New York vista da Michele Palazzo

New York è street fauna. A Milano la fotografia di Michele Palazzo

Michele Palazzo deve la sua fortuna come fotografo al desiderio incondizionato di testimonianza. Con la sua Ricoh GR è sceso in strada a New York nell’inverno del 2016 mentre imperversava la tempesta di neve Jonas e lo scatto della metropoli trasformata in paesaggio impressionista ha fatto il giro del mondo in alcune ore. Oggi Artscore intervista per la prima volta un fotografo, convinti che una passione testarda possa a volte superare le logiche del mercato e delle caste, forse meno difficile lontano dall’Europa.

 

New York vista da Michele Palazzo

New York è street fauna. Artscore intervista il fotografo Michele Palazzo, ph. Sofia Obracaj

 

“Il talento è fortuna. Penso che la cosa più importante nella vita sia avere coraggio”. Le contraddittorie parole di Woody Allen nel film Manhattan ci sono venute in mente quando abbiamo conosciuto la storia di Palazzo. Non mettiamo certo in discussione il talento, ma pensiamo che se con coraggio non avesse mostrato quella foto del Flatiron Building “trasfigurato” e non avesse avuto la fortuna di farlo nel momento giusto, forse non avremmo visto la sua personale “Dove Comincia il Mondo” presso la Galleria Still, qui a Milano. La fortuna è anche la vostra, se vorrete visitare l’esposizione aperta fino al 12 gennaio.

Di sicuro in comune con Woody Allen c’è l’entusiasmo per la vita nella Grande Mela, protagonista dei venti scatti presenti nella mostra curata da Denis Curti e Maria Vittoria Baravelli. Quello che intende mostrare Palazzo non sono sono i cityscape formati dal profilo di grattacieli o di architetture ultramoderne, il suo obiettivo si muove in strada da quando il fotografo ne fa parte osservando i suoi simili, le persone come le personalità che fanno Manhattan, nella sua quotidiana e brulicante vita. Un racconto che può farsi corale nella ricerca ma che si concentra sempre sull’individuo nelle singole immagini, frammenti di esistenze scrutate nell’attimo del loro passaggio, che la fotografia fa immaginare  tragiche o riflessive, a persino grottesche. Quel che è certo che New York accoglie e si definisce da questi volti originari di tutto il mondo, cosa che ben si evince dalla scelta dei soggetti.

 

New York vista da Michele Palazzo. In mostra presso Still fotografia fino al 12 gennaio 2018

New York è street fauna. La fotografia di Michele Palazzo presso Still, ph. Sofia Obracaj

 

Mille volti della street fauna

Il nucleo dell’indagine fotografica di Michele Palazzo è questo, le persone nelle strade cittadine così occupati dalle loro attività quotidiane da non accorgersi di essere osservabili come esemplari di un’umanità che riflette lo stile di vita del luogo. Non per nulla il sito ha il nome del suo progetto, street fauna perchè si concentra sugli animali dello zoo cittadino che siamo noi, esistenti in quanto tali in relazione all’ambiente che definiscono mentre lo attraversano o lo usano, qualcuno vive nel suo mondo privato e pare non mescolarsi agli altri mentre qualcuno addirittura può nascondersi tra le varie anime. Esiste dinamismo tra gli spazi e le persone che abitano la strada in maniera naturale forse perchè non sanno di essere fotografati o forse perchè a New York è così, fatta di gente abituata a convivere con moltitudini di diversa estrazione sociale, stranieri e americani intenti in diverse attività, insomma la cultura si riflette nel soggetto. Ce lo spiega Palazzo a cui chiediamo se abbia intenzione di allargare il progetto ad altre metropoli del mondo, ragiona su come l’esperimento possa essere utile a riflettere quel genius loci che traspare dai volti dei cittadini fotografati. Racconta di aver scattato in varie città aggiungendo che lui stesso si trova ad essere un fotografo diverso in base a dove si trovi. Se a new York ha trovato una vera e propria casa e si sente quindi più sfrontato, in Italia è più frenato per la questione della privacy e delle persone che non sempre reagiscono positivamente, ma in queste differenti situazioni intende arricchire la sua street fauna, “per me la cosa interessante quando viaggio è proprio capire che tipo di foto farò e mi stupisco delle volte di quello che salta fuori”.

 

New York vista da Michele Palazzo. In mostra presso Still

New York è street fauna. A Milano la fotografia di Michele Palazzo, ph. Sofia Obracaj

 

Il discorso può essere valido anche nelle piccole città? Per lui si magari adattando gli strumenti in maniera funzionale a queste differenze, magari girando con una macchina più piccola e meno avvertibile, una volta provando anche con una GopPro.

Chiediamo delle impressioni diverse in  tre città vive e vegete in Europa: Barcellona, Londra e Parigi. nella prima palazzo ha abitato da studente per un anno ed in effetti ha scattato molto, ma considera opere immature, Parigi il genius loci non lo ha colpito, forse i volti erano troppo “turistici”, o forse perchè suo elemento principe è la maestosità dell’architettura. Su Londra si sofferma parlandoci dei grandi stimoli dalla sua recente visita al Barbican Centre, “avrei voluto passarci una settimana a seguire i giochi di luce con le persone all’interno della struttura”.

 

New York è anche solitudine, la street fauna di Palazzo

New York è street fauna. Alone in NY, fotografia di Michele Palazzo

 

Un fotografo “di pancia”

Così si definisce Michele Palazzo a cui chiediamo un bilancio per la sua avventura con la fotografia iniziata in tenera età e proseguita durante gli studi in architettura, ma che presto lo aveva stancato per non avere l’uomo al centro delle sue immagini. Se si deve sentire stimolato e New York ha fornito e continua a fornire le suggestioni che lo spingono a continuare questa ricerca, il successo della foto di Jonas lo ha spinto a pensare in termini più progettuali la sua street fauna. E’ buffo come una foto che non abbia figure umane, che quindi in realtà si discosta dal suo modus operandi, “sia stato un segnale della mia maturità nella disciplina, la scintilla che lo ha fatto legare ancor più alla città con l’idea e l’obiettivo di catalogare più animi umani possibile”. Ora è più reale l’ambizione di continuare a fotografare, “ l’obiettivo è sopravvivere con e a questa cosa, ho bisogno di fare foto in maniera quasi compulsiva, necessario come prendere una medicina, e spero che continuare e migliorare sempre questa ricerca”.

 

New York vista da Michele Palazzopresso Still fino al 12 gennaio 2018

New York è street fauna. A Milano le luci della città fotografata di Michele Palazzo, ph. Sofia Obracaj

 

Fortuna e talento a New York

Ci racconta l’episodio legato al Flatiron Building ritratto sotto la neve. “ Due giorni dopo lo scatto sono tornato là e sono entrato nel palazzo dove c’era una galleria e guarda caso un’installazione dal titolo “Snow Flakes”, la gallerista con rammarico mi disse che dopo tre anni la proprietà riprendeva per sé lo spazio. Si trattava della compagnia telefonica Sprint che mi aveva già contattato per chiedermi di pubblicare sul loro profilo instagram la foto, e alla quale avevo detto no. Allora ho proposto alla galleria di fare qualcosa più in grande con me cercando di convincere il marketing di Sprint a veicolare il loro nome all’arte e lasciare quindi lo spazio nella funzione attuale, i giornali ne avrebbero parlato grazie al tam tam che si era creato, e avrebbero parlato del mecenatismo di Sprint. Non accettarono e per un anno il locale fu utilizzato da Sprint , ma la cosa interessante è che la società italiana proprietaria dell’intero stabile, Sorgente Group, si è mossa perchè ancora fosse l’arte ad abitare la vetrina. Ora non posso definirla una galleria come struttura organizzata ma si espone e si vende arte. E’ comunque stata quella foto a cambiare le cose”.

 

New York sotto la neve per Michele Palazzo

New York è street fauna. Michele Palazzo racconta ad Artscore la storia di una foto che gli ha cambiato la vita, ph. Sofia Obracaj

 

Palazzo non ha più fatto una mostra al Flatiron ma ne ha fatte altre da allora a New York , la foto della bufera si trova in una galleria dove può essere venduta in edizione limitata.

Dicevamo che quell’immagine che lo ha fatto conoscere non segue la sua specifica ricerca.

“In quel momento ero molto talebano anche su tutto ciò che mettevo su Instagram, solo street fauna. “Poi mi sono buttato e dal social Eyeem è stata notata e ha avuto risonanza immediatamente grazie al blog thisiscolossal.com, ne hanno scritto poi Telegraph, il Guardian e altre riviste. Il suo successo mi ha bloccato e mi sono detto di piacere per quello che non mi rappresentava al cento per cento, ma poi ho pensato che grazie a questa notorietà potevo mettere più in evidenza con coraggio il resto del mio lavoro, che da allora andava preso sul serio. Come spesso mi accade un istinto  mi spingeva a ascattare quella notte  e questo coraggio di sfruttare quel momento ha assecondato la fortuna di essere nel posto giusto al momento giusto.

 

New York per Michele palazzo è anche subway mood

New York è street-fauna. Michele-Palazzo-Subway Mood di Michele Palazzo all’interno della mostra Dove Comincia il Mondo

 

Gli chiediamo se la sua produzione possa essere collocata meglio come foto d’arte o fotogiornalismo. Palazzo non vuole definirsi in un contesto preciso ma ci ricorda con entusiasmo le collaborazioni nate, come quella con un artista che ha operato sulle sue stampe e da cui è nata una mostra, dimostrando umiltà e pragmatismo. “Mi piace contaminare con altre discipline perché sai la fotografia è difficile adesso, tutti possono fare belle foto con buoni strumenti popolari ma pochi hanno cose da dire” .

 

Web e fotografia

Pare che il web abbia messo in crisi le agenzie, il sistema di vendita prima esistente. Ma New York e da chi deve parte della notorietà ad un blog il web non può essere più visto come un pericolo.

“Per me è un’opportunità incredibile , forse quelli che lo temono sono i fotografi della vecchia guardia con la paura di perdere quello status di elite che esisteva. La fotografia era una disciplina costosa e difficile mentre ora è tecnicamente alla portata di tutti. Senza il web non avrei avuto questa possibilità e il panorama va spinto nel suo cambiamento, comunque i contenuti validi sono pochi e si distinguono e se hai una voce il web non farà altro che amplificarla. Per le foto che fanno notizia l’informazione globale facilita il buon fotogiornalismo, e persino facilitare il mercato coinvolgendo nuovi attori e collezionisti, che si apre oggi alla Cina.

Ad Artscore sembra di viaggiare su un doppio binario visto che accanto alla foto online cresce la richiesta di stampe su carta pregiata in edizione limitata, e anche nelle fiere d’arte aumenta la presenza della Fotografia. Concorda Palazzo che vede fuizioni diversificate anche nella stessa persona, “ma chi si accontenta di un’immagine sul pc comunque non comprava nemmeno prima”.

 

New York secondo Michele Palazzo. Dove comincia il Mondo

New York è street fauna. A Milano la fotografia di Michele Palazzo, in visita alla mostra Dove comincia il mondo, ph. Sofia Obracaj

 

Mercato e Futuro

Parlando della  differenza tra i mercati. “Per me quello di New York  è meno snob di quello italiano od europeo, più aperto a dare possibilità ad autori emergenti anche se ultraquarantenni. Per la fotografia più maturo, dove molte gallerie sono pronte a scommettere sui suoi autori”.

