Teste in jeans di Afran con Involucrum

Afran. In viaggio con l’artista attraverso Involucrum, mostra personale da MAEC

Afran è stata una rivelazione primaverile: una sua scultura in mostra da Maec di via Lupetta, ci ha fatto sperare di vedere presto una sua personale per meglio indagare la sua ricerca, possibilmente con una ricchezza antologica. I nostri desideri si sono realizzati con Involucrum presso la stessa galleria fino al 25 novembre, a cura di Angela Madesani.

 

Afran a MaEc, particolare

Afran, particolare di una scultura, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Riconosciamo uno stile inconfondibile, teso a sublimare l’analisi sulla società contemporanea attraverso l’arte. Afran riflette sul presente con il linguaggio d’oggi, osservando l’esempio artistico del passato, con la capacità di materializzare un forte simbolismo mediante una plasticità schietta, data dalla confidenza del volume per la sua formazione da ceramista, nella ricombinazione di materiali di uso quotidiano come la stoffa e le cerniere per i capi in jeans, lattine o altri oggetti.

Il titolo Involucrum è emblematico: si riferisce alla classicità nella lingua latina, è la forma apollinea di tante sue sculture, ma il significato di questa parola corrisponde al contenuto del lavoro artistico di Afran, rivolto al discorso sull’apparenza del mondo odierno, al condizionamento dei nuovi mass media, al desiderio di partecipazione del suo mondo con la memoria e la storia di tanti osservatori.

 

 

Involucrum, mostra personale di Afran

Afran, i suoi nudi di jeans, sullo sfondo la scultura Scheletro di Niente, ph. Viviana Cerrato, courtesy MaEc

 

Afran è stato la nostra guida d’eccezione alla mostra, dimostrando consapevolezza dei suoi intenti e del suo percorso,  identificando il processo come una delle strutture portanti della sua poetica.

Se gli si domanda cosa c’è di Afran in una sua opera infatti risponde partendo dalle tappe di realizzazione, dallo studio delle proporzioni della scultura classica, per poi passare alla raccolta del materiale tessile che lo mette in contatto con numerose persone che donano i loro abiti. Nelle sculture realizzate intrecciando parti di jeans attorno ad uno scheletro, il materiale racchiude le storie di chi possedeva una fibbia, un’etichetta: sono le stesse persone che ad una mostra successiva riconoscono da quegli elementi il capo che hanno indossato, “ tengo molto a tutti quel rapporto umano che si stabilisce con la persona che affida un suo vestito perchè “fanno parte della mia opera”.

 

Scultura di Afran da MaEc

Afran. la sua Venere di Milo in jeans, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

All’interno però Afran nasconde un oggetto di sua scelta che mai verrà svelato e in questo modo riesce a “chiudere il cerchio”, l’illusione di un anima racchiusa nell’abito che in verità è solo simbolo di ostentazione nell’apparire si compensa nell’impossibilità volontaria di condivisione di quell’oggetto. In un mondo dove tutto è in vista regala un mistero a sé stesso e alla sua opera, qualcosa di spirituale. Insomma in una sua scultura in jeans il percorso creativo rappresenta un pezzo di memoria personale e della storia contemporanea, un’eredità dei nostri tempi che si immagina possa essere esemplificativo se qualcuno ritroverà tra cinquanta o cento anni.

 

 

Testa di Afran in mostra da MaEc fino al 25 novembre

Afran, Autoritratto per Involucrum.

 

La decisione di intraprendere una ricerca con la scultura cresce parallelamente alla scelta del tessuto jeans, che spesso il pubblico associa al suo lavoro. Ci spiega di come le intenzioni fossero di lavorare sul semplice ready made, il jeans per quello che rappresentava, interessante perché  “si usa in tutto il mondo senza confini da quando è stato inventato.Tutti indossano jeans, giovani anziani donne e bambini, dall’Africa all’Asia al Sudamerica”. Ma il gioco sta nella vestizione di nudi, il jeans disegna la figura di Veneri di Milo a figura intera, oppure di volti in sculture differenti: il passaggio è “dalla concettualità del jeans per arrivare alla materializzazione, alla scultura”. L’oggetto vestito è decontestualizzato nell’identificazione con il corpo stesso, l’apparenza coincide con la sostanza, perché nella società contemporanea noi siamo apparenza sempre.

 

Afran di fronte all'opera Tifosi senza Colore

Afran. In viaggio attraverso Involucrum, ph. Sofia Obracaj

 

Ma tra tutto ciò che indossiamo il jeans può essere logicamente assunto ad emblema della vita contemporanea, casual nel contesto di una società molto casual per l’artista, dove non vogliamo più rinchiuderci in ideologie ma sentirci liberi di interpretare a modo nostro la quotidianità. Nato in Europa la sua produzione inizialmente negli U.S.A. è spostata quasi tutta in Asia e ultimamente in Africa.. Per il fatto di riconoscersi democraticamente nel vissuto di tutto il mondo è dal punto di vista di Afran “un bellissimo ritratto della contemporaneità, che ha un valore universale così come la rappresentazione del corpo”.

Come il jeans unifica il mondo geograficamente, così il nudo ricollega epoche lontane sempre sotto forme e significati diversi. Sul corpo è stata scritta la storia della nostra percezione del mondo e anche per la riflessione di Afran è un ponte tra passato e presente, che non si limita alla contemplazione estetica ma al quale chiede di “parlare” in senso concettuale. In effetti il corpo è una delle più potenti arme simboliche di tutti i tempi, che nel novecento è stato esplorato in vario modo, spesso come metafora di un conflitto, comunicando con la sua gestualità, se pensiamo alla body art e alla performing art.

 

Afran, Involucrum, particolare

Afran, Tifosi senza colore, particolare, in mostra presso MaEc

 

Il messaggio che Afran affida al corpo costruito col jeans sta nella constatazione della necessità tutta contemporanea di personalizzazione, il vestito è l’elemento che caratterizza per lui più d’ogni altro la nostra società. Oggi desideriamo tutto sur misure: “con i nuovi mezzi di comunicazione e le applicazioni per gli smartphones cerchiamo sempre di soddisfare qualunque nostro desiderio o capriccio, di ritagliare per noi una soluzione facile a ogni problema”. Quindi rappresentare l’anatomia con un vestito così aderente non solo da coprire il corpo ma da abitarlo per diventare esso stesso un soggetto classico, estremizza la richiesta di voler avere tutto su di noi, sulla nostra misura.

 

Afran, Venere da MaEc

Involucrum, nudi di jeans e Scheletro di Niente, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Molte volte è stato chiesto ad Afran se la scelta del materiale coinvolga anche l’idea del suo recuperoSaremmo portati fuori strada visto che non si tratta di una preoccupazione primaria. Se il riciclo o il reimpiego nella formazione di un’opera d’arte si associa ad una “visione populista” del compiere un’azione per la salvaguardia del pianeta, qui la funzione del jeans o di altri materiali in effetti usati è diversa dall’originaria, ha l’esclusivo scopo di sintesi concettuale, semplicemente sono stati usati perchè congeniali al messaggio. E tanto populismo alieno all’artista moderno è racchiuso  nel termine etnico, che qualcuno ha usato ( nel 2017!) in questo contesto, limitando la comprensione del l’operato di chi è ormai volente o nolente cittadino del mondo globalizzato. E’ chiaro che non si intende negare una base culturale di partenza, la quale però convive con gli strumenti appresi in un percorso, questo termine nasconde l’attenzione alla realizzazione tecnica o all’adesione ad un gusto che dovrebbe prevalere sul suo contenuto, mentre è per Afran quest’ultimo il motore propulsivo della genesi dell’opera d’arte che si consegna all’umanità per il suo valore universale.

 

Scultura di Afran con tessuto, fibbia e cinture in jeans

Afran, un corpo sur misure presso MaEc

 

Però siamo curiosi di trovare nella sua ricerca due ispirazioni specifiche provenienti dal mondo artistico italiano e camerunense, e ci rendiamo sempre più conto della sua vocazione all’idea e al procedimento che confluisce in uno stile processuale. Dell’Italia senza esitazioni cita Bruno Munari: ciò che conta per Afran è il suo principio di poter utilizzare elementi della vita comune cambiando completamente il loro senso nella ricombinazione degli elementi nell’atto creativo. Qui è lo spiazzamento del trovare la stessa suggestione del jeans al mondo di leggerezza e superficialità della moda in una galleria, destabilizzato nella sua essenza, a materializzare la condizione dell’uomo nella società dei consumi.

Dell’Africa porta con sé non tanto un lessico quanto la necessità comunicativa sottesa all’opera, la tendenza a denunciare fatti dell’attualità mediante l’arte e i suoi simboli, “c’era un messaggio nascosto in tante opere d’arte che vengono magari in occidente sono catalogate come rituali o decorative avevano invece una forte carica di critica sociale, messaggi molto forti che venivano nascosti per sfuggire alla repressione.

 

Teste in jeans di Afran con Involucrum

Involucrum, Particolare di Tifosi senza Colore di Afran, ph. Sofia Obracaj courtesy MaEc

 

Dal corpo passiamo all’osservazione del volto: se nel primo rivive una grazia apollinea pur se destabilizzata dalla moltitudine dei pezzi di indumento, nei volti questa armonia è disintegrata, li vediamo angosciati, bloccati nell’espressione agghiacciata che corrisponde al desiderio di gridare qualcosa, e che il tessuto è una chiara limitazione alla loro possibilità di comunicare.

Conferma l’intuizione Afran che racconta come i visi siano stati i primi elementi del corpo ad essere rinchiusi nel jeans, idea particolarmente straniante se si pensa che comunemente non vestiamo in occidente il volto: l’operazione su questa parte anatomica è particolarmente inquietante perché enfatizza l’invadenza dell’abito che sta arrivando fin dove non avevamo previsto, la rappresentazione estrema del contrasto tra la superficialità “fashion” e il dolore non ascoltato.

