Particolare della scrittura di Katia Dilella, ph. Sofia Obracaj

Una tenace leggerezza. La scrittura pittorica di Katia Dilella

Una tenace leggerezza. La scrittura pittorica di Katia Dilella

Ci sono immagini che si fissano nella memoria e che emergono a tratti molto tempo dopo, spesso nel mio caso sono opere artistiche osservate in momenti fugaci. Sono storie che non hanno finito richiamarmi nel loro mondo, per questo non le posso dimenticare. Ricordo bene l’impressione che mi fecero quelle immagini fatte di parole, tante minuscole parole a costruire pulviscoli di materia grafica addensati in un’area più o meno geometrica, adagiate con insistente delicatezza su delle tele chiare con leggere colorazioni del fondo. Erano gli ultimi lavori di Katia Dilella osservati troppo velocemente alla sua personale presso la galleria Gli Eroici Furori, nel giugno di quest’anno.

 

Masse pulviscolari di lettere e colore sugli ultimi lavori di Katia Dilella, ph. Sofia Obracaj

Masse pulviscolari di lettere e colore sugli ultimi lavori di Katia Dilella, ph. Sofia Obracaj

 

Ho conosciuto l’artista tre mesi dopo e avevo ancora a mente i suoi lavori. Mi ha invitato a visitare il suo studio ed ero molto lieta di poter approfondire lo stimolo dato dalle opere alla prima visione. Avevo osservato solo in foto la sua ricerca precedente: mi sembrava di cogliere una dissonanza tra le rappresentazioni scarnificate di interni domestici, crudi nel loro onirico livore, e quella grazia rarefatta delle lettere che apparivano sulle ultime tele, nebulose cariche di segni e dense di contenuti per quanto inintelligibili. Ciò che mi sembrava differente dei due percorsi era il modo di entrare nella mente dell’osservatore, il primo immediato come uno sguardo cinematografico e il secondo palese alla vista gradualmente, come quando si mette a fuoco un oggetto.

 

L'incontro con Katia Dilella nel suo studio, ph. Sofia Obracaj

L’incontro con Katia Dilella nel suo studio, ph. Sofia Obracaj

 

Chi vi parla è una persona fortunata, perché vedere le opere d’arte nello studio di un artista è sempre un privilegio. Anche se i lavori escono, tanti sono venduti e altri sono fuori per delle esposizioni, sempre ci sono testimonianze di una storia artistica, tappe del percorso di ricerca creativa. Così ho discusso con Dilella sui dipinti dei suoi due principali periodi, e ho trovato una logica coerente a partire dal soggetto.

 

Dipinti e cornici nella studio di Katia Dilellla, ph. Sofia Obracaj

Dipinti e cornici nella studio di Katia Dilellla, ph. Sofia Obracaj

 

Mi mostra alcuni dipinti realizzati fino al 2014,sono interni domestici o urbani, non ripresi dal vero ma dipinti a memoria. Ecco già per me un segnale di continuità nell’interiorizzazione di un’immagine concreta, dove i particolari cambiano tra l’atto visivo e il suo ricordo. Il realismo è interiore anche se con chiarezza delinea un paesaggio che “zoomma” su oggetti di uso comune, spesso sedie con la loro immediata carica simbolica. Il riferimento è all’assenza, all’attesa, alla traccia del passaggio vitale e umano, rappresentato attraverso la sua fisicità, il suo peso, di cui questi arredi segnano la mancanza.

 

Un particolare dello studio di Katia Dilella, sulla sfondo alcuni lavori della precedente ricerca. Ph. Sofia Obracaj

Un particolare dello studio di Katia Dilella, sulla sfondo alcuni lavori della precedente ricerca. Ph. Sofia Obracaj

 

Come in sogno lo sguardo vaga attorno agli oggetti definiti dalla pittura mossa da curiosità verso le sfumature e i toni smorzati. In alcuni lavori, i più vecchi, penso a quelli visti con interni di autobus, il colore si condensa vivace e timbrico in un particolare preciso, a indicare e connotare lo spazio osservato. Però è un sogno raccontato che fa precipitare l’occhio sul particolare in evidenza, quando invece penso alle sedie nella ricerca coloristica tonale sento un invito ad avvicinarmi, a vagare nello spazio sempre più vicino al soggetto e meno distinguibile dal fondo. Già da questo momento emerge anche una logica lineare dove è la traccia il segno che forma, unita al discorso sul colore.

 

Uno dei lavori di Dilella antecedenti al 2014, particolare, ph. Sofia Obracaj

Uno dei dipinti di Dilella antecedenti al 2014, particolare, ph. Sofia Obracaj

 

Lo zoom continua ed oltrepassa la superficie nei nuovi lavori, quando ci troviamo a vagare all’interno non più di una realtà sognata ma del pensiero stesso, nella sua manifestazione attraverso la scrittura. Uno sbocco naturale della linea per l’intelletto, per chi decide di disegnare con le parole.

