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Le carte dell’immaginario. Poesia dei Ritorni di Sofia Rondelli presso lo Studio D’Arte Cannaviello

Le carte dell’immaginario. Poesia dei Ritorni di Sofia Rondelli presso lo Studio D’Arte Cannaviello

E’ una sensazione che a volte ci spinge ad agire, come quella che mi ha portato giovedì 10 novembre a vedere la mostra Poesia dei Ritorni di Sofia Rondelli dopo aver letto del suo lavoro, non andavo certo a caso visto che a presentarla è lo Studio D’Arte Cannaviello, una tra le realtà protagoniste dell’arte milanese da decenni, a me più nota per la qualità delle opere esposte che della mondanità del luogo.

Lo spazio è ubicato nel pieno centro storico, tra Brera e Cordusio, ma non esiste una vetrina, semmai un discreto e citofono accanto all’elegante portone, poi un corridoio, alcuni gradini ed eccoci nel vivo dell’esposizione. Parlo di questo percorso perché stavolta quella sensazione che mi ha guidato ha seguito un flusso continuo, come se ci fosse una coerenza tra la vecchia Milano, l’introduzione in un palazzo storico, il mio passo risonante tra le pareti beige e l’apparizione dei trenta piccoli e notevoli lavori su carta, che vivono in primis grazie alla sovrapposizione di epoche e di ricordi, nella materia e nella mente dell’autrice.

 

Sofia Rondelli, Precipitoso Volo

Sofia Rondelli, Precipitoso Volo, tecnica mista su carta

 

Seguendo questa logica ho esplorarto una ricerca che incontra un gusto per la linea, integrata e potenziata dalla scelta del supporto cartaceo, a sua volta modificato dall’assorbimento dell’acquerello e dei ricami cuciti sul disegno.

Il supporto ha già una vita propria perché l’artista cerca tra rigattieri e antiquari  delle carte che nelle macchie del retro abbiano una storia: come un terreno fertile questo sostrato può far nascere nuove forme a partire dalla sua stessa sostanza, per diventare qualcosa che riemerge dalle profondità della visione dell’artista.

 

Sofia Rondelli, Siamo lapilli che s'incontrano, 2016

Sofia Rondelli, Siamo lapilli che s’incontrano, tecnica mista su carta, 2016

 

Questa carta diventa altro da sé, rafforza e rinnega le sue origini vetuste per trasformarsi in un leggero passo di danza malinconico e personale, dove le figure non sono definite ma galleggiano evanescenti su sogni reminescenze e sentimenti dell’artista. L’esito poteva essere opposto, le macchie brune potevano diventare forza oscura, massa cromatica e drammatica, magari lacerata, ma questo non è il mondo di Sofia Rondelli dove il simbolo è sublimato con dolcezza rarefatta.

I soggetti nascono dunque come visioni oniriche o dell’immaginazione, dove il mistero si costruisce attraverso la colorazione tenue che si concentra intorno alle figure senza un limite netto, amalgamandosi alle macchie preesistenti che spesso suggeriscono esse stesse le anatomie, come si vede nello splendido “Le sentinelle del Silenzio”.  

 

Sofia Rondelli, Le sentinelle del silenzio, tecnica-mista-su-carta 2014

Sofia Rondelli, Le sentinelle del silenzio, tecnica mista su carta, 2014

 

Ci troviamo in un territorio intimo, in un’atmosfera che sospende la velocità del passaggio contemporaneo per approdare ad una lenta e tonale narrazione: perché se è vero che c’è del mistero nel silenzioso viaggio dall’interiorità all’emersione materica, dalla natura consunta dell’antichità della carta al suo farsi geometria anatomica di oggi, è anche vero che esiste sempre un racconto. Quello che si vede è sempre lo svolgersi di un’azione, si capisce cosa accade anche con l’intenzionale aiuto dei titoli, mentre resta in sospeso il dove e soprattutto il quando. Quale tempo, quale luogo se non quelli dell’immaginazione scevra da ogni logica se non quella della verosimiglianza.  

 

Che il mio albero si tinga di rosso, Sofia Rondelli 2013

Che il mio albero si tinga di rosso, Sofia Rondelli, tecnica mista su carta, 2013

 

Questo mistero ha spesso un suo preciso codice di decriptazione nei riferimenti dotti, filosofici e letterari: appiglio fondamentale per la nostra comprensione del racconto, per l’artista parte ormai imprescindibile dal suo universo intimo e visionario. Le letture fondanti per la vita e l’arte di Sofia Rondelli sono Rainer Maria Rilke, Bruno Schulz, Max Picard, Paul Valéry, Dostoevskij e la poesia di Antonia Pozzi, Camillo Sbarbaro, Giorgio Caproni, Anna Achmatova.

In mostra vediamo “Insonnia” ispirata al pensiero di Emil Cioran, nella sua descrizione morbosa della condizione dell’insonne, che come un miserabile si trascina nell’esplorazione notturna delle strade, al peso insopportabile che hanno i pensieri notturni, come macigni sull’anima.

 

Insonnia, Sofia Rondelli

Insonnia, Sofia Rondelli, Insonnia, tecnica mista su carta

 

Il titolo stesso della mostra, frutto del lavoro degli ultimi due anni, nasce dalla lirica “I ritorni” di Salvatore Quasimodo, dove il poeta ripensa alla sua vita passata, ai momenti che solo nel ricordo esistono nella loro limpidezza. Tema molto sentito da chi come l’artista toscana ha cambiato città per approdare a Torino, nutrendo la propria poetica di un’atmosfera vissuta come scrive Casorati “dove la nebbia è più luminosa del sole”.

 

Sofia Rondelli, Giove e Io, tecnica mista su carta

Sofia Rondelli, Giove e Io, tecnica mista su carta

 

Se il suo immaginario si è nutrito nel corso degli anni di letteratura e poesia, sulla carta pittorica vediamo quella che parla di attimi contemplativi e di incontri, di fusioni tra corpi e anime, suggerite dal non finito della tecnica dei piccoli segni, sostenuti dalla materia, sospesi nell’acquerello integrato alla patina del tempo sulla carta. Spesso l’opera pittorica traduce componimenti scritti dall’artista, altrove la suggestione è mitologica come in “Giove e Io” che lascia in sospeso l’azione dell’amplesso rendendo il racconto universale, simbolo di ogni unione nel trasmigrare da una dimensione fisica a quella spirituale, nella sua impossibilità di una definizione. Il soggetto è sentito come tra i più seducenti ed erotici nella Storia dell’Arte, e in questo caso la visione è mediata da quella pittorica di Correggio, dove la fitta rete di linee e punti traduce in leggerezza la matericità cinquecentesca.

 

Sofia Rondelli, Topografia di un sentimento II, tecnica mista su carta, 2016

Sofia Rondelli, Topografia di un sentimento II, china, acquerello e ricamo

 

Non ci sono sempre le figure a materializzare un’emozione, in “Topografia di un sentimento II” vediamo in alto le stesse vette del primo lavoro con lo stesso titolo, metafora di un innalzamento di condizione esistenziale, delicate come in una sottile carta giapponese e suggerite all’istante dal coagularsi dell’invecchiamento del supporto in un punto. Verso il basso siamo condotti dalla cucitura rossa,  una colata lavica da un monte, a quel regno più ricco di elementi contemporanei come il colore rosso e il blu, e il ricamo di una sagoma arborea, racchiude al centro ciò che pare nascere da sottosuolo, condensato in una forma circolare definita nei tipici piccoli punti: è il sottosuolo della profondità del desiderio umano, della spinta che avvicina un individuo verso un altro.

