Louis De Belle per la Design Week in Cascina Cuccagna nel 2017

Fuorisalone 2017. In Cascina Cuccagna il Design dice addio al Capitalismo

Ci siamo. Aprile inizia a Milano con la settimana più intensa di eventi dell’anno, quella del Fuorisalone. Ad aprire le danze è la Cascina Cuccagna che oggi, non è un pesce d’aprile, celebra Capitalism is over. A farewell party.

 

Fuorisalone 2017 in Cascina Cuccagna

Fuorisalone 2017 in Cascina Cuccagna

 

L’idea espositiva è a cura di Raumplan e ACCC – Associazione Consorzio Cantiere Cuccagna per il Fuorisalone, che si immaginano di “osservare il capitalismo un momento prima della sua catastrofe”, festeggiando l’addio con numerosi prodotti iconici dell’età dell’oro del capitalismo industriale in Italia, accompagnati da altri esemplari contemporanei, considerati successori di quell’epoca, nati nel bel mezzo di una crisi e tra nuovi modelli di business.

 

La cascina cuccagna di Milano per la Design Week milanese

Fuorisalone 2017 in Cascina Cuccagna, vista della location storica a Milano

 

La Cascina Cuccagna è una delle location storiche della Design Week, anche nel senso che si tratta di un’antica corte agricola di oltre quattromila  metri quadrati vicinissima a Porta Romana, che siamo orgogliosi di avere a Milano perchè fu ristrutturata con garbo e rispetto del preesistente, anche soprattutto per merito degli sforzi dei cittadini che sostennero il progetto di restauro conservativo prima della nuova apertura nel 2012. Ospita al suo interno un ristorante, un bar, un ostello e un orto, unica nel modello urbano e per questo molto conosciuta e frequentata, persino il New York Times la indica tra i “must see” della città lombarda.

 

Un pezzo storico del design italiano fotografato da Louis De Belle per Capitalism is over

Fuorisalone 2017 in Cascina Cuccagna, Marco Zanuso e Richard Sapper, Radio portatile Cubo TS-502, Brionvega, 1964, © Louis De Belle, 2017

 

L’intento dell’esposizione dal titolo provocatorio non è quello di decretare sul serio la fine di un’economia basata sul capitale, bensì suggerire al visitatore interrogativi sul mondo delle merci e sul ruolo del designer nella filiera produttiva odierna. Viene narrata la diffusione di alcuni modelli alternativi alla sequenza designer-azienda-consumatore, tipica della produzione e della distribuzione, non solo nel campo del design, per offrire una panoramica sulle problematiche, sulle contraddizioni, e sulle opportunità di enormi cambiamenti sociali ed economici degli ultimi anni. La riflessione storica cede il passo all’ironia nel passare in rassegna potenzialità buone o deboli della progettazione sotto il segno della crisi, nel tentativo di dare un’interpretazione del contesto contemporaneo.

 

Louis De Belle per la Design Week in Cascina Cuccagna nel 2017

Fuorisalone 2017 in Cascina Cuccagna, foto della Reception di ingresso sotto lo scalone monumentale del Palazzo per Uffici Olivetti© Louis De Belle, 2017

 

La mostra in Cascina Cuccagna si divide in  tre sezioni: But it used to be so cool, Bigger Faster Cheaper e New times New rules.

But it used to be so cool, dedicata ai trenta gloriosi anni del capitalismo industriale, dal 1945 al 1975 . Qui vediamo la documentazione fotografica di Louis De Belle sul polo produttivo e l’Archivio Storico di Olivetti ad Ivrea: attraverso immagini di oggetti o architetture, come fantasmi che riemergono da quel periodo cruciale, si ripercorrono alcune vicende di quella che fu una delle aziende simbolo del boom economico italiano.

 

Uno scatto di Louis de Belle ad un pezzo sotrico Olivetti, in Cascina Cuccagna per il Fuorisalone 2017

Fuorisalone 2017 in Cascina Cuccagna, Foglio catalogo della ET101 disegnata da Mario Bellini nel 1978 fotografata nella sezione schede catalogo della biblioteca dell’archivio, © Louis De Belle, 2017

 

Bigger Faster Cheaper ci riporta alla situazione di oggi, dove viviamo le conseguenze di un mercato monopolizzato da colossi, che incrementano e dominano le vendite grazie ai prezzi sempre più bassi. Gli elementi chiave nella loro realtà produttiva sono la logistica, le reti d’informazione e i sistemi di distribuzione, dove non conta chi o cosa opera ma la velocità con cui agisce e la scala sempre più vasta su cui intervenire. Ecco quindi le immagini degli stabilimenti logistici di Amazon e Ikea a Piacenza, secondo l’occhio del fotografo Delfino Sisto. Il mondo del design sta cambiando radicalmente proprio a causa di questo sistema distributivo, imponendo le proprie regole per le finalità descritte.

 

MDW2017, Foto di Delfino Sisto Legnani per Capitalism is over

Fuorisalone 2017 in Cascina Cuccagna, immagine dell’Hub Logistico Amazon, Piacenza, © Delfino Sisto Legnani, 2017

 

Infine con New Times New Rules arrivano alcuni esempi virtuosi di opposizione ai modelli delle multinazionali. Si esplorano le possibilità dell’autoproduzione e auto-distribuzione attraverso le strade percorse dagli espositori, designer e piccoli imprenditori. Siamo in un mondo eterogeneo che risponde alla crisi della committenza e del ruolo classico per il progettista, che inizia a diventare altro da sé rompendo il tradizionale paradigma produttivo. Ad essere indagato è quindi il progressivo cambiamento della funzione del designer nel sistema in crisi, tentando di ridefinirsi di pari passo rispetto alla fisionomia di un mercato che non lascia molto spazio alla libertà espressiva e alla sua diversificazione.

 

Campagna del Fuorisalone 2017 in Cascina Cuccagna

Capitalism is over, foto per la campagna del Fuorisalone 2017 in Cascina Cuccagna 2017, © Louis De Belle, 2017

 

Da vedere: per riflettere sul futuro con la leggerezza della campagna in città.

Michela Ongaretti

 

Fuorisalone 2017 Milano 1 — 9 aprile

Cascina Cuccagna, via Cuccagna 2

 

Vaso d'acqua di Oki Izumi a Milano con la galleria Valentini e Maccararo, nel distretto delle Cinque Vie

4×10 volte Fuorisalone2017. La Galleria Valentini e Maccacaro raddoppia, a Milano con Oki Izumi e a Verona con Gianni Berengo Gardin

Una doppia esposizione attende il pubblico delle due sedi italiane della galleria Valentini e Maccacaro durante il Fuorisalone 2017, un viaggio primaverile sul doppio binario artistico di scultura e fotografia con Oki Izumi e Gianni Berengo Gardin. Il titolo è 4×10 giocando sulla serie di dieci pezzi d’autore accostati a dieci esemplari di design appartenente alla storia dell’uomo in due distanti aree geografiche e culturali, affini a quelle dei due protagonisti. Quattro serie provenienti da quattro universi legati all’esplorazione di un oggetto che trasforma la quotidianità di chi ne ha fatto uso nei secoli e continua ad essere funzionale ad un bisogno, il Vaso a Milano e le uniche nel mondo Roncole di Venezia a Verona.

 

Vaso in vetro di Oki Izumi. Galleria Valentini&Maccacaro

4×10 volte Fuorisalone2017. Un vaso in vetro di Oki Izumi alla Galleria Valentini&Maccacaro di Milano

 

Non poteva mancare in questo momento l’ispirazione al design, ma se a Milano la si può toccare con mano attraverso le opere in vetro dell’artista Oki Izumi in dialogo con i vasi neolitici cinesi, nella sede di Verona la visione sarà nella documentazione fotografica delle dieci immagini veneziane di Gianni  Berengo Gardin, accostate all’esposizione di dieci roncole tradizionali, per chi non lo sapesse i remi delle gondole lagunari.

Entrambe le esposizioni, come sempre accade nella  galleria Valentini e Maccararo, hanno l’intento e l’ambizione di esplorare le connessioni che legano Tradizione, Artigianato, Antiquariato, Arte, Design. Pane per i denti di Artscore e di tutti coloro che sanno scavare il terreno per superare confini imposti alle arti, ponendo lo sguardo e il cuore nel mezzo.

Vaso neolitico cinese. Galleria Valentini&Maccacaro

4×10 volte Fuorisalone2017. Un vaso neolitico in terracotta dipinta alla Galleria Valentini&Maccacaro di Milano

 

La Storia ci ha consegnato degli oggetti, durevoli e necessari, costruiti dagli artigiani prima della codificazione del ruolo del designer, in grado di sviluppare anche una ricerca sull’estetica della loro forma. Sugli stessi oggetti in seguito si sono registrati interventi degli artisti, coloro che prima del sedicesimo secolo non erano affatto separati dai primi artigiani, suddivisi non in ordine di valore ma di disciplina come potevano essere i vetrai e gli scalpellini. Poi la prima modernità, quella del rinascimento maturo, ha voluto definire artista chi trasformava in immagine un’idea separando nettamente i ruoli, ed eccoci nel Novecento dove finalmente la cultura del progetto ha riavvicinato gli ambiti, permettendo all’idea di entrare nel mondo dell’artigianato, di comandare una forma nata da un impulso creativo personale e unico. Però il designer decide cosa e come costruire soprattutto attraverso gli strumenti dell’industria, fino a quando le menti più sensibili e attente hanno iniziato ad introdurre programmaticamente la produzione artigianale, il know how millenario inizia a definire estetica e unicità. E’ questa la tendenza degli ultimi anni, quella del recupero di una antenata tradizione.