Però in Francia hanno richiesto Palazzo, “forse un pò perchè New York ha il suo fascino indiscutibile, è iconica, quindi è un pò più facile notare le sue immagini. Credo poi che la mia sia una vista atipica del Flatiron Building di solito visto per intero, concentrarsi solo questa punta fa immaginare qualcosa di immenso come una nave che entra nella neve”.

Le infinite sfaccettature di Manhattan non smettono di stimolare: “Mi sono finora concentrato sulla 23esima strada, la Quinta Avenue e Madison Square Park trovando ogni giorno grandi differenze, ora vorrei lavorare solo sulla 23esima che è la mia via. E’ un crocevia, un microcosmo di personalità incredibili, l’idea di New York come esperienza di variazione sociale qui si respira in piccolo”.

Michela Ongaretti

 

Mew York e la vista parziale del Flatiron Building sotto la bufera di neve Jonas, foto di Sofia Obracaj

New York è street fauna. In mostra da Still la fotografia di Michele Palazzo, ph. Sofia Obracaj

 

Se volete vedere l’intero progetto street fauna potete trovarlo a questo link con il portfolio di Michele Palazzo www.streetfauna.com

 

Dove comincia il Mondo

Still

Via Balilla 36, Milano

fino al 12 gennaio

Vaso d'acqua di Oki Izumi a Milano con la galleria Valentini e Maccararo, nel distretto delle Cinque Vie

4×10 volte Fuorisalone2017. La Galleria Valentini e Maccacaro raddoppia, a Milano con Oki Izumi e a Verona con Gianni Berengo Gardin

Una doppia esposizione attende il pubblico delle due sedi italiane della galleria Valentini e Maccacaro durante il Fuorisalone 2017, un viaggio primaverile sul doppio binario artistico di scultura e fotografia con Oki Izumi e Gianni Berengo Gardin. Il titolo è 4×10 giocando sulla serie di dieci pezzi d’autore accostati a dieci esemplari di design appartenente alla storia dell’uomo in due distanti aree geografiche e culturali, affini a quelle dei due protagonisti. Quattro serie provenienti da quattro universi legati all’esplorazione di un oggetto che trasforma la quotidianità di chi ne ha fatto uso nei secoli e continua ad essere funzionale ad un bisogno, il Vaso a Milano e le uniche nel mondo Roncole di Venezia a Verona.

 

Vaso in vetro di Oki Izumi. Galleria Valentini&Maccacaro

4×10 volte Fuorisalone2017. Un vaso in vetro di Oki Izumi alla Galleria Valentini&Maccacaro di Milano

 

Non poteva mancare in questo momento l’ispirazione al design, ma se a Milano la si può toccare con mano attraverso le opere in vetro dell’artista Oki Izumi in dialogo con i vasi neolitici cinesi, nella sede di Verona la visione sarà nella documentazione fotografica delle dieci immagini veneziane di Gianni  Berengo Gardin, accostate all’esposizione di dieci roncole tradizionali, per chi non lo sapesse i remi delle gondole lagunari.

Entrambe le esposizioni, come sempre accade nella  galleria Valentini e Maccararo, hanno l’intento e l’ambizione di esplorare le connessioni che legano Tradizione, Artigianato, Antiquariato, Arte, Design. Pane per i denti di Artscore e di tutti coloro che sanno scavare il terreno per superare confini imposti alle arti, ponendo lo sguardo e il cuore nel mezzo.

Vaso neolitico cinese. Galleria Valentini&Maccacaro

4×10 volte Fuorisalone2017. Un vaso neolitico in terracotta dipinta alla Galleria Valentini&Maccacaro di Milano

 

La Storia ci ha consegnato degli oggetti, durevoli e necessari, costruiti dagli artigiani prima della codificazione del ruolo del designer, in grado di sviluppare anche una ricerca sull’estetica della loro forma. Sugli stessi oggetti in seguito si sono registrati interventi degli artisti, coloro che prima del sedicesimo secolo non erano affatto separati dai primi artigiani, suddivisi non in ordine di valore ma di disciplina come potevano essere i vetrai e gli scalpellini. Poi la prima modernità, quella del rinascimento maturo, ha voluto definire artista chi trasformava in immagine un’idea separando nettamente i ruoli, ed eccoci nel Novecento dove finalmente la cultura del progetto ha riavvicinato gli ambiti, permettendo all’idea di entrare nel mondo dell’artigianato, di comandare una forma nata da un impulso creativo personale e unico. Però il designer decide cosa e come costruire soprattutto attraverso gli strumenti dell’industria, fino a quando le menti più sensibili e attente hanno iniziato ad introdurre programmaticamente la produzione artigianale, il know how millenario inizia a definire estetica e unicità. E’ questa la tendenza degli ultimi anni, quella del recupero di una antenata tradizione.

 

Il lavoro di Oki Izumi con lastre di vetro industriali

4×10 volte Fuorisalone2017. Un lavoro di Oki Izumi in vetro, ph. Sofia Obracaj

 

Di questa antichità hanno respirato i vasi cinesi in mostra a Milano, ben prima del design e persino prima della definizione tecnica di un artigianato consapevole, ma elemento principe della trasformazione descritta. Da sempre l’uomo ha avuto bisogno di cose per riporre altre cose, e la storia del design del Vaso ci può raccontare lo sviluppo nel gusto e per la necessità. Non solo i progettisti ma anche gli artisti lo hanno esplorato nel suo concetto formale, e la scultrice Oki Izumi rappresenta un prestigioso esempio di chi si nutre di struttura materica ed eleganza per un discorso estetico, operando nel panorama artistico italiano ed internazionale e residente a Milano da moltissimi anni.

 

La scultrice Oki Izumi vicino alle sue opere in vetro

4×10 volte Fuorisalone2017. Oki Izumi ritratta durante una sua precedente mostra da ESH Gallery, ph. Sofia Obracaj

 

La semplicità della forma del vaso neolitico, qui una serie proveniente dalla Cina Occidentale,  riflette il suo utilizzo pratico ma sconfina nella ricerca, nella tensione al bello degli ignoti artigiani mediante la dipintura della terracotta, con un ampio repertorio decorativo astratto e ornamentale. Oggi con Ōki Izumi è la materia costitutiva stessa del vaso a determinare un’estetica: attraverso una tecnica artigianale, usando esclusivamente lastre di vetro industriale, opera una sintesi di grande eleganza formale che esprime l’essenza del fare arte contemporanea, erede della cultura di origine giapponese ma anche frutto del senso della preziosità nel bello dell’oggetto italiano.

 

Gianni Berengo Gardin alla Galleria Valentini&Maccacaro

4×10 volte Fuorisalone2017. La Venezia di Gianni Berengo Gardin alla Galleria Valentini&Maccacaro di Verona

 

Le roncole sono un pò meno antiche ma rendono la quintessenza di Venezia, città che da millenni si identifica con i suoi canali. Città dove la decorazione delle facciate e la storicità dei palazzi convivono quotidianamente con la necessità funzionale di restare letteralmente a galla, utilizzando al meglio gli strumenti della modernità senza potersi emancipare facilmente dal preesistente. Non è un desiderio, Venezia trae la sua forza e la sua bellezza dalla sua fragilità, e ne è consapevole. La sua architettura continua a costruire le sue fondamenta sull’acqua, talvolta pericolo talvolta salvezza, quel che è certo è che l’acqua è la protagonista del bisogno sociale di spostarsi. In quella città l’acqua è la strada, e le imbarcazioni le sue auto. Per questo motivo nella sede veneta di Valentini e Maccacaro sono presenti i dieci esemplari di Forcole e Gianni Berengo Gardin, fotografo che ha fatto la storia della fotografia italiana e il cui obiettivo da sempre ha avuto una relazione fortissima con Venezia.

 

Gianni Berengo Gardin alla Galleria Valentini&Maccacaro

4×10 volte Fuorisalone2017. Una foto di Gianni Berengo Gardin alla Galleria Valentini&Maccacaro di Verona

 

Parliamo di oggetti davvero unici con il loro design inconfondibile, che esistono solo grazie alla perizia di maestranze artigiane, i maestri remeri costituitisi in laboratori, testimoni di saperi millenari. E’ lo strumento che si identifica col suo proprietario perché raramente un gondoliere se ne separa o la mette in vendita. Una ricerca appassionante lunga anni ha permesso la presentazione veronese di questo strumento, frutto unicamente esistente grazie agli artigiani lagunari per la funzionalità della vita sull’acqua lagunare,  la stessa che ritrae Berengo Gardin con la poesia di chi si ferma davanti alla vibrazione della bellezza, con l’intensità di chi capisce il retroscena sentimentale di quel grande teatro appoggiato sul Mare e sulla Storia.

Una tipica forcola veneziana. Galleria Valentini&Maccacaro

4×10 volte Fuorisalone2017. Una forcola veneziana alla Galleria Valentini&Maccacaro di Verona

 

La Design Week di aprile deve iniziare a trasformarsi, se non vuole diventare un ripetitivo concentrato di esemplari, deve andare oltre il design come siamo abituato a vederlo. Per questo vi invitiamo alla mostra 4×10: presso le due sedi della galleria Valentini e Maccacaro il milanese Fuorisalone 2017 suopera due confini, quello geografico e quello del disegno industriale.

Michela Ongaretti

 

Galleria Valentini e Maccacaro

MILANO

10 vasi neolitici cinesi – 10 opere di Ōki Izumi

Dal 4 aprile al 29 aprile

Corso Magenta 52

 

VERONA

10 FORCOLE – 10 foto di Berengo Gardin

Dall’ 8 aprile al 29 aprile

Corso Santa Anastasia 25

 

 

 

Racconti di mare di Arturo Delle Donne, Il Vecchio e il Mare

Il Fotografo e il Mare. Arturo delle Donne dal MIA Photo Fair alla Galleria Hernandez

Arturo delle Donne sembra un nome di fantasia. Eppure non lo è. Così come le sue foto  sono molto più vicine al nostro mondo, nella loro pura ed esplicita invenzione scenografica.

Lo abbiamo visto la MIA Photo Fair 2017 con la Galleria Hernandez che per quell’occasione ha scelto di puntare tutto su di lui con il progetto “Racconti di Mare”, sia per l’originalità della ricerca sia per il lungo sodalizio che lega la galleria a questo atipico fotografo.

 

Racconti di mare di Arturo Delle Donne, Il Vecchio e il Mare

Arturo Delle Donne con Racconti di Mare alla galleria Hernandez, Il Vecchio e il Mare

 

Per chi non è riuscito a partecipare Artscore ha il piacere di invitarvi presso la galleria Hernandez da giovedì 16 marzo per la mostra a cura di Gigliola Foschi, dove si potranno ammirare le stampe fotografiche di grandi dimensioni nate dall’interpretazione di celeberrimi romanzi avventurosi ambientati nelle acque marine.

Vedere le sue immagini è una gioia per estimatori di effetti speciali, è uno scherzo fatto ad arte all’illusione di costruire la finzione come reale. E’ un mondo realmente letterario quello vissuto nelle scene, perchè romanzi come Ventimila Leghe Sotto I Mari , L’Isola del Tesoro o Moby Dick sono nati dalla mente di chi è stato in grado di regalare ai lettori un viaggio intrapreso solo con gli occhi e col cuore, di sola andata fino all’ultima pagina, finché tutto si sgretola e torniamo a vedere le libro, la poltrona, il salotto, ritorniamo insomma sulla terraferma. Questo lo può comprendere chi ha amato fin dall’età dell’innocenza questo genere di letteratura, chi ha sviluppato un rapporto intimo e privilegiato con il Mare ( da biologo ricercatore in Ecologia), e chi da anni esplora professionalmente la fotografia come strumento versatile ed interpretativo, con possibilità di evocare spazi attraverso l’uso sapiente dei particolari.  Racconti di Mare poteva nascere e svilupparsi solo attraverso queste avventure di vita da Arturo delle Donne, che riesce a coinvolgere lo spettatore e farlo immergere nella profondità del mare e della letteratura, grazie al suo prezioso gioco di set. Senza dimenticarsi dell’arma dell’ironia.