 

Sofia Rondelli, Pietas, tecnica mista su carta

Sofia Rondelli, Pietas, tecnica mista su carta

 

Pur nella personale delineazione della tecnica il lavoro di Rondelli si è senza dubbio nutrito della lezione di Omar Galliani, studiata e rielaborata nel suo percorso con l’insegnamento di Claudio Cargiolli e Stefano Ciaponi. Tutti grandi maestri di come la stessa tradizione gloriosa del disegno possa dare esiti, molto diversi tra loro, squisitamente contemporanei nell’esibire un linguaggio che veicola concetti con l’uso sapiente di una tecnica.

 

Sofia Rondelli, Punta Manara, grafite china e ricamo su tela

Sofia Rondelli, Punta Manara, grafite china, acquerello e ricamo su tela

 

Mi racconta della formazione liceale con Cargiolli, fondamentale per la trasmissione dell’entusiasmo verso la disciplina unita all’osservazione attenta, ad una sensibilità gioiosa e tangibile verso la scelta del supporto. Fu molto più di un’istruzione artistica pratica, ma una educazione dell’anima “all’auscultazione sensibile delle cose e lo sguardo al continuo senso di meraviglia”. Per Rondelli Omar Galliani ha rappresentato invece un breve ma importante incontro formativo, per la comprensione del linguaggio contemporaneo, anche nei rapporti con il mondo delle gallerie. Si vede con chiarezza l’influenza di Galliani nelle figure di alcuni pezzi come “Punta Manara”, anche se la declinazione tecnica di Rondelli è molto differente perchè tende a definirsi attraverso la delicatezza dei punti e non per l’incisività della grafite.

La mostra sarà visitabile fino al 7 gennaio presso lo Studio d’Arte Cannaviello in piazzetta Maurilio Bossi 4 da martedì a sabato dalle ore 11 alle 19 o su appuntamento.

Michela Ongaretti

Lilium evidenza

Design City Milano riaccende la stagione del design. Lilium di Rossini Group è un suo fiore all’occhiello

Design City Milano riaccende la stagione del design. Lilium di Rossini Group è un suo fiore all’occhiello

 

Una visita alla prima edizione di  Design City Milano per scoprire quello che sta dietro alle creazioni dei grandi marchi. Da Overlight in via Feltre vediamo la storia della lampada Lilium di 929Milano, brand di Rossini Group, nel suo intreccio tra studio della forma e ricerca tecnologica.

 

Design City Milano 2016

Design City Milano 2016

 

In autunno a Milano è ancora primavera. Quando le foglie stanno per cadere significa che ci siamo, è ricominciata una nuova stagione, un anno intero di lavoro e nuove opportunità, di nuovi incontri prima dell’inevitabile rallentamento estivo.

Questo senso di rinascita per me nel 2016 è ancor più dolce perchè, come annunciava ad aprile l’assessore Tajani, abbiamo ora anche una fall design week, dal 2 al 9 ottobre. La Design City Milano, come è stata chiamata, ha però una vocazione ben diversa dalla settimana del design primaverile legata al Salone del Mobile.

 

Design City su I-pad, alla sua prima edizione

Design City su I-pad, alla sua prima edizione

 

Senza dubbio meno intensa e caotica, si concentra su eventi all’insegna della qualità e dei marchi di pregio, certo con meno coinvolgimento delle leve emergenti e del design indipendente, sono nove giorni dedicati alla divulgazione e alla promozione della cultura del progetto con talks e workshop di approfondimento, di dialogo tra i creatori e il pubblico fruitore del design made in Italy.

 

I segreti dei calchi- per la realizzazione di un vaso in ceramica ptrddo lo showroom Richard Ginori

I segreti dei calchi- per la realizzazione di un vaso in ceramica presso lo showroom Richard Ginori

 

Mi è bastata una passeggiata nel distretto di Brera per rendermi conto del nuovo desiderio di racconto del backstage produttivo e progettuale. In questa occasione alla base c’è l’esplorazione non solo della definizione di un’idea ma delle forze e delle dinamiche concrete per la realizzazione di un prodotto, dal coinvolgimento delle maestranze artigianali alla ricerca di nuove soluzioni tecnologiche.

 

Campionario di tessuti preziosi presso lo showroom di Etro in via Pontaccio

Campionario di tessuti preziosi presso lo showroom di Etro in via Pontaccio

 

Mi riferisco agli showroom di Richard Ginori, mercoledì teatro di un incontro con Marcello Bongini, maestro della manifattura e responsabile dello sviluppo Modelli e Forme, e spostandoci verso il fashion design ad un’esposizione esemplificativa del grande interesse dimostrato nel tempo per il tessuto paisley da parte di Etro, con pezzi storici e disegni originali della casa di moda, ispirati ad essi per le stoffe odierne.

L’incontro che però mi ha maggiormente colpito è stato martedì 4 ottobre presso lo spazio Overlite in via Feltre dove ho assistito alla presentazione della genesi della lampada Lilium di 929Milano, dall’idea alla realizzazione.

 

Lilium, design Stefano Valente per 929Milano

Lilium, design Stefano Valente per 929Milano

 

Una storia di design, di collaborazione nell’eccellenza tra il brand di Rossini Group e il designer Stefano Valente, presentata all’ultima edizione di Light+Building.

A prendere per prima la parola è il committente nella persona di Elisa Rossini, direttore creativo del brand di Segrate che nasce con una vocazione decorativa e di design rispetto al marchio rivolto in senso più ampio ad ogni aspetto dell’illuminazione. Rossini segue con orgoglio nella sua storia quella dello sviluppo industriale milanese, con tutta la sua operosità e la sua cultura del fare che ha avuto un forte slancio nel dopoguerra.

 

Esposizione di 929Milano

Esposizione di 929Milano

 

Lilium è fortemente rappresentativa sia della mission aziendale che dello stimolo creativo del designer Stefano Valente, secondo i quali è fondamentale l’eleganza unita alla praticità.

Riflesso di questi valori è questa lampada da terra dalla linea esile che “sboccia” nella sua ispirazione alla forma del fiore di Giglio del corpo illuminante: esso è formato da due anime in alluminio sovrapposte dal disegno stilizzato della corolla che custodisce e tende un materiale inedito per l’ambito illuminotecnico, il telo Extenzo®. Esso funge da diffusore orientato di 9°, nell’accoppiamento con la struttura, sia per suggerire la naturale posizione del fiore sia per favorire la funzione di luce di cortesia nell’ambiente. L’effetto del telo è poi quello di distribuire la luce in maniera omogenea e delicata, quasi un effetto vellutato e impalpabile all’occhio umano.

 

Lilium, design Stefano valente per 929Milano

Lilium, design Stefano Valente per 929Milano

 

La forma e lo stile del progetto sono il risultato visibile di un grande lavoro di ingegneria della luce nello sviluppo del prodotto, come ci spiega il direttore di produzione, Luca Fumagalli.

Se Valente parla dell’idea comune di fiore come elemento autonomo che si apre al mattino sprigionando fragranza e colore, al punto che basta la sua presenza a decorare ed ingentilire una stanza con la sua bellezza leggera; l’incontro con il materiale espandibile solitamente utilizzato in edilizia riesce a rendere questa armonia non solo nel prendere forma adeguandosi alla corona, dopo le numerose prove portate avanti con caparbietà, ma anche grazie allo studio tecnologico del e sul LED.

Fumagalli insiste sul fatto che la scelta del modello di illuminotecnica ha molta più importanza ora con l’avvento dei LED, e che gli adeguamenti tecnologici sono nell’ordine di mesi. Oggi dichiara la sua soddisfazione nella creazione di una lampada che raccoglie tutta questa esperienza anche in virtù del progettista architetto e ingegnere. E’ l’ingegnerizzazione dell’idea uno scoglio talvolta insormontabile, necessario per poter dare personalizzazione alla funzione del led come punto luce, che riesca a diffondere creando l’atmosfera ricercata.