Mi racconta l’artista che mentre faceva lezione di disegno aveva pensato di proporre agli allievi di lavorare sulla scrittura. Nasce così per gioco la serie con i lavori che mi colpirono la prima volta.

 

La materia di un dipinto, ph. Sofia Obracaj

La materia di un dipinto, ph. Sofia Obracaj

 

Come accennavo il primo sguardo all’opera coglie delle masse composte dalle parole minuscole, dove le forme non sono però pensate e pianificate dal principio: questi sciami di diverse tonalità grigie sono dati dal cambio di matita, passando dalla grafite dura o morbida senza soluzione di continuità in un gioco di equilibri tra pieni e vuoti, mentre le sfumature sono generate dal palmo della mano appoggiato sulla carta cancellando in parte la leggibilità del testo. Il gesto dimostra che la sostanza del lavoro non sta nel contenuto delle frasi, prese interamente dalle poesie della stessa artista, ma dalla predisposizione stessa delle lettere a farsi immagine: la scrittura ha quindi un valore universale e nella sua manifestazione formale rimanda al tratto pittorico, ossessivo e faticoso come il tratteggio di un disegno di pennellate leggere e insistenti.

 

Dilella mi mostra il suo lavoro, ph. Sofia Obracaj

Dilella mi mostra il suo lavoro, ph. Sofia Obracaj

 

L’artista mi dichiara in effetti il suo intento di recupero della gestualità liberatoria della pittura, confermata dal raffinarsi del trattamento del supporto e della sua colorazione, texture che mira a combinarsi con la controparte a matita se su carta, a china se su tela, secondo una costruzione originale rispetto alla pittura tout court. La tela non è mai bianca ma preparata con una base seppia e di diversi toni a seconda dell’opera, su questa base Dilella scrive e in seguito passa sulle lettere con dell’acrilico piuttosto acquoso, delle macchie sono poi generate dalla tamponatura con stracci. Anche questo procedimento che attenua il nero della china dove è impiegata per la scrittura, cancella in parte il testo.

 

Lavori su carta di Katia Dilella, ph. Sofia Obracaj

Lavori su carta di Katia Dilella, ph. Sofia Obracaj

 

Ecco allora davanti ai miei occhi racconti impossibili, spezzati e pur insistenti che materializzano un senso compiuto nel flusso, dove il limite visivo alla comprensione attira l’osservatore in un vortice di tanti piccoli suoni che vibrano sulla superficie trattata della carta o della tela, supporto per eccellenza della scrittura e della sua diffusione il primo, della pittura tradizionalmente intesa il secondo. Convivono unificati qui il mondo della cultura tramandata e quello della ricerca formale e coloristica, entrambi costituenti l’identità dell’artista.

 

La grafia a china insistente e tenace, ph. Sofia Obracaj

La grafia a china insistente e tenace, ph. Sofia Obracaj

 

La controprova del fatto che comunque una narrazione originaria nel testo esiste ( legato a ciò che stimola intellettualmente l’artista), anche se a noi giunge e vuole giungere la sua sublimazione in archetipo esistenziale, viene dai titoli delle opere che dipendono dal testo, come ad esempio “Dialogo a due”, insieme di argomentazioni sul confronto tra la Bibbia e il Corano.

 

particolari con il retro di Dialogo a due, ph. Sofia Obracaj

Particolari con il retro di Dialogo a due, ph. Sofia Obracaj

 

Chiara Gatti ha confrontato i lavori di Katia Dilella con la poetica Dada che rimescolava le parole per ricomporre un senso poetico dato dalla casualità; la gallerista Silvia Agliotti nel testo di presentazione alla mostra Segni e Racconti ricorda il procedimento dei calligrammi di Apollinaire, che partendo dal contenuto di un testo giungeva a rappresentare il contenuto stesso in “forme concrete”, mentre Dilella trasporta la scrittura fatta di grafica e contenuto in un addensarsi di segni astratti. Io penso alla scrittura automatica cara ai surrealisti, che portava il linguaggio scaturito dall’inconscio in primo piano.

 

L'artista e una sua opera, ph. Sofia Obracaj

L’artista e una sua opera, ph. Sofia Obracaj

 

Sono lezioni di gioco combinatorio sicuramente assimilate dalla mente di chi libera le parole dal contesto originario, ma l’assorbimento di tali esempi esce qui dal vincolo letterario; ciò che resta è la composizione di immagini attraverso le parole, qui nella loro veste grafica e simbolica. Dilella è figlia del proprio tempo e non necessita più di esplicitare una mappa mentale, ma è la condensazione dei segni stessi a restituirci un senso dell’esistenza attraverso il pensiero. Oggi più che mai, e soprattutto una pittrice, materializza il pensiero attraverso linee e colori fatti di parole, e la forma che appare sulle sue opere fatta di pieni e di vuoti la decide la grafia nel farsi disegno, perché è la materia a dichiarare che uso un linguaggio fatto di segni, quindi esisto.

