Pittura antica in lingua contemporanea,Narcissus, 2017

Pittura antica in lingua contemporanea. Intervista a Roberto Ferri, principe del figurativo

Pittura contemporanea senza perdere il patrimonio della tradizione, un filone vivo con rari esponenti, tra loro c’è Roberto Ferri. A Grandart con la galleria Liquid Art System abbiamo visto dal vivo due opere e l’artista in persona. Lo abbiamo intervistato per capire senza mediazioni la sua visione dell’arte e dell’universo artistico nel 2017.

 

Il canto della Vergine, 2015

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Il Canto della Vergine, olio su tela, 2015

 

In quell’occasione dedicata soprattutto al figurativo, Ferri è un principe indiscusso della pittura all’antica maniera: disegno e colore come l’uomo della strada non direbbe “potevo farlo anch’io”.

C’è chi pensa che per essere moderni bisogna discostarsi dalla rappresentazione del reale ma in un’epoca dove la figurazione è già stata distrutta, forse ciò che è più contemporaneo fare è ritornare alla sua costruzione, o comunque mostrare l’arte non solo per le idee e la progettualità, ma altrettanto per la capacità tecnica di realizzazione del suo artefice, astratto o figurativo che sia.

Certo se ragioniamo sul patrimonio che la nostra tradizione ci ha lasciato, abbandonarlo perchè…già perchè?

 

Il rito, opera di Roberto Ferri del 2017

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Il rito, 2016, opera presente nella collezione permanente della Fondazione Roma, Museo Palazzo Sciarra a Roma

 

I dipinti di Ferri sono l’esempio di una cura maniacale allo studio di disegno e colore, (unione che è raro ma non impossibile trovare in altri protagonisti della scena internazionale), per riflettere sull’uomo, recuperando tutto quel palinsesto tematico del sacro e della mitologia come metafora delle croci e delle delizie dell’interiorità.

Se l’artista dichiara di “fare i conti con ciò che sente”, la pittura è il mezzo potente che forte di una tecnica coloristica raffinata sull’esempio di antichi maestri e di un linguaggio figurale immediato, ma non per questo poco erudito; “permette di raccontare per immagini ogni cosa a 360 gradi, quindi a maggior ragione di raccontare me stesso. Io come pittore ho la possibilità di raccontare ciò che vivo”.

 

Pittura antica in lingua contemporanea,Narcissus, 2017

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Narcissus, 2017

 

Ci sembra quasi indiscreto chiedere se i soggetti si avvicinino a qualcosa vissuto in prima persona, e con candore Ferri definisce la sua pittura uno specchio, al punto da vedere in ogni quadro un autoritratto, autoreferenziale del suo sentire intimo.

Ma quella bellezza atroce e sublime di personaggi che vedono sul corpo la manifestazione del dolore o della metamorfosi tocca tutti noi, perché materializza in punta di pennello l’essere pienamente umano nell’eterna lotta tra il bene e il male. Continua Ferri: “La chiave mitologica, sacra o profana non sono altro che il mezzo per mostrare quello che è l’uomo e tutto questo per me non può essere decodificato se non attraverso la rappresentazione figurativa”.

 

Pittura antica di oggi con Roberto Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Noli foras ire, 2013

 

La sua capacità di “saper dipingere” tanto abbandonata dalle avanguardie e oggi al primo sguardo “ sfacciatamente anacronistica” secondo Maurizio Calvesi, tocca tormenti scritti sulla carne di soggetti che sembrano nella loro resa uscire dalla pittura barocca fino all’accademismo e al simbolismo di fine ottocento da Caravaggio a David, Ingres, Girodet, Géricault, Bouguereau, solo per fare alcuni riferimenti stilistici. Eppure se domandiamo all’artista cosa c’è di contemporaneo nel suo lavoro egli risponde “tutto”.

 

Pittura simbolista di Roberto Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Salmace e Ermafrodito, olio su tavola

 

Se noi fossimo nel 5000 dc e sotto le macerie della terza guerra mondiale qualcuno trovasse un Roberto Ferri, cosa farebbe capire che si tratta di un’opera del 2017?

Si percepisce, un pò perchè le figure hanno elementi che un tempo non sarebbero stati concepibili, come ad esempio la schietta presenza degli attributi sessuali, per l’aspetto onirico della composizione con quelle macchine macchine nobili e antiche come sestanti e astrolabi estrapolati dal contesto, sono rappresentate non come da Vermeer nell’Astronomo per la loro funzione, qui assumono sempre un valore metaforico intimo che potrebbe essere rivelatore del contemporaneo.

Aggiungiamo che la ricorrenza di strumenti scientifici incastrati nell’anatomia si mostrano come metafora evidente di due mondi inconciliabili ( le leggi misteriose della natura e della psiche contro a quelle della razionalità), e che la ricombinazione di tematiche mitologiche concorre a formare un universo personale come solo dopo la modernità, e l’avvento della psicanalisi, sarebbe pensabile.

 

Pittura di Ferri con inserimento di strumenti scientifici antichi

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Perpetua, olio su tela

 

Per Ferri se “noi facessimo una ricerca interiore come una telecamera dentro di noi vedremmo le lacerazioni che noi provochiamo alla nostra anima, questo viene trasferito sulla tela. Le metamorfosi  e gli aspetti mostruosi sono dovuti ad un dolore interno, a volte come uno si vede è come si percepisce da dentro”; il soggetto è così già chiaro nella mente dell’artista che quando “ho la tela bianca ho già precisamente visualizzato quello che andrò a delineare e dipingere”. Insomma nella visione è già in nuce un progetto artistico come un’allucinazione del ventunesimo secolo che può essere consegnata al mondo con gli strumenti propri della pittura dei grandi maestri , con la pazienza di chi costruisce velatura su velatura un’allegoria visiva.

 

Pittura ad olio , Roberto Feerri 2012

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Il teatro della crudeltà, olio su tela, 2012

 

Ripensando a quegli strumenti di misurazione di altri tempi  e la loro rappresentazione fuori dal contesto del loro uso proprio, essi sono ricombinati con alcuni simboli alchemici che danno l’idea del territorio di confine tra spirituale e corporeo, irrazionale e razionale: pensiamo ad esempio al dipinto dove una testa femminile è iscritta o bloccata all’interno di un astrolabio, è corretta la nostra interpretazione secondo cui l’elemento scientifico ha un valore di contenimento dell’emozione forte della trasformazione in corso?

Si, è come se fosse uno strumento di misurazione di quello che io chiamo dolore. Mi trovo molto nell’espressione di Delacroix che diceva che l’artista è il custode di un dolore antico, che cerca di essere universale. Nel mondo di oggi riconosciamo la sofferenza dell’anima in maniera più chiara, che appartiene all’uomo senza confini geografici.

 

Pittura su tela , la Nascita dell'Eclissi, Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. La nascita dell’eclissi di Roberto Ferri

 

Onirico o emotivo e fisico sono dunque fortemente presenti nello stesso istante, con i loro tormenti. Eppure è come se le figure fossero minacciate da presenze invisibili perché il supplizio non viene mai palesato integralmente, indicendo il pensiero che ci sia un’azione in corso  ancora più truce. Da questo punto di vista l’arte religiosa più macabra ti può avere influenzato?

Dalla pittura religiosa ho ricevuto molteplici influenze: una delle principali dal Grünewald, questo Cristo è martoriato come se fosse un cadavere in putrescenza, la sua osservazione inevitabilmente si ripropone nelle mie opere, puntualmente si percepisce quella minaccia velata. Nella formazione culturale dell’artista la religione può essere utile, vedi più cose e più capolavori per questioni di fede. Credo che tutti dovrebbero curare l’aspetto spirituale inteso come ricerca profonda di se stessi perché siamo un pozzo profondo, bisogna sapersi calare all’interno di esso per comprendere noi stessi il mondo.

La spiritualità non coincide con la fede..

Leonardo da Vinci era ateo ma le sue opere infondevano quell’idea di spiritualità di religiosità che arrivava a tutti. Non diremmo mai che fosse non credente.

 

Pittura antica e contemporanea, Pietas

Pittura antica in lingua contemporanea, Pietas di Roberto Ferri, 2015

 

La lavorazione di un dipinto è assai meticolosa e dura mesi, sia per lo studio sulle velature notabile soprattutto sull’incarnato, che per la struttura compositiva. Però gli artisti antichi avevano una bottega. Per un artista che nello scenario contemporaneo, soprattutto italiano, si sente solo e spera in una maggiore attenzione alla tecnica realizzativa, pensi che in futuro potresti anche tu lavorare con una tua “bottega”, con discepoli che facilitino l’esecuzione e  nello stesso tempo imparino dal maestro? (Anche la sua risposta a proposito lo colloca in un’età di talenti outsider, la nostra).

Scherzo su questa cosa perchè il lavoro è molto lento e a volte ne avrei bisogno ma la verità è che sono molto geloso del mio lavoro dei miei quadri, e sono molto pignolo, anche una sola linea spostata di un centimetro mi infastidirebbe. Non riconoscere pienamente la mia mano sul quadro è una cosa che non sopporterei: sin dalla creazione della mestica della tela con la colla di coniglio e il gesso, ogni preparazione da una sensazione diversa su ogni quadro. C’è dall’inizio alla fine una continua sperimentazione..quindi condividere tutto questo con persone che non hanno una piena fusione con l’opera. Mi spiazzerebbe.

 

Pittura antica da insegnare. Art in Sutrium

Pittura antica in lingua contemporanea. Art in Sutrium con Ferri e Dante

 

Discepoli e fans però ce ne sono da tutto il mondo, nella città di Sutri Roberto Ferri e Giorgio Dante tengono un  workshop di pittura per persone di ogni età e provenienza, che partecipano ad “ Art in Sutrium” per vivere l’esperienza di stare a contatto con i due artisti e condividere le emozioni che partecipano della genesi dell’opera, alla fine infatti viene svelato l’ultimo lavoro del pittore, in un contesto conviviale, non solenne, che commuove perché queste persone sono più consapevoli della sofferenza intima all’origine del lavoro, rispetto all’osservatore del museo o della galleria. Ci sono anche seguaci extra-disciplinari come tatuatori che riproducono persino lo stile del pittore, cosa che reputato come una figura sacra. Non è affatto dispiaciuto da questa moda visto che “molti tatuano perchè non trovano riscontro a degli stimoli in accademia, là la pittura non si studia più”.

 

tra pittura e disegno

Pittura antica in lingua contemporanea. Work in progress di un dipinto di Roberto Ferri

 

Anche Ferri non ha trovato un maestro in accademia, sebbene abbia scelto di studiare scenografia retaggio che in certi lavori si vede nella composizione, per conseguire una pratica, un mestiere. ha trovato però i suggerimenti del professore di storia dell’arte che lo ha invitato a seguire l’esempio degli antichi maestri, a disegnare su taccuini l e sue impressioni di opere d’arte in chiese e musei.

 

Pittura di Roberto Ferri, Lucifero, olio su tela

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Lucifero, olio su tela, 2013

 

Siamo curiosi di capire come cosa Roberto Ferri si auguri in futuro dal punto di vista del collezionismo, come pensa debba cambiare nel sistema dell’arte perché si raccomandi più la perizia di un Ferri che la personalità pittorica senza grande capacità ma osannata dai critici e dal mercato..ad esempio di un Chia?

E’ una bella lotta.. bisognerebbe far capire che un’opera d’arte non è soltanto una trovata originale, perchè questo spersonalizza l’artista. Oggi che viviamo di continuo bisogno di novità, ogni opera deve essere originale per forza, e questo la fa diventare diversa da quello che è stato creato recentemente. Ma se ci limitiamo al concetto una volta l’anno chiunque può avere un’idea brillante per creare un’opera d’arte.

Invece un passo fondamentale sarebbe educare il pubblico pian piano, abituarlo alla qualità dell’opera che consideri sia la ricerca e la selezione dei materiali il meno possibile deperibili nel tempo, sia il suo contenuto che deve essere sentito, quindi un’emanazione di bellezza che parta dal soggetto stesso. Il sistema dell’arte con i suoi collezionisti si dovrebbe adeguare al gusto del pubblico.

 

Pittura antica nel 2016, particolare di un dipinto di Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. particolare di un dipinto di Roberto Ferri, presentato nel 2016 alla mostra Divina Decadenza

 

Se ti chiedessero di dirigere un museo di arte contemporanea cosa non dovrebbero perdersi per nulla i visitatori?

L’artista ammette che potrebbe avere una visione unica, quel versante figurativo che porto avanti nel mio lavoro…ma la finalità della nostra domanda è proprio questa…quindi il museo ideale di Roberto ferri comprenderebbe i colleghi stimati come Agostino Arrivabene in italia, Dino Valls dalla Spagna, Odd Nerdrum dalla Norvegia. Però ci sono opere astratte che mi hanno anche influenzato e non lo posso negare, Pollock e Rothko li inserirei.

 

Pittura anatomia e psicanalisi. Roberto Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Come foglie morte,olio su tela, 2012

 

Rispetto al mercato delle tue opere ci sono delle aree geografiche con le quali lavori maggiormente?

C’è una maggiore richiesta in America e in Russia anche se poi facendo una statistica un po in tutto il mondo e anche in Italia.Per la grande risposta americana, mi esibirò in una grande mostra l’anno prossimo a Buenos Aires dove sono accolto con enorme entusiasmo.

Problemi di censura in alcune aree?

Si ma diciamo più a livello dei social network, creato problemi di comunicazione con i collezionisti ma ha creato movimento mediatico ha fatto comodo purchè se ne parli.