 

Volti di Afran

Afran. Involucrum, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc, particolare

 

Il collo che fa da piedistallo a due teste ci ricorda Afran che si ispira ai rami contorti e rampicanti del glicine o di un bonsai, che con insistenza crescono alla ricerca di luce, che devono comunque in ogni caso vivere, “ è il ritratto dell’uomo d’oggi che ha perso molte sicurezze, molte verità che erano state stabilite, ma che sta cercando di uscire, di trovarne ancora. Egli sta cercando nuova luce”.

 

Dipinti pop di Afran

Afran,Little e Boy e gli altri, Involucrum, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Involucrum è divisa secondo la concezione di Afran in due parti distinte, corrispondenti nella prima e nella seconda sala al pianterreno della galleria Maec.

Prima si incontra quella monocromatica con i jeans e poi la più colorata con i quadri, sempre volutamente plastici nell’accumulazione del materiale. Ci spiega che sono “due facce della stessa medaglia: la prima sala si riferisce al mondo sempre più omologato e monotono, anche per la globalizzazione, visto che con i nuovi mezzi di comunicazione tutto è più vicino e si mischia si contamina più facilmente, risulta più povero nel perdere la sua diversità”, mentre la seconda sala racconta un universo molto più propositivo, forse in maniera esagerata. Afran ci offre un esempio chiaro:  quando si ricerca sul web una parola, trovi molti risultati anche non afferenti alla richiesta. l’informazione è così ricca da venir meno, “la profusione genera fake news”.

 

Un dipinto di Afran per Involucrum

Afran, Trump come icona della profusione informativa, mostra Involucrum

 

Questa quadreria presenta ritratti di personaggi influenti della scena contemporanea rappresentati come icone pop emergenti da lattine schiacciate provenienti da tutto il mondo, circondati da scritte. E’ un mix di medium e di parole che “ rendono il tutto complesso al punto che non si sa su che cosa soffermarsi..dove era il mio obiettivo, sul drink, sugli slogan o sul ritratto. E’ la stessa complessità che ritroviamo nei nuovi mezzi di comunicazione. Ad esempio per Kim Jong-un sotto il viso si legge “little boy”, che potrebbe essere riferito al giovane dittatore che terrorizza il mondo ma è anche il nome della prima bomba atomica scaricata su Hiroshima. Il richiamo ad un passato già conosciuto che potrebbe ripresentarsi è quindi un invito alla responsabilità di andare ad indagare nelle fonti, mentre la lattina rende l’idea della superficialità con cui “ci ubriachiamo di informazioni in maniera passiva”, Afran le utilizza di provenienza internazionale perché oggi le problematiche emblematizzate dai personaggi sono globalizzate.

 

Afran, littel Boy per Involucrum

Afran, Little Boy, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Al contrario dei volti che il jeans tende a bloccare, di questi in rappresentanza di un mito o una ideologia è come se tutto il mondo parlasse anche troppo, mancando in realtà ciò che è fondamentale sapere. Nell’esagerazione o nella limitazione espressiva le due parti si equivalgono, perché la moltiplicazione delle informazioni al punto da non poter soffermarsi su una cosa, equivale all’assenza totale.

 

Il dipinto Hasta siempre di Afran

Afran, Hasta siempre, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Scendiamo al piano inferiore della galleria per l’installazione Tifosi senza colori, composta da molte teste di jeans. Afran spiega che quest’opera può ben rispondere alla nostra curiosità sul legame tra la cultura occidentale e quella tradizionale del Camerun: gli stessi volti si ispirano sia alle maschere del popolo Fang che agli emoticons che usiamo sui nostri cellulari. L’artista vede una stretta vicinanza dei due linguaggi: “ la maschera per noi permette anche di sintetizzare dei concetti, di assumere una personalità che non abbiamo tutti i giorni. ..quando vedo un emoticon vedo le maschere per come vengono usate in Africa”. il titolo si riferisce ancora una volta alla vita mediatica, stavolta sui social networks, alle prese di posizione talvolta vengono assunte senza conoscenza o convinzione radicata “ma soltanto per esistere a tutti i costi, così ci ritroviamo ad essere tifosi ma senza un credo, senza un colore”.

 

Teste come emoticons per Afran

Afran, linstallazione Tifosi senza colori presso la galleria MaEc con la mostra Involucrum

 

Ci troviamo infine ad osservare Scheletro di Niente, unico lavoro di una terza modalità plastica di Afran. E’ un’operazione di puro ready made suggestiva, che permette di notare la perizia dello scultore nel comporre una gigantesca colonna vertebrale, con la sola ricombinazione di grucce come fossero vertebre. Siamo sempre nell’alveo della quotidianità dei rituali della vestizione del corpo, solo che qui le singole parti di “recupero” parlano da sole, con grande sintesi e “con pochissimo sforzo manuale”: il materiale impiegato rappresenta da solo il messaggio dell’opera. Afran ancora una volta mostra l’importanza dell’apparire nella nostra società, la sua forza enorme. Un potere di cui non ci rendiamo conto perchè lo vediamo da vicino, ma basta soltanto cambiare prospettiva per scoprire quanto veramente è enorme. E’ solo una gruccia per ogni giornata, ma è un animale mastodontico in una vita nella società.

Michela Ongaretti

 

Installazione e maschera di Afran, mostra Involucrum

Scheletro di Niente, in posa con una maschera di Afran, ph. Viviana cerrato courtesy galleria MaEc

 

Involucrum, mostra personale di Afran

fino al 25 novembre 2017

MA EC via Lupetta 2, Milano. Da martedì a venerdì 10-13 e 15-19, sabato ore 15-19

 

Nero e bianco per la pietra di carta. Daniela Barzaghi in mostra presso Sblu spazioalbello

Pietra e Carta. I testimoni di Daniela Barzaghi

Pietra e Carta. L’opera di Daniela Barzaghi nasce dalla contemplazione delle cose semplici. Come spesso avviene i fenomeni complessi della Storia e della civiltà lasciano traccia nella quotidianità, sulle superfici che non è difficile vedere e toccare. Le sculture in mostra presso SBLU_spazioalbello anelano a questo contatto: riproducono un incontro evocato materialmente da quanto di più famigliare possa esistere per l’uomo moderno, la carta, con quanto di più antico e testimone del tempo quale la pietra.

 

Illusione di pietra, oggetto rivetatore del passaggio umano con Daniela Barzaghi

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Particolare di un lavoro in mostra presso Sblu_spazioalbello

 

In generale gli incontri sono fondamentali per l’uomo, ancor più per la vita di un artista, che trasforma la conoscenza in materia plastica o pittorica, attraverso i segni di un modus operandi che diventa stile quando è supportato dalla ricerca continua e mai sazia. Questa conoscenza può essere diretta o indiretta, fatta dalle persone che scambiano esperienze e riflessioni o attraverso gli interessi dello studio di Letteratura, della Storia, della Scienza, delle problematiche socio-politiche del momento. Uno di questi elementi, o più di uno diventano altro, trascendono il sensibile nella mente e tra le mani di un’artista, per chi crea è materia grezza e palpitante, un ingrediente di base per l’alchimia che porta alla genesi dell’opera d’arte. Ma è o sono solo il punto di partenza, tutto il resto è ricerca, è accogliere una visione nella pratica disciplinare che può esaurirsi in un ciclo di opere o nella produzione artistica di una vita.

 

Zoom sui materiali organici che si fanno di pietra per la mostra I confini siamo noi.

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Inserti organici e di tessuto in una delle ultime opere

 

Secondo questa logica Daniela Barzaghi si è nutrita per tre decenni di carriera del contatto e dell’osservazione della Natura, non quella trovata in viaggi esotici  ma quella che accompagna lo sguardo fuori dalla finestra di casa, di terra erba pietra e foglie. Per un cuore puro e una mente immaginifica una visita in campagna è avvicinarsi all’assoluto incarnato nelle piccole cose vegetali e minerali, preziose perché raccontano la vita che è sempre stata. Sono la memoria della Terra abitata dall’uomo, dal suo passaggio continuo nella Storia.

 

La natura nella pietra artificiale di Daniela barzaghi e nella poesia di Valeria Vaccari

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Accanto alla scultura una poesia di Valeria Vaccari scritta per la mostra

 

Un altro grande testimone dell’uomo, del suo passaggio intellettuale su questa terra è la carta. Un prodotto nato con lo scopo della diffusione della conoscenza, della sua più massiva presenza nel quotidiano e nella condivisione a distanze sempre maggiori nei secoli, realizzata con materiale donato dalla Natura. La carta rappresenta un artificio, un congegno che converte il naturale effetto dei suoi singoli componenti in mano a chi la Natura la vorrebbe dominare. Così l’operazione plastica di Daniela Barzaghi può essere riconducibile ad un riavvicinamento degli elementi affini, un rituale purificatore.

 

Pietra di carta allo Sblu spazioalbello di Milano

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Due sculture della mostra “I confini siamo noi”

 

Si costruisce per togliere, per riportare alla luce il senso del mistero dell’immanenza. Bisogna accumulare molta carta, anche l’essenza dell’accumulatore è un qualità tramandata, qualcuno dice genetica, che l’artista ammette con ironia, e poi bisogna disfarsene macerando per riportarla a materia lavorabile. Quando la cartapesta diventa scultura essa si è avvicinata così tanto alla presenza selvaggia da diventarne un suo elemento caratteristico. Non uno a caso, ma quello che attraversati i millenni ancora resiste per raccontarci la sua versione degli avvenimenti inesorabili, che pur è resistita ad essi, la pietra.