 

Lilium, design Stefano valente per 929Milano, particolare del bulbo/dissipatore

Lilium, design Stefano valente per 929Milano, particolare del bulbo/dissipatore

 

Per Lilium il “cuore pulsante” è il LED con un COB da 30 watt, che necessita di una dissipazione forzata, ma questo poteva comportare un ingombro tale da impedire la leggerezza della struttura d’insieme. Nell’invenzione del dissipatore, disponibile in bianco e rosso, si è quindi creato un elemento funzionale e decorativo al contempo, che suggerisce la forma del calice del fiore a sorreggere la corolla/luce, con quei caratteristici fori che garantiscono la dissipazione del led ma somigliano più ad elementi decorativi. Questo bulbo si origina in alluminio dallo stelo in tubo di ferro verniciato nel colore bianco opaco. In ogni parte Lilium dimostra quindi di nascere dal legame indissolubile e sapiente tra design e tecnica.

 

L'interno dello spazio di Overlite in via Feltre

L’interno dello spazio di Overlite in via Feltre

 

L’incontro è stato per me occasione di scoprire l’enorme showroom di Overlite, che con i suoi 1400 mq dedicati unicamente al mondo dell’illuminazione, spero possa essere ancora teatro di approfondimenti sul design che rende la vita più semplice e confortevole. Per quanto non si trovi in un’area centrale come Brera, cosa che può avere il vantaggio di preservare dalla confusione di alcune serate, è’ un ambiente stimolante perché insieme all’interesse suscitato dai protagonisti della creatività made in Italy, ci si trova già in buona compagnia, con il suo migliaio di prodotti di pregio esposti per oltre di sessanta marchi, come in una galleria della produzione contemporanea.

Michela Ongaretti

 

From Above, Hagit Pincovici

Da Tel Aviv al Mudec passando dalla Triennale di Milano. Il talento della designer Hagit Pincovici

Da Tel Aviv al Mudec passando dalla Triennale di Milano

DI MICHELA ONGARETTI

Ho notato i suoi lavori durante la Milano Design Week 2016 nel Brera Design District. Dopo una giornata di molti colori e molte forme ricordo bene quelle della giovane designer israeliana Hagit Pincovici, con le collezioni Metaphysics ed Eclipse allo Spazio Pontaccio e Clan Pontaccio.

Un ritratto della designer Hagit Pincovici

Un ritratto della designer Hagit Pincovici

 

Uno dei punti focali di Pincovici è il suo rapporto con l’artigianalità del prodotto a mano: queste collezioni di arredi sono infatti realizzate in edizione limitata nel distretto del mobile in Brianza, combinando le esigenze estetiche del progetto alla qualità dei materiali selezionati e alla precisione tecnica di costruzione, nella struttura generale fin nel più piccolo dettaglio.

Non mi meraviglia quindi che mi venga segnalata la designer da Francesca Astori De Ponti che segue l’ufficio stampa di Hands on Design, entrambi dedicano infatti la loro ricerca e allo sviluppo di prodotti che abbiano come componente fondante la realizzazione artigianale di alte e tradizionali maestranze.

Il tavolo From Above, versione BlackandStone, design Hagit Pincovici

Il tavolo From Above, versione BlackandStone, design Hagit Pincovici

 

Il risultato del connubio tra disegno e precisione realizzativa si nota anche perchè esaltato dall’estetica che evidenzia le sue diverse componenti. La struttura stessa è isolata e resa visibile, poi in fase costruttiva integrata senza esser nascosta: viene quindi trattata come un elemento espressivo del progetto nel quale l’aspetto funzionale ed estetico si rafforzano dichiarando la loro presenza congiunta.

Collezione Eclypse, tavolo From Above Marble, design Hagit Pincovici

Collezione Eclipse, tavolo From Above Marble, design Hagit Pincovici

 

Hagit Pincovici ha nel sangue la pratica artigianale, la sua famiglia di Tel Aviv, dove è nata nel 1978, si occupa dagli anni sessanta di sperimentazione artigianale di diversi materiali, specializzandosi nel plexiglass. Hagit è nella terza generazione famigliare per questa attività, ma evolve la sua ricerca sul design e in maniera del tutto personale, sia negli anni della sua formazione presso la Bezalel Academy of Art and Design di Gerusalemme che in quelli dei primi progetti in patria.

Collezione Metaphysics, tavolino Lifestyle, design Hagit Pincovici

Collezione Metaphysics, tavolino Lifestyle, design Hagit Pincovici

 

In seguito si specializza alla Domus Academy di Milano, e si avvicina quindi al contesto italiano sia nell’ambito del design che in quello dell’artigianato: continua quindi ad indagare e sperimentare possibili soluzioni basate sull’associazione di materiali, tecnologica costruttiva ed estetica accattivante.

Collezione Eclipse, X. design Hagit Pincovici

Collezione Eclipse, X. design Hagit Pincovici

 

La Triennale di Milano reputa d’interesse il suo lavoro nel panorama del progetto per l’arredamento e la invita quindi a partecipare ad una collettiva nella sua prestigiosa sede in occasione del Salone del Mobile 2009. Aziende italiane come Colé Italian Design Label e Miniforms hanno scelto il suo design e molte riviste di settore internazionali hanno segnalato le sue produzioni. Ora il suo talento è in Italia, vive e crea in proprio per alcune aziende tra Milano e Roma, ed insegna alla NABA. Le sue opere non sono però distribuite solo dalla città della Madonnina, le si possono trovare anche negli Stati Uniti, a New York e S. Francisco.

Galena, design di Hagit Pincovici

Galena, design di Hagit Pincovici

 

L’ultimo e più importante riconoscimento viene dal MUDEC che espone la cassettiera Galena disegnata per Miniforms nel 2013 per la mostra mostra  “Sempering, allestita in occasione della XXI Triennale di Milano fino al 12 settembre 2016. Galena è inserita tra gli esempi più rappresentativi e originali del design contemporaneo. Sono certa, ne sentiremo parlare sempre più.

Michela Ongaretti

Ritratto di Antonio Miniaci di Giovanni Manzoni Piazzalunga per Artscore

Il messaggio dell’arte e il suo mercato: intorno al mondo e ancora a Brera. Intervista ad Antonio Miniaci

 

Il messaggio dell’arte e il suo mercato: intorno al mondo e ancora a Brera. Intervista ad Antonio Miniaci

di Michela Ongaretti

Brera, una delle zone più chic della città, un tempo concentrazione di gallerie d’arte, anche quando soltanto dieci anni fa Milano mi accoglieva tra i sui cittadini. Oggi tutto è cambiato e in via Brera sono rimasti in tre: Miniaci Art Gallery, Ponterosso e Il Castello. Lo spiegava proprio Antonio Miniaci nel 2013 per un servizio del TG2.

La personalità del gallerista ha attirato la mia attenzione per il suo metodo peculiare di presentare gli artisti e per il fatto di essere davvero uno dei pochi a continuare a vendere l’arte e puntare sui giovani. Ho ottenuto un’intervista al numero 3 di via Brera e abbiamo così chiacchierato su passato, presente e futuro, di chi opera in un settore così delicato.