 

Particolare della scrittura pittorica di Katia Dilella, ph. Sofia Obracaj

Particolare della scrittura pittorica di Katia Dilella, ph. Sofia Obracaj

Michela Ongaretti

Dante e la Terra Cava, opera di Giovanni Manzoni Piazzalunga

Dante pop a Ravenna. 33 volte il suo volto, per una identità contemporanea

Dante pop a Ravenna. 33 volte il suo volto, per una identità contemporanea

 

Un mito letterario italiano, un incubo per alcuni studenti, il poeta italiano più tradotto al mondo. Indimenticabile Dante.

Certo memorabile per le sue parole da parafrasare, detto fuor di  metafora, e per la potenza delle immagini evocate da esse, ha pure avuto un volto umano, visto in poche rare immagini ben più simboliche che descrittive. Pure memorabile la descrizione di Boccaccio, secondo quel clichè che genererà una tradizione iconografica costruita attraverso tratti più psicologici che reali, da cui Raffaello nelle Stanze vaticane elabora il ritratto del sommo poeta torvo e spigoloso.

 

Una sala dedicata alla mostra Il volto di Dante, dal chiostro della biblioteca Oriani

Una sala dedicata alla mostra Il volto di Dante, dal chiostro della biblioteca Oriani

 

Il genio esule ha lasciato questa terra mortale dalla città di Ravenna, oggi mobilitata per mostrare quell’immagine attraverso l’opera di 33 più uno artisti come il numero dei canti per cantica della Divina Commedia.

L’esposizione “Il volto di Dante. Per una traduzione contemporanea” presenta opere che ritraggono il viso di Dante nelle diverse discipline e tecniche, le più congeniali agli artisti provenienti per la maggior parte dal contesto della street art milanese, in prevalenza opere grafiche con incursioni nel mondo del fumetto, passando dal mosaico a technogel fino alla tape art e al pane come materiale plastico.Il volto antico e tuttora misterioso celebrato per la sua eredità nel contemporaneo dai protagonisti dell’arte più recente.

 

Dante e la Terra Cava, opera di Giovanni Manzoni Piazzalunga

Dante e la Terra Cava, opera di Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

La mostra è inserita nel progetto annuale IDDante, comprensivo di workshop letterari, visite guidate e altre iniziative, ideata e prodotta da Bonobo Labo di Marco Miccoli e curata da Maria Vittoria Baravelli. Ha inaugurato il  18 settembre presso la Biblioteca di Storia Contemporanea Oriani, adiacente alla tomba di Alighieri, e sarà visitabile fino al 23 ottobre.

 

Il dante di No Curves nella cornice storica ravennate

Il Dante di No Curves nella cornice storica ravennate

 

Il volto di Dante secondo la visione di un artista contemporaneo è già presente nelle sale con l’opera di No Curves donata al Comune di Ravenna nel 2014 per il festival di Street Art Subsidenze: a formare l’effigie solenne diverse linee ed angoli retti in nastro adesivo colorato, pop nel materiale ma solenne nella sua costruzione geometrica, come a suggerire la potenza visionaria della poesia incastonata in una struttura metrica precisa.

 

IdDante, l'opera di IRNZ

IdDante, l’opera di IRNZ

 

Per l’occasione di ID Dante è invece osservabile all’interno della mostra la ricostruzione dell’effigie reale del poeta, attraverso il lavoro di ricostruzione facciale coordinata dal Prof. Giorgio Gruppioni del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna (Campus di Ravenna), in base allo studio delle ossa del cranio dal calco, operato da Fabio Frassetto nel 1921, ricognizione scientifica resa possibile da un atto di disobbedienza, ora potremmo dire civile,  al veto di Corrado Ricci, allora direttore generale delle antichità e delle belle arti.

 

Il volto di Dante Alighieri secondo la ricostruzione facciale dell’Università di Bologna

Il volto di Dante Alighieri secondo la ricostruzione facciale dell’Università di Bologna

 

Nel giardino le rondini giganti e coloratissime di Cracking Art, messaggere di buone nuove, sono l’anima più gentile della mostra perchè la vendita di piccole sculture degli stessi uccelli in volo supporterà la raccolta fondi per la digitalizzazione di testi danteschi di inizio novecento, favorendo così la difficile consultazione oggi. E’ l’arte che rigenera l’arte”, secondo il progetto dedicato.

