From Above, Hagit Pincovici

Da Tel Aviv al Mudec passando dalla Triennale di Milano. Il talento della designer Hagit Pincovici

Da Tel Aviv al Mudec passando dalla Triennale di Milano

DI MICHELA ONGARETTI

Ho notato i suoi lavori durante la Milano Design Week 2016 nel Brera Design District. Dopo una giornata di molti colori e molte forme ricordo bene quelle della giovane designer israeliana Hagit Pincovici, con le collezioni Metaphysics ed Eclipse allo Spazio Pontaccio e Clan Pontaccio.

Un ritratto della designer Hagit Pincovici

Un ritratto della designer Hagit Pincovici

 

Uno dei punti focali di Pincovici è il suo rapporto con l’artigianalità del prodotto a mano: queste collezioni di arredi sono infatti realizzate in edizione limitata nel distretto del mobile in Brianza, combinando le esigenze estetiche del progetto alla qualità dei materiali selezionati e alla precisione tecnica di costruzione, nella struttura generale fin nel più piccolo dettaglio.

Non mi meraviglia quindi che mi venga segnalata la designer da Francesca Astori De Ponti che segue l’ufficio stampa di Hands on Design, entrambi dedicano infatti la loro ricerca e allo sviluppo di prodotti che abbiano come componente fondante la realizzazione artigianale di alte e tradizionali maestranze.

Il tavolo From Above, versione BlackandStone, design Hagit Pincovici

Il tavolo From Above, versione BlackandStone, design Hagit Pincovici

 

Il risultato del connubio tra disegno e precisione realizzativa si nota anche perchè esaltato dall’estetica che evidenzia le sue diverse componenti. La struttura stessa è isolata e resa visibile, poi in fase costruttiva integrata senza esser nascosta: viene quindi trattata come un elemento espressivo del progetto nel quale l’aspetto funzionale ed estetico si rafforzano dichiarando la loro presenza congiunta.

Collezione Eclypse, tavolo From Above Marble, design Hagit Pincovici

Collezione Eclipse, tavolo From Above Marble, design Hagit Pincovici

 

Hagit Pincovici ha nel sangue la pratica artigianale, la sua famiglia di Tel Aviv, dove è nata nel 1978, si occupa dagli anni sessanta di sperimentazione artigianale di diversi materiali, specializzandosi nel plexiglass. Hagit è nella terza generazione famigliare per questa attività, ma evolve la sua ricerca sul design e in maniera del tutto personale, sia negli anni della sua formazione presso la Bezalel Academy of Art and Design di Gerusalemme che in quelli dei primi progetti in patria.

Collezione Metaphysics, tavolino Lifestyle, design Hagit Pincovici

Collezione Metaphysics, tavolino Lifestyle, design Hagit Pincovici

 

In seguito si specializza alla Domus Academy di Milano, e si avvicina quindi al contesto italiano sia nell’ambito del design che in quello dell’artigianato: continua quindi ad indagare e sperimentare possibili soluzioni basate sull’associazione di materiali, tecnologica costruttiva ed estetica accattivante.

Collezione Eclipse, X. design Hagit Pincovici

Collezione Eclipse, X. design Hagit Pincovici

 

La Triennale di Milano reputa d’interesse il suo lavoro nel panorama del progetto per l’arredamento e la invita quindi a partecipare ad una collettiva nella sua prestigiosa sede in occasione del Salone del Mobile 2009. Aziende italiane come Colé Italian Design Label e Miniforms hanno scelto il suo design e molte riviste di settore internazionali hanno segnalato le sue produzioni. Ora il suo talento è in Italia, vive e crea in proprio per alcune aziende tra Milano e Roma, ed insegna alla NABA. Le sue opere non sono però distribuite solo dalla città della Madonnina, le si possono trovare anche negli Stati Uniti, a New York e S. Francisco.

Galena, design di Hagit Pincovici

Galena, design di Hagit Pincovici

 

L’ultimo e più importante riconoscimento viene dal MUDEC che espone la cassettiera Galena disegnata per Miniforms nel 2013 per la mostra mostra  “Sempering, allestita in occasione della XXI Triennale di Milano fino al 12 settembre 2016. Galena è inserita tra gli esempi più rappresentativi e originali del design contemporaneo. Sono certa, ne sentiremo parlare sempre più.

Michela Ongaretti

manzoni giovanni piazzalunga

L’estate è pop con Takashi Murakami. Da Deodato Arte fino al 30 settembre

L’estate è pop con Takashi Murakami da Deodato Arte

di Michela Ongaretti

Dal 29 giugno e per tutta l’estate chi resta in città può rinfrescarsi d’arte presso la galleria Deodato Arte in via Marta 6. Tutta la leggerezza della Pop Art del Sol Levante nella  mostra “TAKASHI MURAKAMI: un Otaku Superdeep”, a cura di Christian Gangitano.

Purple Flowers in a Bouquet, stampa a tecnica mista,300 esemplari, firmato e numerato,71x71cm, 2010Takashi Murakami, Purple Flowers in a Bouquet, stampa a tecnica mista, 300 esemplari, firmato e numerato, 2010

Siamo già stati contagiati una volta dalla vitalità della mostra Japan Pop nello stesso spazio in primavera,  ora dopo l’equinozio l’attenzione è rivolta al più influente e celebre tra gli artisti nipponici, massimo rappresentante della cultura giapponese odierna secondo il TIME. Murakami è il principale esponente della Pop Art giapponese contemporanea: ha saputo creare un linguaggio ed un’estetica nuova, attingendo dalla fine degli anni ottanta all’iconografia e a simboli nazionali per formare le immagini e i pattern che formano il suo stile ormai inconfondibile.

Jellyfish Eyes, litografia offset a colori, firmato e numerato, 300 esemplari, 50x50cm, 2013Takashi Murakami, Jellyfish Eyes, litografia offset a colori, firmato e numerato, 300 esemplari, 2013

La mostra Otaku Superdeep comprende una selezione delle più suggestive litografie e stampe a tecnica mista create negli ultimi dieci anni. Vedremo circa trenta lavori con soggetti peculiari come gli iconici Flowers, con una spettacolare “palla” 3D, Mr. Dob o Kappa, ma potremo anche osservare opere più astratte che pur affondano le radici nella subcultura giapponese. Lo stretto rapporto con la cultura Otaku è poi evidenziato dalla presenza di alcuni Robot “mecha”.

Flowerball 3D Goldfish Colors, tecnica mista, 71x71cm, 300 esemplari, firmato e numerato, 2010

Takashi Murakami, Flowerball 3D Goldfish Colors, tecnica mista, 300 esemplari, firmato e numerato, 2010

Dal Sol levante accompagnano l’esposizione altri giovani artisti afferenti al pop contemporaneo: Tomoko Nagao, protagonista della Micropop Art ora presente nella mostra collettiva  “Botticelli Reimagined” al Victoria and Albert Museum, Hiroyuki Takahashi, molto noto a  Tokyo. Ancora Hikari Shimodacon il suo Pop Surrealismo celebre invece sulla West Coast americana; e la fotografa Hitomi Maehashi.

La produzione di Murakami nasce e cresce nella sua personale estetica Superflat che mescola riferimenti ai manga e alle anime giapponesi, navigando nella cultura Otaku per parlarci con un linguaggio naif, coloratissimo e che pare dar vita a personaggi anche dagli oggetti e dalle forme, queste figure sembra sempre che sappiano di essere osservate ed esibiscono con un sorriso, una risata o uno sguardo la loro presenza animata. L’estetica Superflat, coinvolge simboli appartenenti alla cultura e alla subcultura giapponese, per rompere definitivamente la barriera tra l’arte “high” per i danarosi collezionisti e quella “low” costituita da oggetti prodotti in serie e quindi  destinati al consumo di massa.