 

Il lavoro di Oki Izumi con lastre di vetro industriali

4×10 volte Fuorisalone2017. Un lavoro di Oki Izumi in vetro, ph. Sofia Obracaj

 

Di questa antichità hanno respirato i vasi cinesi in mostra a Milano, ben prima del design e persino prima della definizione tecnica di un artigianato consapevole, ma elemento principe della trasformazione descritta. Da sempre l’uomo ha avuto bisogno di cose per riporre altre cose, e la storia del design del Vaso ci può raccontare lo sviluppo nel gusto e per la necessità. Non solo i progettisti ma anche gli artisti lo hanno esplorato nel suo concetto formale, e la scultrice Oki Izumi rappresenta un prestigioso esempio di chi si nutre di struttura materica ed eleganza per un discorso estetico, operando nel panorama artistico italiano ed internazionale e residente a Milano da moltissimi anni.

 

La scultrice Oki Izumi vicino alle sue opere in vetro

4×10 volte Fuorisalone2017. Oki Izumi ritratta durante una sua precedente mostra da ESH Gallery, ph. Sofia Obracaj

 

La semplicità della forma del vaso neolitico, qui una serie proveniente dalla Cina Occidentale,  riflette il suo utilizzo pratico ma sconfina nella ricerca, nella tensione al bello degli ignoti artigiani mediante la dipintura della terracotta, con un ampio repertorio decorativo astratto e ornamentale. Oggi con Ōki Izumi è la materia costitutiva stessa del vaso a determinare un’estetica: attraverso una tecnica artigianale, usando esclusivamente lastre di vetro industriale, opera una sintesi di grande eleganza formale che esprime l’essenza del fare arte contemporanea, erede della cultura di origine giapponese ma anche frutto del senso della preziosità nel bello dell’oggetto italiano.

 

Gianni Berengo Gardin alla Galleria Valentini&Maccacaro

4×10 volte Fuorisalone2017. La Venezia di Gianni Berengo Gardin alla Galleria Valentini&Maccacaro di Verona

 

Le roncole sono un pò meno antiche ma rendono la quintessenza di Venezia, città che da millenni si identifica con i suoi canali. Città dove la decorazione delle facciate e la storicità dei palazzi convivono quotidianamente con la necessità funzionale di restare letteralmente a galla, utilizzando al meglio gli strumenti della modernità senza potersi emancipare facilmente dal preesistente. Non è un desiderio, Venezia trae la sua forza e la sua bellezza dalla sua fragilità, e ne è consapevole. La sua architettura continua a costruire le sue fondamenta sull’acqua, talvolta pericolo talvolta salvezza, quel che è certo è che l’acqua è la protagonista del bisogno sociale di spostarsi. In quella città l’acqua è la strada, e le imbarcazioni le sue auto. Per questo motivo nella sede veneta di Valentini e Maccacaro sono presenti i dieci esemplari di Forcole e Gianni Berengo Gardin, fotografo che ha fatto la storia della fotografia italiana e il cui obiettivo da sempre ha avuto una relazione fortissima con Venezia.

 

Gianni Berengo Gardin alla Galleria Valentini&Maccacaro

4×10 volte Fuorisalone2017. Una foto di Gianni Berengo Gardin alla Galleria Valentini&Maccacaro di Verona

 

Parliamo di oggetti davvero unici con il loro design inconfondibile, che esistono solo grazie alla perizia di maestranze artigiane, i maestri remeri costituitisi in laboratori, testimoni di saperi millenari. E’ lo strumento che si identifica col suo proprietario perché raramente un gondoliere se ne separa o la mette in vendita. Una ricerca appassionante lunga anni ha permesso la presentazione veronese di questo strumento, frutto unicamente esistente grazie agli artigiani lagunari per la funzionalità della vita sull’acqua lagunare,  la stessa che ritrae Berengo Gardin con la poesia di chi si ferma davanti alla vibrazione della bellezza, con l’intensità di chi capisce il retroscena sentimentale di quel grande teatro appoggiato sul Mare e sulla Storia.

Una tipica forcola veneziana. Galleria Valentini&Maccacaro

4×10 volte Fuorisalone2017. Una forcola veneziana alla Galleria Valentini&Maccacaro di Verona

 

La Design Week di aprile deve iniziare a trasformarsi, se non vuole diventare un ripetitivo concentrato di esemplari, deve andare oltre il design come siamo abituato a vederlo. Per questo vi invitiamo alla mostra 4×10: presso le due sedi della galleria Valentini e Maccacaro il milanese Fuorisalone 2017 suopera due confini, quello geografico e quello del disegno industriale.

Michela Ongaretti

 

Galleria Valentini e Maccacaro

MILANO

10 vasi neolitici cinesi – 10 opere di Ōki Izumi

Dal 4 aprile al 29 aprile

Corso Magenta 52

 

VERONA

10 FORCOLE – 10 foto di Berengo Gardin

Dall’ 8 aprile al 29 aprile

Corso Santa Anastasia 25

 

 

 

Sculture di Saraï Delfendahl alla galleria Lanteri

Ceramica contemporanea tra arte e design. Saraï Delfendahl nella Galleria Salvatore Lanteri

Esiste un posto. A Milano ce ne sono tanti, pochi dove vai perchè sai di che Arte si discute.

Poi esistono quei posti che trovi per caso, c’è chi ci crede, o per fortuna, e a questo ha creduto Artscore quando ha scoperto la galleria di Salvatore Lanteri, dove arte e design parlano la stessa lingua. Qui la luce bianchissima ci ha fatto scoprire la ceramica contemporanea con la mostra personale dell’artista Saraï Delfendahl che vi consigliamo di visitare almeno una volta prima della fine di marzo, qui abbiamo saputo che la galleria è specializzata in ceramica d’arte e d’autore, e ora lo vogliamo dire a tutti . Qui abbiamo avuto modo di conoscere la genesi e gli intenti della galleria dalle parole del direttore Salvatore Lanteri, architetto atipico e dedicato a questa avventura in via Venini 85 da un anno.

 

Ritratto di Salvatore Lanteri

Un ritratto di Salvatore Lanteri all’inerno della sua galleria, ph. Sofia Obracaj

 

Varcata la soglia siamo catapultati in un mondo extra terrestre a tratti lunare e a tratti luciferino, impressione data dalla popolazione di numerose figure antropomorfe o zoomorfe. Questi esseri smaltati assumono fattezze tridimensionali nelle sculture appoggiate al centro e sul fondo della grande sala, mentre sulla parete di destra ne troviamo numerosissime schierate in un piccolo esercito, che pare cacciato per eresia da un bassorilievo unitario e ben più apollineo, ed esploso in tanti piccoli individui.

 

Sculture di Saraï Delfendahl alla galleria Lanteri

Saraï Delfendahl in mostra alla galleria Lanteri, particolari della parete di piccole sculture

 

Coloratissimi, mostruosi e beffardi sono questi ad attirare la nostra attenzione, forse perché che rimandano ad un bestiario metafisico, compiuto nella loro installazione unitaria. Sembrano nati per non esser separati e se le altre sculture richiamano una forte dolcezza pur nell’anomalia anatomica, questi ci portano sulla via dello spaventoso con i colori timbrici e le movenze di una dionisiaca danza macabra.

Eppure l’insieme è molto pulito, non c’è veemenza ma un genuino candore nell’uso della ceramica che ha affascinato il gallerista dopo le esposizioni precedenti improntate all’astratto e all’informale: è la dolcezza della fiaba che ha bisogno di immagini riconoscibili per raccontarsi. Allo stesso richiamo risponde la scelta di Lanteri per Delfendhaldi legarsi ad un reale immaginato denso di figurazione, per lui che dichiara ogni selezione essere un fatto personale, questa mostra nutre la sua necessità di uscire per un momento dall’astrazione, per “ripopolare il mio paesaggio visivo”, come ci spiega.

 

La scultura visionaria di Saraï Delfendahl

Galleria Salvatore Lanteri- visita alla mostra di Saraï Delfendahl, ph. Sofia Obracaj

 

Il gallerista ci illustra che queste creature non sono solo provenienti da altri pianeti, “ supereroi cortocircuiti di ibridi di animali polimorfi”, ma discendono direttamente anche da altre culture, lontane da quella occidentale, francese dell’artista, quelle che l’hanno suggestionata nel suo vissuto infantile, nei viaggi con il padre etnologo. Paiono incarnare specialmente figure religiose sacrali o semplicemente della cultura precolombiana del Messico, nella tradizione per immagini che dai teschi ai luchadores arriva fino ai nostri giorni secondo suggestioni molteplici.

