Miart 2018. Campagna Prisma 1

Miart 2018. Le anticipazioni tra nuovi partner e Art Week

Miart 2018. Le anticipazioni tra nuovi partner e Art Week

Miart ancora. Mentre a Bologna  è in corso Arte Fiera Milano si prepara ad accogliere la sua più grande e consolidata fiera di arte contemporanea. In attesa quindi del 13 aprile Artcore presenta alcune anticipazioni, rivelate in conferenza stampa tenuta a Palazzo Marino. Erano presenti l’Assessore alla Cultura Filippo Del Corno, il confermato direttore di Miart Alessandro Rabottini, Fabrizio Curci A.D.di Fiera Milano e Michele Coppola, direttore Arte e Cultura di Banca intesa, main sponsor della manifestazione.

 

Miart 2018. Anticipazioni a Palazzo Marino

Miart 2018. Le anticipazioni-Palazzo Marino ospita la conferenza stampa, ph. Sofia Obracaj

 

Art Week 2018

Il fatto che la sua presentazione pubblica sia avvenuta nello splendido palazzo del Comune la dice lunga sul patto di collaborazione tra Miart e Milano, sul reciproco prestigio consolidato nell’arco delle ultime edizioni. In particolare Del Corno ha parlato del dialogo con la città durante il periodo di apertura di Miart, attraverso la cosiddetta Art Week (9-15 aprile).

L’obiettivo è sempre quello di “aumentare la desiderabilità di Milano” come place to be dell’arte moderna e contemporanea: per una intera settimana un ricco calendario di eventi e mostre nei luoghi istituzionali e no profit. Sono moltissimi gli eventi e le gallerie da non poterle citare tutte, come quelle in Fiera, ma segnaliamo la novità di ART NIGHT NO PROFIT SPACES sabato 14 aprile con performance ed eventi, e l’apertura straordinaria delle gallerie milanesi il 15 aprile.

La ventitreesima edizione si presenta quindi con l’intento di invadere Milano con l’arte contemporanea dentro e fuori Fieramilano City, per una settimana di incontri, inaugurazioni, mostre ed eventi internazionali.

 

Miart 2018. Alessandro Rabottini

Miart 2018. Le anticipazioni. Il presidente di Miart2018 Alessandro Rabottini a Palazzo Marino, ph. Sofia Obracaj

 

Miart. Edizione 2018

Ancora una volta moderno e contemporaneo dialogheranno: a Fieramilanocity ci saranno 186 gallerie di tutto il mondo con opere datate dagli inizi del ventesimo secolo fino ai giorni nostri. Rabottini parla della progressione negli anni di Miart, con un riposizionamento nel panorama delle fiere e nel sistema d’arte oggi riconoscibile nell’edizione 2018, le sezioni man mano definite e con l’inserimento di alcune novità, e il consolidamento del mix di arte e design di ricerca, con tutti i partner e con i numerosi premi collegati.

Si cerca quindi continuità nell’offerta della fiera e specificità della sua ampiezza cronologica, per cercare una coralità nelle proposte degli attori italiani e internazionali, tra antico e contemporaneo. E’ emblematico il titolo di Miart 2018 “Il presente ha molte storie”, perchè aldilà di quello che vedremo quello che conta è il volerlo guardare con gli occhi di oggi, con la sensibilità dell’interesse collezionistico del presente, e con stand curatissimi nei dettagli come vere e proprie mostre in galleria. Inoltre la presenza di nuovi paesi come Canada e Turchia testimonia il prestigio di Miart nel panorama mondiale.

 

Miart 2018. Locandina con Prisma

Miart 2018. Le anticipazioni. Immagine guida della campagna di comunicazione Prisma

 

Le sezioni

Sei sezioni a Miart come nelle precedenti edizioni. Established, divisi tra Contemporary con le sue 79 gallerie specializzate in arte contemporanea, e Master con le 47 gallerie dalla proposta di artisti storicizzati con opere dai primi del Novecento agli anni Novanta, Emergent con le nuove generazioni di 20 gallerie internazionali, 14 delle quali sono new entries a Miart.

Con Generations otto coppie di gallerie mettono a confronto opere di artisti di differenti generazioni, mentre le 9 gallerie di Decades offrono una visione del Novecento scandita per decenni per enfatizzare la doppia anima di Miart tra moderno e contemporaneo con un’attenzione speciale al secondo dopoguerra, come sta accadendo nel mercato internazionale.

On Demand è una categoria trasversale con opere context based e site specific coke wall paintings o installazioni che esistono solo se “attivate” da un acquirente.

Infine la riconferma di Objects, uno dei punti alti di Miart per l’innovazione del pensiero sulla creatività, allargando il campo di interesse al progetto fruibile come arte e concepito in edizione limitata. Quattordici gallerie per la promozione di oggetti di design contemporaneo e d’eccellenza che siamo particolarmente curiosi di scoprire.

 

Miart 2018, interno di Fieramilano City per l'edizione 2017.

Miart 2018. Le anticipazioni. Visita della fiera nel 2017

 

Intesa Sanpaolo Main Sponsor

Curci ricorda l’importanza della nascita della Fondazione Fiera Milano per lo sviluppo di Miart e i grossi partner. Il principale è per la prima volta Intesa Sanpaolo il cui rappresentante Michele Coppola presenta l’immagine concreta di promotore artistico e culturale, da moltissimo tempo attivo in Italia e a Milano: “Le banche sono dal Rinascimento sostenitori della cultura, alle origini della nostra modernità”.

Banca intesa ha una sua collezioni di 20000 opere chiamata Cantiere del Novecento e per la banca Miart è anche una possibilità di vendere e acquisirne di nuove. Non dimentichiamo che nella stessa storica piazza di Palazzo Marino, iconica per Milano con una delle sue istituzioni più note al Mondo, La Scala, si trovano le Gallerie d’Italia con una mostra su l’eredità di Caravaggio, in dialogo con quella di Palazzo Reale.

Non è finita, Intesa Sanpaolo ha in serbo una sorpresa per i partecipanti a Miart: un artista di rilevanza internazionale creerà un’opera per l’occasione, che verrà portata in un tour espositivo nel corso dell’anno.

 

Miart 2018. Anticipazioni con Michele Coppola

Miart 2018. Le anticipazioni-Il presidente di Arte e Cultura Intesa Sanpaolo Michele Coppola alla conferenza stampa a Palazzo Marino, ph. Sofia Obracaj

 

Nuovi Partner

Miart 2018 sarà sostenuta secondo diverse forme da nuovi attori come FLOS,  l’azienda italiana leader internazionale per la produzione di illuminazione di raffinato design, partner tecnico della manifestazione. Nel ristorante tre stelle Michelin da Vittorio ( partner MIart dal 2013), all’interno della vip Lounge, FLOS proporrà Arrangements, un’installazione luminosa site specific di Michael Anastassiades, a cavallo tra arte figurativa e design industriale.

Come accade dal 2012 Ruinart sarà presente nella vip lounge e nello scrigno dedicato a Miart e realizzato dall’artista scelto per l’occasione dalla Maison de Champagne. Ricordiamo il partner ospitalità in Milano Westin Palace e Nava Press con Mousse Agency che ha realizzato i materiali stampati.

 

Miart 2018. Anticipazioni di Filippo Del Corno

Miart 2018. Le anticipazioni-L’assessore Del Corno parla alla conferenza stampa a Palazzo Marino, ph. Sofia Obracaj

 

I premi

I premi rientrano anche nella dimensione del sostegno all’arte contemporanea, sono confermati i sette della scorsa edizione con una nuova e prestigiosa rosa di giurie internazionali, direttori e curatori di musei d’alto profilo. Ben 100000 euro per opere e artisti vincitori del Fondo di Acquisizione Giampiero Cantoni della Fondazione Fiera Milano che andranno ad incrementare la sua collezione. 4000 euro sarà il valore del Premio LCA per Emergent dedicato alle gallerie emergenti e messo a disposizione LCA studio legale, Il Premio Herno dell’omonima Spa andrà al miglior progetto espositivo con i suoi 10000 euro, la stessa cifra sarà a disposizione del vincitore del Premio Fidenza Village per il migliore stand della sezione Generations. Per la nuova sezione On Demand altri diecimila euro andranno alla migliore presentazione grazie all’associazione di produzioni sperimentali Snaporazverein. Il premio CEDIT consiste invece nell’acquisizione di un’opera di un designer italiano emergente nella sezione Objects che sarà collocata nella collezione permanente del Triennale Design Museum. Last but not least all’arte contemporanea e ai giovani artisti sarà dedicato il premio Rotary Club Milano Brera, sempre 10000 euro in palio.

 

Miart 2018. presentazione alla stampa con organizzatori e main partner

Miart 2018. Le anticipazioni-personalità istituzionali in conferenza stampa a Palazzo marino, ph. Sofia Obracaj

 

La campagna di comunicazione

A Palazzo Marino si è parlato anche della campagna di comunicazione di Prisma, con l’idea innovativa di raccontare l’arte attraverso una vera e propria produzione artistica, un progetto visivo integrato che comprenda campagna stampa tradizionale, una serie di teaser e video on line, un’opera video e una performance dal vivo.

Prisma è frutto della creatività e delle collaborazione tra soggetti istituzionali come Triennale teatro dell’Arte, ii produttori di film d’artista In Between Art Film e l’associazione di produzioni sperimentali Snaporazverein e Corpo celeste C.C.00#.

Nelle prossime settimane si inizieranno a rilasciare i trailer del video immersivo visibile all’entrata della manifestazione. La fase conclusiva sarà mercoledì’ 11 e giovedì 12 aprile  al Teatro dell’Arte in Triennale, di cui si anticipa la riflessione di corpi danzanti moltiplicati da specchi, come a mostrare quanto l’arte pare che rifletta il reale mentre in realtà lo trasformi sempre.

 

Miart 2018. Vista della presentazione nella splendida sala comunale di Palazzo Marino

Miart 2018. Le anticipazioni-Palazzo Marino ospita la conferenza stampa, ph. Sofia Obracaj

 

Miartalks ed Educationals

In Between Art Film sarà anche promotore e organizzatore dei Miartalks: conversazioni e tavole rotonde sul tema principale riassunto dalla domanda “Che cosa possiamo immaginare?”. Si cercano risposte nel presente e nelle condizioni sociali in cui l’immaginazione si manifesta, sul suo valore rivoluzionario e sul rapporto con il passato ancora presente. I curatori saranno João Ribas e Fatos Üstek, ma tra scrittori, architetti, artisti, curatori, direttori di musei saranno più di quaranta le personalità internazionali a confronto.

 

Miart 2018. Prisma

Miart 2018. Le anticipazioni. Immagine della campagna di comunicazione Prisma

 

Miart Educationals è invece un nuovo servizio di mediazione gratuita a disposizione del pubblico della fiera in collaborazione con Fidenza Village. Sul sito di Miart si potranno approfondire contenuti attraverso visite guidate programmate negli orari più idonei, concentrate soprattutto sulla scoperta delle sezioni Generations e Decades.

Michela Ongaretti

David Hockney al cinema, l'artista ripreso tra i suoi ritratti

David Hockney, dalla Royal Academy al ciclo La Grande Arte al cinema

David Hockney inaugura il cartellone del nuovo anno per il ciclo La Grande Arte. Anche nel 2018 con Nexo Digital sarà possibile immergersi nel racconto dei grandi creatori di immagini del ventunesimo secolo, semplicemente andando al cinema. La tecnologia digitale farà vivere l’universo poetico dei grandi del passato e del presente, la ricchezza visiva delle mostre e dei musei più importanti al mondo, con accurate interviste e ricostruzioni.

Solo due giorni per assistere al docufilm David Hockney dalla Royal Academy of Arts, il 30 e il 31 gennaio nei cinema italiani aderenti.

 

David Hockney, Felled Trees on Woldgate, 2008,

David Hockney dalla Royal Academy al ciclo La Grande Arte al cinema, dipinto in quattro tele Felled Trees on Woldgate, 2008, ph. Jean-Pierre Gonçalves de Lima

 

L’artista, considerato per noi in maniera riduttiva il simbolo della pop art inglese, ripercorre la sua carriera intervistato proprio all’interno dell’istituzione dal direttore artistico Tim Marlow, in due momenti diversi in occasione delle due mostre a lui dedicate nel 2012 e nel 2016.  

Durante il film si  ripercorrono momenti salienti della sua vita e della sua carriera, che lo ha portato ad essere uno degli artisti britannici viventi più celebri, protagonista di mostre che hanno registrato un altissimo numero di visitatori sia a Londra che Parigi e New York, noto al grande pubblico per i dipinti A Bigger Splash e Closer Grand Canyon. Sono fondamentali nel video le testimonianze dei critici d’arte Martin Gayford e Jonathan Jones, e quelli di Edith Devaney (Senior Contemporary Curator della Royal Academy of Arts) .

 

David Hockney ritratto a Los Angeles da Pierre Gonçalves de Lima

David Hockney dalla Royal Academy al cinema, Ritratto dell’artista a Los Angeles, 2016, ph. Jean-Pierre Gonçalves de Lima

 

David Hockney è membro della Royal Academy of Arts di Londra dal 1991 ed è proprio in rapporto a questa istituzione che nascono le mostre di cui si parla, perchè stimolato dai curatori che conoscono bene la sua opera, e perchè ogni lavoro in esse esposto nasce nello specifico per quelle pareti: da questo risultato spettacolare si procede a ritroso nella definizione del suo stile e della sua storia nel colore.

Parlare delle due mostre A Bigger Picture (2012) e 82 Portraits and One Still Life (2016) permette di mettere  in luce il suo lavoro su soggetti universali e senza tempo: paesaggio, ritratto e natura morta. Sono i classici del figurativo, che non muoiono mai, anzi rinascono di continuo secondo visioni postmoderne, secondo uno stile pittorico innovativo ma che si ricollega agli esempi dell’antico. Pane per i denti di Artscore.it parlare di chi dal dopoguerra è stato tra i grandi pittori inglesi, con Francis Bacon e Lucian Freud,che hanno riportato alla ribalta il figurativo.

 

Winter Timber di HDavid Hockney, Winter Timber

David Hockney dalla Royal Academy al ciclo La Grande Arte al cinema, il dipinto Winter Timber, 2009, ph. Richard Schmidt

 

All’inizio del film si definisce il concetto di “scrutare”, il modo di dipingere con coraggio e sperimentazione sempre partendo dall’osservazione del reale per portare alla sua restituzione in immagine  interiorizzata, senza il suo stravolgimento. Il risultato rende l’immediatezza della visione soprattutto nel paesaggio, che è un soggetto cresciuto a più riprese nella mente dell’artista, soprattutto da quando tornò nello Yorkshire in seguito alla morte dell’amico John Silver.

 

David Hockney al cinema con La Grande Arte

David Hockney dalla Royal Academy al ciclo La Grande Arte al cinema, Tim Marlow, ph. David Bickerstaff

 

David Hockney è inquadrato mentre realizza l’opera per la grande parete alla Royal Academy e fa un esplicito riferimento al postimpressionismo di Vuillard. Quello che però troviamo straordinario è la disinvoltura con cui piega la sua attitudine realista alle possibilità delle innovazioni tecnologiche, con fotografia e con video realizzati con L’Ipad. Interessante la divisione di un unico paesaggio in tele divise, che vediamo realizzare contemporaneamente mentre Hockney osserva e dipinge nella Natura, e che testimoniano l’approccio scientifico alla suggestione ottica: dichiara infatti che più il campo visivo si allarga la precisa corrispondenza delle linee di confine tra i pannelli non conta. Altrettanto interessante è pensare come reale e immaginario convivano nei suoi colori, soprattutto in quelli realizzati in studio dalle foto o dal dipinto iniziato, Così regala la sensazione del genius loci di un bosco, o della traccia lenta e continua dello spostamento lungo la curva di una strada di campagna.

 

David Hockney al cinema, l'artista ripreso tra i suoi ritratti

David Hockney dalla Royal Academy al ciclo La Grande Arte al cinema, Durante la lavorazione del film, ph. David Bickerstaff

 

Ancora una volta pronto a mettersi in gioco  David Hockney nel 2016 realizza 82 ritratti di persone di ogni età, genere ed estrazione sociale. Tutti seduti sulla stessa sedia del suo studio, alcuni di loro presenti in due o tre dipinti nell’allestimento ad hoc alla Royal Academy. In questo caso Hockney ci parla del rapporto dell’artista con i modelli, di come interagissero in maniera diversa nei diversi momenti della genesi dell’opera, e di come l’abbigliamento da essi scelto durante la lavorazione tanto dica della loro personalità e della visione di loro stessi. Due ritratti sono di  Edith Devaney: si è trovata per una volta nella doppia situazione di guardare da dentro, e in seguito da fuori, l’opera dell’artista che conosce bene come curatore. Tra gli altri 82 ci sono amici, colleghi o critici che hanno con lui riflettuto sul suo percorso tra il 2014 e il 2015.

