evidenza Un anziano trasporta Foroba Yelen (1)

Foroba Yelen di Matteo Ferroni: luce collettiva per i villaggi rurali in Mali

Foroba Yelen di Matteo Ferroni: luce collettiva per i villaggi rurali in Mali

lampade ledBambini sotto Foroba Yelen
La settimana scorsa sono entrata nella ex chiesa di S. Carpoforo in Brera per vedere la mostra Luce4Good e ho avuto la fortuna di partecipare alla presentazione del progetto Foroba Yelen dell’architetto Matteo Ferroni.

Matteo Ferroni durante la presentazione di Foroba Yelen il 15 dicembre in Brera, ph. Kristin Man (1)Matteo Ferroni durante la presentazione di Foroba Yelen il 15 dicembre in Brera, ph. Kristin Man

L’iniziativa è della fondazione eLand creata in Svizzera da Ferroni per promuovere studi sulle culture e sui territori, da lui vengono il concept e il design, con il sostegno di FAD Fomento Arte y Diseño Barcelona e di Haus der Kulturen der Welt Berlin.

Nella zona dell’ex abside era espostol’Albero della Luce, Foroba Yelen come direbbero in Mali, territorio dove, e per il quale, è stato creato questo lampione a LED trasportabile e leggerissimo,costruito quasi integralmente con materiali recuperati, del quale spicca alla base una ruota di bicicletta.

E’ una luce collettiva per il Mali rurale, che si oppone al concetto di luce pubblica convenzionale: una sorgente condivisa per illuminare le attività soprattutto notturne più che gli spazi, mobile e non fissa. Nasce dallo studio sulle comunità del paese dove Ferroni è rimasto quasi tre anni, considerando la luce “un fenomeno culturale più che una sfida tecnologica, alla ricerca di armonia tra l’utensile, la cultura e la natura”, partendo dalle teorie di Kropotkin sulle comunità indipendenti. Il design dialoga con l’etnografia e lo studio antropologico, per rispettare e valorizzare la peculiarità della vita e del lavoro in quel preciso territorio.

Matteo FerroniMatteo Ferroni con l’Albero della Luce- Foroba Yelen

La struttura è semplice ed elegante allo stesso tempo, replicabile facilmente dai cittadini locali. Ne sono statelasciate in Africa finora 102, sparse nella comunità rurale formata da 72 villaggi, nella regione di Segou. Il progetto ha avuto una menzione d’onore al FAD Award della città di Barcellona, pubblicato dal MoMA ed esposto nella collezione permanente del Biosphere di Montreal come progetto di integrazione tra Natura e Tecnologia. L’esperienza sarà totalmente compiuta con il manuale che Ferroni sta scrivendo che conterrà le istruzioni per la fabbricazione, le pagine web per ordinare i pezzi, e tutta la testimonianza della gestione collettiva.

Sono rimasta colpita profondamente dal progetto. Intuivo immediatamente che si stava parlando, come accade raramente, dell’ incidenza reale del design sulla quotidianità. Quindi ho chiesto di poter approfondire l’argomento con Matteo Ferroni che mi ha accolto con semplicità e disponibilità il giorno dopo. Spesso quando penso a dei luoghi, concreti o mentali, angusti, inospitali e senza sviluppo logico, uso l’espressione ereditata da mia madre del cuore che si fa piccolo, invece mentre parlavo di Foroba Yelen sentivo il mio cuore espandersi, pesare per la bellezza intrinseca della sua grande umanità.

Foroba Yelen nell'orto comunitario (1)Foroba Yelen nell’orto comunitario

Nulla accade per caso e così l’architetto era partito per l’Africa per progettare un teatro per una cantante maliana nella capitale. Era la prima volta nell’Africa nera per una persona che ha abitato in diversi paesi nel mondo, Berlino, Barcellona, l’India, dove era lo aveva stimolato l’uso religioso e simbolico dell’illuminazione.

In Mali fuori dalla metropoli di due milioni di persone si trova catapultato in una realtà “indietro di 500 anni”, che lo affascina. A Bamacho aveva visto i ragazzi che di notte studiavano sotto ai lampioni e intuiva come questi di per sé potessero “diventare una biblioteca”. Insegnando all’università inizialmente voleva che un’illuminazione simile fosse un esercizio per gli studenti, ma poi decide di studiare le abitudini di vita delle aree rurali e da due mesi di permanenza si trova a fermarsi per periodi sempre più lunghi.

Foroba Yelen nella Scuola CoranicaForoba Yelen nella Scuola Coranica

Entrare nella realtà dei villaggi lo avvicina alla posizione dell’antropologo, con la differenza che per Ferroni quella disciplina è “forse su quello che c’è, mentre io ho lavorato su quello che potrebbe esserci”, più che uno studio analitico si fa guidare dalle impressioni soggettive per immaginarsi cosa potrebbe succedere sotto una luce, si vede più vicino allo scrittore che inventa una storia più che allo studioso che semplicemente analizza e riporta l’esistente. Alcune intuizioni si sono avverate, la risposta a ciò che è considerato un bisogno è stata per alcuni aspetti accolta, l’ideale si è in qualche modo avverato.

Aveva già spiegato durante il Fuorisalone 2014 che più importante dell’oggetto è la vita che scorre intorno ad esso (e ci auguriamo di rivederlo anche a Fuorisalone 2016 a Milano!). “Da noi in città è la competizione che premia, da loro nel loro mondo rurale è la collaborazione”, e le principali attività produttive sono comunitarie: il mulino, l’orto, il centro di salute, la scuola. “Per noi europei c’è l’illuminazione pubblica, derivante dalla res pubblica della cultura latino-romana concetto che non esiste in Mali mentre vive quello del bene collettivo” con le strutture a gestione cooperativa, da qui l’idea che anche la luce possa essere un bene collettivo.

Foroba Yelen e il veterinarioForoba Yelen e il veterinario

Per capire in che modo la luce potesse interagire ed essere in armonia con quello che già esiste studia i cicli produttivi e capisce che spesso le attività si legano ad un contesto magico simbolico, come la figura di alcuni artigiani ( ad esempio il forgitore che è considerato colui che domina i segreti del fuoco) e che lo spazio sociale, la vita, è sempre intorno all’ombra di un albero. Foroba Yelen si riferisce al valore simbolico dell’albero della vita, questo è il discorso antropologico più forte. L’intento è di“provare a trasformare quest’ombra in luce, prolungarla nella notte”. Alle sei c’è sempre buio, ma in Mali non hanno un ciclo veglia-sonno come il nostro, la notte è un momento importante per il lavoro soprattutto quando c’è la luna, perché di giorno fa molto caldo.

