Black Light Art, l'esempio di Nino Alfieri

Black Light Art. A Como la luce colora il buio, con sette anime

Black Light Art: la luce che colora il buio. Ha inaugurato sabato 5 novembre a Como la seconda mostra del progetto itinerante. Come a maggio nella cornice tutta milanese del palazzo della Regione Lombardia, è a cura di Gisella Gellini e Fabio Agrifoglio, in collaborazione con la Fondazione Agrifoglio, stavolta presso la Pinacoteca Civica di Como. Sarà possibile visitarla fino al 7 gennaio 2018.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Mario Agrifoglio

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Mario Agrifoglio, ph. Gaetano Corica

 

In questa occasione sono sette i nomi dell’arte contemporanea coinvolti, tutti artisti per cui la luce ha un ruolo fondante, strumento espressivo interpretato secondo una personale e assai differente poetica. Parliamo di Mario Agrifoglio, LeoNilde Carabba, Nino Alfieri, Claudio “Sek” De Luca, Nicola Evangelisti, Maria Cristiana Fioretti e Olga SerezhinaIl.

Perché la luce sia splendente, ci deve essere l’oscurità

Francis Bacon

 

Come noi abbiamo vissuto, il visitatore si troverà coinvolto in un’esperienza sensoriale, davvero immersiva. La fruizione della realtà pittorica avviene sotto molteplici aspetti in continua evoluzione nell’arco di alcuni minuti: di fronte ad un dipinto costituito da fluorescenti o fosforescenti, o entrambi, la loro reazione e manifestazione cambierà mediante il ciclo dinamico di luce bianca, black light (o lampada di Wood), e buio totale. Questa trasformazione è particolarmente stupefacente perché concentra l’attenzione sul complesso e sui particolari dell’opera, coinvolgendo chi osserva in un’attenzione nuova di verso la spazialità, in grado persino di amplificare la percezione dell’ambiente circostante.

Il percorso sarà accompagnato da una colonna sonora ispirata al tema della mostra, musiche estratte dall’album Undae Temporis del maestro Irlando Danieli.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Nicola Evangelisti

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Nicola Evangelisti, ph. Gaetano Corica

 

Il progetto espositivo al primo piano della Pinacoteca di Como nasce dall’idea condivisa della Fondazione Mario Agrifoglio e Caleidoscopio-multiplicity di Maria Proja de Santis, con il sostegno e la collaborazione dell’Assessorato alla Cultura e dei Musei civici del Comune di Como. L’allestimento e i progetti video e fotografico sono affidati alle exhibition designer Gaetano Corica.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Olga Serezhina

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte al dipinto di Olga Serezhina, ph. Gaetano Corica

 

La luce non è certo una novità per Gisella Gellini, architetto e docente del corso di Light Art e Design della Luce presso la Scuola del Design del Politecnico di Milano.  Da diversi anni la sua attenzione verso la luce si divide tra il suo utilizzo funzionale, nella progettazione architettonica e di design, e la funzione espressiva quale medium fondante nella ricerca artistica contemporanea. Ha curato alcune mostre sulla Light Art, noi l’abbiamo conosciuta nel 2015 nella chiesa di San Carpoforo a Milano, spesso associando alla bellezza il fine benefico, nella raccolta fondi per enti e associazioni umanitarie.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Nino Alfieri

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visita della mostra nel momento dell’esposizione alla black light. Opera di Nino Alfieri, ph. Gaetano Corica

 

L’incontro con Fabio Agrifoglio, figlio dell’artista e pioniere della Black Light Art Mario Agrifoglio, ha indirizzato le sue scelte più precisamente su opere pittoriche, quelle dove il materiale principale e “lucifero” è proprio il colore, con la volontà di Fabio di proseguire l’esperienza di Mario Agrifoglio e poterla condividere col pubblico, coadiuvata nella ricerca e nell’organizzazione dalla Fondazione. Nasce così questo progetto itinerante non dimenticando la possibilità di rendere queste mostre portavoce di problematiche sociali. La prima mostra della Black Light Art ha ad esempio sostenuto il progetto partner Lightquake 2017, con esposizione a Spoleto nella Rocca Albornoz e crowdfunding per la ricostruzione in Centro italia, nato dopo le violente scosse di terremoto nel dicembre del 2016.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Leonilde Carabba

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Leonilde Carabba

 

Un aspetto che rende queste mostre interessante è secondo noi l’estrema diversità tra gli artisti coinvolti, essi non rappresentano una scuola definita attraverso delle regole definibili della Black Light Art. Per Fabio Agrifoglio vogliono essere collettore di idee e riscoperta storica nella continuità di una metodologia a lungo inseguita dal padre soprattutto negli anni settanta, con una sperimentazione continua che può riservare sorprese: non si conoscono tutti gli effetti di nuove mescolanze di colore sotto l’effetto della luce nera, ma se molti artisti vi si cimentano in questa vocazione empirica “si porta avanti il messaggio recuperando anche il suo aspetto estetico”. Ciò che mette in evidenza il curatore è l’aspetto percettivo in costante studio: “l’artista, quando sperimenta con la luce nera e i colori fluorescenti o luminescenti o fosforescenti, lavora al limite e al confine della sensibilità umana”.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Claudio Sek De Luca

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Claudio Sek De Luca, ph. Gaetano Corica

 

Come funziona “l’accensione” di queste opere? Non c’è alcun trucco dietro alle tele, nessuna retroilluminazione, semmai una base solidamente scientifica dietro all’uso di colori o vernici che non solo vediamo in base alla riflessione luminosa, come normalmente per un materiale tradizionale avviene: qui i pigmenti reagiscono all’assorbimento della luce emettendo una radiazione, in differenti condizioni visive anche quando colpiti dalla Black Light o dal buio vero e proprio. I fosforescenti si manifestano con la loro carica energetica, trasformando l’opera in ciò che di essa vuole mostrare per prima, sotto alla Wood avviene quindi l’apparizione di ciò che davvero conta all’interno di quell’opera, per stimolare la fantasia attraverso le forme visibili, che essendo le uniche da poter scorgere quando il buio è totale, assumono una valenza simbolica forte;  in parole povere stimolano la nostra memoria e la nostra fantasia.

 

Black Light Art. In visita alla mostra

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Olga Serezhina e Claudio Sek De Luca, ph. Gaetano Corica

 

Sempre in una visione dove la metamorfosi è ben evidenziata dall’allestimento, dove la fruizione avviene su un “triplo” binario di consapevolezza progressiva del limite e del suo superamento, dalla luce bianca alla gamma degli ultravioletti con una sospensione dell’incredulità solo parziale, per poi varcare letteralmente la soglia di un mondo onirico e sensibile al contempo, fatto letteralmente dei segni e dei colori che hanno deciso gli artisti. In quella trasformazione viviamo un’esperienza di spazio e di tempo lontana dai paradigmi consueti e controllati dove tutto è comprensibile in una dimensione, in un momento, per quanto lungo possa essere, alla ricerca di particolari, qui siamo all’interno di uno spazio sempre più sintetico, mai statico, che nel suo coinvolgimento non potrebbe che essere figlia dei tempi, ma che utilizza un lessico antichissimo.

 

Black Light Art. Leonilde Carabba parla della sua opera

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. L’artista Leonilde Carabba parla con una visitatrice di fronte ad una sua opera, ph. Andrea Butti

 

Alcuni  protagonisti

E’ questo ritrovarsi nel futuro e nel passato a caratterizzare l’opera di Nino Alfieri, uno dei tre artisti da noi preferiti per ricerca ed effetto.  Le forme che descrive sono ancestrali e si possono ricollegare ad elementi naturali che come dice lo stesso artista “hanno a che vedere con degli archetipi quindi da fossili a delle armi a degli organi come visti al microscopio, ma se osservate in lontananza e con una certa luminosità “diventano un cosmo secondo un concetto rinascimentale dove l’uomo si vede come media proporzionale tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande”. Nella realizzazione spesso però c’è l’utilizzo di tecnologie nuove come l’elettronica, il processore Arduino e la scelta di un tipo specifico di frequenza delle luci che incidono sui materiali fotosensibili, colori che nella variazione vanno a “toccare tutto il ventaglio delle nostre percezioni, negli aspetti diurni e notturni, reali e onirici”.

 

Black Light. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce bianca

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri sotto la luce naturale

Black Light Art. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce di Wood

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri. Seconda fase sotto la lampada di Wood

Black Light Art. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce di Wood, dopo un istante

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri. Sotto la lampada di Wood, verso il buio

 

Quel cosmo fatto di equilibri formali appartiene alla ricerca stessa del capostipite di un procedimento, se non di una scuola, come Mario Agrifoglio. Secondo le parole del figlio il pittore cercava equilibrio organico componendo  forme e colori, la genesi dell’opera cresce nella contrapposizione di “due forze che lui chiamava forza fredda e forza calda, una espansiva e una contrattiva”. L’introduzione della Black Light aggiunge un livello ulteriore a questa indagine, per “avere un controllo completo nelle miscelazioni”, basandosi sullo studio scientifico della teoria del colore. La ricerca sul colore e sulla luce appartiene all’epoca moderna ma la sua mente era rivolta oltre, perchè l’idea era di mostrare mediante l’applicazione all’arte principi poco noti o sconosciuti.

 

Black light. Opera del maestro Mario Agrifoglio, alla luce diurna

Black Light Art. la luce che colora il Buio. Mario Agrifoglio, Senza Titolo_diurna

Black light. Opera del maestro Mario Agrifoglio, alla lampada di Wood

Black Light Art. la luce che colora il Buio. Mario Agrifoglio, Senza Titolo_lampada di Wood

 

 Se parliamo di definizioni c’è chi non si riconosce in quella secondo cui la Light ( e Black Light) art ,è una forma d’arte il cui mezzo coincide col fine. E’ il caso di Nicola Evangelisti che trova sterile utilizzare la luce per parlare dello stesso mezzo espressivo, la luce. Certamente il rapporto stretto con la materia esiste e da sempre l’artista è stato affascinato dal suo paradosso, il suo essere presenza intangibile e fisica nello stesso tempo, al punto che la sua indagine resta innanzitutto spaziale, “all’interno della scultura anche quando non c’è più una materia fisica da toccare”.

 

Black Light Art. Nicola Evangelista in mostra alla Pinacoteca di Como

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Il lavoro di Nicola Evangelisti alla luce di Wood, ph. Gaetano Corica

 

Le forme di Evangelisti composte da molte linee seguono la teoria del caos ordinato, il concetto di frattale “all’analisi di tutti quei fenomeni irregolari presenti in natura”, ma inseguono un contenuto che va oltre la geometria. Accanto al taglio sociologico scientifico del procedimento il suo lavoro si accosta all’analisi sociale, più ponendo degli interrogativi che delle risposte univoche. Ad esempio per Black Light Art la vernice luminescente su carta nera rappresenta una sua interpretazione notturna e dall’alto della Striscia di Gaza, in uno spazio che rompe con la luce la bidimensionalità il conflitto di una materia solida e onirica corrisponde al tormento secolare di un territorio.