Ritratto di Antonio Miniaci di Giovanni Manzoni Piazzalunga per ArtscoreRitratto di Antonio Miniaci, Giovanni Manzoni Piazzalunga per Artscore

Gli domando brutalmente cosa ha fatto si che resistesse così a lungo, quali sono gli ingredienti segreti per una ricetta di successo in un mondo che sembra non avere più bisogno di bellezza. Mi aspetto un minimo di tracotanza, e invece esce dalla sua voce fiera di uomo che si è fatto da se un tocco di umiltà, per cui “non esiste una formula certa, se non il grande amore e la grande passione per Milano e per l’Arte”, una vita dedicata a questo e la tenacia a continuare lungo la strada intrapresa accettando le possibili cadute, niente più.

miniacimod008Il dipinto di Antonio Tamburro all’interno della Miniaci Art Gallery in via Brera a Milano,  foto di Sofia Obracaj

A questo aggiungerei una capacità di saperla vendere, l’Arte. Un potere di convincimento sull’investimento, e del valore intrinseco del godimento di un bene artistico. Cosa da ben pochi nel panorama italiano, fatto di chi resta in Italia a languire e lamentarsi, o di chi ha deciso di portare il talento in altri lidi, lontani, estremamente ad Ovest negli Stati Uniti, od estremamente ad Est verso la Cina o la Corea. Antonio Miniaci ha saputo guardare oltre i confini, “girare il mondo per trovare i mercati giusti”, ed ampliare i suoi spazi e le sue conoscenze per portare il suo business e la sua passione in diverse aree del globo, ma è anche rimasto. Ha continuato a dare fiducia alle due sue patrie italiane, Milano e l’area salernitana originaria, la terra velia dei suoi antenati, “la casa della cultura ellenica”.

miniacimod005 (1)Le vetrine della Miniaci Art Gallery, foto di Sofia Obracaj

Oggi il gallerista sta passando il testimone della lunga attività in mano ad Ilaria Miniaci,  quando possiamo vedere l’espansione mondiale della sua attività: in Italia tra Milano, Siena e Positano. In Europa a Bruxelles e negli Stati Uniti a Miami, per arrivare in Cina. 

Positano è un luogo chiave per la testimonianza di un cambiamento nn verso la crescita, purtroppo. Il mio interlocutore afferma che la qualità delle opere esposte è differente perché si adatta al tipo di pubblico, in riviera il mercato d’ arte ha una tendenza più decorativa, e mi ricorda di come avesse ben tre gallerie che ora non ci sono più; però, dopo il giro del mondo, a Positano è rimasto con la “best location”, un punto per la vendita nella costiera da cui transitano persone da ogni parte del globo.  

miniacimod004 (1)Antonio Miniaci mi racconta di Positano,  foto di Sofia Obracaj

Ad Hong Kong c’è dal 2007. Mi spiega che questa location, come pure a Bruxelles, nasce dal suo desiderio di unificare diverse attività esperienziali legate alla cultura italiana come il turismo, il benessere e la cucina, all’arte. Quello che si trova in Cina sono pezzi importanti di storicizzati (Dali). e di grandi nomi d’oggi ospitati in una zona di prestigio del locale dell’italianissimo chef Umberto Bombana.

miniacimod006 (1)Una visitatrice orientale in via Brera,  foto di Sofia Obracaj

Mi presenta il figlio Gianluca che ha scelto il mestiere d’artista e che è molto attivo proprio in Cina, una famiglia dedicata all’arte se si pensa che il primissimo contatto di Antonio fu la conoscenza della moglie con un mercante d’arte. Gli chiedo se si sente più gallerista o più mercante e mi confida che ci sono stati diversi periodi e diverse necessità, aveva iniziato come mercante, senza previsioni.

miniacimod007Dalla vetrina verso il giardino interno con sculture,  foto di Sofia Obracaj

Con gli storicizzati quali Rotella, Schifano, Chia, organizza periodicamente mostre con il suo sistema di accostare il loro nome a quello di giovani o emergenti. In effetti mi aveva parlato bene di Antonio Miniaci qualche anno fa Giovanni Manzoni Piazzalunga, che lo ricorda come il suo primo gallerista, colui che prese i disegni di un ragazzo appena uscito dall’ accademia e li accostò alle opere di grandi nomi dell’arte contemporanea: nel confronto esce rafforzato il potenziale della tecnica e della poetica del giovane ma si ossigena pure l’immagine del celebre autore rapportato alla novità estrema; logicamente nel vivente serve uno stile dalla personalità identificabile e schietta perché deve reggere il tenore di quella conclamata. Per questa scelta un’esperienza di molti anni come quella di Miniaci è necessaria, non tutti possono permettersi l’ardire di accostamenti inediti.

miniacimod009La vetrina di Miniaci e la città,  foto di Sofia Obracaj

La stessa sensibilità ha riconosciuto anche la portata culturale di chi giovane non è e nemmeno artista del pennello tout court come Dario Fo. Una parte della storia del nostro pensiero e della nostra immaginazione è tributario delle sue parole, e la sua pittura è stata testimone e compagna della composizione di molte opere teatrali: a lui fino all’11 giugno  Miniaci Art Gallery ha dedicato una mostra personale.

miniacimod015 (1)Alcune pubblicazioni sugli artisti rappresentati,  foto di Sofia Obracaj

Sono lieta del messaggio positivo che mi trasmette pensando al ruolo del critico d’arte, per lui fondamentale perché è colui in grado di far capire il messaggio culturale custodito nell’opera d’arte; deve riuscire a farlo capire anche al gallerista e deve esserne conscio anche il mercante, che chiude sensatamente il cerchio della trasmissione di questo messaggio al collezionista.

miniacimod013 (1)Miniaci Art Gallery, un dipinto di Dario Fo.  Foto di Sofia Obracaj

Nella galleria di via Brera 3 vedo chiaramente la linea seguita da sempre, ci sono opere di autori storicizzati come Chia, Mimmo Rotella, Chagall, Guttuso, Manzù, Sassu, Vedova, Morlotti, Warhol,  insieme a giovani personalità, spesso anche emergenti. Con questi Antonio Miniaci si assume un doppio incarico, quello di gallerista che segue con attenzione la produzione degli artisti per due o tre anni, per poi proporre un contratto in esclusiva e trasformarsi quindi in mercante d’arte.

miniacimod003 (1)“Chi ne fa una ragione di vita”, sullo sfondo un dipinto di Domenico Marranchino.  Foto di Sofia Obracaj

La sua selezione avviene come mi dice eloquentemente con gli “artisti che fanno del loro lavoro una ragione di vita”, non ci sono improvvisati o senza esperienza. Tutti coloro le cui opere sono passate tra le mani di Antonio Miniaci dedicano le loro forze alla sperimentazione e alla disciplina dell’apprendere una specifica tecnica che li contraddistingue. Miniaci intende rappresentare chi per lui continua una tradizione, quella che ha reso l’Italia grande nel mondo nei secoli passati, e che ha avuto grandi protagonisti nel XX secolo. E’ importante per lui “saper lavorare” che si traduce nel sapere piegare alla visione interiore un discorso pratico e tecnico.

miniacimod011Dall’interno verso il quartiere,  foto di Sofia Obracaj

Guardandomi intorno vedo che non si è lasciato sfuggire il recente interesse italiano per la street-art. Con coraggio Miniaci punta sulla crescita di questo fenomeno che sta prendendo piede da noi e che secondo il gallerista riuscirà ad espandersi. Vedo infatti alle pareti un lavoro di KayOne, giovane senza dubbio e sperimentatore sulla tela di tecniche apprese dal muro.

miniacimod014 (1)Ruben D’amore, direttore della galleria, posa di fronte ad un lavoro di Kay-One, foto di Sofia Obracaj

Mi racconta di come l’incontro con la street-art è avvenuto per Miniaci a Miami. Della città della Florida ha avuto modo di vedere un modello di sviluppo economico basato sull’arte. “E’ un reale esempio vincente” continua a spiegarmi, quello del quartiere di Wynwood. Lui lo vide quarant’anni fa prima della sua trasformazione, quando ancora la Florida era un luogo dove svernavano i pensionati; poi la città si è davvero risvegliata, complice anche la presenza del lusso di Gianni Versace, e mobilitata anche la classe politica per renderla un centro esclusivo con nuovi investimenti anche per i giovani.

miniacimod010Riflessi scultorei, foto di Sofia Obracaj

Il modello di risveglio nel puntare su arte e cultura anche in termini economici per lui è osservabile al Sud Italia nell’esempio del paese di Praiano, ma in generale lo auspicherebbe ovunque in questo che “potrebbe essere un museo a cielo aperto”.