 

Pittura di Roberto Ferri in mostra a Bruxelles

Pittura antica in lingua contemporanea. Locandina della mostra Divine Decandence di Roberto Ferri a Bruxelles

 

Michelangelo voleva superare i greci, Leonardo voleva una città ideale funzionante e tu cosa desideri?

Superare me stesso.

Nel senso della percezione della tecnica in pittura?

Nel senso di riuscire a vedere un mio quadro come se fosse la prima volta, perchè non provo mai stupore di fronte ad una mia opera. Vorrei vederla come con occhi nuovi, da fuori, pur riconoscendola come mia opera.

 

Pittura onirica di Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Liberaci dal male, olio su tela, 2013

 

Vittorio Sgarbi ti ha interpellato per rendere l’architettura della memorabile cattedrale di Noto, qui hai generato questo stupore almeno negli osservatori, in chiave contemporanea in un luogo dove di solito protagonista è la pittura antica. Essendo una commissione ci sono delle limitazioni all’aspetto morboso di molti dipinti, non sono presenti quei supplizi sofisticati e simbolici, però ci sono quelli canonicamente accettati perché afferenti alla rappresentazione del tema della passione di cristo.

Visto che questo lavoro ha trasformato una chiesa nel luogo fedele ad una delle sue vocazioni tradizionali, in quanto sede di coinvolgimento di grandi artisti viventi per trattare la spiritualità decorando al contempo la struttura architettonica, pensi mai che in Italia si possa proseguire in tal senso? Potrà mai secondo te esistere ancora un progetto grandioso e site specific come la Cappella Sistina?

Sicuramente si avvicina molto di più al contesto religioso un’impresa come la mia delle chiese costruite negli ultimi decenni, con architettura e opere astratte, che sembrano assurde rispetto alla funzione. Comunque secondo me Sgarbi ha fatto una grande cosa a Noto perché ha creato proprio una sorta di cantiere rinascimentale, per me quello è stato il primo passo, il primo mattone per avere una visione allargata di un cantiere contemporaneo sul modello di quello rinascimentale

Lì ho avuto una bella sensazione, anche della fiducia verso la bellezza legata alla tecnica.

 

Pittura contemporanea e antica. Sgarbi con Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. Vittorio Sgarbi scherza con Roberto ferri davanti al dipinto Nella morte avvinti, ph. Francesca Sacchi Tommasi

 

Vedere da vicino le tue opere ti a pensare che sia un peccato non sviluppare una tecnica pittorica figlia di una tradizione che può essere piegata simbolicamente a valori nuovi. Lo fanno in pochissimi..forse perché la pittura non è per tutti.

Nel novecento c’è stato un taglio netto. Le avanguardie storiche hanno voluto rompere in maniera netta e crudele il rapporto con il passato, ma questo perché nell’Ottocento la pittura si era appiattita, si era arrivati a raccontare cose troppo sdolcinate, soggetti ripetuti, quindi in quel periodo storico è stato giusto troncare.

Però non è stato giusto perdere tutta la tradizione pittorica, si doveva fare un’operazione analoga alla musica con il conservatorio. Le accademie dovevano mantenere l’insegnamento come purtroppo non hanno fatto, ma proprio per questo il patrimonio disciplinare è oggi ancora più prezioso, perché si recupera qualcosa di dimenticato. Come se fosse tornato in vita Lazzaro, in un contesto fieristico o in Biennale dove siamo abituati a vedere installazioni video opere astratte, quello che più scandalizza e suscita un moto interno è la visione di un quadro ben fatto, spiazza sempre lo spettatore oggi.

 

Pittura alla fiera Grandart a Milano. Ferri e Porzionato

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri e Silvio Porzionato nello stand di Liquid Art System, ph. Sofia Obracaj

 

Sentirsi così diversi dal panorama artistico può condurre ad una sorta di frustrazione ma Ferri ammette di accorgersi di un lento processo in corso.

Il panorama sta cambiando soprattutto a livello internazionale mi accorgo che ci sono tante solitudini che stanno convogliando verso un unico centro, c’è un continuo confrontarsi, si inizia ad avvertire questa adunanza.

 

Pittura e cinema. Marco Bellocchio inserisce nel film Sangue del mio Sangue un dipinto di Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. Marco Bellocchio sul set di Sangue del mio Sangue con l’opera Sigillum di Roberto Ferri

 

Abbiamo parlato di quei “pochi”. Nella rinascita del figurativo non sei completamente solo.

Si ci sono colleghi con cui ci teniamo in contatto: Agostino Arrivabene, Giorgio Dante, Giovanni Gasparro, Dino Valls..ci sono diverse realtà con cui potersi confrontare e che è bene che esistano in questo preciso periodo storico.

 

Pittura consigliata da Roberto Ferri, Odd Nerdrum

Pittura antica in lingua contemporanea. Odd Nerdrum, Eggsnatchers

 

Cosa ne pensi degli artisti che progettano le loro opere ma le fanno realizzare da altri, come delle maestranze di una cattedrale..insomma esternalizzano le diverse componenti della genesi dell’opera?

Io condanno questo comportamento perchè per me l’artista si deve sporcare le mani. Mi sembrerebbe assurdo fare un disegno e affidare la realizzazione del dipinto a delle maestranze. Non ha lo stesso valore perché la personalità dell’artista si rivela nel gesto, grandi pittori sono riconoscibili nella pennellata.

certo è una pratica più usata nella scultura…

Ma io conosco artisti che si spaccano le mani nella scultura, così come riuscivano a farlo in passato con mezzi più poveri. dovrebbero essere avvantaggiati oggi che abbiamo attrezzature più sofisticate rispetto al passato.

 

Pittura di Roberto ferri. Naiade

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Naiade, olio su tela, 2012

 

E tu non ti avvantaggi mai del digitale nella genesi del tuo lavoro?

Non condanno i mezzi moderni, uno deve utilizzarli per facilitare nel lavoro. Il digitale è la foto, che si affaccia nel momento della posa con modello o modella, quando non sempre posso sfruttare lunghi tempi di posa. Il bozzetto preliminare lo faccio comunque sempre a mano.

Michela Ongaretti

 

Pittura di Roberto ferri, I cavalieri dell'Apocalisse

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, I cavalieri dell’Apocalisse

Pittura, religione e psicanalisi

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Limbo, olio su tela, 2013

Pittura dell'anatomia in metamorfosi. Roberto Ferri

Pittura antica in lingua contemporanea. Roberto Ferri, Persefone, olio su tela, 2012

 

Black Light Art, l'esempio di Nino Alfieri

Black Light Art. A Como la luce colora il buio, con sette anime

Black Light Art: la luce che colora il buio. Ha inaugurato sabato 5 novembre a Como la seconda mostra del progetto itinerante. Come a maggio nella cornice tutta milanese del palazzo della Regione Lombardia, è a cura di Gisella Gellini e Fabio Agrifoglio, in collaborazione con la Fondazione Agrifoglio, stavolta presso la Pinacoteca Civica di Como. Sarà possibile visitarla fino al 7 gennaio 2018.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Mario Agrifoglio

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Mario Agrifoglio, ph. Gaetano Corica

 

In questa occasione sono sette i nomi dell’arte contemporanea coinvolti, tutti artisti per cui la luce ha un ruolo fondante, strumento espressivo interpretato secondo una personale e assai differente poetica. Parliamo di Mario Agrifoglio, LeoNilde Carabba, Nino Alfieri, Claudio “Sek” De Luca, Nicola Evangelisti, Maria Cristiana Fioretti e Olga SerezhinaIl.

Perché la luce sia splendente, ci deve essere l’oscurità

Francis Bacon

 

Come noi abbiamo vissuto, il visitatore si troverà coinvolto in un’esperienza sensoriale, davvero immersiva. La fruizione della realtà pittorica avviene sotto molteplici aspetti in continua evoluzione nell’arco di alcuni minuti: di fronte ad un dipinto costituito da fluorescenti o fosforescenti, o entrambi, la loro reazione e manifestazione cambierà mediante il ciclo dinamico di luce bianca, black light (o lampada di Wood), e buio totale. Questa trasformazione è particolarmente stupefacente perché concentra l’attenzione sul complesso e sui particolari dell’opera, coinvolgendo chi osserva in un’attenzione nuova di verso la spazialità, in grado persino di amplificare la percezione dell’ambiente circostante.

Il percorso sarà accompagnato da una colonna sonora ispirata al tema della mostra, musiche estratte dall’album Undae Temporis del maestro Irlando Danieli.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Nicola Evangelisti

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Nicola Evangelisti, ph. Gaetano Corica

 

Il progetto espositivo al primo piano della Pinacoteca di Como nasce dall’idea condivisa della Fondazione Mario Agrifoglio e Caleidoscopio-multiplicity di Maria Proja de Santis, con il sostegno e la collaborazione dell’Assessorato alla Cultura e dei Musei civici del Comune di Como. L’allestimento e i progetti video e fotografico sono affidati alle exhibition designer Gaetano Corica.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Olga Serezhina

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte al dipinto di Olga Serezhina, ph. Gaetano Corica

 

La luce non è certo una novità per Gisella Gellini, architetto e docente del corso di Light Art e Design della Luce presso la Scuola del Design del Politecnico di Milano.  Da diversi anni la sua attenzione verso la luce si divide tra il suo utilizzo funzionale, nella progettazione architettonica e di design, e la funzione espressiva quale medium fondante nella ricerca artistica contemporanea. Ha curato alcune mostre sulla Light Art, noi l’abbiamo conosciuta nel 2015 nella chiesa di San Carpoforo a Milano, spesso associando alla bellezza il fine benefico, nella raccolta fondi per enti e associazioni umanitarie.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Nino Alfieri

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visita della mostra nel momento dell’esposizione alla black light. Opera di Nino Alfieri, ph. Gaetano Corica

 

L’incontro con Fabio Agrifoglio, figlio dell’artista e pioniere della Black Light Art Mario Agrifoglio, ha indirizzato le sue scelte più precisamente su opere pittoriche, quelle dove il materiale principale e “lucifero” è proprio il colore, con la volontà di Fabio di proseguire l’esperienza di Mario Agrifoglio e poterla condividere col pubblico, coadiuvata nella ricerca e nell’organizzazione dalla Fondazione. Nasce così questo progetto itinerante non dimenticando la possibilità di rendere queste mostre portavoce di problematiche sociali. La prima mostra della Black Light Art ha ad esempio sostenuto il progetto partner Lightquake 2017, con esposizione a Spoleto nella Rocca Albornoz e crowdfunding per la ricostruzione in Centro italia, nato dopo le violente scosse di terremoto nel dicembre del 2016.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Leonilde Carabba

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Leonilde Carabba

 

Un aspetto che rende queste mostre interessante è secondo noi l’estrema diversità tra gli artisti coinvolti, essi non rappresentano una scuola definita attraverso delle regole definibili della Black Light Art. Per Fabio Agrifoglio vogliono essere collettore di idee e riscoperta storica nella continuità di una metodologia a lungo inseguita dal padre soprattutto negli anni settanta, con una sperimentazione continua che può riservare sorprese: non si conoscono tutti gli effetti di nuove mescolanze di colore sotto l’effetto della luce nera, ma se molti artisti vi si cimentano in questa vocazione empirica “si porta avanti il messaggio recuperando anche il suo aspetto estetico”. Ciò che mette in evidenza il curatore è l’aspetto percettivo in costante studio: “l’artista, quando sperimenta con la luce nera e i colori fluorescenti o luminescenti o fosforescenti, lavora al limite e al confine della sensibilità umana”.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Claudio Sek De Luca

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Claudio Sek De Luca, ph. Gaetano Corica

 

Come funziona “l’accensione” di queste opere? Non c’è alcun trucco dietro alle tele, nessuna retroilluminazione, semmai una base solidamente scientifica dietro all’uso di colori o vernici che non solo vediamo in base alla riflessione luminosa, come normalmente per un materiale tradizionale avviene: qui i pigmenti reagiscono all’assorbimento della luce emettendo una radiazione, in differenti condizioni visive anche quando colpiti dalla Black Light o dal buio vero e proprio. I fosforescenti si manifestano con la loro carica energetica, trasformando l’opera in ciò che di essa vuole mostrare per prima, sotto alla Wood avviene quindi l’apparizione di ciò che davvero conta all’interno di quell’opera, per stimolare la fantasia attraverso le forme visibili, che essendo le uniche da poter scorgere quando il buio è totale, assumono una valenza simbolica forte;  in parole povere stimolano la nostra memoria e la nostra fantasia.

 

Black Light Art. In visita alla mostra

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Olga Serezhina e Claudio Sek De Luca, ph. Gaetano Corica

 

Sempre in una visione dove la metamorfosi è ben evidenziata dall’allestimento, dove la fruizione avviene su un “triplo” binario di consapevolezza progressiva del limite e del suo superamento, dalla luce bianca alla gamma degli ultravioletti con una sospensione dell’incredulità solo parziale, per poi varcare letteralmente la soglia di un mondo onirico e sensibile al contempo, fatto letteralmente dei segni e dei colori che hanno deciso gli artisti. In quella trasformazione viviamo un’esperienza di spazio e di tempo lontana dai paradigmi consueti e controllati dove tutto è comprensibile in una dimensione, in un momento, per quanto lungo possa essere, alla ricerca di particolari, qui siamo all’interno di uno spazio sempre più sintetico, mai statico, che nel suo coinvolgimento non potrebbe che essere figlia dei tempi, ma che utilizza un lessico antichissimo.