 

Memoria preistorica, illusione di pietra

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Particolare di un lavoro che richiama le incisioni rupestri

 

Attraverso questa scoperta archeologica al contrario siamo riportati all’originario, agli echi della scultura arcaica nel suo granito smussato, alle voci dei primordiali artefici nei segni vicini alle preistoriche incisioni rupestri, alle rocce popolate da vegetali ribelli al terreno.  A volte la texture ricorda l’accumulazione materica di Kiefer, spesso dove la forma compiuta delle opere assume identità plastica incompiuta per distribuirsi su pannelli bidimensionali.  Qui però è la scultura ad accostarsi alla pittura, che pare voler uscire dalla superficie piatta e appare porzionata come marmo di un bassorilievo, ritrovato sotto le macerie del Tempo.

In mostra si trova un’antologia delle opere degli ultimi anni, periodo così fecondo da mostrare già il suo possibile superamento.

 

Nero e bianco per la pietra di carta. Daniela Barzaghi in mostra presso Sblu spazioalbello

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Materia moderna e senza tempo

 

Un ulteriore passaggio dopo la cartapesta è l’utilizzo degli stracci, tela prodotta da fibre come possibile solo dopo la rivoluzione industriale, è inoltre usata con una funzione nota quindi ormai scontata come cosa umana. Il punto di partenza è già nel mondo “artificiale”. La superficie ricoperta assomiglia più ad un muro e le voci che popolano parlano un linguaggio moderno fatto di segni, scritte e colori riferibili al graffito del carcerato o del ragazzino aspirante street artist, insomma si riferisce ad un’estetica più urbana, che si presenta volutamente più comunicativa e corale, più stratificata e diversificata nella moltitudine degli interlocutori. Daniela Barzaghi utilizza un tono meno sommesso, come si avverte con l’uso di colori più timbrici, quando gli antenati diventano i nonni, al punto che esiste solo una cosa da fare, andare avanti o tornare indietro, oppure spostarsi di latitudine.

 

Segni moderni sulla pietra di carta dell'artista Barzaghi

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Particolare di un lavoro recente

 

Ed ecco che appaiano delle stele o dei totem, non residuo archeologico del bosco europeo ma sogno della devozione tribale alla Madre Terra: attraverso questo riferimento al manufatto d’Africa capiamo la lirica religiosità dell’intero percorso, vediamo che la ragione profonda della ricerca si lascia trasportare non tanto dalla materia quanto dal segno, dalla traccia materiale consapevolmente celebrativa . La pietra è viva come testimone del linguaggio, non solo del passaggio umano. L’utilizzo degli stracci riconoscibili da vicino che mimano la decorazione più preziosa delle stele votive, linguaggio più contemporaneo che mai nell’intero percorso di Barzaghi perché rende visibile il concetto di riciclo e intinge di quotidiana partecipazione il rituale panteista.

 

Totem di carta come pietra, Daniela Barzaghi in mostra

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Stele votive evocano l’Africa presso Sblu_spazioalbello

 

L’intero processo dalla Carta alla Pietra, dall’Uomo alla Natura, quella che chiamiamo scoperta archeologica al contrario, torna all’attenzione originaria sul bisogno dell’anima razionale ed emozionale di dichiarare la propria esistenza. Tutto il mondo e tutti i tempi hanno visto l’uomo lasciare un segno indelebile della propria energia. Oggi come ieri viviamo per restituire noi stessi alla terra, rientriamo in Natura con il nostro artificio più potente per non essere dimenticati, il linguaggio.

Dove cercare l’essenza dell’uomo? Nella traccia suo passaggio sul mondo sensibile. Come in un racconto poliziesco di Edgar Allan Poe è sotto i nostri occhi l’indizio per avvicinarci, se non comprendere appieno il mistero.

Michela Ongaretti

Mostra personale di Daniela Barzaghi, I confini siamo noi.

SBLU_spazioalbello Via Antonio Cecchi 8, Milano

fino al 28 ottobre 2017 su appuntamento tel 02 48000291 / 333 9596874

Particolare di un dipinto in mostra alla galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella alla Galleria Rubin. Landness

Presso la galleria Rubin in via Santa Marta è in corso la mostra Landness di Maurizio L’Altrella. Assolutamente da visitare prima della chiusura del 9 giugno, per l’alta qualità dei dipinti ad olio di un artista che attraverso il colore restituisce materialmente un’atmosfera atemporale ed eterea, portatrice di una bellezza solenne.  Accompagna l’esposizione un testo critico di Emanuele Beluffi, illuminante dell’universo immaginifico della pittura a cui si riferisce.

 

Landness. Un dipinto di maurizio L'altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. In mostra con Landness alla Galleria Rubin, Second interaction between rabbit jack, snake plissken and the primal garden, 2016

 

Non sono per numerosissimi i lavori nelle due sale della galleria, e questo garantisce una fruizione lenta, come è giusto che sia, del valore pittorico, del rapimento materico e dello stimolo al pensiero nell’osservatore. Sono dipinti degli ultimi anni, scelti insieme ai galleristi per creare un’antologia dell’ultima tappa stilistica di una ricerca in continua evoluzione. Emergono due risultati della ricerca personale dell’artista, due elementi fondanti: la scelta di rappresentare quasi sempre animali e l’uso maturo e consapevole del colore, entrambi dedicati a formare un universo squisitamente esoterico.

La prima volta ho visto i dipinti di Maurizio L’Altrella in foto. Ero colpita da come la luce continuasse a riverberarsi attraverso la composizione fluida del colore, anche se non lo stavo guardando dal vivo. Quando ho osservato davvero e da vicino quella superficie l’effetto vivido del colore ad olio confermava la prima impressione mediata dalla stampa fotografica, che riusciva comunque a identificare bene l’impronta di uno stile unico e molto personale della pennellata.

Il dato saliente più eclatante nel lavoro di questo artista riguarda proprio il colore, prima di tutto. Prima di ogni giudizio od osservazione sui soggetti, sul loro mondo descritto lasciando misteriose le loro azioni, esiste la materia di cui è fatto il pittore.

 

Landness. Il grande dipinto Golden calf di Maurizio L'Altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. Landness. Il grande dipinto nell’ultima sala, Golden calf, 2016

 

Potrebbe anche non esistere un disegno preparatorio tanto la potenza del colore riesce a costruire un senso e a creare un’immagine carnalmente presente, per quanto l’esistenza dei personaggi, figure umane e animali, si affacciano alla mente da un immaginario onirico vibrante, concreto ed irreale nello stesso tempo, per come essi nell’attimo in cui si presentano vividi si sfaldano e tendono a cancellarsi nel loro palesarsi. Pare quasi che rappresentino un processo mentale della visione pittorica: attraversino una dimensione spaziale che dalla mente del pittore giungono alla nostra osservazione per dichiarare la loro presenza mutevole, in un atto di metamorfosi perenne.

 

Il territorio del colore di Maurizio L'Altrella. Landness presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. Due dipinti nell’allestimento della galleria Rubin, ph. Sofia Obracaj

 

C’è qualcosa di apocalittico nei quadri popolati spesso da uno o due soggetti, comuni nel nostro mondo ma spostati in un diverso territorio, quello ben descritto dal neologismo Landness, collocato oltre il visibile umano e terreno. Immagino essi in un mondo di sogno perché quella è solitamente una dimensione all’interno della quale noi crediamo di sentire delle sensazioni fisiche, ed è con questa sottile contraddizione che il pennello di l’Altrella fa muovere la mente dello spettatore, oltre che l’occhio che trova un senso estetico, raffinato dalla precisione della sua gestualità squisitamente coloristica. da una semplice osservazione approdiamo oltre il visibile, nel terreno spirituale e fortemente simbolico attraverso la materialità pura, che a sua volta si alleggerisce del suo peso fisico, acquisisce evanescenza nel gesto pittorico che cancella una precisa definizione delle forme anatomiche. In realtà non è il sogno ma più generalmente il trascendente ultra-terreno spiegato con gli strumenti sensibili.

 

Landness. Un dipinto ad olio di Maurizio L'Altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. Da Rubin in via Santa Marta a Milano. Eve turns away from the Earthly Paradise, 2016

 

Coerentemente con questo discorso cade la scelta degli animali come soggetti rappresentati: in primis come presenze di pura essenza, l’animale secondo le parole stesse di L’Altrella “E’”, e “Vive la luce e vive l’ombra senza giudicarle. L’animale vive la sua esistenza: non è né buono né cattivo, non si autodefinisce preda o predatore,l’animale è.” L’artista si sente unito in un rapporto di intesa intimo e profondo con gli animali, soprattutto con il cane, il suo soggetto privilegiato più rappresentato; descrive questa relazione “atavica”, cioè nel senso etimologico “trasmesso dagli antenati”, confermando così l’analisi che avvicina il significato simbolico degli animali alle filosofie religiose ed esoteriche arcaiche. Fin dalla culla delle civiltà a noi conosciute diversi animali hanno avuto una loro rappresentazione simbolico-religiosa per impersonificare personaggi soprannaturali o dei, in stretto legame con elementi naturali. L’Uomo si riflette nella Bestia come lo Spirito si identifica nella Natura: la potenza evocativa dei dipinti viene da questi rapporti antichi, nel mantenimento di una suggestione figurativa per giungere alla convinzione più universale di come la nostra sia una condizione di passaggio tra diverse dimensioni per cui “ tutti gli esseri viventi sono immortali” e… ciò che conta per un artista, più comprensibile attraverso l’estetica del colore.

