Black Light Art, l'esempio di Nino Alfieri

Black Light Art. A Como la luce colora il buio, con sette anime

Black Light Art: la luce che colora il buio. Ha inaugurato sabato 5 novembre a Como la seconda mostra del progetto itinerante. Come a maggio nella cornice tutta milanese del palazzo della Regione Lombardia, è a cura di Gisella Gellini e Fabio Agrifoglio, in collaborazione con la Fondazione Agrifoglio, stavolta presso la Pinacoteca Civica di Como. Sarà possibile visitarla fino al 7 gennaio 2018.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Mario Agrifoglio

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Mario Agrifoglio, ph. Gaetano Corica

 

In questa occasione sono sette i nomi dell’arte contemporanea coinvolti, tutti artisti per cui la luce ha un ruolo fondante, strumento espressivo interpretato secondo una personale e assai differente poetica. Parliamo di Mario Agrifoglio, LeoNilde Carabba, Nino Alfieri, Claudio “Sek” De Luca, Nicola Evangelisti, Maria Cristiana Fioretti e Olga SerezhinaIl.

Perché la luce sia splendente, ci deve essere l’oscurità

Francis Bacon

 

Come noi abbiamo vissuto, il visitatore si troverà coinvolto in un’esperienza sensoriale, davvero immersiva. La fruizione della realtà pittorica avviene sotto molteplici aspetti in continua evoluzione nell’arco di alcuni minuti: di fronte ad un dipinto costituito da fluorescenti o fosforescenti, o entrambi, la loro reazione e manifestazione cambierà mediante il ciclo dinamico di luce bianca, black light (o lampada di Wood), e buio totale. Questa trasformazione è particolarmente stupefacente perché concentra l’attenzione sul complesso e sui particolari dell’opera, coinvolgendo chi osserva in un’attenzione nuova di verso la spazialità, in grado persino di amplificare la percezione dell’ambiente circostante.

Il percorso sarà accompagnato da una colonna sonora ispirata al tema della mostra, musiche estratte dall’album Undae Temporis del maestro Irlando Danieli.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Nicola Evangelisti

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Nicola Evangelisti, ph. Gaetano Corica

 

Il progetto espositivo al primo piano della Pinacoteca di Como nasce dall’idea condivisa della Fondazione Mario Agrifoglio e Caleidoscopio-multiplicity di Maria Proja de Santis, con il sostegno e la collaborazione dell’Assessorato alla Cultura e dei Musei civici del Comune di Como. L’allestimento e i progetti video e fotografico sono affidati alle exhibition designer Gaetano Corica.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Olga Serezhina

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte al dipinto di Olga Serezhina, ph. Gaetano Corica

 

La luce non è certo una novità per Gisella Gellini, architetto e docente del corso di Light Art e Design della Luce presso la Scuola del Design del Politecnico di Milano.  Da diversi anni la sua attenzione verso la luce si divide tra il suo utilizzo funzionale, nella progettazione architettonica e di design, e la funzione espressiva quale medium fondante nella ricerca artistica contemporanea. Ha curato alcune mostre sulla Light Art, noi l’abbiamo conosciuta nel 2015 nella chiesa di San Carpoforo a Milano, spesso associando alla bellezza il fine benefico, nella raccolta fondi per enti e associazioni umanitarie.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Nino Alfieri

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visita della mostra nel momento dell’esposizione alla black light. Opera di Nino Alfieri, ph. Gaetano Corica

 

L’incontro con Fabio Agrifoglio, figlio dell’artista e pioniere della Black Light Art Mario Agrifoglio, ha indirizzato le sue scelte più precisamente su opere pittoriche, quelle dove il materiale principale e “lucifero” è proprio il colore, con la volontà di Fabio di proseguire l’esperienza di Mario Agrifoglio e poterla condividere col pubblico, coadiuvata nella ricerca e nell’organizzazione dalla Fondazione. Nasce così questo progetto itinerante non dimenticando la possibilità di rendere queste mostre portavoce di problematiche sociali. La prima mostra della Black Light Art ha ad esempio sostenuto il progetto partner Lightquake 2017, con esposizione a Spoleto nella Rocca Albornoz e crowdfunding per la ricostruzione in Centro italia, nato dopo le violente scosse di terremoto nel dicembre del 2016.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Leonilde Carabba

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Leonilde Carabba

 

Un aspetto che rende queste mostre interessante è secondo noi l’estrema diversità tra gli artisti coinvolti, essi non rappresentano una scuola definita attraverso delle regole definibili della Black Light Art. Per Fabio Agrifoglio vogliono essere collettore di idee e riscoperta storica nella continuità di una metodologia a lungo inseguita dal padre soprattutto negli anni settanta, con una sperimentazione continua che può riservare sorprese: non si conoscono tutti gli effetti di nuove mescolanze di colore sotto l’effetto della luce nera, ma se molti artisti vi si cimentano in questa vocazione empirica “si porta avanti il messaggio recuperando anche il suo aspetto estetico”. Ciò che mette in evidenza il curatore è l’aspetto percettivo in costante studio: “l’artista, quando sperimenta con la luce nera e i colori fluorescenti o luminescenti o fosforescenti, lavora al limite e al confine della sensibilità umana”.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Claudio Sek De Luca

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Claudio Sek De Luca, ph. Gaetano Corica

 

Come funziona “l’accensione” di queste opere? Non c’è alcun trucco dietro alle tele, nessuna retroilluminazione, semmai una base solidamente scientifica dietro all’uso di colori o vernici che non solo vediamo in base alla riflessione luminosa, come normalmente per un materiale tradizionale avviene: qui i pigmenti reagiscono all’assorbimento della luce emettendo una radiazione, in differenti condizioni visive anche quando colpiti dalla Black Light o dal buio vero e proprio. I fosforescenti si manifestano con la loro carica energetica, trasformando l’opera in ciò che di essa vuole mostrare per prima, sotto alla Wood avviene quindi l’apparizione di ciò che davvero conta all’interno di quell’opera, per stimolare la fantasia attraverso le forme visibili, che essendo le uniche da poter scorgere quando il buio è totale, assumono una valenza simbolica forte;  in parole povere stimolano la nostra memoria e la nostra fantasia.

 

Black Light Art. In visita alla mostra

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Olga Serezhina e Claudio Sek De Luca, ph. Gaetano Corica

 

Sempre in una visione dove la metamorfosi è ben evidenziata dall’allestimento, dove la fruizione avviene su un “triplo” binario di consapevolezza progressiva del limite e del suo superamento, dalla luce bianca alla gamma degli ultravioletti con una sospensione dell’incredulità solo parziale, per poi varcare letteralmente la soglia di un mondo onirico e sensibile al contempo, fatto letteralmente dei segni e dei colori che hanno deciso gli artisti. In quella trasformazione viviamo un’esperienza di spazio e di tempo lontana dai paradigmi consueti e controllati dove tutto è comprensibile in una dimensione, in un momento, per quanto lungo possa essere, alla ricerca di particolari, qui siamo all’interno di uno spazio sempre più sintetico, mai statico, che nel suo coinvolgimento non potrebbe che essere figlia dei tempi, ma che utilizza un lessico antichissimo.

 

Black Light Art. Leonilde Carabba parla della sua opera

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. L’artista Leonilde Carabba parla con una visitatrice di fronte ad una sua opera, ph. Andrea Butti

 

Alcuni  protagonisti

E’ questo ritrovarsi nel futuro e nel passato a caratterizzare l’opera di Nino Alfieri, uno dei tre artisti da noi preferiti per ricerca ed effetto.  Le forme che descrive sono ancestrali e si possono ricollegare ad elementi naturali che come dice lo stesso artista “hanno a che vedere con degli archetipi quindi da fossili a delle armi a degli organi come visti al microscopio, ma se osservate in lontananza e con una certa luminosità “diventano un cosmo secondo un concetto rinascimentale dove l’uomo si vede come media proporzionale tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande”. Nella realizzazione spesso però c’è l’utilizzo di tecnologie nuove come l’elettronica, il processore Arduino e la scelta di un tipo specifico di frequenza delle luci che incidono sui materiali fotosensibili, colori che nella variazione vanno a “toccare tutto il ventaglio delle nostre percezioni, negli aspetti diurni e notturni, reali e onirici”.

 

Black Light. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce bianca

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri sotto la luce naturale

Black Light Art. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce di Wood

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri. Seconda fase sotto la lampada di Wood

Black Light Art. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce di Wood, dopo un istante

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri. Sotto la lampada di Wood, verso il buio

 

Quel cosmo fatto di equilibri formali appartiene alla ricerca stessa del capostipite di un procedimento, se non di una scuola, come Mario Agrifoglio. Secondo le parole del figlio il pittore cercava equilibrio organico componendo  forme e colori, la genesi dell’opera cresce nella contrapposizione di “due forze che lui chiamava forza fredda e forza calda, una espansiva e una contrattiva”. L’introduzione della Black Light aggiunge un livello ulteriore a questa indagine, per “avere un controllo completo nelle miscelazioni”, basandosi sullo studio scientifico della teoria del colore. La ricerca sul colore e sulla luce appartiene all’epoca moderna ma la sua mente era rivolta oltre, perchè l’idea era di mostrare mediante l’applicazione all’arte principi poco noti o sconosciuti.