Inoltre i maliani usano strutture trasportabili: le persone si spostano con i loro utensili, su carretti, muli, carriole o spessissimo le ruote o delle bici o di un motorino, montate su un telaio con dei manici, e l’illuminazione a LED si dovrebbe adattare a questo sistema, così che per la necessità reale invece di dover installare 20 lampioni fissi ne bastino tre- quattro mobili.

Foroba Yelen nasce anche dal grande rispetto per il buio, il lampione serve ad illuminare un’attività specifica ovunque si trovi, in un luogo dove si convive e si valorizza anche l’oscurità. Serviva un cerchio definito dalla luce che permettesse di entrare e uscire da esso, come dalla protezione magica dell’albero. I lampioni pubblici per questo non funzionano, non tanto per la fissità, lo è anche la pianta, quanto per il tipo di luce: diffusa e schermata per eliminare le ombre. Invece Ferroni ha cercato l’opposto, un’illuminazione da teatro, che delimita marcatamente un perimetro, anche quando la luce lunare è così forte da abituare la pupilla a distinguere le cose, la sua accensione immediata grazie al LED delimita un cono netto, un’epifania. Per ottenere questo c’è stata una sperimentazione applicata, passata da scartati plexiglass sabbiati con carta vetrata. La temperatura colore del LED conta moltissimo: se il colore caldo si mescolava troppo agli ocra delle case, la soluzione è stata la produzione con un solo tipo di bianco.

Foroba Yelen durante la vendita della carnelampade LED -Foroba Yelen durante la vendita della carne

Nei villaggi dove sono poche le cose che ti puoi portare da casa aveva con sé solo un telefonino e un pc; ha disegnato la lampada sui quaderni che in West Africa il governo stampa per i bambini delle elementari, “una parte importante del mio progetto”.

Ferroni dice di essere una persona che ama raccogliere oggetti, così pian piano ha recuperato la batteria di una moto, la teiera in alluminio riciclato e rifondibile, la ruota della bici qui spessissimo smontata a costituire una nuova struttura: su questi oggetti trovati ha pensato all’oggetto nuovo, come è e mi piace pensarlo, un ready made funzionale, poi nel tempo ha semplificato al massimo la struttura del lampione il cui stelo, allungabile , è fatto con tubi idraulici che ” scorrono bene tra di loro e arrugginiscono poco”.

In Africa esistono pochi oggetti perché non esiste industria, ma ci sono artigiani che hanno esperienza degli utensili e del riciclo. Quello che conta per la realizzazione del lampione “non è tanto un disegno tecnico quanto un procedimento”, dove sono coinvolti gli artigiani del luogo, non quelli speciali spesso interpellati nei progetti di cooperazione, ma coloro che hannoconoscenze di base reperibili davvero in ogni villaggio: il fabbro che fa le pentole con alluminio riciclato e che in pochi minuti ha creato lo stampo per la struttura che contiene il LED, il meccanico di biciclette, chi ripara le tv per la parte elettrica, così ovunque si può fabbricare l’Albero della Luce, basta avere corrente per le saldature.

Il collettivo di donne sotto la luce teatrale di Foroba YelenIl collettivo di donne sotto la luce teatrale di Foroba Yelen

Ogni cosa si è trovata in loco, il limite di reperibilità è quello dell’unità comunale, tranne il LED che non c’è sciolto, si trovano solo moduli dei lampioni stradali che sarebbero da smontare. La parte elettrica funziona col modulo LED, un cavo del telefono fa passare la corrente dalla batteria della moto con una molla, a terra. Questa batteria si ricarica con un pannello solare, consuetudine nella zona dato che ogni villaggio ha una persona che fa il mestiere tipico di rifornire di energia: egli ha da 5 a 10 pannelli solari e una stanza piena di cavi e batterie che noleggia o con cui ricarica i telefonini o le altrui batterie.

Mi informo sulla deteriorabilità delle lampade LED: una versione è di lunghissima durata, costoso e fabbricato in Italia, ma se si dovesse rompere si può soltanto buttare. Poi Ferroni ne ha studiato uno che va assemblato là e ordinati i chip via internet; le amministrazioni spesso legate a Ong li fanno arrivare senza problemi. Chi si occupa del montaggio è colui che ripara la tv e le radio, serve la loro precisione nell’elettronica dei i fili.

A chi appartengono le oltre cento lampade a LED lasciate in Mali? Sono della collettività, del villaggio così come il mulino o l’orto, esiste un protocollo replicabile sulla luce studiato dalla Fondazione. Vengono consegnate all’unità amministrativa del Comune, che le consegna a un villaggio rappresentato da un comitato formato tradizionalmente dalle donne come nei mulini dove esiste la presidente, la vicepresidente, la tesoriera.

Un anziano trasporta Foroba Yelen (1)Un anziano trasporta Foroba Yelen

Ci sono alcuni uomini, ad esempio l’operatore per la manutenzione, che di solito è chi si occupa dell’energia. Il comitato li noleggia a individui o gruppi: principalmente sono usati per feste religiose come funerali e matrimoni, questi ultimi durano quattro giorni interi durante i quali si affitta un gruppo elettrogeno a gasolio che è un costo elevato, quindi Foroba Yelen preso come progetto di cooperazione incide anche sulla sostenibilità. Con il suo utilizzo nascono anche nuovi mestieri: “se la luce la dai al maestro e non tanto alla scuola, lui può dare ripetizioni la sera”.

La sua estetica è qualcosa di “molto africano”, nella ruota di bicicletta che però deriva anche dal ready made per eccellenza totalmente occidentale, quello di Duchamp, dove allora l’unione di pezzi con funzioni differenti cambiava il segno del prodotto finale in senso solo artistico, senza utilità. Oggi l’object trouvè ha trovato spazio in Africa per mantenere una grazia, una bellezza insita nella struttura, ma soprattutto dove il cambiamento di significato dei singoli pezzi va verso una nuova vita funzionale ad altre.

Non era necessario che L’Albero della Luce fosse bello, ma per Ferroni era importante, dice che è anatomico, si ispira all’eleganza delle figure delle donne e degli uomini del Mali, dallo loro gestualità e dai movimenti. Rappresenta un po’ il loro incedere fluido, come nell’immagine della donna che innaffia l’orto comunitario con la grazia di una moderna Madonna, o dal signore anziano vestito di rosso, accanto a lui l’albero della luce ispirato alle sue movenze.

Michela Ongaretti

Serpente di Fuoco, di Nino Alfieri,al buio, scultura da parete in legno scolpito dipinto che genera un’aura luminosa visibile sia con la luce solare che artificiale

Luce4Good. La luce di undici artisti contro il tumore al seno, nell’ex chiesa di San Carpoforo

Luce4Good. La luce di undici artisti contro il tumore al seno, nell’ex chiesa di San Carpoforo

Mostre Milano Brera: Luce4Good La luce di undici artisti contro il tumore al seno, presso l’ex chiesa di San Carpoforo .