 

Cani metafisici da Rubin fino al 9 giugno 2016. Maurizio l'Altrella

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. Predominanza rossa per By fire, 2014

 

Soprattutto per la figura del cane la cultura religiosa dell’Antico Egitto è  un punto di partenza nella connessione dell’animale-simbolo con altre tradizioni, prima di entrare nell’universo personale del pittore, come mi spiega: “La visione di Anubi è molto stimolante ed è in relazione con Xolotl, che per gli Atzechi era un dio che aiutava le anime nel loro passaggio verso Mictlan. Xolotl, veniva definito anche stella della sera, protettore del sole. Il cane è sempre una presenza che fa da guida e protettore.”

 

Materia e spirito in un dipinto di maurizio L'altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. In mostra con Landness alla Galleria Rubin: Two dogs the moon and the Leviathan. Luna 3, 2016

 

E’ una nebbia atavica o futuristica quella da cui emergono e riaffondano i personaggi come evocati e rimandati indietro nel non-sensibile attraverso la pittura, evocati per materializzarsi come farebbe uno sciamano nell’evocare degli spiriti, solo che qui la presenza è tutt’uno con la sua dissoluzione, perché questo simboleggiano le figure, un ponte. Sono esseri simbolici comunicanti tra due mondi nel venire rappresentati non completi, distorti nella parte anatomica corrispondente ad una espressione, il volto, non confermando quindi la loro concreta e completa esistenza nel nostro mondo terreno. Come sciamani appartengono al qui ma non ora, ad ora ma non qui, in territorio di interregno che è Landness.

Forse aiuta la collocazione in questa dimensione “altra” il fatto che ogni dipinto vive di una predominante coloristica, in un dialogo vivace e di dipendenza tra figure e sfondo, che porta verso un’identificazione simbolica tra il colore e animale-sciamano rappresentato. Questo è vero da alcuni anni della ricerca di L’Altrella soprattutto da quando la tavolozza  è più luminosa e ampliata nelle cromie, come ha notato giustamente Beluffi , abbracciando una gamma più ampia di colori, e avvicinandosi maggiormente al loro valore simbolico codificato, quindi più accessibile e universale, aggiungo.

 

Landness. Un dipinto di maurizio L'altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. In mostra con Landness alla Galleria Rubin: Paul of Tarsus falls asleep and dreams IV, 2016

 

Se le figure rappresentate sono un ponte tra la dimensione terrestre e quella ultraterrena attingendo liberamente a diverse tradizioni iconografiche, è coinvolta anche la spiritualità religiosa più vicina a noi nel tempo e nello spazio: lo intuisco e poi comprendo quando guardo un quadro più piccolo nella prima sala, dove ad essere raffigurato è un cavaliere di nome Paolo, Paolo di Tarso. Resto ipnotizzata dalle pennellate che descrivono e celano il volto, per l’intensa suggestione materica che fa apparire una sembianza fantasmatica. La folgorazione del cavaliere colpisce anche noi che comprendiamo le parole dell’artista quando dice “i soggetti si sfaldano compenetrando lo spazio che li circonda, poiché sono particelle della stessa materia”, una materia corposa e fluida come solo il colore ad olio riesce ad essere, che anela all’infinito del territorio dello spirito. San Paolo continuerà per sempre quell’attimo di passaggio, per imprimersi di luce assoluta.

Da vedere: per uscire dalla galleria ottimisti. Un pittore  italiano che lavora molto all’estero può essere presentato in Italia, ed essere apprezzato su base meritocratica della sua ricerca disciplinare, della sua capacità di suggestionare attraverso l’uso del colore.

Michela Ongaretti

 

Una bella immagine di L'Altrella al Lavoro

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. L’artista al lavoro nel suo studio

 

 

 

 

Ingresso al padiglione della Bolivia

La Bolivia a Venezia con un suo padiglione. Biennale internazionale e intercontinentale

Alla sua 57esima edizione, la Biennale d’Arte Contemporanea di Venezia ha quest’anno una partecipazione nazionale in più, la Bolivia.

 

La Scuola dei laneri ospita l'esposizione nazionale della Bolivia

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. La Scuola dei Laneri ora Padiglione di Bolivia, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Per la prima volta dalla nascita della manifestazione lo stato plurinazionale ha un suo padiglione nel centro della città lagunare, precisamente nella Scuola dei Laneri, con due artisti nazionali e un ospite europeo, rendendo davvero intercontinentale la programmatica e richiesta collaborazione internazionale per la realizzazione di un progetto artistico. Con un padiglione esclusivo finalmente la Bolivia ha la possibilità di creare dialogo tra diverse opere e artisti su una tematica specifica, L’Essenza, in un progetto unitario e originale. Colori accesi e vitalità come promette la bandiera di Bolivia accolgono il visitatore, ma i contenuti veicolati alle opere esposte sono tutt’altro che leggeri.

Il tema scelto ed esplorato dai suoi protagonisti è “L’essenza” dell’uomo nell’espressione artistica, intesa come valore da difendere e da ricercare in un mondo sempre più massificato e poco dedicato ai reali bisogni, a mantenere identità culturali e sociali. La Bolivia esplora l’essenza contemporanea, in particolare dedicando attenzione all’interculturalità e la relazione tra globale e locale con due artisti boliviani, Sol Mateo e José Ballivián, e il greco Jannis Markopoulos, scelti per il loro valido percorso artistico visto la prestigiosa occasione, e la rispondenza tra la loro ricerca e il tema proposto.

 

Le istituzioni e gli artisti presenti durante il vernissage del padiglione boliviano a Venezia

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale.Istituzioni e artisti, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia a Milano.

 

Le bandiere esposte durante la cerimonia di apertura, alla presenza del Consolato Generale della Bolivia di Milano, erano tre: oltre a quella italiana e alla nazionale, la Greca e la Tedesca in rappresentanza degli stati che hanno reso possibile il progetto con finanziamenti e supporto scientifico. Le sponsorizzazioni nazionale e internazionale più cospicue sono state rispettivamente quella Goethe Institut in Bolivia e Bernheimer Contemporary in GermaniaAd intervenire per primo José Bedoya Saenz, Direttore del Museo Nazionale d’Arte a La Paz, come Commissario generale rappresentante la Bolivia alla Biennale di Venezia del 2017 che con il supporto dell’intera equipe del Museo Nazionale d’Arte e con il sostegno della Fondazione Culturale della Banca Centrale, ha scelto il tema e si è avvalso della professionalità di due giovani curatori che hanno collaborato alla realizzazione del Padiglione: Juan Fabri, già curatore del Museo, l’italiano Gabriele Romeo, critico d’arte incaricato dello sviluppo in relazione all’ente veneziano. A partire dal concept questi tre curatori hanno lavorato di concerto, incontrandosi per la prima volta a Berlino per definire l’esposizione come scambio interculturale.

 

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Opere di Ballivian e Mateo, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Opere di Ballivian e Mateo, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Partendo dal concetto generale della 57esima Biennale internazionale “ Viva l’Arte Viva”, inteso come esclamazione entusiasta della posizione dell’artista contemporaneo, si ispira l’ideazione della mostra boliviana, dove l’atto artistico rappresenta un atto di resistenza umanistico al condizionamento del potere (economico) che schiaccia l’espressione libera e diversificata, l’identità di diverse culture e idee. Da questa base che pone l’arte tutta come una scommessa ispirata per l’umanesimo si raggiunge il cuore, il motore di ciò che muove il fare artistico, la ricerca di chi è fondamentalmente uomo tra gli uomini e continua a cercarne la ragione per cui possiamo restare tali in libertà: l’Essenza è da trovare e da difendere con gli strumenti e il linguaggio dell’arte contemporanea soprattutto da regioni latinoamericane come la Bolivia dove molti valori consumistici dell’occidente sono entrati nella quotidianità della popolazione.

 

La Bolivia a Venezia . Biennale Intercontinentale. Lincoln acefalo in una wunderkammer, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

La Bolivia a Venezia . Biennale Intercontinentale. Lincoln acefalo in una wunderkammer, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Al centro della sala l’opera di Sol Mateo, dalla Bolivia in padiglioni di altri stati, l’artista nei suoi anni giovanili aveva già partecipato ad un’edizione della Biennale Internazionale. Si presenta come una scultura che può essere semplificata nella sua lettura in senso verticale e riflette sulla condizione dell’uomo nel nostro tempo, nella quale è condizionato e scisso dalla superficialità di internet e dei social media.Questa è per Mateo “l’essenza del colonialismo” del mondo contemporaneo, espressa attraverso i mass media odierni che condizionano il nostro modo di vedere ed essere visti dagli altri impedendo la visione della vita reale e costringendoci a dare una rappresentazione positiva fittizia. L’occidente e la sua degenerazione sono rappresentati da alcune sue “icone”, come l’ormai onnipresente e qui dominante dall’alto pollice in alto dei “like” di facebook e un poco più in basso, riconoscibile ma da un numero inferiore di persone effigie scolpita del presidente americano Abramo Lincoln, simbolo dell’impero economico vincente ma divisa in due come il globo che contiene, spezzata come l’uomo di fronte al sogno americano ormai sempre meno credibile come promessa di felicità, senza testa perché il contatto tra le persone rimane immateriale nella realtà virtuale e digitale. Più in basso ancora ci sono solo macerie. Sono prive dei colori degli altri elementi dal gusto pop e su una scala gerarchica di popolarità all’ultimo posto. Chi vuole vedere o riconoscere la crisi valoriale in cui il mondo intero versa, alla costante ricerca di un’effimera notorietà? Eppure la distruzione totale ha un pregio, perché per l’artista sono ceneri dalle quali l’uomo moderno può o deve necessariamente rinascere, senza i sovrastanti modelli.

 

Genetic Mutation of Colonialism di Sol Mateo

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Genetic Mutation of Colonialism, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Tutto lo spazio e le opere in mostra per la Bolivia si integrano per avvicinarsi alla visione rinascimentale a cui si ispira tutta la manifestazione, a partire dal lavoro di Mateo nell’immagine statuaria rappresentativa che proprio dal primo rinascimento ha iniziato ad avere sempre più peso, anche se qui svuotata di senso celebrativo.