 

Racconti di mare di Arturo Delle Donne, Ventimila Leghe Sotto i Mari

Arturo Delle Donne con Racconti di Mare alla galleria Hernandez, Ventimila Leghe Sotto i Mari

 

Il fotografo ha scelto alcune scene iconiche di romanzi ambientati in mare aperto, estrapolandone le frasi salienti a commento delle fotografie. Parliamo di Ventimila Leghe Sotto i Mari di Jules Verne, L’Isola del Tesoro di R. L. Stevenson, Freya delle Sette Isole di Joseph Conrad, Moby Dick di Herman Melville, Il Vecchio e il Mare di Ernest Hemingway, L’Ammutinamento dell’Elsinore di Jack London, la Tempesta Perfetta di Sebastian Junger, del racconto Una Discesa nel Maelström di Edgar Allan Poe.

Per ciascuna di esse Delle Donne ha ricostruito in studio un set in miniatura aiutandosi con i materiali più svariati, irriconoscibili nella messa in scena restituita dall’obiettivo ravvicinato agli oggetti. L’aspetto artigianale del lavoro ricorda le origini del cinema quando gli effetti speciali erano tutti ricreati senza l’ausilio della postproduzione digitale, ma il risultato è squisitamente moderno con luci e contrasto a rendere l’immagine fiabesca e realistica al contempo.

 

Racconti di Mare. Il fotografo Arturo delle Donne davanti alla sua scena di Moby Dick

Arturo delle Donne al MIA Photo Fair con Racconti di Mare, foto di Sofia Obracaj

 

Sono tutti momenti assai teatrali, o cinematografici, dove l’azione  è sempre data dal grande protagonista, il Mare, che non manca di agitarsi, spingendo al  movimento la figura umana. L’ironia nasce dal fatto che le figure umane sono le uniche riconoscibili in quanto feticci, tenere marionette in miniatura, pur nella loro realistica attendibilità data dalla ripresa ravvicinata e che annulla la scala, mentre le onde in ovatta o pellicola trasparente difficilmente rivelano la loro natura: sono loro assolutamente e indiscutibilmente temibili e noi non possiamo che soccombere all’ideale potenza della Natura. Viviamo il nostro mondo bisognosi di credere a mostri da combattere, nella iconica bellezza di una tempesta perfetta a formare con l’ovatta la vaporosa onda di Hokusai, poi ad un certo punto il nostro Nautilus si trova a lottare con un calamaro gigante, e ci accorgiamo che gli stessi tentacoli turgidi pronti a farlo affondare, sono gli stessi indicati per una frittura.

 

Racconti di mare di Arturo Delle Donne, Ventimila Leghe Sotto i Mari

Arturo Delle Donne con Racconti di Mare alla galleria Hernandez, Ventimila Leghe Sotto i Mari

 

I momenti sono veri perché vissuti nelle emozioni del lettore o dell’osservatore, ma sono ambigui nel loro rivelarsi illusione, vita immaginata nella verità letteraria che lascia alcuni indizi per tornare a galla.

La pensiamo come Gigliola Foschi quando scrive che Arturo Delle Donne “usa la macchina fotografica come un prestigiatore” perché è in grado di trasformare in avventura in movimento il nostro sguardo di piccoli abitanti della Natura, familiare nel suo Mistero.

 

Racconti di mare di Arturo Delle Donne, L'ammutinamento dell'Elsinore

Arturo Delle Donne con Racconti di Mare alla galleria Hernandez, L’ammutinamento dell’Elsinore

 

A rivelare una chiave di lettura più letteraria, sempre però legata ad un immaginario repertorio di una memoria vissuta personalmente, ci sono i ritratti che completano il progetto. Come usciti da bauli reconditi e forse abbandonati dalle navi romanzesche ecco i protagonisti di tali narrazioni,i personaggi  rappresentati come tipi umani per lo sviluppo di un intreccio, dalla profondità dello sguardo temerario e vendicativo del capitano Nemo, al coraggio dell’incosciente giovinezza di Jim de L’Isola del tesoro, dalla pazienza quasi secolare di Santiago ne Il vecchio e il mare, al fascino femminile e conturbante di Freya.

 

Esserci  o immaginarci, sognare od esser desti, giocare o fare sul serio. Queste sono domande la cui risposta è sempre sì.

 

Racconti di mare al MIA con Consuelo Hernandez e Arturo delle Donne

L’incontro al MIA Art Fair con Consuelo Hernandez e Arturo Delle Donne pr la presentazione del progetto Racconti di Mare, foto di Sofia Obracaj

 

Restiamo nell’evocazione di soggetti da mondi remoti al piano inferiore della galleria, dove  verrà presentato al pubblico un precedente progetto di Delle Donne, “Nemes”. Esso esplora il mondo della mitologia greca e agli archetipi che rimandano alla nascita del genere umano. Dalla delicatezza amorosa di Amore e Psyche al coraggio di Ulisse fino alla disperazione di Medea.

 

Racconti di mare

mostra fotografica di Arturo Delle Donne

a cura di Gigliola Foschi

vernissage giovedì 16 marzo 2017 alle ore 19.00

Hernandez Art Gallery, via Copernico 8, Milano

fino al 6 aprile 2017

SetUp.Drawing the World, Rodriguez Gallery

Disegno in fiera con Dorota Buczkowska. SetUp nel weekend dell’Arte Contemporanea di Bologna

I fianchi molli di Bologna, per dirla come avrebbe fatto Guccini, mi hanno accolto sabato con Arte Fiera, SetUp e le molte gallerie aperte per l’occasione nel sempre vivo centro città. Ai grandi capolavori dell’arte contemporanea presso la  Fiera “istituzionale” si sono aggiunte al calar della sera le proposte di SetUp Contemporary Art Fair nella location dell’Autostazione. Tra le varie sezioni ero curiosa di vedere il progetto sul disegno Drawing the World:  è portato a Bologna da Mónica Álvarez Careaga, curatrice e direttrice di Drawing Room Madrid.

 

Drawing Room a Madrid

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. L’interno di Drawing Room a Madrid, diretto da Monica Alvarez Careaga, curatrice della sezione Drawing The World

 

Presenti quattro gallerie straniere con altrettanti artisti provenienti da paesi  dai contesti culturali differenti. Ho visto quindi Galerie Ulf Larsson da Colonia con l’artista Natarajaa, SAIDA Art Contemporary da Tétouan in Marocco con Mohamed Larbi Rahhali, la galleria Sibonet dalla Spagna di Santander ha presentato il lavoro di Teresa Moro ed infine..last but not least nella considerazione di Artscore, la Rodriguez Gallery che a dispetto del nome porta dalla Polonia l’artista Dorota Buczkowska.

 

Teresa Moro, Siboney Gallery

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Vista della parete con i lavori di Teresa Moro

 

Dalla nascita di SetUp Contemporary Art Fair, a Bologna l’arte contemporanea non dimentica il disegno, ma pone la disciplina al centro del confronto su un tema portante. Per questo abbiamo scelto Drawing the World, perchè anche per noi il disegno rappresenta il nucleo di ogni progetto artistico.Sia esso visibile o meno, figurativo o astratto, esso è la definizione di un’idea attraverso la linea, è il pensiero che si fa immagine costruita, e che dalla notte dei tempi continua ad emozionarci portando la riflessione sul mondo su un piano estetico. A SetUp l’arte contemporanea vista e scelta da Monica Alvarez è accomunata dalla “presenza del disegno come mezzo fondamentale per la concezione o cristallizzazione” dell’opera dei quattro artisti in fiera.

 

SetUp Contemporary Art Fair, Saida Art Contemporain presenta Mohamed Larbi Rahhadi

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Drawing The World-Mohamed Larbi Rahhali, OMRI, Saida Art Contemporain

 

Nello specifico di Drawing the World II, l’azione del disegno si mostra contaminata da altri linguaggi e supporti come la fotografia e l’installazione, ibrido nel suo ricongiungersi ad intenti culturalmente distanti dall’arte contemporanea, individuati nella fotografia di documentazione tout court per Dorota Buczkowska e nell’artigianato tradizionale  marocchino per Mohamed Larbi Rahhali.

Se l’arte contemporanea si rivolge alla riflessione cerebrale o emotiva, lontana da una necessità di mimesi con il reale, il disegno qui si rapporta alle diverse attività umane per immaginare un altro mondo rimescolando le carte espressive con quelle tradizionalmente assegnate ad una disciplina concreta, finalizzata ad uno scopo preciso e funzionale.

 

Setup, Natarajaa con Ulf Larsson Galerie

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Particolare di Void, Natarajaa, Ulf Larsson Galerie

 

Pensando al tema portante di SetUp, l’Equilibrio definito anche dal suo opposto come motore di un cambiamento, non possiamo che vederlo riflesso nei lavori dei quattro artisti di Drawing the World II. A Bologna il disegno di Natarajaa è segno umano eliminato, presente nella sua assenza, distrutto da fuoco, pioggia o da altri materiali insoliti per lasciare solo la traccia di grafie generate da elementi naturali; al contrario Teresa Moro fa materializzare la presenza dell’uomo nell’impronta che lascia su oggetti di uso quotidiano, rappresentati in maniera più tradizionale con disegni a gouache. Affermazione dell’esistenza nel suo non rivelarsi, trova Equilibrio nell’immanenza della trasformazione. Il lavoro di Mohamed Larbi Rahhali appare più pacificato nel suo rapportarsi all’installazione, moltiplicando piccole porzioni di universi disegnati e colorati sulla superficie interna di scatole di fiammiferi. L’Equilibrio  tra la mano artigianale e la soggettività dell’arte è ritrovato nel gesto ripetuto e ogni volta diverso nella scenografia dell’insieme.

 

A Year In sanatorium, Dorota Buczkowska con Rodriguez Gallery di Poznan

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Dorota Buczkowska, A Year In sanatorium con Rodriguez Gallery di Poznan

 

Dorota Buczkowska si concentra sulla percezione della realtà: nella sua osservazione psiche e fisiologia, emozione e corporeità sono accostati e fatti convivere secondo un ’Equilibrio del limite, come se qualcosa fosse portato alle conseguenze più estreme, ma sempre prima di arrivare alla rottura o alla predominanza di uno dei due elementi.

Quando ho visto One Year in Sanatorium ho pensato che le foto fossero abitate da fantasmi, ed in effetti il disegno “infesta” la resa oggettiva della documentazione. Il progetto dal titolo emblematico si basa sulla raccolta di fotografie appartenenti, davvero o per la finzione che fa parte del gioco, ad un sanatorio in Norvegia. L’intervento grafico che  opera su di esse, con inchiostro, grafite o altri strumenti, aggiunge una nuova dimensione all’immagine. Sia questa dimensione fisica, mentale o emotiva, essa trasferisce lo stato mentale dei soggetti ritratti,caratterizzato da un misterioso senso di occlusione e paura, nella sfera del visibile concreto. Il disegno dà voce emozionale alla documentazione, stravolgendone il senso nella direzione che più aggrada all’idea del disegnatore, e le persone catturate dall’obiettivo nella Storia diventano attori di un teatro tutto contemporaneo. Buczkowska dichiara che  One year in Sanatorium ha questo titolo perché si riferisce al trattamento utilizzato per alleviare i sintomi di malattie croniche, così la raccolta è formata dalla rappresentazione di stati simili al disturbo, e al contempo dell’antidoto ad essi. L’artista cammina in bilico su una fune sottilissima dove la vita e la sua prematura necrosi si toccano, dove disgusto e delizia, atto sessuale ed emotivo non vogliono separazione.