 

Creature extraterrestri come idoli messicani, Saraï Delfendhal

Particolare della ceramica d’arte di Saraï Delfendhal presso la galleria Lanteri, ph. Sofia Obracaj

 

Il padre di Sarai Delfendhal fu un etnologo di grande fama, che rivoluzionò il sistema didattico negli anni settanta e sempre in quegli anni fu reso celebre dalla sua pubblicazione critica ad un “monumento” dell’antropologia francese quale fu “Tropici Tristi “ di Bernard Lévi-Strauss: egli ha esercitato un’influenza notevole sulla figlia stimolandola alla lettura di altre culture durante i viaggi in luoghi remoti come l’Australia tribale dove esisteva un immaginario sacro ricco di figure  descritte come “extraterrestri”, come bestiole presenti in mostra a Milano.  

 

Animali ibridi polimorfi, Saraï Delfendahl

Creature ibride nella ceramica di Saraï Delfendahl alla galleria Lanteri, ph. Sofia Obracaj

 

A proposito di Messico Lanteri ricorda l’esistenza di un bel ritratto di André Breton realizzato nei mesi di residenza messicana con Trotsky e Frida Kahlo dove il poeta e teorico del surrealismo viene raffigurato con alle spalle questa questa parete popolata di creature precolombiane esoteriche, ugualmente spaventose e dolci, le stesse che collezionò e portò nel suo studio parigino. Quella parete fotografata partecipa della stessa fascinazione che ha ispirato la realizzazione della prima mostra personale della Delfendhal come ceramista.

 

Lo studio di André Breton con le sculture delle civiltà precolombiane

L’atelier di André Breton a Parigi, sulla parete si vedono statuette delle culture precolombiane

 

Quello che ora ci appare come la ricongiunzione nella ceramica tra la matrice culturale di origine dell’artista, con la dimostrazione dell’esistenza di una tradizione nel novecento di studio della cultura tribale sudamericana nei protagonisti della cultura francese, tra cui il padre stesso, arriva in realtà dopo un percorso di altro tipo. La sua esperienza parte dalla formazione da designer, accantonata per la grafica e l’illustrazione, ha lavorato diversi anni come artista con Moleskine, a parte piccole incursioni la sua ricerca con e sulla ceramica è iniziata qui con l’entusiasmo quasi incosciente del cambio di rotta.

 

Particolare della ceramica di Saraï Delfendahl, galleria Lanteri

La ceramica contemporanea di Saraï Delfendahl alla galleria Lanteri, ph. Sofia Obracaj

 

Lo stesso moto interiore che pare caratterizzare Salvatore Lanteri quando ci parla della neonata galleria come di una passione che sta rivoluzionando il suo “impianto esistenziale”: attraverso la ricerca e lo sviluppo di progetti con artisti scelti per la loro capacità di dare una visione contemporanea  nella ceramica, materia  che per lui si rivela come archetipo dell’origine del mondo sia per gli elementi che la compongono, fuoco, acqua e terra, sia per la sua presenza dai tempi più remoti nelle culture più lontane e a qualunque latitudine. Non ha mai smesso di esistere e di essere prodotta.

Oggi la ceramica può essere una disciplina che veicola un’idea attraverso un oggetto frutto della mente “ma anche dell’intelligenza della mano” sempre per usare le parole di Lanteri che pensa alle arti applicate dichiarandosi affezionato alla “vecchia idea romantica” del Bauhaus di voler fare incontrare i diversi fare artistici, iter e discipline.

 

Ceramica contemporanea nella galleria Lanteri in via Venini a Milano

La bianchissima sala della galleria di Salvatore Lanteri con le opere in ceramica di Saraï Delfendahl, ph. Sofia Obracaj

 

Il riferimento è a quel principio secondo cui le arti applicate convivono a pari livello con altre arti come la pittura, la scultura o la musica. Tanti prodotti realizzati manualmente si sono evoluti nella modernità attraverso il design più funzionale, ma ciò che conta qui e ora è l’intento, la volontà di ripensare e ridisegnare secondo criteri artigianali. Anche se ciò può apparire una contraddizione nei confronti di coloro che ruppero le barriere tra le arti per non parlare di basso o di alto, la separazione tra il disegno industriale e la realizzazione di pezzi unici è necessaria e inevitabile.

Lanteri sceglie l’unicità artistica o in limited edition, ma mai due pezzi dello stesso artista ospite in una mostra, eseguito squisitamente con metodo artigianale, per collocarsi al confine tra il fare arte e progetto, design delle idee non dell’industria, secondo una tendenza in forte espansione nel contemporaneo, di contaminazione profonda e reciproca tra le sfere del design e dell’arte, come testimoniato ad esempio da Ambra Medda fondatrice di Design Miami e direttrice del dipartimento dedicato al design di Christie’s Londra, e dalla nascita di un collezionismo dedicato.

 

Arte e design insieme alla galleria Lanteri, Saraï Delfendahl

Una scultura di Saraï Delfendahl presso la galleria Lanteri

 

Basterà vedere la prossima edizione del MIART per rendersene conto, dove ci sarà una sezione denominata Objects, una ventina di gallerie in tutto che presentano questo concetto di Oggetto, arte che non è fatta di dipinti o sculture, design che non è dedicato ai mobili o agli interni. Parliamo di opere che contengono entrambi i valori.

Su questo terreno si inserisce il percorso intrapreso dalla Galleria salvatore lanteri che si trova a suo agio nel “viaggiare su questo doppio binario” per poter godere della libertà che consente di spaziare tra soggetti artistici molto diversi tra loro. Con la forte intenzione futura di indagare un ambito quasi sconosciuto a livello espositivo, quello del tessile nato dalla lavorazione a telaio, lontano dalle visioni di una fashion week milanese per tornare alla globalizzazione democratica del fare secondo il buon vecchio Bauhaus.

 

Le figure ibride di Saraï Delfendahl

Figurazione in ceramica dell’altro mondo, presso la Galleria Lanteri con Saraï Delfendahl, ph. Sofia Obracaj

 

La mostra di Sarai Delfendahl resterà aperta fino all’ultimo giorno di Marzo, consigliamo la visita prima del sempre atteso Fuorisalone anche alla Galleria Lanteri, di cui vi lasciamo la sorpresa.

Michela Ongaretti

 

Interno della galleria Lanteri con le opere di Saraï Delfendhal

Interno della galleria Lanteri, ora in mostra con la scultura di Saraï Delfendhal, ph. Sofia Obracaj

Racconti di mare di Arturo Delle Donne, Il Vecchio e il Mare

Il Fotografo e il Mare. Arturo delle Donne dal MIA Photo Fair alla Galleria Hernandez

Arturo delle Donne sembra un nome di fantasia. Eppure non lo è. Così come le sue foto  sono molto più vicine al nostro mondo, nella loro pura ed esplicita invenzione scenografica.

Lo abbiamo visto la MIA Photo Fair 2017 con la Galleria Hernandez che per quell’occasione ha scelto di puntare tutto su di lui con il progetto “Racconti di Mare”, sia per l’originalità della ricerca sia per il lungo sodalizio che lega la galleria a questo atipico fotografo.

 

Racconti di mare di Arturo Delle Donne, Il Vecchio e il Mare

Arturo Delle Donne con Racconti di Mare alla galleria Hernandez, Il Vecchio e il Mare

 

Per chi non è riuscito a partecipare Artscore ha il piacere di invitarvi presso la galleria Hernandez da giovedì 16 marzo per la mostra a cura di Gigliola Foschi, dove si potranno ammirare le stampe fotografiche di grandi dimensioni nate dall’interpretazione di celeberrimi romanzi avventurosi ambientati nelle acque marine.

Vedere le sue immagini è una gioia per estimatori di effetti speciali, è uno scherzo fatto ad arte all’illusione di costruire la finzione come reale. E’ un mondo realmente letterario quello vissuto nelle scene, perchè romanzi come Ventimila Leghe Sotto I Mari , L’Isola del Tesoro o Moby Dick sono nati dalla mente di chi è stato in grado di regalare ai lettori un viaggio intrapreso solo con gli occhi e col cuore, di sola andata fino all’ultima pagina, finché tutto si sgretola e torniamo a vedere le libro, la poltrona, il salotto, ritorniamo insomma sulla terraferma. Questo lo può comprendere chi ha amato fin dall’età dell’innocenza questo genere di letteratura, chi ha sviluppato un rapporto intimo e privilegiato con il Mare ( da biologo ricercatore in Ecologia), e chi da anni esplora professionalmente la fotografia come strumento versatile ed interpretativo, con possibilità di evocare spazi attraverso l’uso sapiente dei particolari.  Racconti di Mare poteva nascere e svilupparsi solo attraverso queste avventure di vita da Arturo delle Donne, che riesce a coinvolgere lo spettatore e farlo immergere nella profondità del mare e della letteratura, grazie al suo prezioso gioco di set. Senza dimenticarsi dell’arma dell’ironia.