Gemini Nebula, tecnica mista su carta, 80x60cm,300 esemplari, firmato e numerat, 2010Takashi Murakami, Gemini Nebula, tecnica mista su carta, 300 esemplari, firmato e numerato, 2010

Chi si affaccia al Pop giapponese per la prima volta si domanderà in cosa consista la sub-cultura Otaku nella quale Murakami si identifica: si riferisce all’universo di collezionisti quasi fanatici attivi dagli anni ottanta in poi, accomunati dalla passione per i manga e le anime (animazioni giapponesi), fino a gadget di ogni tipo sul tema. A Tokyo esiste persino una via ad essa dedicata nel quartiere di Akihabara.

L’estetica Superdeep caratterizza l’ultima fase del lavoro di Takeschi Murakami, quella che vedremo in mostra. Il curatore e nipponista Christian Gangitano spiega che si sviluppa da quella Superflat dopo il terremoto e lo tsunami che colpì il nord giapponese nel 2011: a seguito di questi eventi catastrofici si verifica un avvicinamento a tematiche legate all’ambiente e al progresso, secondo una visione salvifica e spirituale. Rende appunto più “profondo” il concetto di Superflat.  “Una poetica e una cifra stilistica inconfondibili che per me e per molti artisti, operatori culturali e appassionati d’arte cresciuti tra la fine degli anni settanta e negli anni ottanta, rappresenta un punto di riferimento dell’arte e della cultura Pop internazionale”, insiste Gangitano. Si aggiunga il rapporto con le stampe del periodo Edo “Ukyo-e” e con le più raffinate tecniche di stampa, e  capiamo la portata di questa corrente artistica, di cui possiamo ammirare pezzi importanti in via Santa Marta.

And Then Kappa, tecnica mista, 300 esemplari, firmato e numerato, 50x50cm, 2006Takashi Murakami, And Then Kappa, tecnica mista, 300 esemplari, firmato e numerato, 2006

Durante l’inaugurazione potrete saperne di più grazie alla presenza del curatore che presenterà la mostra con un breve focus su questi argomenti e sull’innovativa factory Kaikai Kiki di Murakami, ispirata da quella di Warhol. In comune con la prima Pop Art il giapponese ha quella poliedricità che gli ha permesso di fare entrare la sua creatività in vari livelli di mercato “rendendo così la Pop Art un prodotto del commercio di massa”.

Narcissus-new-brandTomoko Nagao, Narcissus new brand,  vectorial art, 2014/2016

La mescolanza dell’arte tradizionale con l’immaginario feticista, soprattutto Otaku, e consumistico della società di massa e di tutta la cultura e subculture del paese d’origine, ha fatto scuola e Murakami è oggi ritenuto capostipite e “padre spirituale” di una nuova generazione di artisti giapponesi, come quelli in mostra. Si veda in particolare l’opera di Tomoko Nagao “Narcissus new brand”, dove il mito di Narciso è accostato all’utilizzo del brand sul packaging di ogni prodotto, da quello sullo scaffale del supermercato a quello nelle gigantografie pubblicitarie. Così come Narciso è ingannato dal riflesso della propria immagine e dal desiderio di unirsi a lei, alla stesso modo noi siamo ingannati dall’identificazione di un bisogno indotto dalla globalizzazione e dal consumo di massa. Qui ben vediamo come comunicazione, marketing ed arte non sono più separati da barriere, in linea con la poetica del maestro Murakami.

Michela Ongaretti

 

Ritratto di Antonio Miniaci di Giovanni Manzoni Piazzalunga per Artscore

Il messaggio dell’arte e il suo mercato: intorno al mondo e ancora a Brera. Intervista ad Antonio Miniaci

 

Il messaggio dell’arte e il suo mercato: intorno al mondo e ancora a Brera. Intervista ad Antonio Miniaci

di Michela Ongaretti

Brera, una delle zone più chic della città, un tempo concentrazione di gallerie d’arte, anche quando soltanto dieci anni fa Milano mi accoglieva tra i sui cittadini. Oggi tutto è cambiato e in via Brera sono rimasti in tre: Miniaci Art Gallery, Ponterosso e Il Castello. Lo spiegava proprio Antonio Miniaci nel 2013 per un servizio del TG2.

La personalità del gallerista ha attirato la mia attenzione per il suo metodo peculiare di presentare gli artisti e per il fatto di essere davvero uno dei pochi a continuare a vendere l’arte e puntare sui giovani. Ho ottenuto un’intervista al numero 3 di via Brera e abbiamo così chiacchierato su passato, presente e futuro, di chi opera in un settore così delicato.

Ritratto di Antonio Miniaci di Giovanni Manzoni Piazzalunga per ArtscoreRitratto di Antonio Miniaci, Giovanni Manzoni Piazzalunga per Artscore

Gli domando brutalmente cosa ha fatto si che resistesse così a lungo, quali sono gli ingredienti segreti per una ricetta di successo in un mondo che sembra non avere più bisogno di bellezza. Mi aspetto un minimo di tracotanza, e invece esce dalla sua voce fiera di uomo che si è fatto da se un tocco di umiltà, per cui “non esiste una formula certa, se non il grande amore e la grande passione per Milano e per l’Arte”, una vita dedicata a questo e la tenacia a continuare lungo la strada intrapresa accettando le possibili cadute, niente più.

miniacimod008Il dipinto di Antonio Tamburro all’interno della Miniaci Art Gallery in via Brera a Milano,  foto di Sofia Obracaj

A questo aggiungerei una capacità di saperla vendere, l’Arte. Un potere di convincimento sull’investimento, e del valore intrinseco del godimento di un bene artistico. Cosa da ben pochi nel panorama italiano, fatto di chi resta in Italia a languire e lamentarsi, o di chi ha deciso di portare il talento in altri lidi, lontani, estremamente ad Ovest negli Stati Uniti, od estremamente ad Est verso la Cina o la Corea. Antonio Miniaci ha saputo guardare oltre i confini, “girare il mondo per trovare i mercati giusti”, ed ampliare i suoi spazi e le sue conoscenze per portare il suo business e la sua passione in diverse aree del globo, ma è anche rimasto. Ha continuato a dare fiducia alle due sue patrie italiane, Milano e l’area salernitana originaria, la terra velia dei suoi antenati, “la casa della cultura ellenica”.

miniacimod005 (1)Le vetrine della Miniaci Art Gallery, foto di Sofia Obracaj

Oggi il gallerista sta passando il testimone della lunga attività in mano ad Ilaria Miniaci,  quando possiamo vedere l’espansione mondiale della sua attività: in Italia tra Milano, Siena e Positano. In Europa a Bruxelles e negli Stati Uniti a Miami, per arrivare in Cina. 