 

Black light. Opera del maestro Mario Agrifoglio, alla luce diurna

Black Light Art. la luce che colora il Buio. Mario Agrifoglio, Senza Titolo_diurna

Black light. Opera del maestro Mario Agrifoglio, alla lampada di Wood

Black Light Art. la luce che colora il Buio. Mario Agrifoglio, Senza Titolo_lampada di Wood

 

 Se parliamo di definizioni c’è chi non si riconosce in quella secondo cui la Light ( e Black Light) art ,è una forma d’arte il cui mezzo coincide col fine. E’ il caso di Nicola Evangelisti che trova sterile utilizzare la luce per parlare dello stesso mezzo espressivo, la luce. Certamente il rapporto stretto con la materia esiste e da sempre l’artista è stato affascinato dal suo paradosso, il suo essere presenza intangibile e fisica nello stesso tempo, al punto che la sua indagine resta innanzitutto spaziale, “all’interno della scultura anche quando non c’è più una materia fisica da toccare”.

 

Black Light Art. Nicola Evangelista in mostra alla Pinacoteca di Como

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Il lavoro di Nicola Evangelisti alla luce di Wood, ph. Gaetano Corica

 

Le forme di Evangelisti composte da molte linee seguono la teoria del caos ordinato, il concetto di frattale “all’analisi di tutti quei fenomeni irregolari presenti in natura”, ma inseguono un contenuto che va oltre la geometria. Accanto al taglio sociologico scientifico del procedimento il suo lavoro si accosta all’analisi sociale, più ponendo degli interrogativi che delle risposte univoche. Ad esempio per Black Light Art la vernice luminescente su carta nera rappresenta una sua interpretazione notturna e dall’alto della Striscia di Gaza, in uno spazio che rompe con la luce la bidimensionalità il conflitto di una materia solida e onirica corrisponde al tormento secolare di un territorio.

 

Black Light Art. Particolare di Canto per Esther di Leonilde Carabba

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Canto per Esther di Leonilde Carabba al buio totale

 

Possiamo prendere il concetto di Black Light in senso ampio o etimologico, ma tutti gli artisti presenti utilizzano la luce come un mezzo espressivo nel senso di elemento che permetta dar corpo e amplificare la propria personale visione del mondo, e della funzione dell’arte in esso.

Per Leonilde Carabba, last but not least, essere artista è esattamente “continua reinvenzione del proprio essere nel mondo”. Il suo ruolo può essere quello di mostrare una via e una vita spirituale attraverso gli strumenti di un mestiere dalla costante e instancabile pratica quotidiana, (come le fu raccomandato da Guttuso), verso uno stile proprio, e in questa dimensione non esiste più età anagrafica. Esistono però le radici emotive e culturali, tutto ciò che è esistito nella formazione di un pensiero che per la pittrice affonda nell’ermetismo della tradizione della cabala, dell’astrologia, dello sciamanismo studiato in prima persona. In tutti i suoi lavori di grande variazione cromatica, il fosforescente e il fluorescente lottano insieme alla forma per fare apparire un concetto  basato sulle sue conoscenze letterarie ed esoteriche, ma che è anche fenomenologia di qualcosa di terreno e reale, come il dipinto in mostra con Canto per Esther, sul tema della maternità biblica, universale e attuale.

 

Black Light. Opera di Leonilde Carabba al buio

Black Light Art, la luce che colora il buio. la Grammatica dell’Acqua di Leonilde Carabba. Buio

Black Light. Opera di Leonilde Carabba alla luce di Wood

Black Light Art, la luce che colora il buio. la Grammatica dell’Acqua di Leonilde Carabba. Buio

 

Black Light Art un progetto in divenire con un festival della Luce

Non solo Black Light. Nel mese di novembre Como sarà movimentata da alcuni eventi collaterali, dove la luce sarà affrontata nell’ambito installativo e del design, e persino esplorata dalla musica.

Black Light Art fa parte di 8208 – Lighting Design Festival, con alcune installazioni luminose diffuse in città, in dialogo con gli edifici storici. Inaugurato lo stesso giorno del vernissage con una presentazione contestuale in Pinacoteca, ci ha coinvolto in serata con una visita guidata dagli organizzatori. Il festival terminerà il 24 novembre.

 

Black Light Art. Una suggestiva installazione a Como per 8208 - Lighting Design Festival

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Un’installazione di 8208 – Lighting Design Festival, ph. Andrea Butti

 

Alla musica sarà dato spazio l’11 novembre al Conservatorio di Como, dove si terrà il concerto “Luci, Ombre, Colori in musica” con Caleidoscopio-multiplicity di Maria Proja de Santis

Inoltre il 18 novembre presso l’accademia di belle Arti Aldo galli. IED Como si terrà il convegno “Physical to digital”, con un intervento di Gisella Gellini Dal titolo “Light art – mezzo espressivo progettuale’.

Ricordiamo che Black Light Art, la luce che colora il buio, continuerà il suo percorso itinerante. Raddoppierà a Spoleto, presso la rocca Albornoziana con inaugurazione il 6 dicembre, per proseguire verso altre mete in via di definizione.

 

Michela Ongaretti

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Luce e colore nell’Arte. Il destino di LeoNilde Carabba tra fosforescente e simboli esoterici

Arrendersi con gioia al proprio destino. Questo è il risultato di una lunga carriera artistica per LeoNilde Carabba, un processo che continua tutt’oggi, dopo avere raggiunto tale consapevolezza. La pittrice ha attraversato con la sua arte il novecento, in scena dalla fine degli anni anni cinquanta, sostenuta da grandi nomi come Carla Accardi, Crippa, Fontana, Baj, per poi sviluppare la ricerca materica e spirituale sulla luce con l’impiego di colore fluorescente e fosforescente, indagando l’universo esoterico e simbolico delle filosofie studiate e indagate a fondo nel corso della sua esistenza.

 

Dell'arrendersi gioiosamente al proprio destino, tra gli ultimi lavori di LeoNilde Carabba

Luce e Arte nel destino di Leonilde Carabba. Arancione o Dell’ arrendersi al proprio destino, con fosforescente e fluorescente.

 

LeoNilde Carabba ha vissuto a lungo e molto intensamente portando in sé una grande serenità per avere accolto molte esperienze in diversi angoli del mondo, che la sua arte ha assorbito e rielaborato. Sono andata a trovarla nella sua casa studio dove abbiamo osservato e parlato tra alcuni suoi lavori.

Nel 2017 Milano la vedrà protagonista di due mostre: dal 14 al 31 marzo con la personale Dialoghi con L’assoluto presso SBLU_Spazioalbello a cura di Susanna Vallebona; a Maggio insieme ad altri artisti con  Black Lights: la luce che nasce dal buio a cura di Gisella Gellini, docente del Politecnico di Milano,  e di Fabio Agrifoglio, presidente della Fondazione Mario Agrifoglio, progetto cresciuto dopo aver raggruppato vari esponenti della Light Art in diverse occasioni espositive.

Sempre Agrifoglio ha invitato Carabba a partecipare ad una seconda mostra ad ottobre, questa volta collettiva con la partecipazione di Claudio Sek De Luca e dei lavori di Mario Agrifoglio, presso il Broletto di Como. L’inaugurazione sarà accompagnata da un concerto organizzato dal direttore del Conservatorio di Como.

 

LeoNilde Carabba, Yod Lamed Yod-ritrovare le scintille, 2013

Luce e colore nell’arte di Leonilde Carabba, Yod Lamed Yod-ritrovare le scintille, 2013

 

Nel suo intervento per il corso di light art e design della luce tenuto dalla stessa Gellini l’artista spiega perché scrive il suo nome con due lettere maiuscole: è il suo modo di riconoscere che nel nome esiste sia il maschile che il femminile, dichiara che la storia della sua vita è stata trovare l’equilibrio tra le due forze che vuole onorare ogni volta che viene citata. Il nome stesso della mostra viene da LeoNilde e riflette il rapporto dialettico tra la luce e l’oscurità, vitale nella sua ricerca artistica indissolubile dalla sua storia personale.  Il concetto cardine alla base del progetto è la ricerca della luce quando ci si trova ad essere nel buio, anche in senso metaforico. In effetti tutta la sua carriera può essere vista come un’indagine progressiva e sempre più complessa della Luce.

I lavori ad olio e petrolio degli anni sessanta sono oggettivamente scuri, ma si riferiscono anche ad una condizione di crisi esistenziale, superata grazie all’incontro con la meditazione per poi abbracciare spiritualità diverse tra loro, da Osho al Buddismo fino allo studio della Cabalà, modificando il suo modo di rapportarsi al reale: queste spiritualità sono entrate a pieno titolo con i loro simboli come soggetti ispiratrici delle opere degli ultimi vent’anni.