 

Black Light Art. Leonilde Carabba parla della sua opera

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. L’artista Leonilde Carabba parla con una visitatrice di fronte ad una sua opera, ph. Andrea Butti

 

Alcuni  protagonisti

E’ questo ritrovarsi nel futuro e nel passato a caratterizzare l’opera di Nino Alfieri, uno dei tre artisti da noi preferiti per ricerca ed effetto.  Le forme che descrive sono ancestrali e si possono ricollegare ad elementi naturali che come dice lo stesso artista “hanno a che vedere con degli archetipi quindi da fossili a delle armi a degli organi come visti al microscopio, ma se osservate in lontananza e con una certa luminosità “diventano un cosmo secondo un concetto rinascimentale dove l’uomo si vede come media proporzionale tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande”. Nella realizzazione spesso però c’è l’utilizzo di tecnologie nuove come l’elettronica, il processore Arduino e la scelta di un tipo specifico di frequenza delle luci che incidono sui materiali fotosensibili, colori che nella variazione vanno a “toccare tutto il ventaglio delle nostre percezioni, negli aspetti diurni e notturni, reali e onirici”.

 

Black Light. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce bianca

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri sotto la luce naturale

Black Light Art. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce di Wood

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri. Seconda fase sotto la lampada di Wood

Black Light Art. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce di Wood, dopo un istante

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri. Sotto la lampada di Wood, verso il buio

 

Quel cosmo fatto di equilibri formali appartiene alla ricerca stessa del capostipite di un procedimento, se non di una scuola, come Mario Agrifoglio. Secondo le parole del figlio il pittore cercava equilibrio organico componendo  forme e colori, la genesi dell’opera cresce nella contrapposizione di “due forze che lui chiamava forza fredda e forza calda, una espansiva e una contrattiva”. L’introduzione della Black Light aggiunge un livello ulteriore a questa indagine, per “avere un controllo completo nelle miscelazioni”, basandosi sullo studio scientifico della teoria del colore. La ricerca sul colore e sulla luce appartiene all’epoca moderna ma la sua mente era rivolta oltre, perchè l’idea era di mostrare mediante l’applicazione all’arte principi poco noti o sconosciuti.

 

Black light. Opera del maestro Mario Agrifoglio, alla luce diurna

Black Light Art. la luce che colora il Buio. Mario Agrifoglio, Senza Titolo_diurna

Black light. Opera del maestro Mario Agrifoglio, alla lampada di Wood

Black Light Art. la luce che colora il Buio. Mario Agrifoglio, Senza Titolo_lampada di Wood

 

 Se parliamo di definizioni c’è chi non si riconosce in quella secondo cui la Light ( e Black Light) art ,è una forma d’arte il cui mezzo coincide col fine. E’ il caso di Nicola Evangelisti che trova sterile utilizzare la luce per parlare dello stesso mezzo espressivo, la luce. Certamente il rapporto stretto con la materia esiste e da sempre l’artista è stato affascinato dal suo paradosso, il suo essere presenza intangibile e fisica nello stesso tempo, al punto che la sua indagine resta innanzitutto spaziale, “all’interno della scultura anche quando non c’è più una materia fisica da toccare”.

 

Black Light Art. Nicola Evangelista in mostra alla Pinacoteca di Como

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Il lavoro di Nicola Evangelisti alla luce di Wood, ph. Gaetano Corica

 

Le forme di Evangelisti composte da molte linee seguono la teoria del caos ordinato, il concetto di frattale “all’analisi di tutti quei fenomeni irregolari presenti in natura”, ma inseguono un contenuto che va oltre la geometria. Accanto al taglio sociologico scientifico del procedimento il suo lavoro si accosta all’analisi sociale, più ponendo degli interrogativi che delle risposte univoche. Ad esempio per Black Light Art la vernice luminescente su carta nera rappresenta una sua interpretazione notturna e dall’alto della Striscia di Gaza, in uno spazio che rompe con la luce la bidimensionalità il conflitto di una materia solida e onirica corrisponde al tormento secolare di un territorio.

 

Black Light Art. Particolare di Canto per Esther di Leonilde Carabba

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Canto per Esther di Leonilde Carabba al buio totale

 

Possiamo prendere il concetto di Black Light in senso ampio o etimologico, ma tutti gli artisti presenti utilizzano la luce come un mezzo espressivo nel senso di elemento che permetta dar corpo e amplificare la propria personale visione del mondo, e della funzione dell’arte in esso.

Per Leonilde Carabba, last but not least, essere artista è esattamente “continua reinvenzione del proprio essere nel mondo”. Il suo ruolo può essere quello di mostrare una via e una vita spirituale attraverso gli strumenti di un mestiere dalla costante e instancabile pratica quotidiana, (come le fu raccomandato da Guttuso), verso uno stile proprio, e in questa dimensione non esiste più età anagrafica. Esistono però le radici emotive e culturali, tutto ciò che è esistito nella formazione di un pensiero che per la pittrice affonda nell’ermetismo della tradizione della cabala, dell’astrologia, dello sciamanismo studiato in prima persona. In tutti i suoi lavori di grande variazione cromatica, il fosforescente e il fluorescente lottano insieme alla forma per fare apparire un concetto  basato sulle sue conoscenze letterarie ed esoteriche, ma che è anche fenomenologia di qualcosa di terreno e reale, come il dipinto in mostra con Canto per Esther, sul tema della maternità biblica, universale e attuale.

 

Black Light. Opera di Leonilde Carabba al buio

Black Light Art, la luce che colora il buio. la Grammatica dell’Acqua di Leonilde Carabba. Buio

Black Light. Opera di Leonilde Carabba alla luce di Wood

Black Light Art, la luce che colora il buio. la Grammatica dell’Acqua di Leonilde Carabba. Buio

 

Black Light Art un progetto in divenire con un festival della Luce

Non solo Black Light. Nel mese di novembre Como sarà movimentata da alcuni eventi collaterali, dove la luce sarà affrontata nell’ambito installativo e del design, e persino esplorata dalla musica.

Black Light Art fa parte di 8208 – Lighting Design Festival, con alcune installazioni luminose diffuse in città, in dialogo con gli edifici storici. Inaugurato lo stesso giorno del vernissage con una presentazione contestuale in Pinacoteca, ci ha coinvolto in serata con una visita guidata dagli organizzatori. Il festival terminerà il 24 novembre.

 

Black Light Art. Una suggestiva installazione a Como per 8208 - Lighting Design Festival

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Un’installazione di 8208 – Lighting Design Festival, ph. Andrea Butti

 

Alla musica sarà dato spazio l’11 novembre al Conservatorio di Como, dove si terrà il concerto “Luci, Ombre, Colori in musica” con Caleidoscopio-multiplicity di Maria Proja de Santis

Inoltre il 18 novembre presso l’accademia di belle Arti Aldo galli. IED Como si terrà il convegno “Physical to digital”, con un intervento di Gisella Gellini Dal titolo “Light art – mezzo espressivo progettuale’.

Ricordiamo che Black Light Art, la luce che colora il buio, continuerà il suo percorso itinerante. Raddoppierà a Spoleto, presso la rocca Albornoziana con inaugurazione il 6 dicembre, per proseguire verso altre mete in via di definizione.

 

Michela Ongaretti

Geometria incongrua di Monica Mazzone. Galleria Giuseppe pero a Milano

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero

Geometria in mostra con 906090, titolo emblematico di ciò che potrete osservare fino al 10 novembre presso la Galleria Giuseppe Pero.

Più una “tripersonale” che una collettiva, con le artiste Monica Mazzone, Victoria Stoian e Viviana Valla. Quel che è certo l’esposizione è concepita con una linea curatoriale precisa da Nicoletta Castellaneta e Giuseppe Pero pensando all’universo femminile rappresentato dai numeri 906090, le misure ideali di un corpo perfetto, secondo le convenzioni.

 

Geometria di 906090. Tra pittura e scultura con Monica Mazzone in mostra alla galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Monica Mazzone, courtesy Galleria Pero

 

L’approccio a questo “emblema” della femminilità è logicamente smentito dal modus operandi delle tre protagoniste che della misura, con i centimetri, si confrontano non su loro stesse ma sulla tela. Il celeberrimo 906090 non è più valido come canone uniformante, anche se nell’immaginario rimane un’idea evocativa di fascino, ma lo studio delle proporzioni rientra nella ricerca alla base delle opere esposte, insieme all’indagine sul calcolo matematico e il rigore nella composizione, ironicamente qualità che tradizionalmente vengono associate alla mente maschile. Razionale opposto ad emotivo, istintuale secondo uno stereotipo ancora vivo nell’arte contemporanea, qui viene dimostrata l’infondatezza dell’assunto.

 

Geometria di 906090. Viviana Valla in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Viviana Valla, courtesy Galleria Pero

 

Tripersonale perché ciascuna delle tre artiste ha un’area dedicata ad un’opera che ben rappresenti i criteri del personale processo creativo, quasi una stanza tutta per sé di woolfiana memoria ( che per chi non ricordasse fu una specie di manifesto femminista sull’importanza di uno “spazio” di lavoro indipendente). Gli ambienti della galleria stessa, nell’allestimento del percorso espositivo, sembra che abbiano preso in considerazione questa geometria: entrando sulla sinistra troviamo un lavoro di Viviana Valla con il movimento dato dalla differente texture di materiali su forme geometriche, sulla parete in fondo di destra scopriamo Victoria Stoian solo apparentemente disordinato dai molti elementi che compongono il dipinto, mentre esplorando la terza rientranza tra le pareti, quasi una vera e propria stanza, c’è un’opera site specific di Monica Mazzone. Nella grande sala terminale invece abbiamo l’opportunità di vedere tutte insieme le tre ricerche, di poterle confrontare nel loro dialogo visivo, di uscire con un’impressione corale di una poetica della proporzione di 906090.

 

Geometria di 906090. Codri Earthquake 9'' di Victoria Stoian in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero, Victoria Stoian, Codri Earthquake 9”, 2016

 

Sarà una nostra convinzione, non che all’artista sia data da Giuseppe Pero maggiore importanza rispetto alle altre, ma ci pare che l’opera nella stanza di Monica Mazzone sia emblematico del concetto di mostra, come anche la sua ricerca in generale vi si avvicini. Vediamo quella che si presenta come la proiezione ortogonale della pianta di quest’area della galleria, proiezioni che sono tipiche del percorso di Mazzone, dove però il colore contraddice un rigore assoluto, nell’illusione del volume introduce un elemento destabilizzante, all’interno di quella convenzione visiva che vorrebbe esemplificare un perimetro nella sua fredda geometria.

 

Geometria di 906090. Monica Mazzone in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Opera di Monica Mazzone

 

Tutti i suoi lavori, lo si nota anche nell’ultima sala, sono dedicati ad una geometria cristallina nella quale si può individuare un pezzo mancante, un elemento eversivo per l’intera composizione, che mette in discussione senza scoperchiare questa perfezione matematica: è come l’artista stessa dichiara “la carica emotiva” della geometria, che è sempre comunque un prodotto dell’essere umano, del suo tentativo di costruire un’idea. Ma si riferisce nello specifico anche ai paradossi che sono parte della regola matematica, le sue dicotomie per cui “il fatto che un’affermazione possa essere vera e falsa contemporaneamente”. Possiamo dire che i suoi lavori cercano di spiegare l’impossibilità di esprimere la perfezione, come la formula 96090 ha cercato di definire quella del corpo.

 

Geometria di 906090. In mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Vista della sala principale

 

Durante la nostra visita abbiamo modo di parlare con Giuseppe Pero che ci ha invitato ad avvicinarci e poi distoglierci dalla superficie delle opere d’arte, per scoprire come sempre il materiale in un certo senso sovverta il rigore della composizione attraverso la geometria, come siano due mondi dello stesso universo. Lo sperimentiamo con l’opera di Viviana Valla dove il  “silenzio delle forme” è accompagnato dal dinamismo di colori e materiali come se fossero vivi e tattili, con grane e spessori differenziati, dalle geometrie a momenti morbide e quasi in rilievo, talvolta lucide o trasparenti. Sotto la forma o l’idea vive un organismo pulsante.

 

Geometria in un particolare di un dipinto di Viviana Valla

La geometria è donna. Particolare di un’opera di Viviana Valla

 

Per Victoria Stoian al contrario il dinamismo è del tutto esplicitato: dalle campiture cromatiche, nella composizione piena con elementi che emergono quasi figurativi e che rivelano lo studio dell’arte contemporanea, nella reminiscenza di particolari della pittura di Dubuffet. Insomma una pulsione dionisiaca pare fondere le parti costruite mediante il colore, ma è allontanandoci di almeno qualche metro che scopriamo queste forme bloccate nel loro lambirsi, irregimentate da una struttura chiara di equilibrio compositivo.   

 

Geometria di 906090. Un dipinto di Victoria Stoian in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero, particolare di un dipinto di Victoria Stoian

 

In definitiva possiamo dire che la geometria di 906090 parla con rigore e logica razionale dell’anelito ad una perfezione di soggetti pensanti in carne ed ossa, l’essere umano, dentro la più grande contraddizione che è la vita, spiegabile scientificamente solo in parte.

Michela Ongaretti

 

Galleria Giuseppe Pero

via Luigi Porro Lambertenghi, 3-Milano – Italia

dal lunedì al venerdì 14.00-18.30

Sabato su appuntamento

 

Nero e bianco per la pietra di carta. Daniela Barzaghi in mostra presso Sblu spazioalbello

Pietra e Carta. I testimoni di Daniela Barzaghi

Pietra e Carta. L’opera di Daniela Barzaghi nasce dalla contemplazione delle cose semplici. Come spesso avviene i fenomeni complessi della Storia e della civiltà lasciano traccia nella quotidianità, sulle superfici che non è difficile vedere e toccare. Le sculture in mostra presso SBLU_spazioalbello anelano a questo contatto: riproducono un incontro evocato materialmente da quanto di più famigliare possa esistere per l’uomo moderno, la carta, con quanto di più antico e testimone del tempo quale la pietra.