Positano è un luogo chiave per la testimonianza di un cambiamento nn verso la crescita, purtroppo. Il mio interlocutore afferma che la qualità delle opere esposte è differente perché si adatta al tipo di pubblico, in riviera il mercato d’ arte ha una tendenza più decorativa, e mi ricorda di come avesse ben tre gallerie che ora non ci sono più; però, dopo il giro del mondo, a Positano è rimasto con la “best location”, un punto per la vendita nella costiera da cui transitano persone da ogni parte del globo.  

miniacimod004 (1)Antonio Miniaci mi racconta di Positano,  foto di Sofia Obracaj

Ad Hong Kong c’è dal 2007. Mi spiega che questa location, come pure a Bruxelles, nasce dal suo desiderio di unificare diverse attività esperienziali legate alla cultura italiana come il turismo, il benessere e la cucina, all’arte. Quello che si trova in Cina sono pezzi importanti di storicizzati (Dali). e di grandi nomi d’oggi ospitati in una zona di prestigio del locale dell’italianissimo chef Umberto Bombana.

miniacimod006 (1)Una visitatrice orientale in via Brera,  foto di Sofia Obracaj

Mi presenta il figlio Gianluca che ha scelto il mestiere d’artista e che è molto attivo proprio in Cina, una famiglia dedicata all’arte se si pensa che il primissimo contatto di Antonio fu la conoscenza della moglie con un mercante d’arte. Gli chiedo se si sente più gallerista o più mercante e mi confida che ci sono stati diversi periodi e diverse necessità, aveva iniziato come mercante, senza previsioni.

miniacimod007Dalla vetrina verso il giardino interno con sculture,  foto di Sofia Obracaj

Con gli storicizzati quali Rotella, Schifano, Chia, organizza periodicamente mostre con il suo sistema di accostare il loro nome a quello di giovani o emergenti. In effetti mi aveva parlato bene di Antonio Miniaci qualche anno fa Giovanni Manzoni Piazzalunga, che lo ricorda come il suo primo gallerista, colui che prese i disegni di un ragazzo appena uscito dall’ accademia e li accostò alle opere di grandi nomi dell’arte contemporanea: nel confronto esce rafforzato il potenziale della tecnica e della poetica del giovane ma si ossigena pure l’immagine del celebre autore rapportato alla novità estrema; logicamente nel vivente serve uno stile dalla personalità identificabile e schietta perché deve reggere il tenore di quella conclamata. Per questa scelta un’esperienza di molti anni come quella di Miniaci è necessaria, non tutti possono permettersi l’ardire di accostamenti inediti.

miniacimod009La vetrina di Miniaci e la città,  foto di Sofia Obracaj

La stessa sensibilità ha riconosciuto anche la portata culturale di chi giovane non è e nemmeno artista del pennello tout court come Dario Fo. Una parte della storia del nostro pensiero e della nostra immaginazione è tributario delle sue parole, e la sua pittura è stata testimone e compagna della composizione di molte opere teatrali: a lui fino all’11 giugno  Miniaci Art Gallery ha dedicato una mostra personale.

miniacimod015 (1)Alcune pubblicazioni sugli artisti rappresentati,  foto di Sofia Obracaj

Sono lieta del messaggio positivo che mi trasmette pensando al ruolo del critico d’arte, per lui fondamentale perché è colui in grado di far capire il messaggio culturale custodito nell’opera d’arte; deve riuscire a farlo capire anche al gallerista e deve esserne conscio anche il mercante, che chiude sensatamente il cerchio della trasmissione di questo messaggio al collezionista.

miniacimod013 (1)Miniaci Art Gallery, un dipinto di Dario Fo.  Foto di Sofia Obracaj

Nella galleria di via Brera 3 vedo chiaramente la linea seguita da sempre, ci sono opere di autori storicizzati come Chia, Mimmo Rotella, Chagall, Guttuso, Manzù, Sassu, Vedova, Morlotti, Warhol,  insieme a giovani personalità, spesso anche emergenti. Con questi Antonio Miniaci si assume un doppio incarico, quello di gallerista che segue con attenzione la produzione degli artisti per due o tre anni, per poi proporre un contratto in esclusiva e trasformarsi quindi in mercante d’arte.

miniacimod003 (1)“Chi ne fa una ragione di vita”, sullo sfondo un dipinto di Domenico Marranchino.  Foto di Sofia Obracaj

La sua selezione avviene come mi dice eloquentemente con gli “artisti che fanno del loro lavoro una ragione di vita”, non ci sono improvvisati o senza esperienza. Tutti coloro le cui opere sono passate tra le mani di Antonio Miniaci dedicano le loro forze alla sperimentazione e alla disciplina dell’apprendere una specifica tecnica che li contraddistingue. Miniaci intende rappresentare chi per lui continua una tradizione, quella che ha reso l’Italia grande nel mondo nei secoli passati, e che ha avuto grandi protagonisti nel XX secolo. E’ importante per lui “saper lavorare” che si traduce nel sapere piegare alla visione interiore un discorso pratico e tecnico.

miniacimod011Dall’interno verso il quartiere,  foto di Sofia Obracaj

Guardandomi intorno vedo che non si è lasciato sfuggire il recente interesse italiano per la street-art. Con coraggio Miniaci punta sulla crescita di questo fenomeno che sta prendendo piede da noi e che secondo il gallerista riuscirà ad espandersi. Vedo infatti alle pareti un lavoro di KayOne, giovane senza dubbio e sperimentatore sulla tela di tecniche apprese dal muro.

miniacimod014 (1)Ruben D’amore, direttore della galleria, posa di fronte ad un lavoro di Kay-One, foto di Sofia Obracaj

Mi racconta di come l’incontro con la street-art è avvenuto per Miniaci a Miami. Della città della Florida ha avuto modo di vedere un modello di sviluppo economico basato sull’arte. “E’ un reale esempio vincente” continua a spiegarmi, quello del quartiere di Wynwood. Lui lo vide quarant’anni fa prima della sua trasformazione, quando ancora la Florida era un luogo dove svernavano i pensionati; poi la città si è davvero risvegliata, complice anche la presenza del lusso di Gianni Versace, e mobilitata anche la classe politica per renderla un centro esclusivo con nuovi investimenti anche per i giovani.

miniacimod010Riflessi scultorei, foto di Sofia Obracaj

Il modello di risveglio nel puntare su arte e cultura anche in termini economici per lui è osservabile al Sud Italia nell’esempio del paese di Praiano, ma in generale lo auspicherebbe ovunque in questo che “potrebbe essere un museo a cielo aperto”.

Art Basel si è inserita a Miami con la sua “selezione ferrea” per i galleristi e artisti, un merito per Miniaci, che “hanno puntato sugli storicizzati”. Ma Miniaci continua a credere in tanti italiani che stanno crescendo. Oso chiedere chi..lui mi parla di Davide Disca, Fabio Giampietro, KayOne, Domenico Marranchino, Antonio Tamburro.

miniacimod019 (1)Un’ultima stretta di mano presso la Miniaci Art Gallery, foto di Sofia Obracaj

La vita intensa per e con l’arte ha permesso ad Antonio Miniaci di realizzare molti dei suoi sogni ma lui dice di sentirsi come all’inizio, con il mistero del futuro e con la stessa elettricità del bambino che guarda le nuvole e continua a sognare di girare il mondo.

Michela Ongaretti

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miniacimod021 (1)Interno della Miniaci Art Gallery, foto di Sofia Obracaj

miniacimod017 (1)Di fronte ad un dipinto di Gianluca Miniaci, foto di Sofia Obracaj

miniacimod018 (1)Antonio Miniaci e Sandro Chia, foto di Sofia Obracaj

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Cazziefighe. Una deliziosa mostra pornografica ovvero un’antologia del talento milanese

Cazziefighe. Una deliziosa mostra pornografica ovvero un’antologia del talento milanese

di Michela Ongaretti

Iniziata in leggerezza, finirà in un battito d’ali come il lieve passaggio di una farfalla.