Il 2015 è stato proclamato anno della Luce, idea e materia che ha ispirato la mostra Luce4Good Light Art Ensemble 2015, curata da Gisella Gellini, architetto e ricercatrice della cultura della luce, docente del corso Light Art e Design della Luce presso laScuola del Design del Politecnico di Milano, e Domenico Nicolamarino, architetto e docente di Light Design e Illuminotecnica all’Accademia di Belle Arti di Brera.

Pectus Terra di Nicola Boccini, installazione interattiva di sculture in porcellana con fili di rame

Pectus Terra di Nicola Boccini, installazione interattiva di sculture in porcellana con fili di rame

 

Gli artisti coinvolti hanno realizzato opere site specific sul tema “Luce, Ricerca, Vita, Donna“, sono : Nino Alfieri, Carlo Bernardini, Nicola Boccini, Marco Brianza, Leonilde Carabba, Arthur Duff, Nicola Evangelisti, Maria Cristiana Fioretti, Federica Marangoni, Marco Nereo Rotelli e Donatella Schilirò.

Skyline di Antonella Schilirò, elemento da parete in alluminio traforato e luci a LED

Skyline di Antonella Schilirò, elemento da parete in alluminio traforato e luci a LED

 

 

E’ possibile visitare la mostra solo fino a domenica venti dicembre 2015, e vi garantisco che varrebbe davvero la pena di interrompere il vostro shopping natalizio per una visita nella suggestiva chiesa sconsacrata di San Carpoforo, nel cuore di Brera.

L’ideazione e l’organizzazione generale è di Chiara Pariani, direttoremarketing & e-commerce di QVC Italia, in collaborazione con l‘Accademia di Brera,e andrà a sostegno del progetto Pink is Good della Fondazione Umberto Veronesi a favore della ricerca e della prevenzione del tumore al seno. Sarà infatti possibile acquistare le opere esposte dal valore di 2000 fino a 10000 euro, e il ricavato sarà interamente devoluto per la causa. Supportano l’iniziativa il presidente Marco Galateri di Genola e il direttore Franco Marroco dell’Accademia.

L'ex chiesa di San Carpoforo, tra i palazzi di Brera

L’ex chiesa di San Carpoforo, tra i palazzi di Brera

 

Luce4 Good continua il discorso iniziato con la prima edizione di Light Art Ensemble un anno fa; oggi non si investe soltanto in qualità artistica ma anche nella finalità di sostegno umanitario e alla scienza.

La luce rappresenta lo strumento per la vita e la conoscenza, come si legge sul sito ufficiale dell’ International Year of Light : “è di fondamentale importanza nello studio dei principi base della vita e dell’ambiente che ci circonda. La fisica e le scienze naturali nel loro complesso oggi si affidano alle tecnologie fotoniche per esplorare e capire meglio il nostro mondo“. Questa funzione è ben esemplificata dalla fruizione diqueste opere: esse permettono una vera e propria esperienza sensoriale, così che la light art simboleggi con il suo offrirsi ad un impulso estetico attivo, l’importanza dell’organo della donna da proteggere, il seno che a sua volta è simbolo della femminilità e della maternità.

Ogni artista ha presentato quindi una sua visione della malattia come tema di ricerca scientifica o della femminilità.Le diverse opere hanno racconti differenti, come lo sono le persone che si trovano a confrontarsi con la malattia del nostro secolo, ma tutte le situazioni elencate elaborano un percorso di lotta e resistenza, verso la guarigione.

Serpente di Fuoco, di Nino Alfieri,al buio, scultura da parete in legno scolpito dipinto che genera un’aura luminosa visibile sia con la luce solare che artificiale

Serpente di Fuoco, di Nino Alfieri,al buio, scultura da parete in legno scolpito dipinto che genera un’aura luminosa visibile sia con la luce solare che artificiale

 

Ho trovato interessanti, e memorabili: Nicola Boccini che raffigura esplicitamente seni in porcellana luminescente che cambia colore a seconda dell’intensità dei suoni ad essi vicini; la collina-seno di Donatella Schilirò che pareirrigata dalla luce, quella del sapere che può salvarla, Federica Marangoni realizza dal calco della sua mano, una mano in vetro di Murano aperta nel gesto di fermare la malattia, davanti ad un’insegna luminosa rossa che recita “NO” rosso. Un no che si trasforma in un “on”fiducioso nella struttura luminosa in sottilissimo tubo neon di Arthur Duff.


Nino Alfieri ha realizzato alcune opere con un serpente in legno dipinto,
collocate in una stanza a formare un’installazione dove il primo riferimento è al Caduceo di Hermes o al Colubro sul bastone di Esculapio, simboli dell’antica arte medicinale. Il serpente qui non è arrotolato ma chiuso a formare un cerchio, l’antico Uroboro simbolo dell’infinito, per alludere alla ciclicità naturale e temporale, e alle sue capacità di rigenerare e rigenerarsi, la luce è coinvolta sia nell’illuminazione dalla parete che nell’alone luminoso in vernice riflettente, visibile sia con la luce solare che artificiale.Nell’opera di Leonilde Carabba ci sono diversi riferimenti esoterici, e la guarigione è anche quella dell’anima.

Ispirato-e-dedicato-a-Raphael-il-grande-guaritore-di-Leonilde-CarabbaColori-acrilici-foglia-d’oro-vera-colori-fluorescenti-e-fosforescenti-su-tela

Ispirato e dedicato a Raphael il grande guaritore di Leonilde Carabba ,Colori acrilici foglia d’oro vera colori fluorescenti e fosforescenti su tela

 

Carlo Bernardini utilizza la metafora dell’ombra per parlarci della luce: la seconda è più forte perché riesce ad attraversare una superficie mentre l’ombra si limita a disegnarsi su di essa. Essa rappresenta il potere della conoscenza, della ricerca scientifica che vince l’oscurità del male.

La mostra è in corso appositamente durante il periodo Natalizio per riallacciarsi anche al valore mistico della lucenelle festività, forse ormai svuotate del tradizionale senso religioso ma tutt’ora vicine all’idea laica della famiglia e dell’incontro. Non dimentichiamoci molte altre culture hanno festività invernali centrate sulla simbologia della luce, ad esempio Hanukkah, Kwanzaa ecc. Inoltre esisteva la celebrazione pagana di Yule nel solstizio d’inverno, quando l’asse terrestre si inclina rispetto al sole nell’emisfero settentrionale; il sole raggiunge la massima distanza per iniziare a trovarsi progressivamente sempre più vicino nei mesi successivi, e per millenni si è festeggiata questa possibilità, questo ritorno alla luce che è messaggio di speranza e fede nella prosperità futura.