 

Black Light Art. Particolare di Canto per Esther di Leonilde Carabba

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Canto per Esther di Leonilde Carabba al buio totale

 

Possiamo prendere il concetto di Black Light in senso ampio o etimologico, ma tutti gli artisti presenti utilizzano la luce come un mezzo espressivo nel senso di elemento che permetta dar corpo e amplificare la propria personale visione del mondo, e della funzione dell’arte in esso.

Per Leonilde Carabba, last but not least, essere artista è esattamente “continua reinvenzione del proprio essere nel mondo”. Il suo ruolo può essere quello di mostrare una via e una vita spirituale attraverso gli strumenti di un mestiere dalla costante e instancabile pratica quotidiana, (come le fu raccomandato da Guttuso), verso uno stile proprio, e in questa dimensione non esiste più età anagrafica. Esistono però le radici emotive e culturali, tutto ciò che è esistito nella formazione di un pensiero che per la pittrice affonda nell’ermetismo della tradizione della cabala, dell’astrologia, dello sciamanismo studiato in prima persona. In tutti i suoi lavori di grande variazione cromatica, il fosforescente e il fluorescente lottano insieme alla forma per fare apparire un concetto  basato sulle sue conoscenze letterarie ed esoteriche, ma che è anche fenomenologia di qualcosa di terreno e reale, come il dipinto in mostra con Canto per Esther, sul tema della maternità biblica, universale e attuale.

 

Black Light. Opera di Leonilde Carabba al buio

Black Light Art, la luce che colora il buio. la Grammatica dell’Acqua di Leonilde Carabba. Buio

Black Light. Opera di Leonilde Carabba alla luce di Wood

Black Light Art, la luce che colora il buio. la Grammatica dell’Acqua di Leonilde Carabba. Buio

 

Black Light Art un progetto in divenire con un festival della Luce

Non solo Black Light. Nel mese di novembre Como sarà movimentata da alcuni eventi collaterali, dove la luce sarà affrontata nell’ambito installativo e del design, e persino esplorata dalla musica.

Black Light Art fa parte di 8208 – Lighting Design Festival, con alcune installazioni luminose diffuse in città, in dialogo con gli edifici storici. Inaugurato lo stesso giorno del vernissage con una presentazione contestuale in Pinacoteca, ci ha coinvolto in serata con una visita guidata dagli organizzatori. Il festival terminerà il 24 novembre.

 

Black Light Art. Una suggestiva installazione a Como per 8208 - Lighting Design Festival

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Un’installazione di 8208 – Lighting Design Festival, ph. Andrea Butti

 

Alla musica sarà dato spazio l’11 novembre al Conservatorio di Como, dove si terrà il concerto “Luci, Ombre, Colori in musica” con Caleidoscopio-multiplicity di Maria Proja de Santis

Inoltre il 18 novembre presso l’accademia di belle Arti Aldo galli. IED Como si terrà il convegno “Physical to digital”, con un intervento di Gisella Gellini Dal titolo “Light art – mezzo espressivo progettuale’.

Ricordiamo che Black Light Art, la luce che colora il buio, continuerà il suo percorso itinerante. Raddoppierà a Spoleto, presso la rocca Albornoziana con inaugurazione il 6 dicembre, per proseguire verso altre mete in via di definizione.

 

Michela Ongaretti

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Luce e colore nell’Arte. Il destino di LeoNilde Carabba tra fosforescente e simboli esoterici

Arrendersi con gioia al proprio destino. Questo è il risultato di una lunga carriera artistica per LeoNilde Carabba, un processo che continua tutt’oggi, dopo avere raggiunto tale consapevolezza. La pittrice ha attraversato con la sua arte il novecento, in scena dalla fine degli anni anni cinquanta, sostenuta da grandi nomi come Carla Accardi, Crippa, Fontana, Baj, per poi sviluppare la ricerca materica e spirituale sulla luce con l’impiego di colore fluorescente e fosforescente, indagando l’universo esoterico e simbolico delle filosofie studiate e indagate a fondo nel corso della sua esistenza.

 

Dell'arrendersi gioiosamente al proprio destino, tra gli ultimi lavori di LeoNilde Carabba

Luce e Arte nel destino di Leonilde Carabba. Arancione o Dell’ arrendersi al proprio destino, con fosforescente e fluorescente.

 

LeoNilde Carabba ha vissuto a lungo e molto intensamente portando in sé una grande serenità per avere accolto molte esperienze in diversi angoli del mondo, che la sua arte ha assorbito e rielaborato. Sono andata a trovarla nella sua casa studio dove abbiamo osservato e parlato tra alcuni suoi lavori.

Nel 2017 Milano la vedrà protagonista di due mostre: dal 14 al 31 marzo con la personale Dialoghi con L’assoluto presso SBLU_Spazioalbello a cura di Susanna Vallebona; a Maggio insieme ad altri artisti con  Black Lights: la luce che nasce dal buio a cura di Gisella Gellini, docente del Politecnico di Milano,  e di Fabio Agrifoglio, presidente della Fondazione Mario Agrifoglio, progetto cresciuto dopo aver raggruppato vari esponenti della Light Art in diverse occasioni espositive.

Sempre Agrifoglio ha invitato Carabba a partecipare ad una seconda mostra ad ottobre, questa volta collettiva con la partecipazione di Claudio Sek De Luca e dei lavori di Mario Agrifoglio, presso il Broletto di Como. L’inaugurazione sarà accompagnata da un concerto organizzato dal direttore del Conservatorio di Como.

 

LeoNilde Carabba, Yod Lamed Yod-ritrovare le scintille, 2013

Luce e colore nell’arte di Leonilde Carabba, Yod Lamed Yod-ritrovare le scintille, 2013

 

Nel suo intervento per il corso di light art e design della luce tenuto dalla stessa Gellini l’artista spiega perché scrive il suo nome con due lettere maiuscole: è il suo modo di riconoscere che nel nome esiste sia il maschile che il femminile, dichiara che la storia della sua vita è stata trovare l’equilibrio tra le due forze che vuole onorare ogni volta che viene citata. Il nome stesso della mostra viene da LeoNilde e riflette il rapporto dialettico tra la luce e l’oscurità, vitale nella sua ricerca artistica indissolubile dalla sua storia personale.  Il concetto cardine alla base del progetto è la ricerca della luce quando ci si trova ad essere nel buio, anche in senso metaforico. In effetti tutta la sua carriera può essere vista come un’indagine progressiva e sempre più complessa della Luce.

I lavori ad olio e petrolio degli anni sessanta sono oggettivamente scuri, ma si riferiscono anche ad una condizione di crisi esistenziale, superata grazie all’incontro con la meditazione per poi abbracciare spiritualità diverse tra loro, da Osho al Buddismo fino allo studio della Cabalà, modificando il suo modo di rapportarsi al reale: queste spiritualità sono entrate a pieno titolo con i loro simboli come soggetti ispiratrici delle opere degli ultimi vent’anni.

 

LeoNilde Carabba, Ispirato e dedicato a Raphael il grande guaritore, 2015

Esoterismo nell’opera di LeoNilde Carabba, Ispirato e dedicato a Raphael il grande guaritore, 2015. Acrilici, foglia d’argento e foglia d’oro vera con fluorescenti e fosforescenti, visione diurna

 

Carabba divide la propria carriera in quattro periodi: da quello buio (1962-64), al rifrangente dal 1966 al 1974 caratterizzato dall’impiego di  acrilici e microsfere di vetro, concomitante solo dal 1968 al 1970 il trasparente delle scatole serigrafate in metacrilato trasparente, in certi casi fluorescente. Solo dal 1995 parla di periodo luminoso, quello dell’esplosione della sua tecnica matura, ma in costante ricerca scientifica sui materiali, a seconda del pezzo acrilici foglia d’argento o d’oro, di rame, microsfere di vetro, glitter, colori fosforescenti e fosforescenti. Questi sono i quadri su cui si è concentrata la nostra attenzione.

 

Luce e colore nell'arte. Un'opera del Periodo Buio di LeoNilde Carabba

La Gazzella dalla terribile presenza, periodo Buio di LeoNilde Carabba, 1964

 

L’artista manifesta la sua soddisfazione nell’aver reso ogni effetto attraverso un sistema artigianale senza mezzi meccanici, dove l’uso del fluorescente o del fosforescente non si limita ad mero fatto estetico ma mira a coinvolgere e attivare l’osservatore, anche attraverso le forme geometriche paradigmatiche mistiche come il Labirinto, la Piramide, il Cerchio e l’Albero della Vita.

La freschezza con cui mi ha parlato è quella di chi ha una vita davanti, di chi si sente in una nuova fase e in un nuovo percorso, perché mi spiega che la sua ricerca artistica è il suo elisir. Una sorta di scambio di energia tra l’opera e la vita senza soluzione di continuità. Questo è il mondo di chi ha molto da raccontare senza smettere di stupirsi e di accogliere lo stimolo spirituale e interiore, insieme a quello esteriore del contemporaneo, compresa la tecnologia. L’arte è la vita come un’avventura avvolgente e continua, mantenendo lo stupore del bambino pur attraverso la conoscenza filosofica e quella scientifica del mezzo per realizzare, trasferire alla materia un concetto.

 

LeoNilde Carabba, scatola serigrafta del periodo Trasparente, 1968

Luce e Arte nel destino di Leonilde Carabba. Una scatola serigrafta del periodo Trasparente, 1968

 

Mi parla della sua concentrazione quando dipinge per molte ore di seguito

La pittura ti toglie energia e allo stesso tempo te ne da, stare molte ore in piedi assorbita dal lavoro ti stanca ma ti ricarica molto. Al termine ci si potrebbe sentir svuotati ed invece questa concentrazione ti da l’opportunità di pensare a quello che farai dopo, ti sbilancia verso il futuro. Fino a fine mostra non dipingerò ma ho questi due nuovi dipinti che mi aspettano .. e per me è come se mi aspettasse un amante..mi ricarico per poi dare di nuovo..

In molti lavori nella definizione dei segni si sente guidata da una forza, travolta da un impeto porta a termine il lavoro senza interruzioni, in uno scambio di energia che si può manifestare mediante l’assecondare un destino. Dove “un colore nasce e si sviluppa quasi da solo” l’artista si fa veicolo dell’urgenza di questo processo. Questo è un punto fondamentale, Leonilde mi parla di “lasciare accadere un quadro” perchè a volte ciò che viene iniziato non si comprende fino in fondo come finisca, dato che l’artista “co-crea col divino” come accade con il quadro rosso e arancione che vedo alle spalle e che vedremo per la mostra Black Light.

 

Fluorescente e fosforescente nelle opere di LeoNilde Carabba

La luce del colore fuorescente e fosforescente. Opere di LeoNilde Carabba nel suo studio

 

Come organizza il tempo di produzione?