Schietta fin dal titolo, Cazziefighe è la mostra nata dalla mente di Massimo Kaufmann e Ivano Sossella, la dichiarazione d’indipendenza di due artisti di lunga esperienza che concepiscono l’esposizione come una grande opera formata da quelle degli 86 creativi coinvolti. Tutti liberamente invitati ad esplorare reinventarsi o ritrarre quel che vive sotto ai nostri vestiti. La mostra dura in tutto quattro giorni, e bisogna sbrigarsi perchè domani sarà l’ultima occasione per visitarla presso lo spazio Laltalena in via Binda 7.

cazziefighe001 (1)Vista generale della mostra Cazziefighe, foto di Sofia Obracaj

Tema vivace e dalle mille visioni, mai volutamente esplicitato come ora, dimostra che l’arte può anche divertire, perché il corpo è prima di tutto un gioco in regalo, e gli organi genitali hanno una storia da raccontare, che tutti conoscono e in pochi hanno mostrato costretti dal pregiudizio della decenza, della rispettabilità negata dall’intimità esibita. La materia di Cazziefighe oggi è democraticamente per tutti, come può essere l’arte, ma non da tutti, infatti nell’eterogenea selezione questa mostra ha coinvolto chi sa parlare con la propria arte.

cazziefighe011 (1)L’opera di Andrea Zucchi per C&F, foto di Sofia Obracaj

Il gioco può volgere al serio perchè se spesso si sorride, (Stefano de Molfetta), o ci si meraviglia (Coniglioviola e Rosario Gallardo) per lo stesso soggetto, l’ azione o reazione di fronte al sesso può portare a riflessioni sulla visione (Giancarlo Marcal), sull’apparenza, (Francesco Arena), o ad inquietudini ancestrali e surreali per Umberto Chiodi. Qualcuno accosta il sesso alla morte, (Stefano Abbiati), mentre per Andrea Zucchi il racconto è retrò come il suo svelamento teatrale.

cazziefighe012 (1)Umberto Chiodi per C&F, foto di Sofia Obracaj

C’è Vedovamazzei che analizza il design di un pene e il personaggio di Massimo Giacon che di pene perisce nella sua incapacità di gestirlo, mentre lo stesso pene è sineddoche dell’intera personalità per Agnese Guido. La scultura è perlopiù dedicata all’organo femminile, con Lucrezia Zaffarano e nella foto di Loredana Galante.

Il disegno di Giovanni Manzoni Piazzalunga per C&FIl disegno di Giovanni Manzoni Piazzalunga per C&F

Per altri ancora il sesso femminile o maschile è semplicemente bello (Valeria Finazzi e Cosimo Filippini), e visto da vicino è un piccolo capolavoro di linee morbide e quasi astratte (Giovanni Manzoni Piazzalunga), o un delicato oggetto di devozione rinascimentale per Armando Perez Prieto.  

cazziefighe015La scultura di Lucreazia Zaffarano, foto di Sofia Obracaj

Tutte le più di ottanta opere sono su una sola parete sul fondo della sala, ci stanno giuste giuste nella misura totale, e per il mio gusto personale, unito alla volontà di potermi concentrare sulla singola opera, che abbia un respiro nella distanza anche mentale dalla successiva, soprattutto in una collettiva, ho un momento di confusione. Un attimo nel quale tutto mi sembra confondersi e mescolarsi: in realtà è un effetto voluto perché la visione dei genitali umani, fantasiosa surreale o descrittiva, è corale, ed è dall’unione della voci in una sola che si sviluppa una logica addizionale: la parete è brulicante di risatine e sussurri, fragilità e osservazioni, dichiarazioni di intenti e di genere, sguardi dal buco della serratura o a porta spalancata.

cazziefighe029C&F fotografati durante il vernissage, foto di Sofia Obracaj

Al vernissage conosco Ivano Sossella, mi presenta lui stesso una chiave di lettura fresca, divertita, che avvicina l’arte ad una scorribanda collettiva, una allegra brigata, anche se poi sempre allegra non è la visione della sessualità con i suoi retaggi psicologici e psicanalitici..sul suo volto leggo il piacere di avere riunito con successo una larga fetta degli artisti operanti intorno al panorama milanese scevri dall’intervento di galleristi, tutti su una parete per un gioco lungo quattro giorni, felice di aver riunito “un’accozzaglia di gentaglia”,  intenta a fare arte con il sesso.

cazziefighe037Volti di C&F, foto di Sofia Obracaj

Massimo Kaufmann e Ivano Sossella si sono avvalsi della collaborazione di altri due artisti, Carlo Spoldi e Yari Miele, e il supporto tecnico di due giovanissimi, Lorenzo Fioranelli e Lucrezia Zaffarano. La mostra è stata resa possibile grazie alla generosità di Ho Jin Jung e il catalogo grazie a Marco Genzini, Emmegigroup.

cazziefighe063Artisti e ospiti, foto di Sofia Obracaj

Potete vedere l’album completo dell’evento qui

https://www.facebook.com/obraphoto/photos/?tab=album&album_id=1107280669318302

..ed ecco l’elenco completo degli artisti

Stefano Abbiate, Paola Alborghetti , Sevil Amini, Roberto Amoroso, Daniela Ardiri , Francesco Arena Silvia Argiolas, Stefano Arienti, Mattia Barbieri, Angelo Barile, Enzo Basello, Alessandro Bazan Lorenza Boisi,  Simona Bramati, Jacopo Casadei, Giorgio Cattani, Elisa Cella, Maurizio Cesarini Umberto Chiodi, Michele Chiossi, Marco Cingolani, Coniglioviola, Francesco Correggia, David Dalla Venezia, Kalina Danailova, Francesco De Grandi, Francesco De Molfetta, Pier Giorgio De Pinto, Doan
Ilaria Facci, Cosimo Filippini, Valeria Finazzi, Lorenzo Fioranelli, Giovanni Frangi, Eckehard Fuchs
Valerio Gaeti, Loredana Galante, Rosario Gallardo, Daniele Galliano, Giuseppe Gallo, Massimo Giacon, Domiziana Giordano, Agnese Guido, Donald Hyams, Michelle Jarvis, L Orma, Marco Lavagetto, Corrado Levi, Ivan Lupi, Giancarlo Marcali, Barbara Mauceri, Karl Klaus Mehrkens, Davide Merlo, Piero Mezza Botta, Yari Miele, Alberto Mugnaini, Anna Muzi, Saba Najafi, Katja Noppes
Guido Nosari, Andrea Nurcis, Max Papeschi, Armando Perez Prieto, Giovanni Manzoni Piazzalunga
Stefano Pizzi, Michela Pomaro, Angelo Pretolani, Rahmani Banafsheh, Stefano Romani, Giovanni Ruggiero, Giuliano Sale, Antonio Serrapica, Emila Sirakova, Ivano Sossella, Carlo Spoldi, Sukran Moral, Giovanni Testori, Roberta Toscano, Francesco Tricarico, Vania Elettra Tam, Vedovamazzei
Dany Vescovi, Lucrezia Zaffarano, Giulio Zanet, Andrea Zucchi , Christian Zucconi.

Michela Ongaretti

 

 

 

 

 

Una sedia realizzata in Madagascar per Tsara, progetto di Giulio e Vinaccia

Il Compasso d’Oro ADI premia il design sociale di Giulio e Valerio Vinaccia

Il Compasso d’Oro ADI premia il design sociale di Giulio e Valerio Vinaccia

DI MICHELA ONGARETTI

Il prestigioso Premio Compasso d’Oro ADI, alla sua XXIV Edizione, non è solo per il progetto di prodotti, coinvolge anche i processi. Quest’anno ha assegnato l’onorificenza per la metodologia progettuale a “Design as a development tool” di Giulio e Valerio Vinaccia con UNIDO (Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale).
XXIVesimo Compasso d'Oro ADI

XXIVesimo Compasso d’Oro ADI

 

Sono particolarmente lieta della vittoria che per la prima volta nella storia del Compasso è assegnata al design sociale. Premiata è infatti la metodologia nell’ambito del design, utile a favorire e far innescare la miccia del progresso nelle specifiche condizioni di paesi in via di sviluppo, e per questo spero emulabile da altre menti progettuali negli intenti e nei risultati.