 

SetUp, Dorota Buczkowska, a Year in a Sanatorium

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Dorota Buczkowska, a Year in a Sanatorium, 2013, Rodriguez Gallery

 

La galleria Rodriguez di Poznan ha proposto a SetUp una seconda serie di questa creativa multidisciplinare che usa mescolare pittura, scultura fotografia e disegno, sostenuta come One Year in a Sanatorium dall’ Istituto Polacco di Roma.

The Way Back si dedica  ancora una volta al riflesso fisico e materiale di uno stato mentale, solo che stavolta la struttura circolare del suo disegno esplica il processo stesso della creazione artistica.

 

The Way Back di Dorota Buczkowska, particolare

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Dorota Buczkowska, Particolare della serie The Way Back

 

La descrizione di un cerchio ha sempre fatto parte della preparazione accademica, qui utilizzato non più come elemento immutabile, ma come dimostrazione che anche nel più rispetto dello standard nella forma esiste sempre un margine anche minimo di personalizzazione, dove questi cerchi prendono vita secondo caratteri “vitali” unici tali da avvicinarsi all’umanità. La matericità stessa è data dal confronto o conflitto tra la pittura e il disegno nel suo medium principale che è la carta: quando la pittura ad olio si attacca alla speciale sottilissima carta ne risultano macchie che accentuano le caratteristiche “personalità” componenti i due materiali: l’olio così diretto e fisicamente invadente, la carta così fragile e tendente alla trasparenza.

Sempre che l’Equilibrio non ci abbandoni speriamo che Artscore possa continuare a trovare il disegno nell’Arte contemporanea. Magari a Bologna tra un anno.

Michela Ongaretti

SetUp Contemporary Art Fair, galleria Metroquadro presenta Nicola Malnato

SetUp Contemporary Art Fair 2017. Week end d’Arte Contemporanea a Bologna.

Mancano pochi giorni alla quinta edizione di SetUp Contemporary Art Fair.

Dal 27 al 29 gennaio Artscore si potrà avventurare nelle sale dell’Autostazione dedicate alla manifestazione in piazza XX settembre a Bologna. L’apertura in fascia serale, dalle ore 17, renderà l’atmosfera ancora più festosa ed informale favorendo l’afflusso di pubblico cittadino. Bologna apre quindi l’art week end di Bologna con SetUp accanto alla più istituzionale ArteFiera: se per la seconda manifestazione l’interesse è più rivolto ai grandi nomi e agli storicizzati, quello che attira dal 2013 SetUp è proprio la presenza di nuove leve, puntando sul qualità e  nuovi stimoli della scena emergente italiana ed internazionale.

Logo e tema di SetUp Contemporary Art fair, edizione 2017

Logo e tema di SetUp Contemporary Art Fair, edizione 2017

 

Per quanto non comprendiamo la denominazione “indipendente”, siamo lieti di ritornare nella città emiliana per le nuove proposte della Fiera d’arte più giovane d’Italia, con il suo format arricchito dai diversi premi collaterali e per un numero di gallerie partecipanti sempre maggiore rispetto alle precedenti edizioni. Nell’edizione 2017 potremo vedere il lavoro di sessanta gallerie, quindici delle quali provenienti dall’estero.

Sul carattere urban style della location abbiamo già avuto modo di esprimerci ritenendola di fascino, è sempre lodevole cambiare la vocazione di un luogo cittadino di passaggio quotidiano soprattutto se è l’Arte ad animarla per un breve periodo, ma la qualità dell’esposizione è limitata nella sua fruibilità, proprio a causa della destinazione d’uso originale ed evidente dell’edificio.

 

SetUp Contemporary Art Fair, DiegoZangirolami, La-veneranda reliquia, CragChionoReiSova ArtGallery

SetUp Contemporary Art Fair, Diego Zangirolami, La veneranda reliquia, per Crag-Chiono Rei Sova ArtGallery

 

Come ogni Fiera d’Arte di rispetto la quinta edizione di SetUp muove la sua selezione a partire da un tema guida che quest’anno le due organizzatrici Simona Gavioli e Alice Zannoni, e il comitato scientifico composto da Silvia Evangelisti e Diego Bergamaschi hanno individuato nell’Equilibrio, esplicitato anche attraverso la sua opposizione. Secondo l’interpretazione di Kierkegaard la mancanza di staticità si rivela motore dell’esistenza perciò “Osare è perdere momentaneamente l’equilibrio, non osare è perdere se stessi”, intento fatto mission per SetUp Contemporary Art fair. La lettura del mondo contemporaneo attraverso l’arte può quindi può manifestarsi nel gioco dialettico complessivo dei diversi esponenti che rendano il valore sia della proporzione, dell’armonia, della simmetria, che dell’eccesso, dinamicità di forze e forme, azione e persino sbilanciamento. L’indagazione secondo queste logiche dovrà riguardare il presente nella condizione economica, sociale, politica, delle relazioni, geografica ma anche fisica, tecnologica, formale e di identità.

 

SetUp Contemporary Art Fair, Sensi Arte presenta Nicola Bertellotti

SetUp Contemporary Art Fair, Nicola Bertellotti, There mains of the day,  galleria Sensi Arte

 

Set Up ha posto delle domande ben consapevole della estrema eterogeneità delle risposte degli artisti e dei progetti curatoriali presenti: Esiste, perciò, l’equilibrio? Quanto dura? Cosa significa essere in bilico? Ci può essere equilibrio etico? Il progresso è equilibrato? Il libero arbitrio è equilibrato? L’identità di schieramento produce uno sbilanciamento? L’attrazione è un’oscillazione? Come si manifesta? Lo ha fatto perché crede che il fascino della cultura contemporanea stia nella sua contraddizione.

Secondo la vocazione del format questi interrogativi sono posti agli espositori seguendo la logica di far interagire le figure dell’artista, del curatore e del gallerista.

 

SetUp Contemporary Art Fair, Galleria La Linea presenta Michele Guidarini

SetUp Contemporary Art Fair, Michele Guidarini, Rotten-Jump, Galleria La Linea

 

I progetti esposti sono suddivisi in cinque categorie:Main Section, Solo Show, Drawing the World II, P(I)IGS CAN FLY e S.O.S SetUp Open Space.

La Main Section chiama a proporre un progetto curatoriale con almeno un artista under 35, presentato da un testo critico di un curatore under 35. Riunisce le gallerie italiane ed estere secondo quello che risulta ormai essere un format consolidato di SetUp, spingendo alla massima interazione artista, curatore-critico, gallerista. Insieme a questo artista le gallerie esporranno la loro intera “scuderia” per presentare la propria visione e scelta del mondo artistico contemporaneo.

 

SetUp Contemporary Art Fair, sezione SOS, F05

SetUp Contemporary Art Fair, sezione SOS, Vinz Feel Free, F05

 

In ordine alfabetico vedremo: 3)5 ArteContemporanea (Sipicciano Graffignano – VT), A100 Gallery (Galatina – LE), A-Space gallery (Rheinfelden – Svizzera), Addaya Centre D’Art Contemporani (Maiorca – Spagna), ART and ARS Gallery (Galatina – LE), BBelgravia arte contemporanea (Bologna), BI-BOx Art Space (Biella), BONELLILAB (Canneto sull’Oglio – MN), Cartavetra (Firenze), CASA FALCONIERI Centro di ricerca e sperimentazione (Cagliari), Città dell’Arte (Venezia), CRAG – CHIONO REISOVA ART GALLERY (Torino), Eggers 2.0 Let’s do it together (Torino), Etra Home Gallery (Napoli), exfabbricadellebambole (Milano), Falcinella Fine Art (Mantova), FEDERICO RUI ARTE CONTEMPORANEA (Milano), Galleria B4 (Bologna), Galleria 13 – arte moderna e contemporanea (Reggio Emilia), Galleria 33 (Arezzo), INCREDIBOL – Erika Deák Gallery (Bologna – Budapest), Il Cerchio e Le Gocce (Torino), InConnection Art Center (Orte – VT), ISCULPTURE (San Gimignano – SI), LuxLuxury Group (Bologna-Miami-Dubai – Abu Dhabi-Doha), MARTINA’S GALLERY (Giussano –MB), metroquadro (Torino), MuseoNuovaEra (Bari), PORTANOVA12 (Bologna), SENSI ARTE (Colle Val d’Elsa–SI), spaghettiparty.it (Udine), Spazio Espositivo EContemporary (Trieste), Spazio Lavit (Varese), Stefano Bartoli (Vezzano sul Crostolo –RE), Vibra Spazio contemporaneo di idee (Ravenna), Viridian Artists (New York), VV8 ARTECONTEMPORANEA (Reggio Emilia).

 

SetUp Contemporary Art Fair, Martinas Gallery presenta Stikki Peaches

SetUp Contemporary Art Fair, Stikki Peaches, Martina’s Gallery

 

Solo Show intende presentare i progetti di sei gallerie che mostrano il lavoro di un unico artista, italiane ed internazionali.

Partiamo da lontano con la State of The Art Gallery and Magazine di Clermont (Florida), insieme ad ABC arte Bologna Cultura (BO), ADD-art (Spoleto – PG), Galleria La Linea (Montalcino – SI), STUDIO 38 CONTEMPORARY ART GALLERY (Pistoia), Stefano Bartoli (Vezzano Sul Crostolo – RE).

Le categorie Solo Show e Main Section concorrono per il Premio SetUp, per artisti e i curatori under 35, il vincitore sarà deciso dalla giuria composta dal comitato scientifico unito al Comitato Direttivo, Simona Gavioli e Alice Zannoni.

 

SetUp Contemporary Art Fair, galleria Stefano Bartoli presenta Alessandra Zini

SetUp Contemporary Art Fair, Alessandra Zini, Atterraggio sulla Terra, galleria Stefano Bartoli

 

Il progetto P(I)IGS CAN FLY a cura di Eleonora Battiston, riunisce cinque realtà internazionali, cinque stati denominati dall’acronimo PIIGS caratterizzati da economie deboli e situazioni di debito pubblico:per riagganciarsi al tema di SetUp 2017, sono luoghi dove è venuto meno l’equilibrio sociale, politico ed economico ripercuotendosi nell’ambito culturale con notevoli tagli economici, ma dove non è mancata continuità nella produzione artistica di alto livello, anche in reazione all’instabilità, generando nuovi contenuti e suggerendo tematiche ad interpretare con nuove visioni la situazione in corso  A Set Up  ecco quindi la Spagna con le gallerie Blanca Soto di Madrid e Artizar di TenerifePortogallo, il Portogallo con Módulo–Centro Difusor de Arte di Lisbona, la Grecia con ALMA GALLERY di Atene,  e l’Irlanda con Steambox Gallery di Dublino.

