Basquiat: l’artista e il personaggio. Su di lui mi attendeva una conversazione da un insolito punto di vista. Proprio in questo piccolo bar, con le pareti ricoperte di cassette dismesse appese qua e là tra cui pare occhieggiare una di Luigi Tenco, si raccoglie una piacevole confusione di idee, per lo più ancora acerbe.
Il Rubik è un luogo d’incontro perfetto, soprattutto la mattina, quando il sole timido inizia a posare la sua luce sulle colonne bolognesi. È qui che mi sono spesso fermato con lo scrittore e, tengo a precisare, grande amico Giulio P. Anelli.

Lui, al contrario di molti frequentatori del locale, le idee le ha ben chiare. Il suo modo di essere colpisce immediatamente, anche se sembra desiderare più la scomparsa che l’apparizione. Eppure riesce sempre a distinguersi, con i suoi splendidi cappotti e le sue borse vintage. Anelli ha da poco ha pubblicato Jean-Michel Basquiat e la cultura hip-hop. Ai giovani re viene tagliata la testa, per Odoya. Ho voluto incontrarlo ancora una volta per rivolgergli alcune domande e capire le ragioni di un interesse così profondo per un artista — o forse sarebbe meglio dire un personaggio — tanto decisivo nella cultura contemporanea.
Perché proprio Jean-Michel Basquiat? Perché la necessità di raccontarlo in modo rigoroso, al di là delle mitologie e delle semplificazioni che ne hanno accompagnato la figura? E soprattutto: perché oggi sentiamo ancora il bisogno di tornare a lui?

Nel tuo libro quali strumenti offri al lettore per comprendere davvero Basquiat e il contesto in cui ha operato? Esiste, per te, un lettore ideale? A chi senti di rivolgerti quando scrivi?
Di un lettore, più che ritrarne idealmente i contorni, guarda, mi accontento di immaginarmi la provenienza. C’è chi viene dalla cultura hip-hop, certo, ma intesa come possibilità esistenziale, postura filosofica. Chi, invece, è intento a studiarne e rispettarne i codificati sottotesti simbolici. Chi si muove attraverso la folta scena newyorchese degli ottanta o chi, da quegli anni, cerca di rintracciare l’origine dell’attuale immaginario culturale. A pensarci bene, non disdegnerei nemmeno qualche curatore, così da capitalizzare qualcosa. Una consulenza, una direzione artistica, insomma, come si chiama oggi, una prestazione occasionale. È però ben più probabile che i miei lettori siano gli accaniti divoratori di pagine che studiano interi scaffali. In piedi, proprio lì, sul posto, in libreria, senza poi acquistare nulla. Ma sento anche molta vicinanza con loro e va bene così.

Il tuo legame con Bologna è molto forte. Perché hai scelto di dedicarti a Basquiat e non, per esempio, a una figura come Guido Reni, così profondamente legata alla storia artistica della città?
Ricordo che il nostro primo scambio di battute, quando ci siamo conosciuti, verteva su argomenti simili. Un’accesa conversazione sull’arte del trecento, tavole di legno e scritte sui muri della città. Nella tua domanda, pare di sentire la campanella del secondo round. Mi chiedi perché non qualcuno legato profondamente alla storia artistica di Bologna? Provo a risponderti così: l’hall of fame all’ombra del gasometro di HERA; le rive graffitate che fanno fluire il ponte di Stalingrado; il muro di Phase2 – uno dei pionieri internazionali – che stava lì, in Piazza Spadolini, accanto alla mia scuola; il Mercato Sonato; l’intero quartiere San Donato. E posso continuare. Conosci Francesca Alinovi, ma anche Mariuccia Casadio. Insomma, dipende solo dallo sguardo. Per me Bologna è tanto Guido Reni quanto le bombolette nel quartiere e Basquiat, nella sua posa sofisticata, attingeva tanto dalla cultura hip-hop, quanto dai grandi maestri. Tanto dalla mia Bologna, quanto dalla tua.