Una sedia realizzata in Madagascar per Tsara, progetto di Giulio e Vinaccia

Una sedia realizzata in Madagascar per Tsara, progetto di Giulio e Vinaccia

 

Vinaccia riceve anche la Menzione d’Onore per Tsara Project nel Madagascar, sempre design per lo sviluppo coinvolgendo anche le maestranze artigianali locali.

Giulio e Valerio Vinaccia hanno lavorato all’interno dei programmi di UNIDO sviluppando attraverso il design una metodologia d’intervento per creare sviluppo economico e sociale che non stravolga l’ambiente di riferimento dell’intervento, ma suggerisca interventi partendo dalle esistenti risorse umane, culturali e territoriali.

Ritratto di Giulio Vinaccia

Ritratto di Giulio Vinaccia

 

Inizialmente è Giulio Vinaccia ad entrare nel 2008, con l’ente internazionale, in un programma di sviluppo globale. Oggi coordina Creative Med, per lo sviluppo di quattordici cluster di industrie creative tra sette paesi del Mediterraneo.

Anche Tsara è stato portato avanti da Vinaccia con UNIDO, in questo caso con il fondamentale finanziamento del NORAD (Norwegian Agency for Development Cooperation ).

Un'artigiana sorridente in Madagascar, progetto Tsara

Un’artigiana sorridente in Madagascar, progetto Tsara

 

Il Madagascar è tra i paesi fortunatamente non in guerra uno dei più più poveri sul globo, dove le donne ai margini della società sono oltretutto prive per casta di ogni diritto sociale. Per una comunità di duemila di queste donne il destino è cambiato grazie alla creazione di Tsara: casa produttrice di borse e arredi in nylon e fibre naturali intrecciati, impresa nata per essere in futuro autonoma. Da questa iniziativa è nato poi il programma integrato Tsara Project, che interessa istruzione, assistenza alla salute e per l’impresa.

Giulio Vinaccia si dichiara soddisfatto per l’interesse suscitato dal design sociale e che i due premi possano sottolineare la sua reale possibilità di essere uno strumento di cambiamento per lo sviluppo.

Ceramista Egiziana al lavoro

Ceramista Egiziana al lavoro

 

Sin dal 1993 la sua carriera è stata interessata da molti altri interventi di design sociale internazionale, dal Brasile alla Svezia, dal Canada all’Afganistan, dall’Egitto, al Pakistan ed Haiti, operando non soltanto in paesi in via di sviluppo ma anche in situazioni del cosiddetto “primo mondo” dove la crisi è rappresentata da cambiamenti economici e sociali o da eventi catastrofici. Insiste infatti sul fatto che il design è “ un attitudine”, non attività fine a se stessa ma “progettazione del sistema di relazioni”, che può concretamente cambiare le condizioni di vita nel dare soluzione a determinati problemi.

Uno dei prodotti realizzati per Tsara

Uno dei prodotti realizzati per Tsara

 

I progettisti non vivono con la testa fra le nuvole ma ” operano in strutture complesse, con la difficoltà di rapportarsi con differenti figure professionali e umane e con culture e pratiche molto distanti”. Gli interventi per la valorizzazione economica e produttiva di un territorio è portata avanti in effetti attraverso progetti di design per l’artigianato coinvolgendo le competenze tramandate specifiche di ogni ambito geografico. Sicuramente il design non si può limitare al prodotto finito: quello sociale sta secondo Vinaccia prendendo piede anche in Italia, perché cambiano i bisogni, e il nostro sistema economico e culturale ci porta a vedere con occhi diversi il sostegno verso comunità in crisi sempre più vicine a noi.

Particolare della sedia realizzata con Tsara

Particolare della sedia realizzata con Tsara

 

Il premio è importante per l’organizzazione che ha sviluppato il progetto proprio perché si mostra il design come strumento attivo per combattere la povertà e generare reddito e e resilienza nei paesi del Sud, attraverso nuove forme di economia creativa”, dichiara Gerardo Patacconi, Direttore del Agri-Business Department di UNIDO. Dimostra che la creatività non è solo al servizio di chi ha molto denaro da spendere per un arredo originale, da esibire nel proprio salotto.

Michela Ongaretti

quando cadono le stelle

Quando cadono le stelle. Gian Paolo Serino alla Libreria Utopia. Giovedì del nuovo romanzo

Quando cadono le stelle. Gian Paolo Serino alla Libreria Utopia. Giovedì del nuovo romanzo

di Michela Ongaretti

Un ritratto di Gian Paolo Serino disegnato da Giovanni ManzoniGian Paolo Serino disegnato da Giovanni Manzoni.

 

La settimana svolta quasi sempre il mercoledì, raramente il giovedì. Il 16 giugno è successo. Dopo una giornata piena e terminata con una pioggia annunciata il mio amico Giovanni Manzoni mi ricorda che alla libreria Utopia Gianpaolo Serino presenta il suo ultimo romanzo editato da Baldini e Castoldi, una storia corale in differenti capitoli, “Quando cadono le stelle”.

Non che sia la prima..già da tempo è partito un tour promozionale sempre con la presenza attiva dello scrittore e io non ho mai partecipato. Non sono mai rimasta indifferente alla penna di Serino e ho da poco tra le mie mani “Quando Cadono le Stelle”, quindi sono andata con l’intenzione di apprendere qualcosa del libro da una voce interna. Spero che essa riesca a colpirvi e a farvi muovere verso la più vicina libreria, spronati anche dalle considerazioni su quella serata.

Durante la presentazione--serino1 ph. Giovanni Manzoni PiazzalungaLa sala sotterranea della libreria Utopia durante la presentazione di Quando cadono le stelle, foto di Giovanni Manzoni Piazzalunga.

Volevo qualche stimolo ulteriore alla lettura che accompagnerà il mio prossimo viaggio: spostarsi tra le nuvole e attraverso le parole, nello spazio e nel tempo, lo trovo uno dei più grandi privilegi del mio tempo. Essere trasportati in fretta grazie alla tecnologia, ma poter rallentare al massimo il proprio ritmo interiore per entrare nel mondo di un altro individuo, che magari ha qualcosa in comune con me si, ma è comunque altro da me. Viaggio nel viaggio nel viaggio, possibile per me solo con l’oggetto-libro in carta, toccato e stropicciato, sempre carico e pronto per incontrarsi con la mia immaginazione, presente anche quando diventa vero e proprio sogno. Subito riapribile non appena riapro i miei occhi.

Quando-cadono-le-stelleLa copertina del libro

 

L’amico che mi ha invitato alla libreria Utopia è un artista, ed è facile che Serino conti tra il proprio entorurage persone fuori dal comune; perché questa è l’idea che mi sono fatta dell’autore di “Quando cadono le stelle”, nel bene e nel male.

Ricordo ancora una notte estiva di lavoro nell’atelier di Giovanni, calda e infinita, io a scrivere e lui a disegnare, quando alle quattro del mattino squillò il suo telefono. Era la voce baritonale dello scrittore, pensavo fingesse un timbro così caldo, che chiedeva se avesse avuto voglia di incontrarlo, come se fosse l’ora dell’aperitivo. Io in quel momento ho pensato che ci sono persone che non si danno tregua, persone che vivono ad ogni ora del giorno, persone che cercano sempre qualcosa nel mondo reale o immaginato, persone che scavano sempre nei sentimenti o nelle sensazioni, che inventano storie finzionali che sono sempre vere, perché contengono una parte del loro tempo. Persone come Gian Paolo Serino.