 

Illusione di pietra, oggetto rivetatore del passaggio umano con Daniela Barzaghi

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Particolare di un lavoro in mostra presso Sblu_spazioalbello

 

In generale gli incontri sono fondamentali per l’uomo, ancor più per la vita di un artista, che trasforma la conoscenza in materia plastica o pittorica, attraverso i segni di un modus operandi che diventa stile quando è supportato dalla ricerca continua e mai sazia. Questa conoscenza può essere diretta o indiretta, fatta dalle persone che scambiano esperienze e riflessioni o attraverso gli interessi dello studio di Letteratura, della Storia, della Scienza, delle problematiche socio-politiche del momento. Uno di questi elementi, o più di uno diventano altro, trascendono il sensibile nella mente e tra le mani di un’artista, per chi crea è materia grezza e palpitante, un ingrediente di base per l’alchimia che porta alla genesi dell’opera d’arte. Ma è o sono solo il punto di partenza, tutto il resto è ricerca, è accogliere una visione nella pratica disciplinare che può esaurirsi in un ciclo di opere o nella produzione artistica di una vita.

 

Zoom sui materiali organici che si fanno di pietra per la mostra I confini siamo noi.

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Inserti organici e di tessuto in una delle ultime opere

 

Secondo questa logica Daniela Barzaghi si è nutrita per tre decenni di carriera del contatto e dell’osservazione della Natura, non quella trovata in viaggi esotici  ma quella che accompagna lo sguardo fuori dalla finestra di casa, di terra erba pietra e foglie. Per un cuore puro e una mente immaginifica una visita in campagna è avvicinarsi all’assoluto incarnato nelle piccole cose vegetali e minerali, preziose perché raccontano la vita che è sempre stata. Sono la memoria della Terra abitata dall’uomo, dal suo passaggio continuo nella Storia.

 

La natura nella pietra artificiale di Daniela barzaghi e nella poesia di Valeria Vaccari

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Accanto alla scultura una poesia di Valeria Vaccari scritta per la mostra

 

Un altro grande testimone dell’uomo, del suo passaggio intellettuale su questa terra è la carta. Un prodotto nato con lo scopo della diffusione della conoscenza, della sua più massiva presenza nel quotidiano e nella condivisione a distanze sempre maggiori nei secoli, realizzata con materiale donato dalla Natura. La carta rappresenta un artificio, un congegno che converte il naturale effetto dei suoi singoli componenti in mano a chi la Natura la vorrebbe dominare. Così l’operazione plastica di Daniela Barzaghi può essere riconducibile ad un riavvicinamento degli elementi affini, un rituale purificatore.

 

Pietra di carta allo Sblu spazioalbello di Milano

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Due sculture della mostra “I confini siamo noi”

 

Si costruisce per togliere, per riportare alla luce il senso del mistero dell’immanenza. Bisogna accumulare molta carta, anche l’essenza dell’accumulatore è un qualità tramandata, qualcuno dice genetica, che l’artista ammette con ironia, e poi bisogna disfarsene macerando per riportarla a materia lavorabile. Quando la cartapesta diventa scultura essa si è avvicinata così tanto alla presenza selvaggia da diventarne un suo elemento caratteristico. Non uno a caso, ma quello che attraversati i millenni ancora resiste per raccontarci la sua versione degli avvenimenti inesorabili, che pur è resistita ad essi, la pietra.

 

Memoria preistorica, illusione di pietra

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Particolare di un lavoro che richiama le incisioni rupestri

 

Attraverso questa scoperta archeologica al contrario siamo riportati all’originario, agli echi della scultura arcaica nel suo granito smussato, alle voci dei primordiali artefici nei segni vicini alle preistoriche incisioni rupestri, alle rocce popolate da vegetali ribelli al terreno.  A volte la texture ricorda l’accumulazione materica di Kiefer, spesso dove la forma compiuta delle opere assume identità plastica incompiuta per distribuirsi su pannelli bidimensionali.  Qui però è la scultura ad accostarsi alla pittura, che pare voler uscire dalla superficie piatta e appare porzionata come marmo di un bassorilievo, ritrovato sotto le macerie del Tempo.

In mostra si trova un’antologia delle opere degli ultimi anni, periodo così fecondo da mostrare già il suo possibile superamento.

 

Nero e bianco per la pietra di carta. Daniela Barzaghi in mostra presso Sblu spazioalbello

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Materia moderna e senza tempo

 

Un ulteriore passaggio dopo la cartapesta è l’utilizzo degli stracci, tela prodotta da fibre come possibile solo dopo la rivoluzione industriale, è inoltre usata con una funzione nota quindi ormai scontata come cosa umana. Il punto di partenza è già nel mondo “artificiale”. La superficie ricoperta assomiglia più ad un muro e le voci che popolano parlano un linguaggio moderno fatto di segni, scritte e colori riferibili al graffito del carcerato o del ragazzino aspirante street artist, insomma si riferisce ad un’estetica più urbana, che si presenta volutamente più comunicativa e corale, più stratificata e diversificata nella moltitudine degli interlocutori. Daniela Barzaghi utilizza un tono meno sommesso, come si avverte con l’uso di colori più timbrici, quando gli antenati diventano i nonni, al punto che esiste solo una cosa da fare, andare avanti o tornare indietro, oppure spostarsi di latitudine.

 

Segni moderni sulla pietra di carta dell'artista Barzaghi

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Particolare di un lavoro recente

 

Ed ecco che appaiano delle stele o dei totem, non residuo archeologico del bosco europeo ma sogno della devozione tribale alla Madre Terra: attraverso questo riferimento al manufatto d’Africa capiamo la lirica religiosità dell’intero percorso, vediamo che la ragione profonda della ricerca si lascia trasportare non tanto dalla materia quanto dal segno, dalla traccia materiale consapevolmente celebrativa . La pietra è viva come testimone del linguaggio, non solo del passaggio umano. L’utilizzo degli stracci riconoscibili da vicino che mimano la decorazione più preziosa delle stele votive, linguaggio più contemporaneo che mai nell’intero percorso di Barzaghi perché rende visibile il concetto di riciclo e intinge di quotidiana partecipazione il rituale panteista.

 

Totem di carta come pietra, Daniela Barzaghi in mostra

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Stele votive evocano l’Africa presso Sblu_spazioalbello

 

L’intero processo dalla Carta alla Pietra, dall’Uomo alla Natura, quella che chiamiamo scoperta archeologica al contrario, torna all’attenzione originaria sul bisogno dell’anima razionale ed emozionale di dichiarare la propria esistenza. Tutto il mondo e tutti i tempi hanno visto l’uomo lasciare un segno indelebile della propria energia. Oggi come ieri viviamo per restituire noi stessi alla terra, rientriamo in Natura con il nostro artificio più potente per non essere dimenticati, il linguaggio.

Dove cercare l’essenza dell’uomo? Nella traccia suo passaggio sul mondo sensibile. Come in un racconto poliziesco di Edgar Allan Poe è sotto i nostri occhi l’indizio per avvicinarci, se non comprendere appieno il mistero.

Michela Ongaretti

Mostra personale di Daniela Barzaghi, I confini siamo noi.

SBLU_spazioalbello Via Antonio Cecchi 8, Milano

fino al 28 ottobre 2017 su appuntamento tel 02 48000291 / 333 9596874

Paesaggio nella nebbia con velature. Intervista di Artscore a Jorge Cavelier

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier in mostra alla galleria Ma-Ec

Paesaggio. L’incontro con quello di Jorge Cavelier è un’esperienza immersiva nella pittura pura, quella che attraverso il colore ti fa varcare una soglia percettiva, in virtù e attraverso la maestria disciplinare di cui spesso sentiamo la mancanza nei nostri contemporanei. Artscore ha incontrato il protagonista della mostra personale Le forme del Tempo, presente alla galleria MA EC fino al 4 novembre.

 

Luce rosa sul paesaggio tropicale di Cavelier

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Luce rosa nella foresta. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Una giungla brulicante e umida, la preziosa tradizione della velatura in una lenta sospensione zen, un forte legame con l’Italia e la sua storia dell’arte per un artista colombiano diplomato all’Accademia di Firenze. Tutto questo è il nucleo delle diversissime componenti culturali che ci avvolgono nell’universo pittorico di Cavelier, e che lo rendono un artista contemporaneo a tutti gli effetti.

 

Una visitatrice osserva un paesaggio dipinto di Jorge Cavelier

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Una visitatrice osserva a lungo in trittico. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Il motto che racchiude la sua poetica è Peace is Inside, esattamente l’impressione che si ha di fronte alle sue opere anche se questa pace si intuisce essere un concetto dinamico. L’armonia respirata nei paesaggi è contemplata nella composizione della nebbia umida che cala dall’alto sulle fronde degli alberi, che terminano eludendo dallo sguardo il terreno, e che suggerisce sensorialmente il microcosmo di piccoli esseri brulicanti della giungla. Possono essere definiti paesaggi ideali se si pensa che sono la risultante di molti luoghi visitati realmente, descritti come luoghi senza tempo, ovvero in un tempo eternamente presente nel suo mutare: per lui è prendere l’anima del bosco per riplasmarla sulla tavola, come un ritratto restituisce l’anima della persona.

 

Paesaggio nella nebbia con velature. Intervista di Artscore a Jorge Cavelier

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Di fronte alla sua giungla. Ph Sofia Obracaj

 

L’osservatore si dovrebbe porre di fronte a questa visione mentale senza prevenzione e senza fretta, il paesaggio va “ascoltato” progressivamente silenziando rumori e pensieri per farci avvicinare alla nostra interiorità, facendo penetrare nell’animo la calma della Natura. Cavelier dichiara : “L’emozione che si sente per prima è molto più importante di quelle che arrivano dopo. E’ vero che ci sono molti elementi nei miei dipinti ma in fondo solo uno è quello che conta, aspiro a materializzare quel pensiero astratto dell’essere di fronte a un paesaggio senza pensieri, quando noi guardiamo senza pensare a nulla, e quando non pensiamo niente ci turba, siamo in pace.”

 

Passeggiando nel paesaggio da MaEc

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Visita alla mostra. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Stiamo entrando nel territorio della filosofia buddista e zen, da Ma Ec dove spesso si respira aria creativa orientale l’artista ci conferma di essere sempre stato molto affascinato dal pensiero per cui “esiste solo l’infinita chiarezza della mente”, in particolare quella ricerca dell’essere “in un punto in cui niente perturba dove non c’è bisogno di non avere paura in nessun senso, e non avere paura indica anche non fare paura agli altri”, dove l’immersione nella natura culla questo pensiero.

 

Paesaggio di Jorge Cavelier. Scultura

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Una scultura con minerale fossile. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

L’artista si collega anche all’idea portante dei labirinti, presenti in tutte le culture del mondo, in Europa sui pavimenti delle cattedrali medievali; considerato “un luogo disegnato dall’uomo per perdere un pò il senso del tempo e dello spazio, il senso di sé stessi. Quando si termina questo percorso e si arriva in centro, lì c’è il vuoto, non c’è alcuna preoccupazione, siamo noi nella nostra essenza, da non temere, il vuoto è la pace completa. Per i monaci che lo percorrevano pregando era un momento sacro della mente”, connessa al Divino.

Anche una sua opera si chiama Labirinto. Realizzata intagliando su una lastra circolare di ottone il profilo degli stessi alberi dei boschi dipinti, suggerisce un percorso visivo nell’osservazione del paesaggio infinito nel suo girare e capovolgersi intorno ad un centro vuoto, infinito con la moltiplicazione dei suoi elementi riflessi sul basamento.

 

Peishuo Yang, direttrice della galleria MaEC di Milano con l'artista Jorge Cavelier

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. La gallerista Peishuo Yang con l’artista. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

L’utilizzo di un suo “repertorio iconografico” applicato ad una forma diversa dal quadro fa ancora meglio comprendere la natura ideale delle foreste di Cavelier: quei luoghi potrebbero essere ovunque in una regione tropicale, non potrebbero essere espressi in un’altro modo dalla mano e della mente del pittore con tutte le componenti culturali descritte e senza il ricordo dei luoghi in cui ha vissuto per davvero o con la mente, ma intende presentarsi come “ il più universale possibile”, esiste come esempio di tutto ciò che rappresenta e simboleggia  il paesaggio per l’uomo.

L’utilità dell’arte, non solo quella visiva, può vivere nella possibilità di essere un canale attraverso cui l’uomo possa raggiungere un livello di spiritualità più alto. La pittura “come la musica e la danza sono tutte espressioni di una necessità che abbiamo, di esprimerci e riconnetterci agli altri e all’assoluto”.

 

Paesaggio di isole in mostra a Milano

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Isole. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Quello che noi vediamo sulle tele di Cavelier è un ritmo universale costante e lento che ipnotizza lo spettatore e che nel momento in cui osserva unifica tutte le esperienze che ha vissuto, rilasciando energia e aprendo un varco verso un’altra dimensione, più intima.

Quando un dipinto ci immaginare in maniera sensoriale la nebbia carica di umidità scendere verso il basso, per incontrarsi con la moltitudine vivida e brulicante che possiamo solo intuire, “in fondo non vediamo altro che la vita che si schiude”, l’incontro tra cielo e terra “come un’apparizione divina nella pioggia che la feconda. Una storia d’amore”. E’ la foresta figlia della natura originaria “una sorta di personaggio del quale ci si può anche innamorare”, un personaggio carismatico.