Codice Spaziale di Carlo Bernardini, Elemento da parete in fibre ottiche, OLF, plexiglas®

Codice Spaziale di Carlo Bernardini, Elemento da parete in fibre ottiche, OLF, plexiglas®

 

Un evento speciale è stata la presentazione del progetto per l’Africa ruraleForoba Yelen, al pubblico e agli studenti del corso “Light Art e Design della Luce” del Politecnico di Milano. Ne ha parlato l’ideatore, l’architetto Matteo Ferroni, che ha stimolato la mia curiosità al punto da volerlo intervistare il giorno dopo. Potete seguire su Artscore la testimonianza del suo racconto emozionante nel design vero , quello davvero utile, nel segno della luce nel continente più povero e ricco allo stesso tempo.

Ci tengo a ricordare che la Fondazione Veronesi è attiva dal 2003 per sostenere la ricerca scientifica attraverso borse di studio ai medici e ricercatori, e per la sua divulgazione, al fine di rendere patrimonio di tutti i risultati acquisiti. Per questoorganizza conferenze e incontri con relatori internazionali, pubblicazioni e campagne di sensibilizzazione, progetti per le scuole. Tra i suoi promotori scienziati ci sono ben undici premi Nobel, parte del Comitato d’Onore, il cui operato è riconosciuto a livello internazionale.

Gisella Gellini presenta gli artisti di Luce4Good

Gisella Gellini presenta gli artisti di Luce4Good

 

Il canale televisivo QVC, è da tempo collaboratore della Fondazione Umberto Veronesi e di Pink is Good. Oltre a Luce4Good, ha sostenuto la fondazione con la vendita del set di due candele rosa del marchio Price’s durante il mese di ottobre, dedicato alla prevenzione contro il tumore al seno. Il prodotto è andato sold-out in poche ore, dimostrando l’attenzione dei suoi utenti a temi sociali così rilevanti; inoltre ha dato grande spazio alla prevenzione attraverso una campagna multicanale che ha avuto la cantante Nina Zilli come protagonista, insieme alle vere “Pink Lady”, donne che hanno dato testimonianza della sconfitta del tumore.

L’ex Chiesa di San Carpoforo si trova in via Formentini 12, Milano

Michela Ongaretti

SHIN-JUN-copia

Korean Wunderkammer. Un caleidoscopio dall’oriente presso la galleria Artespressione

Korean Wunderkammer. Un caleidoscopio dall’oriente presso la galleria Artespressione

Galleria Artespressione ospita Korean Wunderkammer:caleidoscopio dall’oriente. 

Fino al 22 dicembre via della Palla a Milano si colora della creatività coreana. La Galleria Artespressione ospita la mostra collettiva Korean Wunderkammer, parte del programma dedicato ai progetti esterni che prevede la collaborazione con enti e istituzioni internazionali.

La copertina del catalogo di Korean Wunderkammer

La copertina del catalogo di Korean Wunderkammer

 

Ora come nella precedente occasione di Brerart nel 2014 è coinvolta l’associazioneOrange Bridge, che ha proposto la selezione di sedici giovani artisti coreani, per la prima volta in questa sede con Lombardia-Corea, impegnata nella promozione della cultura d’origine in più ambiti.

La mostra è dislocata nei due ambienti della galleria: la sala oltre la luminosa vetrina al piano terra e nello spazio al primo piano, ugualmente aperto al pubblico ma più intimo e raccolto, senza soluzione di continuità con le diverse personalità artistiche esplorate.

L'interno della galleria Artespressione con la mostra Korean Wundekammer. Sul fondo opere di Jeon Ji Youn e Jang Sung An

L’interno della galleria Artespressione con la mostra Korean Wundekammer. Sul fondo opere di Jeon Ji Youn e Jang Sung An

 

La galleria di Paula Nora Seege affida il cooordinamento e la supervisione di questo e altri progetti al curatore Matteo Pacini, che mi ha accolto durante il vernissage spiegandomi le linee guida di Korean Wunderkammer.

La parola tedesca in italiano significa camera delle meraviglie o gabinetto delle curiosità e indica quel particolare ambiente dove il collezionista raccoglieva, dal sedicesimo al diciottesimo secolo, oggetti considerati straordinari per le conoscenze dell’epoca.

Shin Sang Won, Psd no.4, inchiostro su carta, 2015

Shin Sang Won, Psd no.4, inchiostro su carta, 2015

 

Non erano prettamente opere artistiche ma memorabilia come invenzioni meccaniche, esemplari di storia naturale, strumenti di misurazione e musicali, monete, cammei, rarità archeologiche o minerali, pietre preziose.

Questi oggetti avevano valore didattico ed erano utili soprattutto alla ricerca scientifica ma tutti, compresi alcuni dipinti e sculture,venivano da lontano, nel tempo e nello spazio, e per questo suscitavano stupore.

L'esposizione con le opere di Lee Un, Kim Eun Ha e Shin Gue Hang

L’esposizione con le opere di Lee Un, Kim Eun Ha e Shin Gue Hang

 

Si pensa poi che l’arte in Corea possiede una sorta di wunderkammer in grande: si tratta del Museo Nazionale aperto a Seul nell’anno dell’indipendenza dalla Corea del Sud, il 1945. E’ l’unione della prima collezione museale imperiale del 1908 situato nel famoso Palazzo Chang Gyeong Gung, con il museo del governo generale giapponese.Korean Wunderkammer ragiona sul concetto del tutto occidentale, legato a un preciso momento storico,pensando alle dinamiche alla base della sua formazione, il viaggio e la scoperta. Questi sono in questo caso declinati in senso moderno al viaggio interiore verso orizzonti nuovi, anche artistici, partendo dall’Europa, dall’Italia, verso l’Oriente, la Corea. Il paese sempre più ricco di creatività e sperimentazione, ha esportato questi sedici talenti che non interpretano il tema della wunderkammer ma ne sono nel loro insieme una rappresentazione contemporanea.

Korean Wunderkammer, particolare del dipinto Re di Jang Sung An

Korean Wunderkammer, particolare del dipinto Re di Jang Sung An

 

Il Changgyeonggung fu costruito con ogni probabilità come dimora estiva della dinastia Goryeo o Koryŏ, da cui si origina il nome Korea; fu realizzato ex-novo nel 1483, per diventare uno dei cinque grandi edifici realizzati sotto la dinastia Chosum a Seul.

Una delle caratteristiche delle Wunderkammer era senza dubbio la varietà e queste meraviglie odierne sono estremamente eterogenee, tra sperimentazioni materiche in pittura e scultura, illustrazione e fotocomposizione digitale, tessuti dipinti o intessuti, lavori a china su carta, stampa su tela, e ancora guache , colre ad olio e a tecnica mista tradizionale coreana.