Una progettualità c’è anche sul mio organizzare il tempo e lasciare respiro alla creazione, periodi di attività creativa e no..ad esempio adesso che ho due grandi mostre pronte ora non dipingo. Perchè per molti anni ho vissuto un continuo conflitto tra l’artista e il professionista che sono due ruoli molto diversi all’interno di sé. Ora il conflitto l’ho risolto. Quando sono artista al 100% e cerco che niente si inserisca tra me e il suo flusso lavorativo,che significa che stacco il telefono e che dico che non sono reperibile  e poi ci sono dei periodi come adesso che sono nel mondo reale e sono più la professionista che l’artista.

Ha parlato di Arte come Gioco..

Non bisogna dimenticarsi di giocare, se si smette si dimentica anche di vivere. Ma intendo il gioco del fare, è una cosa seria! Giocare significa essere totali, come il bambino l’artista quando dipinge è totale, come il musicista quando o lo scrittore quando scrive, e più riesce ad essere totale più riesce ad essere creatore. E’ faticoso ma bello, unico nel momento in cui si svolge questa azione, e che quindi cambia e fa cambiare. Mentre lavoravo alla mia ultima serie non potevo credere ai miei occhi di come stava cambiando ne farla come me del resto. Credo sia importante permettersi di rinnovarsi e rinnovarsi significa ringiovanire. Ho 78 anni all’anagrafe ma non me li sento proprio e nello stesso tempo me li sento perché ho vissuto tanto, sono avida di vita ma in maniera diversa da come lo potevo essere a vent’anni.

 

Alla luce. Opera con fosforescente di LeoNilde Carabba

Colore fosforescente nell’arte di LeoNilde Carabba. Alla luce

 

Due dipinti di LeoNilde Carabba con fosforescente al buio.

Colore fosforescente nell’arte di LeoNilde Carabba. Al buio

 

L’aspetto scientifico e quello spirituale si fondono nella sua pittura. La definizione di alchimista ben si adatta al lavoro di Leo Nilde. A parte lo studio esoterico pensiamo all’alchimista come una sorta di chimico antelitteram. E’ così?

Si, io dico che ho mangiato pane e colori fin da bambina, perchè mio padre era un ingegnere chimico e quando avevo 4 -5 anni e lui tornava a casa mi diceva : “oggi ho fatto un nero”, così iniziavo a chiedergli cosa significasse, a farmi spiegare i procedimenti. Poi sono stata presa da altre passioni ma quella del colore è tornata.

Sono stati molti altri gli insegnamenti di mio padre, come alcuni accorgimenti per preservare i quadri dall’invecchiamento. Quando abitavo in California a una mia collezionista si è allagata la casa con un mio quadro, che si imbarcò. Il restauratore ammise di non sapere come operare sull’arte moderna ma io consigliai di guardare dietro al quadro, lì avevo scritto tutti i materiale usati compresa la vernice finale, in questo modo fu possibile restaurare il pezzo. Quando si tratta di polittici essi sono firmati e scritti uno a uno perché possono funzionare anche singolarmente, se dovessero essere in futuro venduti a pezzi ciascuno di essi avrà tutte le indicazioni necessarie.

 

Fluorescente ispirato all'onda di Hokusai, opere del 2012 di LeoNilde Carabba

LeoNilde Carabba, A true surrender it’s a tsunami, 2012, foto con luce di Wood. Ispirato all’onda di Hokusai

 

Il lavoro do LeoNilde Carabba si basa sulle variazioni cromatiche a seconda delle fonti di illuminazione, assenti per il colore fosforescente che si vede di notte, o dalla luce di Wood che attiva il colore fluorescente. Può parlarci meglio della sua tecnica, e dei materiali impiegati?

Sono circa vent’anni anni che uso i colori fosforescenti, per questo primato avrò molto spazio all’interno della mostra delle Black Light.

Mi sento da sempre una ricercatrice, curiosa al punto da provare empiricamente per poi andare a studiare con più precisione gli effetti dei materiali impiegati. Nel mio lavoro ci sono quasi sempre tre valenze concomitanti: quella del colore e la sua texture, il fluorescente e il fosforescente. Per quest’ultimo, quello tipico tende al verde ma io ne ho trovato uno azzurrato e uno aranciato. Sotto ad essi a volte uso la foglia oro, come su una porzione della piramide in studio abbinato al colore oro, per cui la parte dorata si vede sempre, mentre solo di notte appare tutta dorata.

 

Un dipinto alla luce di wood con vera foglia oro, LeoNilde Carabba, 2013

LeoNilde Carabba, Ispirato e Dedicato alla IV Visione di Ildegarda von Bingen – 2013, con vera foglia oro alla luce di Wood

 

I colori fluorescenti sono invece trasparenti, sotto ad essi bisogna dare un colore abbastanza simile e opaco, poi si passa il fluorescente e sul fluo volendo c’è il fosforescente. La parte materica la creo per dare movimento, dopo il colore lavoro col togliere e mettere la carta velina. Sono molte mani di colore a rendere quell’effetto di increspatura.

Gli stimoli esterni sono fondamentali per la sua ispirazione?

Sono una divoratrice onnivora di libri, mi piacciono molto i testi di storia..ora sto leggendo Amanti e regine: il potere delle donne di Benedetta Craveri ma le intuizioni vengono anche a partire da fatti di vita reale. Ad esempio qualche giorno fa è morto un uomo di cui ero molto amica una ventina d’anni fa, così ho riflettuto molto sulla Morte, perché con essa ho un buonissimo rapporto..infatti penso che non credo esista, ma credo alla trasmigrazione dell’anima. Da qui nascerà il mio prossimo progetto.

 

Luce e colore nei labirinto di LeoNilde Carabba

Il Labirinto e altri simboli nelle opere di LeoNilde Carabba

 

L’arte è per tutti?

La creatività è per tutti l’arte no. Per scegliere di fare l’artista in un mondo come il nostro bisogna essere fuori di testa, nessuno lo sceglierebbe se non fosse un destino. Sai come si chiama quel quadro arancione? Arancione o Dell’arrendersi gioiosamente al proprio destino. Essere artisti è un destino e non una scelta logica, lo vedo anche nella vita di altri artisti, è un must non è qualcosa che non puoi non fare. Da giovanissima lavoravo in pubblicità, guadagnavo bene però non mi tenevo dalla voglia di seguire la mia strada.

Esiste una possibilità terapeutica, ho guidato gruppi di espressione creativa dove mettevo insieme danza e pittura per spingere le persone ad entrare in contatto con la loro capacità libera e creativa, ma non è insegnamento o iniziare qualcuno alla mia tecnica.

 

Arancione fosforescenti in una suggestiva visione al buio. Un'opera di LeoNilde Carabba

Arte della luce con colori fosforescenti nello studio di LeoNilde Carabba

 

Nel 2017 vedremo i suoi dipinti in due grandi mostre, pensi che per un artista contemporaneo siano ancora importanti?

Si, infatti secondo me se prima contava avere il gallerista giusto, oggi quello del curatore è un ruolo cardine, per questo dopo avere iniziato il percorso con Fabio Agrifoglio sono molto contenta di essere ora seguita anche da Gisella Gellini per Blacklights la luce che nasce dal buio, la trovo una donna di potere intelligente e lungimirante, e penso che porterà i lavori di oggi  in spazi importanti per la mia crescita creativa.

Michela Ongaretti

Lilium evidenza

Design City Milano riaccende la stagione del design. Lilium di Rossini Group è un suo fiore all’occhiello

Design City Milano riaccende la stagione del design. Lilium di Rossini Group è un suo fiore all’occhiello

 

Una visita alla prima edizione di  Design City Milano per scoprire quello che sta dietro alle creazioni dei grandi marchi. Da Overlight in via Feltre vediamo la storia della lampada Lilium di 929Milano, brand di Rossini Group, nel suo intreccio tra studio della forma e ricerca tecnologica.

 

Design City Milano 2016

Design City Milano 2016

 

In autunno a Milano è ancora primavera. Quando le foglie stanno per cadere significa che ci siamo, è ricominciata una nuova stagione, un anno intero di lavoro e nuove opportunità, di nuovi incontri prima dell’inevitabile rallentamento estivo.

Questo senso di rinascita per me nel 2016 è ancor più dolce perchè, come annunciava ad aprile l’assessore Tajani, abbiamo ora anche una fall design week, dal 2 al 9 ottobre. La Design City Milano, come è stata chiamata, ha però una vocazione ben diversa dalla settimana del design primaverile legata al Salone del Mobile.

 

Design City su I-pad, alla sua prima edizione

Design City su I-pad, alla sua prima edizione

 

Senza dubbio meno intensa e caotica, si concentra su eventi all’insegna della qualità e dei marchi di pregio, certo con meno coinvolgimento delle leve emergenti e del design indipendente, sono nove giorni dedicati alla divulgazione e alla promozione della cultura del progetto con talks e workshop di approfondimento, di dialogo tra i creatori e il pubblico fruitore del design made in Italy.

 

I segreti dei calchi- per la realizzazione di un vaso in ceramica ptrddo lo showroom Richard Ginori

I segreti dei calchi- per la realizzazione di un vaso in ceramica presso lo showroom Richard Ginori

 

Mi è bastata una passeggiata nel distretto di Brera per rendermi conto del nuovo desiderio di racconto del backstage produttivo e progettuale. In questa occasione alla base c’è l’esplorazione non solo della definizione di un’idea ma delle forze e delle dinamiche concrete per la realizzazione di un prodotto, dal coinvolgimento delle maestranze artigianali alla ricerca di nuove soluzioni tecnologiche.

 

Campionario di tessuti preziosi presso lo showroom di Etro in via Pontaccio

Campionario di tessuti preziosi presso lo showroom di Etro in via Pontaccio

 

Mi riferisco agli showroom di Richard Ginori, mercoledì teatro di un incontro con Marcello Bongini, maestro della manifattura e responsabile dello sviluppo Modelli e Forme, e spostandoci verso il fashion design ad un’esposizione esemplificativa del grande interesse dimostrato nel tempo per il tessuto paisley da parte di Etro, con pezzi storici e disegni originali della casa di moda, ispirati ad essi per le stoffe odierne.

L’incontro che però mi ha maggiormente colpito è stato martedì 4 ottobre presso lo spazio Overlite in via Feltre dove ho assistito alla presentazione della genesi della lampada Lilium di 929Milano, dall’idea alla realizzazione.

 

Lilium, design Stefano Valente per 929Milano

Lilium, design Stefano Valente per 929Milano

 

Una storia di design, di collaborazione nell’eccellenza tra il brand di Rossini Group e il designer Stefano Valente, presentata all’ultima edizione di Light+Building.