 

Particolare di un paesaggio scultoreo con minerale da MaEc

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Particolare di una scultura. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

L’importanza dello studio di una tecnica è fondamentale per un pittore anche nel ventunesimo secolo perché secondo Cavelier è qualcosa che permette di esprimere un’immagine interiore più facilmente, senza che esso sia fine a sé stesso, o seguito rigidamente. La pittura è soprattutto “fatta di tecnica, la stessa che ti permette ad un certo punto di lasciarla per trovare la tua strada”; lo stile personale è formato sia dai soggetti o scelte di contenuto, ma anche dalla forma imprescindibile da una perizia disciplinare, quella che identifica, “una tecnica è come un fiume sotterraneo alle tue scelte”. Nel suo caso l’antica pratica della pittura a velature è anche frutto degli anni di studio accademico in Italia e si è nel tempo accordata all’elaborazione di un universo figurativo preciso: in ogni dipinto si costruisce direttamente sulla tela una sinfonia accordata ad ogni passaggio (la velatura sulla tela differisce dalla miscela creata sulla tavolozza), per cui inizia un dialogo graduale tra i singoli elementi, uno strato alla volta si comprendera’ in che modo verranno diversamente investiti dalla luce.

 

Un paesaggio con dominate arancione in mostra da MaEc

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Un dipinto al crepuscolo. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Il paesaggio è sempre stato di primario interesse, fin dalle prime vedute dall’alto della città di Firenze. Da Fiesole dove Cavelier visse per un anno realizzò moltissimi acquerelli, facendo entrare nella propria poetica la differenza infinita di un unico soggetto, a seconda dell’ora del giorno e delle condizioni atmosferiche. Come nell’opera di Giorgio Morandi che per tutta la vita si dedicò a quelle stesse bottiglie, ogni volta in maniera diversa, e le cui incisioni Cavelier vide alla fine degli anni settanta proprio in mostra a Firenze. Morandi è la risposta alla domanda su quale incontro artistico lo avesse influenzato in maniera indelebile. Per “quello che vedevo e vedo tuttora in lui è una specie di silenzio, anche per i suoi paesaggi dall’alto, pensanti. Si capiva che tornava a lavorarli a più riprese”.

 

Il paesaggio negli acquerelli nella mostra Forme del Tempo

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Acquerelli in galleria. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Al termine dell’intervista vorremmo sapere se l’ultima produzione di sculture, dal 2007, nascono dal bisogno di materializzare concetti che la disciplina pittorica non avrebbe saputo esprimere. Scopriamo che per l’artista è cresciuta la necessità di fare avvicinare l’osservatore in maniera più attiva, con la scultura “si approfondisce quindi la ricerca tematica dello spazio, per permettere di andare attorno e dietro all’immagine”. Come accade per le cortine dipinte davanti alle quali parliamo, si può entrare nell’opera e vivere il paesaggio dall’interno, sentire anche nel nostro movimento “un respiro della Natura, perché l’esperienza del bosco è totalmente immersiva, per conoscerlo bisogna attraversarlo”. Inoltre “ la scultura mi permette di lasciare agire a sè la luce; a seconda della sua incidenza si possono vedere su queste lastre curvate dei colori diversi. Al centro però non c’è più il vuoto ma un minerale fossile, che ha attraversato milioni di anni trasformandosi in pietra dal legno originario. E’ qualcosa che oltre la cognizione umana del Tempo, perciò “il paesaggio che lo circonda è un canto del bosco per rendere omaggio a quello che fu ma che ancora è”.

 

Paesaggio su seta da attraversare, in mostra a Milano

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Opera su seta. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Nei dipinti siamo noi subordinati alla Natura quale nostra guida, nella scultura la Natura si fa guidare dal Tempo, orbita intorno ad esso. Nella ricerca di Cavelier il discorso del rapporto con la Natura si approfondisce, ora dialoga con l’Assoluto.

Michela Ongaretti

Video di Sofia Obracaj

 

Jorge Cavelier, Le Forme del Tempo

Galleria MaEc fino al 4 novembre

da martedì a venerdì 10:00 – 13:00, 15:00 – 19:00

sabato 15:00 – 19:00

 

 

Ais fiol alla Fondazione Pomodoro. Ritratto di Rodin di Giovanni Manzoni

Scultura di sperimentazione. Alis/Fiol sono Eud alla Fondazione Pomodoro

Scultura. Come aspettavamo e speravamo sotto il suo segno è stata la nostra prima visita alla nuova sede della Fondazione Arnaldo Pomodoro in via Vigevano, e noi l’abbiamo visitata per la prima volta in occasione della mostra Eud, prima personale a Milano del duo Allis/Fiol, formato da Davide Gennarino e Andrea Respino.

Eud come due letto al contrario, due come gli autori che lavorano come uno solo nella ricerca di un esito contemporaneo alla scultura figurativa, due come le opere al centro della sala risultanti da analisi e confronto del linguaggio di due giganti della storia dell’arte.

 

Scultura come fantascienza nella nebbia artificiale di Eud. Fondazione Arnoldo Pomodoro

Scultura sperimentale alla Fondazione Pomodoro Alis Fiol son Eud. Deformazione della figura, ph. Sofia Obracaj

 

Consigliamo la visita possibile fino al 27 ottobre, proprio per la prova sperimentale degli artisti nell’ambito della scultura. L’abbiamo trovata Interessante per la rilettura disciplinare e tematica, che unita all’allestimento site specific si configura come un’installazione immersiva.

Bastano infatti dieci minuti all’interno della sala riempita di nebbia per trovarsi in un ambiente che dapprima ci disorienta e poi ci fa concentrare sulle figure che possiamo individuare dopo pochi secondi, come se attraverso una diminuzione percettiva e sensoriale la scultura in quanto unico elemento concreto e materiale ci possa avvicinare ad una realtà nuova e artificiale, che va accettata nella sua contraddizione di realtà soggettiva e fisica nello stesso tempo.

 

Sculture e Visitatori nella nebbia artificiale di Eud. Fondazione Arnoldo Pomodoro

Scultura sperimentale alla Fondazione Pomodoro Alis Fiol son Eud. Visitatori durante il vernissage, ph. Sofia Obracaj

 

Attraverso questo semplice e suggestivo “effetto speciale” quasi da film horror l’attenzione è focalizzata sulla tecnica, su quello che viene definito un lavoro di scultura e soprattutto sulla scultura, un’indagine sulla storia dei suoi generi e delle sue tecniche tradizionali, come avviene in tutta la ricerca di Allis/Fiol attivi come duo dal 2007. Il riferimento preciso è in questa sede il busto commemorativo della scultura accademica ottocentesca, pur nella sua deformazione.

 

Ais fiol alla Fondazione Pomodoro. Ritratto di Rodin di Giovanni Manzoni

Scultura sperimentale alla Fondazione Pomodoro. Alis Fiol sono Eud. Un altro ritratto di Rodin, disegno di Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

E’ riconoscibile il modello di Medardo Rosso e Rodin nella resa dei ritratti barbuti delle due sculture, costrette ad essere unite e incastonate in quest’opera come per la legge del contrappasso dei due artisti storicamente “rivali” in un girone dantesco. Il linguaggio disciplinare però esaspera il superamento di una logica oggettiva come quella di Rodin concepito da Rosso, innestando altre figure alla struttura verticale che le sorregge e le ingloba, come in una lapide che confonde l’immagine dei commemorati, tra la molteplicità dei soggetti e la materia volutamente informe e adescrittiva della base. E’ insomma un descrivere e un cancellare, rivelare e celare, tutta la dinamica di visita a questo spazio, nell’avvicinarsi fisicamente all’opera per scoprire particolari e a questo punto non afferrare la logica volumetrica dell’insieme.

 

Scultura e doppio ritratto nella nebbia artificiale di Eud. Fondazione Arnoldo Pomodoro

Scultura sperimentale alla Fondazione Pomodoro Alis Fiol son Eud. Rodin e Medardo Rosso nel 2017, ph. Sofia Obracaj

 

Anche nelle opere precedenti del duo artistico l’evocazione di un immaginario contemporaneo avviene attraverso la rilettura di tecniche e generi della tradizione, o la sua paradossale negazione. Ad esempio nel ciclo “ Fusione a neve persa” del 2008-2010, dove la cera da fonderia fu gettata in uno stampo di neve pressata, trasformando la cera persa, quella che solitamente si elimina nello stampo per creare un pezzo unico, in materiale restante, definitivo rispetto alla neve destinata a sciogliersi. Ancora l’inversione concettuale e pratica del “non finito” michelangiolesco in “non finibile” viene esplorata nel 2014 con l’opera “Fratelli”: due teste grottesche che resteranno per sempre presenti in senso precario e reversibile grazie al suo materiale di modellazione, il grasso industriale.

 

Sculture nel paesaggio nebbioso. Uno scatto ad Eud. Fondazione Arnoldo Pomodoro

Scultura sperimentale alla Fondazione Pomodoro Alis Fiol son Eud.  Uno scatto nella nebbia, ph. Sofia Obracaj

 

L’esposizione di Alis /Fiol è la quinta della serie delle Project Room, la terza nel 2017 con il progetto scientifico di Simone Menegoi. l’intero progetto della Fondazione Pomodoro nasce per mettere a disposizione di artisti under 40 le sue competenze e i suoi spazi al fine di promuovere i progetti sperimentali, ma anche per avvicinare l’arte contemporanea al pubblico dei giovanissimi, attraverso una serie di attività didattiche ideate e curate dal suo Dipartimento Educativo.

Michela Ongaretti

 

ALIS/FILLIOL. eud

PROJECT ROOM #5

Milano, Fondazione Arnaldo Pomodoro, Via Vigevano 9 . 

Fino al 27 ottobre 2017 dal martedì al venerdì, 11:00-13:00, 14:00- 19:00

 

Due figure. Eud. Fondazione Arnoldo Pomodoro

Scultura sperimentale alla Fondazione Pomodoro Alis Fiol sono Eud. Due volti noti

i disegni sott'acqua di Marcello Carrà

Carta per l’Arte con WOPART- Work on Paper Art Fair. La seconda volta a Lugano

Carta Canta a Lugano, in esposizione per quattro giorni, accompagnata da incontri e approfondimenti. E’ terminata ieri la seconda edizione di WOPART – Work on Paper Art Fair, la fiera internazionale, ma con una massiva presenza di gallerie italiane, dedicata unicamente ad opere realizzate su supporto cartaceo.

 

Capolavori optical a Lugano con Wopart

Carta per l’Arte con WOPART, Optical. Ph. Sofia Obracaj

 

Ricomincia la stagione.

Artscore che predilige opere dove sia presente ed evidente la linea del disegno, non può non amare la carta e mancare al Centro Esposizioni di Lugano per la manifestazione diretta da Luigi Belluzzi. Il comitato scientifico presieduto da Giandomenico Di Marzio e Paolo Manazza, ha selezionato 75 gallerie che in generale, già dal comunicato stampa era chiaro, non manifestano qui grande attenzione verso l’arte giovane, ma si concentrano sull’arte antica e sui grandi nomi del Novecento. Qualcosa che proviene dalla creatività viva e vegeta di artisti under 50 ci è  però rimasto impresso, e ci auguriamo di sentir parlare ancora di loro dopo questo breve resoconto.

 

In visita a Wop tra Picasso e Mirò

Carta per l’Arte con WOPART- Tra Picasso e Mirò. ph. Sofia Obracaj

 

Lo sguardo attraversa in senso trasversale le epoche e le tecniche ma si possono individuare delle categorie per delineare un percorso di queste opere su carta: disegno antico (vediamo  Guercino, Salvator Rosa, Giuseppe Maria Crespi con Pandora OM & Salaxa sa per fare alcuni esempi), stampa moderna (dal Vesuvio di Andy Warhol con l’italiana AICA Andrea Ingenito Contemporary Art,  Karel Appel), libro d’artista (di artisti storicizzati come Enrico Baj, Giulio Paolini, Emilio Isgrò in fiera anche con l’installazione di dieci serigrafie “Storie Rosse”) dalle collezioni del Museo Pecci di Prato,  fotografia d’autore (Ai Wei Wei, Mario Cresci, Edward Quinn), e quella italiana d’avanguardia della collezione Prelz, alcuni acquerelli tra ottocento e novecento da Pierre August Renoir, Fernand Leger, Francis Picabia presente anche con carte disegnate (ancora Pandora), Giorgio Morandi, presenti anche le sue più rappresentative acqueforti, stampe orientali.

 

Stampa d'arte. Andy Wahrol a WOP

Carta per l’Arte con WOPART-Stampa d’arte di Andy Warhol, ph. Sofia Obracaj

 

Infine, quello che speravamo di vedere, l’interpretazione della carta di artisti moderni contemporanei, dai disegni preparatori di opere più complesse (Christo con Vitart Modern and Contemporary), alle carte poco note sulle quali liberamente esprimere una vena grafica alternativa alla pittorica, a chi sulla carta ha costruito la propria tecnica e poetica (Omar Galliani con Scripta Maneant di Bologna, Carol Rama); dagli inizi del novecento (Gustav Klimt con Ia galleria Il castello, Pablo Picasso, Joan Mirò sempre con Vitart), alla ricerca dagli anni sessanta di casa nostra (Bruno Munari,, Mario Merz, Francesco Clemente, Rodolfo Aricò e Giuseppe Spagnulo con la milanese Grossetti Arte), ed internazionale (Joseph Kosuth (Lia Rumma di Napoli), Alex Katz ( la svizzera e milanese Galleria Monica De Cardenas), Botero ancora con Il Castello.

WOP. Disegno su carta di Christo

Carta per l’Arte con WOPART- Disegno di Christo in fiera con Vitart Modern e Contemporary Art

Rosso Isgrò a WOPART.

