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Una rapsodia in bianco e nero con Nada Pivetta ed Enrico Cattaneo

Una rapsodia in bianco e nero con Nada Pivetta ed Enrico Cattaneo

E’ successo il 27 aprile 2016 a Milano.

Ha inaugurato la mostra Rapsodia, bipersonale di Nada Pivetta ed Enrico Cattaneo presso gli Eroici Furori di via Melzo 30.

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Due generazioni lontane, un uomo e una donna, la fotografia e la scultura, con le loro sperimentazioni come punto di contatto. La curatrice Silvia Agliotti spiega che il concetto di rapsodia è suggerito dagli scatti che Cattaneo ha realizzato sulle opere e nello studio dell’artista, entrata a far parte della collezione del Museo del ‘900: essi sono “spunti melodici quasi improvvisati” e nello stesso tempo narrazione di un processo che ha portato alla realizzazione delle sculture, come quelle presenti in forma antologica in galleria. Sono ceramiche che esibiscono una gloria materica frastagliata che pare fermata nell’atto di sbocciare, di aprirsi.

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Un ulteriore e reciproco passaggio di “congiunzione” è evidenziato nello studio preparatorio della scultrice nella prima sala, a richiamare la vocazione al bianco e nero del fotografo, lui che ha ritratto nella lunga carriera le espressioni dei grandi artisti del novecento come Fontana, Beuys, Boetti e Munari, solo per fare alcuni nomi. Quell’inchiostro su carta pare complice nella forma degli ultimi “esperimenti” vicini alla pittura di Cattaneo, intitolati “germinazioni”: acidazioni su carta fotografica incredibilmente attinenti alla poetica di una natura in “migrazione” di Nadia Pivetta. I loro riflessi metallici sono cangianti al punto di trasformarsi ancora nel corso del tempo? Domanda legittima della curatrice, alla quale il fotografo con candore risponde con l’augurio di un no. L’impressione fissata risponde al risultato desiderato, il pensiero sulla mutevolezza si esprime sempre nella visione di un attimo infinito, di uno scatto.

In mostra fino al 20 maggio

Michela Ongaretti

Fotografie di Sofia Obracaj

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Edera visto dall'alto, design Studio Ito

Setsu Ito. Il designer giapponese più italiano al mondo

Setsu Ito. Il designer giapponese più italiano al mondo. Intervista di Michela Ongaretti prima della Design Week2016

Setsu e Shinobu Ito

Setsu e Shinobu Ito – Milano Design Week 2016 e Salone del Mobile

Eventi Fuorisalone 2016 Milano Design Week : Setsu Ito –  intervista diMichela Ongaretti.  L’anno scorso ho scritto (vedi articolo) della partecipazione alla Design Week della coppia di designer Setsu & Shinobu Ito: sono un’importante presenza fissa da tempo e anche nel 2016 ci sarà la possibilità di vedere il loro lavoro sia al Salone del Mobile che al Fuorisalone. Quest’anno ho avuto l’onore di essere ricevuta nel loro studio aMilano, dove ho rivolto alcune domande a Setsu Ito e mi sono immersa nel suo mondo creativo, fatto di compenetrazione tra la cultura giapponese di origine e quella italiana.

Setsu e Shinobu Ito

Setsu e Shinobu Ito

Noi che ora guardiamo all’estremo est come luogo di opportunitàper chi opera in ambito artistico e progettuale, dovremmo sempre pensare cheper il design quella italiana è da sempre reputata una grande scuola.

E’ il ricordo delle esperienze giovanili, dell’entusiasmo di un mondo nuovo a far brillare gli occhi di Setsu Ito quando mi racconta del suo “incontro” con il nostro paese.

Era la fine degli anni ottanta e in Giappone si parlava moltissimo delmovimento postmodernista italiano, il giovane non sapeva ancora esattamente in che modo far nascere la propria carriera e dal paese stesso ebbe un’impressione assai positiva ma del tutto differente dalla cultura del paese d’origine. Ciò che lo impressionava maggiormente era come qui gli oggetti vecchi e antichi avessero un valore e fossero usati da tutti anche dalle menti brillanti mentre in Giappone ciò che è vecchio è considerato povero, poco utile o soddisfacente. In Giappone ogni cosa è nuova, mi dice.