 

SetUp Contemporary Art Fair, sez. PIIGS, Artizar presenta Jose Luis Serzo

SetUp Contemporary Art Fair, sez. PIIGS, Jose Luis Serzo, Teatrorum-nocturno, galleria Artizar

 

Drawing the World II è la categoria di Mónica Álvarez Careaga, curatrice e direttrice di Drawing Room Madrid, che ha selezionato quattro gallerie di fama internazionale per presentare altrettanti artisti provenienti da paesi diversi, accomunati dalla pratica del disegno come disciplina fondamentale per la costruzione delle opere e per l’interpretazione del mondo. Le gallerie sono: Ulf Larsson Galerie di Colonia, la Rodriguez Gallery di Poznan, Saida Art Contemporain di Tetouan e della Galleria Siboney di Santander, e gli artisti Natarajaa dall’India, la polacca Dorota Buczkowska , il marocchino Mohamed Larbi Rahhali  e Teresa Moro da Madrid.

 

SetUp Contemporary Art Fair, sez. Drawing The World, Rodriguez Gallery presenta Dorota Buczkowska

SetUp Contemporary Art fair, sez. Drawing The World, Dorota Buczkowska, One year in sanatorium, Rodriguez Gallery

 

S.O.S SetUp Open Space è una novità del 2017, la sezione funziona come spazio per 9 progetti sperimentali, e valorizza artisti che siano innovativi e rivoluzionari attraverso il proprio linguaggio. A promuovere e presentare questi artisti saranno Artegiro (Conzano – AL), C.A.C.C.A Centro per l’Arte Contemporanea sulla Cultura Alimentare (Bologna), Collaterart A.P.S. (Salerno), Current (Milano), Peninsula (Berlino), Polisonum (Roma), PrintAboutMe (Torino), Vinz Feel Free (Valencia – Spagna), (Bolzano).

E’ la sezione che comprende gli iscritti al Premio Alviani ArtSpace, per il quale la galleria di Pescara si impegna a dare davvero spazio in galleria durante la stagione 2017-2018, in linea con la sua finalità di ricerca e di contaminazione tra linguaggio artistico e tecnologico.

 

SetUp Contemporary Art Fair, Artegiro presenta Talaatharb, sez. SOS

SetUp Contemporary Art Fair, SOS, Talaatharb, Pink, per Artegiro

 

Gli altri premi in programma saranno:  il Premio Residenza Casa Falconieri che offrirà dieci giorni all’artista vincitore per lavorare all’interno dello Studio Casa Falconieri, nel cuore della Sardegna, e il Premio fotografico Tiziano Campolmi. Quest’ultimo sarà suddiviso in due fasi, prima la selezione avverrà attraverso i like espressi sulla pagina facebook del premio, in seguito una commissione in carne ed ossa, composta dal presidente dell’associazione Campolmi Andrea Benericetti e dal direttivo di SetUp, sceglierà tra i cinque lavori selezionati dal pubblico online.

 

SetUp Contemporary Art fair, Arredamento a cura di Camisa11

SetUp Contemporary Art fair, arredamento area relax e bookshop a cura di Camisa11, Volta Rosso

 

Ulteriore novità, fuori dalle categorie espositive di SetUp ma perfettamente in linea con gli interessi di ARTscore, è HANDOVER, dove l’equilibrio sarà esplorato nel suo confine tra arte e design. Handover significa letteralmente staffetta e l’intento è in effetti quello di passare le conoscenze o la sensibilità necessaria a far funzionare una sfera creativa rispetto all’altra, nell’orientamento ad esempio del designer si accoglie una visione scultorea o pittorica dell’oggetto progettato. Ciò che ne risulta è un pezzo di art-design, che dopo l’approccio culturale che lo determina va oltre la sua funzionalità. Sono aziende di design di rilievo ad aver aderito a questo esperimento di mostrare la vita donata al design dall’arte, Alessandra Francesca Borzacchini,Camisa 11 Design, StoneLab Design Gumdesign, Walter Vallini.

Il design sarà protagonista anche nella Collectors Lounge, con spazi esclusivi per un numero collezionisti. il merito dell’allestimento va a Gianpaolo GAZZIERO, del noto tempio del design e arredamento a Bologna; pietre miliari del design saranno a disposizione grazie alla prestigiosa collaborazione con Cappellini.

 

SetUp Contemporary Art Fair, galleria Sensi Arte presenta Elisa Mearelli

SetUp Contemporary Art Fair, Elisa Mearelli, Il sogno di Icaro, galleria Sensi Arte

 

Sono molti i progetti speciali quest’anno, per lasciarvi alcune sorprese ci limitiamo a segnalare l’opera K17 di Fabrizio Fontana all’ingresso, presentata da Ars and Ars di Galatina, un Kalashnikov enorme rivestito di piccoli giocattoli, ironicamente feroce nel suo messaggio.

D’obbligo citare l’omaggio ai 50 anni di Corto Maltese, in concomitanza con la grande mostra sull’eroe a fumetti presso Palazzo Pepoli a Bologna, con la proiezione dello Speciale e delle prime apparizioni televisive, a cura di Andrea Losavio in collaborazione con gli eredi del disegnatore Secondo Bignardi.

 

SetUp Contemporary Art Fair, galleria Bonelli Lab presenta Anna Stella Zucconi

SetUp Contemporary Art Fair, Anna Stella Zucconi, Barbie is not dead, galleria Bonelli Lab

 

L’atrio dell’’Autostazione torna nel 2017 ad essere interessato dall’Area Talk, con il suo ampio programma originale e gratuito, costituito da 13 interventi tra incontri, conferenze e tavole rotonde, sempre sul tema dell’Equilibrio. Una sezione parlerà dei progetti per Le capitali della cultura Mantova, Pistoia e Matera e l’equilibrio nell’arte contemporanea, quelli già realizzati e quelli ancora da produrre, a cura di Serena Achilli, curatrice indipendente e Direttore artistico di Algoritmo Festival.

La seconda sezione è Remember The Future, un format di contenuti itineranti, appendice al festival Voglia di Vintage di Mantova, a cura di Fabio Lucarelli.

 

SetUp Contemporary Art Fair, Luigi Petracchi, galleria MMXII presenta Luigi Petracchi

SetUp Contemporary Art Fair, Luigi Petracchi, LuxLuxory, galleria MMXII

 

L’Area Bookshop e Area editoria gestita da Agenzia Nfc: quest’anno accanto a cataloghi e libri d’arte troveremo i quaderni d’autore in edizione limitata, creata ad hoc per la manifestazione. Oltre alla consolidata partnership con Exibart l’Area Editoria vedrà poi le nuove collaborazioni con Urban Magazine, Edizioni del Rio e Art Bag, progetto editoriale ideato da Alessandra Alliata Nobili ed Emiliano Zucchini.

 

Il programma è piuttosto intenso..vi basta per una serata a Bologna?

 

Michela Ongaretti

 

SetUp Contemporary Art Fair, galleria Metroquadro presenta Nicola Malnato

SetUp Contemporary Art Fair, Nicola Malnato, The importance of breathing. Dreaming a Whale, galleria Metroquadro

 

SetUp Contemporary Art Fair, Saida Art Contemporain presenta Mohamed Larbi Rahhadi

SetUp Contemporary Art Fair, sez. Drawing The World-Mohamed Larbi Rahhadi, OMRI, Saida Art Contemporain

 

SetUp Contemporary Art Fair, Galleria La Linea presenta Michele Guidarini

SetUp Contemporary Art Fair, Michele Guidarini, DADA, Galleria La Linea

 

La tavolozza di Matilde Dolcetti, restauratrice

La memoria dei materiali. Visita allo studio di Matilde Dolcetti, restauratrice a Milano

La memoria dei materiali. Visita allo studio di Matilde Dolcetti, restauratrice a Milano

La tavolozza di Matilde Dolcetti, restauratrice

La tavolozza di Matilde Dolcetti, restauratrice

 

I protagonisti dell’Arte non sono solo i suoi creatori, ma anche coloro che si prendono cura delle opere per permettere alle generazioni future di poterle vedere e capire.

Se per la comprensione del valore estetico (forse) c’è ancora bisogno di persone capaci di trasmettere un contenuto profondo, come idealmente i critici e gli storici dell’arte, è essenziale che le opere stesse si possano conservare e leggere. Questo è ovvio per le opere antiche, ma lo è un pò meno per quelle contemporanee, da quando non sono costituite di sola pittura ma di materiali più svariati, spesso di assai facile deperibilità.

 

Il tavolo da lavoro nello studio di Matilde Dolcetti

Il tavolo da lavoro nello studio di Matilde Dolcetti

 

Per questo ho voluto incontrare la restauratrice Matilde Dolcetti, un leader del settore, esperta e conoscitrice della materia di cui è fatta l’Arte.

Sono andata a trovarla nel suo laboratorio, in un pomeriggio milanese d’inizio autunno.
Mi accoglie con la sua personalità croccante, con l’entusiasmo di chi non si accontenta delle sua esperienza ma cerca costantemente l’aggiornamento e il confronto curioso con i professionisti internazionali.

Il suo intervento è stato richiesto per opere di grandi protagonisti del novecento come Adami, Agnetti, Capogrossi, Piacentino, Man Ray, Albertini, Hsiao Chin, Alys, Fontana, Angeli, Arienti, Picabia, Balla, Baj, Biasi, Funi, Boccioni, Bonalumi, Calderara, Carrà, De Chirico, Dova senza esaurire l’elenco.

 

Tra gli strumenti un metro gadget di Gio Marconi

Tra gli strumenti un metro, gadget di Gio Marconi


Inizio con una domanda all’apparenza banale, ben sapendo che non esistono domande banali se le risposte sono accurate.

Matilde qual è il suo lavoro?

Fino a poco più di dieci anni fa mi definitivo restauratrice di dipinti, ora mi occupo anche di opere moderne e contemporanee lavorando spesso sul tridimensionale, sculture o installazioni, collage, materiali non tipici della pittura. Questa scelta ha cambiato radicalmente il mio modo di operare perché l’intervento su opere contemporanee obbliga il restauratore a stimoli continuamente nuovi, a incontri con gli artisti per seguire la costruzione del loro processo creativo, conoscere quelle tecniche esecutive che prima, trattando solo pittura antica, non erano così frequenti.

 

La restauratrice ci mostra la stravaganza iconografica di un dipinto

La restauratrice ci mostra la stravaganza iconografica di un dipinto

 

E’ necessario conoscere nello specifico il comportamento nel tempo di questi materiali “sperimentali”? Sono molto diversi tra loro…immagino sarà coadiuvata da molte personalità del settore.

E’ fondamentale la conoscenza intrinseca di ogni materiale su cui si va ad operare, una continua e costante formazione, seguire corsi di aggiornamento e studiare le pubblicazioni dei colleghi. Ad esempio, un paio di anni fa, ad un corso sul restauro e la conservazione della plastica all’Università di Amsterdam, ho appreso come comportarmi in presenza di questo materiale, per sapere come trattarlo e conservarlo nel futuro. Però di fronte ad un progetto concreto, e nelle fasi di intervento, bisogna consapevolmente avvalersi di colleghi specializzati nei materiali specifici e lavorare in equipe. E’ necessario capire che non si può pretendere di essere poliedrici nel nostro campo.

 

Gli strumenti del mestiere

Gli strumenti del mestiere

 

Non è ovvio domandarsi chi sono oggi i suoi clienti. L’Italia con i suoi collezionisti è una presenza forte?

Si, la maggior parte dei collezionisti privati che si rivolgono a me sono italiani, e si avvalgono del mio lavoro alcune importanti fondazioni milanesi.
I primi comprano spesso come forma di investimento diversificata. A volte si affidano ad un art dealer che acquista e rivende per loro e le opere vengono direttamente messe in un deposito senza essere nemmeno tolte dalla cassa in attesa che il loro valore salga. Altri collezionisti usano ruotare le opere all’interno della casa esponendone di diverse ogni tre mesi, amano le opere tridimensionali e di grandi dimensioni. Questi clienti sanno come è necessario conservarle correttamente e spesso il mio intervento si limita al controllo dello stato, ogni volta che escono e rientrano nei depositi.
Lo stesso tipo di intervento riguarda le Fondazioni: il vantaggio è che queste hanno un conservatore fisso che si cura della tutela dei loro beni, ma essendo aperte al pubblico subiscono spesso la curiosità e la voglia istintiva di toccare dei visitatori con conseguenti danni.