 

David Hockney, uno dei suoi 82 ritratti in mostra nel 2016 alla Royal Academy

David Hockney dalla Royal Academy al ciclo La Grande Arte al cinema, Ritratto di Barry Humphries, 2015, ph. Richard Schmidt

 

Elenchiamo i prossimi appuntamenti de La Grande Arte al Cinema fino all’estate. Se non riuscirete a vedere David Hockney sarà un peccato ma vi potrete consolare  a Milano al Cinema Arcbaleno con i seguenti docufilm. Caravaggio. L’anima e il sangue il 19, 20 e 21 febbraio, Hitler contro Picasso e gli altri. L’ossessione nazista per l’arte il 13 e 14 marzo, Van Gogh tra il Grano e il Cielo il 9, 10 e 11 aprile, Cézanne. Ritratti di una vita l’8 e 9 maggio.

 

David Hockney al cinema. Le riprese del docufilm

David Hockney dalla Royal Academy al ciclo La Grande Arte al cinema, Riprese tra gli 82 Portraits, ph. David Bickerstaff

 

La Grande Arte al Cinema è distribuita in esclusiva per l’Italia da Nexo Digital con i media partner Sky Arte HD e MYmovies.it.

Per saperne di più consultate il sito www. nexodigital.it

Michela Ongaretti

 

 

 



 

Affordable Art Fair 2018 a Milano, una selezione a caldo. Tommy Tc Carlsson

Affordable Art Fair Milano 2018. Una selezione a caldo

Affordable Art Fair. Questa è la sua settimana milanese. Con i suoi entusiasti e i suoi detrattori ha aperto i battenti ieri sera, e a giudicare dalla folla di visitatori al Superstudio Più continua ad interessare con successo.

 

Affordable Art Fair 2018, durante l'opening

Affordable Art Fair 2018 a Milano, Una selezione a caldo, dopo l’opening

 

E’ alla sua ottava edizione con la semplice formula di proporre in un ambiente friendly, caratterizzato da live painting, laboratori e musica, un’esposizione eterogenea di opere di artisti emergenti ed affermati, tutte rigorosamente con un valore di mercato al disotto dei 6000 euro.  Affordable Art Fair è stata ideata da Will Ramsay a Londra nel 1999, per diventare un fenomeno internazionale già nel 2001. L’intento è lodevole nel tentativo di avvicinare un pubblico che non sia costituito da milionari o habituè di più elitarie gallerie, invogliare ad acquistare arte, magari per iniziare una propria collezione senza grandi investimenti.

 

Affordable Art Fair 2018. Daniele Cestari

Affordable Art Fair 2018 a Milano, una selezione a caldo. Allestimento con Daniele Cestari.

 

Ma alla fine arriva il ma, con una domanda. Per essere Affordable bisogna sacrificare la qualità?

Premettendo che noi stiamo parlando dell’edizione meneghina, e che quindi la situazione potrebbe essere diversa nelle altre undici città mondiali che ospitano Affordable Art Fair, non riempie il cuore di gioia leggere “non bisogna essere un esperto per apprezzare e acquistare arte contemporanea”. Il punto è questo, non è una questione di titolo di studio o di esperienza nel collezionismo, è comunque la conoscenza di una disciplina o della ricerca di un artista porta ad innamorarsi di un opera e volerla portare a casa, tutta per noi. A qualunque prezzo? No, con meno di 6000 euro ci sono tanti bravi esponenti non ancora molto noti, ci sono le stampe d’arte, ci sono le dimensioni contenute che contengono il valore economico. Fatta questa precisazione Affordable al Superstudio presenta nel 2018 una gamma così varia di lavori, da farci trovare il talento concreto, con qualche perla inaspettata. Iniziamo da questa limitandoci ad alcuni esempi.

 

Affordable Art Fair 2018 a Milano. Tommy Tc Carlsson.

Affordable Art Fair 2018 a Milano, una selezione a caldo. Tommy Tc Carlsson, Galleri Final

 

ArtScore ha trovato qui tre opere di Tommy Tc Carlsson rappresentato dalla svedese Galleri Final, caratterizzate da ciò che ci interessa, la pittura realizzata con una tecnica paziente, all’antica. Sono tutte “nature morte” ma se un quadro si avvicina al trompe l’oeil nella rappresentazione di due calici con l’illusione del vino rosso che cola sulla tela, ci colpisce maggiormente la coppia di dipinti con due palloncini colorati e sospesi. Vuoi per l’ipnotica presenza del soggetto che pare provenire da tempi lontani pur facendo parte degli oggetti della contemporaneità, vuoi perché la scelta compositiva e il sapiente uso del colore a velature rafforzano l’idea di un simbolo forte, che ricorda l’uovo rinascimentale di casa nostra, così allusivo del Tempo e della sua trasformazione sulle cose. E’ interessante sapere dal gallerista che prima dei palloncini l’artista abbia proprio realizzato un ciclo di dipinti con delle uova.

Affordable 2018, Dan Hillier,Suit

Affordable Art Fair 2018 a Milano, una selezione a caldo. Serigrafia di Dan Hillier con DH Liberty

 

 

Cambiando disciplina degno di nota è sicuramente il lavoro della fotografa Ilaria Facci, segnalata tra i presenti con la galleria Zoia di Milano, ma per ragioni personali ha disdetto la partecipazione. Ci riserveremo di parlare della sua ricerca luministica e la raffinata indagine sul corpo in una diversa occasione espositiva.

Sempre grazie a Zoia vediamo quello che crediamo dipinti su fotografia, ma che l’artista Andrea Chisesi ci spiega essere esattamente il contrario. La texture materica sulla quale è stampata l’immagine tende a smaterializzarla nel gioco. L’immagine gioca con la sua sostanza, e viceversa. L’effetto è noto qui su foto di sculture in marmo ma continua nel resto della sua produzione su altri soggetti.

 

Affordable Art Fair 2018 a Milano. Andrea Chisesi

Affordable Art Fair 2018 a Milano, una selezione a caldo. Andrea Chisesi, Zoia

 

Sul versante più pop e surreale la nostra scelta tra le opere della galleria 3 Punts di Barcellona va sulle sculture di Samuel Salcedo.  Sono figure maschili ironiche e vulnerabili nella loro mise (tutti in biancheria intima), grottesche, sempre in una condizione che riflette quella dell’uomo postmoderno vivente in una dimensione illusoria, emblematizzata dalle “maschere” di felicità e buoni sentimenti, come cappelli da Mickey Mouse o ridicoli Imbuti in testa alla Uomo di Latta del mondo di OZ, nasi da clown, o la maSchera di Dart Fener.

 

Affordable Art Fair 2018 a Milano. Sculture di Samuel Salcedo

Affordable Art Fair 2018 a Milano, una selezione a caldo. Samuel Salcedo, World Leaders 2017

 

Per la galleria GINZA GalleryG2 abbiamo notato Takuma Fujisaki, con i suoi Mogols, pupazzi in coloratissima ciniglia intessuto dall’interno filamento per filamento, e le sculture in legno inciso e ossidato di Satoshi Saito.

Restando nel pop e in Giappone non possiamo dimenticare Deodato Arte con le sculture di Arnaud & Adeline, ormai una presenza fissa di Affordable Art Fair a Milano.

Non dimentichiamo di citare Sul Filo dell’Arte che mostra ad Affordable una sua versione di Guernica..a maglia! L’associazione terrà laboratori di knitting al fine di riprodurre celebri opere dell’arte contemporanea, per tutta la famiglia.

 

Affordable Art fair 2018, Takuma Fujisaki

Affordable Art Fair 2018 a Milano, una selezione a caldo. I Mogols di Takuma Fujisaki, GINZA GalleryG2

 

Accanto a questi lavori ha trovato sicuramente spazio l’arte più squisitamente kitsch, ma se pensiamo che uno degli artisti maggiormente osannati e pagati al mondo è Jeff Koons, non possiamo escludere che questi esponenti possano domani non essere più tanto Affordable.

Il tema di questa edizione è Living with art, si manifesterà in questi giorni nei talk curati da Open Care. Gli esperti raccontano in rapporto all’economia del sistema arte i momenti salienti per un collezionista con l’opera d’arte: dal momento della scoperta e della scelta del pezzo allo sviluppo di una collezione considerando advisory e interiors.

 

Affordable Art Fair 2018. Sul filo dell'Arte

Affordable Art Fair 2018 a Milano, una selezione a caldo. Sul filo dell’Arte, laboratori di knitting

 

Avrete la possibilità di entrare in questo colorato, confusionario e ricco ambiente fino a domenica 28 gennaio. Noi lo consigliamo avvertendo che ci vorrà più di un colpo d’occhio per scovare la Bellezza, ma c’è.

Per il calendario degli eventi e dei talk vi invitiamo a consultare il sito e la pagina Facebook della manifestazione.

Michela Ongaretti

 

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Polimero e arte nel Museo di Arte Plastica

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Eredità nell’arte contemporanea.

Polimero Arte. Due parole per un concetto di pratica d’arte del ventesimo secolo. Le sue innovazioni e modalità di intervento hanno lasciato una traccia da seguire nel presente, un’eredità colta da diversi artisti contempornaei. Artscore intervista Giorgio Bonafè, il tecnico dell’azienda Mazzucchelli1849 protagonista di una storia tutta italiana che lega l’industria all’arte.

Nella sua casa di Castiglione Olona sono esposte molte opere d’arte, testimonianza della stagione di Polimero Arte tra il 1969 e il 1973. In quegli anni l’operazione di Mazzucchelli consisteva nel dare ospitalità a celebri artisti italiani ed internazionali per realizzare alcuni esemplari di loro opere in materiali polimerici, donate o a volte riprodotte in edizioni limitate. Sono gli stessi polimeri che hanno caratterizzato grandi innovazioni tecniche ed estetiche nel design Made in Italy, ricordiamo diversi Compasso D’Oro vinti con lo strategico accordo tra Samco (del gruppo Mazzucchelli) e Kartell, come il secchio in polietilene di Gino Colombini, Compasso d’Oro 1955.

 

Polimero Arte. Intevista di Artscore a Giorgio Bonafè, opera di Man Ray

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Boule sans neige di Man Ray in esposizione al MAP

 

Polimero Arte è stato una sorta di mecenatismo a doppio senso: mettendo a disposizione degli artisti di cultura, provenienza, poetica e disciplina l’officina e le attrezzature di una fabbrica, si nobilita il materiale che l’azienda stessa produce, invitando a studiare le sue potenzialità dal punto di vista espressivo e non soltanto funzionale. Nello stesso tempo gli artisti stessi scoprono inediti risultati anche all’interno della propria ricerca, sulla scia di alcuni maestri delle avanguardie storiche come Moholy-Nagy a Georges Vantongerloo.

Blocchi, pellicole o granuli polimerici che fossero, ci teniamo ad aggiungere che solo in alcuni casi si trattava di materiale di scarto, se richiesto Mazzucchelli preparò anche miscele ad hoc per ottenere determinate colorazioni o effetti.

 

Polimero Arte. Intevista di Artscore a Giorgio Bonafè. Nel laboratorio di Mazzucchelli 1849

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè, nell’officina con gli artisti tra il 1969 e il 1973

 

L’artista Simona SantaSeveso ci ha presentato Giorgio Bonafè, una persona per bene che amava fare il suo lavoro, la cui vita fu sconvolta dall’arrivo di personalità eccentriche e geniali a cui ha prestato tutta la sua esperienza. I risultati di quel periodo unico diventarono una grande collezione e costituirono il comunale Museo di Arte Plastica di Castiglione Olona, uno scrigno del quattrocento ricolmo di modernità con Carla Accardi, Filippo Avalle, Enrico Baj, Giuliana Balice, Elvio Becheroni, Valentina Berardinone, Gianni Colombo, Medeiros De Lima, Camillian Demetrescu, Marcolino Gandini, Peter Gogel, Mario Guerini, Hsiao Chin, Fulvia Levi Bianchi, Anna Marchi, Smith Miller, Sante Monachesi, Giulia Napoleone, Edival Ramosa, Hilda Reich, Bruno Romeda, Giovanni Santi Sircana, Tino Stefanoni, Guido Strazza e Kumi Sugai, Giacomo Balla e Man Ray, insieme alle nuove acquisizioni di Vittore Frattini, Carlo Giuliano, Marcello Morandini e Giorgio Vicentini. Sempre nel MAP troviamo esempi più recenti di artisti più giovani che rappresentano l’eredità di Polimero Arte.

 

Polimero Arte. Intevista di Artscore a Giorgio Bonafè. Nel MAP

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Dalle vetrine del Museo di Arte Plastica (MAP) di Castiglione Olona

 

L’INTERVISTA A GIORGIO BONAFÈ

Nel 1969 lei lavorava presso Mazzucchelli1849 come modellista per l’officina, giusto?

La proprietà era del Dottor Franco Mazzucchelli, del conte Ludovico Castiglioni tra loro cugini, amanti entrambi dell’arte.

Negli anni settanta esisteva una ricerca artistica riguardante i polimeri, specialmente a Roma. Artisti anche stranieri venivano in italia per trovare materiali. Così in quegli anni la Mazzucchelli ha aperto le porte agli artisti di questa grande industria attiva dal 1849, per lavorare sui materiali sui suoi prodotti. Come nessun’altra azienda aveva fatto crearono un laboratorio nel Castello di Monteruzzo attrezzato con macchine utensili adeguate. Al piano superiore c’era la foresteria che accoglieva i creativi per il tempo utile alla realizzazione delle opere.

 

Polimero Arte. Intevista di Artscore a Giorgio Bonafè. Con Boule Sans Neige di Man Ray

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè, sorridente mentre mostra l’opera di Man Ray durante l’intervista ad Artscore

 

Chi fu il primo partecipante? 

Guido Strazza. Un grande artista romano, oggi novantenne ancora insegna a Roma. Ha utilizzato lastre in metacrilato. Anche poco prima gli artisti usavano i materiali dell’azienda: Bruno Contenotte e Carla Accardi negli anni sessanta venivano a prendere i fogli di sicofoil, su cui dipingevano.

In cosa consisteva la collaborazione? 

L’artista mi spiegava cosa aveva in mente di fare, lo portavo in fabbrica e toccava con mano cosa fosse disponibile, chiedeva in che modo i materiali dell’azienda si potessero utilizzare allo scopo, li sceglievamo insieme e iniziavamo al laboratorio. Erano gratis. Per questioni di sicurezza non erano ammessi esterni nella fabbrica, quindi era stata creata un’area dedicata da dove attingere comodamente. Si trattenevano un mese un mese e mezzo.

Il loro lavoro veniva visto come un’opportunità: mia, per l’artista e per la società che investiva in questa ricerca. Io ero orgoglioso di prendere parte al processo realizzativo delle opere che usciva con il marchio Polimero Arte.

 

Polimero arte al Map. Mario Guerini

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Particolare di Artemide di Mario Guerini, 1971, courtesy MAP

 

Non dire plastica

Perchè non bisogna usare il termine plastica ma polimero? 

Perchè tutti i materiali prodotti dalla Mazzucchelli erano polimeri. Non dirò mai plastica ed esorto a non farlo!

Per dare l’idea del valore complesso di un’opera, è importante il nome di un materiale. Quando presentammo l’opera di Man Ray Boule Sans Neige una sfera in resina di 2 kg e mezzo, egli era affascinato come un bambino, il nome dell’opera era già stato assegnato sul catalogo e lui doveva mettere le specifiche tecniche. Mi chiese di elencare  tutti i materiali costitutivi: resine fenoliche, metacrilato, la serigrafia sul metacrilato, la forbice di cotone, la sabbia di marmo di Carrara polimerizzata. L’artista era contento perchè elencando e non generalizzando le materie costitutive di ogni opera gli si dà il valore tecnico, se avessimo detto che era semplicemente plastica, l’artista non avrebbe inteso il valore della sua opera nel contesto dell’operazione.