 

Le rondini di Cracking Art nel cortile

Le rondini di Cracking Art nel cortile

 

Un secondo intervento di street art, in senso più tradizionale, viene dalla partecipazione del brasiliano Kobra con il suo murale su e per Dante molto vicino alla Tomba con i resti mortali, ma durante l’anno sono in programma altri interventi di questo tipo nella città romagnola, ad opera di Max Petrone e Pixel Pancho.

 

Kobra accanto ad un dettaglio del suo murale

Kobra accanto ad un dettaglio del suo murale

 

Gli artisti in mostra sono Ale Giorgini, Alessandro Pautasso, Alessandro Ripane, Alex Angi – Pablo Bermudez, Basik, Camilla Falsini,Carlos Atoche, Carolina Ricciulli, Daniele Tozzi, Diavù, Davide Fabbri, Francesco Poroli, Giovanni Manzoni Piazzalunga, Giuseppe Gep Caserta, Il Pistrice, Kicco Cracking, LRNZ , Luca Barberini, Marco Sodano,Marco Veronese, Max Petrone, Massimo Giacon, Matteo Lucca, Nemo’s, No Curves, Pao, Pixel Pancho,Renzo Nucara, Riccardo Guasco, Rita Petruccioli, Simone Massoni, Stefano Babini, Stefano Perrone, Van Orton design.

 

Le sculture di cracking Art per la digitalizzazione di testi danteschi

Le sculture di cracking Art per la digitalizzazione di testi danteschi

 

Non posso in questa sede soffermarmi su ogni artista, anche se in molti meriterebbero una menzione, ma desidero spendere qualche parola su alcuni lavori interessanti per la tecnica e la visione del tema interpretati con una spiccata personalità artistica.

Ricordo Giovanni Manzoni Piazzalunga, per la qualità grafica nel definire i tratti somatici dantiani  secondo l’iconografia tradizionale, che si colora di pochi simbolici toni come il rosso della veste e il verde dell’alloro, la gloria e l’autorevolezza del suo intelletto. Questa visione del profilo di Dante si sdoppia rompendo il guscio nel quale è inscritta: l’effigie speculare custodisce il segreto della teoria della Terra Cava, secondo la quale il poeta si riferisce all’ambiente del Centro della Terra di verniana memoria, quando inventa l’Inferno della Divina Commedia. Mistero che attraversa i secoli fino alla contemporaneità.

 

Il lavoro di Max Petrone per IdDante

Il lavoro di Max Petrone per IdDante

 

Ancora Max Petrone pensa alla prima cantica nella pittura pop dai colori iridescenti che descrive il terribile volto dantiano della scultura di Enrico Pozzi in S. Croce a Firenze, pallido e accigliato pare ergersi dal fondo nero e senza speranza di redenzione dell’Inferno, rivela la sua umanità versando lacrime nello spazio buio.

 

Il Dante metropolitano di Pao

Il Dante metropolitano di Pao

 

Sempre più verso il pop ma uscendo dai binari della bidimensionalità Pao indaga il senso figurativo della “pietra miliare” già dai panettoni delle strade milanesi. L’arredo urbano che diventa tela ad accogliere l’opera che si crea e si fruisce nello spazio pubblico, qui con il volto di Dante dalla dolcezza di un cartoon stupito a cospetto della presenza dei passanti come fossimo anime dannate , trasforma un punto di passaggio in luogo di osservazione.

 

Il volto di Dante secondo Massimo Giacon

Il volto di Dante secondo Massimo Giacon

 

Dal mondo bizzarro di Massimo Giacon emerge inaspettatamente il volto disegnato di un Dante timido e riflessivo, non solo la Commedia ma l’onirica angelica(ta) filosofia del Dolce Stil Novo nei pensieri trattenuti entro la cortina degli occhi chiusi, alle spalle quel che appare semplicemente il suo Inferno, è con più raffinatezza rappresentato dalla visione cosmica e terrena del poeta attraverso i quattro elementi, l’acqua (dello Stige?), la terrosa struttura turriforme forse del Purgatorio, le lingue del fuoco ( di sicuro infernale), lasciano sognare il nasuto tra le spirali d’aria delle nubi paradisiache.

 

Il Dante di Carolina Ricciulli

Il Dante di Carolina Ricciulli

 

Ricordo infine che la casa Editrice Longo pubblicherà un catalogo con tutte le opere in mostra accompagnate da testi sulla figura intellettuale di dante e la sua influenza sulla nostra cultura.