 

Un ricordo delle commissioni per la Fondazione Prada

Un ricordo delle commissioni per la Fondazione Prada

 

L’acquisizione dei clienti nel restauro si basa sul passaparola. Un po’ come si cerca un buon medico: non si va su internet e spesso quando si trova un bravo restauratore si diventa un po’ gelosi e si è restii a dare il suo nome, per poter tenere il professionista libero per un futuro incarico.
A Milano i restauratori con una certa esperienza che si occupano di interventi sul moderno e contemporaneo sono ancora pochi, si contano sulle dita d’una mano.

 

Il restauro è anche fotografico presso lo studio Dolcetti

Il restauro è anche fotografico presso lo Studio Dolcetti

 

Leggo nella sua biografia che si è formata con Edo Masini, docente di restauro di dipinti presso l’Opificio delle Pietre Dure, e di aver in seguito collaborato a lungo con lo studio Pinin Brambilla di Milano. Quali sono secondo lei oggi gli enti accreditati di maggior valore per la formazione di un restauratore, le realtà che si muovono attivamente nella ricerca scientifica?

Due capisaldi per la formazione sono sempre l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e L’Istituto Centrale del Restauro a Roma, sul Moderno e  Contemporaneo oggi sta sviluppandosi sempre più la Scuola della Venaria Reale di Torino.
Non si può pensare di parlare di restauro del moderno e del contemporaneo se prima non si ha ricevuto una formazione solida sul restauro in tutti i suoi processi. Poi ci si specializza, ma prima bisogna affrontare tutto il discorso tradizionale.
Inoltre è fondamentale far seguire al ciclo di studi un periodo di formazione ed esperienza di alcuni anni presso degli studi di restauro per l’applicazione di ciò che si è appreso, continuo a sconsigliare di aprire subito uno studio dopo il diploma.

 

Precisione scientifica

Precisione scientifica

 

Lei è originaria di Venezia, cosa mi può dire delle differenze, se ve ne sono, tra la pratica del restauro a Milano e in altre città?

Non lavoro a Venezia da moltissimi anni per cui non posso fare un confronto, ricordo un antico mondo fatto di botteghe e pratica artigianale, nel bene e nel male. Posso però  elencare i vantaggi di fare un lavoro come il mio a Milano, come la possibilità di frequentare numerose gallerie e di conseguenza i loro artisti e collaborare con loro. Ci sono le grandi case d’aste i cui possibili acquirenti chiedono al restauratore una consulenza sull’opera che vorrebbero battere in asta, c’è movimento nelle collezioni. Inoltre c’è forse più facilità per noi operatori nel reperire i materiali, e credo  ci sia lavoro per tutti. Almeno per il momento.

 

Memorabilia della restauratrice

Memorabilia della restauratrice

 

Non ha mai pensato di fare didattica?

E’ una questione di scelte, credo che l’insegnamento e le pubblicazioni richiedano molto tempo tale da toglierne al laboratorio, e di impostare il lavoro in maniera diversa. Alcuni colleghi lo fanno abitualmente ma a quel punto l’attività diventa un’impresa con delega obbligatoria a collaboratori per gli interventi sulle opere. Io preferisco continuare a lavorare sul campo, essere io responsabile di quello che esce dal mio laboratorio e dedicarmi alla formazione personale. Ad esempio il prossimo seminario tratterà il restauro e la ricostruzione digitale 3D e sarà organizzato dal centro di studi CESMAR7.

 

Particolare del laboratorio

Particolare del laboratorio

 

A quali problematiche va incontro più spesso un’opera d’arte contemporanea?

I materiali costitutivi sono il problema maggiore , si pensi alle opere di Gilardi in gommapiuma o al polistirolo di Colombo , materiali non testati nel tempo e molto fragili che andrebbero esposti con parametri rigidissimi di temperatura luce e umidità. Spesso è la movimentazione che rovina le opere : trasporti fatti con personale non specializzato oppure la manutenzione errata o la sottovalutazione dell’opera stessa spesso viene affidata alle cure del personale di servizio in casa, non preparato a trattare con manufatti artistici.
Oppure ci si mette il caso..(mi mostra un’’opera di
Francesco Vezzoli che ha subito un allagamento).
Spesso le soluzioni per intervenire le troviamo in campi che esulano dal nostro: ad esempio mi fu sottoposto un danno su un’installazione costituita da vecchio cuoio che era stata vandalizzata con una penna a sfera verde che non era possibile asportare in alcun modo.La soluzione la trovai da un dermatologo che la asportò con la macchina usata per eliminare i tatuaggi: questo dimostra l’importanza di una mente aperta, inventiva, e la comparazione con materiali simili.

 

Filtri di prova per la pulitura

Filtri di prova per la pulitura

 

Si confronta con gli artisti sui criteri nella scelta di un intervento?

Se si tratta di artisti viventi cerco di consultarmi con loro per conoscere il loro modus operandi, la tecnica ed i materiali impiegati. Ad esempio anni fa mi successe di dover contattare Emilio Tadini per un’opera che aveva dei sollevamenti di colore ed era molto difficile da fissare; quando al telefono gli chiesi che smalto avesse usato lui quasi vergognandosi mi disse che era vernice da carrozziere, e aggiunse che l’aveva utilizzata solo per un breve periodo. Si scusò mille volte per la fatica che stava facendomi fare!

 

La cartella colori autoprodotti

La cartella colori autoprodotti

 

 

ln ogni caso la loro consulenza e approvazione è fondamentale perché il rischio di un’operazione arbitraria anche minima è che l’opera venga disconosciuta, lo stesso vale per gli artisti scomparsi ma che hanno una loro Fondazione di riferimento : è importante rivolgersi a loro prima di progettare qualsiasi operazione e concordare con loro come agire. Ad entrambi i soggetti chiediamo anche quali sono stati gli interventi effettuati in precedenza. Sono ancora pochi gli artisti che si interessano di scegliere materiali che durino nel tempo, ma alcuni sono molto collaborativi e rendono meno difficoltoso il lavoro, soprattutto se stranieri. Ad esempio l’artista americano Gober è estremamente generoso e pignolissimo nel descrivere ogni materiale utilizzato e nel fornire le istruzioni per l’installazione.

 

Particolare di uno splendido dipinto in restauro presso lo studio

Particolare di uno splendido dipinto in restauro presso lo studio

 

Cosa è cambiato nel restauro, parlando solo degli ultimi vent’anni?

Moltissime cose, a parte corsi di aggiornamento allora rarissimi, i metodi erano piuttosto invasivi. Ora la ricerca continua si rivolge a materiali meno aggressivi, le puliture si fanno ad hoc per ogni opera tenendo conto del ph e della conducibilità della materia da trattare, usando pochissimi solventi scegliendo piuttosto tensioattivi o chelanti o morbidi gel che non penetrano negli strati pittorici. Le vernici e i colori sono autoprodotti negli studi di restauro sempre a seconda della materia da ritoccare.
In effetti a colpirmi è la tavolozza dei colori di Matilde e la  pulizia e l’ordine del laboratorio, che mi dimostra quanto mi dice sull’importanza di operare in sicurezza sulle opere e sulle formule chimiche

Mi spiega che oggi il lavoro è più lungo ma si rispetta al massimo l’originalità dell’opera.

 

Particolare di un dipinto bisognoso di restauro

Particolare di un dipinto bisognoso di restauro

 

Fino a che punto vale la pena di intervenire?

Appartengo al filone del “minimo intervento” : ogni volta che un’opera entra nello studio di un restauratore subisce un’invasione anche se a fin di bene. Lo stesso spostamento dal luogo di installazione abituale al laboratorio è un piccolo trauma. Bisogna cercare di agire intervenendo solo e unicamente per risolvere l’eventuale problema, educare il proprietario che suggerisce interventi non necessari : verniciature per rendere il colore più brillante, puliture superflue, reintelaiature in presenza di piccole lacerazioni risolvibili con una sutura localizzata.
Ci sono poi casi dolorosi in cui
“l’accanimento terapeutico” è inutile e costosissimo per un cliente ad esempio in presenza di massicci attacchi di muffa uno dei peggiori nemici delle opere : la muffa aggredisce e divora inesorabilmente e se si arriva troppo tardi nulla si può fare se non rinunciare all’opera . C’è chi decide di ridipingere totalmente ( in alcuni casi in America ridipingono totalmente le opere degli anni 50  esposte all’aperto ) o sostituire dei pezzi con materiali totalmente nuovi invece di cercare di restaurarli : più velocità e meno fatica ma a quel punto l’opera è stata fatta dall’artista o dal restauratore o a quattro mani? E in che epoca ? oggi o ieri?

 

Craquelure in evidenza su un dipinto in fase di restauro da Matilde Dolcetti

Craquelure in evidenza su un dipinto in fase di restauro da Matilde Dolcetti

 

Matilde riflette su come la deformazione professionale la porti istintivamente ad osservare l’opera esposta dal punto di vista scientifico e materiale e avvicinarsi fisicamente ad essa, quando vede in seguito la stessa opera in una mostra le pare di guardarla per la prima volta, godendone come un qualsiasi spettatore amante dell’arte.

E’ molto interessante come la visione della restauratrice dimostri che la conoscenza è spesso una questione di approccio, di come la fruizione mostri l’opera d’arte vicinissima all’essere umano, come chi l’ha generata la sua comprensione è sempre condizionata al contesto.

 

Un angolo dello studio Dolcetti

Un angolo dello studio Dolcetti

 

Termino questo viaggio nel restauro con la curiosità di un’area inesplorata.
Matilde mi parla spontaneamente del suo interesse verso la Street Art, o meglio dei murales, che la critica acclama da tempo come opere degne di interventi per la loro conservazione. La restauratrice ha trovato nell’Università di Atene contatti con professori universitari che si stanno dedicando allo studio e alla conservazione dei murales e sta progettando una collaborazione con loro. Il murale viene costruito secondo la filosofia della sovrapposizione
e il compito delicato, e interessante socialmente, è proprio quello di capire e decidere cosa e come vada mantenuto.

In Italia non è ancora così diffusa la cultura tutelativa della pittura di strada, se si pensa che Philadelphia, dove esistono più di duemila murales, utilizza l’1% delle tasse per sostenere gli artisti e la ricerca per la conservazione di tali opere. Nei progetti di Matilde Dolcetti c’è lo studio della struttura chimico-fisica dei murales e la sua evoluzione negli anni per restauro e conservazione  adeguati.

Michela Ongaretti

Foto di Giovanni Manzoni Piazzalunga

Un set del periodo radical per Poltronova

Poltronova backstage. La fotografia racconta il design radicale presso la Galleria Carla Sozzani

Poltronova backstage. La fotografia racconta il design radicale presso la Galleria Carla Sozzani

DI MICHELA ONGARETTI

POLTRONOVA BACKSTAGE: il design radicale raccontato dalla fotografia presso la Galleria Carla Sozzani, Corso Como 10 Milano.

Giugno 2016 radical per la Galleria Carla Sozzani. Sta per aprire le porte al punk inglese mentre l’8 giugno è stata preziosa cornice della presentazione del volume “Poltronova Backstage. The Radical Era 1962-1972” di edizioni Fortino, reperibile nell’attiguo bookshop, interessante per il particolare taglio dato all’argomento: gli anni del design radicale con Ettore Sottsass, Archizoom e Superstudio.