A prendere per prima la parola è il committente nella persona di Elisa Rossini, direttore creativo del brand di Segrate che nasce con una vocazione decorativa e di design rispetto al marchio rivolto in senso più ampio ad ogni aspetto dell’illuminazione. Rossini segue con orgoglio nella sua storia quella dello sviluppo industriale milanese, con tutta la sua operosità e la sua cultura del fare che ha avuto un forte slancio nel dopoguerra.

 

Esposizione di 929Milano

Esposizione di 929Milano

 

Lilium è fortemente rappresentativa sia della mission aziendale che dello stimolo creativo del designer Stefano Valente, secondo i quali è fondamentale l’eleganza unita alla praticità.

Riflesso di questi valori è questa lampada da terra dalla linea esile che “sboccia” nella sua ispirazione alla forma del fiore di Giglio del corpo illuminante: esso è formato da due anime in alluminio sovrapposte dal disegno stilizzato della corolla che custodisce e tende un materiale inedito per l’ambito illuminotecnico, il telo Extenzo®. Esso funge da diffusore orientato di 9°, nell’accoppiamento con la struttura, sia per suggerire la naturale posizione del fiore sia per favorire la funzione di luce di cortesia nell’ambiente. L’effetto del telo è poi quello di distribuire la luce in maniera omogenea e delicata, quasi un effetto vellutato e impalpabile all’occhio umano.

 

Lilium, design Stefano valente per 929Milano

Lilium, design Stefano Valente per 929Milano

 

La forma e lo stile del progetto sono il risultato visibile di un grande lavoro di ingegneria della luce nello sviluppo del prodotto, come ci spiega il direttore di produzione, Luca Fumagalli.

Se Valente parla dell’idea comune di fiore come elemento autonomo che si apre al mattino sprigionando fragranza e colore, al punto che basta la sua presenza a decorare ed ingentilire una stanza con la sua bellezza leggera; l’incontro con il materiale espandibile solitamente utilizzato in edilizia riesce a rendere questa armonia non solo nel prendere forma adeguandosi alla corona, dopo le numerose prove portate avanti con caparbietà, ma anche grazie allo studio tecnologico del e sul LED.

Fumagalli insiste sul fatto che la scelta del modello di illuminotecnica ha molta più importanza ora con l’avvento dei LED, e che gli adeguamenti tecnologici sono nell’ordine di mesi. Oggi dichiara la sua soddisfazione nella creazione di una lampada che raccoglie tutta questa esperienza anche in virtù del progettista architetto e ingegnere. E’ l’ingegnerizzazione dell’idea uno scoglio talvolta insormontabile, necessario per poter dare personalizzazione alla funzione del led come punto luce, che riesca a diffondere creando l’atmosfera ricercata.

 

Lilium, design Stefano valente per 929Milano, particolare del bulbo/dissipatore

Lilium, design Stefano valente per 929Milano, particolare del bulbo/dissipatore

 

Per Lilium il “cuore pulsante” è il LED con un COB da 30 watt, che necessita di una dissipazione forzata, ma questo poteva comportare un ingombro tale da impedire la leggerezza della struttura d’insieme. Nell’invenzione del dissipatore, disponibile in bianco e rosso, si è quindi creato un elemento funzionale e decorativo al contempo, che suggerisce la forma del calice del fiore a sorreggere la corolla/luce, con quei caratteristici fori che garantiscono la dissipazione del led ma somigliano più ad elementi decorativi. Questo bulbo si origina in alluminio dallo stelo in tubo di ferro verniciato nel colore bianco opaco. In ogni parte Lilium dimostra quindi di nascere dal legame indissolubile e sapiente tra design e tecnica.

 

L'interno dello spazio di Overlite in via Feltre

L’interno dello spazio di Overlite in via Feltre

 

L’incontro è stato per me occasione di scoprire l’enorme showroom di Overlite, che con i suoi 1400 mq dedicati unicamente al mondo dell’illuminazione, spero possa essere ancora teatro di approfondimenti sul design che rende la vita più semplice e confortevole. Per quanto non si trovi in un’area centrale come Brera, cosa che può avere il vantaggio di preservare dalla confusione di alcune serate, è’ un ambiente stimolante perché insieme all’interesse suscitato dai protagonisti della creatività made in Italy, ci si trova già in buona compagnia, con il suo migliaio di prodotti di pregio esposti per oltre di sessanta marchi, come in una galleria della produzione contemporanea.

Michela Ongaretti

 

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Tecnologia per l’arte. Il Led TRI-R di Toshiba Materials per la Mostra sul Simbolismo a Palazzo Reale

Tecnologia per l’arte. Il Led TRI-R di Toshiba Materials per la Mostra sul Simbolismo a Palazzo Reale

DI MICHELA ONGARETTI

 Il LED TRI-R di Toshiba Materials a Palazzo Reale – testo di Michela Ongaretti.

Toshiba Materials ha lanciato sul mercato in collaborazione con TOL Studio il Led di nuova generazione TRI-R, utilizzato per l’illuminazione di alcuni capolavori della mostra “Il Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle Époque alla Grande Guerra”, a Milano presso Palazzo Reale fino al 5 giugno. L’esposizione è promossa dal Comune di Milano-Cultura e prodotta da 24 ORE Cultura e da Arthemisia GroupIl progetto illuminotecnico è a cura dell’architetto e lighting designer Francesco Murano e gli apparecchi illuminanti sono stati realizzati dall’azienda Rimani.

Ferdinand Hodler, L'eletto, 1893-94, in mostra a Palazzo Reale

Ferdinand Hodler, L’eletto, 1893-94, in mostra a Palazzo Reale

Può la tecnologia aiutare la creazione artistica e la sua fruizione, o anche semplicemente avvicinare alla visione originaria dell’artista per opere storicizzate? Nei primi due casi la risposta non può che essere si, a giudicare da due eventi ai quali ho assistito con entusiasmo quasi infantile. Nel terzo caso il led di Toshiba mi auguro sarà solo uno tra i vari esempi al servizio della diffusione e della conservazione dei beni mobili mondiali.

Franz Von Stuck,Il Peccato, 1893, tra i capolavori della mostra in corso a Palazzo Reale

Franz Von Stuck,Il Peccato, 1893, tra i capolavori della mostra in corso a Palazzo Reale

 

L’ultimo mio intervento critico è stato in occasione della mostra di Eleonora Prado Moleskine e i viaggi d’artista” dove l’artista ha mostrato l’utilizzo dello Smart Writing Set di Moleskine: esso favorisce il trasferimento in tempo reale dal disegno a mano libera sul supporto digitale, strumento indispensabile per fermare le impressioni di un creativo “in movimento”.

Sempre nel mese di Aprile la Design Week milanese ha visto a Palazzo Reale l’installazione Hyperplanes of Simultaneity di Fabio Giampietro, impensabile senza le nuove tecnologie con lo strumento Oculus Rift, una maschera dotata di uno speciale visore 3D originata dall’industria dei video game. Lo strumento visualizza l’elaborazione digitale di Alessio De Vecchi della pittura di Giampietro, caratterizzata da forzature prospettiche e la concomitanza di diversi punti di vista. Se da un lato questa tecnologia ha potuto coadiuvare l’opera artistica, nello stesso tempo la enfatizza trasformandola in esperienza pittorica “immersiva”, entrando nell’ambito della sua fruizione.

Il Peccato di Von Stuck prima e dopo l'illuminazione Toshiba Materials

Il Peccato di Von Stuck prima e dopo l’illuminazione Toshiba Materials

 

Fare arte non è da tutti, ma poterne godere può essere per molti. E restando dalla parte di chi guarda oggi è possibile farlo sempre meglio. Il lighting partner per la mostra sul Simbolismo Europeo, Toshiba Materials, ha avuto modo di dimostrare al pubblico l’illuminazione che avvicina la visione moderna a quella dei contemporanei degli artefici dei capolavori esposti.

Per la mostra curata da Fernando Mazzocca e Claudia Zevi in collaborazione con Michel Draguet, tra i dipinti più rappresentativi ne sono stati selezionati 5: L’Elu di Ferdinand Hodler, Il Peccato di Franz Von Stuck, Le vergini savie e le vergini stolte di Giulio Aristide Sartorio, La Giovinezza di Giorgio Kienerk e La primavera classica di Galileo Chini.
Galileo Ghini La Primavera classica, 1914, illuminata da TRI-R

Galileo Chini La Primavera classica, 1914, illuminata da TRI-R

 

La tecnologia brevettata di TRI-R si avvicina a quella dello spettro solare diminuendo la componente blu della sorgente luminosa: il risultato è una luce naturale sulle opere d’arte, senza alcun bagliore e simile a quella del momento del concepimento artistico, non altera i colori e rende con nitidezza i dettagli e la texture, inoltre premette in alcuni casi l’apprezzamento delle ricche cornici. L’obiettivo di avvicinarsi alla luce solare, più “confortevole” per ‘occhio umano si unisce alla vitale importanza in ambito museale per la fedeltà cromatica, il contrasto e la protezione delle opere dal calore emanato dalle fonti luminose. La sperimentazione giapponese è arrivata a questo mediante la rimozione di raggi ultravioletti dannosi e di raggi infrarossi ad alto calore radiante, con la combinazione di Led viola e la tecnologia brevettata da Toshiba Materials per il fosforo. I colori di un dipinto sono resi in modo naturale con la luce bianca generata da TRI-R.

Giorgio Kienerk, La Giovinezza, 1902

Giorgio Kienerk, La Giovinezza, 1902

 

Il presidente di Toshiba MaterialsKumpei Kobayashi ha confermato il suo interesse per l’arte con la sua presenza all’inaugurazione della mostra in Palazzo Reale, ma TRI-R è già stato protagonista in tal senso a Milano, per la Pinacoteca Ambrosiana ha interessato alcuni capolavori di Leonardo da Vinci, di Caravaggio e di Brueghel, e lo sarà sempre più in Europa nel percorso che lo porterà ad illuminare altre eccellenti realtà museali.

Prima e dopo TRI-R de La Giovinezza di Giorgio Kienerk

Prima e dopo TRI-R de La Giovinezza di Giorgio Kienerk

 

Il dirigente ha sottolineato il significativo aumento della “brillantezza cromatica in tutte le cinque tele illuminate con TRI-R, senza sgradevoli virate su alcune tonalità di colore dominanti. Questo grazie allo spettro continuo di TRI-R, senza i picchi né le assenze di colori specifici, come ad esempio la gradazione dell’azzurro tenue della veste degli angeli nell “L’eletto” di Ferdinand Hodler, e la splendida pala d’orata del “Le vergini savie e le vergini stolte” di Giulio Aristide Sartorio. Colpisce anche la vivacità multicolore, in particolare del viola, espressa nel “La Primavera classica” di Galileo Chini.”