Salone del mobile 2016, Studio Ito per Adrenalina

Setsu ha lavorato con Studio Alchimia di Alessandro Mendini, Angelo Mangiarotti e Aldo Cibic, che lo meravigliò per il fatto voler aiutare l’amico in un trasloco con una vecchia.. Cinquecento! Insomma per lui tutti gli incontri con i grandi del design sono stati all’insegna della semplicità, i nomi presenti nei media più prestigiosi, con le idee più rivoluzionarie e una gran “voglia di fare”,erano umani, non “facevano barriera” come nel contesto nipponico.

E’ quindi entrato nel gotha del design italiano adottando questo entusiasmo genuino, e il suo talento ha potuto svilupparsi unendo la filosofia giapponese a quella di casa nostra.

Con mia grande gioia mi regala il libro di Virginio Briatore che ha seguito il progettista fin dagli esordi. Nel volume definisce lo studio Ito east-western designer, mettendo in risalto cinque concetti, Ito mi dice come le cinque dita, che esemplificano questa visione.

Space Rythm evidenzia per i giapponesi lo stretto rapporto – tattile – con il terreno.

Nella nostra tradizione non c’è la sedia e il modo di sentire il terreno viene dal fatto di essere un popolo molto legato all’agricoltura.” Per Ito ciò che è tattile lo è materialmente e nel senso della forma, come in alcuni lavori dove non ci sono linee parallele; proseguono verso il pavimento con un andamento che cambia a seconda della visuale, come ad esempio per il divano Cosmos con inclinazioni diverse per ogni angolo, e per le boccette di cosmetici Vecua.

Anche Senscape descrive il paesaggio della linea, dettato da questo input sensoriale dal terreno.

Emotional Island è l’idea creativa che pone sempre priorità nei rapporti,anche con l’ambiente e con la possibilità di esplorarlo intorno, da diversi lati, come per la cucina chiamata appunto Isola nel 2004.

La cucina Isola ad Abitare il tempo, Verona2004

Sott’acqua i pesci le rocce e le alghe formano un universo che sembra un festeggiare intorno ad un’isola”, che per Ito è una funzione. In Giappone la cultura architettonica fa sì che un’abitazione sia flessibile, le mura movibili a seconda dell’uso momentaneo e non c’è un luogo fisso come per noi, dove ad esempio una cucina ha una strumentazione separata e specifica dal resto della struttura. E’ un’idea che aveva messo in pratica l’occidentale Le Corbusier. Il divano Edera si muove, cambia la propria organizzazione dei volumi a seconda del momento, e dei rapporti tra chi vi è seduto.

Il concetto di Leaf solid regala pure all’Italia parte del pensiero del Sol Levante.Setsu mi spiega che il Giappone è naturalista prima di essere minimale:è osservando gli elementi naturali come una foglia che ci si ispira, e non è detto che siano elementi semplici. Dal punto di vista geometrico una foglia è complicata! Inoltre molte forme della Natura hanno una poliedricità innata, quindi in un progetto di interior se “serve la linea semplice e pulita è necessaria anche la vivacità, quella naturale. Se in Occidente l’uomo e la Natura sono due opposti, il primo vuole lasciare il segno nella seconda, in Giappone invece si vuole rispettare il più possibile perché anche l’uomo ne è parte. Ed è stato parlando con Mendini che me ne sono reso conto”.

Per la mostra Frottage nel 2013 ho mescolato tutti i materiali naturali tra cui la pietra che è un materiale tipicamente occidentale. Esso è nato tridimensionale, mentre la carta che è nata unidimensionale può espandersi in bi-multi dimensionale con il meccanismo degli origami. Anche qui si sente il tattile della natura, ma la modularità nella pietra ha anche la funzione di alleggerire, avvicinarsi all’idea del solido composto da una superficie sottile.