Suh Eun Jin,Grandma piece of cloth, tecnica mista,2015

Suh Eun Jin,Grandma piece of cloth, tecnica mista,2015

Gli artisti in mostra a Milano ad Artespressione con Korean Wunderkammer sono: Kim Eun-ha, Suh Jung-Kyu, Seo Eun-Jin, Shin Gue-Hang, Shin Sang-Won, Shin Jun, Lee Yun-Min, Lee Ae-Ri, Lee Un, Lee Yoon-Jung, Jang-Hanni, Jeon Ji-Youn, Whang Gue-Beck, Kim in-ock, Lee Min-Han, Jang Sung-An

Una scultura di Lee Un

Una scultura di Lee Un

 

Vorrei segnalare in questo caleidoscopio chi mi ha dato interessanti spunti di riflessione sulla tecnica e sulla poetica, legata o meno al paese d’origine: Seo Eun Jin con i suoi ritagli di carta che richiamano l’idea del viaggio inteso come avventura gioiosa.

Shin Gue Hang per le sue sculture “geologiche ” dove la materia celebra l’eterno mutamento, Shin Sang Won per il suo esempio tutto orientale e contemporaneo di unire nell’inchiostro lettere e immagini.

Lee Un,The man gazing, tecnica mista, 2014

Lee Un,The man gazing, tecnica mista, 2014

 

Lee Un per la sua personale rivisitazione del dripping di colore applicata all’illustrazione, Jeon Ji Youn per la spiritualità delle sue forme geometriche e la sua speciale simbologia del colore giallo .

Una menzione particolare per Jang Sung An, ideatore di Orange Bridge, che per l’occasione ha realizzato tre dipinti con volti dal sorriso inquietante, che emergono poco dal buio non rivelando la reale fisionomia. Mi vengono indicate come teste di dittatori, io le vedo come maschere teatrali di spiriti maligni. La meraviglia a volte incute timore.

Michela Ongaretti

depositio_maddalenae___780_hours_drawing__by_emanueledascanio-d9dccd2

Emanuele Dascanio, il disegno della luce e del simbolo

Emanuele Dascanio, il disegno della luce e del simbolo

Emanuele DascanioEmanuele Dascanio al lavoro mentre realizza Depositio Maddalenae

Emanuele Dascanio, il disegno della luce e del simbolo.

Si è conclusa alcune settimane fa la mostra di Emanuele Dascanio “Su la soglia della luce” presso la Fondazione Maimeri in Corso Colombo. Un amico artista mi ha mostrato alcune pagine del catalogo, e ho subito desiderato conoscere meglio l’opera di Dascanio. La mia visita è stata entusiasmante perché ho avuto una guida speciale: l’artista stesso, che mi ha accolto pronto a conversare sul suo lavoro, stupendomi con la sua personalità decisa e umile allo stesso tempo. Ha le idee molto chiare su cosa vuole ottenere con la propria tecnica precisa, e sul suo contenuto profondo, ma nonostante sia stato definito un enfant-prodige non esita nel parlare di altri grandi del suo tempo nella stessa disciplina, non ergendosi a unico interprete di quello che in tanti chiamano iperrealismo, preferendo per il suo lavoro il termine fotorealismo.

La copertina del catalogo della mostra presso la Fondazione Maimeri con l'opera Leonardo messo a nudo per me, pietra nera e grafite su carta– 2014Fondazione Maimeri – La copertina del catalogo della mostra con l’opera Leonardo messo a nudo per me, pietra nera e grafite su carta– 2014

La mostra curata da Angelo Crespi e Alessandra Redaelli è stata voluta dal Presidente della Fondazione e AD dell’Industria Maimeri, Gianni Maimeri e il Ceo di F.I.L.A. ( Fabbrica Italiana Lapis ed Affini) Massimo Candela, dopo la richiesta di Maimeri di poter utilizzare dei dipinti e disegni di Dascanio, realizzati ad hoc, per il packaging del brand Lyra. In esposizione c’erano le confezioni di pastelli, le opere originali, e quelle acquistate da Lyra ma non scelte per la distribuzione, a causa della commissione islamica che vieta l’utilizzo della figura femminile sui prodotti, nei paesi arabi. Vediamo in totale ventidue opere ben rappresentative del percorso finora intrapreso dal trentaduenne, già costellato di diversi riconoscimenti.

Con questi lavori è chiaro come l’arte sia in grado di nobilitare, (e mobilitare), un prodotto commerciale. Operazione che non è certo sconosciuta, ne tanto meno scandalizza i lungimiranti artisti della nostra epoca. Chiedo infatti a Dascanio se ritiene che le aziende possano essere collezionisti attenti, e alla risposta positiva aggiunge che di fatto gli artisti sono sempre stati a disposizione di aziende, che i mecenati dei secoli lontani erano come tali. Chi compra e investe sull’arte sono persone comuni, possono essere “postini o industriali” con intenzioni diverse. C’è chi ha un gusto per la bellezza che non è mai merce, semmai regala quel ” qualcosa in più di quello che ti aspetti di vedere”, per avvicinarsi a un’idea unica, a una visione del tutto originale e altra rispetto al vissuto quotidiano, che per un brand è una luce d’inaspettato riverbero sul proprio operato.

Emanuele DascanioEmanuele Dascanio, Divina Consonantia, pietra nera e grafite su carta Schoeller, 2014

Ci sono certo altri tipi di arte legati all’investimento, quella dettata dalle leggi del suo mercato, dove è tutta una questione di quotazioni svuotando la forma di un valore oggettivo, dove sono le parole usate che fanno vendere. Il tipo di arte propugnata e realizzata da Dascanio secondo lui stupisce perché è ancora fuori dal mercato comune, chi la desidera lo fa per gusto, unicamente.

E’ il mondo del figurativo e per Dascanio della poetica fotorealista, che parte da un’immagine creata con una composizione costruita dallo stesso artista, per ricomporla attraverso i dettagli e darle espressione attraverso il tratto, con pietra nera e grafite più spesso che col colore. La scelta sentita verso il realismo dei particolari usando una foto nasce da motivi personali, quindi fuori da una logica di richiesta del mercato: sarà che il disegnatore riconduce il suo modus operandi ad un disturbo visivo che gli impedisce di vedere da lontano, ma se gli “viene di fare esattamente questo”, io aggiungerei che è il risultato stupefacente a far sì che il suo sistema vince e interesserà anche chi non sempre è attratto dal realismo estremo.