Giulio Aristide Sartorio Le Vergini savie e le Vergini stolte, 1890-91, a Palazzo Reale

Giulio Aristide Sartorio Le Vergini savie e le Vergini stolte, 1890-91, a Palazzo Reale

 

Altri appuntamenti milanesi recenti per il Led di nuova generazione sono stati:Expo 2015, non poteva mancare nelristorante del padiglione giapponese, dove le caratteristiche di TRI-R hanno favorito l’attenzione alle cromie dei cibi e al benessere dell’ambiente, e ilSalone del Mobile 2015 con Euroluce.

In quell’occasione il progettista Ingo Maurer ha scelto questa tecnologia per la nuova versione a Led della famosa lampada Lucellino, dimostrando la sua opportuna applicazione nel mondo dell’industrial design.

La lampada da tavolo Luccellino, design Ingo Maurer

La lampada da tavolo Luccellino, design Ingo Maurer

 

Conferma dell’importanza di TRI-R è stata la sua presenza nel marzo 2016 alla fiera Light &Building di Francoforte, la principale per l’illuminotecnica in Europa.

Spostandoci invece verso il settore medicale, l’eccezionale visibilità e individuazione del colore hanno migliorato le condizioni nella sala operatoria.

Michela Ongaretti

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INTERNI OpenBorders al Fuorisalone 2016. I chiostri dell’Università Statale con la Triennale del Design

INTERNI OpenBorders al Fuorisalone 2016. I chiostri dell’Università Statale con la Triennale del Design

Open Borders tra i più rilevanti eventi del Fuorisalone 2016.

E’ iniziato il Salone del Mobilecon il suo Fuorisalone e quest’anno anche la prestigiosa XXI Triennale Internazionale di Milano. A dare l’incipit di tutto questo lunedì ho assistito alla presentazione della mostra-evento Open Borders che coinvolge come sempre i chiostri dell’Università Statale ( un tempo la Cà Granda, XIV secolo) e l’Orto Botanico di Brera ( del XVIII secolo), visitabili fino al 23 aprile, e per la prima volta la Torre Velasca, opera avanguardistica nel 1958 e simbolo architettonico della città ora, illuminata da Audi City Lab fino al 17 aprile.

Open Borders, Ingo Maurer e Axel Schmid rivestono di luce la Torre Velasca

Open Borders, Ingo Maurer e Axel Schmid rivestono di luce la Torre Velasca

Tra queste ultime quella di Interni è alla sua diciannovesima edizione, nel 2016 esplora in senso progettuale il tema degli Open Borders, con l’invito asuperare le barriere tra le varie discipline creative: la consiglierei sempre per ogni Fuorisalone, anche in virtù delle splendide location coinvolte, monumenti simbolo della storia, dell’arte e dell’architettura milanese.Una design week di Milano ricchissima di eventi, forse troppo. Ci sono piccoli produttori più o meno innovativi, designer con sapere artigianale e per questo auto prodotti, e poi ci sono le istituzioni e gli sponsor che finanziano od organizzano grandi mostre in collaborazione con autorità del settore, eventi nei quali progettisti affermati possono presentare opere più sperimentali e fantasiose, seguendo un filo conduttore unificante per tutti i suoi protagonisti.

La presentazione di Open Borders nell'aula magna dell'Università Statale

La presentazione di Open Borders nell’aula magna dell’Università Statale

 

Moderatore-affabulatore dell’incontro è stato Philippe Daverio, per una visita virtuale delle installazioni interattive, macro-oggetti, micro-costruzioni e mostre, attraverso le parole dei suoi creatori. Io ho selezionato alcuni interventi in base alle realizzazioni personalmente più memorabili, ma consiglio di visitare ogni location.

 

Disegno dell'installazione In Out di Massimo Iosa Ghini

Disegno dell’installazione In Out di Massimo Iosa Ghini

 

L’Università Statale diventa una delle sedi ufficiali della XXI Triennale Internazionale di Milano grazie al l’installazione-mostra Casa del Viandante a cura di Marco Ferreri nel cortile del ‘700.

Le quattro casette ci portano all’antichità, quando le attività commerciali o dei pellegrini sulla penisola richiedevano lo spostamento a piedi su strade che erano per due terzi mulattiere o sentieri. La riflessione sulla pratica del camminare si avvicina al contemporaneo desiderio di riavvicinarsi alla natura quindi quello che si va a proporre si configura come un modello di albergo diffuso a basso impatto ambientale: sono quattro moduli abitativi autonomi, anche energeticamente, di circa 9 metri quadrati, con due giacigli, un tavolo e due sedie pieghevoli, una cucina e un bagno. Ogni modulo è stato poi personalizzato dallo stesso Marco Ferreri, Michele De Lucchi, Denis Santachiara e Stefano Giovannoni.

Open Borders, Empathic Fuukei di Patricia Urquiola

Open Borders, Empathic Fuukei di Patricia Urquiola

 

Nella Hall dell’Aula Magna Patricia Urquiola ha realizzato Empathic Fuukei. I pannelli “raccontano i paesaggi” come la pittura faceva un tempo, solo che oggi lo si può fare attraverso la densità dei materiali, sono superfici aperte a creare un percorso polisensoriale attraverso la sovrapposizione di materiali diversi, composti di strati visibili da Cleaf. L’architetto insiste sul concetto di vero non più legato solo al naturale, ma anche all’artificiale di nuova generazione.

Open Borders, Tower di Tchoban, Kuznetsov e Sterligova

Open Borders, Tower di Tchoban, Kuznetsov e Sterligova

Nel Cortile D’Onore.

I russi Sergei Tchoban, Sergey Kuznetsov e Agniya Sterligova hanno creato Towers che si avvicina a noi per l’idea tipicamente occidentale della torre come di un punto di riferimento per un edificio, mutevoli nella tela interattiva per il visitatore, e in dialogo verticale e orizzontale con i limitrofi palazzi e con lo spazio interno alla Statale.

Open Borders, Mad Architects con Invisible Border

Open Borders, Mad Architects con Invisible Border

 

Massimo Iosa Ghini presenta In/Out: una struttura che richiama l’architettura arcaica, anche per l’uso della pietra, racchiude un levigatissimo parallelepipedo perfetto. Come un dualismo che esprime il confine aperto dell’esistenza umana, il mostrarsi da fuori e l’individualità, come contaminazione e convivenza di polarità opposte.

Segnalo lo studio MAD Architects fondato dal cinese Ma Yansong per l’installazione Invisible Border, fasci del polimero Etfr che mutano la percezione dello spazio grazie al gioco delle superfici semitrasparenti in movimento, riflettenti il cielo di giorno e luminose di notte.

Open Borders, Parisotto e Formenton con la Stanza del Vuoto

Open Borders, Parisotto e Formenton con la Stanza del Vuoto

 

Massimo Formenton e Ado Parisotto scavalcano i confini dell’architettura per avvicinarsi alla visione cinematografica di Michelangelo Antonioni. Con La stanza del vuoto si ricrea la smaterializzazione di un luogo, con l’effetto di smarrimento e sorpresa della scena del dialogo tra Marcello Mastroianni e Monica Vitti ne film La notte : tutto questo nel rapporto tra l’esterno e l’interno, della scena o della stanza, con le pareti in vetro specchiante e i loro giochi di eco visive.

Open Borders, l'installazione Radura di Stefano Boeri

Open Borders, l’installazione Radura di Stefano Boeri

 

Nel cortile della Farmacia Stefano Boeri, l’architetto del Bosco verticale, crea Radura grazie al Consorzio Innova e la filiera del legno della regione Friuli Venezia Giulia. Luogo di decongestione pubblica per la sosta dal caos urbano, con la pedana seduta e ancora per le colonne, e l’installazione sonora di Ferdinando Arnò. Di notte diventa un circolo luminoso.

Doveroso citare Illy, da molto tempo mecenate d’arte in diversi progetti legati al brand, qui celebra nel loggiato ovest la storia di Iletta, la macchina per il caffè espresso nata ben ottant’anni fa. Si festeggia con questa mostra curata dal direttore artistico di Illy Carlo Bach anche il ventennio della X.1 per il caffè fatto in casa, in anteprima l’anniversary edition presto in commercio.

Illy per Open Borders nel Loggiato Ovest, a cura di Carlo Bach

Illy per Open Borders nel Loggiato Ovest, a cura di Carlo Bach

 

Co-producer d’eccezione è Audi Italia, che secondo le parole del direttore marketing Massimo Favaro comunica l’affinità dei luoghi e delle persone attraverso l’unione delle differenze. Con Audi City Lab In Statale, in Montenapoleone e alla Torre Velasca il progetto diffuso è untaggable, cioè fatto dalle menti che non limitano il loro campo d’azione ad una disciplina rigidamente definita.

La Torre Velasca sarà valorizzata da forme dinamiche frutto dell’incontro tra la dimensione tecnologica e quella estetica, con l’interpretazione del logo Audi diPiero Lissoni e la sua leggerezza dell’oggetto effimero. Ingo Maurer con Axel Schmid concepisce Glow, Velasca, Glow!, realizzazione tecnica di CastagnaRavelli. Il grattacielo è dipinto dalla luce ad indicare diverse zone architettoniche, la parte inferiore e la copertura “incendiate” di rosso, mentre la fascia centrale resterà di un colore scuro con alcune vivide finestre ad occhieggiare illuminate. Il city-scape diventa ancora più eccitante secondo Maurer che ama questo emblema milanese.

Open Borders all'Orto-Botanico di Brera. Vito-di Bari con My Equilibria

Open Borders all’Orto-Botanico di Brera. Vito-di Bari con My Equilibria

 

Quest’anno l’Orto Botanico sarà animato dal progetto di Vito Di Bari My Equilibria, realizzato da Metalco Active, una sorta di albero per il fitness urbano. Il sofisticato design nasconde l’alta tecnologia: la flessibilità del metallo unita alla discreta eleganza del cemento coadiuvano il desiderio di una qualità della vita migliore, spesa all’aria aperta. Sono tre strumenti ma il centraleLeopard Tree alto sette metri è l’anima principale con le sue possibili 9 isole satelliti.

Gilda Bojardi ha voluto commemorare l’archistar Zaha Hadid che nel 2011 realizzò un allestimento proprio all’interno dei Chiostri. Personaggio noto per la sua capacità superare dei limiti disciplinari restando, come il progettista dovrebbe fare di natura, out of the borders, pronto a distruggere quei limiti per raggiungere un’opera di respiro organico che accoglie la sinergia di diverse competenze.

Michela Ongaretti

evidenza Un anziano trasporta Foroba Yelen (1)

Foroba Yelen di Matteo Ferroni: luce collettiva per i villaggi rurali in Mali

Foroba Yelen di Matteo Ferroni: luce collettiva per i villaggi rurali in Mali

lampade ledBambini sotto Foroba Yelen
La settimana scorsa sono entrata nella ex chiesa di S. Carpoforo in Brera per vedere la mostra Luce4Good e ho avuto la fortuna di partecipare alla presentazione del progetto Foroba Yelen dell’architetto Matteo Ferroni.