Noi diciamo barbaramente plastica anche quando sono polimeri, negli oggetti comuni.. Plastica è un termine generico. Giulio Natta creò i materiali polimerici ( vinse il Nobel per la Chimica nel 1963 per il polipropilene isotattico o MOPLEN), che possono avere molteplici applicazioni. Ad esempio se il metacrilato ha una polimerizzazione violenta, rende effetti nemmeno possibili con il vetro di Murano.

 

Polimero Arte, opere

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè, La collezione del Map tra gli affreschi quattrocenteschi

 

Giorgio Bonafè e gli artisti di Polimero Arte

Ha insistito lei per avere uno spazio apposito dedicato agli artisti nella Mazzucchelli? 

La fabbrica era molto grande, se ogni tanto cambiava la lavorazione chiamavano me. Quando venne in mente al Conte Castiglioni di fare questo laboratorio, mi dette carta bianca per cercare le macchine sufficienti per diversi artisti. Da profano all’inizio ingenuamente non capivo il senso di quelle produzioni. Era ciò per cui dovetti cambiare la mia vita adeguandomi ai tempi degli artisti, per capire il valore aggiunto ad un modello. Stare dietro agli artisti voleva dire anche perdere alcuni valori di casa, non c’erano orari e routine per loro che rivoluzionavano la mia vita quotidiana. Ad esempio nel 1969 non c’era la macchinetta del caffè in azienda, bisognava uscire: l’architetto americano Smith Miller mi invitò fuori, ma io non potevo lasciare il lavoro… lui disse dai vieni rispondo io e volle fermarsi per un pò su delle panchine ad ascoltare il canto degli uccellini, io pensai che un operaio non avrebbe mai avuto questi privilegi. Insomma l’artista ti portava in questo modo diverso di vedere le cose, in tutto. Anche nel denaro, vendevano quadri da 100 milioni ma capitava che non molto dopo non potessero permettersi il pranzo.

 

Polimero Arte, la collezione del Map con Hsiao Chin

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. La grande sala al pianterreno del Museo d’Arte Plastica, al centro un’opera di Hsiao Chin

 

Al Castello di Monteruzzo gli artisti si fermavano a dormire nella foresteria, quindi capitava che mi facessero tardare anche fino alle tre di notte, solo che io alle otto dovevo rientrare in fabbrica mentre loro… dormivano! Per la stagione di Polimero Arte potei stare a lungo con loro perchè non avevo figli ma una moglie comprensiva.

Chi selezionava gli artisti? 

A selezionare era il Conte Castiglioni che aveva una grande cultura dell’arte antica e contemporanea.

Quali artisti sono stati per lei memorabili? 

Ricordo bene il lavoro con Giulia Napoleone, e il grande Man Ray che ha dato moltissimo valore a tutta la stagione (aveva già ottant’anni ma una grande energia), poi le figlie di Balla, Pomodoro, Hsiao Chin. Con Man Ray abbiamo fatto in tempo a fare 11 opere, le ho firmate tutte io ma lui dava una foto con l’autentica a ciascun collezionista.

 

Polimero Arte al MAP con Marcolino Gandini

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè- Opera di Marcolino Gandini nella collezione del MAP di Castiglione Olona

 

Ci racconti di qualcuno con cui ha avuto rapporti burrascosi.  

Con Gandini. Insisteva a morte per vedere come andava avanti il lavoro, non avevo più tempo libero e continuava a farmi richieste, un giorno il Conte Castiglioni mi ha mandato il controllo a casa perchè dovetti prendere 7 giorni di malattia. Abbiamo fatto una bella mostra a castiglione con le sue opere ed eravamo soddisfatti ma alla fine gli confessai che era stato intrattabile, da allora non ebbi più problemi con lui perchè era consapevole di quanto fossi necessario per la realizzazione delle sue opere. E con Man Ray? No lui era un signore.

 

Polimero Arte. Bruno Contenotte tra i suoi protagonisti


  Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè, Bruno Contenotte, Senza Titolo

 

Polimero Arte in alcuni aneddoti

Qualche aneddoto su come gli artisti la portarono in un mondo non comune

A Roma fui invitato a casa di Camillian Demetrescu, marito e moglie erano persone estremamente gentili ma…non trovavo un tavolo! Poi ne vidi uno bassissimo, mi chiesi chissà come mangiare comodamente. In un angolo c’era un grande totem con delle cassette della frutta dipinte, un’opera d’arte pensai. Lui mi disse prendi una cassetta capovolgila e siediti come noi, pranziamo. Era all’altezza giusta di questo strano tavolo. Una persona comunemente non pensa che tutto funzioni in questo modo, attraverso l’originalità, per me era un mondo alla rovescia.

Anche in casa di De Chirico a Roma vi fu un episodio memorabile. Io ero là per la mostra alla galleria S.M. 13 in via Margutta e i suoi agenti commissionarono a Mazzucchelli il restauro di un’opera della sua collezione. Chiesto il permesso di assentarmi dall’esposizione, io ero comunque un dipendente,  la casa di De Chirico. Mi aprì questo omone con gli occhi spiritati, io mi emozionai e lui mi disse: “tu non devi essere emozionato come ti vedo, io devo essere emozionato”.

 

Polimero Arte, Semisfera di Giavanni Santi Sircana

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè, una delle opere nella collezione del MAP e di Bonafè, Semisfera di Santi Sircana del 1970 Sircana

 

Con Mazzucchelli1849 a Roma

A Roma mi trovavo in una situazione fortunata perchè là Mazzucchelli aveva il magazzino il più grande d’ Italia: tutti i migliori artigiani romani e dei dintorni andavano ad attingere. Io non avevo che da presentare al responsabile, si chiamava Gasperini, un problema con un’opera da riparare e chiedere se poteva mandarmi qualche artigiano bravo. Due di loro hanno risolto con l’opera di De Chirico in tre giorni e lui era stupefatto dalla nostra efficienza “nordica”. In effetti Mazzucchelli era un’eccellenza nell’unire il valore del lavoro artigiano all’uso di macchinari all’avanguardia.

Nel magazzino era tutto un via vai anche di artisti, c’era il marchio della grande azienda, fornivamo materiali, know how, ospitavamo..quindi tutti volevano lavorare.

 

Polimero e arte nel Museo di Arte Plastica

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Visita alla collezione di Mazzucchelli1849 al MAP

 

Mostre e gallerie

Era un’operazione indipendente o c’erano delle gallerie coinvolte?

Abbiamo fatto diverse mostre in galleria. A Parigi , quella di S.M. 13 con Camillian Demetrescu a Roma con tanto di catalogo, in Sicilia ho portato varie opere, a Milano ci fu una bella esposizione da Studio Marconi. Ho un meraviglioso ricordo della Biennale a Caorle nel luglio-agosto 1969. In concomitanza dell’atterraggio sulla Luna ci fu la prima esposizione di Polimero Arte con sculture e installazioni di vari artisti. C’era Mario Guerini che in anticipo sui tempi  aveva creato dei robot con le teste in metacrilato, si muovevano e camminavano con dei tiraggi laser dall’interno che puntavano verso l’esterno. Nel momento dell’atterraggio sulla Luna si accese tutta Caorle, fu una biennale bellissima. A Bolzano delegarono direttamente me per gestire la realizzazione di una mostra, ero con Strazza e gli altri artisti coinvolti, avevo preso molto a cuore il progetto e loro si fidavano di me.

 

Polimero Arte con quadridimensionale verde di Fulvia Levi Bianchi

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè- Particolare di Quadridimensionale verde di Fulvia Levi Bianchi, courtesy MAP

 

Dalla Cellulosa al Rhodoid

Cosa rappresenta il Rhodoid nel mondo industriale e in quello artistico? 

Nel 1980 ero responsabile della ricerca di colori e lavoravo con i designer di occhiali, tra i clienti Giorgio Armani e molti altri, creavamo blocchi di rhodoid per produrre montature. E’ un materiale vegetale, inventato in Francia da Rhône-Poulenc.

Partiamo dall’inizio: Mazzucchelli per primo in Italia compra la celluloide e il know how in America, nel 1921 fonda la Società Italiana Celluloide e nel 1924 inaugura a Castiglione Olona il primo stabilimento dedicato alla sua produzione, nel 1927 firma l’accordo commerciale con Du Pont, depositaria del brevetto. Negli anni trenta la celluloide serviva per gli elementi della petineuse femminile, forcine, pettini, spazzolini, molti altri oggetti come penne, bottoni, bigiotteria.. Poi negli anni trenta scoprirono che negli occhiali le componenti che toccano il corpo vicino alle orecchie e sul naso creavano un arrossamento, perchè il materiale utilizzava la cellulosa della betulla mescolata con acidi e coloranti che conteneva molto acetone. Serviva qualcosa di nuovo.

 

Polimero Arte. Al Map una scultura di Valentina Beraedinone con Guardone, 1970

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè- Vista del MAP con Guardone di Valentina Berardinone in primo piano

 

Il procedimento è uguale a quello per la celluloide con un vantaggio: i solventi e i coloranti sono tutti vegetali quindi questo materiale non può più chiamarlo plastica, è plastico solo perchè si modella. Quel Pouf di Kartell si muoveva tutto e lo hanno chiamato Plastic per questo motivo. Si utilizza anche oggi in occhialeria per riprodurre i maculati tartaruga, noi abbiamo importato questo know how dai francesi per avere grande successo. La mia scultura di Gandini è formata da blocchi di rhodoid, dagli stessi si può fare un occhiale tagliandoli di 8, 6 o 4 millimetri, oppure di diversi spessori se serve per un rivestimento.

 

Polimero Arte. Intevista di Artscore a Giorgio Bonafè. Catalogo della mostra in Triennale

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè, la copertina del catalogo della mostra Dalla Tarataruga all’Arcobaleno, 1985

 

Dalla Tartaruga all’Arcobaleno

Grazie al rhodoid ci fu una grande mostra, anche se la stagione di Polimero arte era già finita.

C’era sempre un pò di gioco della direzione con i creativi, e un giorno venne a trovarmi Bruno Munari che invitava a Milano per conoscere altri artisti, ricordo lo scultore Romano Rui che lavorò per il Vaticano. Vide sul mio tavolo una gran quantità di fiches che recano il numero del blocco da cui provengono e mi chiede per cosa le utilizzassimo, io spiegai il vasto ventaglio di applicazioni d’intaglieria. Mi chiese allora di parlare con la direzione perché sarebbe stato interessante far conoscere meglio il materiale. Così si sviluppò l’idea della mostra “dalla tartaruga all’arcobaleno”, esposta in un grande e bel capannone Mazzucchelli degli anni trenta, ristrutturato. Abbiamo chiesto l’intervento di  tanti designer associandoli a produttori, per creare con il rhodoid fornito gli oggetti più disparati da manici d’ombrello ai coltelli, credo fossero più di duecento. Ad esempio Enzo Mari con Artemide, Daniela Puppa con  Kartell, Paola Navone con  Alessi, Bruno Munari con Danese, Ruggero Barenghi con Olivari , Handler Rosemberg con Pomellato. Missoni produsse fiori colorati, Denis Santachiara con B&B propose un tavolino che reggeva un primordiale computer. La mostra fu presentata alla XVII Triennale di Milano grazie all’allora presidente Eugenio Peggio, con un prestigioso catalogo Electa.

 

Polimero Arte. Intevista di Artscore a Giorgio Bonafè. Rose di rhodoid di Missoni

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè, spille di Missoni a forma di rosa in rhodoid, per la mostra Dalla Tarataruga all’Arcobaleno

 

Negli anni ottanta Mazzucchelli aveva picchi di produzione col rhodoid, in certi periodi di moda nel design era il metallo e allora scendeva drasticamente la produzione. Dopo la mostra seguì una grande richiesta di lavoro, non facevamo in tempo a fare i blocchi. Quel successo enorme faceva un pò tornare ai vecchi tempi di Polimero Arte, ma si può dire ancora che polimero arte continua perchè finchè io ci sarò gli artisti mi chiederanno consigli e pareri, e qualche artista continua questa storia bella di cui parliamo ancora con la sua eredità. 

 

Polimero Arte raccontata da Giorgio Bonafè. L'artista Simona SantaSeveso nel Map tra una sua scultura e quella di Man Ray

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Simona SantaSeveso con una sua Candy Skkinn al MAP, accanto all’opera di Man Ray

 

Il MAP di Castiglione Olona

Come si arrivò al  MAP? 

L’idea del Museo risale agli anni ottanta. Il Conte Castiglioni e Franco Mazzucchelli ci pensarono vista la collezione immensa, ogni artista per ricompensare l’azienda lasciava una o due opere. Il Museo coincide praticamente con la collezione completa, 51 opere prima in vari locali della fabbrica. Ci siamo riuniti per deciderlo io, il sindaco di Castiglione Olona Giorgio Luini, il professore di Brera Rolando Bellini, la proprietaria Silvia Orsi. Per la la costituzione del Museo di Arte Plastica il comune ha concesso un’area dello splendido palazzo, che contiene ancora affreschi di Masolino. L’arte moderna incastonata nell’architettura del Quattrocento. Abbiamo così dato un valore democratico alle opere piuttosto che lasciarle visibili ai pochi clienti importanti, e senza un supporto curatoriale. L’allestimento fu deciso per mettere a nudo ogni opera, da poter esser vista secondo ogni angolazione. Ho pensato io alla parte tecnica e la curatrice ha documentato ogni imperfezione, per valorizzare la storia e la qualità nello stato perfetto dell’opera.

Il Map apre nel 2004 con la collezione Mazzucchelli di Polimero Arte. All’inaugurazione erano presenti Santi Sircana, Gandini, Strazza, Valentina Berardinone, Giuliana Balice e molti altri.

 

Polimero Arte, Il MAP dall'interno

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè il Museo Arte Plastica, vista del cortile attraverso i polimeri, courtesy MAP

 

L’eredità di Polimero Arte

Considera il lavoro di Simona SantaSeveso erede di Polimero Arte con altri giovani

Si, tutti gli artisti aggiunti alla collezione rappresentano questa continuazione.

Ho conosciuto Simona SantaSeveso durante una sua mostra al Castello di Monteruzzo. L’assessore alla cultura Stefano Uboldi me la presentò. Lei voleva inglobare nel plexiglas il calco della sua mano precedentemente racchiuso nella resina. Uboldi le parlò di me come tecnico e conoscitore della materia che poteva consigliare come strutturare il lavoro. Abbiamo parlato e ho creduto nel suo progetto. Raccomandai Gesiplast di Gerardo e Paolo De Luca con cui collaboro e che oggi apre le porte agli artisti, visto che in Mazzucchelli non esiste più quel reparto. Ora siamo qui con lei a raccontare la mia storia.

 

Polimero Arte. Intevista di Artscore a Giorgio Bonafè. Una Candy Skkinn Hands di Simona SantaSeveso

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Opera di Simona SantaSeveso con il calco della propria mano, realizzata con Gesiplast. Ph. Sofia Obracaj

 

Con Gesiplast lei stesso ha portato avanti il lavoro di alcuni artisti? 

Avevo già lavorato con loro, ho fatto fare cinque sfere di Santi Sircana perchè il padre di Silvia Orsi  era innamorato dell’opera, le abbiamo prodotte per loro e altri collezionisti.

Paolo De Luca è venuto a fare prima due foto all’opera già pronta, e si è messo al lavoro nella sua ditta con il blocco che abbiamo fornito. Solo con certe macchine si possono ottenere alcune lavorazioni, con le loro a sei assi il risultato fu soddisfacente. Per Frattini da una piccola scultura abbiamo creato un oggetto d’arte grande inglobando nel metacrilato, in quel caso serve un autoclave dove questo materiale a 120 gradi polimerizza e diventa solido. Con Gesiplast non possiamo parlare di “Polimero Arte” perché fu un progetto specifico di Mazzucchelli1849 ma i principi sono gli stessi, e ha valore la collaborazione mia come tecnico storico di quell’operazione. Insomma Gesiplast è la prima azienda che raccoglie l’eredità lasciata.

 

Polimero Arte. Locandina della mostra di Simona SantaSeveso al MAP

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Simona SantaSeveso al MAP

 

Così diciamo degli artisti che oggi affidano ai polimeri la loro ricerca, che hanno lavorato con me e che sono inseriti nella nuova collezione del MAP, ma solo coloro che sono stati selezionati dallo stesso comitato scientifico del primo nucleo espositivo. Ad esempio un’altra giovane leva che si riallaccia alla stagione di Polimero Arte è rappresentata da Roberto Carullo.

La collezione del MAP può aumentare ancora? 