 

serino4Una nave sulla pelle e Gian Paolo Serino, foto di Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Quelle persone hanno il vizio di addentrarsi nelle situazioni dove la maggior parte delle popolazione non ne trova la necessità: se la nostra civiltà dell’immagine ha avuto le proprie stelle brillanti nel firmamento del cinema o della cultura senza macchia alcuna, perchè mai un folletto dispettoso dovrebbe andare ad agganciare quegli astri con le proprie parole per rilanciarle all’indietro nel nostro piccolo inferno?

Per parlare a tutti, esplorando una zona d’ombra che tutti abbiamo. Che siano meccanismi del dolore, potentissimi motori d’azione come spiega Serino, esigenze innate o indotte dall’educazione, tutti nascondiamo una parte di noi. La nostra identità non è completa senza il lato oscuro della nostra forza, e nella vita nulla, ma proprio nulla è gratis. Nemmeno per Picasso, Kafka, Salinger, Cary Grant, Stephen King, Hemingway, Poe, Kennedy.

serino3Un momento doppio della presentazione, foto di Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Serino era ben lieto di parlare ancora una volta al pubblico della sua ultima creazione, all’interno della libreria Utopia, che si trova ad essere una delle poche superstiti all’interno del quartiere di Brera. Il volume è stato introdotto da Carla Tolomeo Vigorelli, scultrice e moglie del critico letterario Giancarlo Vigorelli, sostenitore con lungimiranza di Giampaolo Serino.

Già dall’ingresso sono rapita dal mondo stravagante dell’entourage dello scrittore. Se da vicino nessuno è normale, da vicino qualcuno si sforza per non esserlo. E non sempre è un male, in un mondo spesso chiuso alla possibilità di usare linguaggi diversi per arrivare allo stesso pensiero: soltanto stavolta ho trovato la presenza di Gianni Miraglia un pò sbilanciata nell’insieme della presentazione. Un uomo nudo che legge parti del romanzo “sotto sforzo”, o che costruisce con abilità monologhi su una parola proposta al volo dagli astanti mi diverte per un tempo limitato.

serino2Gian Paolo Serino, Carla Tolomeo Vigorelli e Gianni Miraglia, foto di Giovanni Manzoni Piazzalunga

E’ una parentesi buffa che fa riflettere sulle difficoltà umane, cosa non da poco; sorrido e penso alla fatica del recitare sollevando pacchi di libri per ogni braccio, ma dopo dieci minuti l’esibizionismo senza dubbio creativo non mi dice più molto. Sarà che desideravo ascoltare più a lungo quella voce baritonale. Ringrazio e me la immagino all’inizio della lettura. Buon viaggio

Michela Ongaretti

NB: chi mi ha fatto dono delle foto per questo articolo ha apprezzato maggiormente la performance sotto sforzo!

Memola, particolare

Le intricate forme di Gabriele Memola alla Galleria Rubin

Le  intricate forme di Gabriele Memola alla Galleria Rubin

di Michela Ongaretti

fino al 21 giugno in via Santa Marta 10 a Milano

 

foto_sez_177_5_mSenza Titolo, 2008, pennarelli acrilici su tela, 130 x 180 cm courtesy Galleria Rubin

Anche un artista non figurativo come Gabriele Memola, classe 1971, basa la propria ricerca sul disegno.

Tutta la sua personale visione in una veste squisitamente grafica, tracciata con pennarelli acrilici, la si può osservare presso la Galleria Rubin a Milano fino al 21 giugno.

Memola si è diplomato a Brera e torna da Rubin con la sua seconda personale milanese, dopo sette anni: ha realizzato  per questa esposizione una nuova serie di lavori su tela di diverse dimensioni.

Un momento del vernissage di Gabriele Memola presso la galleria RubinUn momento del vernissage di Gabriele Memola presso la galleria Rubin, ph. Sofia Obracaj

Il disegno è sicuro, senza ripensamenti delimita forme geometriche che si “agganciano” le une alle altre creando una texture brulicante, come un’esercito di piccoli elementi descritti con l’arma propria del fumetto, il pennarello. Quella la cui rapida asciugatura permette il non interrompersi di un flusso formale e gestuale, che è l’essenza della composizione di ogni opera di Memola.

In realtà se noi osserviamo da lontano queste tele scorgiamo una sagoma addensata, compatta di questi elementi, come uno sciame, a velare uno strato sottostante più scuro o più colorato rispetto al bianco e nero in primo piano. Come uno sciame nell’avvicinare il nostro sguardo rivela la sua differenziazione in mille parti coese a ricoprire la superficie.

foto_sez_177_2_mSenza titolo, 2008, pennarelli acrilici su tela, 250 x 250 cm, particolare. Courtesy Galleria Rubin

Quelli che per alcuni sono segni, sono nella loro logica nient’altro che linee, perchè seguono un andamento, e la forma che ci regalano è data dall’arrampicarsi continuo come un ragionamento. Questa  linea, linea che si contorce, linea che si ramifica, intreccio senza fine avviluppato sopra la superficie della tela,  sempre suggerisce e lascia intravedere quel piano sottostante confermato e confortato nel suo essere piano vuoto da un oggetto o un addensarsi di materia, a volte rossa come un organo interno protetto dall’intelaiatura della cassa toracica. Solo che nel nostro mondo l’apparenza è quella che permette una visione, l’immagine esteriore fa da scudo a ciò che solitario non sopravviverebbe: siamo vivi grazie alle nostre sovrastrutture, e per questo ad esse è affidato un messaggio in una breve scritta, che viene nascosto dagli intralci quotidiani per non farsi troppo scoprire, ed eliminare perché sporca la fluidità, una fluidità che vista da vicino non è poi così netta.

Riflessioni davanti a una tela di Memola, 7 giugno galleria RubinRiflessioni davanti ad una tela di Memola durante il vernissage del 7 giugno, ph. Sofia Obracaj

I lavori di Memola sono più sensati, più armonici da lontano, ma rivelano il loro brulicare di presenze scomposte da vicino, rivelano tutte le fratture di un mondo in pezzi, che si regge grazie a una struttura ordinata e poco comprensibile per chi ne vive l’insieme, e il suo effetto, per tutti coloro che ad un certo momento leggono tra i segni o le linee e che si illudono per un attimo di aver sbrogliato la matassa. Osservo meglio e ancora, e mi rendo conto di non esser fuori dal labirinto di Escher.

Particolare di una tela di Gabriele MemolaUna tela da vicino, Gabriele Memola presso la Galleria Rubin. ph. Sofia Obracaj

La Galleria Rubin è nata a Milano nel 1997 per concentrarsi su pittura e scultura contemporanea, italiana ed internazionale. Gli obiettivi principali sono due: esaltare il valore manuale dell’eccellenza nelle tecniche artistiche e lanciare giovani talenti italiani sia in patria che all’estero, in rappresentanza esclusiva. Inoltre si impegna a sviluppare progetti site-specific e accompagnare la commissione di opere, grazie alla collaborazione di istituzioni private e pubbliche, e ai suoi collezionisti.

Fondata o da James Rubin e Christian Marinotti, entrambi “figli d’arte” di importanti galleristi e collezionisti: rispettivamente Lawrence Rubin fu tra i maggiori galleristi statunitensi dagli anni Sessanta agli anni Novanta, e Paolo Marinotti fu fondatore delle attività di Palazzo Grassi a Venezia. Oggi i tre direttori della galleria sono  James Rubin, Paolo Galli e Pierre André Podbielski.