L'installazione per Grassi Pietre, design Studio Ito

Se penso a Marmomacc nel 2012 mi viene spontaneo domandare..in che modo si sviluppano i vostri progetti riguardo alla tematica ecosostenibile.

Per Setsu Ito ciò che conta è l’approccio nel riutilizzo di un materiale, nella sua scelta oculata di ciò che può durare anche con la sperimentazione. La parete per Grassi Pietre è infatti in pietra di scarto, graffiata o spezzettata poi ricomposta, e muschio: è la sua frammentarietà intrinseca ad enfatizzare la modularità ritmica. Per il Salone di quest’anno i mobili in cartone pressato diStay Chair e Botto Armchair con pouf di Staygreen subiranno invece un nuovo trattamento impermeabilizzante, per aumentare la durata del pezzo e renderlo più versatile.

Mi fa l’esempio di un resort su un’atollo, che in nuce mostra le stesse problematiche della città, solo che non si possono nascondere: la spazzatura non si può trasportare altrove e se non c’è acqua di sorgente bisogna crearne di potabile dal mare. Setsu Ito pensa alla responsabilità che hanno le aziende verso tutto ciò che rimane occulto dei nostri consumi: i designer devono pensare al lungo periodo con reale attenzione al problema e per fare tutto questo ci vuole unsistema attivo. Quello che serve è un’attenta sperimentazione dei materiali riciclabili che costano ancora molto, quali e come usarli. Ad esempio si può utilizzare il legno di potatura, ma oggi è mescolato con la plastica che va bene per l’estrusione ma non per iniezione, quindi difficile produrre in serie con uno stampo. Insomma la strada è ancora lunga.

Salone del Mobile 2016,Setsu e Shinobu Ito per Staygreen

Chiedo se lavorando in coppia esiste una divisione netta dei compiti nello studio, ma mi risponde che non c’è un ruolo preciso, “l’importante è essere in due per confrontarsi”. Shinobu ha una visione più commerciale e funzionale, avendo lavorato a lungo alla Sony Creative guarda con lungimiranza al mercato, ma spesso le sue idee creano una svolta. E’ ripensando ad Edera, un progetto ormai iconico, che Setsu ricorda come i de pezzi fossero concepiti come porta sale e pepe, Shinobu suggerì la sua realizzazione come mobile.

Continua a parlarmi del suo lavoro con grande naturalezza e modestia, quando accenno ai premi internazionali vinti mi spiega che Good Design in Giappone rappresenta per un prodotto o prototipo la qualificazione per poter essere industrializzato, ciò che dimostra qualità e perfezione. Per lui è stato ilportapenne How senza angoli, “tutto un difetto”, con cambi di spessore che creano una non-omogeneità: prima di capire come produrlo si è dovuto buttare lo stampo alcune volte eppure..la caparbietà di questi progettisti ha fatto premiare il lavoro. Vedo sullo scaffale le ciotole coloratissime Guzzini My Fusion e Setsu mi spiega l’innovazione della tecnologia, nello stampo ad iniezione di tre coloriCon la stessa intonazione di voce mi dice che può andare in lavastoviglie e che un mese prima ha vinto il tedesco Design Plus2016.

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Per il 2016, come il 2015 del resto, la presenza dello studio Ito alla Milano Design Week 2016 è notevole.

Mi mostra il sistema di schienali per sedute in luoghi pubblici Maji diAdrenalina, differente nel concetto di creare con l’ambiente non un contatto ma una separazione per la privacy, e il progetto che mi ha più colpito: si tratta di unmobile per macchine da cucire di New Days- Futaba Aisin, del gruppoToyota, che ha iniziato come Suzuki a produrre prima delle auto macchine di questo tipo, ora super-computerizzate. Ciò che conta sono anche qui i rapporti e questo arredo con due pouf è inteso come una work station, favorisce la comunicazione “del passaggio”, quella che si instaura quando si lavora in due, quella del maestro sarto e del suo apprendista. Vedremo anche il tavolo Kukiper Riva 1920, mentre per Desirée del gruppo Euromobil gli Ito hanno disegnato i side table Yori e Sabi e il letto Shellon.