Art Basel si è inserita a Miami con la sua “selezione ferrea” per i galleristi e artisti, un merito per Miniaci, che “hanno puntato sugli storicizzati”. Ma Miniaci continua a credere in tanti italiani che stanno crescendo. Oso chiedere chi..lui mi parla di Davide Disca, Fabio Giampietro, KayOne, Domenico Marranchino, Antonio Tamburro.

miniacimod019 (1)Un’ultima stretta di mano presso la Miniaci Art Gallery, foto di Sofia Obracaj

La vita intensa per e con l’arte ha permesso ad Antonio Miniaci di realizzare molti dei suoi sogni ma lui dice di sentirsi come all’inizio, con il mistero del futuro e con la stessa elettricità del bambino che guarda le nuvole e continua a sognare di girare il mondo.

Michela Ongaretti

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miniacimod021 (1)Interno della Miniaci Art Gallery, foto di Sofia Obracaj

miniacimod017 (1)Di fronte ad un dipinto di Gianluca Miniaci, foto di Sofia Obracaj

miniacimod018 (1)Antonio Miniaci e Sandro Chia, foto di Sofia Obracaj

lee broom

In van per la Milano del Fuorisalone: Lee Broom e il suo road-show con la collezione Optical

In van per la Milano del Fuorisalone: Lee Broom e il suo road-show con la collezione Optical

DI MICHELA ONGARETTI

Lee Broom porta in van la collezione Optical al Fuorisalone 2016.

E’ stato la rivelazione del Fuorisalone, almeno per me, perché nel Regno Unito Lee Broom è assai noto come interior designer e progettista

La Milano Design Week è stata teatro itinerante per lui che ha allestito all’interno di un van una vera e propria installazione con la sua nuova linea di lampade Optical.

 

L'installazione sul van Palazzo Italiano con il designer e la collezione Optical

L’installazione sul van Palazzo Italiano con il designer e la collezione Optical

 

Si è fermato in diversi punti della città, lezone calde del Fuorisalone, fino a sabato, aprendo le porte al suo Salone del Automobile (sic), nome ironico per l’operazione “alternativa”, comunque ben accolta ed anzi considerata a tutti gli effetti estensione dell’istituzionale MDW.

L’installazione nel van, quello per le consegne del suo negozio, si chiama Italian Palazzo come omaggio alla nostra architettura, perché Broom ripensa alle sue visite precedenti quando era rimasto impressionato dalle location in antiche dimore cittadine, con i loro maestosi interni.

Il Fuorisalone secondo Lee Broom, con un particolare della decorazione

Il Fuorisalone secondo Lee Broom, con un particolare della decorazione

 

Incorporata alla scenografia la collezione di lampade, in metallo e vetro soffiato, è “Optical”, con l’idea nata dalle illusioni ottiche e dalla op art dei dipinti degli anni sessanta, mutevoli nelle diverse angolazioni e prospettive: allo stesso modo le luci cambiamo il loro look girando attorno ad esse. Somigliano anche a dei lampioni, per ricordare che l’evento è on the road per le vie della città lombarda.

Lampade da terra e e sospensione della collezione Optica di Lee Broom

Lampade da terra e e sospensione della collezione Optical di Lee Broom

 

Segnalata tra i 15 migliori allestimenti per la MDW2016, la mostra compatta e trasportabile è caratterizzata dal grigio, marchio “di fabbrica” della creatività di Broom, ornata da colonne e architrave come sfondo classicista e monocromo, in contrasto controllato con lo stile sixties delle lampade sferiche, appoggiate su sostegni quelle da tavolo, appese direttamente alla struttura le sospensioni o dal lungo stelo quelle da terra. Tutto perfettamente posizionato per materializzarsi agli occhi come una vera stanza apparsa dietro ad una porta magica.

Lee Broom ha aperto alla fine del 2013 uno showroom nel quartiere di Shoreditch a Londra: sotto l’insegna Electra House presenta tutti i prodotti per l’illuminazione e l’arredamento e con la propria etichetta: ha realizzato più di 75 oggetti dal 2007, oltre ad una ventina con altri marchi. Ha particolarmente a cuore la selezione degli artigiani, piccoli produttori e manifatture inglesi. Essi hanno creano ciò che Broom personalmente produce e distribuisce, tra cui ricordo il best seller del marchio, le lampade a soffitto in ottone e vetro Crystal Bulbs.

Crystal Bulb Chandelier di Lee Broom

Crystal Bulb Chandelier di Lee Broom

 

Coerentemente alla sua visione proposta anche a Milano, ogni mobile è collocato in una piccola scenografia, ed ogni oggetto è frutto di un’eccellenza artigianale scelta con cura.

Come interior designer in patria ha curato molti spazi residenziali e commerciali, ristoranti e bar di cui ricordiamo l’Old tom & English a Soho con velluti, legni, e le sue lampade forgiate nel marmo prodotte solo grazie alla perizia tradizionale di artigiani italiani.

Lee Broom abbraccia Rossana Orlandi il primo giorno del tour per le location del Fuorisalone

Lee Broom abbraccia Rossana Orlandi il primo giorno del tour per le location del Fuorisalone

 

Il viaggio del department store immaginario intorno ai distretti chiave del design milanese è partito martedì 12 da S. Ambrogio con il celeberrimo spazio commerciale e di tendenza di Rossana Orlandi, mentre la sera ha animato il dehor del mitico Bar Basso, teatro e rifugio del bel mondo del progetto, milanese e non, dagli anni novanta. Poco dopo la classica ora dell’aperitivo, i calici si sono alzati anche in nome della sua creatività per il party inaugurale.

Il secondo giorno lo si poteva ammirare presso il polo nuovissimo S. Gregorio Docet nell’omonima via vicino a Corso Buenos Aires. Il terzo giorno si è posizionato nel cuore di via Tortona, mentre venerdì 15 aprile è stata la volta di Brera, per la precisione davanti a Fantini in via Solferino 18.

Il road show si è concluso il 16 aprile al design district di via Ventura Lambrate, ormai diventato di culto per le idee più fresche dei giovani creativi.

La collezione Optica di Lee Broom alla MDW2016

La collezione Optical di Lee Broom alla MDW2016

 

Il furgone scenografico non è stato un antagonista ma per ogni location ha fatto da corollario espositivo in accordo con gli eventi e gli espositori, collocato in strada ma non clandestino.

Non è la prima volta che il designer si inserisce in modo originale nel contesto stimolante e caotico del Fuorisalone, e già sono entrate nella sua storia personale e creativa le settimane di primavera passate. Mi domando come sia possibile averlo notato solo nel 2016!

Studiando un p0′ .. ho scoperto che l’anno corso era “stabile” ma in un luogo lontano dalla pazza folla, in zona Stazione Centrale aveva ridato vita ad un negozio dismesso con la varietà dei suoi pezzi di design, dalle lampade alle poltrone, dai mobili agli specchi. Nel 2012, la sua prima volta al Fuorisalone, aveva ricreato in via Ventura un vero e proprio pub inglese in una galleria e ricorda di avere sul serio bevuto un whisky con un visitatore italiano che compiva quel giorno 100 anni. Avvezzo al concetto di makeover funzionale usato in senso spettacolare, aveva pure nel 2015 trasformato il suo showroom di Shoreditch in un negozio di fiori.