La copertina di Poltronova Backstage, edizioni Il Fortino

La copertina di Poltronova Backstage, edizioni Il Fortino

 

” Poltronova Backstage” è si un incursione nel passato dell’azienda toscana, una visione degli anni sessanta e del design di rottura, ma è soprattutto la storia di un momento cruciale attraverso i documenti fotografici, scattati proprio dai progettisti delle opere ritratte per rappresentare il loro motivo d’esistenza.A moderare l’incontro c’era la curatrice del volume e critico del design Francesca Balena Arista, gli altri presenti eranoDario Bartolini, Andrea Branzi ePaolo Deganello, designer e architetti di Archizoom Associati, Roberta Meloni direttrice dell’archivio Centro Studi Poltronova, mentre ha recapitato un messaggio Cristiano Toraldo di Francia di Superstudio. Ha portato la sua testimonianza anche Cristina Dosio Morozzi, all’epoca fidanzata con Massimo Morozzi cofondatore del gruppo Archizoom, oggi direttore dell’Istituto Marangoni.

Un set del periodo radical per Poltronova

Un set del periodo radical per Poltronova

 

Come ricorda Francesca Balena il volume non intende essere esaustivo né presentare il movimento secondo un approccio storico tradizionale; si può parlare piuttosto di uno spaccato del mondo radical come una ricognizione a volo d’uccello, cioè vedere dall’alto per ricostruire una mappatura del periodo che ha regalato all’Italia molta energia e spinta all’innovazione, oggi ricordato con diverse esposizioni come “Superstudio50”, in corso al Maxxi di Roma.

Il libro si avvale senza dubbio del grande lavoro di Roberta Meloni, nove anni fa da Carla Sozzani con la mostra “Superarchitettura”, svolto nella creazione dell’archivio consultabile a Firenze, costruito con caparbietà interpellando molti i collaboratori storici dell’azienda.

SOFO design Superstudio, Poltronova 1966

SOFO design Superstudio, Poltronova 1966

 

Il taglio di queste immagini è soggettivo, nel senso che le foto scattate dai protagonisti designer volevano rappresentare “uno stato esistenziale”, come disse nel 2001 Ettore Sottsass. Ogni volta che raccontava un progetto esso era collegato strettamente al ricordo del set fotografico per quell’oggetto; per le ceramiche Yantra egli aveva persino preparato dei bozzetti, oggi conservati allo C.S.A.C. di Parma.

Per Andrea Branzi parlano del rapporto con l’azienda a cui si riconosceva da subito un modo diverso di fare design, e nello stesso tempo trasudano ledinamiche di dibattiti e confronti interni, e tutta la formazione extra-universitaria non tradizionale dei progettisti, fatta ad esempio di musica e moda. Sempre secondo Branzi le singole monografie sul Design radicale non hanno compreso appieno le sue diverse componenti di una stagione dall’identità così forte da unificare tutti coloro che la vissero.

Una pagina del libro, foto di Fortino Edizioni

Una pagina del libro, foto di Fortino Edizioni

 

Ettore Sottsass era per Poltronova l’art director, come diremmo oggi, mentre allora il suo incarico si definiva nei cataloghi “la generale consulenza estetica”. Lamentava da parte del presidente Camilli carenza nella Comunicazione ma riconosceva la sua audacia nella produzione di mobili “impossibili da vendere” anche in virtù della loro rappresentazione fotografica, con “pezzi di corpi” che sbucavano dai particolari grigi; il designer voleva trasmettessero altro che il benessere moderno, semmai “il disastro esistenziale” di una generazione.

Sergio Camilli era una persona intuitiva, lontana dalle logiche di marketing,che si chiedeva soltanto se il pezzo che andava a produrre potesse essere messo in casa propria. I presenti dichiarano di non averla mai vista…

Mies and Sanremo, Archizoom Associati per Poltronova,1969.

Mies and Sanremo, Archizoom Associati per Poltronova,1969.

 

A parte la visione poco rassicurante del grigio di Sottsass il clima restava comunque effervescente, e l’introduzione al libro di Michele De Lucchi cita il concetto di festa mobile e happening continuo, esattamente la descrizione dello stato d’animo di Cristina Morlozzi una volta introdotta nell’ambiente radical, stupefatta e poi coinvolta. Aggiungiamo che l’unico pezzo rimasto in produzione fu lo specchio “Ultrafragola” con quel rosa intenso a parlare di femminilità, di come la donna sia seduttiva per natura.

Ultrafragola, specchio, Ettore Sottsass Jr, 1970 per Poltronova

Ultrafragola, specchio, Ettore Sottsass Jr, 1970 per Poltronova

 

Dario Bartolini viene interpellato come la mente tecnologica del gruppo, colui che dava vita agli oggetti con manopole e pulsanti per “miracoli” di luci e suoni stravaganti, allo stesso tempo era il fotografo più esperto che ricorda bene come si organizzavano i set per Poltronova. Una foto lo ritrae nel giorno del matrimonio quando indossava con la novella sposa due cappelli/mitria che dovevano suonare ed emettere luce nell’incastrarsi, il regalo di Archizoom..di cui lui stesso dovette sistemare un malfunzionamento dell’impianto..la notte precedente alla cerimonia!

MITRIA, design di Paolo Deganello per il matrimonio di Lucia and Dario Bartolini, 1969

MITRIA, design di Paolo Deganello per il matrimonio di Lucia and Dario Bartolini, 1969

 

La storia del radical design è fiorentina. Branzi ha parlato di un terreno favorevole allo sviluppo della modernità “diversa” proprio per la sua assenza di modernità, ma dal punto di vista culturale Firenze era in quegli anni “l’ultima volta che non fu provincia”. Deganello ricorda il movimento studentesco di Lettere e di Architettura, la migliore facoltà di architettura in Italia, allora. Era una capitale culturale con la presenza di intellettuali come Garin, Ragghianti, Luzi, per non dimenticare l’amministrazione avanzata con La Pira.

Chi portò alla ribalta la rivoluzione radical di Archizoom non fu però un’autorità editoriale di settore ma un settimanale di larga diffusione: Panorama. Allora tutti i magazine avevano una rubrica di architettura e si cercava l’eclatante, ancora una volta trovato attraverso l’impiego della fotografia. Quattro modelli di progetti “radicali” vennero realizzati in scala 1:10, ambientati e fotografati, e apparvero come oggetti veri, realmente prodotti.

Un momento durante la presentazione di Poltronova Backstage presso la galleria Sozzani, ph. Sofia Obracaj

Un momento durante la presentazione di Poltronova Backstage presso la galleria Sozzani, ph. Sofia Obracaj

 

Da tutte le foto, suggerito pure nel testo mandato da Toraldo di Francia, possiamo osservare come questo pezzo di Novecento, fatto di rottura con la tradizione, amicizie e matrimoni incrociati, creatività esuberante e sana competizione, racconti una storia “corale”, nel rapporto dialettico tra Archizoom, Superstudio e Sottsass e le loro singole forti personalità progettuali ed umane.

Michela Ongaretti

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Una rapsodia in bianco e nero con Nada Pivetta ed Enrico Cattaneo

Una rapsodia in bianco e nero con Nada Pivetta ed Enrico Cattaneo

E’ successo il 27 aprile 2016 a Milano.

Ha inaugurato la mostra Rapsodia, bipersonale di Nada Pivetta ed Enrico Cattaneo presso gli Eroici Furori di via Melzo 30.

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Due generazioni lontane, un uomo e una donna, la fotografia e la scultura, con le loro sperimentazioni come punto di contatto. La curatrice Silvia Agliotti spiega che il concetto di rapsodia è suggerito dagli scatti che Cattaneo ha realizzato sulle opere e nello studio dell’artista, entrata a far parte della collezione del Museo del ‘900: essi sono “spunti melodici quasi improvvisati” e nello stesso tempo narrazione di un processo che ha portato alla realizzazione delle sculture, come quelle presenti in forma antologica in galleria. Sono ceramiche che esibiscono una gloria materica frastagliata che pare fermata nell’atto di sbocciare, di aprirsi.

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Un ulteriore e reciproco passaggio di “congiunzione” è evidenziato nello studio preparatorio della scultrice nella prima sala, a richiamare la vocazione al bianco e nero del fotografo, lui che ha ritratto nella lunga carriera le espressioni dei grandi artisti del novecento come Fontana, Beuys, Boetti e Munari, solo per fare alcuni nomi. Quell’inchiostro su carta pare complice nella forma degli ultimi “esperimenti” vicini alla pittura di Cattaneo, intitolati “germinazioni”: acidazioni su carta fotografica incredibilmente attinenti alla poetica di una natura in “migrazione” di Nadia Pivetta. I loro riflessi metallici sono cangianti al punto di trasformarsi ancora nel corso del tempo? Domanda legittima della curatrice, alla quale il fotografo con candore risponde con l’augurio di un no. L’impressione fissata risponde al risultato desiderato, il pensiero sulla mutevolezza si esprime sempre nella visione di un attimo infinito, di uno scatto.

In mostra fino al 20 maggio

Michela Ongaretti

Fotografie di Sofia Obracaj

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Anticipazioni Design Week 2016: il Fuorisalone di Veneta Sedie nel quartiere Isola

Anticipazioni Design Week 2016: il Fuorisalone di Veneta Sedie nel quartiere Isola

Anche quest’anno l’azienda di Padova Veneta Sedie parteciperà al Fuorisalone con un evento speciale il 14 e il 15 aprile in via Civerchio, in collaborazione con lo studio di interior design FZILa filosofia dell’evento è in linea con la mission del produttore,portare nel mercato italiano e mondiale il risultato di un’operazione che unisce il bel design Made in Italy al buon lavoro artigianale su un materiale antico e vitale come il legno, straordinario nella versatilità delle lavorazioni.
La collezione Colorplay di Veneta Sedie per esterni

La collezione Colorplay di Veneta Sedie per esterni

Il direttore Enrico Rosa ha scelto volutamente il quartiere Isola in Milano, la zona dove ancora è toccabile con mano la presenza delle botteghe artigiane, di una città che un tempo era molto più costellata di laboratori e piccole imprese fabbricatrici. Qui si trovano o sono rinate alcune attività e all’interno di una bottega artigianale, il laboratorio Cagliani, si terrà l’evento “Il futuro è l’artigianato – la forza della tradizione muove l’innovazione”.

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Ispiratore di queste giornate è il libro di Stefano MicelliFuturo Artigiano. L’innovazione nelle mani degli italiani, dove si spiega che il filo rosso che lega il made in Italy di successo oggi, dalle macchine di precisione alla moda, dai grattacieli a pezzi di design in edizione limitata, è il lavoro artigiano, alla base di tutte quelle realizzazioni. Ad esso la nostra cultura non dà il giusto rilievo, mentre sono moltissime le realtà in Italia dove si trova ad essere l’ingrediente essenziale per lo sviluppo qualitativo ed innovativo. Nel volume si parla degli esempi dati da tutte le situazioni e i modi in cui l’eredità delle tecniche tradizionali sta dando futuro all’economia e al suo lancio nel mercato internazionale. Un racconto del mondo artigiano italiano, poco noto ai più, e fuori dai confini, per riflettere sul merito reale e sulle reali opportunità di crescita della nostra creatività.