Al Salone del Mobile 2016 Aisin Futaba, design Studio Ito

Altri pezzi sono in anteprima al Fuorisalone 2016 presso lo showroom di via Rossini Hands on Design, brand che ha come mission la collaborazione tra noti designer con officine artigiane, che nel caso di studio Ito provengono dalla tradizione giapponese. Parliamo dei bicchieri in vetro Dondolino, si chiamano così perché la forma ne consente il dondolio, decorati in tre maniere diverse con la lacca Urushi dall’artigiano Maruyoshi Kosaka. E ancora i piatti Traccia inpietra nera di Ogatzui e Giardino Sasso in porcellana Risogamafabbricata da Terauchi. Altri artigiani della ceramica di tradizione coinvolti, stavolta italiani di Faenza e Albisola, alla Fabbrica del Vapore per la mostraTogether L’oggetto per due. Si tratta del set di tre vasi Hybrid Family, ironici e sinuosi con i pattern decorativi a suggerire l’idea del felino: dimostrano ancora una volta il legame forte con la patria d’origine e la scelta professionale e di vita tutta italiana dei designer.

Fuorisalone 2016 Hybrid family dello Studio Ito alla Fabbrica del Vapore

Michela Ongaretti

 

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INTERNI OpenBorders al Fuorisalone 2016. I chiostri dell’Università Statale con la Triennale del Design

INTERNI OpenBorders al Fuorisalone 2016. I chiostri dell’Università Statale con la Triennale del Design

Open Borders tra i più rilevanti eventi del Fuorisalone 2016.

E’ iniziato il Salone del Mobilecon il suo Fuorisalone e quest’anno anche la prestigiosa XXI Triennale Internazionale di Milano. A dare l’incipit di tutto questo lunedì ho assistito alla presentazione della mostra-evento Open Borders che coinvolge come sempre i chiostri dell’Università Statale ( un tempo la Cà Granda, XIV secolo) e l’Orto Botanico di Brera ( del XVIII secolo), visitabili fino al 23 aprile, e per la prima volta la Torre Velasca, opera avanguardistica nel 1958 e simbolo architettonico della città ora, illuminata da Audi City Lab fino al 17 aprile.

Open Borders, Ingo Maurer e Axel Schmid rivestono di luce la Torre Velasca

Open Borders, Ingo Maurer e Axel Schmid rivestono di luce la Torre Velasca

Tra queste ultime quella di Interni è alla sua diciannovesima edizione, nel 2016 esplora in senso progettuale il tema degli Open Borders, con l’invito asuperare le barriere tra le varie discipline creative: la consiglierei sempre per ogni Fuorisalone, anche in virtù delle splendide location coinvolte, monumenti simbolo della storia, dell’arte e dell’architettura milanese.Una design week di Milano ricchissima di eventi, forse troppo. Ci sono piccoli produttori più o meno innovativi, designer con sapere artigianale e per questo auto prodotti, e poi ci sono le istituzioni e gli sponsor che finanziano od organizzano grandi mostre in collaborazione con autorità del settore, eventi nei quali progettisti affermati possono presentare opere più sperimentali e fantasiose, seguendo un filo conduttore unificante per tutti i suoi protagonisti.

La presentazione di Open Borders nell'aula magna dell'Università Statale

La presentazione di Open Borders nell’aula magna dell’Università Statale

 

Moderatore-affabulatore dell’incontro è stato Philippe Daverio, per una visita virtuale delle installazioni interattive, macro-oggetti, micro-costruzioni e mostre, attraverso le parole dei suoi creatori. Io ho selezionato alcuni interventi in base alle realizzazioni personalmente più memorabili, ma consiglio di visitare ogni location.

 

Disegno dell'installazione In Out di Massimo Iosa Ghini

Disegno dell’installazione In Out di Massimo Iosa Ghini

 

L’Università Statale diventa una delle sedi ufficiali della XXI Triennale Internazionale di Milano grazie al l’installazione-mostra Casa del Viandante a cura di Marco Ferreri nel cortile del ‘700.