Matteo Ferroni durante la presentazione di Foroba Yelen il 15 dicembre in Brera, ph. Kristin Man (1)Matteo Ferroni durante la presentazione di Foroba Yelen il 15 dicembre in Brera, ph. Kristin Man

L’iniziativa è della fondazione eLand creata in Svizzera da Ferroni per promuovere studi sulle culture e sui territori, da lui vengono il concept e il design, con il sostegno di FAD Fomento Arte y Diseño Barcelona e di Haus der Kulturen der Welt Berlin.

Nella zona dell’ex abside era espostol’Albero della Luce, Foroba Yelen come direbbero in Mali, territorio dove, e per il quale, è stato creato questo lampione a LED trasportabile e leggerissimo,costruito quasi integralmente con materiali recuperati, del quale spicca alla base una ruota di bicicletta.

E’ una luce collettiva per il Mali rurale, che si oppone al concetto di luce pubblica convenzionale: una sorgente condivisa per illuminare le attività soprattutto notturne più che gli spazi, mobile e non fissa. Nasce dallo studio sulle comunità del paese dove Ferroni è rimasto quasi tre anni, considerando la luce “un fenomeno culturale più che una sfida tecnologica, alla ricerca di armonia tra l’utensile, la cultura e la natura”, partendo dalle teorie di Kropotkin sulle comunità indipendenti. Il design dialoga con l’etnografia e lo studio antropologico, per rispettare e valorizzare la peculiarità della vita e del lavoro in quel preciso territorio.

Matteo FerroniMatteo Ferroni con l’Albero della Luce- Foroba Yelen

La struttura è semplice ed elegante allo stesso tempo, replicabile facilmente dai cittadini locali. Ne sono statelasciate in Africa finora 102, sparse nella comunità rurale formata da 72 villaggi, nella regione di Segou. Il progetto ha avuto una menzione d’onore al FAD Award della città di Barcellona, pubblicato dal MoMA ed esposto nella collezione permanente del Biosphere di Montreal come progetto di integrazione tra Natura e Tecnologia. L’esperienza sarà totalmente compiuta con il manuale che Ferroni sta scrivendo che conterrà le istruzioni per la fabbricazione, le pagine web per ordinare i pezzi, e tutta la testimonianza della gestione collettiva.

Sono rimasta colpita profondamente dal progetto. Intuivo immediatamente che si stava parlando, come accade raramente, dell’ incidenza reale del design sulla quotidianità. Quindi ho chiesto di poter approfondire l’argomento con Matteo Ferroni che mi ha accolto con semplicità e disponibilità il giorno dopo. Spesso quando penso a dei luoghi, concreti o mentali, angusti, inospitali e senza sviluppo logico, uso l’espressione ereditata da mia madre del cuore che si fa piccolo, invece mentre parlavo di Foroba Yelen sentivo il mio cuore espandersi, pesare per la bellezza intrinseca della sua grande umanità.

Foroba Yelen nell'orto comunitario (1)Foroba Yelen nell’orto comunitario

Nulla accade per caso e così l’architetto era partito per l’Africa per progettare un teatro per una cantante maliana nella capitale. Era la prima volta nell’Africa nera per una persona che ha abitato in diversi paesi nel mondo, Berlino, Barcellona, l’India, dove era lo aveva stimolato l’uso religioso e simbolico dell’illuminazione.

In Mali fuori dalla metropoli di due milioni di persone si trova catapultato in una realtà “indietro di 500 anni”, che lo affascina. A Bamacho aveva visto i ragazzi che di notte studiavano sotto ai lampioni e intuiva come questi di per sé potessero “diventare una biblioteca”. Insegnando all’università inizialmente voleva che un’illuminazione simile fosse un esercizio per gli studenti, ma poi decide di studiare le abitudini di vita delle aree rurali e da due mesi di permanenza si trova a fermarsi per periodi sempre più lunghi.

Foroba Yelen nella Scuola CoranicaForoba Yelen nella Scuola Coranica

Entrare nella realtà dei villaggi lo avvicina alla posizione dell’antropologo, con la differenza che per Ferroni quella disciplina è “forse su quello che c’è, mentre io ho lavorato su quello che potrebbe esserci”, più che uno studio analitico si fa guidare dalle impressioni soggettive per immaginarsi cosa potrebbe succedere sotto una luce, si vede più vicino allo scrittore che inventa una storia più che allo studioso che semplicemente analizza e riporta l’esistente. Alcune intuizioni si sono avverate, la risposta a ciò che è considerato un bisogno è stata per alcuni aspetti accolta, l’ideale si è in qualche modo avverato.

Aveva già spiegato durante il Fuorisalone 2014 che più importante dell’oggetto è la vita che scorre intorno ad esso (e ci auguriamo di rivederlo anche a Fuorisalone 2016 a Milano!). “Da noi in città è la competizione che premia, da loro nel loro mondo rurale è la collaborazione”, e le principali attività produttive sono comunitarie: il mulino, l’orto, il centro di salute, la scuola. “Per noi europei c’è l’illuminazione pubblica, derivante dalla res pubblica della cultura latino-romana concetto che non esiste in Mali mentre vive quello del bene collettivo” con le strutture a gestione cooperativa, da qui l’idea che anche la luce possa essere un bene collettivo.

Foroba Yelen e il veterinarioForoba Yelen e il veterinario

Per capire in che modo la luce potesse interagire ed essere in armonia con quello che già esiste studia i cicli produttivi e capisce che spesso le attività si legano ad un contesto magico simbolico, come la figura di alcuni artigiani ( ad esempio il forgitore che è considerato colui che domina i segreti del fuoco) e che lo spazio sociale, la vita, è sempre intorno all’ombra di un albero. Foroba Yelen si riferisce al valore simbolico dell’albero della vita, questo è il discorso antropologico più forte. L’intento è di“provare a trasformare quest’ombra in luce, prolungarla nella notte”. Alle sei c’è sempre buio, ma in Mali non hanno un ciclo veglia-sonno come il nostro, la notte è un momento importante per il lavoro soprattutto quando c’è la luna, perché di giorno fa molto caldo.

Inoltre i maliani usano strutture trasportabili: le persone si spostano con i loro utensili, su carretti, muli, carriole o spessissimo le ruote o delle bici o di un motorino, montate su un telaio con dei manici, e l’illuminazione a LED si dovrebbe adattare a questo sistema, così che per la necessità reale invece di dover installare 20 lampioni fissi ne bastino tre- quattro mobili.

Foroba Yelen nasce anche dal grande rispetto per il buio, il lampione serve ad illuminare un’attività specifica ovunque si trovi, in un luogo dove si convive e si valorizza anche l’oscurità. Serviva un cerchio definito dalla luce che permettesse di entrare e uscire da esso, come dalla protezione magica dell’albero. I lampioni pubblici per questo non funzionano, non tanto per la fissità, lo è anche la pianta, quanto per il tipo di luce: diffusa e schermata per eliminare le ombre. Invece Ferroni ha cercato l’opposto, un’illuminazione da teatro, che delimita marcatamente un perimetro, anche quando la luce lunare è così forte da abituare la pupilla a distinguere le cose, la sua accensione immediata grazie al LED delimita un cono netto, un’epifania. Per ottenere questo c’è stata una sperimentazione applicata, passata da scartati plexiglass sabbiati con carta vetrata. La temperatura colore del LED conta moltissimo: se il colore caldo si mescolava troppo agli ocra delle case, la soluzione è stata la produzione con un solo tipo di bianco.

Foroba Yelen durante la vendita della carnelampade LED -Foroba Yelen durante la vendita della carne

Nei villaggi dove sono poche le cose che ti puoi portare da casa aveva con sé solo un telefonino e un pc; ha disegnato la lampada sui quaderni che in West Africa il governo stampa per i bambini delle elementari, “una parte importante del mio progetto”.

Ferroni dice di essere una persona che ama raccogliere oggetti, così pian piano ha recuperato la batteria di una moto, la teiera in alluminio riciclato e rifondibile, la ruota della bici qui spessissimo smontata a costituire una nuova struttura: su questi oggetti trovati ha pensato all’oggetto nuovo, come è e mi piace pensarlo, un ready made funzionale, poi nel tempo ha semplificato al massimo la struttura del lampione il cui stelo, allungabile , è fatto con tubi idraulici che ” scorrono bene tra di loro e arrugginiscono poco”.

In Africa esistono pochi oggetti perché non esiste industria, ma ci sono artigiani che hanno esperienza degli utensili e del riciclo. Quello che conta per la realizzazione del lampione “non è tanto un disegno tecnico quanto un procedimento”, dove sono coinvolti gli artigiani del luogo, non quelli speciali spesso interpellati nei progetti di cooperazione, ma coloro che hannoconoscenze di base reperibili davvero in ogni villaggio: il fabbro che fa le pentole con alluminio riciclato e che in pochi minuti ha creato lo stampo per la struttura che contiene il LED, il meccanico di biciclette, chi ripara le tv per la parte elettrica, così ovunque si può fabbricare l’Albero della Luce, basta avere corrente per le saldature.

Il collettivo di donne sotto la luce teatrale di Foroba YelenIl collettivo di donne sotto la luce teatrale di Foroba Yelen

Ogni cosa si è trovata in loco, il limite di reperibilità è quello dell’unità comunale, tranne il LED che non c’è sciolto, si trovano solo moduli dei lampioni stradali che sarebbero da smontare. La parte elettrica funziona col modulo LED, un cavo del telefono fa passare la corrente dalla batteria della moto con una molla, a terra. Questa batteria si ricarica con un pannello solare, consuetudine nella zona dato che ogni villaggio ha una persona che fa il mestiere tipico di rifornire di energia: egli ha da 5 a 10 pannelli solari e una stanza piena di cavi e batterie che noleggia o con cui ricarica i telefonini o le altrui batterie.

Mi informo sulla deteriorabilità delle lampade LED: una versione è di lunghissima durata, costoso e fabbricato in Italia, ma se si dovesse rompere si può soltanto buttare. Poi Ferroni ne ha studiato uno che va assemblato là e ordinati i chip via internet; le amministrazioni spesso legate a Ong li fanno arrivare senza problemi. Chi si occupa del montaggio è colui che ripara la tv e le radio, serve la loro precisione nell’elettronica dei i fili.

A chi appartengono le oltre cento lampade a LED lasciate in Mali? Sono della collettività, del villaggio così come il mulino o l’orto, esiste un protocollo replicabile sulla luce studiato dalla Fondazione. Vengono consegnate all’unità amministrativa del Comune, che le consegna a un villaggio rappresentato da un comitato formato tradizionalmente dalle donne come nei mulini dove esiste la presidente, la vicepresidente, la tesoriera.