Scorcio di via S. Marta dalle vetrine della galleria RubinScorcio di via S. Marta dalle vetrine della galleria Rubin, ph. Sofia Obracaj

Per trovarla bisogna addentrarsi nella struttura a ragnatela della zona più antica di Milano, tra via Torino e Piazza Cordusio, quella denominata oggi delle “5vie”. Facilissima da scorgere per i turisti che cercano il respiro della Storia cittadina, le sue due vetrine d’angolo valgono sempre una sosta.

Michela Ongaretti

Un set del periodo radical per Poltronova

Poltronova backstage. La fotografia racconta il design radicale presso la Galleria Carla Sozzani

Poltronova backstage. La fotografia racconta il design radicale presso la Galleria Carla Sozzani

DI MICHELA ONGARETTI

POLTRONOVA BACKSTAGE: il design radicale raccontato dalla fotografia presso la Galleria Carla Sozzani, Corso Como 10 Milano.

Giugno 2016 radical per la Galleria Carla Sozzani. Sta per aprire le porte al punk inglese mentre l’8 giugno è stata preziosa cornice della presentazione del volume “Poltronova Backstage. The Radical Era 1962-1972” di edizioni Fortino, reperibile nell’attiguo bookshop, interessante per il particolare taglio dato all’argomento: gli anni del design radicale con Ettore Sottsass, Archizoom e Superstudio.

La copertina di Poltronova Backstage, edizioni Il Fortino

La copertina di Poltronova Backstage, edizioni Il Fortino

 

” Poltronova Backstage” è si un incursione nel passato dell’azienda toscana, una visione degli anni sessanta e del design di rottura, ma è soprattutto la storia di un momento cruciale attraverso i documenti fotografici, scattati proprio dai progettisti delle opere ritratte per rappresentare il loro motivo d’esistenza.A moderare l’incontro c’era la curatrice del volume e critico del design Francesca Balena Arista, gli altri presenti eranoDario Bartolini, Andrea Branzi ePaolo Deganello, designer e architetti di Archizoom Associati, Roberta Meloni direttrice dell’archivio Centro Studi Poltronova, mentre ha recapitato un messaggio Cristiano Toraldo di Francia di Superstudio. Ha portato la sua testimonianza anche Cristina Dosio Morozzi, all’epoca fidanzata con Massimo Morozzi cofondatore del gruppo Archizoom, oggi direttore dell’Istituto Marangoni.

Un set del periodo radical per Poltronova

Un set del periodo radical per Poltronova

 

Come ricorda Francesca Balena il volume non intende essere esaustivo né presentare il movimento secondo un approccio storico tradizionale; si può parlare piuttosto di uno spaccato del mondo radical come una ricognizione a volo d’uccello, cioè vedere dall’alto per ricostruire una mappatura del periodo che ha regalato all’Italia molta energia e spinta all’innovazione, oggi ricordato con diverse esposizioni come “Superstudio50”, in corso al Maxxi di Roma.

Il libro si avvale senza dubbio del grande lavoro di Roberta Meloni, nove anni fa da Carla Sozzani con la mostra “Superarchitettura”, svolto nella creazione dell’archivio consultabile a Firenze, costruito con caparbietà interpellando molti i collaboratori storici dell’azienda.

SOFO design Superstudio, Poltronova 1966

SOFO design Superstudio, Poltronova 1966

 

Il taglio di queste immagini è soggettivo, nel senso che le foto scattate dai protagonisti designer volevano rappresentare “uno stato esistenziale”, come disse nel 2001 Ettore Sottsass. Ogni volta che raccontava un progetto esso era collegato strettamente al ricordo del set fotografico per quell’oggetto; per le ceramiche Yantra egli aveva persino preparato dei bozzetti, oggi conservati allo C.S.A.C. di Parma.

Per Andrea Branzi parlano del rapporto con l’azienda a cui si riconosceva da subito un modo diverso di fare design, e nello stesso tempo trasudano ledinamiche di dibattiti e confronti interni, e tutta la formazione extra-universitaria non tradizionale dei progettisti, fatta ad esempio di musica e moda. Sempre secondo Branzi le singole monografie sul Design radicale non hanno compreso appieno le sue diverse componenti di una stagione dall’identità così forte da unificare tutti coloro che la vissero.

Una pagina del libro, foto di Fortino Edizioni

Una pagina del libro, foto di Fortino Edizioni

 

Ettore Sottsass era per Poltronova l’art director, come diremmo oggi, mentre allora il suo incarico si definiva nei cataloghi “la generale consulenza estetica”. Lamentava da parte del presidente Camilli carenza nella Comunicazione ma riconosceva la sua audacia nella produzione di mobili “impossibili da vendere” anche in virtù della loro rappresentazione fotografica, con “pezzi di corpi” che sbucavano dai particolari grigi; il designer voleva trasmettessero altro che il benessere moderno, semmai “il disastro esistenziale” di una generazione.

Sergio Camilli era una persona intuitiva, lontana dalle logiche di marketing,che si chiedeva soltanto se il pezzo che andava a produrre potesse essere messo in casa propria. I presenti dichiarano di non averla mai vista…

Mies and Sanremo, Archizoom Associati per Poltronova,1969.

Mies and Sanremo, Archizoom Associati per Poltronova,1969.

 

A parte la visione poco rassicurante del grigio di Sottsass il clima restava comunque effervescente, e l’introduzione al libro di Michele De Lucchi cita il concetto di festa mobile e happening continuo, esattamente la descrizione dello stato d’animo di Cristina Morlozzi una volta introdotta nell’ambiente radical, stupefatta e poi coinvolta. Aggiungiamo che l’unico pezzo rimasto in produzione fu lo specchio “Ultrafragola” con quel rosa intenso a parlare di femminilità, di come la donna sia seduttiva per natura.

Ultrafragola, specchio, Ettore Sottsass Jr, 1970 per Poltronova

Ultrafragola, specchio, Ettore Sottsass Jr, 1970 per Poltronova

 

Dario Bartolini viene interpellato come la mente tecnologica del gruppo, colui che dava vita agli oggetti con manopole e pulsanti per “miracoli” di luci e suoni stravaganti, allo stesso tempo era il fotografo più esperto che ricorda bene come si organizzavano i set per Poltronova. Una foto lo ritrae nel giorno del matrimonio quando indossava con la novella sposa due cappelli/mitria che dovevano suonare ed emettere luce nell’incastrarsi, il regalo di Archizoom..di cui lui stesso dovette sistemare un malfunzionamento dell’impianto..la notte precedente alla cerimonia!

MITRIA, design di Paolo Deganello per il matrimonio di Lucia and Dario Bartolini, 1969

MITRIA, design di Paolo Deganello per il matrimonio di Lucia and Dario Bartolini, 1969

 

La storia del radical design è fiorentina. Branzi ha parlato di un terreno favorevole allo sviluppo della modernità “diversa” proprio per la sua assenza di modernità, ma dal punto di vista culturale Firenze era in quegli anni “l’ultima volta che non fu provincia”. Deganello ricorda il movimento studentesco di Lettere e di Architettura, la migliore facoltà di architettura in Italia, allora. Era una capitale culturale con la presenza di intellettuali come Garin, Ragghianti, Luzi, per non dimenticare l’amministrazione avanzata con La Pira.

Chi portò alla ribalta la rivoluzione radical di Archizoom non fu però un’autorità editoriale di settore ma un settimanale di larga diffusione: Panorama. Allora tutti i magazine avevano una rubrica di architettura e si cercava l’eclatante, ancora una volta trovato attraverso l’impiego della fotografia. Quattro modelli di progetti “radicali” vennero realizzati in scala 1:10, ambientati e fotografati, e apparvero come oggetti veri, realmente prodotti.