Le quattro casette ci portano all’antichità, quando le attività commerciali o dei pellegrini sulla penisola richiedevano lo spostamento a piedi su strade che erano per due terzi mulattiere o sentieri. La riflessione sulla pratica del camminare si avvicina al contemporaneo desiderio di riavvicinarsi alla natura quindi quello che si va a proporre si configura come un modello di albergo diffuso a basso impatto ambientale: sono quattro moduli abitativi autonomi, anche energeticamente, di circa 9 metri quadrati, con due giacigli, un tavolo e due sedie pieghevoli, una cucina e un bagno. Ogni modulo è stato poi personalizzato dallo stesso Marco Ferreri, Michele De Lucchi, Denis Santachiara e Stefano Giovannoni.

Open Borders, Empathic Fuukei di Patricia Urquiola

Open Borders, Empathic Fuukei di Patricia Urquiola

 

Nella Hall dell’Aula Magna Patricia Urquiola ha realizzato Empathic Fuukei. I pannelli “raccontano i paesaggi” come la pittura faceva un tempo, solo che oggi lo si può fare attraverso la densità dei materiali, sono superfici aperte a creare un percorso polisensoriale attraverso la sovrapposizione di materiali diversi, composti di strati visibili da Cleaf. L’architetto insiste sul concetto di vero non più legato solo al naturale, ma anche all’artificiale di nuova generazione.

Open Borders, Tower di Tchoban, Kuznetsov e Sterligova

Open Borders, Tower di Tchoban, Kuznetsov e Sterligova

Nel Cortile D’Onore.

I russi Sergei Tchoban, Sergey Kuznetsov e Agniya Sterligova hanno creato Towers che si avvicina a noi per l’idea tipicamente occidentale della torre come di un punto di riferimento per un edificio, mutevoli nella tela interattiva per il visitatore, e in dialogo verticale e orizzontale con i limitrofi palazzi e con lo spazio interno alla Statale.

Open Borders, Mad Architects con Invisible Border

Open Borders, Mad Architects con Invisible Border

 

Massimo Iosa Ghini presenta In/Out: una struttura che richiama l’architettura arcaica, anche per l’uso della pietra, racchiude un levigatissimo parallelepipedo perfetto. Come un dualismo che esprime il confine aperto dell’esistenza umana, il mostrarsi da fuori e l’individualità, come contaminazione e convivenza di polarità opposte.

Segnalo lo studio MAD Architects fondato dal cinese Ma Yansong per l’installazione Invisible Border, fasci del polimero Etfr che mutano la percezione dello spazio grazie al gioco delle superfici semitrasparenti in movimento, riflettenti il cielo di giorno e luminose di notte.

Open Borders, Parisotto e Formenton con la Stanza del Vuoto

Open Borders, Parisotto e Formenton con la Stanza del Vuoto

 

Massimo Formenton e Ado Parisotto scavalcano i confini dell’architettura per avvicinarsi alla visione cinematografica di Michelangelo Antonioni. Con La stanza del vuoto si ricrea la smaterializzazione di un luogo, con l’effetto di smarrimento e sorpresa della scena del dialogo tra Marcello Mastroianni e Monica Vitti ne film La notte : tutto questo nel rapporto tra l’esterno e l’interno, della scena o della stanza, con le pareti in vetro specchiante e i loro giochi di eco visive.

Open Borders, l'installazione Radura di Stefano Boeri

Open Borders, l’installazione Radura di Stefano Boeri

 

Nel cortile della Farmacia Stefano Boeri, l’architetto del Bosco verticale, crea Radura grazie al Consorzio Innova e la filiera del legno della regione Friuli Venezia Giulia. Luogo di decongestione pubblica per la sosta dal caos urbano, con la pedana seduta e ancora per le colonne, e l’installazione sonora di Ferdinando Arnò. Di notte diventa un circolo luminoso.