Lo showroom di Londra trasformato in negozio di fiori

Lo showroom di Londra trasformato in negozio di fiori

 

Sicuramente è un’esperienza che vorrà ripetere, (chissà cosa studierà per il Fuorisalone 2017), vista l’opinione entusiasta sulla Milan Design Week. L’ha infatti descritta come “meravigliosa, che lega tutti i partecipanti in maniera speciale”. La manifestazione milanese è “incredibilmente importante per designer come me perché è seguita in tutto il mondo, vi accorrono persone persino dall’Australia”, e questa global audience rende l’evento una vetrina unica, sia per mettersi in mostra che per osservare le novità nel campo, senza avere i vincoli di una fiera tradizionale come il Salone del Mobile.

Michela Ongaretti

evidenza Un anziano trasporta Foroba Yelen (1)

Foroba Yelen di Matteo Ferroni: luce collettiva per i villaggi rurali in Mali

Foroba Yelen di Matteo Ferroni: luce collettiva per i villaggi rurali in Mali

lampade ledBambini sotto Foroba Yelen
La settimana scorsa sono entrata nella ex chiesa di S. Carpoforo in Brera per vedere la mostra Luce4Good e ho avuto la fortuna di partecipare alla presentazione del progetto Foroba Yelen dell’architetto Matteo Ferroni.

Matteo Ferroni durante la presentazione di Foroba Yelen il 15 dicembre in Brera, ph. Kristin Man (1)Matteo Ferroni durante la presentazione di Foroba Yelen il 15 dicembre in Brera, ph. Kristin Man

L’iniziativa è della fondazione eLand creata in Svizzera da Ferroni per promuovere studi sulle culture e sui territori, da lui vengono il concept e il design, con il sostegno di FAD Fomento Arte y Diseño Barcelona e di Haus der Kulturen der Welt Berlin.

Nella zona dell’ex abside era espostol’Albero della Luce, Foroba Yelen come direbbero in Mali, territorio dove, e per il quale, è stato creato questo lampione a LED trasportabile e leggerissimo,costruito quasi integralmente con materiali recuperati, del quale spicca alla base una ruota di bicicletta.

E’ una luce collettiva per il Mali rurale, che si oppone al concetto di luce pubblica convenzionale: una sorgente condivisa per illuminare le attività soprattutto notturne più che gli spazi, mobile e non fissa. Nasce dallo studio sulle comunità del paese dove Ferroni è rimasto quasi tre anni, considerando la luce “un fenomeno culturale più che una sfida tecnologica, alla ricerca di armonia tra l’utensile, la cultura e la natura”, partendo dalle teorie di Kropotkin sulle comunità indipendenti. Il design dialoga con l’etnografia e lo studio antropologico, per rispettare e valorizzare la peculiarità della vita e del lavoro in quel preciso territorio.

Matteo FerroniMatteo Ferroni con l’Albero della Luce- Foroba Yelen

La struttura è semplice ed elegante allo stesso tempo, replicabile facilmente dai cittadini locali. Ne sono statelasciate in Africa finora 102, sparse nella comunità rurale formata da 72 villaggi, nella regione di Segou. Il progetto ha avuto una menzione d’onore al FAD Award della città di Barcellona, pubblicato dal MoMA ed esposto nella collezione permanente del Biosphere di Montreal come progetto di integrazione tra Natura e Tecnologia. L’esperienza sarà totalmente compiuta con il manuale che Ferroni sta scrivendo che conterrà le istruzioni per la fabbricazione, le pagine web per ordinare i pezzi, e tutta la testimonianza della gestione collettiva.

Sono rimasta colpita profondamente dal progetto. Intuivo immediatamente che si stava parlando, come accade raramente, dell’ incidenza reale del design sulla quotidianità. Quindi ho chiesto di poter approfondire l’argomento con Matteo Ferroni che mi ha accolto con semplicità e disponibilità il giorno dopo. Spesso quando penso a dei luoghi, concreti o mentali, angusti, inospitali e senza sviluppo logico, uso l’espressione ereditata da mia madre del cuore che si fa piccolo, invece mentre parlavo di Foroba Yelen sentivo il mio cuore espandersi, pesare per la bellezza intrinseca della sua grande umanità.

Foroba Yelen nell'orto comunitario (1)Foroba Yelen nell’orto comunitario

Nulla accade per caso e così l’architetto era partito per l’Africa per progettare un teatro per una cantante maliana nella capitale. Era la prima volta nell’Africa nera per una persona che ha abitato in diversi paesi nel mondo, Berlino, Barcellona, l’India, dove era lo aveva stimolato l’uso religioso e simbolico dell’illuminazione.

In Mali fuori dalla metropoli di due milioni di persone si trova catapultato in una realtà “indietro di 500 anni”, che lo affascina. A Bamacho aveva visto i ragazzi che di notte studiavano sotto ai lampioni e intuiva come questi di per sé potessero “diventare una biblioteca”. Insegnando all’università inizialmente voleva che un’illuminazione simile fosse un esercizio per gli studenti, ma poi decide di studiare le abitudini di vita delle aree rurali e da due mesi di permanenza si trova a fermarsi per periodi sempre più lunghi.

Foroba Yelen nella Scuola CoranicaForoba Yelen nella Scuola Coranica

Entrare nella realtà dei villaggi lo avvicina alla posizione dell’antropologo, con la differenza che per Ferroni quella disciplina è “forse su quello che c’è, mentre io ho lavorato su quello che potrebbe esserci”, più che uno studio analitico si fa guidare dalle impressioni soggettive per immaginarsi cosa potrebbe succedere sotto una luce, si vede più vicino allo scrittore che inventa una storia più che allo studioso che semplicemente analizza e riporta l’esistente. Alcune intuizioni si sono avverate, la risposta a ciò che è considerato un bisogno è stata per alcuni aspetti accolta, l’ideale si è in qualche modo avverato.

Aveva già spiegato durante il Fuorisalone 2014 che più importante dell’oggetto è la vita che scorre intorno ad esso (e ci auguriamo di rivederlo anche a Fuorisalone 2016 a Milano!). “Da noi in città è la competizione che premia, da loro nel loro mondo rurale è la collaborazione”, e le principali attività produttive sono comunitarie: il mulino, l’orto, il centro di salute, la scuola. “Per noi europei c’è l’illuminazione pubblica, derivante dalla res pubblica della cultura latino-romana concetto che non esiste in Mali mentre vive quello del bene collettivo” con le strutture a gestione cooperativa, da qui l’idea che anche la luce possa essere un bene collettivo.

Foroba Yelen e il veterinarioForoba Yelen e il veterinario

Per capire in che modo la luce potesse interagire ed essere in armonia con quello che già esiste studia i cicli produttivi e capisce che spesso le attività si legano ad un contesto magico simbolico, come la figura di alcuni artigiani ( ad esempio il forgitore che è considerato colui che domina i segreti del fuoco) e che lo spazio sociale, la vita, è sempre intorno all’ombra di un albero. Foroba Yelen si riferisce al valore simbolico dell’albero della vita, questo è il discorso antropologico più forte. L’intento è di“provare a trasformare quest’ombra in luce, prolungarla nella notte”. Alle sei c’è sempre buio, ma in Mali non hanno un ciclo veglia-sonno come il nostro, la notte è un momento importante per il lavoro soprattutto quando c’è la luna, perché di giorno fa molto caldo.

Inoltre i maliani usano strutture trasportabili: le persone si spostano con i loro utensili, su carretti, muli, carriole o spessissimo le ruote o delle bici o di un motorino, montate su un telaio con dei manici, e l’illuminazione a LED si dovrebbe adattare a questo sistema, così che per la necessità reale invece di dover installare 20 lampioni fissi ne bastino tre- quattro mobili.