 

LeoNilde Carabba, Ispirato e dedicato a Raphael il grande guaritore, 2015

Esoterismo nell’opera di LeoNilde Carabba, Ispirato e dedicato a Raphael il grande guaritore, 2015. Acrilici, foglia d’argento e foglia d’oro vera con fluorescenti e fosforescenti, visione diurna

 

Carabba divide la propria carriera in quattro periodi: da quello buio (1962-64), al rifrangente dal 1966 al 1974 caratterizzato dall’impiego di  acrilici e microsfere di vetro, concomitante solo dal 1968 al 1970 il trasparente delle scatole serigrafate in metacrilato trasparente, in certi casi fluorescente. Solo dal 1995 parla di periodo luminoso, quello dell’esplosione della sua tecnica matura, ma in costante ricerca scientifica sui materiali, a seconda del pezzo acrilici foglia d’argento o d’oro, di rame, microsfere di vetro, glitter, colori fosforescenti e fosforescenti. Questi sono i quadri su cui si è concentrata la nostra attenzione.

 

Luce e colore nell'arte. Un'opera del Periodo Buio di LeoNilde Carabba

La Gazzella dalla terribile presenza, periodo Buio di LeoNilde Carabba, 1964

 

L’artista manifesta la sua soddisfazione nell’aver reso ogni effetto attraverso un sistema artigianale senza mezzi meccanici, dove l’uso del fluorescente o del fosforescente non si limita ad mero fatto estetico ma mira a coinvolgere e attivare l’osservatore, anche attraverso le forme geometriche paradigmatiche mistiche come il Labirinto, la Piramide, il Cerchio e l’Albero della Vita.

La freschezza con cui mi ha parlato è quella di chi ha una vita davanti, di chi si sente in una nuova fase e in un nuovo percorso, perché mi spiega che la sua ricerca artistica è il suo elisir. Una sorta di scambio di energia tra l’opera e la vita senza soluzione di continuità. Questo è il mondo di chi ha molto da raccontare senza smettere di stupirsi e di accogliere lo stimolo spirituale e interiore, insieme a quello esteriore del contemporaneo, compresa la tecnologia. L’arte è la vita come un’avventura avvolgente e continua, mantenendo lo stupore del bambino pur attraverso la conoscenza filosofica e quella scientifica del mezzo per realizzare, trasferire alla materia un concetto.

 

LeoNilde Carabba, scatola serigrafta del periodo Trasparente, 1968

Luce e Arte nel destino di Leonilde Carabba. Una scatola serigrafta del periodo Trasparente, 1968

 

Mi parla della sua concentrazione quando dipinge per molte ore di seguito

La pittura ti toglie energia e allo stesso tempo te ne da, stare molte ore in piedi assorbita dal lavoro ti stanca ma ti ricarica molto. Al termine ci si potrebbe sentir svuotati ed invece questa concentrazione ti da l’opportunità di pensare a quello che farai dopo, ti sbilancia verso il futuro. Fino a fine mostra non dipingerò ma ho questi due nuovi dipinti che mi aspettano .. e per me è come se mi aspettasse un amante..mi ricarico per poi dare di nuovo..

In molti lavori nella definizione dei segni si sente guidata da una forza, travolta da un impeto porta a termine il lavoro senza interruzioni, in uno scambio di energia che si può manifestare mediante l’assecondare un destino. Dove “un colore nasce e si sviluppa quasi da solo” l’artista si fa veicolo dell’urgenza di questo processo. Questo è un punto fondamentale, Leonilde mi parla di “lasciare accadere un quadro” perchè a volte ciò che viene iniziato non si comprende fino in fondo come finisca, dato che l’artista “co-crea col divino” come accade con il quadro rosso e arancione che vedo alle spalle e che vedremo per la mostra Black Light.

 

Fluorescente e fosforescente nelle opere di LeoNilde Carabba

La luce del colore fuorescente e fosforescente. Opere di LeoNilde Carabba nel suo studio

 

Come organizza il tempo di produzione?

Una progettualità c’è anche sul mio organizzare il tempo e lasciare respiro alla creazione, periodi di attività creativa e no..ad esempio adesso che ho due grandi mostre pronte ora non dipingo. Perchè per molti anni ho vissuto un continuo conflitto tra l’artista e il professionista che sono due ruoli molto diversi all’interno di sé. Ora il conflitto l’ho risolto. Quando sono artista al 100% e cerco che niente si inserisca tra me e il suo flusso lavorativo,che significa che stacco il telefono e che dico che non sono reperibile  e poi ci sono dei periodi come adesso che sono nel mondo reale e sono più la professionista che l’artista.

Ha parlato di Arte come Gioco..

Non bisogna dimenticarsi di giocare, se si smette si dimentica anche di vivere. Ma intendo il gioco del fare, è una cosa seria! Giocare significa essere totali, come il bambino l’artista quando dipinge è totale, come il musicista quando o lo scrittore quando scrive, e più riesce ad essere totale più riesce ad essere creatore. E’ faticoso ma bello, unico nel momento in cui si svolge questa azione, e che quindi cambia e fa cambiare. Mentre lavoravo alla mia ultima serie non potevo credere ai miei occhi di come stava cambiando ne farla come me del resto. Credo sia importante permettersi di rinnovarsi e rinnovarsi significa ringiovanire. Ho 78 anni all’anagrafe ma non me li sento proprio e nello stesso tempo me li sento perché ho vissuto tanto, sono avida di vita ma in maniera diversa da come lo potevo essere a vent’anni.

 

Alla luce. Opera con fosforescente di LeoNilde Carabba

Colore fosforescente nell’arte di LeoNilde Carabba. Alla luce

 

Due dipinti di LeoNilde Carabba con fosforescente al buio.

Colore fosforescente nell’arte di LeoNilde Carabba. Al buio

 

L’aspetto scientifico e quello spirituale si fondono nella sua pittura. La definizione di alchimista ben si adatta al lavoro di Leo Nilde. A parte lo studio esoterico pensiamo all’alchimista come una sorta di chimico antelitteram. E’ così?

Si, io dico che ho mangiato pane e colori fin da bambina, perchè mio padre era un ingegnere chimico e quando avevo 4 -5 anni e lui tornava a casa mi diceva : “oggi ho fatto un nero”, così iniziavo a chiedergli cosa significasse, a farmi spiegare i procedimenti. Poi sono stata presa da altre passioni ma quella del colore è tornata.

Sono stati molti altri gli insegnamenti di mio padre, come alcuni accorgimenti per preservare i quadri dall’invecchiamento. Quando abitavo in California a una mia collezionista si è allagata la casa con un mio quadro, che si imbarcò. Il restauratore ammise di non sapere come operare sull’arte moderna ma io consigliai di guardare dietro al quadro, lì avevo scritto tutti i materiale usati compresa la vernice finale, in questo modo fu possibile restaurare il pezzo. Quando si tratta di polittici essi sono firmati e scritti uno a uno perché possono funzionare anche singolarmente, se dovessero essere in futuro venduti a pezzi ciascuno di essi avrà tutte le indicazioni necessarie.

 

Fluorescente ispirato all'onda di Hokusai, opere del 2012 di LeoNilde Carabba

LeoNilde Carabba, A true surrender it’s a tsunami, 2012, foto con luce di Wood. Ispirato all’onda di Hokusai

 

Il lavoro do LeoNilde Carabba si basa sulle variazioni cromatiche a seconda delle fonti di illuminazione, assenti per il colore fosforescente che si vede di notte, o dalla luce di Wood che attiva il colore fluorescente. Può parlarci meglio della sua tecnica, e dei materiali impiegati?

Sono circa vent’anni anni che uso i colori fosforescenti, per questo primato avrò molto spazio all’interno della mostra delle Black Light.

Mi sento da sempre una ricercatrice, curiosa al punto da provare empiricamente per poi andare a studiare con più precisione gli effetti dei materiali impiegati. Nel mio lavoro ci sono quasi sempre tre valenze concomitanti: quella del colore e la sua texture, il fluorescente e il fosforescente. Per quest’ultimo, quello tipico tende al verde ma io ne ho trovato uno azzurrato e uno aranciato. Sotto ad essi a volte uso la foglia oro, come su una porzione della piramide in studio abbinato al colore oro, per cui la parte dorata si vede sempre, mentre solo di notte appare tutta dorata.

 

Un dipinto alla luce di wood con vera foglia oro, LeoNilde Carabba, 2013

LeoNilde Carabba, Ispirato e Dedicato alla IV Visione di Ildegarda von Bingen – 2013, con vera foglia oro alla luce di Wood

 

I colori fluorescenti sono invece trasparenti, sotto ad essi bisogna dare un colore abbastanza simile e opaco, poi si passa il fluorescente e sul fluo volendo c’è il fosforescente. La parte materica la creo per dare movimento, dopo il colore lavoro col togliere e mettere la carta velina. Sono molte mani di colore a rendere quell’effetto di increspatura.