Doveroso citare Illy, da molto tempo mecenate d’arte in diversi progetti legati al brand, qui celebra nel loggiato ovest la storia di Iletta, la macchina per il caffè espresso nata ben ottant’anni fa. Si festeggia con questa mostra curata dal direttore artistico di Illy Carlo Bach anche il ventennio della X.1 per il caffè fatto in casa, in anteprima l’anniversary edition presto in commercio.

Illy per Open Borders nel Loggiato Ovest, a cura di Carlo Bach

Illy per Open Borders nel Loggiato Ovest, a cura di Carlo Bach

 

Co-producer d’eccezione è Audi Italia, che secondo le parole del direttore marketing Massimo Favaro comunica l’affinità dei luoghi e delle persone attraverso l’unione delle differenze. Con Audi City Lab In Statale, in Montenapoleone e alla Torre Velasca il progetto diffuso è untaggable, cioè fatto dalle menti che non limitano il loro campo d’azione ad una disciplina rigidamente definita.

La Torre Velasca sarà valorizzata da forme dinamiche frutto dell’incontro tra la dimensione tecnologica e quella estetica, con l’interpretazione del logo Audi diPiero Lissoni e la sua leggerezza dell’oggetto effimero. Ingo Maurer con Axel Schmid concepisce Glow, Velasca, Glow!, realizzazione tecnica di CastagnaRavelli. Il grattacielo è dipinto dalla luce ad indicare diverse zone architettoniche, la parte inferiore e la copertura “incendiate” di rosso, mentre la fascia centrale resterà di un colore scuro con alcune vivide finestre ad occhieggiare illuminate. Il city-scape diventa ancora più eccitante secondo Maurer che ama questo emblema milanese.

Open Borders all'Orto-Botanico di Brera. Vito-di Bari con My Equilibria

Open Borders all’Orto-Botanico di Brera. Vito-di Bari con My Equilibria

 

Quest’anno l’Orto Botanico sarà animato dal progetto di Vito Di Bari My Equilibria, realizzato da Metalco Active, una sorta di albero per il fitness urbano. Il sofisticato design nasconde l’alta tecnologia: la flessibilità del metallo unita alla discreta eleganza del cemento coadiuvano il desiderio di una qualità della vita migliore, spesa all’aria aperta. Sono tre strumenti ma il centraleLeopard Tree alto sette metri è l’anima principale con le sue possibili 9 isole satelliti.

Gilda Bojardi ha voluto commemorare l’archistar Zaha Hadid che nel 2011 realizzò un allestimento proprio all’interno dei Chiostri. Personaggio noto per la sua capacità superare dei limiti disciplinari restando, come il progettista dovrebbe fare di natura, out of the borders, pronto a distruggere quei limiti per raggiungere un’opera di respiro organico che accoglie la sinergia di diverse competenze.

Michela Ongaretti

Bicerin Milano, la libreria del vino

Bicerin Milano. Un salotto ottocentesco per degustare vino rosso, bianco, rosé e orange.

Bicerin Milano. Un salotto ottocentesco per degustare vino rosso, bianco, rosé e orange.

Bicerìn via Panfilo Castaldi 24 : enoteca e wineroom. Visita di Michela Ongaretti.

Per chi si aggira per la zona di Porta Venezia, e ama passare una serata fuori dalla confusione degustando vino, Bicerìn Milano è un luogo di eccellenza dal luglio del 2015. Offre un ambiente confortevole e raffinato con la ricercatezza dell’arredo e la competenza di chi vi sa consigliare prodotti enogastronomici di qualità.

Bicerin Milano in via Panfilo Castaldi

Bicerin Milano in via Panfilo Castaldi

La filosofia del locale è evidente e confermata dalle parole dei suoi fondatori Silvia Amoni, Alberto GugliadaLorenzo Viola: “Da Bicerìn Milano si celebra il vino, quello buono e autentico, dotato di grande personalità, realizzato da piccoli produttori che riescono a mantenere inalterata la loro libertà di espressione grazie alla modalità di lavoro ancora artigianale.