Un momento durante la presentazione di Poltronova Backstage presso la galleria Sozzani, ph. Sofia Obracaj

Un momento durante la presentazione di Poltronova Backstage presso la galleria Sozzani, ph. Sofia Obracaj

 

Da tutte le foto, suggerito pure nel testo mandato da Toraldo di Francia, possiamo osservare come questo pezzo di Novecento, fatto di rottura con la tradizione, amicizie e matrimoni incrociati, creatività esuberante e sana competizione, racconti una storia “corale”, nel rapporto dialettico tra Archizoom, Superstudio e Sottsass e le loro singole forti personalità progettuali ed umane.

Michela Ongaretti

Hautematerial durante la lavorazione del legno

Hands on Design. Il brand italiano che nasce dall’incontro tra artigianato e design internazionale

Hands on Design. Il brand italiano che nasce dall’incontro tra artigianato e design internazionale

Hands on Design è un brand milanese sviluppato nel 2015 da Shiina+Nardi Design Snc, la cui mission è quella di ideare e realizzare oggetti attraverso la connessione tra il mondo dell’artigianato tradizionale e di alto segmento, dei singoli laboratori, a quello del design contemporaneo, con una speciale attenzione al panorama giapponese. Si possono ammirare le collezioni in uno spazio dedicato al progetto, collocato in una zona strategica per il design milanese degli ultimi anni, Porta Venezia.
Hands on Design, interno dello spazio in via Rossini

Hands on Design, interno dello spazio in via Rossini

 

Lo showroom Hands On Design ha inaugurato da soltanto alcuni mesi, il 18 febbraio 2016, ed è stato teatro di una prima mostra in occasione delFuorisalone 2016. Poco prima della Design Week avevo intervistato Setsu e Shonibu Ito, tra i protagonisti dell’esposizione nello showroom di via Rossini 3; grazie al mio interesse per i designer giapponesi sono venuta a conoscenza del lavoro unico svolto da Hands on Design.

Conferma della forte componente nipponica nel progetto, un’anima della coppia fondatrice, è stato per me martedì 14 giugno, quando ho visitato il negozio in occasione dell’evento di saluto all’estate: gli oggetti della collezione 2016 sono stati interpretati da Sumiko Furukawa con una performance floreale secondo l’arte dell’Ikebana.

Lampadario Bugatti, design Shiina+Nardi Design, manifattura Kanaami Tsuji, 2016

Lampadario Bugatti, design Shiina+Nardi Design, manifattura Kanaami Tsuji, 2016

 

Hautematerial durante la lavorazione del legno

Hautematerial durante la lavorazione del legno

 

La bellezza scaturita è semplice, ma complessa nella sinergia alla sua base, che rende unico un oggetto e non assimilabile alla moda del momento. C’è qualcosa di assoluto nella purezza dei materiali forgiati secondo norme antiche e naturalmente in armonia con l’ambiente, ecosostenibili nel loro DNA. Non solo: i progettisti Shiina+Nardi rispecchiano la forte componente italiana e giapponese del brand, ma hanno svolto e continuano a svolgere attività di ricerca internazionale delle migliori manifatture e maestranze artigianali, al fine di metterli in contatto e nella possibilità di confrontarsi con il lavoro dei designer più innovativi ed esteticamente originali, per ricevere input tecnici e culturali nuovi e utili al rilancio di una disciplina. A loro volta i designer scoprono l’umanità e maestria di lavorazioni che sono state alla base dell’evoluzione progettuale e dell’industria, l’inizio della Storia del Design, e ne possono interpretare con sensibilità le potenzialità, anche nell’ottica di un’apertura dei valori artigiani a mercati più ampli e attuali. L’unione dei due saperi rafforza il valore intrinseco di un oggetto.

Preparazione della lacca giapponese secondo la tecnica tradizionale Urushi, di Maruyoshi Kosaka

Preparazione della lacca giapponese secondo la tecnica tradizionale Urushi, di Maruyoshi Kosaka

 

La professione e la tecnica artigianale è quindi portata alla ribalta e riscoperta nella sua veste più contemporanea, che sia la costruzione di cestelli di legno, di vasi e contenitori torniti o delle murrine millefiori. Da esse oggi abbiamo, solo per fare alcuni esempi di Hands On Design, i piatti opalescenti degli stessi Shiina+Nardi, le ciotole laccate Urushi di Giulio Iacchetti, i vetri eterei di Kanz Architetti, solo per fare alcuni esempi: mi fanno pensare alla strada aperta dalle collezioni di fine ottocento delle Arts and Crafts, con la loro straordinaria portata innovativa e di qualità estetica nella loro durevolezza.

Tavolino Shushu, design di Tsukasa Goto, manifattura di Hiroaki Usui, 2016

Tavolino Shushu, design di Tsukasa Goto, manifattura di Hiroaki Usui, 2016

 

Fra le aziende artigiane protagoniste del progetto Hands on Design sono: Artexa, Ercole Moretti, Fara Gioielli, Shuji Nakagawa, Shibaji Ochiai, Takeo Shimizu, Slow Wood, Soffieria, Tumar, Warousoku Daiyo, 224 Porcelain, Kanaami Tsuji, Hiroaki Usui, Ogatsu Ishi, Yoko Takirai Jewellery, Hautematerial, Risogama, Kaykado, Maruyoshi Kosaka.

Un momento della lavorazione del feltro, Gruppo Tumar Art (Kirghizistan)

Un momento della lavorazione del feltro, Gruppo Tumar Art (Kirghizistan)

 

I designer coinvolti nel 2016: Tomoko Mizu, Carlo Contin, Lorenzo Damiani, Denis Guidone, Giulio Iacchetti, Setsu &Shinobu Ito, Kanz Architetti, Kazuyo Komoda, Minale-Maeda,Ilaria Marelli, Eliana Lorena, Shiina+Nardi Design, Takirai Design, Natsuko Toyofuku, Carlo Trevisani, Gum Design, Roberto Sironi, Laudani-Romanelli, Buzzo- Lambertoni, Barbara Archiuolo, Tsukasa Goto.

Il negozio Hands on Design è stato disegnato da Paolo Ortelli e si trova in un un’edificio dal genius loci artistico, che ha ospitato nel tempo gli studi/bottega di Medardo Rosso, Lucio Fontana, Marcello Nizzoli. Oggi il luogo è teatro della creatività milanese nella concentrazione di laboratori di restauro, botteghe d’arte, atelier di moda e di design. Anche il contesto storico e architettonico, siamo nella zona del liberty cittadino, pare dunque accompagnare gli stessi valori del brand.

Sgabello Ovarin, design di Giulio Iacchetti, manifattura Hautematerial e Tumar, 2016

Sgabello Ovarin, design di Giulio Iacchetti, manifattura Hautematerial e Tumar, 2016

 

Vi consiglio la visita segnalandovi due prodotti sintomatici della sinergia artistica tra artigiani e designer. Il primo è il lo sgabello Ovarin disegnato da Giulio Iacchetti e realizzato da Tumar Art, per il feltro della tradizione del Kirghizistan, e Hautematerial, italiani specializzati nella lavorazione del legno, il secondo è il lampadario Bugatti frutto della lavorazione in rete metallica di Kyoto di Kanaami Tsuji e del progetto di Shiina+Nardi Design.

Pensate, qui ogni oggetto ha una lunga storia fatta di diverse tradizioni, eppure ha un aspetto nuovissimo, è quasi nato ieri.

Michela Ongaretti