 

Gabriele Romeo , uno dei curatori del padiglione di Bolivia con Juan Fabbri e José Bedoya

La Bolivia a Venezia. Il curatore Romeo davanti all’opera di Yannopulos, ph. Sofia Obracaj, court. Consolato Generale di Bolivia

 

Come ci spiega il curatore Gabriele Romeo fondamentale chiave di lettura del padiglione è la sua integrazione con lo spazio, in relazione agli input della direzione generale della biennale di riferirsi al Rinascimento, del resto il luogo stesso appartiene a quell’epoca e oggi vogliamo cercare l’arte viva attraverso un discorso disciplinare che venne fatto agli albori della nostra modernità. Già la pianta quadrata della sala rimanda ad una concezione spaziale rinascimentale, come nella Sagrestia Nuova di S. Lorenzo progettata da Michelangelo per fare un esempio eccellente, per cui le tre sculture sono posizionate rispettando principi di proporzione ed euritmia nel luogo. Sono sculture e installazioni perchè richiamano anche il valore della scoperta che ebbero durante l’umanesimo i primi scavi archeologici che nutrirono i primi nuclei di grandi collezioni al giorno d’oggi visitabili.

 

I tessuti della danza Waka Waka secondo Ballivian

La Bolivia a Venezia con un suo padiglione. Biennale Intercontinentale. La Waka Waka di Ballivian, particolare dei tessuti, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

La necessità di chiamare un’arte “viva” secondo la chiamata a tutte le nazioni della 57esima Biennale è quella di avvicinare il pubblico sia nella fruizione che nel collezionismo e parlando di scultura essa si presenta oggi, per restare viva, sotto nuove forme che vogliono inserirsi in un contesto architettonico con un contenuto concettuale, per questo diventano installazioni. Nell’esposizione della Bolivia Il legame con il rinascimento risiede anche nell’integrazione disciplinare con l’artigianato perchè stiamo attraversando un periodo dove l’artista vuole sperimentare la sua diversità e vuole scegliere e praticare personalmente una tecnica realizzativa. con che cosa esprimerla.

 

Pajsaje Marca di Josè Ballivian

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. L’installazione Pajsaje Marka, partic., ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

José Ballivián ad esempio ha curato personalmente ogni elemento della sua opera, osservabile a sinistra della sala. la scultura riproduce la sagoma e la mole di due tori, elementi della danza andina della Waka Waka, presente nella sua folkloristica apparizione per riflettere sugli accordi e disaccordi culturali di una società multietnica e multiculturale come la Bolivia. La danza è anche la memoria storica di un cambiamento, quando la colonizzazione spagnola portò nella nazione i tori, modificando per sempre il territorio con aree destinate a coltivazioni nuove. Quando fu inventata  dalle comunità aymara l’intento era di ironizzare sugli usi e i costumi dei colonizzatori, sopra tutte le corride, ma la presentazione di un rituale coreografico qui trascende in una vera e propria scenografia che utilizza gli strumenti linguistici del contemporaneo, per affermare l’essenza nella mancata pacificazione di un processo. Siamo fatti così, eredi della contraddizione di rendere vistoso un capestro pur denunciandone la sua opposizione storica. Pur tipicamente le due teste di wakas che da un unico corpo si rivolgono a due direzioni diverse, metafora dell’incontro/scontro coloniale non contengono il corpo umano che dovrebbe continuare a farle danzare; la figura mancante del rituale prende in prestito il busto scultoreo da una parete della Scuola dei Laneri, perché l’integrazione culturale è possibile attraverso l’arte che porta l’essenza boliviana nel mondo. La scultura è viva perché animata dagli stessi elementi architettonici e mossa dal principio di integrazione disciplinare contemporaneo e rinascimentale, è uscita metaforicamente e fisicamente da uno spazio definito e statico interno all’opera, diventando una vera e propria installazione per la Bolivia a Venezia.  

 

Integrazione nello spazo delle opere scultoree con Josè Ballivian alla Biennale d'Arte

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Integrazione, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Sul fondo della sala sono esposti anche dei preziosi disegni a matita delle figure umane qui mancanti della waka waka, evocative ma non certo documentarie perché mescolano liberamente al costume tradizionale della danza le maschere della Lucha libre, anche indossate da donne.

 

Lucha Libre e waka waka nei disegni di Ballivian

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. i disegni di Ballivian, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Per quanto riguarda la grande opera sulla destra di Jannis Markopoulos sempre secondo Romeo il riferimento all’epoca rinascimentale è chiaro e consapevole perchè è come se l’artista avesse montato una wunderkammer con tanti oggetti che appaiono in una dimensione ingrandita, resi a misura d’uomo perché le scoperte della nostra contemporaneità ci fanno visualizzare in maniera più comprensibile dettagli di culture lontane dalla nostra, azzerando o riducendo molto le distanze e la comprensione, pensiamo ad esempio alla tecnologia digitale che con il semplice movimento di due dita ingrandisce i particolari di immagini a video.

 

Amphibian Spaces di Jannis Maropoulos

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Vista di Amphibian Spaces di Marcopoulos, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Per l’artista greco che ha collaborato attivamente con Goethe Institut per l’ideazione del padiglione della Bolivia,  l’Essenza è da ricercare in vari “semi” corrispondenti agli elementi preziosi di questa camera delle meraviglie, e tuttavia è dall’insieme di questa “collezione” che si forma, non dalle singole sue parti. L’Essenza Umana trascende frontiere, bandiere, lingue e religioni che caratterizzano gli ambienti ma rappresentano anche un limite culturale. La riflessione filosofica qui nasce all’interno di un concept che sviluppa al suo interno la valorizzazione incrociata di scultura e architettura, con la struttura scenografica ricavata soprattutto attraverso materiali poveri come la carta, da sempre identificativa della scrittura e quindi del linguaggio, e che manifesta la sua fragilità metaforizzando la precarietà dell’individuo nella società: diventa quindi installazione generata dallo stesso principio che muove la più contemporanea delle discipline, il design. E quest’ultimo altro non è che una evoluzione integrativa di scultura, arti applicate e architettura, fiorita dal seme rinascimentale.

 

Dettaglio dell'opera di Marcopoulos

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Amphibian Spaces, particolare, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Potete visitare l’esposizione dello Stato Plurinazionale di Bolivia presso la Scuola dei Laneri, Salizada San Pantalon 131/A. Venezia

 

Un oggetto come un seme della cultura definisce l'essenza dell'umanità

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Dettaglio di Amphibian Spaces, particolare, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Ballivian mostra gli ospiti della Biennale i suoi disegni

La Bolivia a Venezia. Ballivian mostra i suoi disegni a Giovanni Manzoni, artista italo-boliviano, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Il padiglione boliviano alla 57esima Biennale d'Arte di Venezia

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. La sala durante l’inaugurazione, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

 

Affordable Art fair, Milano 2017. Paolo Pettignani

Anche nel 2017 l’arte contemporanea è Affordable a Milano. Arte e Fiera al Superstudio Più

Nel 2017 ritorna con un pizzico in anticipo. Non sentiamo ancora l’odore di primavera quest’anno mentre la città è invasa dai manifesti rosa shocking di Affordable Art Fair, visitabile dal 10 al 12 febbraio. L’arte contemporanea accessibile è in fiera presso il Superstudio Più di via Tortona, per la settima volta, sotto la direzione di Manuela Porcu. Tornano in scena pittura, scultura, fotografia e installazioni proposte da ben 85 gallerie, inoltre nelle diverse giornate sono in programma talk di approfondimento e workshop con artisti per bambini e adulti.

 

Paolo Vergano, Affordable Art Fair 217 a Milano

Affordable a Milano, 2017. Paolo Vergnano con Evvivanoé Esposizioni D’arte

 

Parola d’ordine: Affordable. Arte accessibile in termini economici, tutte le opere sono acquistabili con un budget massimo di seimila euro, ma anche nell’intento di portare le persone ad interessarsi alle diverse proposte della produzione artistica, rendendola  alla portata di tutti, compresi coloro che ne siano attratti senza esserne degli esperti, nella fruizione più comprensibile dell’arte contemporanea, meccanismo che ci auguriamo possa continuare a svilupparsi nella realtà italiana. A Milano, in una location raggiungibile con facilità, non solo i collezionisti ma anche i semplici curiosi hanno quindi l’occasione per farsi un’idea del panorama artistico italiano e europeo in un contesto informale e vario.

 

Affordable Art Fair Milano 2017, Nicola Bergolio

Affordable a Milano 2017, Nicola Bertoglio, Zoia Gallery

 

Un week end all’insegna del talento nell’arte contemporanea come lo è stato per l’art week end di Bologna ma con una connotazione più precisa, forse più glamour e raccolta pensando alla location sempre più nota per Affordable e per il Fuorisalone fisso in aprile in concomitanza del Salone del Mobile.

Il principio su cui si basa questo format è in teoria esaltante, nato dalla mente del fondatore inglese Will Ramsay nel lontano 1999 con la prima Affordable Art Fair a Battersea Park, Londra, è stata e sicuramente continua a rappresentare un nuovo modo di collezionare l’arte contemporanea anche se Artscore si domanda, e non è l’unico interlocutore a farlo, se ad un allargamento del bacino di utenza possa corrispondere un abbassamento di qualità del prodotto e dei suoi contenuti.  In linea di massima risponde che non parliamo di “prodotto” con parametri fissi per l’arte contemporanea, e che un prezzo più contenuto può provenire dalla giovane età e iniziale carriera di un artista valido, oppure dall’utilizzo di  materiali meno costosi e di misure ridotte nelle opere. E’ certo che non stiamo ragionando sul valore di investimento tout court, ma dal valore estetico che un collezionista reputa di un’opera d’arte contemporanea, e ricordiamo che il parametro nel mercato dell’arte può crescere in seguito…ma deve pur formarsi grazie a chi crede in un talento.