 

IL VOLTO DI DANTE

PER UNA TRADUZIONE CONTEMPORANEA

18 settembre – 23 ottobre

Biblioteca di Storia Contemporanea “Alfredo Oriani”, via Corrado Ricci, 26 Ravenna

 

Dal Lunedì al sabato 9:00/13:00 – 15:00/19:00

Domenica 15:00/19:00

 

Per ulteriori informazioni potete consultare il sito

www.iddante.com

E la pagina www.facebook.com/iddante

 

Mauro-balletti-Nudo-del-frullato-di-pesche-tabacchine-2015

Mauro Balletti. Personale alla Galleria Artespressione

Mauro Balletti Galleria Ad Artespressione la mano che ridisegnò Mina

Galleria ArtespressioneGalleria Artespressione Mauro Balletti – La sala al primo piano con i dipinti e le sculture

Mauro Balletti alla Galleria Artespressione: la mano che ridisegnò Mina. Il 4 febbraio siamo tornati in via della Palla presso la Galleria Artespressione per vedere la mostra “Mauro Balletti. Opere di grafica e pittura dagli anni ’80 ad oggi” a cura di Matteo Pacini, che resterà aperta fino al 5 marzo.

Mauro BallettiMauro Balletti, Donna con la TV

Nel mese di Dicembre erano presenti le opere degli artisti coreani di Orange Bridge con Korean Wunderkammer, mentre per la mostra inaugurale della stagione espositiva 2016 si parte con un artista italiano, Mauro Balletti, colui che ha lavorato con l’eclettismo e l’ironia per la creazione di uno stile personale dove la linea è protagonista. A parte alcuni esempi di dipinti, la maggior parte della produzione presentata alla galleria di Paula Nora Seegy è incentrata sui lavori a china dagli anni ottanta fino ad oggi.

Mauro BallettiMauro Balletti firma il catalogo

Balletti è un personaggio che ha contribuito a creare attraverso il disegno, la fotografia e la sua post produzione, un altro personaggio famosissimo in Italia e non solo: la cantante Mina per cui è grafico e fotografo ufficiale. Il loro fu un sodalizio artistico iniziato nel 1973, che ha portato alla realizzazione delle copertine dei suoi dischi, garantendo la presenza di un’immagine fantasiosa e fuori dagli schemi per la grande cantante, anche quando decise di non mostrasi più pubblicamente.

Balletti è stato anche fotografo di moda e di pubblicità, pittore, regista, scultore e realizzatore di video musicali.

Mauro BallettiMauro Balletti, La regina della peretta

Le circa 40 opere in esposizione nella centralissima galleria testimoniano il percorso creativo di un artista che non si accontentava di osservare la realtà, ma ha saputo trasformare il corpo umano in suggestioni di movimento, rappresentandolo attraverso la pienezza delle carni e la fluidità della linea, usando proprio il corpo come strumento di ironia e leggerezza, e nella nudità senza tempo, classica, beffarsi dei tempi moderni e delle sue abitudini.

Ciò che rende accattivanti le sue immagini è inoltre il consapevole riferimento a grandi artisti del Novecento, sia nelle pose che nella composizione; talvolta nel soggetto stesso, quasi un onesto citazionismo che ci accompagna dolcemente in un mondo immaginario di bagnanti e personaggi enigmatici, sempre giocosi,nella visione di artista ammirato dell’arte, da sempre osservatore di disegni e pitture di Picasso, Ingres, Balthus, Matisse o di un onirico e malinconico Fellini.

Mauro BallettiMauro Balletti, Nudo della Golia

Durante il vernissage abbiamo ricevuto una copia del catalogo della mostra, sempre la galleria produce una piccola edizione, che stavolta si rinnova con un’intervista di Pacini a Balletti, utilissima per capire la sua filosofia e la sua gestaltung. Picasso è nella sua testimonianza un artista completo, a sua volta onnicomprensivo nella sua “colta Rivisitazione di tutta l’arte umana: dalle incisioni rupestri del primo Homo Sapiens a Lui stesso”.

Per Balletti disegnare è liberare le immagini che popolano il suo inconscio, un sogno ad occhi aperti che esprime la sua curiosità verso le forme umane, esse sono per lui vere opere d’arte che popolano il mondo.

Mauro BallettiDiscussioni davanti ad un disegno durante la vernice di Balletti

L’incontro con Mina ha poi contribuito a incoraggiare l’artista verso lo sviluppo del proprio talento, verso la possibilità di osare nella sua coerente visione.

Racconta che esiste un margine di spontaneità. di “incoscienza” nel suo lavoro: quando inizia a disegnare a volte è il segno che permette la formazione di una figura, un seno, un volto, le pieghe di un lenzuolo o di una tenda possono nascere quasi per caso dallo scorrere del pennino sulla carta. Spesso però l’opera si sviluppa da una foto delle stesso autore, come ben esemplificava il catalogo di una mostra parigina visionabile presso Artespressione.