Emanuele Dascanio, Amplecti vitae,olio su tela,2013Emanuele Dascanio, Amplecti vitae,olio su tela,2013

Il corpus dei lavori diDascanio vive di dettagli, “fino al limite della texture”, ma sente il bisogno di un dialogo con chi guarda da fuori, e lo trova nella composizione, nella visione d’insieme, così un disegno o un dipinto rappresenta il “dono ad altri della visione che non hai”.

Gli chiediamo chi considera “eccellenti” tra chi opera nel suo stesso mondo del disegno e della figurazione, dove il supporto cartaceo ha oltrepassato il millennio di splendore, e ci parla di Maurizio Bottoni, Gianluca Corona, Agostino Arrivabene, Nicola Verlato, Roberto Ferri , dove la tecnica non è fine a sé stessa ma a contenuti complessi, “sono alchimisti, dietro alla pittura c’è un pensiero poderoso”.

Il suo percorso inizia in pittura: apprende dal suo maestro Gianluca Corona ( a sua volta da Mario Donizetti), a “bottega” come un artista rinascimentale, come utilizzare strumenti, passaggi, come trattare la luce perché ” per fare prendere forma al tutto e dare poesia serve un controllo totale”, e quel controllo, quella precisione che calcola tutto fin dall’inizio è ora avvertibile nella sua disciplina più congeniale e sentita, più usata: il disegno, dove ogni velatura influenza lo step successivo, dove la grafite e la pietra nera sono armonizzate in un tratteggio continuo, leggero, che si fa gestuale a seconda del “dramma” luministico.

Emanuele Dascanio, Allegoria del Sublime, pietra nera e grafite su carta Schoeller, 2013 (1)Emanuele Dascanio, Allegoria del Sublime, pietra nera e grafite su carta Schoeller, 2013

Il suo approccio all’immagine è in primis al disegno che per Emanuele Dascanio è pittura,insieme all’aura di sacro, che è ciò che rende immortale l’immagine. In esso si vede il tempo che fa nascere e crescere l’opera, ed è inoltre popolare: “Io uso quello che le persone sanno vedere meglio”. Le figure emergono dal buio come l’apparizione su un boccascena, dove ogni particolare è in evidenza improvvisa, dalle pieghe degli abiti alla definizione di ogni singolo capello.

Per l’artista una linea rappresenta un “contrasto romantico”, che gioca sugli effetti luministici, su quel confine tra buio e luce come recita il titolo della mostra, e come si interpreta la visione di una certa pittura del cinque-seicento da Caravaggio in poi, matrice senza dubbio d’ispirazione formale e di contenuto. La sottile linea di confine delimita anche i territori del sacro e del profano, dell’antico e del contemporaneo, mettendo in comunione il “rigore fiammingo al calore del rinascimento” italiano nelle nature morte, e in quelli che appaiono ritratti ma sono sempre allegorie.

Il sacro è come ho accennato un mezzo per toccare le corde di tutti attraverso la memoria storica, è l’origine del simbolo, quindi inteso come “revival”, funzionale alla comunicazione del contenuto profondo. Il sacro è un codice che fa scattare l’ appartenenza dell’immagine all’allegoria, nella sua comprensione immediata, e la fa durare nel tempo: quest’ aspirazione all’immortalità dell’effige interessa del periodo tardo-rinascimentale, non l’emulazione di uno stile ma il suo intento di diventare icona per i contemporanei e i posteri.

Emanuele DascanioEmanuele Dascanio, Depositio Maddalenae, pietra nera e grafite su carta, 2015

L’iconografia sacra è resa al servizio di concetti universali attivati nell’osservatore contemporaneo, non è un gioco meramente estetico e combinatorio tra elementi del presente e del passato, ma intende muovere alla riflessione di ciò che siamo, oggi. Esemplare in questo senso è l’opera “Depositio Maddalenae”, tra le ultime creazioni. La grafite e pietra nera su carta uniscono i diversi linguaggi della posa classica e sacrale all’eros contemporaneo , ed è forse l’opera più postmoderna, classica e contemporanea ad un solo sguardo: una bellissima donna ricalca nel corpo scivolante verso il basso la posa di una deposizione cristiana, mentre la lingerie di pizzo non può che appartenere al presente e riporta al contesto erotico sia per la fisicità che per le lenzuola stropicciate ad arte, come una sindone. Il misticismo oggi lo si può trovare nell’eros, che può essere votato a una spiritualità immanente, in una passione che non è più quella sacrificale della religione. Il gioco duale di destabilizzazione, tra luce e ombra, sacro e profano, contemporaneo e classico avviene però in maniera leggera come il suo tratteggio stratificato; non vuole scioccare ma soltanto suggerire una visione che non finge una verità assoluta.

Tra tutte le opere di Emanuele Dascanio noto un’altra dicotomia: tra la visione del soggetto maschile e quello femminile. Il corpo riflette l’ideale ed è sempre metafora che rimanda ad altro da sé nella sua presenza scenica, quindi l’uomo è anziano perché simbolo di saggezza, di una vita intensa e intessuta di esperienze, è la “forza lavoro creatrice”, mentre le donne sono giovani e nel pieno della bellezza e fecondità in quanto comunicano la virtù o la fragilità di un’esistenza in corso di realizzazione. La maggior parte dei lavori utilizza la figura femminile, così che nella sua bellezza ideale faccia fermare lo sguardo, ipnotizza e concentra su un concetto.

Tra le allegorie laiche osservo la fanciulla di “Allegoria del sublime”, le due figure femminili inizialmente studiate per il packaging Lyra, e “Divina Consonantia”. Qui il volto della Musica porge al mondo una conchiglia, la Matematica o la perfezione dell’universo, racchiuso in alcune forme naturali, come vien ancora esemplificato nel dipinto ad olio “Amplecti Vitae”, nel quale lostupore della Natura palesato in un semplice cavolfiore è altrettanto stupefacente di un frattale.

La figura maschile che desidero citare è “Leonardo messo a nudo per me”, dove il genio, la sua storia tra le linee della barba,e le rughe del suo corpo, guarda fuori dal quadro perché tutto ciò che sta fuori si concentra nelle sue opere, la sua pittura era fatta per spiegare il suo studio sulla Natura e le sue potenzialità. Lo sguardo è rivolto a nuove idee, nuove scoperte, e pare di guardarlo attraverso uno specchio.

Sempre l’ideale della tecnica, della forza lavoro non slegata dalla genialità è simboleggiato dalle mani presenti sulle confezioni dei pastelli Lyra, logicamente e intuitivamente le mani, senza bisogno di cercare allusioni lontane o complesse perché come diceva Leonardo da Vinci “La semplicità è l’ultima sofisticazione”.