 

Affordable Art Fair, Milano 2017, Lars Tunebo

Affordable a Milano nel 2017, in fiera Lars Tunebo, High in New York.

 

Detto questo non resta che cedere alla curiosità e andare a toccare con mano la situazione dell’arte contemporanea a prezzo contenuto. Potremo rimanere delusi o scoprire che nella rivoluzione di Affordable a Milano lo stato democratico dell’Arte può entrare nel nostro mondo quotidiano.

In ogni caso accanto ai giovani riconosciuti nel loro valore e a emergenti di cui sentiremo parlare, (Artscore si riserva una valutazione onesta solo dopo la visita), saranno presenti ad Affordable a Milano anche grandi nomi nel panorama dell’arte contemporanea come Ugo Nespolo, Michelangelo Pistoletto, Enrico Castellani, Piero Gilardi, Giosetta Fioroni, Altan, Paul Kostabi e Toccafondo.

 

Affordable Artfair, Milano 2017, Gian Piero Gasparini

Affordable a Milano nel 2017, Gian Piero Gasparini, Carly, 2016.

 

Le Sezioni

La consueta sezione Main prevede un rinnovamento negli attori coinvolti: tra le gallerie che ormai sono una presenza e una garanzia fissa nel 2017 entrano nel circuito realtà provenienti da tutto il mondo, con artisti dall’Australia, dal Giappone e dall’Europa dell’Est.

La novità per l’edizione 2017 è la sezione Milano Contemporary, che si focalizza sulle gallerie della città ospite. L’intento è di fare conoscere le realtà che promuovono arte contemporanea, che a dispetto di quanto in tanti credono possono anche rivelarsi accessibili. Affordable anche a Milano quindi con l’intento e l’augurio che i collezionisti nuovi, o semplicemente gli amanti dell’arte, possano venire a conoscenza dei luoghi e delle attività delle gallerie attive tutto l’anno.

 

Una foto di Tea Falco ad Affordable Art Fair a Milano nel 2017

Affordable a Milano, 2017. Galleria Gli Eroici Furori, fotografia di Tea Falco

 

ARC Gallery, Deodato Arte, Pisacane Arte, Gli Eroici Furori, Morotti Arte Contemporanea, STATUTO13 Arte Contemporanea, Alidem- L’arte della Fotografia, Spaziofarini6, Carré d’Artistes, Martina’s Gallery, Carte Scoperte , Milano Style Art, Artematta, Independent Artists.

La fotografia continua ad avere un grande seguito nella specifica sezione di cui indico le gallerie coinvolte: Capital Culture Gallery, Monteoliveto, The Bleach Box Photography Gallery, The public House of Art, Alidem- L’arte della Fotografia, Spaziofarini6, LUMAS, G2Atelier.

 

Affordable Art fair, Milano 2017. Paolo Pettignani

Affordable a Milano nel 2017, in fiera Paolo Pettigiani

 

Presente nel 2017 la sezione Young, composta di artisti under40 e gallerie emergenti come : Young Folly & Muse, Federica Morandi Art Projects, Zoia Arte contemporanea, Burning Giraffe Art Gallery, Winarts, StART UP, The Outartlet Gallery, ExpArt Studio and Gallery, Studio Ida Harm.

I Talk

Anche l’approfondimento di temi attuali per l’arte è alla portata di tutti: Affordable a Milano propone MILANO CONTEMPORARY e FALL IN ART, due cicli di incontri e conferenze con grandi personalità del settore. Nell’ area talk ogni giorno dell’edizione 2017 sono previsti i racconti ispiratori di curatori, artisti e fondazioni, coloro insomma che intorno all’arte contemporanea hanno costruito una vita e una carriera.

Alle 15,30 per MILANO CONTEMPORARY: Il 10 febbraio Elena Zaccarelli e Barbara Guidotti di Christie’s Milano parleranno di mercato e funzionamento della casa d’asta, soffermandosi anche sul boom dell’arte italiana del dopoguerra. L’11 febbraio sarà la volta di Roberto Ungaro, direttore di Pisacane Arte che spiegherà le varie attività della galleria nel territorio milanese tra cui il Progetto Milano Vola Alto. Il 12 Febbraio si potranno ascoltare Andrea Zardin (Carte Scoperte Art Gallery) e il critico Luciano Tellaroli che racconteranno dei progetti di scambio e promozione tra giovani artisti, tra Milano e il Giappone.

 

Affordable Art Fair, Milano 2017, Johan Thunell

Affordable a Milano nel 2017, in fiera Johan Thunell con l’opera Nylle

 

Alle 17,30 per FALL IN ART. Il 10 febbraio ci sarà Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, che nel 1995 trasformò la sua attività di collezionista in una vera  propria Fondazione. Il programma culturale della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo è sviluppato in collaborazione col critico Francesco Bonami: il talk verterà sulla nascita dell’ente e sulle ultime tendenze registrate nell’arte contemporanea.

 

Affordable Art fair 2017 a Milano. Stefano Bonora

Affordable a Milano, 2017. In fiera Stefano Bonora con Artakademy

 

Sabato 11 Febbraio Giorgio Fasol, uno dei più importanti collezionisti italiani, prezioso nel saper riconoscere i talenti emergenti che emergeranno, converserà con Marco Trevisan, economista pasionario dell’arte contemporanea che nel 2010 ha portato Affordable a Milano e insieme a Fasol collabora alla piattaforma di di crowdfunding Artraising.org.

Domenica 12 Febbraio i talk sono con Independent Collectors: piattaforma specializzata in mostre online, interviste e storie di collezionisti, sono questi ultimi gli ospiti d’onore, che parleranno delle nuove generazioni del collezionismo e saranno a disposizione per le domande del pubblico. Nienke van der Wal, giovane collezionista olandese che spiegherà perché ha fondato Young Collectors Circle, la piattaforma per incoraggiare i giovani ad acquistare arte. Amy Binding  discuterà dell’importanza di condividere la sua esperienza attraverso un portale, mentre Roswitha Wille parlerà del ruolo delle donne nel mercato dell’arte, e della sua collezione al femminile.

 

Affordable 2017 a Milano, Pep Marchegiani

Affordale a Milano nel 2017, Pep Marchegiani, Galleria Colonna e Hipponion Art Gallery

 

Workshop

Per Affordable a Milano ogni giorno alle 16,30 si svolgeranno diversi workshop tenuti dagli artisti proposti dalle gallerie di Milano. Deodato Arte propone il primo workshop venerdì 10 febbraio con Tomoko Nagao, sabato sarà la volta di Enrico Macchiavello per Artematta, mentre domenica 12 Gli Eroici Furori Arte Contemporanea presenta i celebri Urbansolid.

Progetti Speciali

Molto attiva quest’anno la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, a tre giovani curatori provenienti dalla CAMPO, il corso per curatori Campo della Fondazione, è stata affidata  la selezione degli Young Talents del 2017, creata per gli artisti emergenti. I loro nomi saranno una sorpresa fino alla serata inaugurale del 9 febbraio.

 

Affordable Milano 2017, Felipe Cardena

Affordable a Milano 2017, Felipe Cardena con Deodato Arte, Lost Memories, serigrafia in edizione limitata a 100 pezzi

 

Attesissima per la seconda edizione durante Affordable a Milano la Warsteiner Art Battle: una sfida a colpi di pennello e spray tra talenti nuovi del mondo della street art. I migliori arricchiranno la collezione privata di Warsteiner, partner affezionato di Affordable a Milano.

La piattaforma Art Sweet Art ideata da Laura Caruso e Saverio Verini è una novità della settima edizione di Affordable a Milano: nata nel marzo 2016 è dedicata alle residenze d’artista in abitazioni private, dove il collezionista interviene in maniera attiva nella creazione dell’opera d’arte, in collaborazione con l’artista e parte del processo creativo. Legato ad Art Sweet Art e al suo intento di interazione nuova del pubblico con l’opera d’arte, la serata inaugurale del 9 febbraio vedrà  in scena il ritratto fotografico con la performance del collettivo fotografico Pogovic Photo Circus, modificato in diretta dopo la posa di persone dal pubblico.

 

CBM IItalia ad Affordable nel 217

Affordable a Milano nel 2017. Un laboratorio di CBM Italia Onlus

Affordable a Milano è sempre più accessibile anche nell’attenzione a persone con necessità particolari.  CBM Italia Onlus, parte della più grande Organizzazione Umanitaria internazionale, parteciperà ad Affordable a Milano con i laboratori artistici e tattili Vietato non toccare, percorsi sensoriali per esplorare la realtà con la vista, il tatto e l’udito. Venerdì 10 dalle 14.00 alle 18.00 e Sabato e Domenica dalle 11.00 alle 18.00 sarà organizzato il laboratorio per partecipanti dagli otto anni in su, dove saranno esposte le opere dello scultore non vedente, ambasciatore di CBM, Felice Tagliaferri.

Sono moltissimi gli stimoli proposti il prossimo week end in fiera, e noi siamo curiosi di capire quanto l’arte contemporanea possa essere Affordable a Milano, e viceversa.

Michela Ongaretti 

 

 

Lemures alla Libreria Ibis

Mitologia e Arte Contemporanea. Lemures di Roberto Pagnani alla libreria esoterica Ibis

Durante la nostra trasferta a Bologna c’è stato anche il tempo per una peregrinazione nel centro cittadino, a caccia d’arte contemporanea. Erano aperte moltissime gallerie ma la rivelazione è stata presso la Libreria Esoterica Ibis di via Castiglione, un universo di cultura dedicato alla spiritualità, alla mitologia, alle scuole filosofiche di tutto il mondo e persino all’alchimia. E’ sicuramente parso luogo di elezione per i Lemures di Roberto Pagnani, che li espone fino al 7 febbraio, opere memori della mitologia romana, nel nome e nella poetica, declinati secondo un’estetica tutta contemporanea nella commistione di pittura, scultura e collage.