Dipende dagli spazi che sono limitati, e solo gli assessori possono deciderlo. Il nucleo centrale resta comunque di proprietà di Mazzucchelli (Orsi), mentre le più recenti sono donazioni al Comune oppure in comodato d’uso come la mia, quella di Frattini, e dei nuovi inserimenti come SantaSeveso e Carullo.

Michela Ongaretti

Disegno bellezza e fiere d'Arte. Ritratto di Lorenza Salamon

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon

Dopo la nostra entusiastica visita alla fiera Grandart per la sua apertura al panorama del figurativo, abbiamo avuto il piacere di visitare la mostra di Gianluca Corona presso la Galleria Salamon. Il successivo passo logico è stato una conversazione con Lorenza Salamon creatrice del format Grandart con Federico Rui. Con lei abbiamo avuto un incontro molto istruttivo non solo sull’arte contemporanea nel mondo delle fiere internazionali, ma sulla storia di un’attività con la sua personale  visione che privilegia gli aspetti che Artscore vorrebbe venissero accolti sempre più nel contesto, il valore del disegno e della bellezza, la nobiltà della carta e il riconoscimento obiettivo della perizia tecnica degli artisti, contro a tendenze frutto di logiche di mercato e moda per noi sempre meno vitali.

 

disegno e colore dei Flowers di Gianluca Corona

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon. Particolare di un dipinto di Gianluca Corona, ph. Sofia Obracaj

 

Ci troviamo nella Galleria Salamon che ha tutta l’aria di essere un luogo di studio, un ambiente come quello alla base dell’idea originaria di collezione dal cui sviluppo sono nate le gallerie e i musei moderni, le wunderkammer,  dove gli esemplari di naturalia e artificialia erano entrambi mirabilia, presenti al fine di destare meraviglia. Così le opere in mostra con Salamon destano meraviglia : qual è il loro punto di forza? Lo stupore emerge attraverso quale aspetto in particolare?

Proprio così. L’idea è in effetti quella di avere uno spazio ordinato e pulito ma non asettico, un ambiente che si avvicini il più possibile a quello che si vive nel lavoro quotidiano. La meraviglia arriva su due canali diversi: quello della tecnica, vogliamo cioè strabiliare ancora con un’arte che mostri un’abilità ed un talento declinato in vari personalità dai diversi artisti ma sempre unico, e il canale della bellezza. Questi sono i due argomenti portanti sui quali viene fatta una primissima selezione degli artisti che vengono poi seguiti nel tempo. I rapporti di collaborazione sono duraturi,  in molti casi ventennali come con Marzio Tamer, al punto da diventare percorsi di vita trascorsi insieme nel lavoro per l’arte.

 

Disegno e bellezza dipinta ci attendono alla galleria Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. L’ingresso della galleria Salamon, ph. Sofia Obracaj

 

L’origine della sua avventura come gallerista è famigliare?

Si, per me è stata una grande fortuna essere una gallerista di terza generazione. Hanno iniziato mio nonno che non ho conosciuto e mia nonna che era una donna straordinaria, visse una vita rarissima per essere nata nell’11, svolgeva un lavoro impegnativo, fu partigiana..insomma una storia densa di valori particolari per l’epoca. Io ho iniziato con mio padre nel 1986 e  le mie prime esperienze sono sulla stampa antica originale di grandi maestri, cosa che secondo me ha educato l’occhio alla ricerca spasmodica dei limiti di quello che il figurativo oggi può portare nella massima originalità possibile, perchè l’incisione ancora più di altre arti porta inventiva e originalità. il primissimo rapporto è stato con Maurizio Bottoni e Ivan Theimer, grandi pittore e scultore. Ma ad essere decisivo del mio nuovo interesse verso un certo tipo di arte contemporanea e stato Marzio Tamer che ho iniziato a seguire nel 1992. In sincerità secondo me tutti questi pittori devono a Bottoni con le molte mostre da noi curate una sorta di riconoscenza culturale, viene un pò dal suo lavoro l’apertura e l’interesse al “realismo”, giocato in maniera molto diversa da quello da quello americano ma sicuramente di realismo dobbiamo parlare. Il gruppo di artisti contemporanei è diventato sempre più nutrito e oggi costituisce il 90 per cento del lavoro, ma non abbiamo dimenticato le stampe antiche.

 

Disegno e Bellezza nell'intervista a Lorenza Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. La versione di Lorenza Salamon, conversazione tra Tamer e Corona, ph. Sofia Obracaj

 

Tra le diverse meraviglie noto una componente, alla quale Artscore è molto legato, quella del disegno. E’ alla base di questa pittura o che comunque lo prende in considerazione mentre in tanta arte contemporanea si tende a tralasciarlo. In un mondo come in nostro dove spesso la bellezza è considerata anacronistica o proprio negata in senso programmatico qui osserviamo dipinti legati all’idea dell’opera fatta bene: questa è una vocazione di Salamon.. ma risponde anche in effetti ad una nuova esigenza, non solo del pubblico ma in crescita nel mercato?

L’impressione è che ci sia. Finora abbiamo sicuramente lavorato in controtendenza.

Dall’entusiasmo con cui è stata accolta la mostra di Grandart che è un progetto nato proprio da questa galleria, la fiera ha agito come cartina al tornasole di quelle che erano forse delle speranze più che una certezza, direi che questa ricerca di bellezza è stata sempre più viva. Non che da punto di vista mediatico ci sia una valanga di segnalazioni ma nel pubblico c’è una rinnovata ricerca di questa bellezza, sicuramente un grande interesse perchè non si può e non si vuole vivere nella bruttura, equivale a vivere in maniera disagiata. Tutti noi vorremmo che la città sia più pulita e gradevole  possibile per chi la frequenta e la vive, così è chiaro che anche all’interno delle proprie case c’è l’esigenza di avere opere semplicemente belle e comprensibili, da giudicare con i propri occhi e il  libero arbitrio del fruitore, non come nell’arte concettuale dove c’è sempre bisogno di un intermediazione culturale. L’unico rischio di queste opere è che un errore viene percepito subito in primis dall’acquirente , insomma devono essere perfette.

Tornando sul disegno mi viene spontaneo venendo dalla stampa antica associarlo alla carta. Non riesco a considerare un’opera d’arte senza dimenticarmi della carta con tutto quello che ha portato della pittura del mondo, asiatica e occidentale, proprio per il fascino e la durevolezza incredibili che ha. Ci sono opere importanti dalla seconda metà del duecento che si conservano perfettamente, quindi dalla carta e la stampa d’arte per proprietà transitiva l’interesse passa al disegno, abbiamo tantissimi disegnatori e ancora più acquerellisti.

Non tutti gli artisti che tratto stranamente però praticano il disegno, caso raro e clamoroso è ad esempio quello di Tamer che non disegna sotto all’acquerello parte direttamente da bozzetti di 30 cm e da lì riesce a trasferirli per realizzare opere di grandi dimensioni anche due metri di altezza. Tra chi ama il disegno c’è invece chi lo tratta come vezzo personale: lo scultore Ugo Riva disegna per il suo piacere con una passione quasi superiore alla scultura, poi regala le carte agli amici.

 

Disegno e bellezza nell'acquerello di Marzio Tamer

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon. Acquerello di Marzio Tamer del 2014, courtesy galleria Salamon

 

A proposito di carta siete tra le poche gallerie che la trattano, c’è D406 ma con una selezione molto differente. Nel ‘900 la carta è stata un pò bistrattata forse perché associata al bozzetto, all’opera solo preparatoria. Qual è la sua visione di questo antichissimo e tutt’oggi vivo supporto?

Da tanti è considerato per errore come un supporto povero, può aver dato questa impressione anche  la necessità di proteggerla col vetro. Oggi si dimostra invece il danno nel non lasciarla respirare. Arrivando io dalla stampa antica le posso dire che un’acquaforte di dürer con 600 anni sulle spalle si conserva assolutamente intatta, lui consapevole della sua bravura e del suo mercato ha sempre dedicato denaro tempo ed energia nella scelta di carte adatte e di buona qualità. Le ammiriamo integre se vengono trattate al minimo della decenza, senza parlare di climatizzatori ma restando nei limiti  della tutela casalinga, E’ poi falso che non si debbano bagnare, perchè bulini acqueforti e litografie possono essere lavate con un bagno di acqua, a meno che non ci siano problemi specifici e patologici tipo il pesciolino d’argento o foxing.

 

Disegno con l'acquerello. Opere di Giorgia Oldano in mostra da Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. Opere di Giorgia Oldano nella galleria Salamon, ph. Sofia Obracaj

 

Secondo lei i suoi collezionisti non sono coloro che comprano opere d’arte per riporle in un caveau quindi considerando l’acquisto d’arte come investimento, vogliono invece godere dell’opera che hanno comprato?

Lo affermo con certezza perchè conosco bene i miei collezionisti. Posso dirle che ci sono dei trustees americani che stanno comprando quindi accanto agli acquirenti per piacere si sta immaginando una rivalutazione. Certo non illudiamoci che uno si porti a casa un’opera a prescindere dal suo valore. Diciamo gli italiani sono persone di successo protagonisti dell’imprenditoria sana, proprietari di piccole imprese che sanno muoversi nel mercato.  Mi rallegra che abbiano ancora più consapevolezza di me sul fatto che queste opere si rivaluteranno, però fondamentalmente le acquistano per il piacere di vederle.

 

Disegno colore e bellezza. Presso la Galleria Salamon

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon. In visita alla mostra Flowers di Gianluca Corona, ph. Sofia Obracaj

 

Quindi lei vede un futuro nella carta?

Si ci credo. Prendiamo come esempio la fiera WOP Art ( Works On Paper) che ha avuto un successo notevole e sta crescendo molto. Prendiamo un altro dato ancora più significativo secondo me: la Francia intera da sette-otto anni sta investendo moltissimo sul disegno a livello statale ( operazione di tutela da noi inesistente vuoi per colpa della burocrazia). Forse è una reazione alla perdita del testimone come piattaforma mondiale del contemporaneo dalla Francia, tenuto in assoluto fino alla seconda guerra mondiale per poi passare a New York. La Francia oggi sta cercando di recuperare il terreno perduto proprio con il disegno. A Parigi le mostre sul disegno antico e moderno aperte in contemporanea sono tante e di primaria importanza, e questo dà garanzia sul futuro: se uno Stato che si è sempre culturalmente mosso con lungimiranza maggiore di tutti gli altri si dedica al disegno ciò ci da la certezza che la carta è in assoluto in crescita.

 

Disegno senza disegno nello sfondo per l'intervista a Lorenza Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. La versione di Lorenza Salamon, intervista con Artscore, ph. Sofia Obracaj

 

La Carta è protagonista solo per il disegno l’incisione e l’acquerello?

Anche per la scultura! Attualmente sto trattando Alice Zanin, giovane artista che attualmente espone in Triennale e al Mondadori Multicenter di Piazza Duomo. Le sue sculture in papier mâché sono molto eleganti e aeree. Qui come per molti artisti della galleria sono animali…non si tratta di una scelta predefinita, ma è pur sempre una casualità molto ricorrente vedere elefanti fenicotteri uccelli..

 

Disegno e bellezza anche in cartapesta per Alice Zanin

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon. Un leggero levriero in papier mâché di Alice Zanin, ora in mostra in Triennale

 

E dal punto di vista dei collezionisti? Le tematiche predilette sono proprio gli animali?

Di predilette non ne individuo, ammetto che sto ancora cercando alcuni artisti su dei temi che non tratto in galleria solo perchè non ho ancora trovato autori adeguati che se ne occupino. Mi interessa avere qualcuno che rappresenti delle città in parte come fa Papetti, ma nessuno mi ha ancora convinto come resa o originalità, qualcuno tende poi a copiarlo…

 

Disegno, Bellezza e Nudo con il talento di Simone Geraci da Salamon

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon. Il nudo di Simone Geraci, ph. Sofia Obracaj

 

Da Salamon si tratta il Nudo?

Poco. Ma a giugno esporrò un artista giovane che è arrivato a me con il Premio Selvatica, che prevede per il vincitore una mostra in galleria. Si chiama Simone Gerace e fa solo nudo, parte di una “scuola” di giovani pittori siciliani molto originali formata da personalità uniche.

 

Disegno e pittura nella natura mporta di Corona

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte . La versione di Lorenza Salamon. Dipinto di Gianluca Corona in mostra con nature morte di frutta e fiori, ph. Sofia Obracaj

 

Parliamo della bellezza che ci circonda in questo momento. Sul comunicato per Gianluca Corona si legge che le opere sono create appositamente per Salamon e che che “il suo virtuosismo tecnico si accompagna a delle composizioni innovative e moderne”. In cosa consiste l’innovazione?

Nella pulizia.  Corona intraprende una sfida difficile perchè è difficile essere innovativi in due generi di successo come il ritratto e la natura morta. La natura morta ha almeno cinquecento anni di storia dove ogni tre o quattro generazioni c’è stato un fuoriclasse, lui è riuscito a ritagliarsi uno spazio personale con composizioni molto nitide. Ultimamente ha persino scelto il monocromo che va incontro a questa idea di pulizia mai negando il suo amatissimo colore. I fiori e la frutta molto colorata sono da sempre suoi prediletti in pittura: quello che notiamo in questa serie è come ha schiarito al massimo i fondi. Ad esempio per “Le tre torri” ha tolto tutti quei barocchismi che facevano parte dei suoi primissimi anni, si concentra molto sui tre oggetti come se fosse il ritratto del mirtillo o del lampone.

 

Disegno e pittura all'antica di Gianluca Corona

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon. Particolare del dipinto Le Tre Torri di Gianluca Corona in mostra presso la galleria Salamon, ph. Sofia Obracaj

 

E’ sempre uno il soggetto?

Questo ultimamente, fa anche nature morte composite anche su richiesta. Ad esempio un viticoltore di Amarone ha chiesto una bottiglia con la sua etichetta e tutta una serie di elementi  legati a momenti della lavorazione di quell’uva come la cannella il melograno perchè tipicamente invernali.

Il soggetto appare come  una visione teatrale come se ci accendesse solo su di lui una luce, non c’è qualcosa che disturbi il suo presentarsi isolato, un backstage.

Il backstage c’è nei riflessi dei vasi, lo ricostruisce lì da quando ha scoperto questa abilità, se osserva da vicino c’è la percezione della stanza perchè è riflessa. Il contesto si manifesta attraverso un espediente degno della sua educazione artistica, nel vaso non c’è quello che lui vede ma quello che si riflette, il resto è molto pulito.

 

Disegno e colore in una splendida natura morrta di Gianluca Corona

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon. Fiori di Gianluca Corona con il particolare del riflesso sul vaso, in mostra presso la galleria Salamon, ph. Sofia Obracaj

 

E’ come se citasse noi spettatori nella natura morta, la nostra presenza celata e manifesta secondo quell’ espediente.

E’ vero siamo presenti nello spazio alluso con il riflesso della finestra, sempre la stessa perchè è quella del suo studio. Queste sono piccole innovazioni che con la pulizia e il colpo di luce rendono l’originalità dell’opera di Corona che si capisce appartenere ai nostri giorni. Questa linda visione è stata proposta da altre personalità ma parliamo di forse tre nell’arco di secoli! In generale noi lo riconosciamo a noi coevo definire cosa identifica la sua originale identità, certo non è di oggi la tecnica perchè è tradizionale al massimo, non credo esista nessuno oggi più bravo di lui a percorrere tutte le fasi di lavorazione rinascimentali, anche molto attento nella filologia perchè questo di nuovo porta ad una conservazione impeccabile. Ci tengo molto ad affermare quest’azione  in un’epoca in cui la maggior parte degli artisti non sa e non interessa se i supporti delle loro opere siano deteriorabili, conta solo l’esprimere un attimo di vita contemporanea.

Chi viene trattato in questa galleria è attento alla cura dei materiali, e questa per me è una forma di rispetto assoluta nei confronti del collezionista, è qualcosa che ha un valore intrinseco a prescindere: io ti sto fornendo un qualcosa che è durevole per tutto quello che potevo fare nella mia capacità manuale e nella mia conoscenza dei materiali o nelle fasi creative..