Il disegno però rimane la tecnica artistica privilegiata, con i pastelli e il colore che ”va e viene” nei suoi lavori, dove è la linea, la forma definita delle linee a contare, e che impone una sintesi di ciò che definisce una figura, un’immagine mentale quando si fa concreta.

Infatti secondo Balletti i suoi disegni possono sembrare studi preparatori per delle sculture, (ne vediamo alcune al primo piano), l’idea pronta per prendere corpo vero e proprio, con in più però la gioia e il compiacimento della sperimentazionenella pressione del pennino differenziata sulla carta, a dare effetti diversi con la macchia nera di china che si allarga in certi punti.

Se la fotografia manipola la realtà per arrivare ad immagini cariche delsurrealismo visionario di Balletti, pensiamo ai lavori su e con Mina, il punto di partenza nei disegni è l’anima surreale della sua immaginazione, come nota Pacini durante il dialogo con l’artista.

Quello che a noi fa sorridere è la candida gioia della carnalità osservata con la lente deformante del sogno, dove i personaggi nudi non hanno intenzione erotica ma sono rappresentanti di quell’ironia universale che informa l’intero corpus di queste opere.

Certo per chi ha osservato a lungo l’arte del passato, ci si rende conto di come il nudo sia stato e sempre sarà un esercizio di stile, dopo che quasi tutti hanno avuto modo di disegnare l’anatomia, il proprio contributo differente è una firma, scritta con la “calligrafia rivelatrice di un disegnatore”.

Da vedere: per l’esempio di un disegnatore che saputo assimilare la lezione dei grandi maestri con risultati dalla delicata leggerezza ed ironia, presente nella cultura pop dagli anni settanta ad oggi.

Galleria Artespressione. Via Della Palla 3 – Milano

Michela Ongaretti

 

Il nucleo dell'alveare nel Padiglione del Regno Unito

L’alveare della Regina. Il Padiglione del Regno Unito ad Expo2015

L’alveare della Regina. Il Padiglione del Regno Unito ad Expo2015

Il nucleo dell'alveare nel Padiglione del Regno UnitoPadiglione Regno Unito Expo 2015 – Il nucleo dell’alveare in uno dei migliori padiglioni Expo da visitare

Il design di Expo Milano 2015Padiglione Regno Unito.

L’alveare della Regina è dal mio punto di vista il padiglione del Regno Unito è finora il più originale ed esteticamente distinguibile tra quelli visitati. Aderente al messaggio che Expo dovrebbe dare, è chiaro e semplice nell’affrontare una tematica di ecosostenibilità, che ricade sulla problematica della nutrizione mondiale. Nonostante la serietà dell’argomento l’esposizione viene presentata con leggerezza e con una discreta eleganza.

Il padiglione nella luce serale(1)Il padiglione inglese ad Expo2015 nella luce serale

Tutto questo è riscontrabile attraverso il design della sua architettura, anzi in questo caso possiamo ben dire che è il design generale stesso a veicolare il messaggio: l’intento è di invitare il visitatore a vivere l’esperienza del padiglione come se fosse un’ ape mellifera. Attraverso la ricostruzione in grande dell’habitat di questo insetto tanto utile per l’ambiente, ci si addentra nel problema della sua drammatica riduzione che potrà avere gravi conseguenze per l’ecosistema.

E’ solo e semplicemente questo, design puro, senza ridondanza, senza esuberanza di contenuti e soprattutto senza autocelebrazione nazionale: chiedere allo spettatore di prestare attenzione al ruolo fondamentale dell’impollinazione nella catena alimentare.

L'interno dell'alveare nel Padiglione della Gran BretagnaL’interno dell’alveare nel Padiglione della Gran Bretagna- Expo2015

Il progetto è stato curato integralmente daprofessionisti della nazionalità del Regno come l’artista Wolfgang Buttress di Nottingham quale ideatore e responsabile del progetto artistico, in collaborazione conl’ingegnere strutturista Tristan Simmonds, e lo studio di architettura BDP di Manchester. Da York viene invece l’azienda Stage One, responsabile della produzione e costruzione del padiglione, mentre il percorso, caratterizzato da grafica e animazione, è stato ideato per coinvolgere attivamente il visitatore dall’agenzia creativa Squint Opera.

Partner del Padiglione del Regno Unito sono Jaguar, Land Rover e British Airways.

La struttura è stata realizzata grazie al coordinamento del suo commissario generale Hannah Corbett, per mostrare come la nazione possa contribuire a risolvere la sfida globale di nutrire il pianeta attraverso la ricerca scientifica e la tecnologia d’avanguardia: in particolare ci si riferisce a quella sviluppata dal Dott. Martin Bencsik, docente di Fisica presso la Nottingham Trent University, studioso delle nuove applicazioni della risonanza magnetica e di bio-acustica, di cui fa parte il monitoraggio degli alveari, utile a comprendere la salute delle colonie degli insetti melliferi.