Carta per l’Arte con WOPART. Emilio Isgrò ,“Storie Rosse”, installazione di dieci serigrafie. ph. Sofia Obracaj

 

Le opere d’arte su carta rappresentano una nicchia assai dinamica all’interno del mercato, stanno negli ultimi anni conquistando infatti un interesse sempre maggiore da parte del pubblico, dei critici, ma soprattutto dei collezionisti. Il motivo può stare nella relativa accessibilità, comprare un pezzo su carta di un artista acclamato costa molto meno di un dipinto, quindi ampliando il numero di persone che possono portare a casa un’opera, ma anche nella maggiore varietà dell’offerta rispetto al passato: oltre alla rivalutazione della stampa d’arte che aveva subito una forte crisi anche in relazione al concetto di autenticità, si considera parte di esse la sempre più popolare e richiesta fotografia.

 

Arte su Carta a Lugano. WOP 2017

WOP. Works on Paper Art Fair a Lugano. In visita, ph. Sofia Obracaj

 

L’opinione di Artscore è sarebbe bene terrebbe separata quest’ultima disciplina dal disegno o dalla grafica, perchè le aspettative e le motivazioni all’acquisizione sono diverse e il lavoro sul supporto non è ciò che fa differire molto una foto dall’altra come invece avviene nelle altre discipline artistiche. Ma questa è un’altra storia sulla quale ci soffermeremo in altra sede; qui a WOP tra i lavori su carta c’è anche la foto che non ha destato in noi un interesse tale da inserirla nei nostri highlights.

 

La galleria carte Scoperte con opere giapponesi

Carta per l’Arte con WOPART-Lo stand della galleria milanese Carte Scoperte, ph. Sofia Obracaj

 

Parlando di opere d’arte su carta, escludendo per un momento l’incisione e la fotografia, un’ulteriore ragione di prezzo più basso sta nel fatto che spesso parliamo di opere preparatorie a lavori pittorici, e che quindi non hanno la stessa significativa compiutezza e dimensione, sono parziali rispetto ad un progetto e alla sua adesione ad una poetica e ad uno stile. Quello che vorremmo vedere sempre più invece sono opere nate con la carta e sulla carta, sperimentando le sue potenzialità materiche, deformando o valorizzando la sua natura per entrare a pieno titolo nella ricerca di un artista in maniera schietta, evidente. Non opere preparatorie ma opere finite sulla carta o con la carta. Qualche esempio di abitante del nostro mondo ideale lo abbiamo incontrato anche a Lugano lo scorso fine settimana.

 

Varietà delle opere su carta a Wop. Lugano 2017

Carta per l’Arte con WOPART-Foto, disegni e sculture in carta, ph. Sofia Obracaj

 

Tra le meraviglie dei grandi artisti citiamo la Galleria d’Arte Maggiore Gam di Bologna con acqueforti e acquerelli di Giorgio Morandi, in vendita anche il volume in edizione numerata a cento con le copie di tutte le incisioni fino al 1957 e una originale di quell’anno, inoltre uno splendido disegno di un cavaliere di Marino Marini.

 

Giorgio Morandi presentato dalla galleria a WOP, Lugano 2017

Carta per l’Arte con WOPART-la Galleria d’Arte Maggiore Gam di Bologna presenta le incisioni di Giorgio Morandi, ph. Sofia Obracaj

 

Un olio su carta di Luca Giordano della fine del seicento, per un valore molto basso pensando ad epoca ed artista, era in fiera con Pandora OM & Salaxa sa di New York, mentre abbiamo osservato da vicino gli acquerelli di Carol Rama grazie a De Primi Fine Art ( Lugano).

 

Disegno a pennarello e tempera di Carol Rama, Wop, Lugano

Carta per l’Arte con WOPART. Carol Rama, Senza Titolo, 1980 courtesy De Primi Fine Art

 

Il curatore di Vitart Modern and Contemporary sempre di Lugano ci ha istruiti su come il mercato della carta sia molto più prospero in Francia, e sulle difficoltà a rendere visibili i disegni in musei pubblici, a causa della deteriorabilità del materiale, ma soprattutto ci ha fatto spalancare gli occhi di fronte a Mirò, un preziosissimo Picasso e uno strepitoso disegno del progetto di land art per il Pont Neuf di Parigi, ovviamente di Christo.

 

Galleria Richard Saltoun, particolare di un lavoro dell'astrattista Greta Shodl

Carta per l’Arte con WOPART- particolare di un’opera di Greta Shodl, galleria Richard Saltoun.

 

Richard Saltoun (Londra) oltre al contemporaneo Penone, a litografie e un dipinto di Francis Picabia della serie “Le spagnole”, mostra le tecniche miste su carta delle pittrici astrattiste Bice Lazzari, Pia Pizzo, aderente alla corrente di Arte Concreta, e  della purtroppo poco nota Greta Shödl; Lia Rumma (Napoli) presenta il disegni preparatori per gli stencil di un progetto romano di Kentridge. Indimenticabile Mimmo Paladino esposto da Mimmo Scognamiglio (Milano).

 

Foto di Mario Cresci presso la fiera di arte su carta WOP a Lugano, 2017

Carta per l’Arte con WOPART, Fotografie di Mario Cresci nello stand della galleria Brunelli, ph. Sofia Obracaj

 

Lasciamo per ultime, non certo in ordine di importanza le gallerie Monica de Cardenas e Maria Livia Brunelli di Ferrara. A loro va il merito di averci presentato artisti affermati accanto ai nomi di giovani di sicuro interesse e potenziale di crescita.

Nello stand di Brunelli accanto alle foto di Mario Cresci e alla giovane fotografa Silvia Camporesi abbiamo subito notato i disegni a bic su carta e…sott’acqua di Marcello Carrà, un memento mori nella tematica, alla base dell’opera nature morte che ricordano il cesto di frutta di Caravaggio o animali, e nella materia lambita da acqua scura come inchiostro, all’interno di una teca rovesciabile che cela con il liquido una metà del disegno sempre diversa a seconda dell’inclinazione. Con ironia, la carta diventa forma e sostanza di una vera e propria installazione, unendo concettuale a figurativo.

 

i disegni sott'acqua di Marcello Carrà

Carta per l’Arte con WOPART. Marcello Carrà, Serie della Vita , Courtesy Maria Livia Brunelli

 

Per Monica De Cardenas è presente il direttore Filippo Percassi che ha spiegato ai giornalisti presenti il pericoloso andamento del collezionismo verso gli aspetti valutativi dell’opera degli ultimi anni, fenomeno che si spera possa rallentare grazie alle proposte delle gallerie stesse, all’intenzione di riportare attenzione verso la qualità. Dalla carta pare aspettarsi un nuovo slancio di interesse, con la scelta coraggiosa di dare spazio non soltanto allo storicizzato, e ben quotato, Alex Katz con  due disegni, ma anche ad artisti giovani come Claudia Losi e Gianluca Di Pasquale. Losi interessante per la sua necessità di manipolare la carta e comporre l’immagine attraverso diversi livelli, ancora una volta per noi apprezzabile per la possibilità dell’idea di entrare nella sfera del materiale, fagocitando e trasformando il suo supporto in componente essenziale e primaria dell’opera.

 

Alex Katz con De Cardenas in fiera a WOP, 2017

Carta per l’Arte con WOPART-Alex Katz, particolare, courtesy galleria Monica De Cardenas

 

Dipinti e disegni antichi per WOP a Lugano 2017

Carta per l’Arte con WOPART-Giovani visitatori incontrano l’arte antica- ph. Sofia Obracaj

 

All’uscita lo sguardo si fissa su un’opera che a prima vista nulla ha a che vedere con le opere d’arte. L’auto in esposizione di Tesla, la società americana che realizza lussuosi mezzi di trasporto al 100% elettrici. Certo per pochi dato il costo, ci interessa perché i suoi due motori hanno sviluppato un’idea vecchia più di cento anni, nata dalla mente di Nikola Tesla. Dunque era possibile, ma nessuno ha mai reso concreto un concetto geniale ed ecologico. Chissà se fosse stato realizzato anni fa, oggi sarebbe democraticamente presente, anche per chi non ha grandi disponibilità economiche. Il nostro mondo sarebbe diverso se accogliessimo le idee creative, l’innovazione vera da uno sguardo profondo sul reale, esterno o interiore per l’uomo, se non si ragionasse sempre in una logica di ritorno economico immediato, e deciso dall’alto. Forse molte più case conterrebbero opere d’arte, su carta e non, meno costose ma più diffuse, e la Svizzera l’avremmo raggiunta senza benzina inquinante, con l’energia che regala la Terra.

Michela Ongaretti

 

Filippo De Pisis_Composizione (Pagliaccio) 1916

Carta per l’Arte con WOPART. Il mondo di Filippo De Pisis, su carta, 1916, courtesy Galleria d’Arte Matteotti

 

WOP a Lugano, tra disegni e incisioni

Carta per l’Arte con WOPART-Di Marzio presenta la fiera ai giornalisti, ph. Sofia Obracaj

 

WOPART, Paolo Manazza in fiera

Carta per l’Arte con WOPART, Paolo Manazza accoglie la stampa, ph. Sofia Obracaj

 

Incisioni antiche a WOPART 2017

Carta per l’Arte con WOPART-Visitatori osservano le incisioni in mostra, ph. Sofia Obracaj

 

 

 

Maledetto Romantico, mostra nel Salone napoleonico di Brera

Brera Accademia Aperta 2017. Arte d’estate in città

Fino al 12 agosto l’Accademia di Belle Arti di Brera rimarrà aperta ai visitatori in molte aree solitamente chiuse al pubblico, iniziativa alla sua terza edizione visti i riscontri positivi degli anni precedenti. Un percorso inedito potrà quindi accompagnare i curiosi attraverso aule, atelier e laboratori trasformate in sedi di mostre, allestite con i progetti espositivi delle Scuole dell’Istituto dedicate alle diverse discipline.

 

La scenografia tra i protagonisti di Brera, Accademia Aperta 2017

Accademia Aperta 2017, Maschere di Teatro, ph. Sofia Obracaj

 

In gioco tutte le divisioni dell’Accademia di Brera. Sono le mostre della Scuola di Pittura, di Decorazione, di Grafica, Incisione, Fashion Design, Scenografia , Restauro, Progettazione per l’Impresa e Design, Nuove tecnologie e Terapeutica artistica. Inoltre si potranno esplorare le attività dei corsi di Fotografia e Restauro, e del dipartimento di Comunicazione e Didattica dell’arte. Segnalo l’esposizione di Fotografia per i Beni Culturali, che inserisce la fotografia nel suo aspetto individuale e originale, tra gli strumenti indispensabili dell’analisi storico-artistica, abbattendo la barriera secolare tra creatività e documentazione.

 

Foto per Accademia Aperta

Accademia Aperta 2017, Allestimento della sezione Foto per i Beni Culturali, ph. Sofia Obracaj

 

Una mostra speciale è ospitata nel Salone Napoleonico, dal titolo Maledetto Romantico, presentando le opere di arte contemporanea della collezione Enea RighiIl progetto di curatela è merito di alcuni studenti del Biennio specialistico Visual Cultures e pratiche curatoriali del Dipartimento di Comunicazione e Didattica dell’Arte, mentre l’allestimento è stato possibile con la collaborazione di allievi del Triennio di Beni Culturali.

La novità per il 2017 è l’allargamento delle attività a sedi esterne di rilievo nella città di Milano. Sono Eventi speciali che coinvolgono gallerie dell’area di Brera, Lattuada, Anna maria Consadori, VS Arte, Antonio battaglia e Cattai, il Palazzo della Permanente in via Turati, poi la banca Monte dei Paschi di Siena  e l’auditorium LaVerdi sempre in città. In questi luoghi giovani artisti provenienti dall’Accademia espongono il risultato della loro ricerca.

 

Opere della collezione Enea Righi per Accademia Aperta 2017

Accademia Aperta 2017, la mostra Maledetto Romantico, ph. Sofia Obracaj

 

Un’anticipazione sarà invece quella del Concorso Internazionale Rai Prix Italia, noto per la premiazione di creatività, innovazione e qualità nei programmi televisivi. Brera è coinvolta con la Scuola di Scenografia: durante Accademia Aperta avremo un assaggio del progetto creativo inerente al Prix, che durante il concorso, dal 29 settembre al primo ottobre, sarà integralmente presentato.

Se l’Accademia si identifica con il Palazzo di Brera, con la sua storia e la sua bellezza, allo stesso modo Il Palazzo si identifica con le attività dell’Accademia, che hanno connotato da secoli la maggior parte dei suoi reconditi angoli. Quest’estate è osservabile da dentro, dalla visuale degli ambienti che cullano la nascita dei lavori che fanno di Brera un alveare di idee.

 

Incisione all'orto Botanico, Brera 2017

Accademia Aperta, il laboratorio d’Incisione verso l’Orto Botanico di Brera

 

Una menzione speciale, parlando solo della magia del luogo, va all’aula e laboratorio d’Incisione che rivolge le proprie vetrate all’Orto Botanico di Brera. Arte Scienza e Natura per un momento raro solo per i nostri occhi.

Prima di lasciarvi alla splendida galleria di immagini di Sofia Obracaj, che a volte valgono più di mille descrizioni a parole, non dimentichiamo di segnalare che la campagna istituzionale dell’evento è stata creata da studenti del Corso di Relazioni Pubbliche in affiancamento all’Ufficio Stampa dell’Accademia di brera. La collaborazione ha compreso i piani editoriali di cartella stampa, social networks e conferenza stampa di presentazione, la creazione di rubriche e testi dedicati, il coordinamento con le scuole di Brera per la raccolta dei materiali informativi sulle mostre.