Gli stimoli esterni sono fondamentali per la sua ispirazione?

Sono una divoratrice onnivora di libri, mi piacciono molto i testi di storia..ora sto leggendo Amanti e regine: il potere delle donne di Benedetta Craveri ma le intuizioni vengono anche a partire da fatti di vita reale. Ad esempio qualche giorno fa è morto un uomo di cui ero molto amica una ventina d’anni fa, così ho riflettuto molto sulla Morte, perché con essa ho un buonissimo rapporto..infatti penso che non credo esista, ma credo alla trasmigrazione dell’anima. Da qui nascerà il mio prossimo progetto.

 

Luce e colore nei labirinto di LeoNilde Carabba

Il Labirinto e altri simboli nelle opere di LeoNilde Carabba

 

L’arte è per tutti?

La creatività è per tutti l’arte no. Per scegliere di fare l’artista in un mondo come il nostro bisogna essere fuori di testa, nessuno lo sceglierebbe se non fosse un destino. Sai come si chiama quel quadro arancione? Arancione o Dell’arrendersi gioiosamente al proprio destino. Essere artisti è un destino e non una scelta logica, lo vedo anche nella vita di altri artisti, è un must non è qualcosa che non puoi non fare. Da giovanissima lavoravo in pubblicità, guadagnavo bene però non mi tenevo dalla voglia di seguire la mia strada.

Esiste una possibilità terapeutica, ho guidato gruppi di espressione creativa dove mettevo insieme danza e pittura per spingere le persone ad entrare in contatto con la loro capacità libera e creativa, ma non è insegnamento o iniziare qualcuno alla mia tecnica.

 

Arancione fosforescenti in una suggestiva visione al buio. Un'opera di LeoNilde Carabba

Arte della luce con colori fosforescenti nello studio di LeoNilde Carabba

 

Nel 2017 vedremo i suoi dipinti in due grandi mostre, pensi che per un artista contemporaneo siano ancora importanti?

Si, infatti secondo me se prima contava avere il gallerista giusto, oggi quello del curatore è un ruolo cardine, per questo dopo avere iniziato il percorso con Fabio Agrifoglio sono molto contenta di essere ora seguita anche da Gisella Gellini per Blacklights la luce che nasce dal buio, la trovo una donna di potere intelligente e lungimirante, e penso che porterà i lavori di oggi  in spazi importanti per la mia crescita creativa.

Michela Ongaretti

Natividad di Manu Invisible in Piazza Duomo

Street Art sulle barriere antiterrorismo. Un’occasione poco sfruttata dal Comune di Milano

Street Art sulle barriere antiterrorismo. Un’occasione poco sfruttata dal Comune di Milano

 

Durante le feste natalizie uno spettro si aggirava per Milano. Quello del TerrorismoDopo l’episodio di Berlino del 19 dicembre, il Comune ha pensato di piazzare alcuni new-jersey antisfondamento nei punti nevralgici e di maggior transito di persone della città. La necessità di impedire l’ingresso a qualunque mezzo si è però subito trasformata in una possibilità per gli street artists di esprimere la propria creatività in maniera legalizzata, anzi con l’invito esplicito delle autorità a ricoprire di graffiti le barriere anticarro.

 

Una barriera anticarro decorata in Piazza Duomo

Una barriera anticarro decorata in Piazza Duomo

 

Tutto è partito da Piazza Duomo, allargandosi a macchia d’olio con gli interventi sull’asse verso la Darsena, poi nella zona, sempre ritenuta ad alto rischio attentati, tra il quartiere Isola e piazza Gae Aulenti.

 

Streetart sui new jersey. Vista da Piazza Fontana verso Palazzo Reale

Street art sui new jersey. Vista da Piazza Fontana verso Palazzo Reale

 

Leggo da fonte ANSA che si tratta di “ Un’iniziativa del Comune di Milano per scongiurare la paura del terrorismo con l’arte”.

A parte che la funzione dell’arte non mi pare sia quella di scongiurare timori, per quanto per qualcuno la bellezza può avere una funzione consolatoria sulle brutture del mondo e dei new-jersey in cemento in zone ricche di beni architettonici di pregio, e a parte che queste strutture non sembrano dare una gran parvenza di reale sicurezza in presenza di un kamikaze ben camuffato da turista, il risultato di questa operazione artistica lascia un po’ a desiderare.

 

Murale di Max Gatto verso Piazza Cordusio

Murale di Nemesi in Piazza Duomo verso Piazza Cordusio

 

Il patrimonio artistico della città poteva davvero arricchirsi se si fossero coinvolti artisti che presentassero ai passanti un progetto interessante, magari con un concorso pubblico rivolto a chi proponesse immagini ben costruite con la perizia tecnica di chi ha padronanza delle principali tecniche artistiche usate nella street art, stencil e bombolette al servizio di contenuti identificativi di una ricerca, realizzati con lo stile maturo di molti protagonisti della scena urbana.

 

Natividad, il murale di Manu Invisible in Piazza Duomo a Milano

Natividad, il murale di Manu Invisible in Piazza Duomo a Milano

 

Invece in pochi giorni la fretta ha colmato queste “pareti libere”, senza una logica di valorizzazione delle forze creative cittadine, ma con l’illusione di un lavoro ben fatto notato dalla popolazione. Ecco le parole dell’assessore alla Sicurezza Carmela Rozza : “abbiamo deciso di partire con l’iniziativa subito dopo la cattura di Anis Amri a Sesto San Giovanni, per far vivere un Natale più sereno ai cittadini nonostante l’insidia terrorismo”.

Il fine è politico e sopra ad ogni cosa, se pensiamo che la vista di molti di questi murales è coperta parzialmente dalle barriere in ferro e dai cartelli stradali che invitano al passaggio laterale, come ben si vede in Piazza Fontana.

 

Difficile scorgere un murale dietro la segnaletica in Piazza Fontana

Difficile scorgere un murale dietro la segnaletica in Piazza Fontana

 

Non è privo di una certa grazia, per quanto non eccezionale, l’intervento in Piazza Duomo di Manu Invisible, lo street artist sardo che si presenta con una maschera nera lucida , residente da un mese e mezzo in città e qui presente con altre opere. Nella piazza centrale Manu ha realizzato “Navidad”, una sorta di Presepe che simboleggia la Famiglia con i profili di due renne, madre e figlio, colorati al loro interno seguendo sfumature cromatiche. L’artista definisce il soggetto come metafora del calore famigliare in un “periodo storico colmo di crudeltà e violenza”, inserendosi coerentemente nel programma demagogico della giunta comunale.

 

Il cosiddetto gatto del New Jersey in Piazza Fontana

Il cosiddetto gatto del New Jersey in Piazza Fontana

 

Manu Invisible è intervenuto anche sulle barriere di Piazza Fontana, accanto ad un gatto in bianco e nero firmato Jennifer che copre solo una piccola porzione del cemento armato, e con un pappagallo e vegetazione tropicale ai piedi del Bosco Verticale, uno dei più nuovi ed imponenti edifici residenziali della renovatio urbanistica tra l’Isola e il centro Direzionale verso Porta Garibaldi, progettato da Stefano Boeri. 

 

Il pappagallo di Manu Invisible sotto al Bosco verticale, foto ANSA

Il pappagallo di Manu Invisible sotto al Bosco verticale, foto ANSA

 

Altri street artists protagonisti dell’iniziativa comunale che segnalo sono: Frode con la raffigurazione di un riccio “simbolo di amicizia e spensieratezza”, e Berto 191 con il suo paesaggio boschivo tra il cemento.

Certo non è tutto inutile dal punto di vista della sicurezza, almeno non potrebbe passare un camion come a Berlino con la tragedia dei dodici morti e quaranta investiti; tutti sono interventi che perlomeno alleggeriscono la vista delle strutture, ed è sicuramente lodevole il tentativo di rendere meno opprimente, di sdrammatizzare la presenza non solo dei new jersey ma dei militari in tenuta mimetica, mitra e camionetta nelle diverse postazioni. Però l’augurio è che la cosiddetta operazione “Muri Sicuri”, parte del complessivo e più continuativo piano “Muri Liberi”, non resti soltanto la disponibilità di metri da riempire, ma diventi un terreno d’azione per writer italiani ed europei con un progetto site specific più strutturato, che presenti esempi di qualità.

 

Fronde tropicali sulle barriere di Piazza Fontana

Fronde tropicali sulle barriere di Piazza Fontana

 

Grande, indiscriminata libertà è lasciata ai graffitari con l’unico limite di non essere offensivi verso religioni, paesi, persone ed organi di Stato, mentre ci si aspetterebbe una mobilitazione artistica che davvero faccia pensare prima ai soggetti raffigurati che al loro supporto.

Per fortuna questo è solo l’inizio, sul sito del comune di Milano è disponibile l’elenco completo delle pareti disponibili. Con l’augurio di vedere delle aree investite da un vero e proprio progetto.