 

Disegno e pittura nello spazio della galleria Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. La versione di Lorenza Salamon, intervista tra la natura morta di Corona, ph. Sofia Obracaj

 

Parliamo di fiere d’arte. Sono fondamentali per gli artisti? Sono molto più utili agli artisti dei galleristi, ne sono consapevoli e disposti a fare carte false pur di parteciparvi. La comunicazione oggi è molto complicata, ormai chiunque arriva a chiunque con un click dal cellulare e questo crea confusione, perchè non è detto che quel click si riveli un effettivo interesse, però bisogna combattere dal mare magnum di Instagram che propone una valanga di immagini di opere e fotografie. La fiera permette un rapporto umano, consente al cliente di vedere in tre quattro ore piuttosto che in tre quattro giorni tutto quello che gli può interessare. La maggior parte delle persone lavora oggi dieci ore al giorno quindi non ha più tempo di venire in galleria e stare a chiacchierare col gallerista a lungo, come faceva negli anni settanta.

E’ buffo pensare come la fiera, inventata nella notte dei tempi, sia oggi lo strumento migliore per mostrarsi e mostrare le proprie opere con estrema trasparenza verso colleghi e pubblico, per conoscere clienti nuovi.

 

Disegno, bellezza e fiere d'arte. Gianluca Corona tra pe meraviglie della galleria Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. La versione di Lorenza Salamon con Gianluca Corona in mostra, ph. Sofia Obracaj

 

In linea con il valore di economicità del tempo che lei rammenta, una fiera non sarebbe ancora più efficace se tematica? Il collezionista saprebbe già di andare per trovare qualcosa di valido per i suoi gusti.

E’ secondo me una tendenza reale che lei coglie,  dimostrata da WOP Art alla suddivisione francese con Gran Palais sul disegno antico separato da altre mostre dedicate a quello moderno e contemporaneo; nello stesso tempo io credo molto nella formula all’inglese che è esattamente agli antipodi.

Un esempio su tutti Maastricht, la punta di diamante d’Europa. Ci vogliono tre giorni per vederla bene e lei passa a cose diversissime tutte di livello, il costo impedisce la partecipazione di gallerie di second’ordine, dal gioiello di nicchia al contemporaneo a tutte le arti più impensabili prendendo in considerazione tutte le culture e le tecniche da quella africana sconosciuta fino a dieci anni fa a quella maya, dalla ceramica ai tappetti..insomma il panorama più vasto possibile di epoche artisti tecniche e culture, la sua presentazione all’apice del mercato.

Sono due forme agli antipodi che possono funzionare. Io ad esempio ho creduto molto nella fase iniziale ad Affordable per il suo principio. Ripartendo dalle mie origini: l’incisione è stata in una fascia estremamente colta ma assolutamente democratica, quindi per me Affordable rappresentava una mostra che possa avvicinare chi non fa parte di un’élite economica, mi sembrava un’idea geniale.

 

Disegno bellezza e fiere d'arte tra gli argomenti della conversazione di Artscore con Lorenza Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. La versione di Lorenza Salamon, conversazione dall’alto, ph. Sofia Obracaj

 

Affordable Art Fair. Nell’ultima edizione a Milano non sembrava ci fosse stata grande selezione.

Il problema è che la selezione si ferma ad un certo punto. A Grandart dove mi sono trovata da entrambe le parti della barricata, come ideatore e organizzatore ma anche presente come espositore, ho visto per la prima volta cosa dovevano affrontare coloro che offrono gli spazi. Le fiere sono operazioni costose e quindi i budget funzionano se lo spazio predefinito è usato tutto. Magari con la prima selezione si riempiono due terzi e se non si copre l’altro terzo non si riesce a ripagare le spese, quindi si inserisce quel che le capita. Questo è il vero problema, è molto banale ma molto concreto. Da un lato non dico che comprendo Affordable di Milano di turno perchè inserire opere di scarsa qualità poi va a discriminare il lavoro di tutti quelli lavorano bene, si va a pensare che sotto i 5000 euro non ci siano pezzi importanti. Ci sono in effetti incisioni disegni e opere di piccolo formato validi, una percentuale che va dall’82 all’86 per cento del mercato mondiale è costituito da opere al di sotto di quella cifra,  stiamo parlando di un potenziale pazzesco reale di mercato vero e sano. Non è la formula sbagliata che anzi trovo democratica intelligente e giusta, probabilmente la cosa è dovuta al fatto che per molte piccole gallerie, volendo venire a Milano che è la città che probabilmente funziona meglio dal punto di vista economico, l’opportunità più logica sembri Affordable.

 

Disegno e pittura nell'allestimento presso la galleria Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. Scorcio dell’allestimento nella galleria Salamon, ph Sofia Obracaj

 

A Grandart  questo problema ce lo siamo posto, bisogna avere una serie di esperti davvero validi per la selezione, ma il problema dell’arte contemporanea è che a volte le opere di dubbio valore si trovano anche da Sotheby vendute per migliaia di dollari..la logica di mercato spesso non giustifica la domanda che anche lei si porrà, di quale sia la reale differenza tra una stampa della Zuppa Campbell di Warhol che costa molto e l’equivalente di un artista meno noto. In questo ginepraio io taglio la testa al toro e decido di investire su artisti che inequivocabilmente sanno dipingere e sono davvero innovativi.

Per questo le fiere specialistiche sono in crescita e in quest’ottica è nata Grandart che vogliamo migliorare moltissimo, diciamo che il sessanta per cento era esattamente quello che avremmo desiderato, è nel nostro disegno che ci siano anche artisti internazionali di peso. Vogliamo dare spazio a quegli incisori disegnatori pittori e scultori che si sono mossi nell’ambito della loro tecnica, prevalentemente non esclusivamente nella figurazione: la perizia disciplinare dovrebbe essere una discriminante ha poca voce per ora in Italia quindi noi vorremmo dargliela.

 

Disegno e bellezza dipinta di Gianluca Corona

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. Allestimento di Gianluca Corona nella galleria Salamon, ph Sofia Obracaj

 

Durante la vernice di Corona mi disse che in Francia e in Spagna ci sono delle gallerie particolarmente rivolte al figurativo.

Più in Spagna. Da Claudio Bravo in poi il figurativo ha avuto un seguito enorme in Spagna con le prime edizioni di Arco, una fiera molto importante che c’era a Madrid . Parlavano di realismo non di figurativo. Adesso in America sta riprendendo molta attenzione ed è declinato verso il pop, colori molto sgargianti nel recuperare oggetti che fanno parte della quotidianità conosciuti dove la cultura delle persone ci si riflette, in Spagna e in Sudamerica è invece più declinato alla Corona, nel recupero di soggetti classici visti e rivisti ma riproposti con un occhio contemporaneo. In Spagna sono tanti i galleristi sull’onda di quella cultura più profonda delle nostra, perchè già alla terza generazione.

Entrambe le due scuole sono legittime nel contesto, mi piacerebbe che a Grandart andassero a colmare quel vuoto.

 

Disegno e bellezza, ritratto di Lorenza salamon durante la conversazione con Artscore

Disegno Bellezza e Fiere d’Arte. Ritratto di Lorenza Salamon durante l’intervista concessa ad Artscore

 

Mi confidò anche che sul collezionista straniero noi manteniamo un fascino enorme sull’onda della discendenza dal Rinascimento…Quindi in teoria il figurativo italiano ha più appeal dell’astratto italiano, all’estero?

Non li paragonerei ma l’abilità dei nostri artisti e l’originalità viene riconosciuta a prescindere dal genere in cui si muovono. L’immagine dell’italiano all’estero è ottima a Londra prima di tutto perchè i galleristi italiani si sono mossi molto bene. Hanno esportato eccellenza sia nell’antico che nel contemporaneo, addirittura in prima fascia, pensiamo a Voena, a  Carlo Orsi, a Schinasi che addirittura ci arrivò negli anni ottanta, ci hanno aperte delle porte meravigliose.

Michela Ongaretti

 

Disegno e bellezza tra gli argomenti della concversazione accanto al dipinto di Marzio Tamer

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. La versione di Lorenza Salamon, in compagnia di un’antilope di Marzio Tamer, ph Sofia Obracaj

Pittura antica in lingua contemporanea,Narcissus, 2017

Pittura antica in lingua contemporanea. Intervista a Roberto Ferri, principe del figurativo

Pittura contemporanea senza perdere il patrimonio della tradizione, un filone vivo con rari esponenti, tra loro c’è Roberto Ferri. A Grandart con la galleria Liquid Art System abbiamo visto dal vivo due opere e l’artista in persona. Lo abbiamo intervistato per capire senza mediazioni la sua visione dell’arte e dell’universo artistico nel 2017.

 

Il canto della Vergine, 2015

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Il Canto della Vergine, olio su tela, 2015

 

In quell’occasione dedicata soprattutto al figurativo, Ferri è un principe indiscusso della pittura all’antica maniera: disegno e colore come l’uomo della strada non direbbe “potevo farlo anch’io”.

C’è chi pensa che per essere moderni bisogna discostarsi dalla rappresentazione del reale ma in un’epoca dove la figurazione è già stata distrutta, forse ciò che è più contemporaneo fare è ritornare alla sua costruzione, o comunque mostrare l’arte non solo per le idee e la progettualità, ma altrettanto per la capacità tecnica di realizzazione del suo artefice, astratto o figurativo che sia.

Certo se ragioniamo sul patrimonio che la nostra tradizione ci ha lasciato, abbandonarlo perchè…già perchè?

 

Il rito, opera di Roberto Ferri del 2017

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Il rito, 2016, opera presente nella collezione permanente della Fondazione Roma, Museo Palazzo Sciarra a Roma

 

I dipinti di Ferri sono l’esempio di una cura maniacale allo studio di disegno e colore, (unione che è raro ma non impossibile trovare in altri protagonisti della scena internazionale), per riflettere sull’uomo, recuperando tutto quel palinsesto tematico del sacro e della mitologia come metafora delle croci e delle delizie dell’interiorità.

Se l’artista dichiara di “fare i conti con ciò che sente”, la pittura è il mezzo potente che forte di una tecnica coloristica raffinata sull’esempio di antichi maestri e di un linguaggio figurale immediato, ma non per questo poco erudito; “permette di raccontare per immagini ogni cosa a 360 gradi, quindi a maggior ragione di raccontare me stesso. Io come pittore ho la possibilità di raccontare ciò che vivo”.

 

Pittura antica in lingua contemporanea,Narcissus, 2017

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Narcissus, 2017

 

Ci sembra quasi indiscreto chiedere se i soggetti si avvicinino a qualcosa vissuto in prima persona, e con candore Ferri definisce la sua pittura uno specchio, al punto da vedere in ogni quadro un autoritratto, autoreferenziale del suo sentire intimo.

Ma quella bellezza atroce e sublime di personaggi che vedono sul corpo la manifestazione del dolore o della metamorfosi tocca tutti noi, perché materializza in punta di pennello l’essere pienamente umano nell’eterna lotta tra il bene e il male. Continua Ferri: “La chiave mitologica, sacra o profana non sono altro che il mezzo per mostrare quello che è l’uomo e tutto questo per me non può essere decodificato se non attraverso la rappresentazione figurativa”.

 

Pittura antica di oggi con Roberto Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Noli foras ire, 2013

 

La sua capacità di “saper dipingere” tanto abbandonata dalle avanguardie e oggi al primo sguardo “ sfacciatamente anacronistica” secondo Maurizio Calvesi, tocca tormenti scritti sulla carne di soggetti che sembrano nella loro resa uscire dalla pittura barocca fino all’accademismo e al simbolismo di fine ottocento da Caravaggio a David, Ingres, Girodet, Géricault, Bouguereau, solo per fare alcuni riferimenti stilistici. Eppure se domandiamo all’artista cosa c’è di contemporaneo nel suo lavoro egli risponde “tutto”.

 

Pittura simbolista di Roberto Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Salmace e Ermafrodito, olio su tavola

 

Se noi fossimo nel 5000 dc e sotto le macerie della terza guerra mondiale qualcuno trovasse un Roberto Ferri, cosa farebbe capire che si tratta di un’opera del 2017?

Si percepisce, un pò perchè le figure hanno elementi che un tempo non sarebbero stati concepibili, come ad esempio la schietta presenza degli attributi sessuali, per l’aspetto onirico della composizione con quelle macchine macchine nobili e antiche come sestanti e astrolabi estrapolati dal contesto, sono rappresentate non come da Vermeer nell’Astronomo per la loro funzione, qui assumono sempre un valore metaforico intimo che potrebbe essere rivelatore del contemporaneo.

Aggiungiamo che la ricorrenza di strumenti scientifici incastrati nell’anatomia si mostrano come metafora evidente di due mondi inconciliabili ( le leggi misteriose della natura e della psiche contro a quelle della razionalità), e che la ricombinazione di tematiche mitologiche concorre a formare un universo personale come solo dopo la modernità, e l’avvento della psicanalisi, sarebbe pensabile.

 

Pittura di Ferri con inserimento di strumenti scientifici antichi

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Perpetua, olio su tela

 

Per Ferri se “noi facessimo una ricerca interiore come una telecamera dentro di noi vedremmo le lacerazioni che noi provochiamo alla nostra anima, questo viene trasferito sulla tela. Le metamorfosi  e gli aspetti mostruosi sono dovuti ad un dolore interno, a volte come uno si vede è come si percepisce da dentro”; il soggetto è così già chiaro nella mente dell’artista che quando “ho la tela bianca ho già precisamente visualizzato quello che andrò a delineare e dipingere”. Insomma nella visione è già in nuce un progetto artistico come un’allucinazione del ventunesimo secolo che può essere consegnata al mondo con gli strumenti propri della pittura dei grandi maestri , con la pazienza di chi costruisce velatura su velatura un’allegoria visiva.

 

Pittura ad olio , Roberto Feerri 2012

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Il teatro della crudeltà, olio su tela, 2012

 

Ripensando a quegli strumenti di misurazione di altri tempi  e la loro rappresentazione fuori dal contesto del loro uso proprio, essi sono ricombinati con alcuni simboli alchemici che danno l’idea del territorio di confine tra spirituale e corporeo, irrazionale e razionale: pensiamo ad esempio al dipinto dove una testa femminile è iscritta o bloccata all’interno di un astrolabio, è corretta la nostra interpretazione secondo cui l’elemento scientifico ha un valore di contenimento dell’emozione forte della trasformazione in corso?

Si, è come se fosse uno strumento di misurazione di quello che io chiamo dolore. Mi trovo molto nell’espressione di Delacroix che diceva che l’artista è il custode di un dolore antico, che cerca di essere universale. Nel mondo di oggi riconosciamo la sofferenza dell’anima in maniera più chiara, che appartiene all’uomo senza confini geografici.

 

Pittura su tela , la Nascita dell'Eclissi, Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. La nascita dell’eclissi di Roberto Ferri

 

Onirico o emotivo e fisico sono dunque fortemente presenti nello stesso istante, con i loro tormenti. Eppure è come se le figure fossero minacciate da presenze invisibili perché il supplizio non viene mai palesato integralmente, indicendo il pensiero che ci sia un’azione in corso  ancora più truce. Da questo punto di vista l’arte religiosa più macabra ti può avere influenzato?

Dalla pittura religiosa ho ricevuto molteplici influenze: una delle principali dal Grünewald, questo Cristo è martoriato come se fosse un cadavere in putrescenza, la sua osservazione inevitabilmente si ripropone nelle mie opere, puntualmente si percepisce quella minaccia velata. Nella formazione culturale dell’artista la religione può essere utile, vedi più cose e più capolavori per questioni di fede. Credo che tutti dovrebbero curare l’aspetto spirituale inteso come ricerca profonda di se stessi perché siamo un pozzo profondo, bisogna sapersi calare all’interno di esso per comprendere noi stessi il mondo.

La spiritualità non coincide con la fede..

Leonardo da Vinci era ateo ma le sue opere infondevano quell’idea di spiritualità di religiosità che arrivava a tutti. Non diremmo mai che fosse non credente.

 

Pittura antica e contemporanea, Pietas

Pittura antica in lingua contemporanea, Pietas di Roberto Ferri, 2015

 

La lavorazione di un dipinto è assai meticolosa e dura mesi, sia per lo studio sulle velature notabile soprattutto sull’incarnato, che per la struttura compositiva. Però gli artisti antichi avevano una bottega. Per un artista che nello scenario contemporaneo, soprattutto italiano, si sente solo e spera in una maggiore attenzione alla tecnica realizzativa, pensi che in futuro potresti anche tu lavorare con una tua “bottega”, con discepoli che facilitino l’esecuzione e  nello stesso tempo imparino dal maestro? (Anche la sua risposta a proposito lo colloca in un’età di talenti outsider, la nostra).