Michela Ongaretti

Nicola Samorì, Soluzione, 2009, olio su rame

Mattia Moreni e Nicola Samorì nella doppia mostra La disciplina della carne

al Museo civico Luigi Varoli di Cotignola e FAR Fabbrica delle Arti di Rimini

di MICHELA ONGARETTI

Nicola SamorìNicola Samorì, About Africans (gli occhi nel petto) 2013, olio su tavola

Mattia Moreni, Nicola Samorì La disciplina della carne: due mostre al Museo civico Luigi Varoli di Cotignola e alla FAR Fabbrica delle Arti di Rimini.

Ad inizio dicembre in terre di Romagna si è inaugurata una mostra fuori dal comune, che credo si farà ricordare a lungo. “La disciplina della carne” a cura di Massimiliano Fabbri e Massimo Pulini,mette in scena l’opera di due artisti di notevole importanza nel panorama italiano: Mattia Moreni e Nicola Samorì. Non parliamo di una bipersonale ma una “doppia ” esposizione che confronta due visioni legate in maniera diversa alla fascinazione materica, dipinti e sculture presenti contemporaneamente in due luoghi: il Museo civico Luigi Varoli di Cotignola e la FAR Fabbrica delle Arti di Rimini.

Mattia MoreniMattia Moreni, Un’anguria come la morte e come la luna 1965, olio su tela, collezione Maria Francesca Moreni

Gli artisti appartengono a due generazioni diverse, hanno percorso strade separate che per molti occhi appaiono lontanissime, inconciliabili, ma che per i curatori possono essere analizzate e apprezzate sotto la stessa luce: quella della loro incessante sperimentazione con la pittura e sulla pittura, sulle possibilità e i limiti di un linguaggio inteso come primario e insostituibile per la sua capacità di generare immagini potenti che sappiano scardinare una visione abitudinaria, pur facendo tesoro di una tecnica che affonda nella tradizione, a cavallo e mediante lo scontro tra la riflessione lucida e il gesto violento, di slancio romantico.

La materia, la carnalità, il colore fanno parte della stessa ossessione che si è rivelata un metodo e un marchio di stile nella forzatura di una disciplina portata all’eccesso nella sua sostanza, per condurci sul ragionamento metalinguistico dell’opera.

La disciplina della carneMattia Moreni, Nicola Samorì La disciplina della carne – L’allestimento con alcune opere di Moreni e Samorì

L’esposizione si compone di due sezioni distinte, una al Museo Varoli e una al Far, dove in entrambe le sedi vediamo le opere di entrambi gli artisti, messe vicine per evidenziare contrasti e differenze, chiare nell’aspetto formale, non disgiunte da affinità e punti di contatto intellettuale, di concetto alla base degli intenti, come indica Fabbri ” in questa carne e pasta pittorica sensuale, e nella disciplina del gesto e tecnica che prova ad addomesticare la belva”. Sono oltre sessanta dipinti con alcune sculture; il percorso ambizioso pone quindi anche un confronto su potenzialità ed esiti di queste due discipline, la seconda intesa come estensione della prima nella sua logica materializzazione.

Mattia MoreniMattia Moreni, Un mare di semi, come un liquame (..), semi-sommersi i manipolatori genetici, i laboratori di neurofisiologia (..) E ancora e per fortuna il sorriso delle ragazze 3 dicembre 1974, china su carta

I luoghi che accolgono il progetto sono anch’essi molto differenti, ma riescono a rendere nella loro struttura peculiare l’organicità del progetto espositivo: a Cotignola vediamo gli autoritratti di Moreni e le Marilù in dialogo diretto con i volti scorticati di Samorì, e una sala di disegni dove emerge una forte similitudine segnica ; a Rimini è stato possibile presentare opere di grandi dimensioni come alcune teste monumentali di Samorì, i suoi teatrini dipinti e gli spettri di santi secenteschi, con le baracche, i cartelli e le angurie di Moreni.

Si gioca abilmente e senza sosta con la duplicità nelle poetiche degli artisti, nelle sedi, nelle discipline. E’ il filo rosso che accompagna il visitatore in un viaggio su binario, tra velature e pastosità, razionalità e sragione, composizione e disfacimento, o semplicemente un non pacificato dialogo tra natura e Cultura, in costante battaglia.

Mattia MoreniMattia Moreni, La povera anguria americana,infine, entra nel fienile delle Calbane Vecchie e posa sulla pelliccia di gorilla come la prima Orizzontale di lusso, 1969, olio su tela

Mattia Moreni era nella pittura e nella persona una rappresentazione dionisiaca e impetuosa, ” satiresca e luciferina” secondo le parole di Massimo Pulini, le cui opere sensualmente gonfie di colore paiono rifarsi costantemente ad una pratica erotica, mentre Nicola Saporì appare preciso e cerebrale, filosofico e lontano da una fisicità esacerbata, ma nella sua raffinata minuzia, nei suoi lavori intrisi di bellezza antica affiora un desiderio feroce di dissoluzione, un lesionismo materico attuato con la precisione di un bisturi sui sette strati della sua pittura, come sulla pelle umana. I due si incontrano qui, in questo “epicentro carnale”.

Nicola SamorìNicola Samorì, Soluzione, 2009, olio su rame

FAR e Museo Civico Luigi Varoli di Cotignola sono due realtà molto attive nell’ambito delle arti visive non soltanto in Romagna, il primo noto per la Biennale del Disegno, il secondo protagonista del progetto Selvatico, una rete tra luoghi persone, artisti e collezioni museali, una mappatura di diversi ambiti e discipline, autori di varia provenienza interessati a piani espositivi dialoganti con la memoria storica delle location ospitanti.

Questi autori spesso si trovano ad operare in una veste straordinaria, per presentare punti di vista nuovi su una tematica, ad esempio come curatori. In questo senso “La disciplina della carne” è germinata da Selvatico dato che Samorì e Moreni sono senza dubbio parte di questa mappa sulla pittura contemporanea, dove l’artista vivente legge l’operato dello scomparso non solo come co-protagonista, ma come co-curatore: viene coinvolto nella ricerca e negli orientamenti progettuali, soprattutto nella selezione delle opere.

Nicola SamorìNicola Samorì, Vomere 2013, olio su tavola, collezione S. Baruffi

Una scelta volutamente arbitraria, da parte di chi ha osservato a lungo le opere di Moreni con una tesi di laurea sui suoi ultimi dipinti, e funzionale al percorso espositivo, alla narrazione di questo labirinto a doppia entrata, intrecciandola progressivamente all’universo di Samorì.

Il prezioso catalogo a corredo della mostra, stampato dalle Grafiche Morandi di Fusignano, presenta una campagna fotografica di Daniele Casadio nello studio dei due artisti, che non si sono mai incontrati ma che attraverso le loro opere hanno raccontato un momento condiviso.