Veneta Sedie. La selezione della materia prima

Veneta Sedie. La selezione della materia prima

 

Sempre secondo Micelli il lavoro dell’artigiano viene spesso associato al valore della perizia tecnica intesa come continuazione di valori tradizionali, tramandati di generazione in generazione, e slegata quindi da una necessità di innovare il linguaggio e la tecnica costruttiva di un oggetto funzionale.

Nel linguaggio comune poi non sempre l’aggettivo “artigianale” ha connotazioni positive, spesso descrive un prodotto sommariamente realizzato, mentre se si coinvolgono le vere e proprie figure del “ maestro d’arte” o la “maestria artigiana”, si rimanda alla “piena padronanza delle tecniche e delle conoscenze dell’artigiano e che suggeriscono un costante impegno al miglioramento di sé e del proprio lavoro”, questo perché è sopravvissuta in Italia una nutrita schiera di persone che continuano una tradizione e una passione per il bello e ben fatto cercando di inventare forme nuove e raffinando delle tecniche costruttive.

Un salotto Veneta Sedie nel contesto di un hotel di lusso

Un salotto Veneta Sedie nel contesto di un hotel di lusso

 

Al centro dell’operato di Veneta Sedie sta in effetti il saper fare coniugando tradizione e innovazione, a partire dalla lavorazione del legno. Insieme allostudio FZI si presenta quindi nel quartiere Isola un esempio di modelli unici, dall’estetica accattivante pur libera da tendenze passeggere, realizzati da chi ha saputo unire sapienza artigianale e tecnologica.

L’azienda nasce proprio dallavoro artigiano di Giannino Rosa nel 1962, dedicato a sedie e dondoli in legno. L’espansione dell’attività grazie al boom economico permette l’apertura nel 1976 del primo showroom, ancora esistente a valorizzare storia ed estetica dei prodotti. Nel 1986 la svolta decisiva avviene con la costruzione delprimo stabilimento, tutt’ora cuore pulsante della produzione Veneta Sedie. Nel 1996 nasce Veneta Sedie Trading con sede a Merlara, un nuovo stabilimento per le necessità di magazzino, la nuova divisione per la commercializzazione dei prodotti finiti, e un aggiunta per lo spazio produttivo. Il mercato si sta evolvendo e a questo si adattano e ampliano le creazioni.

Alcuni modelli di punta di Veneta Sedie

Alcuni modelli di punta di Veneta Sedie

 

Nel 2004 Veneta Sedie si apre al mondo del web e si rinnova nella gestione aziendale; quando poi arriva l’ondata di crisi della fine del decennio, il momento è occasione di riflessione sulla consapevolezza delle potenzialità, e nel 2013 si sceglie di mantenere la stessa qualità e continuare a produrre in Italia, incrementando la formazione ricerca continua del personale. Il 2014 segna l’arrivo di nuove soluzioni con il catalogo Top10: una selezione di 10 prodotti di punta commercializzati taylor made, la produzione sartoriale da progettarsi con il cliente, incontrando i suoi gusti e le sue esigenze.

Una sala dell'hotel Chateau Monfort a MIlano, arredo di Veneta Sedie

Una sala dell’hotel Chateau Monfort a MIlano, arredo di Veneta Sedie


Nel 2015 nascono le nuove collezioni Luxury, Shabby Chic e Color Play
, tre stili differenti interpretati attraverso le finiture e i rivestimenti.

Veneta Sedie è composta da due divisioni: Production, che realizza sedie al grezzo e Trading per la rifinitura. Grazie a questa doppia anima la produzione propriamente artigianale che fa uscire dallo stabilimento una sedia al giorno, convive con quella in serie da migliaia all’anno: in questo modo non si è persa l’identità delle origini pur rimanendo forti sul mercato contemporaneo.

 La passione e la conoscenza tecnica restano i valori attorno ai quali è cresciuta Veneta Sedie, la cura per l’oggetto in questo modo è definita nei minimi particolari aggiornando l’estetica di prodotti nati nel cuore della tradizione, e destinati anche al gusto estero, grazie appunto al know how di maestri artigiani e ai designer e creativi del Centro Stile che arricchisce e personalizza l’originaria bellezza del legno naturale, sempre con lo sguardo rivolto alle tendenze del momento.

Le migliori qualità di legno e gli altri materiali pregiati sono al servizio della rivisitazione della tradizioneper oggetti dal gusto schiettamente contemporaneo: parliamo di sedie, poltrone, divani, panche, sgabelli, tavoli e complementi come madie consolle, comò.

La bottega shabbychic di Veneta Sedie

La bottega shabby chic di Veneta Sedie

 

La produzione taylor made che si offre al cliente Contract permette inoltre la personalizzazione e il custom design: questo è il nucleo artigianale dell’azienda, dove la ricerca per la soluzione più congeniale per il cliente incontra la voglia di sperimentare.

Nell’evento del Fuorisalone 2016 vedremo quindi in Veneta Sedie un esempio di incontro felice tra tecnologie costruttive nuove e pratica artigianale; quest’ultima caratteristica, osannata dal volume di Micelli, tipica della qualità tutta di casa nostra, è caratterizzata dalla consapevolezza della sua importanza e quindi attenta alla conservazione del sapere. Veneta sedie si dimostra un caso emblematico in questo, dato che i suoi oggetti pratici e funzionali, come il design più di successo ci ha abituato dal ventesimo secolo, nascono anche dal confronto con un prezioso archivio presente nella sede, di tutti i modelli prodotti negli anni con disegni e fotografie originali.

IL Futuro è l’artiginano- la forza della tradizione muove l’innovazione. Presso Laboratorio Cagliani, via Civerchio 5. 14 e 15 aprile dalle ore 18.00 alle ore 22.00

Michela Ongaretti

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Mauro Balletti. Personale alla Galleria Artespressione

Mauro Balletti Galleria Ad Artespressione la mano che ridisegnò Mina

Galleria ArtespressioneGalleria Artespressione Mauro Balletti – La sala al primo piano con i dipinti e le sculture

Mauro Balletti alla Galleria Artespressione: la mano che ridisegnò Mina. Il 4 febbraio siamo tornati in via della Palla presso la Galleria Artespressione per vedere la mostra “Mauro Balletti. Opere di grafica e pittura dagli anni ’80 ad oggi” a cura di Matteo Pacini, che resterà aperta fino al 5 marzo.

Mauro BallettiMauro Balletti, Donna con la TV

Nel mese di Dicembre erano presenti le opere degli artisti coreani di Orange Bridge con Korean Wunderkammer, mentre per la mostra inaugurale della stagione espositiva 2016 si parte con un artista italiano, Mauro Balletti, colui che ha lavorato con l’eclettismo e l’ironia per la creazione di uno stile personale dove la linea è protagonista. A parte alcuni esempi di dipinti, la maggior parte della produzione presentata alla galleria di Paula Nora Seegy è incentrata sui lavori a china dagli anni ottanta fino ad oggi.

Mauro BallettiMauro Balletti firma il catalogo

Balletti è un personaggio che ha contribuito a creare attraverso il disegno, la fotografia e la sua post produzione, un altro personaggio famosissimo in Italia e non solo: la cantante Mina per cui è grafico e fotografo ufficiale. Il loro fu un sodalizio artistico iniziato nel 1973, che ha portato alla realizzazione delle copertine dei suoi dischi, garantendo la presenza di un’immagine fantasiosa e fuori dagli schemi per la grande cantante, anche quando decise di non mostrasi più pubblicamente.

Balletti è stato anche fotografo di moda e di pubblicità, pittore, regista, scultore e realizzatore di video musicali.

Mauro BallettiMauro Balletti, La regina della peretta

Le circa 40 opere in esposizione nella centralissima galleria testimoniano il percorso creativo di un artista che non si accontentava di osservare la realtà, ma ha saputo trasformare il corpo umano in suggestioni di movimento, rappresentandolo attraverso la pienezza delle carni e la fluidità della linea, usando proprio il corpo come strumento di ironia e leggerezza, e nella nudità senza tempo, classica, beffarsi dei tempi moderni e delle sue abitudini.

Ciò che rende accattivanti le sue immagini è inoltre il consapevole riferimento a grandi artisti del Novecento, sia nelle pose che nella composizione; talvolta nel soggetto stesso, quasi un onesto citazionismo che ci accompagna dolcemente in un mondo immaginario di bagnanti e personaggi enigmatici, sempre giocosi,nella visione di artista ammirato dell’arte, da sempre osservatore di disegni e pitture di Picasso, Ingres, Balthus, Matisse o di un onirico e malinconico Fellini.

Mauro BallettiMauro Balletti, Nudo della Golia

Durante il vernissage abbiamo ricevuto una copia del catalogo della mostra, sempre la galleria produce una piccola edizione, che stavolta si rinnova con un’intervista di Pacini a Balletti, utilissima per capire la sua filosofia e la sua gestaltung. Picasso è nella sua testimonianza un artista completo, a sua volta onnicomprensivo nella sua “colta Rivisitazione di tutta l’arte umana: dalle incisioni rupestri del primo Homo Sapiens a Lui stesso”.

Per Balletti disegnare è liberare le immagini che popolano il suo inconscio, un sogno ad occhi aperti che esprime la sua curiosità verso le forme umane, esse sono per lui vere opere d’arte che popolano il mondo.

Mauro BallettiDiscussioni davanti ad un disegno durante la vernice di Balletti

L’incontro con Mina ha poi contribuito a incoraggiare l’artista verso lo sviluppo del proprio talento, verso la possibilità di osare nella sua coerente visione.

Racconta che esiste un margine di spontaneità. di “incoscienza” nel suo lavoro: quando inizia a disegnare a volte è il segno che permette la formazione di una figura, un seno, un volto, le pieghe di un lenzuolo o di una tenda possono nascere quasi per caso dallo scorrere del pennino sulla carta. Spesso però l’opera si sviluppa da una foto delle stesso autore, come ben esemplificava il catalogo di una mostra parigina visionabile presso Artespressione.

Il disegno però rimane la tecnica artistica privilegiata, con i pastelli e il colore che ”va e viene” nei suoi lavori, dove è la linea, la forma definita delle linee a contare, e che impone una sintesi di ciò che definisce una figura, un’immagine mentale quando si fa concreta.

Infatti secondo Balletti i suoi disegni possono sembrare studi preparatori per delle sculture, (ne vediamo alcune al primo piano), l’idea pronta per prendere corpo vero e proprio, con in più però la gioia e il compiacimento della sperimentazionenella pressione del pennino differenziata sulla carta, a dare effetti diversi con la macchia nera di china che si allarga in certi punti.

Se la fotografia manipola la realtà per arrivare ad immagini cariche delsurrealismo visionario di Balletti, pensiamo ai lavori su e con Mina, il punto di partenza nei disegni è l’anima surreale della sua immaginazione, come nota Pacini durante il dialogo con l’artista.

Quello che a noi fa sorridere è la candida gioia della carnalità osservata con la lente deformante del sogno, dove i personaggi nudi non hanno intenzione erotica ma sono rappresentanti di quell’ironia universale che informa l’intero corpus di queste opere.

Certo per chi ha osservato a lungo l’arte del passato, ci si rende conto di come il nudo sia stato e sempre sarà un esercizio di stile, dopo che quasi tutti hanno avuto modo di disegnare l’anatomia, il proprio contributo differente è una firma, scritta con la “calligrafia rivelatrice di un disegnatore”.

Da vedere: per l’esempio di un disegnatore che saputo assimilare la lezione dei grandi maestri con risultati dalla delicata leggerezza ed ironia, presente nella cultura pop dagli anni settanta ad oggi.

Galleria Artespressione. Via Della Palla 3 – Milano

Michela Ongaretti