Alcuni componenti strutturali in alluminioPadiglione del Regno Unito – Alcuni componenti strutturali in alluminio

Il Regno Unito desidera ricordare alla comunità internazionale il ruolo fondamentale e insostituibile delle api: partecipano alla sostenibilità della nostra catena alimentare attraverso l’impollinazione , attività che contribuisce alla produzione del 30% del cibo consumato in tutto il mondo. L’’ape è tra gli insetti pronubi uno degli impollinatori più importanti per la nostra nutrizione. La ricerca portata avanti con cura dai britannici ha lo scopo di aumentare sensibilmente la produttività dell’apicoltura su ampia scala, grazie al controllo sempre più preciso dello stato di salute delle api.

Il tema ufficiale è “Grown in Britain & Northern Ireland”, reso possibile sotto la guida dell’agenzia governativa britannica per la promozione di export e investimenti UK Trade & Investment (UKTI), declinato dal punto di vista della base di quella crescita, i viaggi del polline.

Il Padiglione del Regno Unito è anche, come quelli delle altre nazioni, sede preposta ad eventi di natura commerciale, culturale e scientifica, proposti dal governo britannico nel suo ruolo presente e futuro nelle sfide agricole e ambientali globali: in questo senso l’alveare è metafora di fucina produttiva per la creatività, la laboriosità e l’innovazione utili a nutrire il pianeta. Si vuole presentare il Paese tra i protagonisti sensibili a comprendere e affrontare la sfida per il miglioramento delle condizioni di vita e la conservazione delle preziose componenti da tutelare nell’ambiente, ma anche aperto all’impresa e accogliente verso turisti e professionisti. Creatività, imprenditorialità e ricerca scientifica sono quindi le punte di diamante della risposta britannica al tema di Expo2015.

L'inizio del percorso del Padiglione Gran BretagnaL’inizio del percorso nel Padiglione britannico

Per questi eventi il Padiglione del Regno Unito è corredato da una sala conferenze, una sala riunioni, una sala da pranzo e una business club.

Entrare nell’esperienza del padiglione significa quindi farlo nei panni di un’ape, seguire la sua stessa danza e attraversare i luoghi o paesaggi a lei famigliari, dal primo ambiente che è un frutteto ad un prato di fiori selvatici, nel quale sono state piantate alcune varietà di fiori del territorio inglese quali erica ranuncolo ed acetosa, fino a raggiungere il centro del gigantesco alveare in alluminio, dove la sensazione di trovarsi al suo interno è potenziata da effetti audiovisivi creati registrando quelli di reali api in un reale alveare di Nottingham. Queste “informazioni” sono trasmesse con l’utilizzo di 890 luci LED.

L’alveare è composto da una struttura reticolare in alluminio, ben 169.300 singoli componenti strutturali, pesa 50 tonnellate e si estende per un volume di 14 metri quadrati.

Il percorso dal frutteto visto dall'altoPadiglione Regno Unito – Il percorso dal frutteto visto dall’alto

Forse ciò che distingue il padiglione dagli altri è che questo concept di design puro non è puramente architettonico, o meglio, non nasce da un’idea legata all’architettura ma alla forma plastica in sé. Buttress, che è principalmente uno scultore, in una recente intervista sul magazine on-line Dezeen afferma di volere costruire qualcosa in antitesi al tipico padiglione di Expo, e di essere interessato a come trasformare un’idea o un sentimento attraverso un’esperienza, non un edificio. Egli desidera inoltre che il padiglione venga percepito per ciò che è, una struttura temporanea, e soprattutto dimostrare che si può dire molto senza grandi effetti spettacolari o in maniera pomposa, come parlare sottovoce piuttosto che gridare. Secondo questa filosofia il tema di Expo “Nutrire il Pianeta” non è coerente con spese alte, perciò meglio sarebbe lavorare il più possibile sulla sostenibilità, per costruire strutture che abbiano una seconda vita. ” The Hive”, come viene chiamato da Buttress, è stato uno dei primi padiglioni di Expo2015 ad essere completati, anche grazie a Stage One che è stata in grado di costruire tutto in parti componibili e trasportarle soltanto da montare da York, e non sarà demolito ma smantellato e ricostruito integralmente nel Regno Unito dopo il 31 ottobre.

Non si desiderava tanto creare una scultura inserita in un paesaggio o una scultura in un edificio, quanto creare una sintesi armoniosa tra l’arte, l’architettura e la scienza. Se quindi in ogni progetto c’è molto da imparare, in questo caso Butress ha appreso molto sull’importanza dell’ape, “sentinella della salute del pianeta”. La parte più eccitante della realizzazione è stata per lui la parte legata al suono e alle luci: molte persone hanno lavorato alla “colonna sonora”, che cambia in accordo con le api di Nottingham, tra cui i musicisti Spiritualized e il violinista dei Sigur Ròs.