Scherzo su questa cosa perchè il lavoro è molto lento e a volte ne avrei bisogno ma la verità è che sono molto geloso del mio lavoro dei miei quadri, e sono molto pignolo, anche una sola linea spostata di un centimetro mi infastidirebbe. Non riconoscere pienamente la mia mano sul quadro è una cosa che non sopporterei: sin dalla creazione della mestica della tela con la colla di coniglio e il gesso, ogni preparazione da una sensazione diversa su ogni quadro. C’è dall’inizio alla fine una continua sperimentazione..quindi condividere tutto questo con persone che non hanno una piena fusione con l’opera. Mi spiazzerebbe.

 

Pittura antica da insegnare. Art in Sutrium

Pittura antica in lingua contemporanea. Art in Sutrium con Ferri e Dante

 

Discepoli e fans però ce ne sono da tutto il mondo, nella città di Sutri Roberto Ferri e Giorgio Dante tengono un  workshop di pittura per persone di ogni età e provenienza, che partecipano ad “ Art in Sutrium” per vivere l’esperienza di stare a contatto con i due artisti e condividere le emozioni che partecipano della genesi dell’opera, alla fine infatti viene svelato l’ultimo lavoro del pittore, in un contesto conviviale, non solenne, che commuove perché queste persone sono più consapevoli della sofferenza intima all’origine del lavoro, rispetto all’osservatore del museo o della galleria. Ci sono anche seguaci extra-disciplinari come tatuatori che riproducono persino lo stile del pittore, cosa che reputato come una figura sacra. Non è affatto dispiaciuto da questa moda visto che “molti tatuano perchè non trovano riscontro a degli stimoli in accademia, là la pittura non si studia più”.

 

tra pittura e disegno

Pittura antica in lingua contemporanea. Work in progress di un dipinto di Roberto Ferri

 

Anche Ferri non ha trovato un maestro in accademia, sebbene abbia scelto di studiare scenografia retaggio che in certi lavori si vede nella composizione, per conseguire una pratica, un mestiere. ha trovato però i suggerimenti del professore di storia dell’arte che lo ha invitato a seguire l’esempio degli antichi maestri, a disegnare su taccuini l e sue impressioni di opere d’arte in chiese e musei.

 

Pittura di Roberto Ferri, Lucifero, olio su tela

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Lucifero, olio su tela, 2013

 

Siamo curiosi di capire come cosa Roberto Ferri si auguri in futuro dal punto di vista del collezionismo, come pensa debba cambiare nel sistema dell’arte perché si raccomandi più la perizia di un Ferri che la personalità pittorica senza grande capacità ma osannata dai critici e dal mercato..ad esempio di un Chia?

E’ una bella lotta.. bisognerebbe far capire che un’opera d’arte non è soltanto una trovata originale, perchè questo spersonalizza l’artista. Oggi che viviamo di continuo bisogno di novità, ogni opera deve essere originale per forza, e questo la fa diventare diversa da quello che è stato creato recentemente. Ma se ci limitiamo al concetto una volta l’anno chiunque può avere un’idea brillante per creare un’opera d’arte.

Invece un passo fondamentale sarebbe educare il pubblico pian piano, abituarlo alla qualità dell’opera che consideri sia la ricerca e la selezione dei materiali il meno possibile deperibili nel tempo, sia il suo contenuto che deve essere sentito, quindi un’emanazione di bellezza che parta dal soggetto stesso. Il sistema dell’arte con i suoi collezionisti si dovrebbe adeguare al gusto del pubblico.

 

Pittura antica nel 2016, particolare di un dipinto di Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. particolare di un dipinto di Roberto Ferri, presentato nel 2016 alla mostra Divina Decadenza

 

Se ti chiedessero di dirigere un museo di arte contemporanea cosa non dovrebbero perdersi per nulla i visitatori?

L’artista ammette che potrebbe avere una visione unica, quel versante figurativo che porto avanti nel mio lavoro…ma la finalità della nostra domanda è proprio questa…quindi il museo ideale di Roberto ferri comprenderebbe i colleghi stimati come Agostino Arrivabene in italia, Dino Valls dalla Spagna, Odd Nerdrum dalla Norvegia. Però ci sono opere astratte che mi hanno anche influenzato e non lo posso negare, Pollock e Rothko li inserirei.

 

Pittura anatomia e psicanalisi. Roberto Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Come foglie morte,olio su tela, 2012

 

Rispetto al mercato delle tue opere ci sono delle aree geografiche con le quali lavori maggiormente?

C’è una maggiore richiesta in America e in Russia anche se poi facendo una statistica un po in tutto il mondo e anche in Italia.Per la grande risposta americana, mi esibirò in una grande mostra l’anno prossimo a Buenos Aires dove sono accolto con enorme entusiasmo.

Problemi di censura in alcune aree?

Si ma diciamo più a livello dei social network, creato problemi di comunicazione con i collezionisti ma ha creato movimento mediatico ha fatto comodo purchè se ne parli.

 

Pittura di Roberto Ferri in mostra a Bruxelles

Pittura antica in lingua contemporanea. Locandina della mostra Divine Decandence di Roberto Ferri a Bruxelles

 

Michelangelo voleva superare i greci, Leonardo voleva una città ideale funzionante e tu cosa desideri?

Superare me stesso.

Nel senso della percezione della tecnica in pittura?

Nel senso di riuscire a vedere un mio quadro come se fosse la prima volta, perchè non provo mai stupore di fronte ad una mia opera. Vorrei vederla come con occhi nuovi, da fuori, pur riconoscendola come mia opera.

 

Pittura onirica di Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Liberaci dal male, olio su tela, 2013

 

Vittorio Sgarbi ti ha interpellato per rendere l’architettura della memorabile cattedrale di Noto, qui hai generato questo stupore almeno negli osservatori, in chiave contemporanea in un luogo dove di solito protagonista è la pittura antica. Essendo una commissione ci sono delle limitazioni all’aspetto morboso di molti dipinti, non sono presenti quei supplizi sofisticati e simbolici, però ci sono quelli canonicamente accettati perché afferenti alla rappresentazione del tema della passione di cristo.

Visto che questo lavoro ha trasformato una chiesa nel luogo fedele ad una delle sue vocazioni tradizionali, in quanto sede di coinvolgimento di grandi artisti viventi per trattare la spiritualità decorando al contempo la struttura architettonica, pensi mai che in Italia si possa proseguire in tal senso? Potrà mai secondo te esistere ancora un progetto grandioso e site specific come la Cappella Sistina?

Sicuramente si avvicina molto di più al contesto religioso un’impresa come la mia delle chiese costruite negli ultimi decenni, con architettura e opere astratte, che sembrano assurde rispetto alla funzione. Comunque secondo me Sgarbi ha fatto una grande cosa a Noto perché ha creato proprio una sorta di cantiere rinascimentale, per me quello è stato il primo passo, il primo mattone per avere una visione allargata di un cantiere contemporaneo sul modello di quello rinascimentale

Lì ho avuto una bella sensazione, anche della fiducia verso la bellezza legata alla tecnica.

 

Pittura contemporanea e antica. Sgarbi con Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. Vittorio Sgarbi scherza con Roberto ferri davanti al dipinto Nella morte avvinti, ph. Francesca Sacchi Tommasi

 

Vedere da vicino le tue opere ti a pensare che sia un peccato non sviluppare una tecnica pittorica figlia di una tradizione che può essere piegata simbolicamente a valori nuovi. Lo fanno in pochissimi..forse perché la pittura non è per tutti.

Nel novecento c’è stato un taglio netto. Le avanguardie storiche hanno voluto rompere in maniera netta e crudele il rapporto con il passato, ma questo perché nell’Ottocento la pittura si era appiattita, si era arrivati a raccontare cose troppo sdolcinate, soggetti ripetuti, quindi in quel periodo storico è stato giusto troncare.

Però non è stato giusto perdere tutta la tradizione pittorica, si doveva fare un’operazione analoga alla musica con il conservatorio. Le accademie dovevano mantenere l’insegnamento come purtroppo non hanno fatto, ma proprio per questo il patrimonio disciplinare è oggi ancora più prezioso, perché si recupera qualcosa di dimenticato. Come se fosse tornato in vita Lazzaro, in un contesto fieristico o in Biennale dove siamo abituati a vedere installazioni video opere astratte, quello che più scandalizza e suscita un moto interno è la visione di un quadro ben fatto, spiazza sempre lo spettatore oggi.

 

Pittura alla fiera Grandart a Milano. Ferri e Porzionato

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri e Silvio Porzionato nello stand di Liquid Art System, ph. Sofia Obracaj

 

Sentirsi così diversi dal panorama artistico può condurre ad una sorta di frustrazione ma Ferri ammette di accorgersi di un lento processo in corso.

Il panorama sta cambiando soprattutto a livello internazionale mi accorgo che ci sono tante solitudini che stanno convogliando verso un unico centro, c’è un continuo confrontarsi, si inizia ad avvertire questa adunanza.

 

Pittura e cinema. Marco Bellocchio inserisce nel film Sangue del mio Sangue un dipinto di Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. Marco Bellocchio sul set di Sangue del mio Sangue con l’opera Sigillum di Roberto Ferri

 

Abbiamo parlato di quei “pochi”. Nella rinascita del figurativo non sei completamente solo.

Si ci sono colleghi con cui ci teniamo in contatto: Agostino Arrivabene, Giorgio Dante, Giovanni Gasparro, Dino Valls..ci sono diverse realtà con cui potersi confrontare e che è bene che esistano in questo preciso periodo storico.

 

Pittura consigliata da Roberto Ferri, Odd Nerdrum

Pittura antica in lingua contemporanea. Odd Nerdrum, Eggsnatchers

 

Cosa ne pensi degli artisti che progettano le loro opere ma le fanno realizzare da altri, come delle maestranze di una cattedrale..insomma esternalizzano le diverse componenti della genesi dell’opera?

Io condanno questo comportamento perchè per me l’artista si deve sporcare le mani. Mi sembrerebbe assurdo fare un disegno e affidare la realizzazione del dipinto a delle maestranze. Non ha lo stesso valore perché la personalità dell’artista si rivela nel gesto, grandi pittori sono riconoscibili nella pennellata.

certo è una pratica più usata nella scultura…

Ma io conosco artisti che si spaccano le mani nella scultura, così come riuscivano a farlo in passato con mezzi più poveri. dovrebbero essere avvantaggiati oggi che abbiamo attrezzature più sofisticate rispetto al passato.

 

Pittura di Roberto ferri. Naiade

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Naiade, olio su tela, 2012

 

E tu non ti avvantaggi mai del digitale nella genesi del tuo lavoro?

Non condanno i mezzi moderni, uno deve utilizzarli per facilitare nel lavoro. Il digitale è la foto, che si affaccia nel momento della posa con modello o modella, quando non sempre posso sfruttare lunghi tempi di posa. Il bozzetto preliminare lo faccio comunque sempre a mano.

Michela Ongaretti

 

Pittura di Roberto ferri, I cavalieri dell'Apocalisse

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, I cavalieri dell’Apocalisse

Pittura, religione e psicanalisi

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Limbo, olio su tela, 2013

Pittura dell'anatomia in metamorfosi. Roberto Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Persefone, olio su tela, 2012

 

Black Light Art, l'esempio di Nino Alfieri

Black Light Art. A Como la luce colora il buio, con sette anime

Black Light Art: la luce che colora il buio. Ha inaugurato sabato 5 novembre a Como la seconda mostra del progetto itinerante. Come a maggio nella cornice tutta milanese del palazzo della Regione Lombardia, è a cura di Gisella Gellini e Fabio Agrifoglio, in collaborazione con la Fondazione Agrifoglio, stavolta presso la Pinacoteca Civica di Como. Sarà possibile visitarla fino al 7 gennaio 2018.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Mario Agrifoglio

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Mario Agrifoglio, ph. Gaetano Corica

 

In questa occasione sono sette i nomi dell’arte contemporanea coinvolti, tutti artisti per cui la luce ha un ruolo fondante, strumento espressivo interpretato secondo una personale e assai differente poetica. Parliamo di Mario Agrifoglio, LeoNilde Carabba, Nino Alfieri, Claudio “Sek” De Luca, Nicola Evangelisti, Maria Cristiana Fioretti e Olga SerezhinaIl.

Perché la luce sia splendente, ci deve essere l’oscurità

Francis Bacon

 

Come noi abbiamo vissuto, il visitatore si troverà coinvolto in un’esperienza sensoriale, davvero immersiva. La fruizione della realtà pittorica avviene sotto molteplici aspetti in continua evoluzione nell’arco di alcuni minuti: di fronte ad un dipinto costituito da fluorescenti o fosforescenti, o entrambi, la loro reazione e manifestazione cambierà mediante il ciclo dinamico di luce bianca, black light (o lampada di Wood), e buio totale. Questa trasformazione è particolarmente stupefacente perché concentra l’attenzione sul complesso e sui particolari dell’opera, coinvolgendo chi osserva in un’attenzione nuova di verso la spazialità, in grado persino di amplificare la percezione dell’ambiente circostante.

Il percorso sarà accompagnato da una colonna sonora ispirata al tema della mostra, musiche estratte dall’album Undae Temporis del maestro Irlando Danieli.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Nicola Evangelisti

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Nicola Evangelisti, ph. Gaetano Corica

 

Il progetto espositivo al primo piano della Pinacoteca di Como nasce dall’idea condivisa della Fondazione Mario Agrifoglio e Caleidoscopio-multiplicity di Maria Proja de Santis, con il sostegno e la collaborazione dell’Assessorato alla Cultura e dei Musei civici del Comune di Como. L’allestimento e i progetti video e fotografico sono affidati alle exhibition designer Gaetano Corica.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Olga Serezhina

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte al dipinto di Olga Serezhina, ph. Gaetano Corica

 

La luce non è certo una novità per Gisella Gellini, architetto e docente del corso di Light Art e Design della Luce presso la Scuola del Design del Politecnico di Milano.  Da diversi anni la sua attenzione verso la luce si divide tra il suo utilizzo funzionale, nella progettazione architettonica e di design, e la funzione espressiva quale medium fondante nella ricerca artistica contemporanea. Ha curato alcune mostre sulla Light Art, noi l’abbiamo conosciuta nel 2015 nella chiesa di San Carpoforo a Milano, spesso associando alla bellezza il fine benefico, nella raccolta fondi per enti e associazioni umanitarie.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Nino Alfieri

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visita della mostra nel momento dell’esposizione alla black light. Opera di Nino Alfieri, ph. Gaetano Corica

 

L’incontro con Fabio Agrifoglio, figlio dell’artista e pioniere della Black Light Art Mario Agrifoglio, ha indirizzato le sue scelte più precisamente su opere pittoriche, quelle dove il materiale principale e “lucifero” è proprio il colore, con la volontà di Fabio di proseguire l’esperienza di Mario Agrifoglio e poterla condividere col pubblico, coadiuvata nella ricerca e nell’organizzazione dalla Fondazione. Nasce così questo progetto itinerante non dimenticando la possibilità di rendere queste mostre portavoce di problematiche sociali. La prima mostra della Black Light Art ha ad esempio sostenuto il progetto partner Lightquake 2017, con esposizione a Spoleto nella Rocca Albornoz e crowdfunding per la ricostruzione in Centro italia, nato dopo le violente scosse di terremoto nel dicembre del 2016.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Leonilde Carabba

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Leonilde Carabba

 

Un aspetto che rende queste mostre interessante è secondo noi l’estrema diversità tra gli artisti coinvolti, essi non rappresentano una scuola definita attraverso delle regole definibili della Black Light Art. Per Fabio Agrifoglio vogliono essere collettore di idee e riscoperta storica nella continuità di una metodologia a lungo inseguita dal padre soprattutto negli anni settanta, con una sperimentazione continua che può riservare sorprese: non si conoscono tutti gli effetti di nuove mescolanze di colore sotto l’effetto della luce nera, ma se molti artisti vi si cimentano in questa vocazione empirica “si porta avanti il messaggio recuperando anche il suo aspetto estetico”. Ciò che mette in evidenza il curatore è l’aspetto percettivo in costante studio: “l’artista, quando sperimenta con la luce nera e i colori fluorescenti o luminescenti o fosforescenti, lavora al limite e al confine della sensibilità umana”.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Claudio Sek De Luca

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Claudio Sek De Luca, ph. Gaetano Corica

 

Come funziona “l’accensione” di queste opere? Non c’è alcun trucco dietro alle tele, nessuna retroilluminazione, semmai una base solidamente scientifica dietro all’uso di colori o vernici che non solo vediamo in base alla riflessione luminosa, come normalmente per un materiale tradizionale avviene: qui i pigmenti reagiscono all’assorbimento della luce emettendo una radiazione, in differenti condizioni visive anche quando colpiti dalla Black Light o dal buio vero e proprio. I fosforescenti si manifestano con la loro carica energetica, trasformando l’opera in ciò che di essa vuole mostrare per prima, sotto alla Wood avviene quindi l’apparizione di ciò che davvero conta all’interno di quell’opera, per stimolare la fantasia attraverso le forme visibili, che essendo le uniche da poter scorgere quando il buio è totale, assumono una valenza simbolica forte;  in parole povere stimolano la nostra memoria e la nostra fantasia.