 

Un lavoro della sezione Grafica e Incisione a Brera

Grafica e Incisione per Accademia Aperta 2017

 

Michela Ongaretti

 

Accademioa Aperta, la sala dedicata alla Scenografia

Accademia Aperta 2017, Scenografia tra le sale antiche, ph. Sofia Obracaj

 

Nell'aula di Scultura

Accademia Aperta 2017, Scultura e Installazione, ph. Sofia Obracaj

 

Sculture aeree per un'installazione a Brera

Brera Accademia Aperta 2017, Installazione scultorea, ph. Sofia Obracaj

 

Laboratorio di Incisione, Accademia Aperta

Brera Accademia Aperta 2017, Multipli per Grafica e Incisione, ph. Sofia Obracaj

 

Aula Incisione, Accademia Aperta

Accademia Aperta 2017, Laboratorio di Incisione, ph. Sofia Obracaj

 

Maledetto Romantico, particolare di un'opera della collezione Righi

Accademia Aperta 2017, Particolare di un’opera per Maledetto Romantico, ph. Sofia Obracaj

 

maledetto Romantico a Brera, particolare

Brera Accademia Aperta 2017, trompe l’oeil contemporneo con Maledetto Romantico, ph. Sofia Obracaj

 

Costumi di scena per Brera Accademia Aperta 2017

Brera Accademia Aperta 2017, Scenografia con la ricostruzione di costumi di scena disegnati da Hayez, ph. Sofia Obracaj

 

Scenografia dantesca, Brera Accademia Aperta 2017

Brera Accademia Aperta 2017, Scuola di Scenografia, ph. Sofia Obracaj

 

Dipartimento Arti Visive, Brera per Accademia Aperta 2017

Brera Accademia Aperta 2017, scultura al Dipartimento Arti Visive, ph. Sofia Obracaj

 

Scenografia e Costumi in Brera

Accademia Aperta 2017, costumi di Scena nel percorso, ph. Sofia Obracaj

 

 

Sezione Nuove tecnologie, Accademia Aperta1

Brera Accademia Aperta 2017, Nuove Tecnologie, ph. Sofia Obracaj

 

Scultura e Decorazione, dip. Arti Visive

Brera Accademia Aperta 2017, Scultura e Decorazione, ph. Sofia Obracaj

 

Mostra Luoghi di Scultura

Accademia Aperta 2017, Luoghi di Scultura con una Venere contemporanea, ph. Sofia Obracaj

 

Nella sala di Scultura e Decorazione

Brera Accademia Aperta 2017, Scultura e nuovi materiali, ph. Sofia Obracaj

 

Arte a raggi X

Accademia Aperta 2017, Radiografie rivelatrici, ph. Sofia Obracaj

 

 

 

 

Opere di Adel Abdessem ed El Anatsui

La Terra Inquieta. In Triennale il Linguaggio dell’arte e della crisi.

L’inaugurazione della grande mostra “La Terra Inquieta” in Triennale, ideata e curata da Massimiliano Gioni, promossa da Fondazione Nicola Trussardi e Fondazione Triennale di Milano, ha generato alcune polemiche e continuerà a far discutere. C’è tempo fino al 20 agosto per una visita senza dubbio consigliata e che non lascerà indifferenti, sia per i contenuti che per il linguaggio usato.

 

Yto Barrada, Couronne d'Oxalis

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. In Triennale a Milano Yto Barrada, Couronne d’Oxalis ,Courtesy Yto Barrada and Sfeir Semler Gallery

 

L’arte non è cronaca. L’arte non è per forza politica. L’artista è libero per natura di esprimere dissenso o partecipazione, ma noi non crediamo si possa pretendere dall’arte delle risposte precise o l’adesione ad un programma politico in senso pragmatico.

Sicuramente l’intento della Fondazione Trussardi di “mettere al centro della propria missione il presente in tutte le sue accezioni” non poteva esimersi di trattare un tema scottante come quello della migrazione e la crisi dei rifugiati. Riflettere su questo argomento in termini artistici significa per forza prendere una posizione, partire da un punto di vista personale, perché gli artisti sono persone con una storia di vita e un’origine, persone che vivono il presente in quanto territorio instabile, dove la globalizzazione è senza dubbio motivo di crisi, di cambiamento e non sempre esperienza di progresso.

 

Francis Alÿs, frame dall'installazione Don't Cross the Bridge Before You Get to the River

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Francis Alÿs, frame dall’installazione Don’t Cross the Bridge Before You Get to the River, realizzata in collaborazione con Julien Devaux, Felix Blume, Ivan Boccara, Abbas Benheim, Fundación NMAC Montenmedio Arte Contemporáneo, e i bambini di Tangeri e Tarifa.

 

Artscore ha partecipato alla presentazione istituzionale con il curatore e gli enti organizzatori, e ritiene questa mostra necessaria e straordinaria per il momento storico e per la visione dei suoi protagonisti. Noi lo possiamo dire perché l’abbiamo vista, ci siamo addentrati nelle sale dove sono presenti diversi linguaggi dell’arte contemporanea come l’installazione -soprattutto-, video, scultura e pittura, che confrontano la loro rappresentazione del tema con quella dei media. Non ci siamo fermati alla teoria della linea curatoriale, abbiamo visto le opere.

 

Terra inquieta tra i confini

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. In mostra in Triennale fino al 20 agosto

 

Ci sembra invece che l’articolo di Gemma Gaetani apparso sul quotidiano “La Verità” dal titolo “La mostra negazionista sugli arrivi” ragioni sul contenuto, e ancor meno sul linguaggio, del lavoro artistico. Non è la Triennale con questa esposizione il luogo adatto a fornire soluzioni politiche e pare chiarissimo a qualunque visitatore quanto l’immigrazione non sia affatto “meravigliosa”, quanto non siano affatto evitati lo schiavismo e lo stato di emergenza. Massimiliano Gioni ha sì espresso l’idea che “l’arte possa offrire nuovi chiavi interpretative per capire la realtà”, ma parliamo appunto di interpretazione soggettiva, che viene dalla visione personale dei sessantacinque artisti provenienti da vari paesi del mondo, ad esempio Albania, Algeria,Bangladesh, Egitto, Ghana, Iraq, Libano, Marocco, Siria e Turchia, toccati dal destino della migrazione, e le loro opere parlano di trasformazioni epocali viste da dentro, ragionando spesso con il linguaggio della metafora.

 

Opere di Adel Abdessem ed El Anatsui

La Terra inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Vista della sala con le opere di Adel Abdessem ed El Anatsui©Marco De Scalzi

 

Di altro tenore il pezzo su libero.it “Ma nel terzo millennio anche l’Occidente è una “Terra inquieta”, scritto da Luca Beatrice, critico d’arte e curatore di rilievo che spende parole più rispettose per l’impresa del collega Gioni, pur lamentandosi del fatto che lo sforzo sempre interpretativo sui “devastanti segnali” della disuguaglianza sul nostro pianeta, compresi “la (fallita) trasformazione globale, le guerre, l’immigrazione, la crisi dei rifugiati, gli esodi” si concentri su “quei territori solo apparentemente marginali, come la Siria o Lampedusa”.

 

Black Market, installazione di Pawel Althamer

La Terra Inquieta. Il Linguaggio dell’arte della crisi. Black Market, installazione scultorea di vari materiali di Pawel Althamer.

 

In effetti La Terra inquieta, il cui percorso occupa buona parte della Triennale, dalla galleria al piano terra fino al piano superiore, racconta l’instabilità focalizzandosi su una serie di nuclei geografici e tematici come il conflitto in Siria, lo stato di emergenza di Lampedusa, la vita nei campi profughi, la figura del nomade e dell’apolide. Non tocca la crisi delle grandi città occidentali nell’accoglienza dei migranti, questo è vero. Ma noi siamo ancora dell’idea che i linguaggi adottati siano il punto forte dell’esposizione, per chi anche se ora ha la fortuna di trovarsi rappresentato in una mostra istituzionale, ha vissuto sulla propria pelle uno spostamento traumatico che ora informa la sua opera. Sono tutti interventi che partono dalla soggettività, che vivono i fatti più che esporli.

 

Wafa Hourani, Qualandia 2087

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Wafa Hourani, Qualandia 2087

 

La narrazione è della crisi e ad essere messa in crisi è la sua stessa narrazione.

Ci sono opere che si avvicinano al reportage stravolgendolo, mescolando metafore visive a scene che testimoniano momenti reali, pensiamo alle installazioni su tre video di John Akomfrah e Isaac Julien, per alcuni i codici del documentario si fondono a quelli della letteratura e dell’autobiografia e della finzione, per questo conta di più il viaggio dell’arrivo. Inquieto è ciò che è instabile: nel momento più precario, quello in cui si sta cambiando la condizione, è visto dal punto di vista interiore.

 

Vista dell'installazione di John Akomfrah, Vertigo Sea

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Vertigo Sea di John Akomfrah, 2015. Installazione video su tre canali. Ph. Sofia Obracaj

 

Il linguaggio dell’arte contemporanea si confronta quindi per molti dei presenti con quello (sedicente) oggettivo dei mass media, utilizzando gli stessi strumenti per interrogarsi sulla funzione dell’artista nel testimoniare eventi traumatici, la sua responsabilità civile e sociale di fronte alla Storia. E’ interessante vedere nel centro della mostra il confronto con la documentazione d’inizio novecento, fotografie o riviste illustrate come la Domenica del Corriere, quando le notizie sull’immigrazione riguardavano cittadini italiani.  

 

Bouchra Khalili, The mapping Journey project

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Bouchra Khalili, The Mapping Journey Project

 

Bouchra Khalili è un’artista marocchina che con l’installazione video, The Mapping Journey Project permette di sentire dalle voci di chi è partito dall’Africa l’odissea dei suoi spostamenti in mare. E’ semplice nelle informazioni che vengono trasmesse, non c’è sentimentalismo né chi parla viene rappresentato come una vittima o giustifica con una tragedia la sua necessità di trasferirsi in Europa, il video segue il percorso che spiega le tappe e le persone che forniscono i documenti o l’imbarco sui diversi mezzi di trasporto. Sono storie vere che disarmano perché testimoniano una prassi.

Altri linguaggi sono invece stravolti in senso grottesco, come i disegni le animazioni su foto di Rokni Haerizadeh: la possibile cronaca diventa illustrazione mostruosa, rifiutando un estetizzazione e togliendo visibilità ai soggetti rappresentati, quell eccesso di visibilità dato dai media, per entrare nel sentimento vissuto in quelle immagini.

 

Illustrazione di La Terra Inquieta. Linguaggio dell'arte e della crisi. Illustrazione di Rokni Haerizadeh

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Illustrazione di Rokni Haerizadeh, particolare in mostra alla Triennale di Milano

 

Nella crisi globale è l’immagine stessa che si fa precaria, il linguaggio riflette questa non definizione di una struttura, come se fosse sempre in movimento tra diversi codici narrativi e disciplinari, mettendo in crisi il concetto stesso di verità come narrazione univoca, ed è la fruizione di questo meccanismo d’incertezza a rendere l’immagine “moving”, commovente secondo T. J. Demos nel suo The Migrant Image, studiato dal curatore Massimiliano Gioni.  Un esempio del rifiuto della voracità dei mezzi di comunicazione di massa, del diritto alla dignità dell’immagine con modalità nuove, sta anche nelle elisioni dei volti nei video di Mounira Al Solh; il passo è breve verso il diritto all’opacità,  per usare le parole di Édouard Glissant, il cui titolo di una raccolta poetica viene utilizzato come titolo della mostra, sfuggire alla rappresentazione costante e diretta dei rifugiati.

 

Corridoio di installazioni video in Triennale

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Installazioni video

 

La dignità dell’immagine si può tradurre in senso scultoreo nel recupero della tradizione solenne del monumento funebre: più o meno consapevolmente la scultura riprende la funzione memoriale, combinando riferimenti a quella civica del XIX secolo al minimalismo, restando però instabile e fragile nella sua struttura, non fosse altro che per il deterioramento dei materiali impiegati, come la Terra. Penso alla barca carica di rifiuti in mezzo alla sala del primo piano di Adel Abdessemed “Hope”, ma penso anche alle bandiere degli stati europei ricoperte di fango di Pravdoliub Ivanov proprio all’ingresso della mostra.

 

Adel Abdessemed, Hope

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. La scultura Hope di Adel Abdessemed, ph. Sofia Obracaj

 

Del movimento e delle migrazioni fanno parte anche le merci, anzi è molto più facile per gli oggetti superare confini geografici, politici, economici e persino ideologici. Un bene di consumo può essere trasformato a piacimento per essere usato worldwide: l’enfasi più chiara è per noi nella “tela” “New World Map” di  El Anatsui, un mosaico di lattine schiacciate intessute come un tappeto, a posizionarsi in una mappa mondiale sulle zone interessate alla sua presenza commerciale.

 

El Anatsui, New World Map

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. El Anatsui, New World Map in Triennale a Milano©Gianluca Di Ioia

 

Poiché però nella precarietà si vive, può esserci anche un messaggio più speranzoso nell’adattamento, come nel dipinto di Liu Xiaodong, associando una nuova lotta per la dignità alla struttura del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, con i volti degli immigrati residenti nel quartiere dell’artista. Oppure la figura dell’apolide può cercare comunque un’identità in uno stato, nell’unico territorio senza confini fisici come lo stato del Vaticano, che per noi è più semplicemente usato metafora del confine fittizio.

 

Un dipinto di Liu Xiadong in Triennale

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. La sala con il dipinto di Liu Xiaodong©Gianluca Di Ioia,La-Triennale.