Ci sono state mostre, eventi o particolari momenti storico-culturali che hanno contribuito a far conoscere e consolidare la figura dell’artista in Italia? Quali ritieni più significativi?
Sicuramente c’è stato l’episodio di Emilio Mazzoli. Lo chiamo episodio perché, così, mantengo quella patina di controversia nel raccontarti la prima personale di Basquiat – sotto lo pseudonimo di SAMO, organizzata appunto dal gallerista a Modena. Considera, in un angolo la scena artistica modenese che si lamenta perché “Mazzoli espone i negri”. Non fai in tempo, però, a solidarizzare per la scelta curatoriale che – nell’angolo opposto, e a distanza di qualche anno – Basquiat stesso lamenterà della vendita da parte di Mazzoli di sue opere non ancora catalogate e, addirittura, terminate.
Ti dico, poi, che era in preparazione la seconda personale a Modena, ma saltò perché Annina Nosei – altra gallerista – si fece prepotentemente avanti per reclamare una fetta della torta. La stessa Nosei che verrà additata, qualche anno dopo, di aver rinchiuso Basquiat in un seminterrato a lavorare. Se mi chiedi, quindi, un episodio significativo ti dico senz’altro questo. Sui cataloghi delle mostre, queste tonalità non vengono mai stampate. Evidentemente la tipografia non le percepisce.

Affrontare una figura tanto centrale e totalizzante nel panorama artistico contemporaneo comporta una certa responsabilità. Ritieni di essere riuscito a correggere alcuni falsi miti che circondano Basquiat? Se sì, quali sono quelli che consideri più importanti da smontare?
Non ci giro intorno perché ci tengo. Jean-Michel Basquiat è, insieme, spontaneità e freddo calcolo; intimità e distacco. Bisogna tenere a mente, cioè, il suo desiderio di alimentare una precisa rappresentazione di sé, manipolarla e cavalcarla. La sensibilità c’è, ovviamente. Ma è senz’altro contaminata da una buona dose di self-exploitation. Basquiat si rende cioè conto di potersi presentare come una inedita, primitiva, testa d’ariete intenta a irrompere le bianche mura delle gallerie. Lo capisce prima degli altri. Io e te, Bohdan, ci ripetiamo sempre: attento a ciò che desideri perché si avvera. Ecco, dello sfruttamento della farfalla – direbbe Kendrick Lamar – del suo sfruttamento, Jean-Michel perderà il controllo.

Come sai, adesso sono di base a Venezia. Qui, Fondazione Prada proprio in questo periodo sta ospitando la mostra HelterSkelter: Arthur Jafa and Richard Prince. Ti ho pensato, perché tu ad Arthur Jafa e i suoi lavori dedichi un capitolo intero. Parlami di lui.
Sì ho saputo. In breve allora: Arthur Jafa non molto tempo fa ha raccontato il suo scetticismo all’idea di ritrovarsi una videocamera installata sui primi smartphone. Cosa ce ne faremo? Si domandava polemico. La risposta però la trova nella sua opera Love is The Message, The Message is Death. A posteriori, l’impatto è infatti storico: le masse hanno ora modo di verificare quello che la comunità afroamericana raccontava loro da tempo.

Si apre allora un montaggio di sette minuti che vede alternarsi, a ritmo incalzante, campionamenti e clip amatoriali, tra inni alla cultura nera e scene di incredibile violenza. Ecco, per non rovinarti la visita a Venezia – dove Jafa, tra le altre cose, nel 2019 si è portato a casa il Leone D’Oro nell’assordante silenzio della stampa italiana – concludo provando a riassumerti in una riga il motivo della vicinanza tra Basquiat e Jafa. Ti sei mai domandato cosa succederebbe se l’America amasse le persone nere, così come ama la cultura nera?
Bohdan Stupak