 

Da PiazzaVerso via Orefici, il murale di La Pupazza

Da PiazzaVerso via Orefici, il murale di La Pupazza

 

Per ora posso solo dare informazione del posizionamento dei new-jersey di “Muri sicuri”, pensando che se dovesse verificarsi quanto previsto e accettato comunemente nella storia dell’arte di strada, cioè un futuro intervento copra senza regole quanto già lasciato allo sguardo, questo possa essere uno stimolo a nuove visioni.

Trovate le barriere: in Via Dante – Piazza Cairoli, Via Dante – Via Meravigli, Piazza Duomo – Via Mazzini, Piazza Duomo – Via Manzoni ,Piazza Duomo – antistante via Carminati, Piazza Duomo – Piazza Fontana, Piazza Gae Aulenti – Via De Castillia, Piazza Gae Aulenti – Corso Como, Largo Gino Valle (area Portello), Piazza Cantore – Viale Papiniano, Piazza XXIV Maggio (lato Darsena).

Michela Ongaretti

 

Particolare della scrittura di Katia Dilella, ph. Sofia Obracaj

Una tenace leggerezza. La scrittura pittorica di Katia Dilella

Una tenace leggerezza. La scrittura pittorica di Katia Dilella

Ci sono immagini che si fissano nella memoria e che emergono a tratti molto tempo dopo, spesso nel mio caso sono opere artistiche osservate in momenti fugaci. Sono storie che non hanno finito richiamarmi nel loro mondo, per questo non le posso dimenticare. Ricordo bene l’impressione che mi fecero quelle immagini fatte di parole, tante minuscole parole a costruire pulviscoli di materia grafica addensati in un’area più o meno geometrica, adagiate con insistente delicatezza su delle tele chiare con leggere colorazioni del fondo. Erano gli ultimi lavori di Katia Dilella osservati troppo velocemente alla sua personale presso la galleria Gli Eroici Furori, nel giugno di quest’anno.

 

Masse pulviscolari di lettere e colore sugli ultimi lavori di Katia Dilella, ph. Sofia Obracaj

Masse pulviscolari di lettere e colore sugli ultimi lavori di Katia Dilella, ph. Sofia Obracaj

 

Ho conosciuto l’artista tre mesi dopo e avevo ancora a mente i suoi lavori. Mi ha invitato a visitare il suo studio ed ero molto lieta di poter approfondire lo stimolo dato dalle opere alla prima visione. Avevo osservato solo in foto la sua ricerca precedente: mi sembrava di cogliere una dissonanza tra le rappresentazioni scarnificate di interni domestici, crudi nel loro onirico livore, e quella grazia rarefatta delle lettere che apparivano sulle ultime tele, nebulose cariche di segni e dense di contenuti per quanto inintelligibili. Ciò che mi sembrava differente dei due percorsi era il modo di entrare nella mente dell’osservatore, il primo immediato come uno sguardo cinematografico e il secondo palese alla vista gradualmente, come quando si mette a fuoco un oggetto.

 

L'incontro con Katia Dilella nel suo studio, ph. Sofia Obracaj

L’incontro con Katia Dilella nel suo studio, ph. Sofia Obracaj

 

Chi vi parla è una persona fortunata, perché vedere le opere d’arte nello studio di un artista è sempre un privilegio. Anche se i lavori escono, tanti sono venduti e altri sono fuori per delle esposizioni, sempre ci sono testimonianze di una storia artistica, tappe del percorso di ricerca creativa. Così ho discusso con Dilella sui dipinti dei suoi due principali periodi, e ho trovato una logica coerente a partire dal soggetto.

 

Dipinti e cornici nella studio di Katia Dilellla, ph. Sofia Obracaj

Dipinti e cornici nella studio di Katia Dilellla, ph. Sofia Obracaj

 

Mi mostra alcuni dipinti realizzati fino al 2014,sono interni domestici o urbani, non ripresi dal vero ma dipinti a memoria. Ecco già per me un segnale di continuità nell’interiorizzazione di un’immagine concreta, dove i particolari cambiano tra l’atto visivo e il suo ricordo. Il realismo è interiore anche se con chiarezza delinea un paesaggio che “zoomma” su oggetti di uso comune, spesso sedie con la loro immediata carica simbolica. Il riferimento è all’assenza, all’attesa, alla traccia del passaggio vitale e umano, rappresentato attraverso la sua fisicità, il suo peso, di cui questi arredi segnano la mancanza.

 

Un particolare dello studio di Katia Dilella, sulla sfondo alcuni lavori della precedente ricerca. Ph. Sofia Obracaj

Un particolare dello studio di Katia Dilella, sulla sfondo alcuni lavori della precedente ricerca. Ph. Sofia Obracaj

 

Come in sogno lo sguardo vaga attorno agli oggetti definiti dalla pittura mossa da curiosità verso le sfumature e i toni smorzati. In alcuni lavori, i più vecchi, penso a quelli visti con interni di autobus, il colore si condensa vivace e timbrico in un particolare preciso, a indicare e connotare lo spazio osservato. Però è un sogno raccontato che fa precipitare l’occhio sul particolare in evidenza, quando invece penso alle sedie nella ricerca coloristica tonale sento un invito ad avvicinarmi, a vagare nello spazio sempre più vicino al soggetto e meno distinguibile dal fondo. Già da questo momento emerge anche una logica lineare dove è la traccia il segno che forma, unita al discorso sul colore.

 

Uno dei lavori di Dilella antecedenti al 2014, particolare, ph. Sofia Obracaj

Uno dei dipinti di Dilella antecedenti al 2014, particolare, ph. Sofia Obracaj

 

Lo zoom continua ed oltrepassa la superficie nei nuovi lavori, quando ci troviamo a vagare all’interno non più di una realtà sognata ma del pensiero stesso, nella sua manifestazione attraverso la scrittura. Uno sbocco naturale della linea per l’intelletto, per chi decide di disegnare con le parole.

Mi racconta l’artista che mentre faceva lezione di disegno aveva pensato di proporre agli allievi di lavorare sulla scrittura. Nasce così per gioco la serie con i lavori che mi colpirono la prima volta.

 

La materia di un dipinto, ph. Sofia Obracaj

La materia di un dipinto, ph. Sofia Obracaj

 

Come accennavo il primo sguardo all’opera coglie delle masse composte dalle parole minuscole, dove le forme non sono però pensate e pianificate dal principio: questi sciami di diverse tonalità grigie sono dati dal cambio di matita, passando dalla grafite dura o morbida senza soluzione di continuità in un gioco di equilibri tra pieni e vuoti, mentre le sfumature sono generate dal palmo della mano appoggiato sulla carta cancellando in parte la leggibilità del testo. Il gesto dimostra che la sostanza del lavoro non sta nel contenuto delle frasi, prese interamente dalle poesie della stessa artista, ma dalla predisposizione stessa delle lettere a farsi immagine: la scrittura ha quindi un valore universale e nella sua manifestazione formale rimanda al tratto pittorico, ossessivo e faticoso come il tratteggio di un disegno di pennellate leggere e insistenti.

 

Dilella mi mostra il suo lavoro, ph. Sofia Obracaj

Dilella mi mostra il suo lavoro, ph. Sofia Obracaj

 

L’artista mi dichiara in effetti il suo intento di recupero della gestualità liberatoria della pittura, confermata dal raffinarsi del trattamento del supporto e della sua colorazione, texture che mira a combinarsi con la controparte a matita se su carta, a china se su tela, secondo una costruzione originale rispetto alla pittura tout court. La tela non è mai bianca ma preparata con una base seppia e di diversi toni a seconda dell’opera, su questa base Dilella scrive e in seguito passa sulle lettere con dell’acrilico piuttosto acquoso, delle macchie sono poi generate dalla tamponatura con stracci. Anche questo procedimento che attenua il nero della china dove è impiegata per la scrittura, cancella in parte il testo.

 

Lavori su carta di Katia Dilella, ph. Sofia Obracaj

Lavori su carta di Katia Dilella, ph. Sofia Obracaj

 

Ecco allora davanti ai miei occhi racconti impossibili, spezzati e pur insistenti che materializzano un senso compiuto nel flusso, dove il limite visivo alla comprensione attira l’osservatore in un vortice di tanti piccoli suoni che vibrano sulla superficie trattata della carta o della tela, supporto per eccellenza della scrittura e della sua diffusione il primo, della pittura tradizionalmente intesa il secondo. Convivono unificati qui il mondo della cultura tramandata e quello della ricerca formale e coloristica, entrambi costituenti l’identità dell’artista.

 

La grafia a china insistente e tenace, ph. Sofia Obracaj

La grafia a china insistente e tenace, ph. Sofia Obracaj

 

La controprova del fatto che comunque una narrazione originaria nel testo esiste ( legato a ciò che stimola intellettualmente l’artista), anche se a noi giunge e vuole giungere la sua sublimazione in archetipo esistenziale, viene dai titoli delle opere che dipendono dal testo, come ad esempio “Dialogo a due”, insieme di argomentazioni sul confronto tra la Bibbia e il Corano.