 

Black Light Art. In visita alla mostra

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Olga Serezhina e Claudio Sek De Luca, ph. Gaetano Corica

 

Sempre in una visione dove la metamorfosi è ben evidenziata dall’allestimento, dove la fruizione avviene su un “triplo” binario di consapevolezza progressiva del limite e del suo superamento, dalla luce bianca alla gamma degli ultravioletti con una sospensione dell’incredulità solo parziale, per poi varcare letteralmente la soglia di un mondo onirico e sensibile al contempo, fatto letteralmente dei segni e dei colori che hanno deciso gli artisti. In quella trasformazione viviamo un’esperienza di spazio e di tempo lontana dai paradigmi consueti e controllati dove tutto è comprensibile in una dimensione, in un momento, per quanto lungo possa essere, alla ricerca di particolari, qui siamo all’interno di uno spazio sempre più sintetico, mai statico, che nel suo coinvolgimento non potrebbe che essere figlia dei tempi, ma che utilizza un lessico antichissimo.

 

Black Light Art. Leonilde Carabba parla della sua opera

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. L’artista Leonilde Carabba parla con una visitatrice di fronte ad una sua opera, ph. Andrea Butti

 

Alcuni  protagonisti

E’ questo ritrovarsi nel futuro e nel passato a caratterizzare l’opera di Nino Alfieri, uno dei tre artisti da noi preferiti per ricerca ed effetto.  Le forme che descrive sono ancestrali e si possono ricollegare ad elementi naturali che come dice lo stesso artista “hanno a che vedere con degli archetipi quindi da fossili a delle armi a degli organi come visti al microscopio, ma se osservate in lontananza e con una certa luminosità “diventano un cosmo secondo un concetto rinascimentale dove l’uomo si vede come media proporzionale tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande”. Nella realizzazione spesso però c’è l’utilizzo di tecnologie nuove come l’elettronica, il processore Arduino e la scelta di un tipo specifico di frequenza delle luci che incidono sui materiali fotosensibili, colori che nella variazione vanno a “toccare tutto il ventaglio delle nostre percezioni, negli aspetti diurni e notturni, reali e onirici”.

 

Black Light. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce bianca

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri sotto la luce naturale

Black Light Art. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce di Wood

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri. Seconda fase sotto la lampada di Wood

Black Light Art. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce di Wood, dopo un istante

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri. Sotto la lampada di Wood, verso il buio

 

Quel cosmo fatto di equilibri formali appartiene alla ricerca stessa del capostipite di un procedimento, se non di una scuola, come Mario Agrifoglio. Secondo le parole del figlio il pittore cercava equilibrio organico componendo  forme e colori, la genesi dell’opera cresce nella contrapposizione di “due forze che lui chiamava forza fredda e forza calda, una espansiva e una contrattiva”. L’introduzione della Black Light aggiunge un livello ulteriore a questa indagine, per “avere un controllo completo nelle miscelazioni”, basandosi sullo studio scientifico della teoria del colore. La ricerca sul colore e sulla luce appartiene all’epoca moderna ma la sua mente era rivolta oltre, perchè l’idea era di mostrare mediante l’applicazione all’arte principi poco noti o sconosciuti.

 

Black light. Opera del maestro Mario Agrifoglio, alla luce diurna

Black Light Art. la luce che colora il Buio. Mario Agrifoglio, Senza Titolo_diurna

Black light. Opera del maestro Mario Agrifoglio, alla lampada di Wood

Black Light Art. la luce che colora il Buio. Mario Agrifoglio, Senza Titolo_lampada di Wood

 

 Se parliamo di definizioni c’è chi non si riconosce in quella secondo cui la Light ( e Black Light) art ,è una forma d’arte il cui mezzo coincide col fine. E’ il caso di Nicola Evangelisti che trova sterile utilizzare la luce per parlare dello stesso mezzo espressivo, la luce. Certamente il rapporto stretto con la materia esiste e da sempre l’artista è stato affascinato dal suo paradosso, il suo essere presenza intangibile e fisica nello stesso tempo, al punto che la sua indagine resta innanzitutto spaziale, “all’interno della scultura anche quando non c’è più una materia fisica da toccare”.

 

Black Light Art. Nicola Evangelista in mostra alla Pinacoteca di Como

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Il lavoro di Nicola Evangelisti alla luce di Wood, ph. Gaetano Corica

 

Le forme di Evangelisti composte da molte linee seguono la teoria del caos ordinato, il concetto di frattale “all’analisi di tutti quei fenomeni irregolari presenti in natura”, ma inseguono un contenuto che va oltre la geometria. Accanto al taglio sociologico scientifico del procedimento il suo lavoro si accosta all’analisi sociale, più ponendo degli interrogativi che delle risposte univoche. Ad esempio per Black Light Art la vernice luminescente su carta nera rappresenta una sua interpretazione notturna e dall’alto della Striscia di Gaza, in uno spazio che rompe con la luce la bidimensionalità il conflitto di una materia solida e onirica corrisponde al tormento secolare di un territorio.

 

Black Light Art. Particolare di Canto per Esther di Leonilde Carabba

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Canto per Esther di Leonilde Carabba al buio totale

 

Possiamo prendere il concetto di Black Light in senso ampio o etimologico, ma tutti gli artisti presenti utilizzano la luce come un mezzo espressivo nel senso di elemento che permetta dar corpo e amplificare la propria personale visione del mondo, e della funzione dell’arte in esso.

Per Leonilde Carabba, last but not least, essere artista è esattamente “continua reinvenzione del proprio essere nel mondo”. Il suo ruolo può essere quello di mostrare una via e una vita spirituale attraverso gli strumenti di un mestiere dalla costante e instancabile pratica quotidiana, (come le fu raccomandato da Guttuso), verso uno stile proprio, e in questa dimensione non esiste più età anagrafica. Esistono però le radici emotive e culturali, tutto ciò che è esistito nella formazione di un pensiero che per la pittrice affonda nell’ermetismo della tradizione della cabala, dell’astrologia, dello sciamanismo studiato in prima persona. In tutti i suoi lavori di grande variazione cromatica, il fosforescente e il fluorescente lottano insieme alla forma per fare apparire un concetto  basato sulle sue conoscenze letterarie ed esoteriche, ma che è anche fenomenologia di qualcosa di terreno e reale, come il dipinto in mostra con Canto per Esther, sul tema della maternità biblica, universale e attuale.

 

Black Light. Opera di Leonilde Carabba al buio

Black Light Art, la luce che colora il buio. la Grammatica dell’Acqua di Leonilde Carabba. Buio

Black Light. Opera di Leonilde Carabba alla luce di Wood

Black Light Art, la luce che colora il buio. la Grammatica dell’Acqua di Leonilde Carabba. Buio

 

Black Light Art un progetto in divenire con un festival della Luce

Non solo Black Light. Nel mese di novembre Como sarà movimentata da alcuni eventi collaterali, dove la luce sarà affrontata nell’ambito installativo e del design, e persino esplorata dalla musica.

Black Light Art fa parte di 8208 – Lighting Design Festival, con alcune installazioni luminose diffuse in città, in dialogo con gli edifici storici. Inaugurato lo stesso giorno del vernissage con una presentazione contestuale in Pinacoteca, ci ha coinvolto in serata con una visita guidata dagli organizzatori. Il festival terminerà il 24 novembre.

 

Black Light Art. Una suggestiva installazione a Como per 8208 - Lighting Design Festival

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Un’installazione di 8208 – Lighting Design Festival, ph. Andrea Butti

 

Alla musica sarà dato spazio l’11 novembre al Conservatorio di Como, dove si terrà il concerto “Luci, Ombre, Colori in musica” con Caleidoscopio-multiplicity di Maria Proja de Santis

Inoltre il 18 novembre presso l’accademia di belle Arti Aldo galli. IED Como si terrà il convegno “Physical to digital”, con un intervento di Gisella Gellini Dal titolo “Light art – mezzo espressivo progettuale’.

Ricordiamo che Black Light Art, la luce che colora il buio, continuerà il suo percorso itinerante. Raddoppierà a Spoleto, presso la rocca Albornoziana con inaugurazione il 6 dicembre, per proseguire verso altre mete in via di definizione.

 

Michela Ongaretti

Geometria incongrua di Monica Mazzone. Galleria Giuseppe pero a Milano

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero

Geometria in mostra con 906090, titolo emblematico di ciò che potrete osservare fino al 10 novembre presso la Galleria Giuseppe Pero.

Più una “tripersonale” che una collettiva, con le artiste Monica Mazzone, Victoria Stoian e Viviana Valla. Quel che è certo l’esposizione è concepita con una linea curatoriale precisa da Nicoletta Castellaneta e Giuseppe Pero pensando all’universo femminile rappresentato dai numeri 906090, le misure ideali di un corpo perfetto, secondo le convenzioni.

 

Geometria di 906090. Tra pittura e scultura con Monica Mazzone in mostra alla galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Monica Mazzone, courtesy Galleria Pero

 

L’approccio a questo “emblema” della femminilità è logicamente smentito dal modus operandi delle tre protagoniste che della misura, con i centimetri, si confrontano non su loro stesse ma sulla tela. Il celeberrimo 906090 non è più valido come canone uniformante, anche se nell’immaginario rimane un’idea evocativa di fascino, ma lo studio delle proporzioni rientra nella ricerca alla base delle opere esposte, insieme all’indagine sul calcolo matematico e il rigore nella composizione, ironicamente qualità che tradizionalmente vengono associate alla mente maschile. Razionale opposto ad emotivo, istintuale secondo uno stereotipo ancora vivo nell’arte contemporanea, qui viene dimostrata l’infondatezza dell’assunto.

 

Geometria di 906090. Viviana Valla in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Viviana Valla, courtesy Galleria Pero

 

Tripersonale perché ciascuna delle tre artiste ha un’area dedicata ad un’opera che ben rappresenti i criteri del personale processo creativo, quasi una stanza tutta per sé di woolfiana memoria ( che per chi non ricordasse fu una specie di manifesto femminista sull’importanza di uno “spazio” di lavoro indipendente). Gli ambienti della galleria stessa, nell’allestimento del percorso espositivo, sembra che abbiano preso in considerazione questa geometria: entrando sulla sinistra troviamo un lavoro di Viviana Valla con il movimento dato dalla differente texture di materiali su forme geometriche, sulla parete in fondo di destra scopriamo Victoria Stoian solo apparentemente disordinato dai molti elementi che compongono il dipinto, mentre esplorando la terza rientranza tra le pareti, quasi una vera e propria stanza, c’è un’opera site specific di Monica Mazzone. Nella grande sala terminale invece abbiamo l’opportunità di vedere tutte insieme le tre ricerche, di poterle confrontare nel loro dialogo visivo, di uscire con un’impressione corale di una poetica della proporzione di 906090.

 

Geometria di 906090. Codri Earthquake 9'' di Victoria Stoian in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero, Victoria Stoian, Codri Earthquake 9”, 2016

 

Sarà una nostra convinzione, non che all’artista sia data da Giuseppe Pero maggiore importanza rispetto alle altre, ma ci pare che l’opera nella stanza di Monica Mazzone sia emblematico del concetto di mostra, come anche la sua ricerca in generale vi si avvicini. Vediamo quella che si presenta come la proiezione ortogonale della pianta di quest’area della galleria, proiezioni che sono tipiche del percorso di Mazzone, dove però il colore contraddice un rigore assoluto, nell’illusione del volume introduce un elemento destabilizzante, all’interno di quella convenzione visiva che vorrebbe esemplificare un perimetro nella sua fredda geometria.

 

Geometria di 906090. Monica Mazzone in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Opera di Monica Mazzone

 

Tutti i suoi lavori, lo si nota anche nell’ultima sala, sono dedicati ad una geometria cristallina nella quale si può individuare un pezzo mancante, un elemento eversivo per l’intera composizione, che mette in discussione senza scoperchiare questa perfezione matematica: è come l’artista stessa dichiara “la carica emotiva” della geometria, che è sempre comunque un prodotto dell’essere umano, del suo tentativo di costruire un’idea. Ma si riferisce nello specifico anche ai paradossi che sono parte della regola matematica, le sue dicotomie per cui “il fatto che un’affermazione possa essere vera e falsa contemporaneamente”. Possiamo dire che i suoi lavori cercano di spiegare l’impossibilità di esprimere la perfezione, come la formula 96090 ha cercato di definire quella del corpo.

 

Geometria di 906090. In mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Vista della sala principale

 

Durante la nostra visita abbiamo modo di parlare con Giuseppe Pero che ci ha invitato ad avvicinarci e poi distoglierci dalla superficie delle opere d’arte, per scoprire come sempre il materiale in un certo senso sovverta il rigore della composizione attraverso la geometria, come siano due mondi dello stesso universo. Lo sperimentiamo con l’opera di Viviana Valla dove il  “silenzio delle forme” è accompagnato dal dinamismo di colori e materiali come se fossero vivi e tattili, con grane e spessori differenziati, dalle geometrie a momenti morbide e quasi in rilievo, talvolta lucide o trasparenti. Sotto la forma o l’idea vive un organismo pulsante.

 

Geometria in un particolare di un dipinto di Viviana Valla

La geometria è donna. Particolare di un’opera di Viviana Valla

 

Per Victoria Stoian al contrario il dinamismo è del tutto esplicitato: dalle campiture cromatiche, nella composizione piena con elementi che emergono quasi figurativi e che rivelano lo studio dell’arte contemporanea, nella reminiscenza di particolari della pittura di Dubuffet. Insomma una pulsione dionisiaca pare fondere le parti costruite mediante il colore, ma è allontanandoci di almeno qualche metro che scopriamo queste forme bloccate nel loro lambirsi, irregimentate da una struttura chiara di equilibrio compositivo.   

 

Geometria di 906090. Un dipinto di Victoria Stoian in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero, particolare di un dipinto di Victoria Stoian

 

In definitiva possiamo dire che la geometria di 906090 parla con rigore e logica razionale dell’anelito ad una perfezione di soggetti pensanti in carne ed ossa, l’essere umano, dentro la più grande contraddizione che è la vita, spiegabile scientificamente solo in parte.

Michela Ongaretti

 

Galleria Giuseppe Pero

via Luigi Porro Lambertenghi, 3-Milano – Italia

dal lunedì al venerdì 14.00-18.30

Sabato su appuntamento

 

Nero e bianco per la pietra di carta. Daniela Barzaghi in mostra presso Sblu spazioalbello

Pietra e Carta. I testimoni di Daniela Barzaghi

Pietra e Carta. L’opera di Daniela Barzaghi nasce dalla contemplazione delle cose semplici. Come spesso avviene i fenomeni complessi della Storia e della civiltà lasciano traccia nella quotidianità, sulle superfici che non è difficile vedere e toccare. Le sculture in mostra presso SBLU_spazioalbello anelano a questo contatto: riproducono un incontro evocato materialmente da quanto di più famigliare possa esistere per l’uomo moderno, la carta, con quanto di più antico e testimone del tempo quale la pietra.

 

Illusione di pietra, oggetto rivetatore del passaggio umano con Daniela Barzaghi

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Particolare di un lavoro in mostra presso Sblu_spazioalbello

 

In generale gli incontri sono fondamentali per l’uomo, ancor più per la vita di un artista, che trasforma la conoscenza in materia plastica o pittorica, attraverso i segni di un modus operandi che diventa stile quando è supportato dalla ricerca continua e mai sazia. Questa conoscenza può essere diretta o indiretta, fatta dalle persone che scambiano esperienze e riflessioni o attraverso gli interessi dello studio di Letteratura, della Storia, della Scienza, delle problematiche socio-politiche del momento. Uno di questi elementi, o più di uno diventano altro, trascendono il sensibile nella mente e tra le mani di un’artista, per chi crea è materia grezza e palpitante, un ingrediente di base per l’alchimia che porta alla genesi dell’opera d’arte. Ma è o sono solo il punto di partenza, tutto il resto è ricerca, è accogliere una visione nella pratica disciplinare che può esaurirsi in un ciclo di opere o nella produzione artistica di una vita.