Un anziano trasporta Foroba Yelen (1)Un anziano trasporta Foroba Yelen

Ci sono alcuni uomini, ad esempio l’operatore per la manutenzione, che di solito è chi si occupa dell’energia. Il comitato li noleggia a individui o gruppi: principalmente sono usati per feste religiose come funerali e matrimoni, questi ultimi durano quattro giorni interi durante i quali si affitta un gruppo elettrogeno a gasolio che è un costo elevato, quindi Foroba Yelen preso come progetto di cooperazione incide anche sulla sostenibilità. Con il suo utilizzo nascono anche nuovi mestieri: “se la luce la dai al maestro e non tanto alla scuola, lui può dare ripetizioni la sera”.

La sua estetica è qualcosa di “molto africano”, nella ruota di bicicletta che però deriva anche dal ready made per eccellenza totalmente occidentale, quello di Duchamp, dove allora l’unione di pezzi con funzioni differenti cambiava il segno del prodotto finale in senso solo artistico, senza utilità. Oggi l’object trouvè ha trovato spazio in Africa per mantenere una grazia, una bellezza insita nella struttura, ma soprattutto dove il cambiamento di significato dei singoli pezzi va verso una nuova vita funzionale ad altre.

Non era necessario che L’Albero della Luce fosse bello, ma per Ferroni era importante, dice che è anatomico, si ispira all’eleganza delle figure delle donne e degli uomini del Mali, dallo loro gestualità e dai movimenti. Rappresenta un po’ il loro incedere fluido, come nell’immagine della donna che innaffia l’orto comunitario con la grazia di una moderna Madonna, o dal signore anziano vestito di rosso, accanto a lui l’albero della luce ispirato alle sue movenze.

Michela Ongaretti

Serpente di Fuoco, di Nino Alfieri,al buio, scultura da parete in legno scolpito dipinto che genera un’aura luminosa visibile sia con la luce solare che artificiale

Luce4Good. La luce di undici artisti contro il tumore al seno, nell’ex chiesa di San Carpoforo

Luce4Good. La luce di undici artisti contro il tumore al seno, nell’ex chiesa di San Carpoforo

Mostre Milano Brera: Luce4Good La luce di undici artisti contro il tumore al seno, presso l’ex chiesa di San Carpoforo .

Il 2015 è stato proclamato anno della Luce, idea e materia che ha ispirato la mostra Luce4Good Light Art Ensemble 2015, curata da Gisella Gellini, architetto e ricercatrice della cultura della luce, docente del corso Light Art e Design della Luce presso laScuola del Design del Politecnico di Milano, e Domenico Nicolamarino, architetto e docente di Light Design e Illuminotecnica all’Accademia di Belle Arti di Brera.

Pectus Terra di Nicola Boccini, installazione interattiva di sculture in porcellana con fili di rame

Pectus Terra di Nicola Boccini, installazione interattiva di sculture in porcellana con fili di rame

 

Gli artisti coinvolti hanno realizzato opere site specific sul tema “Luce, Ricerca, Vita, Donna“, sono : Nino Alfieri, Carlo Bernardini, Nicola Boccini, Marco Brianza, Leonilde Carabba, Arthur Duff, Nicola Evangelisti, Maria Cristiana Fioretti, Federica Marangoni, Marco Nereo Rotelli e Donatella Schilirò.

Skyline di Antonella Schilirò, elemento da parete in alluminio traforato e luci a LED

Skyline di Antonella Schilirò, elemento da parete in alluminio traforato e luci a LED

 

 

E’ possibile visitare la mostra solo fino a domenica venti dicembre 2015, e vi garantisco che varrebbe davvero la pena di interrompere il vostro shopping natalizio per una visita nella suggestiva chiesa sconsacrata di San Carpoforo, nel cuore di Brera.

L’ideazione e l’organizzazione generale è di Chiara Pariani, direttoremarketing & e-commerce di QVC Italia, in collaborazione con l‘Accademia di Brera,e andrà a sostegno del progetto Pink is Good della Fondazione Umberto Veronesi a favore della ricerca e della prevenzione del tumore al seno. Sarà infatti possibile acquistare le opere esposte dal valore di 2000 fino a 10000 euro, e il ricavato sarà interamente devoluto per la causa. Supportano l’iniziativa il presidente Marco Galateri di Genola e il direttore Franco Marroco dell’Accademia.

L'ex chiesa di San Carpoforo, tra i palazzi di Brera

L’ex chiesa di San Carpoforo, tra i palazzi di Brera

 

Luce4 Good continua il discorso iniziato con la prima edizione di Light Art Ensemble un anno fa; oggi non si investe soltanto in qualità artistica ma anche nella finalità di sostegno umanitario e alla scienza.

La luce rappresenta lo strumento per la vita e la conoscenza, come si legge sul sito ufficiale dell’ International Year of Light : “è di fondamentale importanza nello studio dei principi base della vita e dell’ambiente che ci circonda. La fisica e le scienze naturali nel loro complesso oggi si affidano alle tecnologie fotoniche per esplorare e capire meglio il nostro mondo“. Questa funzione è ben esemplificata dalla fruizione diqueste opere: esse permettono una vera e propria esperienza sensoriale, così che la light art simboleggi con il suo offrirsi ad un impulso estetico attivo, l’importanza dell’organo della donna da proteggere, il seno che a sua volta è simbolo della femminilità e della maternità.

Ogni artista ha presentato quindi una sua visione della malattia come tema di ricerca scientifica o della femminilità.Le diverse opere hanno racconti differenti, come lo sono le persone che si trovano a confrontarsi con la malattia del nostro secolo, ma tutte le situazioni elencate elaborano un percorso di lotta e resistenza, verso la guarigione.

Serpente di Fuoco, di Nino Alfieri,al buio, scultura da parete in legno scolpito dipinto che genera un’aura luminosa visibile sia con la luce solare che artificiale

Serpente di Fuoco, di Nino Alfieri,al buio, scultura da parete in legno scolpito dipinto che genera un’aura luminosa visibile sia con la luce solare che artificiale

 

Ho trovato interessanti, e memorabili: Nicola Boccini che raffigura esplicitamente seni in porcellana luminescente che cambia colore a seconda dell’intensità dei suoni ad essi vicini; la collina-seno di Donatella Schilirò che pareirrigata dalla luce, quella del sapere che può salvarla, Federica Marangoni realizza dal calco della sua mano, una mano in vetro di Murano aperta nel gesto di fermare la malattia, davanti ad un’insegna luminosa rossa che recita “NO” rosso. Un no che si trasforma in un “on”fiducioso nella struttura luminosa in sottilissimo tubo neon di Arthur Duff.


Nino Alfieri ha realizzato alcune opere con un serpente in legno dipinto,
collocate in una stanza a formare un’installazione dove il primo riferimento è al Caduceo di Hermes o al Colubro sul bastone di Esculapio, simboli dell’antica arte medicinale. Il serpente qui non è arrotolato ma chiuso a formare un cerchio, l’antico Uroboro simbolo dell’infinito, per alludere alla ciclicità naturale e temporale, e alle sue capacità di rigenerare e rigenerarsi, la luce è coinvolta sia nell’illuminazione dalla parete che nell’alone luminoso in vernice riflettente, visibile sia con la luce solare che artificiale.Nell’opera di Leonilde Carabba ci sono diversi riferimenti esoterici, e la guarigione è anche quella dell’anima.

Ispirato-e-dedicato-a-Raphael-il-grande-guaritore-di-Leonilde-CarabbaColori-acrilici-foglia-d’oro-vera-colori-fluorescenti-e-fosforescenti-su-tela

Ispirato e dedicato a Raphael il grande guaritore di Leonilde Carabba ,Colori acrilici foglia d’oro vera colori fluorescenti e fosforescenti su tela

 

Carlo Bernardini utilizza la metafora dell’ombra per parlarci della luce: la seconda è più forte perché riesce ad attraversare una superficie mentre l’ombra si limita a disegnarsi su di essa. Essa rappresenta il potere della conoscenza, della ricerca scientifica che vince l’oscurità del male.

La mostra è in corso appositamente durante il periodo Natalizio per riallacciarsi anche al valore mistico della lucenelle festività, forse ormai svuotate del tradizionale senso religioso ma tutt’ora vicine all’idea laica della famiglia e dell’incontro. Non dimentichiamoci molte altre culture hanno festività invernali centrate sulla simbologia della luce, ad esempio Hanukkah, Kwanzaa ecc. Inoltre esisteva la celebrazione pagana di Yule nel solstizio d’inverno, quando l’asse terrestre si inclina rispetto al sole nell’emisfero settentrionale; il sole raggiunge la massima distanza per iniziare a trovarsi progressivamente sempre più vicino nei mesi successivi, e per millenni si è festeggiata questa possibilità, questo ritorno alla luce che è messaggio di speranza e fede nella prosperità futura.

Codice Spaziale di Carlo Bernardini, Elemento da parete in fibre ottiche, OLF, plexiglas®

Codice Spaziale di Carlo Bernardini, Elemento da parete in fibre ottiche, OLF, plexiglas®

 

Un evento speciale è stata la presentazione del progetto per l’Africa ruraleForoba Yelen, al pubblico e agli studenti del corso “Light Art e Design della Luce” del Politecnico di Milano. Ne ha parlato l’ideatore, l’architetto Matteo Ferroni, che ha stimolato la mia curiosità al punto da volerlo intervistare il giorno dopo. Potete seguire su Artscore la testimonianza del suo racconto emozionante nel design vero , quello davvero utile, nel segno della luce nel continente più povero e ricco allo stesso tempo.

Ci tengo a ricordare che la Fondazione Veronesi è attiva dal 2003 per sostenere la ricerca scientifica attraverso borse di studio ai medici e ricercatori, e per la sua divulgazione, al fine di rendere patrimonio di tutti i risultati acquisiti. Per questoorganizza conferenze e incontri con relatori internazionali, pubblicazioni e campagne di sensibilizzazione, progetti per le scuole. Tra i suoi promotori scienziati ci sono ben undici premi Nobel, parte del Comitato d’Onore, il cui operato è riconosciuto a livello internazionale.

Gisella Gellini presenta gli artisti di Luce4Good

Gisella Gellini presenta gli artisti di Luce4Good

 

Il canale televisivo QVC, è da tempo collaboratore della Fondazione Umberto Veronesi e di Pink is Good. Oltre a Luce4Good, ha sostenuto la fondazione con la vendita del set di due candele rosa del marchio Price’s durante il mese di ottobre, dedicato alla prevenzione contro il tumore al seno. Il prodotto è andato sold-out in poche ore, dimostrando l’attenzione dei suoi utenti a temi sociali così rilevanti; inoltre ha dato grande spazio alla prevenzione attraverso una campagna multicanale che ha avuto la cantante Nina Zilli come protagonista, insieme alle vere “Pink Lady”, donne che hanno dato testimonianza della sconfitta del tumore.

L’ex Chiesa di San Carpoforo si trova in via Formentini 12, Milano

Michela Ongaretti

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Emanuele Dascanio, il disegno della luce e del simbolo

Emanuele Dascanio, il disegno della luce e del simbolo

Emanuele DascanioEmanuele Dascanio al lavoro mentre realizza Depositio Maddalenae

Emanuele Dascanio, il disegno della luce e del simbolo.