 

Racconti di mare di Arturo Delle Donne, Ventimila Leghe Sotto i Mari

Arturo Delle Donne con Racconti di Mare alla galleria Hernandez, Ventimila Leghe Sotto i Mari

 

Il fotografo ha scelto alcune scene iconiche di romanzi ambientati in mare aperto, estrapolandone le frasi salienti a commento delle fotografie. Parliamo di Ventimila Leghe Sotto i Mari di Jules Verne, L’Isola del Tesoro di R. L. Stevenson, Freya delle Sette Isole di Joseph Conrad, Moby Dick di Herman Melville, Il Vecchio e il Mare di Ernest Hemingway, L’Ammutinamento dell’Elsinore di Jack London, la Tempesta Perfetta di Sebastian Junger, del racconto Una Discesa nel Maelström di Edgar Allan Poe.

Per ciascuna di esse Delle Donne ha ricostruito in studio un set in miniatura aiutandosi con i materiali più svariati, irriconoscibili nella messa in scena restituita dall’obiettivo ravvicinato agli oggetti. L’aspetto artigianale del lavoro ricorda le origini del cinema quando gli effetti speciali erano tutti ricreati senza l’ausilio della postproduzione digitale, ma il risultato è squisitamente moderno con luci e contrasto a rendere l’immagine fiabesca e realistica al contempo.

 

Racconti di Mare. Il fotografo Arturo delle Donne davanti alla sua scena di Moby Dick

Arturo delle Donne al MIA Photo Fair con Racconti di Mare, foto di Sofia Obracaj

 

Sono tutti momenti assai teatrali, o cinematografici, dove l’azione  è sempre data dal grande protagonista, il Mare, che non manca di agitarsi, spingendo al  movimento la figura umana. L’ironia nasce dal fatto che le figure umane sono le uniche riconoscibili in quanto feticci, tenere marionette in miniatura, pur nella loro realistica attendibilità data dalla ripresa ravvicinata e che annulla la scala, mentre le onde in ovatta o pellicola trasparente difficilmente rivelano la loro natura: sono loro assolutamente e indiscutibilmente temibili e noi non possiamo che soccombere all’ideale potenza della Natura. Viviamo il nostro mondo bisognosi di credere a mostri da combattere, nella iconica bellezza di una tempesta perfetta a formare con l’ovatta la vaporosa onda di Hokusai, poi ad un certo punto il nostro Nautilus si trova a lottare con un calamaro gigante, e ci accorgiamo che gli stessi tentacoli turgidi pronti a farlo affondare, sono gli stessi indicati per una frittura.

 

Racconti di mare di Arturo Delle Donne, Ventimila Leghe Sotto i Mari

Arturo Delle Donne con Racconti di Mare alla galleria Hernandez, Ventimila Leghe Sotto i Mari

 

I momenti sono veri perché vissuti nelle emozioni del lettore o dell’osservatore, ma sono ambigui nel loro rivelarsi illusione, vita immaginata nella verità letteraria che lascia alcuni indizi per tornare a galla.

La pensiamo come Gigliola Foschi quando scrive che Arturo Delle Donne “usa la macchina fotografica come un prestigiatore” perché è in grado di trasformare in avventura in movimento il nostro sguardo di piccoli abitanti della Natura, familiare nel suo Mistero.

 

Racconti di mare di Arturo Delle Donne, L'ammutinamento dell'Elsinore

Arturo Delle Donne con Racconti di Mare alla galleria Hernandez, L’ammutinamento dell’Elsinore

 

A rivelare una chiave di lettura più letteraria, sempre però legata ad un immaginario repertorio di una memoria vissuta personalmente, ci sono i ritratti che completano il progetto. Come usciti da bauli reconditi e forse abbandonati dalle navi romanzesche ecco i protagonisti di tali narrazioni,i personaggi  rappresentati come tipi umani per lo sviluppo di un intreccio, dalla profondità dello sguardo temerario e vendicativo del capitano Nemo, al coraggio dell’incosciente giovinezza di Jim de L’Isola del tesoro, dalla pazienza quasi secolare di Santiago ne Il vecchio e il mare, al fascino femminile e conturbante di Freya.

 

Esserci  o immaginarci, sognare od esser desti, giocare o fare sul serio. Queste sono domande la cui risposta è sempre sì.

 

Racconti di mare al MIA con Consuelo Hernandez e Arturo delle Donne

L’incontro al MIA Art Fair con Consuelo Hernandez e Arturo Delle Donne pr la presentazione del progetto Racconti di Mare, foto di Sofia Obracaj

 

Restiamo nell’evocazione di soggetti da mondi remoti al piano inferiore della galleria, dove  verrà presentato al pubblico un precedente progetto di Delle Donne, “Nemes”. Esso esplora il mondo della mitologia greca e agli archetipi che rimandano alla nascita del genere umano. Dalla delicatezza amorosa di Amore e Psyche al coraggio di Ulisse fino alla disperazione di Medea.

 

Racconti di mare

mostra fotografica di Arturo Delle Donne

a cura di Gigliola Foschi

vernissage giovedì 16 marzo 2017 alle ore 19.00

Hernandez Art Gallery, via Copernico 8, Milano

fino al 6 aprile 2017

Chandelier Niagara di Lladrò

Artigiani e designer nella tradizione della porcellana. Tutto nello showroom Lladrò

Entrare nello showroom di Lladrò a Milano in Piazza Fontana è come varcare la soglia del paese dei balocchi. Dopo la fondazione dei fratelli Lladrò nel 1953 a Valencia, il marchio spagnolo è vivo e vegeto senza abbandonare la tradizione dell’alta porcellana, per realizzare prodotti per il collezionismo e per la funzionalità domestica. Oggi tutti i laboratori di produzione sono ancora a Valencia, ma Lladrò è diventata una multinazionale che esporta in più di 120 paesi nei cinque continenti, che continua a proporre le sue creazioni seguendo l’antico metodo artigianale, unico e raffinatissimo. Da alcuni anni si è avvicinato al lavoro di designer internazionali, o meglio: i designer internazionali hanno dedicato la propria attenzione e personalizzato un materiale nato e cresciuto nel lusso della decorazione.

 

Scultura della linea Classica. Showroom Llladrò tra design e tradizione nella porcellana

Nello showroom di LLadrò a Milano. Tradizione della porcellana in una scultura della linea Classic

 

Artscore oggi è accolto dal direttore dello showroom Guillaume Heuze, da lui accompagnato in un viaggio incantato tra l’antico e il contemporaneo. Ci mostra le principali linee contrassegnate dallo stile genuino di chi si rinnova senza rinunciare alla propria storia.

Nel salone principale vediamo alcuni esempi della linea Etnica e Atelier, poi scorgiamo la Classic e ReClassic, che reinterpreta la forma di sculture pensate e realizzate negli anni cinquanta.

La linea Atelier è quella più contemporanea, quella che coinvolge maggiormente la creatività dei designer, di cui un nome su tutti è quello di Bodo Sperlein, per l’uso domestico e la decorazione: comprende vasi, gioielli, l’illuminazione, piccoli oggetti come tappi per bottiglie, svuotatasche, inside-out box, ceramica per la tavola, vassoi, chandelier. Molto identificativo di Lladrò, quasi un suo tributo, è il lavoro di Committee che prende vecchie statuette e le ridisegna in senso più moderno, tempestandole di piccoli fiori secondo la tecnica artigianale e senza tempo della casa spagnola.

 

Chandelier Niagara, particolare. Showroom Lladrò a Milano

Lo chandelier Niagara nello showroom di Lladrò, particolare. Collezione Re-cyclos by Bodo Sperlein

 

L’eccellenza di Lladrò passa attraverso la conoscenza profonda del materiale e delle sue tecniche di lavorazione, non si accontenta però di tramandare metodo e tecnologia grazie al coordinamento di un’equipe di professionisti ultra specializzati, ma cresce attraverso la ricerca e lo sviluppo delle potenzialità della porcellana al fine di creare effetti differenziati e nuovi nel gusto e per la funzionalità, soprattutto negli ultimi anni.

Il nostro interesse parte da qui, dall’immenso lampadario Niagara al centro dello showroom, dove appunto una cascata di fate alate dalle sinuose forme scende da cavi in fibra ottica a custodire come lucciole i led di ultima generazione. Fa parte della collezione Recyclos del designer Bodo Sperlein, uno tra i numerosi oggetti della linea più moderna Atelier.

 

Nello showroom di LLadrò a Milano.Particolare della collezione Re-cyclos della Linea Atelier

Showroom Lladrò. Partcolare dell’illuminazione di Bodo Sperlein, collezione Re-cyclos della Linea Atelier

 

Ciò che Heuze ci fa notare è il vantaggio della porcellana rispetto al vetro: il colore e la forma che si può decidere in corso d’opera, inoltre la luce attraverso essa si dona ai nostri occhi più calda, basti vedere l’atmosfera creata dai disegni della luce stessa mentre passa attraverso le fessure delle ali. Tutto è maggiormente avvolgente, rispetto all’effetto eclatante del vetro.