 

Libreria Esoterica Ibis- Mostra Lemures

Lemures alla Libreria Esoterica Ibis. La vetrina guarda la città

 

La mostra è stata inserita nel circuito di SetUp Plus, che ha previsto nell’ultimo weekend di Gennaio l’apertura nel centro storico di Bologna, di diversi luoghi dedicati all’arte contemporanea, in concomitanza di SetUp Contemporary Art fair e di Artefiera. E’ stato come un “fuorisalone” per usare un termine ben comprensibile a chi vive a Milano, che ha dato visibilità a chi tutto l’anno si dedica alla promozione culturale e artistica.  

La Libreria Esoterica Ibis è uno di quei luoghi trasversali, come lo sono tutti i luoghi che trasudano enormi quantità di contenuti, dove spesso accanto ai libri sono accolte opere d’arte. Logicamente l’ospitalità degli scaffali è data a chi sia in grado di presentare manufatti dedicati ad un tema coerente ai misteri affidati alla carta, ed è quasi ipnotico scorrere i titoli sul dorso di questi libri, accanto a ciò che suggerisce analisi attinenti utilizzando un linguaggio diverso. L’arte contemporanea ha molti segreti da svelare o celare, spesso non usa parole (dipende, se pensiamo a Katia Dilella ad esempio lo fa eccome), e non sempre le immagini sono esplicative attraverso la figurazione, anzi direi che non sempre sono esplicative..Insomma in questo caso a parlare sono le forme, gli accostamenti con i colori che non nascondono le forme originate dal Tempo e dalla Natura, i materiali nella loro schietta esibizione arrivano al cuore nella mitologia dei Lemures.

Mi piace pensare che questo tipo di ricerca corrisponda in musica all’intento di non far sentire tutti insieme gli strumenti di un’orchestra, ma che durante il concerto si voglia presenziare con pochi elementi, come ad esempio pianoforte tromba e clarinetto. Questi concorrono alla sinfonia dell’insieme ma  si possono percepire nella loro potenza espressiva singola.

 

Particolare di un Lemure di Pagnani

Lemures di Roberto Pagnani alla Libreria Esoterica Ibis. Particolare

 

I Lemures parlano dagli scaffali della libreria, e lo fanno con voci ancestrali, provenienti dai misteri della mitologia italica, ed è affascinante che si rivolgano a noi da questo luogo. Varcata la soglia si sente un’energia curiosa, enigmatica nei suoi molteplici contenuti spirituali ma allo stesso tempo molto accogliente, protettiva. Ogni visitatore si sentirà quasi uno scopritore delle sculture di Pagnani, in prima linea eppure nascoste, eccezion fatta dal primo dei Lemures appoggiato sul tavolo davanti all’ingresso della libreria, come una divinità pagana nel vestibolo di un tempio. Non sono però soli in questa avventura i Lemures di Roberto Pagnani, in alcuni punti accanto a loro vediamo i suggestivi e antichizzanti dipinti su tavola dell’illustratrice Octavia Monaco.

 

Mostra presso la Libreria Ibis di bologna

Lemures alla Libreria Esoterica Ibis. Opere di Roberto Pagnani e Octavia Monaco

 

In effetti Roberto Pagnani mi spiega con cura: ciò che prende il nome dagli spiriti della notte, o della morte, secondo la religione della Roma antica, qui ha una connotazione opposta, benigna e non maligna come nel passato, un valore protettivo e quasi propiziatorio. Si rispetta invece dei Lemures originari la loro essenza di esseri in perenne transitorietà tra due mondi, attraverso l’uso di materiali recuperati dalla Natura che li sta mutando.  Secondo l’interpretazione contemporanea dell’artista i Lemures rappresentano nella serie delle identità ancestrali, come totem si presentano vagamente antropomorfi, perché hanno un valore simbolico che identifica spiritualmente una persona o persone che si sentono parte di un gruppo, di una tribù. Come per i nativi americani che realizzarono i primi totem per il culto religioso.

 

Mostra Lemures alla Libreria ibis

Lemures di Roberto Pagnani alla Libreria Esoterica Ibis. L’opera principale al centro della sala.

 

I materiali allo stato grezzo sono restituiti dal mare, raccolti dall’artista ravennate nei lidi vicino al suo studio. Con questi legni, conchiglie e pezzi di plastica costruisce delle forme leggermente antropomorfe, in certi casi utilizzando tutti i materiali recuperati, in altri selezionandone solo alcuni. Per quanto riguarda il legno esigenze espressive o di composizione rendono necessaria la sua colorazione, o una semplice stesura di mordente per impedire il proseguimento dell’ossidazione operata dai chiodi di metallo in esso contenuti.  Al termine dell’intervento con i pigmenti colorati si rende talvolta necessario, al completamento di queste “forme”, un agglomerato di piccole componenti come le conchiglie, dove la plastica è scaldata con una pistola termica per permetterle di avvilupparsi agli oggetti per rivestirli di forme nuove e artificiali nella linea ondulata, trasparenti per non celarne il contenuto.  La plastica appartiene come tutti gli altri elementi al ritrovamento in stato di natura, ma è senza dubbio simbolo della modernità, una sorta di contestualizzazione del valore propiziatorio antico, quasi a dare ad esso una credibilità, una dedizione anche a noi uomini del ventunesimo secolo che ancora leggiamo libri e passeggiamo dove batte la risacca, osservandone la perfezione di un meccanismo che viene da molto lontano.

 

Libreria Esoterica Ibis e i Lemures di Roberto pagnani

Opere di Roberto Pagnani e Octavia Monaco tra gli scaffali della Libreria Esoterica Ibis

 

Ciascuno dei Lemures una volta assemblato è incollato con silicone e fissato con viti.   Le parti in legno sono quelle che più fanno pensare alla forma antropomorfa, in alcuni punti la suggeriscono, e Pagnani asseconda questa vocazione facendo uscire ancor più quell’impressione. Decide quindi di tracciare con delle sgorbie qui degli occhi, là una bocca o altri dettagli di un viso umano.

I Lemures sono un esercito, un esercito personale per l’artista che mi conferma di creare in quanto simulacri di spiriti dal valore apotropaico: sono nati per essere in molti, istintivamente concepiti per esistere come gruppo di opere pur nella non serialità, istintivamente crescono in numero rinforzando il loro potere, come totem o feticcio, “come accade quando si vuole dare una forma materiale alla preghiera”.

 

In mostra alla liberia esoterica fino a febbraio 217

Interno della liberia Esoterica Ibis con i Lemures di Roberto Pagnani

 

I Lemures sono apparsi anche negli ultimi giorni dell‘ottobre 2016 nella sala Rossa del teatro Felix Guattari di Forlì, in occasione del festival di Crisalide XXIII, sempre in buona compagnia di diversi stimoli culturali, in quel caso anche performativi. L’esercito si rinforzerà sempre più per la prossima uscita.

Michela Ongaretti

SetUp.Drawing the World, Rodriguez Gallery

Disegno in fiera con Dorota Buczkowska. SetUp nel weekend dell’Arte Contemporanea di Bologna

I fianchi molli di Bologna, per dirla come avrebbe fatto Guccini, mi hanno accolto sabato con Arte Fiera, SetUp e le molte gallerie aperte per l’occasione nel sempre vivo centro città. Ai grandi capolavori dell’arte contemporanea presso la  Fiera “istituzionale” si sono aggiunte al calar della sera le proposte di SetUp Contemporary Art Fair nella location dell’Autostazione. Tra le varie sezioni ero curiosa di vedere il progetto sul disegno Drawing the World:  è portato a Bologna da Mónica Álvarez Careaga, curatrice e direttrice di Drawing Room Madrid.

 

Drawing Room a Madrid

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. L’interno di Drawing Room a Madrid, diretto da Monica Alvarez Careaga, curatrice della sezione Drawing The World

 

Presenti quattro gallerie straniere con altrettanti artisti provenienti da paesi  dai contesti culturali differenti. Ho visto quindi Galerie Ulf Larsson da Colonia con l’artista Natarajaa, SAIDA Art Contemporary da Tétouan in Marocco con Mohamed Larbi Rahhali, la galleria Sibonet dalla Spagna di Santander ha presentato il lavoro di Teresa Moro ed infine..last but not least nella considerazione di Artscore, la Rodriguez Gallery che a dispetto del nome porta dalla Polonia l’artista Dorota Buczkowska.

 

Teresa Moro, Siboney Gallery

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Vista della parete con i lavori di Teresa Moro

 

Dalla nascita di SetUp Contemporary Art Fair, a Bologna l’arte contemporanea non dimentica il disegno, ma pone la disciplina al centro del confronto su un tema portante. Per questo abbiamo scelto Drawing the World, perchè anche per noi il disegno rappresenta il nucleo di ogni progetto artistico.Sia esso visibile o meno, figurativo o astratto, esso è la definizione di un’idea attraverso la linea, è il pensiero che si fa immagine costruita, e che dalla notte dei tempi continua ad emozionarci portando la riflessione sul mondo su un piano estetico. A SetUp l’arte contemporanea vista e scelta da Monica Alvarez è accomunata dalla “presenza del disegno come mezzo fondamentale per la concezione o cristallizzazione” dell’opera dei quattro artisti in fiera.