Foroba Yelen nasce anche dal grande rispetto per il buio, il lampione serve ad illuminare un’attività specifica ovunque si trovi, in un luogo dove si convive e si valorizza anche l’oscurità. Serviva un cerchio definito dalla luce che permettesse di entrare e uscire da esso, come dalla protezione magica dell’albero. I lampioni pubblici per questo non funzionano, non tanto per la fissità, lo è anche la pianta, quanto per il tipo di luce: diffusa e schermata per eliminare le ombre. Invece Ferroni ha cercato l’opposto, un’illuminazione da teatro, che delimita marcatamente un perimetro, anche quando la luce lunare è così forte da abituare la pupilla a distinguere le cose, la sua accensione immediata grazie al LED delimita un cono netto, un’epifania. Per ottenere questo c’è stata una sperimentazione applicata, passata da scartati plexiglass sabbiati con carta vetrata. La temperatura colore del LED conta moltissimo: se il colore caldo si mescolava troppo agli ocra delle case, la soluzione è stata la produzione con un solo tipo di bianco.

Foroba Yelen durante la vendita della carnelampade LED -Foroba Yelen durante la vendita della carne

Nei villaggi dove sono poche le cose che ti puoi portare da casa aveva con sé solo un telefonino e un pc; ha disegnato la lampada sui quaderni che in West Africa il governo stampa per i bambini delle elementari, “una parte importante del mio progetto”.

Ferroni dice di essere una persona che ama raccogliere oggetti, così pian piano ha recuperato la batteria di una moto, la teiera in alluminio riciclato e rifondibile, la ruota della bici qui spessissimo smontata a costituire una nuova struttura: su questi oggetti trovati ha pensato all’oggetto nuovo, come è e mi piace pensarlo, un ready made funzionale, poi nel tempo ha semplificato al massimo la struttura del lampione il cui stelo, allungabile , è fatto con tubi idraulici che ” scorrono bene tra di loro e arrugginiscono poco”.

In Africa esistono pochi oggetti perché non esiste industria, ma ci sono artigiani che hanno esperienza degli utensili e del riciclo. Quello che conta per la realizzazione del lampione “non è tanto un disegno tecnico quanto un procedimento”, dove sono coinvolti gli artigiani del luogo, non quelli speciali spesso interpellati nei progetti di cooperazione, ma coloro che hannoconoscenze di base reperibili davvero in ogni villaggio: il fabbro che fa le pentole con alluminio riciclato e che in pochi minuti ha creato lo stampo per la struttura che contiene il LED, il meccanico di biciclette, chi ripara le tv per la parte elettrica, così ovunque si può fabbricare l’Albero della Luce, basta avere corrente per le saldature.

Il collettivo di donne sotto la luce teatrale di Foroba YelenIl collettivo di donne sotto la luce teatrale di Foroba Yelen

Ogni cosa si è trovata in loco, il limite di reperibilità è quello dell’unità comunale, tranne il LED che non c’è sciolto, si trovano solo moduli dei lampioni stradali che sarebbero da smontare. La parte elettrica funziona col modulo LED, un cavo del telefono fa passare la corrente dalla batteria della moto con una molla, a terra. Questa batteria si ricarica con un pannello solare, consuetudine nella zona dato che ogni villaggio ha una persona che fa il mestiere tipico di rifornire di energia: egli ha da 5 a 10 pannelli solari e una stanza piena di cavi e batterie che noleggia o con cui ricarica i telefonini o le altrui batterie.

Mi informo sulla deteriorabilità delle lampade LED: una versione è di lunghissima durata, costoso e fabbricato in Italia, ma se si dovesse rompere si può soltanto buttare. Poi Ferroni ne ha studiato uno che va assemblato là e ordinati i chip via internet; le amministrazioni spesso legate a Ong li fanno arrivare senza problemi. Chi si occupa del montaggio è colui che ripara la tv e le radio, serve la loro precisione nell’elettronica dei i fili.

A chi appartengono le oltre cento lampade a LED lasciate in Mali? Sono della collettività, del villaggio così come il mulino o l’orto, esiste un protocollo replicabile sulla luce studiato dalla Fondazione. Vengono consegnate all’unità amministrativa del Comune, che le consegna a un villaggio rappresentato da un comitato formato tradizionalmente dalle donne come nei mulini dove esiste la presidente, la vicepresidente, la tesoriera.

Un anziano trasporta Foroba Yelen (1)Un anziano trasporta Foroba Yelen

Ci sono alcuni uomini, ad esempio l’operatore per la manutenzione, che di solito è chi si occupa dell’energia. Il comitato li noleggia a individui o gruppi: principalmente sono usati per feste religiose come funerali e matrimoni, questi ultimi durano quattro giorni interi durante i quali si affitta un gruppo elettrogeno a gasolio che è un costo elevato, quindi Foroba Yelen preso come progetto di cooperazione incide anche sulla sostenibilità. Con il suo utilizzo nascono anche nuovi mestieri: “se la luce la dai al maestro e non tanto alla scuola, lui può dare ripetizioni la sera”.

La sua estetica è qualcosa di “molto africano”, nella ruota di bicicletta che però deriva anche dal ready made per eccellenza totalmente occidentale, quello di Duchamp, dove allora l’unione di pezzi con funzioni differenti cambiava il segno del prodotto finale in senso solo artistico, senza utilità. Oggi l’object trouvè ha trovato spazio in Africa per mantenere una grazia, una bellezza insita nella struttura, ma soprattutto dove il cambiamento di significato dei singoli pezzi va verso una nuova vita funzionale ad altre.

Non era necessario che L’Albero della Luce fosse bello, ma per Ferroni era importante, dice che è anatomico, si ispira all’eleganza delle figure delle donne e degli uomini del Mali, dallo loro gestualità e dai movimenti. Rappresenta un po’ il loro incedere fluido, come nell’immagine della donna che innaffia l’orto comunitario con la grazia di una moderna Madonna, o dal signore anziano vestito di rosso, accanto a lui l’albero della luce ispirato alle sue movenze.

Michela Ongaretti

Serpente di Fuoco, di Nino Alfieri,al buio, scultura da parete in legno scolpito dipinto che genera un’aura luminosa visibile sia con la luce solare che artificiale

Luce4Good. La luce di undici artisti contro il tumore al seno, nell’ex chiesa di San Carpoforo

Luce4Good. La luce di undici artisti contro il tumore al seno, nell’ex chiesa di San Carpoforo

Mostre Milano Brera: Luce4Good La luce di undici artisti contro il tumore al seno, presso l’ex chiesa di San Carpoforo .

Il 2015 è stato proclamato anno della Luce, idea e materia che ha ispirato la mostra Luce4Good Light Art Ensemble 2015, curata da Gisella Gellini, architetto e ricercatrice della cultura della luce, docente del corso Light Art e Design della Luce presso laScuola del Design del Politecnico di Milano, e Domenico Nicolamarino, architetto e docente di Light Design e Illuminotecnica all’Accademia di Belle Arti di Brera.

Pectus Terra di Nicola Boccini, installazione interattiva di sculture in porcellana con fili di rame

Pectus Terra di Nicola Boccini, installazione interattiva di sculture in porcellana con fili di rame

 

Gli artisti coinvolti hanno realizzato opere site specific sul tema “Luce, Ricerca, Vita, Donna“, sono : Nino Alfieri, Carlo Bernardini, Nicola Boccini, Marco Brianza, Leonilde Carabba, Arthur Duff, Nicola Evangelisti, Maria Cristiana Fioretti, Federica Marangoni, Marco Nereo Rotelli e Donatella Schilirò.