Campeggiano su una parete le sculture The Guest, sempre nel catalogo Atelier, un personaggio ideato dal designer Jaime Hayon per il laboratorio Lladrò. La sagoma in porcellana, disponibile interamente bianca o nera, è sensibile di diverse personalizzazioni nella sua colorazione esterna, grazie all’intervento di diversi designer e artisti contemporanei internazionali, in una versione differente tra la taglia Big e Little per ciascun creativo. Si sono attivati per The Guest Paul Smith, Rolitoland, Gary Baseman, Tim Biskup, Devilrobots, lo stesso Jaime Hayon ha dato la sua impronta e il suo modello è ormai sold out.

 

Nello showroom di Lladrò. The Guest

Showroom Lladrò. The Guest di Jaime Hayon. Personalizzazione di Rolitoland

 

Ci domandiamo  quali siano i clienti abituali e di che nazionalità si interfacci maggiormente lo showroom. Dato lo stile lussuoso meno in uso in Italia e in Europa parliamo di b2b verso architetti che progettano per clienti stranieri, soprattutto Russia, Asia e Medio Oriente. Prima di noi sono entrati dei coreani, poi spessi si vedono iraniani, israeliani e russi, mentre gli italiani sono progettisti che si rivolgono a clienti finali proprio di quelle aree geografiche.

Nel nostro territorio si spinge di più i prodotti dal taglio più moderno di Atelier, come The Guest ad esempio, c’è l’intento di svilupparlo sempre più nel futuro perché c’è il forte desiderio di andare oltre ai mercati orientali e posizionarsi vicino al design innovativo, con l’ambizione di restituire all’europa il prestigio della porcellana , chiamata oro bianco durante la dinastia cinese Tang (618 – 907) e portata in Europa dal chimico tedesco Friedrich Böttger nel 1708 alla corte dell’elettore di Sassonia Augusto il Forte.

 

Nello showroom di Lladrò a Milano la silhouette di Mademoiselle.

Nello showroom di Lladrò a Milano la silhouette di Mademoiselle nella tradizione della porcellana.

 

A questo nuovo impulso partecipa in particolar modo l’illuminazione, notiamo in showroom la linea Belle de Nuit in varianti di diversi colori dove la porcellana assume forme più contemporanee e la lampadina si ricarica come un cellulare. Ancora la collezione Mademoiselle che riprende delle silhouette di donna per trasformarsi  in lampade. Sono in Europa in effetti tra i prodotti più venduti.

Le collaborazioni o consulenze spesso sono interdisciplinari oltre che internazionali. Le sculture della linea Etnica vantano nei laboratori di Valencia la presenza di un monaco tibetano che controlla che la creazione rispetti la tradizionale iconografia, anche perché gli acquirenti installano le opere all’interno di paesi con la stessa cultura religiosa d’appartenenza delle rappresentazioni: in India per le statue buddiste, in Cina i Dragoni, e gli apprezzati Samurai in Giappone.

 

La lampada Belle de Nuit nello showroom Lladrò, particolare

Belle de Nuit, lampada in porcellana con presa usb. Nello showroom di Lladrò

 

Heuze mi  mostra un catalogo per collezionisti, le sue pagine interne sono la narrazione della creazione di un pezzo in edizione limitata, partendo dall’ispirazione al disegno preparatorio per arrivare alla storia delle diverse fasi della sua realizzazione.

Ogni tre-quattro anni Lladrò produce un pezzo da collezione, non è commissionato ma gli appassionati conoscono il momento dell’imminente uscita, ne fanno richiesta aspettando con impazienza questa masterpiece creation e spesso la comprano anche senza averla ancora vista. La produzione è destinata unicamente a questi collezionisti provenienti da diversi orizzonti: americani, sudamericani o europei, grandi conoscitori di Lladrò da moltissimi anni.

Sono nomi ricorrenti, ogni boutique nel mondo ne ha due o tre noti, sono coloro che quest’anno per Maison Et Objets a Parigi facevano esplicita richiesta di vedere il capolavoro tenuto dietro ad una tenda, perché ben sapevano della sua misteriosa esistenza.

 

Sculture etniche nello showroom di LLadrò a Milano in Piazza Fontana

Lo showroom di Lladrò a Milano. Sculture etniche in alta porcellana sullo sfondo di Piazza Fontana

 

Questi esemplari hanno un prezzo crescente in base al numero di uscita, non sono mai più di cento pezzi e i primi cinquanta hanno un prezzo più basso degli ultimi ancora in circolazione. La “scena” di quest’anno si chiama Carnevale di Venezia, misura ben un metro e 50 di lunghezza per 90 centimetri in altezza e noi lo abbiamo visto..

 

Tutto il know-how di Lladrò in testa. Una scultura nello showroom

Tutto il know-how di Lladrò in testa. Una scultura nello showroom con i preziosi fiori realizzati a mano petalo per petalo.

 

Lo stile di classico di Lladrò può piacere o non piacere ma bisogna riconoscere che la tecnica di lavorazione della porcellana è unica, soprattutto i pezzi da collezione esibiscono tutto il know how dell’azienda di Valencia, tutto ciò che le maestranze sanno fare anche nei minuscoli dettagli.  Il direttore dello showroom ci racconta: “per i visi una esiste una persona che per tutto il giorno si occupa solamente di dipingere nasi e bocche, e ci sono artigiani specializzati solo nell’espressione del volto, per i fiori una signora da più di trent’anni acquista fiori freschi e li copia con la tecnica originale della casa a base di pasta di porcellana. Poi c’è chi incolla chi dipinge chi passa il phon chi verifica..

Dei pezzi più elaborati e tradizionali qui ne teniamo uno soltanto perchè ha un prezzo più alto di qualunque altra nostra produzione, bisogna considerare che per arrivare a questo risultato lo lavorano 50 mani differenti!”

Michela Ongaretti

 

Enzo Cannaviello e Günter Brus

L’identità di un gallerista nel sistema dell’arte contemporanea, a Milano. Intervista ad Enzo Cannaviello

Milano si sa non è una città fatta solo dai milanesi, anzi la sua forza si basa anche sui talenti che sono stati accolti da fuori, e che l’hanno conformata nel suo primato italiano nell’ambito dell’arte e della cultura, della moda e del design. Enzo Cannaviello fa parte di questi.

Uno dei galleristi storici italiani, protagonista del sistema dell’arte dagli anni sessanta, il suo percorso di scopritore di artisti in seguito affermati è stato testimone di diversi cambi di sede e di scenario nella nostra penisola, con un’identità forte costruita e mantenuta nel tempo.

 

Ritratto di Enzo Cannaviello

Un ritratto di Enzo Cannaviello nella galleria di Piazzetta Bossi a Milano, ph. Sofia Obracaj

 

Partito da Capua con la mostra Ricognizione ‘68 presentata da Achille Bonito Oliva, al suo debutto di curatore, con Lucio Amelio aprì a Caserta la prima galleria Oggetto dove espose Mimmo Paladino per la prima e seconda personale. Dopo sei anni intensi nella capitale, agitando pubblico e critica intorno alla Transavanguardia, è sbarcato a Milano nel 1978 con la prima sede in piazza Beccaria da dove promosse primo in Italia il Neoespressionismo Tedesco, poi in via Cusani per passare in via Stoppani a Porta Venezia. Da alcuni anni lo possiamo incontrare, con un nuovo impulso verso l’arte giovane, in Piazzetta Bossi, sempre nel cuore storico della città.

Dopo la visita alla mostra di Martin Disler ho voluto intervistare Enzo Cannaviello per conoscere meglio la visione e gli intenti di chi ha visto da dentro il mondo dell’arte contemporanea degli ultimi quarant’anni con i suoi slanci e le sue crisi, la sua percezione nel gusto dei collezionisti, operando scelte spesso lungimiranti, sempre riconoscibili.

Se la maggior parte degli approfondimenti di Artscore si cala nei panni vista di chi produce arte, oggi indossa un paio di occhiali diverso, quello di chi promuove e vede circolare quel talento.

 

Intervista ad Enzo Cannaviello. Foto storiche in galleria

Intervista ad Enzo Cannaviello, foto delle collaborazioni storiche del gallerista. In alto si nota Martin Disler, ph. Sofia Obracaj

 

Vorrei partire dall’inizio della sua carriera, ricordandone le prime tappe

Entrai nel mondo delle gallerie quando moglie si dilettava di pittura e la mia prima fu a Caserta con Amelio prima di Roma, dove inventai una strada di editoria artistica con Ellegi Edizioni,di cui ero amministratore delegato. Era per me un periodo di formazione, mi piaceva fare molte cose. Poi aprii la prima galleria, c’erano nove soci e si chiamava Seconda Scala perchè era la seconda scala nel cortile del un palazzo del Teatro Argentina, iniziai da direttore e dopo due o tre anni mi misi in proprio.

Trattava artisti della transavanguardia?