 

Ci sono artisti che non abbiamo citato che presentano alla Triennale di Milano opere memorabili, potete avere l’idea politica che volete, ma farvi trasportare dall’inquietudine del loro linguaggio farà (com)muovere la vostra visione del mondo.

Da vedere per come l’arte nella precarietà, come condizione esistenziale universale, trasforma il linguaggio della modernità.

Michela Ongaretti

 

Il curatore de La terra Inquieta

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Massimiliano Gioni risponde ai giornalisti, ph. Sofia Obracaj

 

Video e scultura. La Terra Inquieta

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Video e sculture. Ph. Sofia Obracaj

 

Installazione de La Terra Inquieta

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Installazioni, ph. Sofia Obracaj

 

La terra Inquieta, sala della mostra

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Una sala della mostra, ph. Sofia Obracaj

 

Mirosław Bałka, disegno di Giovanni Manzoni Piazzalunga

Un corpo a misura del simbolo all’Hangar Bicocca. Crossover(s) di Mirosław Bałka

Mirosław Bałka. Questo nome val bene una visita al Pirelli Hangar Bicocca per la prima importante mostra retrospettiva dell’artista polacco: Crossover(s). E’ un viaggio di mente e corpo attraverso le navate di un tempio dell’arte contemporanea, tra sculture, installazioni e video realizzati dagli anni novanta ad oggi, con progetto espositivo site-specific e una nuova produzione video per l’occasione, a cura di Vicente Todolí e possibile fino al  30 luglio 2017.

 

Ritratto di Miroslaw Balka per Artscore.it

Un corpo a misura di simbolo. Mirosław Bałka, disegno di Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Scostate le tende ci lasciamo immergere dal buio. Serve del tempo per adattare la vista, e in questa condizione cambia la percezione del nostro corpo nello spazio, gli altri sensi concorrono a guidarci.

Come in una processione sacra sappiamo già che ci fermeremo in diciotto stazioni, ma quello che non avremmo immaginato è l’esperienza percettiva fin dal primo istante, la sensazione che la misura del corpo umano funga da lente di ingrandimento plastico sulla comprensione simbolica delle sculture monumentali.

 

Common Ground, Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, vista di Common Ground tra le navate dell’Hangar Bicocca

 

Per godere al meglio di questi stimoli è utile sapere fin dal principio che esiste un riferimento letterario, l’esistenzialismo di Samuel Beckett in primis, e biografico, forte in tutto il lavoro dell’artista polacco, ad accrescere e suggerire una riflessione sulla condizione umana che non nasconde i suoi lati più oscuri e indelebili. Tutta l’esposizione è in effetti un “crossover” tra elementi che appartengono alla dimensione o al vissuto individuale ed altri riferimenti ad episodi per come li ha consegnati la Storia, attraverso la memoria collettiva.

 

Wege zur Behandlung zum Schmerzen, Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Wege zur Behandlung von Schmerzen, 2011, Veduta dell’installazione, Four Domes Pavilion a Wroclaw, 2011 Courtesy dell’artista, ph. Lukasz Kropiowski

 

Eppure questo viaggio non procede con incedere grave e sofferente ma riesce ad incuriosire e persino a sorprendere incrociando la guida visiva attraverso l’esperienza dell’opera con tatto, olfatto e udito. Il percorso diviene ancora più immersivo per l’utilizzo dello spazio in tre dimensioni, altezza, lunghezza e profondità, per le opere che si possono trovare su pavimento, pareti o soffitto ( 15 x 22 x 19, hard skull) delle navate dell’Hangar.

Noi partiamo da un punto di vista privilegiato perché abbiamo potuto assistere alla visita “From one to infinite”, guidata dallo stesso artista e dal critico Julian Heynenche segue il suo lavoro da molti anni. Artscore vi racconta oggi la cronaca di questo viaggio con l’intenzione di invitare i suoi lettori a ripercorrerlo in libertà, con la conoscenza di base di alcuni dei principi informanti di alcune opere. Crossovers si configura come una preziosa retrospettiva, perciò si ricorda che ogni installazione ha avuto una genesi autonoma e una collocazione precedente in altri musei di arte contemporanea. In più l’ambiente dell’hangar ha favorito la presenza monumentale delle opere, la loro fruizione tridimensionale, nel loro apparire dal buio come epifanie fisiche e pesanti, come mammut del ventunesimo secolo, carichi di una condizione esistenziale senza tempo.  

 

Le installazioni di Miroslaw Balka To be e The Right Path

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, L’installazione To Be e sullo sfondo The right path, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

La condizione corporea riflette dunque una condizione esistenziale, ed è mediante l’attivazione di uno o più sensi che una scultura o un’installazione prende forma per portare l’osservatore ad una riflessione più ampia che coinvolga linguaggi o forme espressive molto differenti. Ma non solo, la figura umana è spesso rappresentata dalla sua misura; spesso i titoli delle sue opere riportano misurazioni reali, in centimetri, del corpo dell’artista. E’ questa per noi una cifra concettuale precisa, basterebbe questa considerazione per comprendere gran parte del senso della sua pratica artistica: tutto quello che viene prodotto nella sua arte è fatto con l’uomo e dall’uomo, ad esso si rivolge e su di di esso si interroga. In fondo la Storia è fatta dagli uomini con un pensiero che si traduce in azione, possibile solo in carne ed ossa, come carne ed ossa possono leggere il simbolo.

 

Common Ground, Balka all'Hangar Bicoccca

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka all’Hangar Bicocca, Common Ground, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

Il viaggio inizia dal buio per portarci verso il primo punto di luce corrispondente all’installazione Common Ground (2013-2016), un tappeto formato da 178 zerbini domestici che secondo le parole dell’artista ha una connotazione politica. L’evocazione è qui ad un rituale, come in tutte le altre “stazioni” del resto, quello di ripulire le scarpe prima di accedere ad uno spazio privato, ma ricorda anche l’interno di una moschea; è un luogo denso di individualità e di singole storie umane, i tappetini hanno infatti una straordinaria varietà anche nel livello di consunzione. Lo si percepisce subito come uno spazio invalicabile, un confine tra la dimensione esterna e interna, pubblica e privata che amplifica l’idea della possibile intromissione, del superamento di una soglia intima che accomuna tutti indipendentemente dalla cultura d’origine.

 

Soap Corridor (1995) Miroslaw Balka a Milano

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, Soap Corridor, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

Poco dopo siamo al cospetto della monumentalità incombente di Wege zur Behandlung von Schmerzen ( Percorsi per il Trattamento del Dolore, 2011) che in quanto scultura siamo invitati ad osservare girando attorno ad essa. La nostra azione mette a confronto l’opera precedente perchè se prima era necessario abbassare il capo ora dobbiamo volgerlo in alto per notare il getto di acqua di colore nero (qui l’ambiente non aiuta), associata all’eco che rimbomba altrettanto oscura. Una “anti-fontana” che ribalta il significato simbolico dell’acqua, nel suo rituale legato alla purificazione e alla guarigione del corpo, forse questa scultura è il punto più evidente di come la memoria collettiva del dolore diventi tema universale. Il suo trattamento consiste nella sua esplicitazione, sia se parliamo di un vissuto personale che di un evento sconvolgente nella Storia come l’Olocausto.

 

Wege zur Behandlung von Schmerzen (2011) di Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, Wege zur Behandlung von Schmerzen, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

Per un cittadino polacco il ricordo dell’incubo nazista è fisicamente presente in diversi luoghi, e spesso affiora per Mirosław Bałka, sempre attraverso una percezione fisica, sublimato in luogo metaforico descritto attraverso il corpo, con la sua intromissione sensoriale. Così interrompiamo il percorso logico della visita per arrivare subito a 250 x 750 x455, ø 41 x 41 /Zoo / T, installazione esposta per la prima volta nel 2007 all’Irish Museum of Modern Art di Dublino. Le misure del titolo e la struttura metallica ricordano un piccolo zoo che era stato costruito nel campo di sterminio di Treblinka, non lontano dall’abitazione di famiglia di Bałka.

 

250-x-700-x-455-ø-41-x-41-ZooT, di Miroslaw Balka

Mirosław Bałka, 250 x 700 x 455, ø 41 x 41/ Zoo/ T in occasione di “Nothere”, White Cube, Londra, 2008 Courtesy dell’artista e White Cube Photo Stephen White

 

L’artista dichiara l’assurdità di parlare sempre di numeri, sul tema dell’Olocausto, dimenticando gli individui, e qui è la volontà dell’individuo a rendere possibile il paradossale bisogno d’intrattenimento. Per questo motivo le misure reali della struttura sono ridimensionate alla misura del corpo di Bałka stesso, come l’altezza totale che corrisponde alla misura massima di occupazione verticale, con le braccia in alto. Il limite è dettato dall’umano fino alla soglia della sua deviazione morale. E sul confine materiale rimaniamo incerti, desiderosi di superare la barriera per entrare e osservare più da vicino un’azione in corso ma bloccati dalla sua visione dall’esterno, una rappresentazione che chiarifica senza purificare, che esplicita lo straniamento tra la funzione d’intrattenimento della struttura e il suo contesto: una lampadina è volta verso un recipiente dentro al quale cola con flusso costante del vino rosso, simbolo iconico del sangue di Cristo, un altro sacrificio metaforizzato attraverso una funzione organica.

 

250x700x455, diam. 41x41, Zoo, T, Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, 250x700x455, diam. 41×41, Zoo, T, © Attilio Maranzano

 

Molto vicina è l’opera “Primitive”: il volto blu e deformato di una guardia di Treblinka appare in loop su un monitor, frutto dell’appropriazione dell’immagine attraverso la Tv dal documentario sulla Shoah di Claude Lanzmann, quello che colpisce è il suo ingrandimento a misura naturale, la nostra.

 

Primitive, Miroslaw Balka 2008

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, Primitive, particolare del frame in loop

 

Ironico e amaro BluGas Eyes ( 2004), un video che mostra due fornelli accesi come due occhi umani e che dal titolo fanno pensare ad una canzone pop. Purtroppo dopo la seconda guerra mondiale il gas non può più essere un simbolo innocente e il filmato sul sale stimola la percezione del dissolvimento, dell’immagine instabile, come la situazione politica mondiale e il desiderio di sopraffazione dell’uomo sull’uomo.

 

BlueGas Eyes di Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, BlueGasEyes, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

Anche To be ( 2014) è visibile tridimensionalmente e richiama mediante il suono i visitatori. Un moto ad intervalli regolari attraversa in tutta la sua verticalità un tubo di metallo, proprio come un nervo umano trattiene, accumula e poi rilascia energia, e come per la natura umana nella Storia i momenti di quiete possono nascondere una violenza latente.

Ancora in senso verticale si sviluppa una colonna di saponette, più di dieci metri, precisamente 7x7x1010 (2000). Sono state collezionate in Varsavia a diversi stadi di utilizzo e consumo come gli zerbini, una memoria forte di un rituale quotidiano personale appartenente a tutti. Come ogni visitatore assocerà l’interpretazione al proprio vissuto intimo, così amplificando il principio questo lavoro è frutto del rimescolamento delle tracce di persone che in precedenza hanno utilizzato e “forgiato” il materiale per una scultura inconsapevole, per far sì che Balka possa definirla con ironia un’opera collettiva dei cittadini di Varsavia. Sempre il sapone è protagonista del Soap Corridor, opera presente in rappresentanza della Polonia alla 45esima Biennale di Arte Contemporanea di Venezia, nel 1995. Il senso dell’olfatto riempie questo spazio man mano lo si percorre, capiamo solo strada facendo di trovarci tra l’inizio e la fine della nostra esistenza: il sapone è il primo elemento con cui entra in contatto il nostro corpo, ma anche l’ultimo.

 

7x7x1010 di Miroslaw Balka, particolare

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka all’Hangar Bicocca, particolare di 7x7x1010

 

Sempre un corridoio, doppio quello di Cruzamento ( 2007), ci aspetta al centro delle navate. Per il titolo di quest’opera formata da due bracci percorribili che si incrociano, in griglie di acciaio, è usata la lingua portoghese perchè fu presentata per la prima volta all’esterno del Museu de Arte Moderna di Rio de Janeiro. Secondo l’interpretazione suggerita da Balka la fruizione, la visione di ciò che sta intorno all’opera è resa possibile e condizionata dalle griglie stesse, e a seconda della nostra posizione, interna o esterna, possiamo essere osservatori od osservati. Anche qui il corridoio allude alla condizione esistenziale di eterno viaggio, o attesa beckettiana verso una diversa condizione, dove il senso del tatto stimolato da ventilatori in punti nevralgici della croce rende consapevoli della transizione, e dove ancora le misure sono importanti per la metafora: puoi provare ad attraversare i corridoi in compagnia ma ti accorgi che in due appaiati non si passa, si nasce e si muore da soli.

 

Percorrere Cruzamento di Balka, Hangar Bicocca

Un corpo a misura di simbolo. All’interno di Cruzamento, Mirosław Bałka all’Hangar Bicocca, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

L’idea di un percorso circolare è suggerita dal video Holding the Horizon, inserita come prima opera ma non visibile dal principio perché collocata sulla parete sopra la porta d’ingresso, quindi fruita come ultima. Su uno schermo LED è riprodotta l’immagine instabile e in movimento dall’alto verso il basso di una striscia di carta gialla, su fondo nero. Come l’orizzonte è un’illusione, perché quando si crede di toccarlo lo si trova sempre lontano, così a una fine corrisponde sempre un inizio. L’instabilità dell’immagine torna a parlare di barriere tra visibile e invisibile ma percepibile: la responsabilità del peso del mondo che regge Atlas non è misurabile, si trasforma quindi in una indefinibile e per questo insostenibile leggerezza.

Michela Ongaretti