Skyline di Antonella Schilirò, elemento da parete in alluminio traforato e luci a LED

Skyline di Antonella Schilirò, elemento da parete in alluminio traforato e luci a LED

 

 

E’ possibile visitare la mostra solo fino a domenica venti dicembre 2015, e vi garantisco che varrebbe davvero la pena di interrompere il vostro shopping natalizio per una visita nella suggestiva chiesa sconsacrata di San Carpoforo, nel cuore di Brera.

L’ideazione e l’organizzazione generale è di Chiara Pariani, direttoremarketing & e-commerce di QVC Italia, in collaborazione con l‘Accademia di Brera,e andrà a sostegno del progetto Pink is Good della Fondazione Umberto Veronesi a favore della ricerca e della prevenzione del tumore al seno. Sarà infatti possibile acquistare le opere esposte dal valore di 2000 fino a 10000 euro, e il ricavato sarà interamente devoluto per la causa. Supportano l’iniziativa il presidente Marco Galateri di Genola e il direttore Franco Marroco dell’Accademia.

L'ex chiesa di San Carpoforo, tra i palazzi di Brera

L’ex chiesa di San Carpoforo, tra i palazzi di Brera

 

Luce4 Good continua il discorso iniziato con la prima edizione di Light Art Ensemble un anno fa; oggi non si investe soltanto in qualità artistica ma anche nella finalità di sostegno umanitario e alla scienza.

La luce rappresenta lo strumento per la vita e la conoscenza, come si legge sul sito ufficiale dell’ International Year of Light : “è di fondamentale importanza nello studio dei principi base della vita e dell’ambiente che ci circonda. La fisica e le scienze naturali nel loro complesso oggi si affidano alle tecnologie fotoniche per esplorare e capire meglio il nostro mondo“. Questa funzione è ben esemplificata dalla fruizione diqueste opere: esse permettono una vera e propria esperienza sensoriale, così che la light art simboleggi con il suo offrirsi ad un impulso estetico attivo, l’importanza dell’organo della donna da proteggere, il seno che a sua volta è simbolo della femminilità e della maternità.

Ogni artista ha presentato quindi una sua visione della malattia come tema di ricerca scientifica o della femminilità.Le diverse opere hanno racconti differenti, come lo sono le persone che si trovano a confrontarsi con la malattia del nostro secolo, ma tutte le situazioni elencate elaborano un percorso di lotta e resistenza, verso la guarigione.

Serpente di Fuoco, di Nino Alfieri,al buio, scultura da parete in legno scolpito dipinto che genera un’aura luminosa visibile sia con la luce solare che artificiale

Serpente di Fuoco, di Nino Alfieri,al buio, scultura da parete in legno scolpito dipinto che genera un’aura luminosa visibile sia con la luce solare che artificiale

 

Ho trovato interessanti, e memorabili: Nicola Boccini che raffigura esplicitamente seni in porcellana luminescente che cambia colore a seconda dell’intensità dei suoni ad essi vicini; la collina-seno di Donatella Schilirò che pareirrigata dalla luce, quella del sapere che può salvarla, Federica Marangoni realizza dal calco della sua mano, una mano in vetro di Murano aperta nel gesto di fermare la malattia, davanti ad un’insegna luminosa rossa che recita “NO” rosso. Un no che si trasforma in un “on”fiducioso nella struttura luminosa in sottilissimo tubo neon di Arthur Duff.


Nino Alfieri ha realizzato alcune opere con un serpente in legno dipinto,
collocate in una stanza a formare un’installazione dove il primo riferimento è al Caduceo di Hermes o al Colubro sul bastone di Esculapio, simboli dell’antica arte medicinale. Il serpente qui non è arrotolato ma chiuso a formare un cerchio, l’antico Uroboro simbolo dell’infinito, per alludere alla ciclicità naturale e temporale, e alle sue capacità di rigenerare e rigenerarsi, la luce è coinvolta sia nell’illuminazione dalla parete che nell’alone luminoso in vernice riflettente, visibile sia con la luce solare che artificiale.Nell’opera di Leonilde Carabba ci sono diversi riferimenti esoterici, e la guarigione è anche quella dell’anima.

Ispirato-e-dedicato-a-Raphael-il-grande-guaritore-di-Leonilde-CarabbaColori-acrilici-foglia-d’oro-vera-colori-fluorescenti-e-fosforescenti-su-tela

Ispirato e dedicato a Raphael il grande guaritore di Leonilde Carabba ,Colori acrilici foglia d’oro vera colori fluorescenti e fosforescenti su tela

 

Carlo Bernardini utilizza la metafora dell’ombra per parlarci della luce: la seconda è più forte perché riesce ad attraversare una superficie mentre l’ombra si limita a disegnarsi su di essa. Essa rappresenta il potere della conoscenza, della ricerca scientifica che vince l’oscurità del male.

La mostra è in corso appositamente durante il periodo Natalizio per riallacciarsi anche al valore mistico della lucenelle festività, forse ormai svuotate del tradizionale senso religioso ma tutt’ora vicine all’idea laica della famiglia e dell’incontro. Non dimentichiamoci molte altre culture hanno festività invernali centrate sulla simbologia della luce, ad esempio Hanukkah, Kwanzaa ecc. Inoltre esisteva la celebrazione pagana di Yule nel solstizio d’inverno, quando l’asse terrestre si inclina rispetto al sole nell’emisfero settentrionale; il sole raggiunge la massima distanza per iniziare a trovarsi progressivamente sempre più vicino nei mesi successivi, e per millenni si è festeggiata questa possibilità, questo ritorno alla luce che è messaggio di speranza e fede nella prosperità futura.

Codice Spaziale di Carlo Bernardini, Elemento da parete in fibre ottiche, OLF, plexiglas®

Codice Spaziale di Carlo Bernardini, Elemento da parete in fibre ottiche, OLF, plexiglas®

 

Un evento speciale è stata la presentazione del progetto per l’Africa ruraleForoba Yelen, al pubblico e agli studenti del corso “Light Art e Design della Luce” del Politecnico di Milano. Ne ha parlato l’ideatore, l’architetto Matteo Ferroni, che ha stimolato la mia curiosità al punto da volerlo intervistare il giorno dopo. Potete seguire su Artscore la testimonianza del suo racconto emozionante nel design vero , quello davvero utile, nel segno della luce nel continente più povero e ricco allo stesso tempo.

Ci tengo a ricordare che la Fondazione Veronesi è attiva dal 2003 per sostenere la ricerca scientifica attraverso borse di studio ai medici e ricercatori, e per la sua divulgazione, al fine di rendere patrimonio di tutti i risultati acquisiti. Per questoorganizza conferenze e incontri con relatori internazionali, pubblicazioni e campagne di sensibilizzazione, progetti per le scuole. Tra i suoi promotori scienziati ci sono ben undici premi Nobel, parte del Comitato d’Onore, il cui operato è riconosciuto a livello internazionale.

Gisella Gellini presenta gli artisti di Luce4Good

Gisella Gellini presenta gli artisti di Luce4Good

 

Il canale televisivo QVC, è da tempo collaboratore della Fondazione Umberto Veronesi e di Pink is Good. Oltre a Luce4Good, ha sostenuto la fondazione con la vendita del set di due candele rosa del marchio Price’s durante il mese di ottobre, dedicato alla prevenzione contro il tumore al seno. Il prodotto è andato sold-out in poche ore, dimostrando l’attenzione dei suoi utenti a temi sociali così rilevanti; inoltre ha dato grande spazio alla prevenzione attraverso una campagna multicanale che ha avuto la cantante Nina Zilli come protagonista, insieme alle vere “Pink Lady”, donne che hanno dato testimonianza della sconfitta del tumore.

L’ex Chiesa di San Carpoforo si trova in via Formentini 12, Milano

Michela Ongaretti