Il placido e contemplativo piacere per la bellezza nella sua condivisione è difficile da trovare nella nostra frenetica città, molto amata dal gruppo di amici prima che soci, accomunati dalla passione per il vino e il buon cibo, alla quale si offre finalmente un’ oasi di pace lontana dall’atmosfera confusionaria di molti locali serali.

I soci fondatori di Bicerin. Silvia Amoni, Alberto Gugliada e Lorenzo Viola.

I soci fondatori di Bicerin. Silvia Amoni, Alberto Gugliada e Lorenzo Viola.

 

Mi sono subito domandata il motivo del nome Bicerìn che rievoca la storica bevanda piemontese, ma subito mi spiegano che è semplicemente un omaggio ai nostri nonni che utilizzavano il termine dialettale per riferirsi genericamente a quel “bicchierino” che in Lombardia conteneva quasi sempre vino. Una suggestione antica per un rituale moderno, anzi contemporaneo se si pensa che negli ultimi anni l’attenzione per ciò che si beve ha riportato l’attenzione sulla nostra produzione italiana, aumentando il consumo critico.

La selezione di Bicerin

La selezione di Bicerin

 

Tra i punti di forza del luogo metterei in primis l’ospitalità che si riceve varcata la soglia, che si trasforma incompetenza al momento della scelta del vino per poi lasciarci immergere nelle nostre conversazioni in riservatezza nella wine room, degustando un calice di vino o una bottiglia. Tutti i tre soci ci guidano con cura verso un etichetta delle oltre 800 della loro “libreria del vino, che possiamo decidere di portare a casa nostra. Non manca sul collo di ogni bottiglia un foglietto che funge da promemoria per il suo più congeniale utilizzo: descrive le caratteristiche del vino con il suggerimento agli abbinamenti gastronomici, vitigno e territorio di provenienza, e della cantina produttrice.

Un altro fattore che rende il luogo unico è senza dubbio la ricercatezza del suo interior design. L’ambiente si compone nella principale wine room con gli arredi confortevoli e dal gusto retrò, non ci si siede su sedie ma ci si rilassa su divanetti e poltroncine, con un angolo più intimo sul soppalco. Tutti i tavolini e i ripiani per appoggiare bottiglie e bicchieri sono ad altezza delle sedute per favorire l’atmosfera di relax, dettata anche dall’accordo tono su tono tra pareti e mobilio.

Bicerin Milano. Vista dell'interno

Bicerin Milano. Vista dell’interno

 

Le forme e i colori sono accostati con cura senza lasciare nulla al caso, e a me da l’idea di un salotto riscoperto dopo anni di abbandono, riportato all’antico splendore con degli accorgimenti funzionali moderni. Le poltroncine sono in effetti in parte dell’Ottocento e in parte disegnati da Lorenzo Viola, architetto oltre che esperto di vini, autore anche dei portaglacette in ferro per appoggiare le bottiglie, portaghiaccio per i vini bianchi e gli spumanti.

Dell’originario negozio di tessuti degli anni cinquanta si è voluto conservare la pavimentazione in graniglia lombarda: con rispetto benaugurale allo spirito del luogo i suoi colori sono ripresi nell’imbottitura dei divanetti, e sulle pareti. Conferma il delicato gusto vintage la verniciatura dei soffitti nella stessa tonalità, mentre la particolare cura dei tessuti, velluti e damascati, cita la destinazione d’uso precedente.

Accostamenti di gusto a Bicerin Milano

Accostamenti di gusto a Bicerin Milano

 

Dagli anni trenta viene invece il caminetto, periodo ripreso nello stile delle lampade personalizzate dall’illustratrice Elibee, che ha decorato anche i menu e la parete verso la toilette.