Wolfgang Butress all'interno dela sua creazionePadiglione Regno Unito Expo Milano 2015 – Wolfgang Butress all’interno dela sua creazione

Colse tutti di sorpresa l’assegnazione del lavoro di progettazione a Wolfgang Buttress, un artista e non un architetto come i grandi nomi nella shortlist per Expo: Barber & Osgerby and Paul Cocksedge, Amanda Levete, Asif Khan e Allford Hall Monaghan Morris. Il concorso attraeva molti grazie al successo del Padiglione Uk alla Expo del 2010, Seed Cathedral di Thomas Heatherwick, che ha avuto grande fortuna dopo il progetto dato che ora sta lavorando al nuovo quartier generale di Google in California, coadiuvato da Bjarke Ingels. Al contrario Buttress intende restare nel suo campo applicativo, e focalizzarsi sui clienti per progetti d’arte, o comunque restare all’interno di commissioni dove si possa sentire parte del processo e collaborare con i costruttori;sarebbe per lui auspicabile lavorare con grandi architetti come il giapponese Kengo Kuma.

Foto: FTfoto | www.ftfoto.itDi fronte al Padiglione del Regno Unito

Wolfang Butress come scultore si dedica alla creazione di opere legate osmoticamente allo spazio circostante, esaltandone la percezione. Si ispira alle forme della Natura e si interfaccia da anni con esperti che gli permettano di interpretare con il suo linguaggio le conquiste scientifiche del nostro tempo. Le sue sono forme eleganti ed essenziali sempre in stretta relazione con il paesaggio o il contesto ambientale. Buttress ha collaborato con famosi studi di architetti, paesaggisti e strutturisti in tutto il mondo tra cui Lyons, LDA, Gillespies, BPD, GROSS MAX, Conran & Partners, Simmonds Studio, Price & Myers, Arup e Ramboll. Nel 2013 ha vinto l’International Structural Steel Award per progetti inferiori a 2 milioni di sterline, e nel 2014 Con l’opera ‘Space’ il prestigioso Gold Award del Premio Kajima in Giappone.

Building Design Partnership, BDP – responsabile progetto architettonico e landscaping del padiglione, è uno studio internazionale fondato nel 1961 che ha ora diverse sedi nel mondo.E’ formato da architetti, designer, ingegneri e urbanisti, per questo crea soluzioni integrate, diversificate e interdisciplinari in base alle diverse necessità, sempre per spazi d’eccellenza.

Simmonds Studio – responsabile delle soluzioni strutturali, Tristan Simmonds da anni si occupa del design, ingenierizzazione e produzione di strutture architettoniche leggere e scultoree, con artisti di livello come Anish Kapoor e Antony Gormley, nel 2009 fonda lo Studio per allargare le collaborazioni interdisciplinari. L’approccio progettuale utilizza metodi innovativi e strumenti digitali specifici: nella sua visione olistica comprende le fasi di creazione di una “scultura digitale”, un piano d’ingegnerizzazione e ottimizzazione strutturale fino all’elaborazione dei dati di costruzione. La precisa determinazione dei costi, con tecniche costruttive ad hoc e infine unastrategia di comunicazione curata hanno portato la realizzazione di opere complesse e atipiche con un budget limitato.

Squint Opera- agenzia creativa per concept innovativi di grafica e animazione nei pannelli all’interno del padiglione. Possiede alte competenze in software interattivi, grafica, tecnologia e installazioni creative e media digitali nell’ambito culturale e del built environment. Citiamo tra gli ultimi progetti la parete per presentazioni multimediali per il Weill Cornell Medical College, New York (2014), e diversi allestimenti per esposizioni al Victoria & Albert Museum di Londra.Tra le realizzazioni di “esperienze immersive” ricordiamo al Museum of London nel 2014 la mostra su Sherlock Holmes, nello stesso anno per l’Imperial War Museum di Londra crea una serie d’installazioni sulla Prima Guerra Mondiale per la collezione permanente.

Stage One – Azienda costruttrice del Padiglione, si muove tra edilizia e architettura, teatro ed organizzazione eventi. Riesce a concretizzare qualunque visione creativa dei propri clienti grazie ad una grande inventiva nel trovare modalità costruttive sempre nuove: tutto questo grazie all’esperienza progettuale e alle teste creative, architettoniche e ingenieristiche e tecnologiche, coinvolte da oltre veniticinque anni. Stage One ha vinto il prestigioso premio britannico “Queen’s Award for Continuous Innovation” nel 2013.

Michela Ongaretti