 

particolari con il retro di Dialogo a due, ph. Sofia Obracaj

Particolari con il retro di Dialogo a due, ph. Sofia Obracaj

 

Chiara Gatti ha confrontato i lavori di Katia Dilella con la poetica Dada che rimescolava le parole per ricomporre un senso poetico dato dalla casualità; la gallerista Silvia Agliotti nel testo di presentazione alla mostra Segni e Racconti ricorda il procedimento dei calligrammi di Apollinaire, che partendo dal contenuto di un testo giungeva a rappresentare il contenuto stesso in “forme concrete”, mentre Dilella trasporta la scrittura fatta di grafica e contenuto in un addensarsi di segni astratti. Io penso alla scrittura automatica cara ai surrealisti, che portava il linguaggio scaturito dall’inconscio in primo piano.

 

L'artista e una sua opera, ph. Sofia Obracaj

L’artista e una sua opera, ph. Sofia Obracaj

 

Sono lezioni di gioco combinatorio sicuramente assimilate dalla mente di chi libera le parole dal contesto originario, ma l’assorbimento di tali esempi esce qui dal vincolo letterario; ciò che resta è la composizione di immagini attraverso le parole, qui nella loro veste grafica e simbolica. Dilella è figlia del proprio tempo e non necessita più di esplicitare una mappa mentale, ma è la condensazione dei segni stessi a restituirci un senso dell’esistenza attraverso il pensiero. Oggi più che mai, e soprattutto una pittrice, materializza il pensiero attraverso linee e colori fatti di parole, e la forma che appare sulle sue opere fatta di pieni e di vuoti la decide la grafia nel farsi disegno, perché è la materia a dichiarare che uso un linguaggio fatto di segni, quindi esisto.

 

Particolare della scrittura pittorica di Katia Dilella, ph. Sofia Obracaj

Particolare della scrittura pittorica di Katia Dilella, ph. Sofia Obracaj

Michela Ongaretti

From Above, Hagit Pincovici

Da Tel Aviv al Mudec passando dalla Triennale di Milano. Il talento della designer Hagit Pincovici

Da Tel Aviv al Mudec passando dalla Triennale di Milano

DI MICHELA ONGARETTI

Ho notato i suoi lavori durante la Milano Design Week 2016 nel Brera Design District. Dopo una giornata di molti colori e molte forme ricordo bene quelle della giovane designer israeliana Hagit Pincovici, con le collezioni Metaphysics ed Eclipse allo Spazio Pontaccio e Clan Pontaccio.

Un ritratto della designer Hagit Pincovici

Un ritratto della designer Hagit Pincovici

 

Uno dei punti focali di Pincovici è il suo rapporto con l’artigianalità del prodotto a mano: queste collezioni di arredi sono infatti realizzate in edizione limitata nel distretto del mobile in Brianza, combinando le esigenze estetiche del progetto alla qualità dei materiali selezionati e alla precisione tecnica di costruzione, nella struttura generale fin nel più piccolo dettaglio.

Non mi meraviglia quindi che mi venga segnalata la designer da Francesca Astori De Ponti che segue l’ufficio stampa di Hands on Design, entrambi dedicano infatti la loro ricerca e allo sviluppo di prodotti che abbiano come componente fondante la realizzazione artigianale di alte e tradizionali maestranze.

Il tavolo From Above, versione BlackandStone, design Hagit Pincovici

Il tavolo From Above, versione BlackandStone, design Hagit Pincovici

 

Il risultato del connubio tra disegno e precisione realizzativa si nota anche perchè esaltato dall’estetica che evidenzia le sue diverse componenti. La struttura stessa è isolata e resa visibile, poi in fase costruttiva integrata senza esser nascosta: viene quindi trattata come un elemento espressivo del progetto nel quale l’aspetto funzionale ed estetico si rafforzano dichiarando la loro presenza congiunta.

Collezione Eclypse, tavolo From Above Marble, design Hagit Pincovici

Collezione Eclipse, tavolo From Above Marble, design Hagit Pincovici

 

Hagit Pincovici ha nel sangue la pratica artigianale, la sua famiglia di Tel Aviv, dove è nata nel 1978, si occupa dagli anni sessanta di sperimentazione artigianale di diversi materiali, specializzandosi nel plexiglass. Hagit è nella terza generazione famigliare per questa attività, ma evolve la sua ricerca sul design e in maniera del tutto personale, sia negli anni della sua formazione presso la Bezalel Academy of Art and Design di Gerusalemme che in quelli dei primi progetti in patria.

Collezione Metaphysics, tavolino Lifestyle, design Hagit Pincovici

Collezione Metaphysics, tavolino Lifestyle, design Hagit Pincovici

 

In seguito si specializza alla Domus Academy di Milano, e si avvicina quindi al contesto italiano sia nell’ambito del design che in quello dell’artigianato: continua quindi ad indagare e sperimentare possibili soluzioni basate sull’associazione di materiali, tecnologica costruttiva ed estetica accattivante.

Collezione Eclipse, X. design Hagit Pincovici

Collezione Eclipse, X. design Hagit Pincovici

 

La Triennale di Milano reputa d’interesse il suo lavoro nel panorama del progetto per l’arredamento e la invita quindi a partecipare ad una collettiva nella sua prestigiosa sede in occasione del Salone del Mobile 2009. Aziende italiane come Colé Italian Design Label e Miniforms hanno scelto il suo design e molte riviste di settore internazionali hanno segnalato le sue produzioni. Ora il suo talento è in Italia, vive e crea in proprio per alcune aziende tra Milano e Roma, ed insegna alla NABA. Le sue opere non sono però distribuite solo dalla città della Madonnina, le si possono trovare anche negli Stati Uniti, a New York e S. Francisco.

Galena, design di Hagit Pincovici

Galena, design di Hagit Pincovici

 

L’ultimo e più importante riconoscimento viene dal MUDEC che espone la cassettiera Galena disegnata per Miniforms nel 2013 per la mostra mostra  “Sempering, allestita in occasione della XXI Triennale di Milano fino al 12 settembre 2016. Galena è inserita tra gli esempi più rappresentativi e originali del design contemporaneo. Sono certa, ne sentiremo parlare sempre più.

Michela Ongaretti

Particolare della cucitura a zig-zag sul cuoio di 1085 edition

Anteprima Salone del Mobile 2016: Made in Italy elegante e sostenibile con Bartoli Design, Segis e Kristalia

Anteprima Salone del Mobile 2016: Made in Italy elegante e sostenibile con Bartoli  Design, Segis e Kristalia

Bartoli Design, Segis e Kristalia al Salone del Mobile 2016.

Abbiamo già parlato di Bartoli Design in occasione della mostra “Ritratti, Riflessi” presso Leo Galleries, ora è arrivato il momento di segnalare la suapresenza al Salone del Mobile con due prodotti in anteprima: la seduta Iceland, il tavolo Maki, progettati rispettivamente per Segis e Kristalia, azienda che presenta anche la sedia 1085 edition, già in produzione, sempre in collaborazione con lo studio.

Una famiglia di architetti forma Bartoli Design

Una famiglia di architetti forma Bartoli Design

 

Iceland, la panca con schienali progettata per Segis, prende il nome dagli schienali imbottiti con le loro diversificate forme trapezoidali, sembrano infatti iceberg galleggianti sulla superficie marina, mentre emergono dall’ampio piano orizzontale della seduta bifacciale in rifrangente alluminio.

BartoliDesign-Iceland, panca, Bartoli design per Segis

BartoliDesign-Iceland, panca, Bartoli design per Segis

 

Il tavolo Maki per Kristalia è caratterizzato da una struttura a portale, in alluminio, dotata di un raccordo curvo che fonde la sezione ovale delle gambe alla geometria essenziale del traverso. Il top è sottile e disponibile in numerose finiture. Il modello Maki si presenta in versioni sia fisse che allungabili.

Maki, tavolo di Kristalia disegnato da Bartoli Design

Maki, tavolo di Kristalia disegnato da Bartoli Design

 

Una menzione speciale va data a 1085 Edition chair, prodotta nel 2015 e già esposta al Salone, riproposta quest’anno come esempio raffinatissimo di unione tra design innovativo e perizia tradizionale artigiana. La firma di Bartoli Design si è per l’occasione unita a quello della conceria Presot: la sedia è in cuoio naturale con cuciture a vista e tiranti su un’anima d’acciaio, le gambe si presentano invece in legno di rovere.

Il tempo diventa un valore aggiunto perché il cuoio è di per sé un materiale che tenderà in futuro a modificare il suo aspetto, la texture e il colore, rendendo il prodotto vivo pur nel mantenimento della sua funzionalità, in più esso è qui impiegato al naturale senza verniciatura.