Altro elemento ricercato è la bicchieriera, parete attrezzata progettata ad hoc come quella per i vini che separa la sala e la piccola cucina. Più di 350 bicchieri esposti in sospensione nel vuoto e utilizzati per i clienti sono serigrafati con il logo di Bicerìn e i loro riflessi si riverberano fin sulla strada.Nella stanza adiacente troviamo la libreria del vino con la selezione di bottiglie su due livelli, costantemente aggiornata, ciascuna con una sua storia e personalità data dal contenuto e dal contenitore, rara, frizzante o austera che Silvia Alberto e Lorenzo non mancano di raccontarci. Al centro della sala troneggia dall’alto un lampadario della fine del XVIII secolo elettrificato nel 1920, un ricordo proveniente dalla casa della professoressa di lettere del liceo di uno dei soci.

Bicerin Milano, la libreria del vino

Bicerin Milano, la libreria del vino

 

Vini d’annata, vini giovani e di “sperimentazione”, bollicine italiane, francesi o di altri paesi, vini bianchi, rosè, rossi e diversi orange wine: la cantina presenta un’ampia scelta tra vini anche internazionali, e rarità ad esempio dal Libano e dalla Georgia.

Abbiamo provato a chiedere una classifica dei vini più interessanti dalla libreria ma la reticenza dei soci viene giustificata dall’imbarazzo della scelta..e dalla sua soggettività. Senza avere la pretesa di indicare un vino come migliore di un altro posso segnalare con piacere la scelta di tre protagonisti di alcuni tra i frequenti eventi che organizza Bicerin.

Bicerin Milano, l'ambiente ricercato della wine room

Bicerin Milano, l’ambiente ricercato della wine room

 

Domenica al Bic” è il nome di una serie di incontri tematici per approfondire la conoscenza del vino grazie ad accostamenti particolari alla gastronomia o all’Arte. Il 3 aprile è la volta de Il quarto colore del vino: i vini orange”, dal tipico colore dei vini macerati, con Don Chisciotte 2012 dell’azienda Zampaglione.

L’iniziativa Wine Sharing: – 1 bottiglia da condividere tra 6 wine-lovers fa scoprire vini rari ad esperti e non. Lunedì 4 aprile tocca al vino rosso de Le Macchiole Scrio 2011. Seguirà l’11 aprile Henri Boillot Corton Charlemagne Grand Cru 2008. Tra le altre etichette degli incontri del lunedì troviamo il vino Barolo Cavallotto Riserva Bricco 2004, Oasi degli Angeli, Montepulciano Kurni 2013, Chateau de Pommard 2004, Amarone Trabucchi Riserva 2004, e Champagne Bruno Paillard NPU 1999.

Bicerin, particolare del bicchiere serigrafato

Bicerin, particolare del bicchiere serigrafato

 

Solo la sera la piccola cucina propone i piatti seguendo la logica stagionale: la creatività degli chef si basa sempre sulla selezione di prodotti naturali legati ad artigianalità e recupero della tradizione. Durante l’orario dell’aperitivo non esiste un buffet ma viene servita una piccola selezione di assaggi dalla cucina (cocotte di riso venere, tarallo di Napoli e tartellette con foie gras o cream cheese). Dalle 22,30 i dolci della casa accompagnano i vini da meditazione o da dessert.

Da quell’ora si può anche passare per Cherry, un Portal o un Sauterne, uno Chenin Blanc del 1984 o un Kurni, vino così corposo da non potersi accompagnare al cibo.

Un piatto a base di pesce corredato di bollicine. Da Bicerin Milano

Un piatto a base di pesce corredato di bollicine. Da Bicerin Milano

 

Chiediamo infine ai soci cosa rappresenta per Bicerìn la cultura del vino in Italia e a Milano, se hanno notato una crescita nell’interesse verso il buon bere: non hanno la presunzione di portare il sapere ai clienti ma di facilitare la loro curiosità. Dimostrano quindi grande rispetto per tutti coloro che bevono vino “con piacere, conoscenza e coscienza” perché sono persone che rispettano i suoi valori culturali e storici, e la sua semplicità. Per Bicerìn MilanoIl momento del vino è puro edonismo, una coccola piacevole che porta con sé la maestria e l’energia che la natura e il vignaiolo hanno messo in quella bottiglia”.

Michela Ongaretti