Da non perdere: per il potere ipnotico della materia pittorica di due grandi artisti.

Michela Ongaretti

Lampada Venini

A Milano il vetro d’Arte di Murano: il nuovo showroom di Venini è in via Bigli

A Milano il vetro d’Arte di Murano: il nuovo showroom di Venini è in via Bigli

di MICHELA ONGARETTI

Il nuovo showroom del vetro d’Arte di Murano è  nel quadrilatero della moda, in via Bigli 6 .

Parliamo dell’antica azienda fondata a Venezia nel 1921: Venini è eccellenza per antonomasia del vetro di Murano d’artista. Fino all’anno scorso si potevano vedere le loro creazioni presso De Padova in corso Venezia, da poco aperto i battenti in via Bigli 6 in un notabile spazio autonomo.

 

Una vetrina di VeniniShowroom di Venini in via Bigli, vista da una vetrina

Se per la prima, costituita da oggetti, vasi e prodotti per la tavola, le creazioni vivono in un’esposizione arricchita da giochi di luce avvolgenti i pezzi, delle lampade e dei lampadari di Artlight vediamo le novità accanto ai classici d’Autore.Si presenta ai nostri occhi con due ampie vetrine, che custodiscono una superficie di 120 mq. Sono in evidenza nello store le collezioni Artglass e Artlight.

La possibilità di un rinnovamento nella presentazione dei prodotti è ricercata nel nuovo spazio in via Bigli. I collezionisti o clienti si trovano all’interno di un ambiente che offre lapossibilità di visionare il vetro d’arte da ogni angolazione, dove l’intera superficie è dedicata a far capire la presenza scenica delle collezioni Venini: in questo modo si facilita la comprensione della visione creativa di designer, architetti, artisti, coloro che valorizzano da sempre i propri progetti mediante il vetro soffiato di Venini.

L'interno dello showroom di Venini in via BigliInterno dello showroom Venini

L’apporto di questi creativi è stato fondamentale: per tutti la costante è la capacità di reinterpretare in senso contemporaneo la leggerezza e forza dell’arte vetraria, fedele alla tradizione schiettamente artigianale nella tecnica costruttiva.

Sono produzioni autentiche realizzate da maestri vetrai dal consolidato sapere millenario, trasformate dal design d’avanguardia. Il rispetto per la materia utilizzata non contrasta però con la necessità sempre viva di creare un’alternativa nel contesto nella consolidata tradizione muranese, creando quindi opere uniche grazie all’espressione più contemporanea, dal lusso esclusivo grazie a raffinati dettagli e finiture, con complesse lavorazioni.

Ando Time, Art Glass 2015, edizione limitata a quarantanove opere per colore, con venti prove d'artista.

Ando Time, Art Glass 2015, edizione limitata a quarantanove opere per colore, con venti prove d’artista.

Tra i celebri artisti e designer coinvolti citiamoTadao Ando, protagonista per Euroluce e il Fuorisalone 2015; nella stessa occasione la mostraDesign the italian excellence. Amazing Glasses,presso il Carlton Hotel Baglioni esibiva i lavori diEttore Sottsass, Gae Aulenti, Fabio Novembre, Carlo Scarpa, Elena Cutolo, Matteo Thun, Ludovico Diaz de Santillana, Tobia Scarpa.

Tra i primi talenti dedicati a Venini Carlo Scarpa e Giò Ponti negli anni trenta e quaranta, ma è soprattutto dagli anni ottanta, dopo uno sfortunato incendio, che si rinnovano collaborazioni con artisti e designer di grido come Owe Thorssen, Brigitta Karlsson, Tina Aufiero.

La lampada di Gio Ponti 99.80, 1946, edizione numerata

Venini – Gio Ponti, lampada 99.80, 1946, edizione numerata

Poi dagli anni novanta entra in scena anche Ettore Sottsass, Gae Aulenti, Mario Bellini, Timo Sarpaneva e Fulvio Bianconi; si coinvolgono anche artisti emergenti come Elena Cutolo, Giorgio Vigna, Emmanuel Babled, Rodolfo Dordoni, Monica Guggisberg e Philip Baldwin.

Happy-Pills, 2012 design Fabio NovembreFabio Novembre, Happy-Pills, 2012

 

Edizioni limitate presentate in kermesse internazionali di design sono state disegnate da Giorgio Vigna, Alessandro Mendini, Sandro Chia e Mimmo Rotella. Il mondo dell’arte si è avvicinato a quello di Venini: ad esempio nel 2005 i fratelli Fernando e Humberto Campana, hanno progettato una grande installazione di campane di vetro esposta alla Galleria Moss di New York nel 2015.

Secondo le parole del noto architetto e designer internazionale Alessandro Mendini, storico collaboratore dell’azienda dalla metà degli anni ottanta, è riconoscibile uno stile preciso “frutto di un magico dosaggio creatosi nel tempo, fra alcune tecniche esclusive, alcuni eccezionali artisti inventori di forme, e la scelta di certi colori.

L’azienda ha in più un’eredità storica da quando fu fondata nel 1921 dall’avvocato milanese Paolo Venini e dall’antiquario veneziano Giacomo Cappellin, allora Cappellin Venini & C.: come un patrimonio culturale di più di novant’anni, sono stati conservati disegni, fotografie, scritti e opere, prove del percorso aziendale che stimola le menti creative mondiali,osservabili nei più importanti Musei e Fondazioni d’Arte.Questa tradizione e questi confini sono la magica formula di Venini.” La magia dell’arte è sempre legata per Venini allamanualità tipica del Made In Italy più ricercato e richiesto, e per questo la sua produzione “fa parte delle meraviglie dell’umanità. Calma e saggezza di un chiaro artigianato, puro e intatto nel tempo, incorruttibile dalla violenza delle mode, un esempio e una testimonianza di perfezione.”

Esprit , lampada da terra e da tavolo, 1970Venini – Esprit , lampada da terra e da tavolo, 1970

 

Il progetto per inserire molte di queste testimonianze, con mostre monografiche sugli autori di vetri Venini, presso LeStanze Del Vetro all’Isola di San Giorgio Maggiore è portato avanti in collaborazione con la Fondazione Giorgio Cini e con Pentagram Stiftung. la mostra su Carlo Scarpa riscosse un successo tale che nell’autunno del 2013 venne riproposta al Metropolitan Museum of Art di New York.

Vista dello showroom VeniniVista dell’interno- showroom Venini a Milano

Nel 2011, novantesimo anniversario dell’azienda un progetto espositivo itinerante ha coinvolto il Museo del Vetro di Murano, Palazzo Grassi e Punta della Dogana, il Shanghai Museum of Glass, il Museo Bagatti Valsecchi di Milano.

Michela Ongaretti