 

Zoom sui materiali organici che si fanno di pietra per la mostra I confini siamo noi.

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Inserti organici e di tessuto in una delle ultime opere

 

Secondo questa logica Daniela Barzaghi si è nutrita per tre decenni di carriera del contatto e dell’osservazione della Natura, non quella trovata in viaggi esotici  ma quella che accompagna lo sguardo fuori dalla finestra di casa, di terra erba pietra e foglie. Per un cuore puro e una mente immaginifica una visita in campagna è avvicinarsi all’assoluto incarnato nelle piccole cose vegetali e minerali, preziose perché raccontano la vita che è sempre stata. Sono la memoria della Terra abitata dall’uomo, dal suo passaggio continuo nella Storia.

 

La natura nella pietra artificiale di Daniela barzaghi e nella poesia di Valeria Vaccari

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Accanto alla scultura una poesia di Valeria Vaccari scritta per la mostra

 

Un altro grande testimone dell’uomo, del suo passaggio intellettuale su questa terra è la carta. Un prodotto nato con lo scopo della diffusione della conoscenza, della sua più massiva presenza nel quotidiano e nella condivisione a distanze sempre maggiori nei secoli, realizzata con materiale donato dalla Natura. La carta rappresenta un artificio, un congegno che converte il naturale effetto dei suoi singoli componenti in mano a chi la Natura la vorrebbe dominare. Così l’operazione plastica di Daniela Barzaghi può essere riconducibile ad un riavvicinamento degli elementi affini, un rituale purificatore.

 

Pietra di carta allo Sblu spazioalbello di Milano

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Due sculture della mostra “I confini siamo noi”

 

Si costruisce per togliere, per riportare alla luce il senso del mistero dell’immanenza. Bisogna accumulare molta carta, anche l’essenza dell’accumulatore è un qualità tramandata, qualcuno dice genetica, che l’artista ammette con ironia, e poi bisogna disfarsene macerando per riportarla a materia lavorabile. Quando la cartapesta diventa scultura essa si è avvicinata così tanto alla presenza selvaggia da diventarne un suo elemento caratteristico. Non uno a caso, ma quello che attraversati i millenni ancora resiste per raccontarci la sua versione degli avvenimenti inesorabili, che pur è resistita ad essi, la pietra.

 

Memoria preistorica, illusione di pietra

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Particolare di un lavoro che richiama le incisioni rupestri

 

Attraverso questa scoperta archeologica al contrario siamo riportati all’originario, agli echi della scultura arcaica nel suo granito smussato, alle voci dei primordiali artefici nei segni vicini alle preistoriche incisioni rupestri, alle rocce popolate da vegetali ribelli al terreno.  A volte la texture ricorda l’accumulazione materica di Kiefer, spesso dove la forma compiuta delle opere assume identità plastica incompiuta per distribuirsi su pannelli bidimensionali.  Qui però è la scultura ad accostarsi alla pittura, che pare voler uscire dalla superficie piatta e appare porzionata come marmo di un bassorilievo, ritrovato sotto le macerie del Tempo.

In mostra si trova un’antologia delle opere degli ultimi anni, periodo così fecondo da mostrare già il suo possibile superamento.

 

Nero e bianco per la pietra di carta. Daniela Barzaghi in mostra presso Sblu spazioalbello

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Materia moderna e senza tempo

 

Un ulteriore passaggio dopo la cartapesta è l’utilizzo degli stracci, tela prodotta da fibre come possibile solo dopo la rivoluzione industriale, è inoltre usata con una funzione nota quindi ormai scontata come cosa umana. Il punto di partenza è già nel mondo “artificiale”. La superficie ricoperta assomiglia più ad un muro e le voci che popolano parlano un linguaggio moderno fatto di segni, scritte e colori riferibili al graffito del carcerato o del ragazzino aspirante street artist, insomma si riferisce ad un’estetica più urbana, che si presenta volutamente più comunicativa e corale, più stratificata e diversificata nella moltitudine degli interlocutori. Daniela Barzaghi utilizza un tono meno sommesso, come si avverte con l’uso di colori più timbrici, quando gli antenati diventano i nonni, al punto che esiste solo una cosa da fare, andare avanti o tornare indietro, oppure spostarsi di latitudine.

 

Segni moderni sulla pietra di carta dell'artista Barzaghi

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Particolare di un lavoro recente

 

Ed ecco che appaiano delle stele o dei totem, non residuo archeologico del bosco europeo ma sogno della devozione tribale alla Madre Terra: attraverso questo riferimento al manufatto d’Africa capiamo la lirica religiosità dell’intero percorso, vediamo che la ragione profonda della ricerca si lascia trasportare non tanto dalla materia quanto dal segno, dalla traccia materiale consapevolmente celebrativa . La pietra è viva come testimone del linguaggio, non solo del passaggio umano. L’utilizzo degli stracci riconoscibili da vicino che mimano la decorazione più preziosa delle stele votive, linguaggio più contemporaneo che mai nell’intero percorso di Barzaghi perché rende visibile il concetto di riciclo e intinge di quotidiana partecipazione il rituale panteista.

 

Totem di carta come pietra, Daniela Barzaghi in mostra

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Stele votive evocano l’Africa presso Sblu_spazioalbello

 

L’intero processo dalla Carta alla Pietra, dall’Uomo alla Natura, quella che chiamiamo scoperta archeologica al contrario, torna all’attenzione originaria sul bisogno dell’anima razionale ed emozionale di dichiarare la propria esistenza. Tutto il mondo e tutti i tempi hanno visto l’uomo lasciare un segno indelebile della propria energia. Oggi come ieri viviamo per restituire noi stessi alla terra, rientriamo in Natura con il nostro artificio più potente per non essere dimenticati, il linguaggio.

Dove cercare l’essenza dell’uomo? Nella traccia suo passaggio sul mondo sensibile. Come in un racconto poliziesco di Edgar Allan Poe è sotto i nostri occhi l’indizio per avvicinarci, se non comprendere appieno il mistero.

Michela Ongaretti

Mostra personale di Daniela Barzaghi, I confini siamo noi.

SBLU_spazioalbello Via Antonio Cecchi 8, Milano

fino al 28 ottobre 2017 su appuntamento tel 02 48000291 / 333 9596874

Paesaggio nella nebbia con velature. Intervista di Artscore a Jorge Cavelier

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier in mostra alla galleria Ma-Ec

Paesaggio. L’incontro con quello di Jorge Cavelier è un’esperienza immersiva nella pittura pura, quella che attraverso il colore ti fa varcare una soglia percettiva, in virtù e attraverso la maestria disciplinare di cui spesso sentiamo la mancanza nei nostri contemporanei. Artscore ha incontrato il protagonista della mostra personale Le forme del Tempo, presente alla galleria MA EC fino al 4 novembre.

 

Luce rosa sul paesaggio tropicale di Cavelier

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Luce rosa nella foresta. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Una giungla brulicante e umida, la preziosa tradizione della velatura in una lenta sospensione zen, un forte legame con l’Italia e la sua storia dell’arte per un artista colombiano diplomato all’Accademia di Firenze. Tutto questo è il nucleo delle diversissime componenti culturali che ci avvolgono nell’universo pittorico di Cavelier, e che lo rendono un artista contemporaneo a tutti gli effetti.

 

Una visitatrice osserva un paesaggio dipinto di Jorge Cavelier

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Una visitatrice osserva a lungo in trittico. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Il motto che racchiude la sua poetica è Peace is Inside, esattamente l’impressione che si ha di fronte alle sue opere anche se questa pace si intuisce essere un concetto dinamico. L’armonia respirata nei paesaggi è contemplata nella composizione della nebbia umida che cala dall’alto sulle fronde degli alberi, che terminano eludendo dallo sguardo il terreno, e che suggerisce sensorialmente il microcosmo di piccoli esseri brulicanti della giungla. Possono essere definiti paesaggi ideali se si pensa che sono la risultante di molti luoghi visitati realmente, descritti come luoghi senza tempo, ovvero in un tempo eternamente presente nel suo mutare: per lui è prendere l’anima del bosco per riplasmarla sulla tavola, come un ritratto restituisce l’anima della persona.

 

Paesaggio nella nebbia con velature. Intervista di Artscore a Jorge Cavelier

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Di fronte alla sua giungla. Ph Sofia Obracaj

 

L’osservatore si dovrebbe porre di fronte a questa visione mentale senza prevenzione e senza fretta, il paesaggio va “ascoltato” progressivamente silenziando rumori e pensieri per farci avvicinare alla nostra interiorità, facendo penetrare nell’animo la calma della Natura. Cavelier dichiara : “L’emozione che si sente per prima è molto più importante di quelle che arrivano dopo. E’ vero che ci sono molti elementi nei miei dipinti ma in fondo solo uno è quello che conta, aspiro a materializzare quel pensiero astratto dell’essere di fronte a un paesaggio senza pensieri, quando noi guardiamo senza pensare a nulla, e quando non pensiamo niente ci turba, siamo in pace.”

 

Passeggiando nel paesaggio da MaEc

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Visita alla mostra. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Stiamo entrando nel territorio della filosofia buddista e zen, da Ma Ec dove spesso si respira aria creativa orientale l’artista ci conferma di essere sempre stato molto affascinato dal pensiero per cui “esiste solo l’infinita chiarezza della mente”, in particolare quella ricerca dell’essere “in un punto in cui niente perturba dove non c’è bisogno di non avere paura in nessun senso, e non avere paura indica anche non fare paura agli altri”, dove l’immersione nella natura culla questo pensiero.

 

Paesaggio di Jorge Cavelier. Scultura

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Una scultura con minerale fossile. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

L’artista si collega anche all’idea portante dei labirinti, presenti in tutte le culture del mondo, in Europa sui pavimenti delle cattedrali medievali; considerato “un luogo disegnato dall’uomo per perdere un pò il senso del tempo e dello spazio, il senso di sé stessi. Quando si termina questo percorso e si arriva in centro, lì c’è il vuoto, non c’è alcuna preoccupazione, siamo noi nella nostra essenza, da non temere, il vuoto è la pace completa. Per i monaci che lo percorrevano pregando era un momento sacro della mente”, connessa al Divino.

Anche una sua opera si chiama Labirinto. Realizzata intagliando su una lastra circolare di ottone il profilo degli stessi alberi dei boschi dipinti, suggerisce un percorso visivo nell’osservazione del paesaggio infinito nel suo girare e capovolgersi intorno ad un centro vuoto, infinito con la moltiplicazione dei suoi elementi riflessi sul basamento.

 

Peishuo Yang, direttrice della galleria MaEC di Milano con l'artista Jorge Cavelier

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. La gallerista Peishuo Yang con l’artista. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

L’utilizzo di un suo “repertorio iconografico” applicato ad una forma diversa dal quadro fa ancora meglio comprendere la natura ideale delle foreste di Cavelier: quei luoghi potrebbero essere ovunque in una regione tropicale, non potrebbero essere espressi in un’altro modo dalla mano e della mente del pittore con tutte le componenti culturali descritte e senza il ricordo dei luoghi in cui ha vissuto per davvero o con la mente, ma intende presentarsi come “ il più universale possibile”, esiste come esempio di tutto ciò che rappresenta e simboleggia  il paesaggio per l’uomo.

L’utilità dell’arte, non solo quella visiva, può vivere nella possibilità di essere un canale attraverso cui l’uomo possa raggiungere un livello di spiritualità più alto. La pittura “come la musica e la danza sono tutte espressioni di una necessità che abbiamo, di esprimerci e riconnetterci agli altri e all’assoluto”.

 

Paesaggio di isole in mostra a Milano

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Isole. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Quello che noi vediamo sulle tele di Cavelier è un ritmo universale costante e lento che ipnotizza lo spettatore e che nel momento in cui osserva unifica tutte le esperienze che ha vissuto, rilasciando energia e aprendo un varco verso un’altra dimensione, più intima.

Quando un dipinto ci immaginare in maniera sensoriale la nebbia carica di umidità scendere verso il basso, per incontrarsi con la moltitudine vivida e brulicante che possiamo solo intuire, “in fondo non vediamo altro che la vita che si schiude”, l’incontro tra cielo e terra “come un’apparizione divina nella pioggia che la feconda. Una storia d’amore”. E’ la foresta figlia della natura originaria “una sorta di personaggio del quale ci si può anche innamorare”, un personaggio carismatico.

 

Particolare di un paesaggio scultoreo con minerale da MaEc

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Particolare di una scultura. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

L’importanza dello studio di una tecnica è fondamentale per un pittore anche nel ventunesimo secolo perché secondo Cavelier è qualcosa che permette di esprimere un’immagine interiore più facilmente, senza che esso sia fine a sé stesso, o seguito rigidamente. La pittura è soprattutto “fatta di tecnica, la stessa che ti permette ad un certo punto di lasciarla per trovare la tua strada”; lo stile personale è formato sia dai soggetti o scelte di contenuto, ma anche dalla forma imprescindibile da una perizia disciplinare, quella che identifica, “una tecnica è come un fiume sotterraneo alle tue scelte”. Nel suo caso l’antica pratica della pittura a velature è anche frutto degli anni di studio accademico in Italia e si è nel tempo accordata all’elaborazione di un universo figurativo preciso: in ogni dipinto si costruisce direttamente sulla tela una sinfonia accordata ad ogni passaggio (la velatura sulla tela differisce dalla miscela creata sulla tavolozza), per cui inizia un dialogo graduale tra i singoli elementi, uno strato alla volta si comprendera’ in che modo verranno diversamente investiti dalla luce.

 

Un paesaggio con dominate arancione in mostra da MaEc

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Un dipinto al crepuscolo. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Il paesaggio è sempre stato di primario interesse, fin dalle prime vedute dall’alto della città di Firenze. Da Fiesole dove Cavelier visse per un anno realizzò moltissimi acquerelli, facendo entrare nella propria poetica la differenza infinita di un unico soggetto, a seconda dell’ora del giorno e delle condizioni atmosferiche. Come nell’opera di Giorgio Morandi che per tutta la vita si dedicò a quelle stesse bottiglie, ogni volta in maniera diversa, e le cui incisioni Cavelier vide alla fine degli anni settanta proprio in mostra a Firenze. Morandi è la risposta alla domanda su quale incontro artistico lo avesse influenzato in maniera indelebile. Per “quello che vedevo e vedo tuttora in lui è una specie di silenzio, anche per i suoi paesaggi dall’alto, pensanti. Si capiva che tornava a lavorarli a più riprese”.

 

Il paesaggio negli acquerelli nella mostra Forme del Tempo

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Acquerelli in galleria. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Al termine dell’intervista vorremmo sapere se l’ultima produzione di sculture, dal 2007, nascono dal bisogno di materializzare concetti che la disciplina pittorica non avrebbe saputo esprimere. Scopriamo che per l’artista è cresciuta la necessità di fare avvicinare l’osservatore in maniera più attiva, con la scultura “si approfondisce quindi la ricerca tematica dello spazio, per permettere di andare attorno e dietro all’immagine”. Come accade per le cortine dipinte davanti alle quali parliamo, si può entrare nell’opera e vivere il paesaggio dall’interno, sentire anche nel nostro movimento “un respiro della Natura, perché l’esperienza del bosco è totalmente immersiva, per conoscerlo bisogna attraversarlo”. Inoltre “ la scultura mi permette di lasciare agire a sè la luce; a seconda della sua incidenza si possono vedere su queste lastre curvate dei colori diversi. Al centro però non c’è più il vuoto ma un minerale fossile, che ha attraversato milioni di anni trasformandosi in pietra dal legno originario. E’ qualcosa che oltre la cognizione umana del Tempo, perciò “il paesaggio che lo circonda è un canto del bosco per rendere omaggio a quello che fu ma che ancora è”.

 

Paesaggio su seta da attraversare, in mostra a Milano

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Opera su seta. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Nei dipinti siamo noi subordinati alla Natura quale nostra guida, nella scultura la Natura si fa guidare dal Tempo, orbita intorno ad esso. Nella ricerca di Cavelier il discorso del rapporto con la Natura si approfondisce, ora dialoga con l’Assoluto.

Michela Ongaretti

Video di Sofia Obracaj

 

Jorge Cavelier, Le Forme del Tempo

Galleria MaEc fino al 4 novembre

da martedì a venerdì 10:00 – 13:00, 15:00 – 19:00

sabato 15:00 – 19:00