Si pensi che ho fatto la prima mostra di Fabio Mauri, che ora è molto quotato, Bernar Venet, Giosetta Fioroni e altri artisti importanti che allora ovviamente non erano famosi.

Da Caserta a Roma, ma il salto di qualità vero e proprio è avvenuto nella terza galleria a Milano, che prende il nome ufficiale di Studio d’Arte Cannaviello nell’anno artistico 1977-78.

Io non ho mai fatto questo lavoro per guadagno ma a Roma purtroppo il mercato era davvero carente, Seconda Scala crebbe con un programma molto importante ma ero costretto a venire una volta al mese a Milano per vendere delle opere, perciò decisi di trasferirmi.

 

Enzo cannaviello e Mimmo Paladino nello studio dell'artista

Enzo Cannaviello posa con Mimmo Paladino. Tra le foto storiche sulla parete della galleria odierna di Milano, ph. Sofia Obracaj

 

Il mercato a Roma non funzionava perchè la città era troppo “ministeriale”?

Roma non era sostenibile come mercato e tutt’ora non lo è. Non c’è un professionismo nel collezionismo, si compra per altri motivi fuori dal piacere dell’arte, per amicizia, o perché il quadro piace all’amante… quindi nelle case ci sono opere ma solo per caso fortuito.

A Milano già nel 78 avvenne l’incontro con l’espressionismo tedesco?

Fu un’ulteriore svolta nel mio lavoro. Accadde un fatto celebre che già raccontai in altre interviste: un giorno venne un’artista da Berlino, Hella Monterossa. Allora ci si chiedeva sempre cosa potesse succedere in quella città divisa dal Muro quindi mi informai e lei mi parlò di un gruppo autogestito di artisti berlinesi chiamati Neue Wilden, cioè Nuovi Selvaggi, che facevano una pittura violenta con colori accesi, una specie di nuovi Fauve. Mi incuriosì moltissimo perchè si proveniva da un periodo dove tutto era concettuale: questa pittura così violenta era una rivoluzione io presi subito l’aereo per scovare questo filone che mi accompagnò fino alla poco anni fa.

Martin Disler rappresenta la componente svizzera, questo Neoespressionismo non era chiuso alla Germania ma di tutta l’area germanofona, di cui la componente austriaca era molto forte con Nitsch, Maria Lassnig, Günter Brus. Ho seguito loro prevalentemente, ma non unicamente, infatti ho trattato artisti italiani come Pizzi Cannella, Nunzio, Rotella, Boatti.

 

Martin Disler tra gli artisti di Cannaviello a Milano

Tra le foto storiche del gallerista Enzo Cannaviello a Milano, le sculture di Martin Disler, ph. Sofia Obracaj

 

Lei portò a Milano Hermann Nitsch. Cosa accadde e come reagì il pubblico?

Con Nitsch in via Stoppani ci fu solo la performance di inaugurazione. C’erano tre tavoli grandi su cui era apparecchiato di tutto, frutta pesci, viscere di animali..lui girava tra questi e impastava questi elementi..era di una violenza fortissima! A intervalli regolari suonava un gong per il quale avevamo dovuto affittare una scala. Hanno fatto anche un film che però non rende al massimo l’idea. Lui ha sempre avuto successo infatti c’era molta gente.

Ad attività performative magari discusse ne conseguì un interessamento di critici e curatori verso la galleria?

Le avanguardie sono sempre dure da digerire. Oggi vedendo è più facile interessarsene perché è già quasi storia ma allora era molto difficile, però c’era un’attenzione maggiore di oggi. A parte l’aspetto venale del collezionismo, c’era più partecipazione del pubblico.

 

Una foto storica di hermann Nisch nella galleria di Cannaviello in via Cusani

Una foto ritrae Hermann Nitsch nello Studio d’Arte Cannaviello in via Cusani a Milano. ph. Sofia Obracaj

 

E’ cambiato anche il collezionismo?

Si, è speculativo. All’epoca si discuteva nelle gallerie non si trattava nelle fiere. Il collezionista si sedeva di fronte al gallerista che spiegava la mostra dell’artista, gli andamenti del mercato ma era un discussione con una componente culturale, indispensabile anche per vendere..lo dice un gallerista e un mercante! Oggi si contano molte aste e fiere, vi si va per vedere i prezzi e le confrontarli tra le opere, è un fatto meramente economico a cui ho deciso di non partecipare da cinque anni. Si abitua lo spettatore a ragionare in termini economici e non in termini culturali, cosa che io voglio continuare a fare.

 

Enzo Cannaviello e Günter Brus

Enzo Cannaviello e Günter Brus a Milano in via Cusani, foto storiche in galleria, ph. Sofia Obracaj

 

Qual è l’identità che la sua galleria mantiene?

E’ quella di scoprire dei talenti, portarli nel mercato e farli crescere.  La mia predilezione riguarda la manualità, praticamente un’opera fatta al computer o filmica a me non interessa perchè c’è il mezzo meccanico, anche se il mezzo meccanico può essere manipolato dall’artista, devo notare un effetto estetico. Non rinuncio all’estetica. Nelle mie scelte artistiche negli anni c’è una continuità: ho fatto sempre arte contemporanea prediligendo sempre la manualità e la ricerca, naturalmente. Ci sono molti giovani oggi, ma l’artista deve inventare un nuovo linguaggio, e se non è così non li seguo.

Per estetica non intende ciò che è formalmente gradevole…

No. E’ un’estetica contemporanea, quella aderente ai tempi nei quali vive l’opera, però sempre unita a questa manualità che sottintende tutte le opere memorabili dei grandi artisti. Se noi prendiamo la graduatoria internazionale Kunstkompass, stilata ogni anno dalla rivista Manager Magazine noi troviamo  ai primi dieci posti tutti grandi pittori come Gerhard Richter, Simon Faulkner, Peter Doig, David Hockney perché la manualità è insostituibile nell’opera d’arte come è insostituibile in altri campi e resterà, come si può scrivere un buon romanzo senza conoscere le regole della grammatica e della sintassi? Faccio un altro esempio: quando ci fu l’avvento del cinema esso riuscì a soppiantare il teatro? No,il teatro è vivo e vegeto. Così la tecnologia che oggi è prevalente oggi nel campo dell’arte, non può e non deve soppiantare l’arte, che comunque segue la sua evoluzione.

 

Arte contemporanea di Cannaviello a Milano,un dipinto Arnulf Rainer

Un dipinto su fotografia del 1989 di Arnulf Rainer, tra gli artisti dello Studio d’Arte Cannaviello a Milano, ph Sofia Obracaj

 

Secondo lei stiamo assistendo ad una rinascita del figurativo?

Penso di no in questo momento ma in realtà non ha mai smesso di esserci; nel senso tradizionale del termine non funziona. Oggi si può fare arte figurativa estremamente all’avanguardia, prendiamo ad esempio sempre Richter come massimo esponente, non può essere più figurativo di così con quella luce data dal lume di candela.. però sono quadri contemporanei perché è il taglio contemporaneo, che deve essere innovativo del linguaggio comprendendo o meno la figurazione.

A quale o quali artisti è particolarmente affezionato, per lei particolarmente importante.

Mimmo Paladino in assoluto al di là del discorso di mercato, anche per suo valore culturale. Tra coloro scoperti poi esposti a Milano Martin Disler, la mostra di dicembre era un richiamo nel tempo della lunga collaborazione, con opere solo su carta. Anche con Bernd Zimmer c’è stato un sodalizio molto antico, ora docente all’accademia di Monaco. In generale molti tedeschi.

 

Ritratto di Enzo Cannaviello, alle spalle un dipinto di Bernd Zimmer

Intervista ad Enzo Cannaviello. Ritratto in galleria con un dipinto di Bernd Zimmer sullo sfondo, ph. Sofia Obracaj

 

Una sua impressione di Milano

ll trasferimento fu un’avventura e non conoscevo nessuno, ma Milano mi ha accolto a braccia aperte. La prima mostra fu quella di Urs Lüthi, caposcuola della body art, in Piazza Beccaria: vennero 500-600 persone e questo mi convinse ancor più che Milano è davvero la capitale dell’arte (anche per la moda e il design), Milano domina tutte le altre città, Torino la segue ma viene molto dopo. Uno sconosciuto arrivato all’improvviso viene accolto immediatamente. Certo con un progetto ambizioso, anche se poi questo progetto bisogna farlo conoscere alla gente, e non è facile.

Ci sono casi nei quali non fu capito dal pubblico?

Accadde per Sigmar Polke che oggi è il numero due al mondo dopo Gerhard Richter, ma questo capita spesso nella storia dell’arte. Sono andato a vedere la retrospettiva a Palazzo Grassi a Venezia, notare che nel suo curriculum in Italia c’è solo la mia galleria mi dovrebbe rendere felice invece non lo sono, è molto grave per il nostro paese.

Ci sono altri esempi pensando agli esponenti dell’espressionismo tedesco: è difficile farli apprezzare da pubblico italiano abituato all’eleganza formale mentre il tedesco è abituato all’impeto alla passione alla forza della pittura. Sono due concetti diversi.

