale, quindi altamente raziocinante: la maglia come creazione di una struttura ingegneristica.

Le Creneidi di Silvana PincoliniLe Creneidi di Silvana Pincolini allo Spazio Tadini

La risposta per noi è nell’intuizione di Melina Scalise che vede nelle tessiture dei fasci muscolari, utili a tenere unito, a custodire degli organi. E’ grazie a queste componenti elastiche ma ben salde che le forme in ceramica si possono mostrare a noi, aperte e contaminate dall’esterno, esplorabili nelle loro cavità, che a loro volta però alludono all’intelligenza astrattiva nella somiglianza di modelli matematici. La protezione mediante la tecnica, di un organo forgiato dalla forza fisica e istintuale. Maschile e femminile si perpetuano e convivono in un meccanismo di autosostentamento: questi organismi compositi sono fatti da parti che si completano e cercano l’equilibrio faticoso dell’esistenza.

Non è ovvio ma tutti i lavori hanno dei titoli: sono i nomi delle Ninfe. Le Driadi e le Amadriadi, divinità unite per sempre all’albero a loro sacro, le Creneidi delle paludi rappresentate anche dalla ruggine ottenuta con acqua sale ed aceto, e le Penee che si accompagnano alle sorgenti.

Quelle sul fondo della sala sono le Meliadi, nate dal sangue di Urano caduto su Gea, la madre terra fertilizzata, che genera in sua tutela queste figure mitologiche. In origine dovevano essere collocate a grappolo, ma la sistemazione singola che occupa in altezza tutto lo spazio è congeniale all’idea di goccia, unita all’evocativa colorazione della liana fatta con la maglia colorata di un rosso rubino e sapientemente irrigidita, al punto da riuscire comunque a chiudersi in nodi mobili, per cui la posizione delle forme in ceramica è variabile. Queste ultime sono tutte diverse nel tipo di terra, o nella finitura ( patina, smalto, ecc.), o nella cottura della ceramica, tutte ugualmente aggrappate al filo che unisce la loro origine con il loro destino.

Particolare di una CreneideParticolare di una Creneide di Silvana Pincolini

La fascinazione mitologica nasce per Silvana Pincolini dal racconto delle storie di personaggi legati all’energia della Terra e degli elementi naturali, e coerentemente alla loro trasformazione. Tutte le Ninfe portano con loro una diffusione di energia primordiale e senza tempo, eternamente viva e portatrice di una leggerezza nell’eterno mutare, pur rimanendo ancorata alla materia. Per questo non possiamo definire astratte le sue sculture, suggeriscono un racconto per immagini che procede per evocazione sensoriale.

La biografia di Silvana Pincolini ricorda il suo coinvolgimento con Steiner e la cultura antroposofica, anche in relazione al suo ruolo di insegnante, ma a noi interessa più che altro sapere in che modo questa conoscenza abbia influenzato il lavoro artistico. Assai pragmatica la scultrice ci ha indirizzato verso la sua attenzione al metodo che fa riferimento al processo più che al progetto. Quindi nell’elaborazione, e nella costruzione delle sue opere,l’approccio è tutto rivolto alla materia e alla sua capacità generare un senso mediante il suo cambiamento. Beninteso non parliamo di assenza di un concetto informante, di un’idea che è anche un racconto, ma parliamo dell’inevitabile necessità di costruire attraverso qualcosa di mutevole, che costruisce a sua volta, metafora di vita quindi di trasformazione. Si intende lasciare fluire l’interiorità attraverso il sentire fisico e materiale, in accordo con altre filosofie orientali, dove chi crea e chi fruisce della creazione non sono separati.

La maglia è stata in realtà la prima ad essere approcciata dalla scultrice. Inizialmente la sua attività si era concentrata su arazzi fatti a maglia, cercando e trovando fin da subito la possibilità del materiale di rendere volumi e superfici, di lavorare in senso plastico e volumetrico. Solo successivamente scopre la creta, che si riallaccia al discorso sulla mutevolezza, perfetto equilibrio tra acqua e terra. Questo si sente maggiormente nel Raku dove si gioca con gli elementi: fuoco aria e terra, dove è la materia non controllata dall’uomo, e anche il caso, ad intervenire.

Dal momento in cui si relaziona ai due elementi combinati, ceramica e maglia, l’artista svolge poi un lungo lavoro sulle strutture che li sostengono: esse sono ritenute fondamentali perchè nella loro vicinanza al muro, dove lo spirito ha un contatto con la realtà materiale, danno e prendono energia per l’opera nel suo insieme, come ci ha spiegato durante il nostro incontro.

Il suo primo pezzo, Cor Cordis, ben sintetizza la sua Gestaltung nella definizione della stessa artista dei diversi passaggi , che costituiscono la primaria fase di trasformazione vitale, “una gestazione”. Passaggi che avvengono per ogni materiale in due tempi: per l’argilla da cotta a lavorata, per la maglia da lavorata a trattata, per il ferro dalla progettazione e messa in forma grazie ad un fabbro al procedimento per ossidarlo.

Michela Ongaretti