Si è conclusa alcune settimane fa la mostra di Emanuele Dascanio “Su la soglia della luce” presso la Fondazione Maimeri in Corso Colombo. Un amico artista mi ha mostrato alcune pagine del catalogo, e ho subito desiderato conoscere meglio l’opera di Dascanio. La mia visita è stata entusiasmante perché ho avuto una guida speciale: l’artista stesso, che mi ha accolto pronto a conversare sul suo lavoro, stupendomi con la sua personalità decisa e umile allo stesso tempo. Ha le idee molto chiare su cosa vuole ottenere con la propria tecnica precisa, e sul suo contenuto profondo, ma nonostante sia stato definito un enfant-prodige non esita nel parlare di altri grandi del suo tempo nella stessa disciplina, non ergendosi a unico interprete di quello che in tanti chiamano iperrealismo, preferendo per il suo lavoro il termine fotorealismo.

La copertina del catalogo della mostra presso la Fondazione Maimeri con l'opera Leonardo messo a nudo per me, pietra nera e grafite su carta– 2014Fondazione Maimeri – La copertina del catalogo della mostra con l’opera Leonardo messo a nudo per me, pietra nera e grafite su carta– 2014

La mostra curata da Angelo Crespi e Alessandra Redaelli è stata voluta dal Presidente della Fondazione e AD dell’Industria Maimeri, Gianni Maimeri e il Ceo di F.I.L.A. ( Fabbrica Italiana Lapis ed Affini) Massimo Candela, dopo la richiesta di Maimeri di poter utilizzare dei dipinti e disegni di Dascanio, realizzati ad hoc, per il packaging del brand Lyra. In esposizione c’erano le confezioni di pastelli, le opere originali, e quelle acquistate da Lyra ma non scelte per la distribuzione, a causa della commissione islamica che vieta l’utilizzo della figura femminile sui prodotti, nei paesi arabi. Vediamo in totale ventidue opere ben rappresentative del percorso finora intrapreso dal trentaduenne, già costellato di diversi riconoscimenti.

Con questi lavori è chiaro come l’arte sia in grado di nobilitare, (e mobilitare), un prodotto commerciale. Operazione che non è certo sconosciuta, ne tanto meno scandalizza i lungimiranti artisti della nostra epoca. Chiedo infatti a Dascanio se ritiene che le aziende possano essere collezionisti attenti, e alla risposta positiva aggiunge che di fatto gli artisti sono sempre stati a disposizione di aziende, che i mecenati dei secoli lontani erano come tali. Chi compra e investe sull’arte sono persone comuni, possono essere “postini o industriali” con intenzioni diverse. C’è chi ha un gusto per la bellezza che non è mai merce, semmai regala quel ” qualcosa in più di quello che ti aspetti di vedere”, per avvicinarsi a un’idea unica, a una visione del tutto originale e altra rispetto al vissuto quotidiano, che per un brand è una luce d’inaspettato riverbero sul proprio operato.

Emanuele DascanioEmanuele Dascanio, Divina Consonantia, pietra nera e grafite su carta Schoeller, 2014

Ci sono certo altri tipi di arte legati all’investimento, quella dettata dalle leggi del suo mercato, dove è tutta una questione di quotazioni svuotando la forma di un valore oggettivo, dove sono le parole usate che fanno vendere. Il tipo di arte propugnata e realizzata da Dascanio secondo lui stupisce perché è ancora fuori dal mercato comune, chi la desidera lo fa per gusto, unicamente.

E’ il mondo del figurativo e per Dascanio della poetica fotorealista, che parte da un’immagine creata con una composizione costruita dallo stesso artista, per ricomporla attraverso i dettagli e darle espressione attraverso il tratto, con pietra nera e grafite più spesso che col colore. La scelta sentita verso il realismo dei particolari usando una foto nasce da motivi personali, quindi fuori da una logica di richiesta del mercato: sarà che il disegnatore riconduce il suo modus operandi ad un disturbo visivo che gli impedisce di vedere da lontano, ma se gli “viene di fare esattamente questo”, io aggiungerei che è il risultato stupefacente a far sì che il suo sistema vince e interesserà anche chi non sempre è attratto dal realismo estremo.

Emanuele Dascanio, Amplecti vitae,olio su tela,2013Emanuele Dascanio, Amplecti vitae,olio su tela,2013

Il corpus dei lavori diDascanio vive di dettagli, “fino al limite della texture”, ma sente il bisogno di un dialogo con chi guarda da fuori, e lo trova nella composizione, nella visione d’insieme, così un disegno o un dipinto rappresenta il “dono ad altri della visione che non hai”.

Gli chiediamo chi considera “eccellenti” tra chi opera nel suo stesso mondo del disegno e della figurazione, dove il supporto cartaceo ha oltrepassato il millennio di splendore, e ci parla di Maurizio Bottoni, Gianluca Corona, Agostino Arrivabene, Nicola Verlato, Roberto Ferri , dove la tecnica non è fine a sé stessa ma a contenuti complessi, “sono alchimisti, dietro alla pittura c’è un pensiero poderoso”.

Il suo percorso inizia in pittura: apprende dal suo maestro Gianluca Corona ( a sua volta da Mario Donizetti), a “bottega” come un artista rinascimentale, come utilizzare strumenti, passaggi, come trattare la luce perché ” per fare prendere forma al tutto e dare poesia serve un controllo totale”, e quel controllo, quella precisione che calcola tutto fin dall’inizio è ora avvertibile nella sua disciplina più congeniale e sentita, più usata: il disegno, dove ogni velatura influenza lo step successivo, dove la grafite e la pietra nera sono armonizzate in un tratteggio continuo, leggero, che si fa gestuale a seconda del “dramma” luministico.

Emanuele Dascanio, Allegoria del Sublime, pietra nera e grafite su carta Schoeller, 2013 (1)Emanuele Dascanio, Allegoria del Sublime, pietra nera e grafite su carta Schoeller, 2013

Il suo approccio all’immagine è in primis al disegno che per Emanuele Dascanio è pittura,insieme all’aura di sacro, che è ciò che rende immortale l’immagine. In esso si vede il tempo che fa nascere e crescere l’opera, ed è inoltre popolare: “Io uso quello che le persone sanno vedere meglio”. Le figure emergono dal buio come l’apparizione su un boccascena, dove ogni particolare è in evidenza improvvisa, dalle pieghe degli abiti alla definizione di ogni singolo capello.

Per l’artista una linea rappresenta un “contrasto romantico”, che gioca sugli effetti luministici, su quel confine tra buio e luce come recita il titolo della mostra, e come si interpreta la visione di una certa pittura del cinque-seicento da Caravaggio in poi, matrice senza dubbio d’ispirazione formale e di contenuto. La sottile linea di confine delimita anche i territori del sacro e del profano, dell’antico e del contemporaneo, mettendo in comunione il “rigore fiammingo al calore del rinascimento” italiano nelle nature morte, e in quelli che appaiono ritratti ma sono sempre allegorie.

Il sacro è come ho accennato un mezzo per toccare le corde di tutti attraverso la memoria storica, è l’origine del simbolo, quindi inteso come “revival”, funzionale alla comunicazione del contenuto profondo. Il sacro è un codice che fa scattare l’ appartenenza dell’immagine all’allegoria, nella sua comprensione immediata, e la fa durare nel tempo: quest’ aspirazione all’immortalità dell’effige interessa del periodo tardo-rinascimentale, non l’emulazione di uno stile ma il suo intento di diventare icona per i contemporanei e i posteri.

Emanuele DascanioEmanuele Dascanio, Depositio Maddalenae, pietra nera e grafite su carta, 2015

L’iconografia sacra è resa al servizio di concetti universali attivati nell’osservatore contemporaneo, non è un gioco meramente estetico e combinatorio tra elementi del presente e del passato, ma intende muovere alla riflessione di ciò che siamo, oggi. Esemplare in questo senso è l’opera “Depositio Maddalenae”, tra le ultime creazioni. La grafite e pietra nera su carta uniscono i diversi linguaggi della posa classica e sacrale all’eros contemporaneo , ed è forse l’opera più postmoderna, classica e contemporanea ad un solo sguardo: una bellissima donna ricalca nel corpo scivolante verso il basso la posa di una deposizione cristiana, mentre la lingerie di pizzo non può che appartenere al presente e riporta al contesto erotico sia per la fisicità che per le lenzuola stropicciate ad arte, come una sindone. Il misticismo oggi lo si può trovare nell’eros, che può essere votato a una spiritualità immanente, in una passione che non è più quella sacrificale della religione. Il gioco duale di destabilizzazione, tra luce e ombra, sacro e profano, contemporaneo e classico avviene però in maniera leggera come il suo tratteggio stratificato; non vuole scioccare ma soltanto suggerire una visione che non finge una verità assoluta.

Tra tutte le opere di Emanuele Dascanio noto un’altra dicotomia: tra la visione del soggetto maschile e quello femminile. Il corpo riflette l’ideale ed è sempre metafora che rimanda ad altro da sé nella sua presenza scenica, quindi l’uomo è anziano perché simbolo di saggezza, di una vita intensa e intessuta di esperienze, è la “forza lavoro creatrice”, mentre le donne sono giovani e nel pieno della bellezza e fecondità in quanto comunicano la virtù o la fragilità di un’esistenza in corso di realizzazione. La maggior parte dei lavori utilizza la figura femminile, così che nella sua bellezza ideale faccia fermare lo sguardo, ipnotizza e concentra su un concetto.

Tra le allegorie laiche osservo la fanciulla di “Allegoria del sublime”, le due figure femminili inizialmente studiate per il packaging Lyra, e “Divina Consonantia”. Qui il volto della Musica porge al mondo una conchiglia, la Matematica o la perfezione dell’universo, racchiuso in alcune forme naturali, come vien ancora esemplificato nel dipinto ad olio “Amplecti Vitae”, nel quale lostupore della Natura palesato in un semplice cavolfiore è altrettanto stupefacente di un frattale.

La figura maschile che desidero citare è “Leonardo messo a nudo per me”, dove il genio, la sua storia tra le linee della barba,e le rughe del suo corpo, guarda fuori dal quadro perché tutto ciò che sta fuori si concentra nelle sue opere, la sua pittura era fatta per spiegare il suo studio sulla Natura e le sue potenzialità. Lo sguardo è rivolto a nuove idee, nuove scoperte, e pare di guardarlo attraverso uno specchio.

Sempre l’ideale della tecnica, della forza lavoro non slegata dalla genialità è simboleggiato dalle mani presenti sulle confezioni dei pastelli Lyra, logicamente e intuitivamente le mani, senza bisogno di cercare allusioni lontane o complesse perché come diceva Leonardo da Vinci “La semplicità è l’ultima sofisticazione”.

Michela Ongaretti