 

Arte Contemporanea di Cannaviello, Urs Lüthi, Autoritratto, 1972

Tra gli artsti di Cannaviello, Urs Lüthi, Autoritratto, 1972

 

Dal punto di vista del mercato..è cambiata molto Milano in questi anni immagino

Come ho già detto è il proliferare recente delle fiere e delle aste, è così da così da al massimo venti-trent’anni ,che ha fatto cambiare la mentalità..cioè oggi l’arte viene ascoltata con le orecchie e non con vista con gli occhi, si considera bravo che economicamente valido, ma fra dieci o solo cinque anni le cose cambiano.

Io credo che il collezionista debba scegliere secondo la propria cultura e la propria sensibilità, e conta molto l’interlocutore e il luogo dove andrà l’opera.

Anche i grandi artisti sono stati emergenti. Rispetto a coloro che ha conosciuto in cosa è diverso il giovane artista di oggi?

Io sono un sessantottino e all’inizio degli anni settanta il fattore economico incideva poco a dispetto di oggi, si pensava a lavorare senza essere ossessionati troppo dal ricavo. Oggi purtroppo tutta la nostra società è piuttosto arrivista, si vuole arrivare subito non sapendo più aspettare, e allo stesso modo porta gli artisti a seguire questo atteggiamento.

 

Bernd Zimmer, 2012 in galleria da Cannaviello

Intervista al gallerista Enzo Cannaviello. Tra i dipinti a Milano, B. Zimmer, Reflexion Waldsee, 2012.

 

Forse perchè nel 1970 loro avevano qualcuno con una professionalità precisa e solida ad accompagnarli nel loro percorso, come i galleristi non solo interessati alle quotazioni.

E’ vero, in questo modo potevano dedicarsi al massimo nella loro ricerca, erano liberi di pensare solamente a dipingere. Oggi spesso sono anche manager di loro stessi e questo non è funzionale nel sistema. Vale ancora la pena affidarsi ad una galleria che sappia promuovere, il suo ruolo è insostituibile. A chi pensa che non serva più rispondo che non si limita a vendere un”prodotto”, ma fanno cultura con un programma e una selezione per i collezionisti che amano davvero l’arte. Un dipinto non è una merce, per questo non condivido l’intento di un Affordable Art Fair che definisce le opere partecipanti secondo il criterio di stare sotto ad una certa cifra, al di là della qualità delle opere.

 

 

a Milano presso lo Studio d'Arte Cannaviello

Intervista ad Enzo Cannaviello. L’identità di un gallerista attraverso le foto che ripercorrono la sua carriera a Milano, ph. Sofia Obracaj

 

Cosa insegna la storia di Enzo Cannaviello ai giovani galleristi?

Che è le mode sono passeggere e si sbaglia ad affidarsi a quelle. L’insegnamento che mi sento di dare è di pensare con la propria testa, inoltre frequentare i luoghi giusti perché la formazione culturale che uno ha la riceve dai luoghi dai nomi, dalle gallerie e dalle mostre pubbliche giusti.

Michela Ongaretti

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Luce e colore nell’Arte. Il destino di LeoNilde Carabba tra fosforescente e simboli esoterici

Arrendersi con gioia al proprio destino. Questo è il risultato di una lunga carriera artistica per LeoNilde Carabba, un processo che continua tutt’oggi, dopo avere raggiunto tale consapevolezza. La pittrice ha attraversato con la sua arte il novecento, in scena dalla fine degli anni anni cinquanta, sostenuta da grandi nomi come Carla Accardi, Crippa, Fontana, Baj, per poi sviluppare la ricerca materica e spirituale sulla luce con l’impiego di colore fluorescente e fosforescente, indagando l’universo esoterico e simbolico delle filosofie studiate e indagate a fondo nel corso della sua esistenza.

 

Dell'arrendersi gioiosamente al proprio destino, tra gli ultimi lavori di LeoNilde Carabba

Luce e Arte nel destino di Leonilde Carabba. Arancione o Dell’ arrendersi al proprio destino, con fosforescente e fluorescente.

 

LeoNilde Carabba ha vissuto a lungo e molto intensamente portando in sé una grande serenità per avere accolto molte esperienze in diversi angoli del mondo, che la sua arte ha assorbito e rielaborato. Sono andata a trovarla nella sua casa studio dove abbiamo osservato e parlato tra alcuni suoi lavori.

Nel 2017 Milano la vedrà protagonista di due mostre: dal 14 al 31 marzo con la personale Dialoghi con L’assoluto presso SBLU_Spazioalbello a cura di Susanna Vallebona; a Maggio insieme ad altri artisti con  Black Lights: la luce che nasce dal buio a cura di Gisella Gellini, docente del Politecnico di Milano,  e di Fabio Agrifoglio, presidente della Fondazione Mario Agrifoglio, progetto cresciuto dopo aver raggruppato vari esponenti della Light Art in diverse occasioni espositive.

Sempre Agrifoglio ha invitato Carabba a partecipare ad una seconda mostra ad ottobre, questa volta collettiva con la partecipazione di Claudio Sek De Luca e dei lavori di Mario Agrifoglio, presso il Broletto di Como. L’inaugurazione sarà accompagnata da un concerto organizzato dal direttore del Conservatorio di Como.

 

LeoNilde Carabba, Yod Lamed Yod-ritrovare le scintille, 2013

Luce e colore nell’arte di Leonilde Carabba, Yod Lamed Yod-ritrovare le scintille, 2013

 

Nel suo intervento per il corso di light art e design della luce tenuto dalla stessa Gellini l’artista spiega perché scrive il suo nome con due lettere maiuscole: è il suo modo di riconoscere che nel nome esiste sia il maschile che il femminile, dichiara che la storia della sua vita è stata trovare l’equilibrio tra le due forze che vuole onorare ogni volta che viene citata. Il nome stesso della mostra viene da LeoNilde e riflette il rapporto dialettico tra la luce e l’oscurità, vitale nella sua ricerca artistica indissolubile dalla sua storia personale.  Il concetto cardine alla base del progetto è la ricerca della luce quando ci si trova ad essere nel buio, anche in senso metaforico. In effetti tutta la sua carriera può essere vista come un’indagine progressiva e sempre più complessa della Luce.

I lavori ad olio e petrolio degli anni sessanta sono oggettivamente scuri, ma si riferiscono anche ad una condizione di crisi esistenziale, superata grazie all’incontro con la meditazione per poi abbracciare spiritualità diverse tra loro, da Osho al Buddismo fino allo studio della Cabalà, modificando il suo modo di rapportarsi al reale: queste spiritualità sono entrate a pieno titolo con i loro simboli come soggetti ispiratrici delle opere degli ultimi vent’anni.

 

LeoNilde Carabba, Ispirato e dedicato a Raphael il grande guaritore, 2015

Esoterismo nell’opera di LeoNilde Carabba, Ispirato e dedicato a Raphael il grande guaritore, 2015. Acrilici, foglia d’argento e foglia d’oro vera con fluorescenti e fosforescenti, visione diurna

 

Carabba divide la propria carriera in quattro periodi: da quello buio (1962-64), al rifrangente dal 1966 al 1974 caratterizzato dall’impiego di  acrilici e microsfere di vetro, concomitante solo dal 1968 al 1970 il trasparente delle scatole serigrafate in metacrilato trasparente, in certi casi fluorescente. Solo dal 1995 parla di periodo luminoso, quello dell’esplosione della sua tecnica matura, ma in costante ricerca scientifica sui materiali, a seconda del pezzo acrilici foglia d’argento o d’oro, di rame, microsfere di vetro, glitter, colori fosforescenti e fosforescenti. Questi sono i quadri su cui si è concentrata la nostra attenzione.

 

Luce e colore nell'arte. Un'opera del Periodo Buio di LeoNilde Carabba

La Gazzella dalla terribile presenza, periodo Buio di LeoNilde Carabba, 1964

 

L’artista manifesta la sua soddisfazione nell’aver reso ogni effetto attraverso un sistema artigianale senza mezzi meccanici, dove l’uso del fluorescente o del fosforescente non si limita ad mero fatto estetico ma mira a coinvolgere e attivare l’osservatore, anche attraverso le forme geometriche paradigmatiche mistiche come il Labirinto, la Piramide, il Cerchio e l’Albero della Vita.

La freschezza con cui mi ha parlato è quella di chi ha una vita davanti, di chi si sente in una nuova fase e in un nuovo percorso, perché mi spiega che la sua ricerca artistica è il suo elisir. Una sorta di scambio di energia tra l’opera e la vita senza soluzione di continuità. Questo è il mondo di chi ha molto da raccontare senza smettere di stupirsi e di accogliere lo stimolo spirituale e interiore, insieme a quello esteriore del contemporaneo, compresa la tecnologia. L’arte è la vita come un’avventura avvolgente e continua, mantenendo lo stupore del bambino pur attraverso la conoscenza filosofica e quella scientifica del mezzo per realizzare, trasferire alla materia un concetto.