1085 edition, Bartoli Design per Kristalia, fronte e retro

1085 edition, Bartoli Design per Kristalia, fronte e retro

 

E il tempo mantiene la sua presenza nel senso della continuità nella tradizione, nella lunga storia della Conceria Presot che produce sin dal 1933 le suole per calzature dei marchi più prestigiosi, e che ha saputo mantenere la sua autenticità con l’adeguamento alle nuove tecnologie. L’aspetto di 1085 edition omaggia quindi questa storia attraverso la citazione all’estetica dell’alta moda con le sue cuciture a vista, e al tessile nella nautica nell’impiego del meccanismo dei tiranti. Inoltre la lavorazione artigianale di alto livello rappresenta ciò che continua a rendere unico il patrimonio made in Italy, insieme ai processi produttivi che rispettano principi di ecosostenibilità.

1085 Edition chair diventa incontro di tre talenti complementari: il coraggioso spirito di esplorazione di un imprenditore, la creatività impiegata per la funzionalità dello studio di design, e la competenza antica dell’artigianato più raffinato.

Particolare della cucitura a zig-zag sul cuoio di 1085 edition, Bartoli per Kristalia

Particolare della cucitura a zig-zag sul cuoio di 1085 edition, Bartoli per Kristalia

 

Secondo le parole dei progettisti la sfida di Kristalia sta nell’utilizzo di un materiale mai usato in precedenza nell’arredamento, il cuoio a forte spessore di Presot, sette millimetri contro i tre usati di solito per le sedute con le conseguenti difficoltà aggiuntive, lo stesso delle calzature di alta gamma, e che formò gli scarponi con cui il team di Ardito Desio scalò il K2.

La sedia è realizzata con untelaio in acciaio sul quale sono fissate le quattro gambe, mentre ilmanto in cuoio è mantenuto in tensione attraverso due tiranti in acciaio inox. Alla seduta vera e propria e allo schienale occorreva una sellatura e dato l’alto spessore e la conseguente resistenza, Bartoli 7ha proposto di stampare a caldo i due lati del cuoio dando un’impronta concava al centro e curva sui fianchi. Dopo diverse prove tecniche si sceglie di cucire insieme seduta e schienale con un punto a zig zag, che consente di accostare e non sovrapporre gli spessori in cuoio.

1085 edition, un disegno originale per il progetto, Bartoli Design per Kristalia

1085 edition, un disegno originale per il progetto, Bartoli Design per Kristalia

 

I tiranti nautici hanno poi risolto il problema dell’apertura delle due ali sotto schienale e sedile, con la loro forza e la possibilità di ripristinare la giusta tensione nel tempo. La realizzazione del prototipo ha richiesto più di due anni di lavoro per il cuoio che si è rivelato difficile da domare.

Ne ho parlato maggiormente perché trovo che abbia un’identità molto contemporanea nella schiettezza con cui dichiara la leggibilità di tre materiali o elementi: il telaio metallico che innesta sul fianco delle gambe con evidenza, e il telo in cuoio.

Mi Longue di Segis, design Roberto Romanello

Mi Longue di Segis, design Roberto Romanello

Michela Ongaretti

Adrenalina_TiGram_composizione

Adrenalina! Il brand dal design vitaminico porta la sua energia al Salone del Mobile 2015

Adrenalina! Il brand dal design vitaminico porta la sua energia al Salone del Mobile 2015

Chi visiterà il Salone del Mobile di Rho sarà sorpreso da una esplosione di colori che caratterizzerà il sedicesimo padiglione, potrà così vedere da vicino i mobili di Adrenalina, confortevoli e artigianali, totalmente made in Italy, sempre dall’impatto “energetico” che è mission evidente dell’azienda a partire dal suo nome. Adrenalina dal 1999 è nota nel mondo del design e della produzione per le sue tre caratteristiche fondanti: giochi di forme, giochi di colori, trasversalità. Anche ora il punto di partenza è sempre un oggetto di uso quotidiano trasformato in un oggetto di puro design contemporaneo, estremamente versatile.

Collezione TiGram, design Italo Pertichini per Adrenalina (1)

Collezione TiGram, design Italo Pertichini per Adrenalina

Ad esempio la collezione TiGram disegnata da Italo Pertichini è ispirata al Tangram, un antico rompicapo cinese, mentre Roberto Giacomucci e Nicola Cerasa basano la loro ricerca sull’osservazione dell’ hula hoop, riprendono il gioco di movimenti circolari per trasferirlo ad una seduta che strapperebbe sorrisi anche nell’ambiente più serioso, tutto questo nella collezione Circle.Quello che notiamo in questa primavera 2015 è l’idea di base nella costruzione delle forme: sono i giochi del passato, insieme al consueto gioco di colori tipico del marchio, mixati con la sapienza di chi da sempre si diverte con il colore e con le forme, trasformando le più strane idee in sedute comode sviluppate con l’obiettivo di divertire chi le userà.

Collezione TiGram_poltrona, design Italo Pertichini per Adrenalina (1)

Collezione TiGram, poltrona, design Italo Pertichini per Adrenalina

 

Quest’anno il catalogo dell’azienda sarà carico di sorprese e novità, che hanno coinvolto nuovi designer per progetti caratterizzati dalla vocazione forte per il gioco di forme pure e colori accesi. Una volta composta la collezione che potremmo definire divertente in ogni suo pezzo, troviamo altrettanto divertente, e sofisticato allo stesso tempo, il filo conduttore dei giochi antichi da tutto il mondo, formatosi quasi per caso dalle diversi menti che l’hanno generata.La mescolanza dei colori con le forme è sapientemente orchestrata da chi da molto tempo ama connotare con l’energia dei colori saturi le forme più bizzarre per dei mobili, con la grande e quasi unica capacità di trasformare queste idee postmoderne e astratte in qualcosa di davvero confortevole, che arreda con la gioia di vivere e divertire(si).

Collezione TiGram_poltrona high, design Italo Pertichini per Adrenalina (1)

Collezione TiGram, poltrona high, design Italo Pertichini per Adrenalina

La decisione storica è quella di dare sempre più spazio alle giovani leve del design: Simone Micheli è stato per ben sedici anni il protagonista dei progetti Adrenalina e nel 2015 ha concluso la sua leadership come art director. Resterà legato al marchio in veste di designer, facendosi affiancare da talenti che potranno imparare molto dalla sua esperienza e dare nuovi stimoli alla produzione.

Inoltre il 2015 unisce per la seconda volta il nome di Adrenalina a quello di Swarovski: in questa edizione si potrà visionare la poltrona Lov del maestro Micheli, le t-shirt che indosserà lo staff femminile e alcuni elementi della struttura dello stand aziendale.

Collezione Circle, design Roberto Giacomucci & Nicola Cerasa per Adrenalina (1)

Collezione Circle, design Roberto Giacomucci & Nicola Cerasa per Adrenalina

TIGRAM è per il suo creatore Italo Pertichini l’arte di giocare con le forme geometriche semplici, come lo è il gioco cinese Tangram che si fonda sulla possibilità di costruire disegni e figure all’infinito partendo dalla composizione di sette figure geometriche, solo che nel mondo di Pertichini, e nel nostro si trasformano in divani e poltrone .

Collezione TiGram- stool, design Italo pertichini per Adrenalina (1)

Collezione TiGram, stool, design Italo pertichini per Adrenalina

La collezione di sedute per Adrenalina spazia da piccoli pouf ad ampi e grandi divani, la loro combinazione riprende il principio cardine del rompicapo antico: sono 7 elementi come pouf, sgabelli, divani e poltrone dalla caratteristica forma esagonale, disponibili in un’ampia gamma di altezze, dimensioni e colori. Tutti questi elementi possono rimanere separati o fondersi per costituire anch’essi disegni e figure , con l’aggiunta del colore “mutante” nella sua scomposizione e ricomposizione, come in un caleidoscopio. L’insieme complesso risultante è liberamente interpretabile dal progettista o dall’osservatore/utilizzatore nelle sue figure, mentre in modo oggettivo possiamo dire che si tratta della collezione perfetta per gli ambienti dinamici, che necessitano di arredi modulari, in grado di cambiare a seconda delle esigenze personali o collettive di chi li abita.

Ogni singolo pezzo ha una personalità autonoma e può esser scelto per un corner per la convivialità sofisticato, oppure caratterizzare un ambiente domestico nella sua versione con schienale basso. Sempre in tema di gioco entriamo in quello dei ruoli: la stessa seduta può passare ad esserei divanetto “discreto” o “trono altezzoso” che conferisce all’ambiente un’aria nordica nell’estetica della forma, rivestita però dell’ispirazione anni settanta del tessuto sartoriale made in Italy.

Collezione TiGram_poltrona, design Italo Pertichini per Adrenalina

Collezione TiGram_poltrona, design Italo Pertichini per Adrenalina

Adrenalina presenta la collezione TiGram in due versioni. La prima è modernista e rigorosa, fasciata da coloratissimi tessuti tecnici firmati Sirtori, contemporanei nella loro funzione ignifuga, quindi ideali per ambienti pubblici e contract. La seconda è “glam-chic” e come si intuisce dal nome più indicata per ambienti domestici ed eleganti, utilizza per il rivestimento della struttura interna in legno cotoni e velluti con disegni geometrici presi dal mondo della moda, tutto in colori più tenui come il jaquard lavorato geometrico di Linterno.

Altro gioco altra collezione: CIRCLE, disegnata da Roberto Giacomucci & Nicola Cerasa, appoggia letteralmente un hula hoop su di una struttura in metallo ..et voilà.. per magia diventa lo schienale di una poltrona ultramoderna. La stessa magia è frutto della ricerca attenta sui materiali, che lasciano un tocco di suspense nella sensazione che questi due anelli concentrici paiono staccarsi da un momento all’altro, mentre in realtà reggono anche le taglie più forti.

Collezione TiGram_pouf, design Italo Pertichini per Adrenalina (1)

Collezione TiGram_pouf, design Italo Pertichini per Adrenalina

E’ rivestita di neoprene bi-elastico firmato Linterno mentre la struttura interna è in ferro. La poltrona Circle può essere indifferentemente posizionata in un ambiente residenziale o contract dando luce e attirando curiosità come un memorabilia o una cartolina vintage, un oggetto nostalgico ma vivo e vegeto nella sua comodità, che porta in casa le grida lievi della fanciullezza nei suoi giochi di strada.

Anche quest’anno lo stile di Adrenalina sarà riconoscibile nel panorama del design integralmente made in Italy, dal progetto ai materiali compositivi, coerente alla vocazione per il gioco di e con i colori e le forme, così versatile da regalare un segno memorabile in ambienti domestici o contract.

Adrenalina, Salone del Mobile 2015- Rho Fiera, Pad. 16 Stand E44

Michela Ongaretti

 

 

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Mungo: silicone ed ecodesign per l’arte di Luca Moretto, al Fuorisalone2015

Mungo: silicone ed ecodesign per l’arte di Luca Moretto, al Fuorisalone2015

MUNGO Italia al Fuorisalone 2015 con Luca Moretto . Manca sempre meno agli eventi di design del Fuorisalone 2015 di Milano e tra i protagonisti dell’eccellenza italiana non ci sono solo arredatori, ma anche aziende leader nella produzione innovativa delle materie prime, che servono per la realizzazione dei progetti di design, e sono fondamentali e insostituibili nello sviluppo della ricerca artistica. Parliamo di Mungo Italia, azienda che ha fornito i siliconi per la realizzazione delle opere dell’artista Luca Moretto, in mostra durante la Design Week e nel primo mese di Expo 2015 presso lo Spazio Tadini di via Jommelli 24. I prodotti Mungo, applicati alle opere dell’artista si potranno vedere anche allo spazio Seventy di via Pontaccio e al negozio Seventy di via Manzoni.

mostre Luca Moretto

Se Mungo Italia finora aveva nell’Arte il ruolo della messa in sicurezza, fissava i capolavori contemporanei, oggi è accolta da Moretto per entrare a pieno titolo nella realizzazione dell’opera, che si sviluppa in osmosi e rigenerazione dei ruoli: il mondo concreto entra nel mondo delle idee, e viceversa.

La filosofia di Mungo si lega indissolubilmente ai valori espressi dalle opere, che Moretto crea operando sui pezzi di ecodesign dell’azienda di produzione Staygreen, in cartone a doppia onda. L’idea di questo lavoro necessitava di siliconi con particolari colorazioni, che rispondessero al concept ecosostenibile nel suo insieme.

L’ad Mauro Leoni di Mungo ha risposto positivamente ed in maniera entusiastica alla ricerca di Moretto, dimostrando ancora una volta come l’Arte e il mondo produttivo non vivano su pianeti diversi, ma possano di concerto costruire un universo con la creatività e la tecnologia a reciproco sostegno. Si propone quindi l’utilizzo della nuova linea di polimeri ecosostenibili mappati LEED, tra i quali una gamma completa di siliconi con tutte le colorazioni possibili e immaginabili, impiegabili anche come pittura.

Expo si sta sviluppando sul ragionamento di una possibile economia dei consumi, e del cibo, nel rispetto e compatibilità con l’Ambiente, e Mungo è presente nel catalogo SI Expo (Sostenibilità e Innovazione) sugli edifici che racchiudono realmente e metaforicamente i sei mesi caldissimi per la Milano del 2015, allo stesso modo Mungo è orgogliosa di promuovere, e portare avanti nella ricerca, il proprio contributo all’ecosostenibilità del pianeta.

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Luca Moretto – Sintesi (silicone Mungo su tavola, 2013)

Moretto lavora il silicone in maniera spregiudicata: una sostanza industriale come se fosse marmo, come se fosse qualcosa che nonostante la veste estremamente contemporanea, sia inserita in una dimensione universale, in un tempo dilatato e in tal senso funziona la collaborazione con Mungo: un prodotto studiato per la durevolezza senza impatto negativo sull’ambiente, che resiste ai cambiamenti come l’idea artistica resiste alle mode. Il fatto che questi siliconi siano per l’artista colorati in modo esuberante è invece un’inno alla tecnologia felice e “umana”( o umanistica, che pone al centro l’uomo)simbolo dell’arte che vince sulle difficoltà dellavita, anzi è antidoto e oasi di bellezza, della possibilità di un’esistenza armonica tra le sue diverse componenti, le sue diverse funzioni.

JW Marriot Marquis Hotel Dubai costruito con materiali Mungo

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L’azienda svizzera multinazionale è leader nella progettazione, sviluppo e produzione di tecnologie e prodotti per il fissaggio, sigillatura e isolamento termo-acustico, ed è presente in oltre 50 paesi nel mondo.

La tecnologia nel fissaggio è la linea guida da più di quarant’anni, con l‘obiettivo di progettare e sviluppare costantemente nuovi prodotti per le utenze professionali più evolute, che siano aderenti alle normative europee crescenti dedicate al settore. L’ottobre del 2003 vede la nascita di Mungo Italia, con la sua “rivoluzione arancione”, dal colore del logo. Si impegna nel produrre prodotti di fissaggio di alta qualità, ma anche soluzioni applicative d’avanguardia. Per merito dello staff manageriale di pluriennale rilevanza, dell’innovatività del progetto, e della partnership con i migliori rivenditori professionali, con cui crea di volta in volta nuove strategie di business, la sezione italiana diventa la punta di diamante dell’azienda.

Skolkovo Moscow School Management Adjaye Associates Alucobond ACM, Mosca-Russia costruita con materiali MungoSkolkovo Moscow School Management Adjaye Associates Alucobond ACM, Mosca-Russia costruita con materiali Mungo

La comunicazione interessa non soltanto ciò che di nuovo esce sul mercato; è mirata al cliente anche nel tentativo di coinvolgerlo nelle situazioni in cui Mungo partecipa legate al gusto, all’arte e alla sua gioia di vivere, come nel caso di Moretto.Mungo in tedesco significa Mangusta e proprio come questo animale l’azienda saadattarsi al cambiamento in tutta velocità, donando energia positiva. Il coraggio di portare avanti un miglioramento continuo e la passione sono tra le sue core values, unite ad una fiducia nell’ intelligenza umana (tra cui quella creativa) e nel suo progresso, rara di questi tempi.

LEED®, Leadership in Energy and Environmetal Design, è un sistema di certificazione degli edifici che viene applicato in oltre 140 Paesi nel mondo. Afferma Mauro Leoni: “Sicuramente il progetto LEED rappresenta uno dei progetti più innovativi in assoluto di Mungo e lo si vede dal fatto che, dal 2012, ci siamo impegnati come centro di competenza LEED a promuovere questo protocollo nel comparto delle costruzioni e nella filiera del serramento”.

New production machine and production process at Exchem on 14/11/05

Bombolette LEED Mungo utilizzate da Luca Moretto

Oltre a presentare una gamma di prodotti mappati LEED, Mungo diventa così un riferimento per i requisiti di sostenibilità ambientale e qualità di nuovi materiali e componenti, che interessa progettisti come architetti o designer.

Accompagnerà con quel coraggio citato le innovazioni nell’ambito dell’edilizia, la cui sfida sempre più pressante è il risparmio energetico: l’ecosostenibilità non è data solamente dal riciclo o dall’utilizzo di sostanze naturali, comunque alla base dei siliconi, ma può nascere dalla capacità di isolamento nell’architettura. La sigillatura di infissi per porte e finestre rappresenta la possibilità di minimizzare l’impatto del riscaldamento. Mantenere un ambiente isolato è una missione nuova e attuabile attraverso lo sviluppo delle recenti tecnologie di Mungo.

Color Drops-Mini Rosso Scuro di Luca Moretto (silicone su cartone 2014)

Color-Drops-Mini-Rosso-Scuro-di-Luca-Moretto-silicone-su-cartone

In questo modo l’Architettura ha nuove possibilità realizzative per strutture esterne con la nuova generazione di fissativi: lo sviluppo di materiali nuovi stimola creatività nuove, la natura artistica e quella scientifica e razionale dell’uomo si incontrano ancora una volta.

Michela Ongaretti