 

LeoNilde Carabba, scatola serigrafta del periodo Trasparente, 1968

Luce e Arte nel destino di Leonilde Carabba. Una scatola serigrafta del periodo Trasparente, 1968

 

Mi parla della sua concentrazione quando dipinge per molte ore di seguito

La pittura ti toglie energia e allo stesso tempo te ne da, stare molte ore in piedi assorbita dal lavoro ti stanca ma ti ricarica molto. Al termine ci si potrebbe sentir svuotati ed invece questa concentrazione ti da l’opportunità di pensare a quello che farai dopo, ti sbilancia verso il futuro. Fino a fine mostra non dipingerò ma ho questi due nuovi dipinti che mi aspettano .. e per me è come se mi aspettasse un amante..mi ricarico per poi dare di nuovo..

In molti lavori nella definizione dei segni si sente guidata da una forza, travolta da un impeto porta a termine il lavoro senza interruzioni, in uno scambio di energia che si può manifestare mediante l’assecondare un destino. Dove “un colore nasce e si sviluppa quasi da solo” l’artista si fa veicolo dell’urgenza di questo processo. Questo è un punto fondamentale, Leonilde mi parla di “lasciare accadere un quadro” perchè a volte ciò che viene iniziato non si comprende fino in fondo come finisca, dato che l’artista “co-crea col divino” come accade con il quadro rosso e arancione che vedo alle spalle e che vedremo per la mostra Black Light.

 

Fluorescente e fosforescente nelle opere di LeoNilde Carabba

La luce del colore fuorescente e fosforescente. Opere di LeoNilde Carabba nel suo studio

 

Come organizza il tempo di produzione?

Una progettualità c’è anche sul mio organizzare il tempo e lasciare respiro alla creazione, periodi di attività creativa e no..ad esempio adesso che ho due grandi mostre pronte ora non dipingo. Perchè per molti anni ho vissuto un continuo conflitto tra l’artista e il professionista che sono due ruoli molto diversi all’interno di sé. Ora il conflitto l’ho risolto. Quando sono artista al 100% e cerco che niente si inserisca tra me e il suo flusso lavorativo,che significa che stacco il telefono e che dico che non sono reperibile  e poi ci sono dei periodi come adesso che sono nel mondo reale e sono più la professionista che l’artista.

Ha parlato di Arte come Gioco..

Non bisogna dimenticarsi di giocare, se si smette si dimentica anche di vivere. Ma intendo il gioco del fare, è una cosa seria! Giocare significa essere totali, come il bambino l’artista quando dipinge è totale, come il musicista quando o lo scrittore quando scrive, e più riesce ad essere totale più riesce ad essere creatore. E’ faticoso ma bello, unico nel momento in cui si svolge questa azione, e che quindi cambia e fa cambiare. Mentre lavoravo alla mia ultima serie non potevo credere ai miei occhi di come stava cambiando ne farla come me del resto. Credo sia importante permettersi di rinnovarsi e rinnovarsi significa ringiovanire. Ho 78 anni all’anagrafe ma non me li sento proprio e nello stesso tempo me li sento perché ho vissuto tanto, sono avida di vita ma in maniera diversa da come lo potevo essere a vent’anni.

 

Alla luce. Opera con fosforescente di LeoNilde Carabba

Colore fosforescente nell’arte di LeoNilde Carabba. Alla luce

 

Due dipinti di LeoNilde Carabba con fosforescente al buio.

Colore fosforescente nell’arte di LeoNilde Carabba. Al buio

 

L’aspetto scientifico e quello spirituale si fondono nella sua pittura. La definizione di alchimista ben si adatta al lavoro di Leo Nilde. A parte lo studio esoterico pensiamo all’alchimista come una sorta di chimico antelitteram. E’ così?

Si, io dico che ho mangiato pane e colori fin da bambina, perchè mio padre era un ingegnere chimico e quando avevo 4 -5 anni e lui tornava a casa mi diceva : “oggi ho fatto un nero”, così iniziavo a chiedergli cosa significasse, a farmi spiegare i procedimenti. Poi sono stata presa da altre passioni ma quella del colore è tornata.

Sono stati molti altri gli insegnamenti di mio padre, come alcuni accorgimenti per preservare i quadri dall’invecchiamento. Quando abitavo in California a una mia collezionista si è allagata la casa con un mio quadro, che si imbarcò. Il restauratore ammise di non sapere come operare sull’arte moderna ma io consigliai di guardare dietro al quadro, lì avevo scritto tutti i materiale usati compresa la vernice finale, in questo modo fu possibile restaurare il pezzo. Quando si tratta di polittici essi sono firmati e scritti uno a uno perché possono funzionare anche singolarmente, se dovessero essere in futuro venduti a pezzi ciascuno di essi avrà tutte le indicazioni necessarie.

 

Fluorescente ispirato all'onda di Hokusai, opere del 2012 di LeoNilde Carabba

LeoNilde Carabba, A true surrender it’s a tsunami, 2012, foto con luce di Wood. Ispirato all’onda di Hokusai

 

Il lavoro do LeoNilde Carabba si basa sulle variazioni cromatiche a seconda delle fonti di illuminazione, assenti per il colore fosforescente che si vede di notte, o dalla luce di Wood che attiva il colore fluorescente. Può parlarci meglio della sua tecnica, e dei materiali impiegati?

Sono circa vent’anni anni che uso i colori fosforescenti, per questo primato avrò molto spazio all’interno della mostra delle Black Light.

Mi sento da sempre una ricercatrice, curiosa al punto da provare empiricamente per poi andare a studiare con più precisione gli effetti dei materiali impiegati. Nel mio lavoro ci sono quasi sempre tre valenze concomitanti: quella del colore e la sua texture, il fluorescente e il fosforescente. Per quest’ultimo, quello tipico tende al verde ma io ne ho trovato uno azzurrato e uno aranciato. Sotto ad essi a volte uso la foglia oro, come su una porzione della piramide in studio abbinato al colore oro, per cui la parte dorata si vede sempre, mentre solo di notte appare tutta dorata.

 

Un dipinto alla luce di wood con vera foglia oro, LeoNilde Carabba, 2013

LeoNilde Carabba, Ispirato e Dedicato alla IV Visione di Ildegarda von Bingen – 2013, con vera foglia oro alla luce di Wood

 

I colori fluorescenti sono invece trasparenti, sotto ad essi bisogna dare un colore abbastanza simile e opaco, poi si passa il fluorescente e sul fluo volendo c’è il fosforescente. La parte materica la creo per dare movimento, dopo il colore lavoro col togliere e mettere la carta velina. Sono molte mani di colore a rendere quell’effetto di increspatura.

Gli stimoli esterni sono fondamentali per la sua ispirazione?

Sono una divoratrice onnivora di libri, mi piacciono molto i testi di storia..ora sto leggendo Amanti e regine: il potere delle donne di Benedetta Craveri ma le intuizioni vengono anche a partire da fatti di vita reale. Ad esempio qualche giorno fa è morto un uomo di cui ero molto amica una ventina d’anni fa, così ho riflettuto molto sulla Morte, perché con essa ho un buonissimo rapporto..infatti penso che non credo esista, ma credo alla trasmigrazione dell’anima. Da qui nascerà il mio prossimo progetto.

 

Luce e colore nei labirinto di LeoNilde Carabba

Il Labirinto e altri simboli nelle opere di LeoNilde Carabba

 

L’arte è per tutti?

La creatività è per tutti l’arte no. Per scegliere di fare l’artista in un mondo come il nostro bisogna essere fuori di testa, nessuno lo sceglierebbe se non fosse un destino. Sai come si chiama quel quadro arancione? Arancione o Dell’arrendersi gioiosamente al proprio destino. Essere artisti è un destino e non una scelta logica, lo vedo anche nella vita di altri artisti, è un must non è qualcosa che non puoi non fare. Da giovanissima lavoravo in pubblicità, guadagnavo bene però non mi tenevo dalla voglia di seguire la mia strada.

Esiste una possibilità terapeutica, ho guidato gruppi di espressione creativa dove mettevo insieme danza e pittura per spingere le persone ad entrare in contatto con la loro capacità libera e creativa, ma non è insegnamento o iniziare qualcuno alla mia tecnica.

 

Arancione fosforescenti in una suggestiva visione al buio. Un'opera di LeoNilde Carabba

Arte della luce con colori fosforescenti nello studio di LeoNilde Carabba

 

Nel 2017 vedremo i suoi dipinti in due grandi mostre, pensi che per un artista contemporaneo siano ancora importanti?

Si, infatti secondo me se prima contava avere il gallerista giusto, oggi quello del curatore è un ruolo cardine, per questo dopo avere iniziato il percorso con Fabio Agrifoglio sono molto contenta di essere ora seguita anche da Gisella Gellini per Blacklights la luce che nasce dal buio, la trovo una donna di potere intelligente e lungimirante, e penso che porterà i lavori di oggi  in spazi importanti per la mia crescita creativa.

Michela Ongaretti