 

SetUp Contemporary Art Fair, Saida Art Contemporain presenta Mohamed Larbi Rahhadi

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Drawing The World-Mohamed Larbi Rahhali, OMRI, Saida Art Contemporain

 

Nello specifico di Drawing the World II, l’azione del disegno si mostra contaminata da altri linguaggi e supporti come la fotografia e l’installazione, ibrido nel suo ricongiungersi ad intenti culturalmente distanti dall’arte contemporanea, individuati nella fotografia di documentazione tout court per Dorota Buczkowska e nell’artigianato tradizionale  marocchino per Mohamed Larbi Rahhali.

Se l’arte contemporanea si rivolge alla riflessione cerebrale o emotiva, lontana da una necessità di mimesi con il reale, il disegno qui si rapporta alle diverse attività umane per immaginare un altro mondo rimescolando le carte espressive con quelle tradizionalmente assegnate ad una disciplina concreta, finalizzata ad uno scopo preciso e funzionale.

 

Setup, Natarajaa con Ulf Larsson Galerie

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Particolare di Void, Natarajaa, Ulf Larsson Galerie

 

Pensando al tema portante di SetUp, l’Equilibrio definito anche dal suo opposto come motore di un cambiamento, non possiamo che vederlo riflesso nei lavori dei quattro artisti di Drawing the World II. A Bologna il disegno di Natarajaa è segno umano eliminato, presente nella sua assenza, distrutto da fuoco, pioggia o da altri materiali insoliti per lasciare solo la traccia di grafie generate da elementi naturali; al contrario Teresa Moro fa materializzare la presenza dell’uomo nell’impronta che lascia su oggetti di uso quotidiano, rappresentati in maniera più tradizionale con disegni a gouache. Affermazione dell’esistenza nel suo non rivelarsi, trova Equilibrio nell’immanenza della trasformazione. Il lavoro di Mohamed Larbi Rahhali appare più pacificato nel suo rapportarsi all’installazione, moltiplicando piccole porzioni di universi disegnati e colorati sulla superficie interna di scatole di fiammiferi. L’Equilibrio  tra la mano artigianale e la soggettività dell’arte è ritrovato nel gesto ripetuto e ogni volta diverso nella scenografia dell’insieme.

 

A Year In sanatorium, Dorota Buczkowska con Rodriguez Gallery di Poznan

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Dorota Buczkowska, A Year In sanatorium con Rodriguez Gallery di Poznan

 

Dorota Buczkowska si concentra sulla percezione della realtà: nella sua osservazione psiche e fisiologia, emozione e corporeità sono accostati e fatti convivere secondo un ’Equilibrio del limite, come se qualcosa fosse portato alle conseguenze più estreme, ma sempre prima di arrivare alla rottura o alla predominanza di uno dei due elementi.

Quando ho visto One Year in Sanatorium ho pensato che le foto fossero abitate da fantasmi, ed in effetti il disegno “infesta” la resa oggettiva della documentazione. Il progetto dal titolo emblematico si basa sulla raccolta di fotografie appartenenti, davvero o per la finzione che fa parte del gioco, ad un sanatorio in Norvegia. L’intervento grafico che  opera su di esse, con inchiostro, grafite o altri strumenti, aggiunge una nuova dimensione all’immagine. Sia questa dimensione fisica, mentale o emotiva, essa trasferisce lo stato mentale dei soggetti ritratti,caratterizzato da un misterioso senso di occlusione e paura, nella sfera del visibile concreto. Il disegno dà voce emozionale alla documentazione, stravolgendone il senso nella direzione che più aggrada all’idea del disegnatore, e le persone catturate dall’obiettivo nella Storia diventano attori di un teatro tutto contemporaneo. Buczkowska dichiara che  One year in Sanatorium ha questo titolo perché si riferisce al trattamento utilizzato per alleviare i sintomi di malattie croniche, così la raccolta è formata dalla rappresentazione di stati simili al disturbo, e al contempo dell’antidoto ad essi. L’artista cammina in bilico su una fune sottilissima dove la vita e la sua prematura necrosi si toccano, dove disgusto e delizia, atto sessuale ed emotivo non vogliono separazione.

 

SetUp, Dorota Buczkowska, a Year in a Sanatorium

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Dorota Buczkowska, a Year in a Sanatorium, 2013, Rodriguez Gallery

 

La galleria Rodriguez di Poznan ha proposto a SetUp una seconda serie di questa creativa multidisciplinare che usa mescolare pittura, scultura fotografia e disegno, sostenuta come One Year in a Sanatorium dall’ Istituto Polacco di Roma.

The Way Back si dedica  ancora una volta al riflesso fisico e materiale di uno stato mentale, solo che stavolta la struttura circolare del suo disegno esplica il processo stesso della creazione artistica.

 

The Way Back di Dorota Buczkowska, particolare

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Dorota Buczkowska, Particolare della serie The Way Back

 

La descrizione di un cerchio ha sempre fatto parte della preparazione accademica, qui utilizzato non più come elemento immutabile, ma come dimostrazione che anche nel più rispetto dello standard nella forma esiste sempre un margine anche minimo di personalizzazione, dove questi cerchi prendono vita secondo caratteri “vitali” unici tali da avvicinarsi all’umanità. La matericità stessa è data dal confronto o conflitto tra la pittura e il disegno nel suo medium principale che è la carta: quando la pittura ad olio si attacca alla speciale sottilissima carta ne risultano macchie che accentuano le caratteristiche “personalità” componenti i due materiali: l’olio così diretto e fisicamente invadente, la carta così fragile e tendente alla trasparenza.

Sempre che l’Equilibrio non ci abbandoni speriamo che Artscore possa continuare a trovare il disegno nell’Arte contemporanea. Magari a Bologna tra un anno.

Michela Ongaretti

SetUp Contemporary Art Fair, galleria Metroquadro presenta Nicola Malnato

SetUp Contemporary Art Fair 2017. Week end d’Arte Contemporanea a Bologna.

Mancano pochi giorni alla quinta edizione di SetUp Contemporary Art Fair.

Dal 27 al 29 gennaio Artscore si potrà avventurare nelle sale dell’Autostazione dedicate alla manifestazione in piazza XX settembre a Bologna. L’apertura in fascia serale, dalle ore 17, renderà l’atmosfera ancora più festosa ed informale favorendo l’afflusso di pubblico cittadino. Bologna apre quindi l’art week end di Bologna con SetUp accanto alla più istituzionale ArteFiera: se per la seconda manifestazione l’interesse è più rivolto ai grandi nomi e agli storicizzati, quello che attira dal 2013 SetUp è proprio la presenza di nuove leve, puntando sul qualità e  nuovi stimoli della scena emergente italiana ed internazionale.

Logo e tema di SetUp Contemporary Art fair, edizione 2017

Logo e tema di SetUp Contemporary Art Fair, edizione 2017

 

Per quanto non comprendiamo la denominazione “indipendente”, siamo lieti di ritornare nella città emiliana per le nuove proposte della Fiera d’arte più giovane d’Italia, con il suo format arricchito dai diversi premi collaterali e per un numero di gallerie partecipanti sempre maggiore rispetto alle precedenti edizioni. Nell’edizione 2017 potremo vedere il lavoro di sessanta gallerie, quindici delle quali provenienti dall’estero.

Sul carattere urban style della location abbiamo già avuto modo di esprimerci ritenendola di fascino, è sempre lodevole cambiare la vocazione di un luogo cittadino di passaggio quotidiano soprattutto se è l’Arte ad animarla per un breve periodo, ma la qualità dell’esposizione è limitata nella sua fruibilità, proprio a causa della destinazione d’uso originale ed evidente dell’edificio.

 

SetUp Contemporary Art Fair, DiegoZangirolami, La-veneranda reliquia, CragChionoReiSova ArtGallery

SetUp Contemporary Art Fair, Diego Zangirolami, La veneranda reliquia, per Crag-Chiono Rei Sova ArtGallery

 

Come ogni Fiera d’Arte di rispetto la quinta edizione di SetUp muove la sua selezione a partire da un tema guida che quest’anno le due organizzatrici Simona Gavioli e Alice Zannoni, e il comitato scientifico composto da Silvia Evangelisti e Diego Bergamaschi hanno individuato nell’Equilibrio, esplicitato anche attraverso la sua opposizione. Secondo l’interpretazione di Kierkegaard la mancanza di staticità si rivela motore dell’esistenza perciò “Osare è perdere momentaneamente l’equilibrio, non osare è perdere se stessi”, intento fatto mission per SetUp Contemporary Art fair. La lettura del mondo contemporaneo attraverso l’arte può quindi può manifestarsi nel gioco dialettico complessivo dei diversi esponenti che rendano il valore sia della proporzione, dell’armonia, della simmetria, che dell’eccesso, dinamicità di forze e forme, azione e persino sbilanciamento. L’indagazione secondo queste logiche dovrà riguardare il presente nella condizione economica, sociale, politica, delle relazioni, geografica ma anche fisica, tecnologica, formale e di identità.

 

SetUp Contemporary Art Fair, Sensi Arte presenta Nicola Bertellotti

SetUp Contemporary Art Fair, Nicola Bertellotti, There mains of the day,  galleria Sensi Arte

 

Set Up ha posto delle domande ben consapevole della estrema eterogeneità delle risposte degli artisti e dei progetti curatoriali presenti: Esiste, perciò, l’equilibrio? Quanto dura? Cosa significa essere in bilico? Ci può essere equilibrio etico? Il progresso è equilibrato? Il libero arbitrio è equilibrato? L’identità di schieramento produce uno sbilanciamento? L’attrazione è un’oscillazione? Come si manifesta? Lo ha fatto perché crede che il fascino della cultura contemporanea stia nella sua contraddizione.

Secondo la vocazione del format questi interrogativi sono posti agli espositori seguendo la logica di far interagire le figure dell’artista, del curatore e del gallerista.

 

SetUp Contemporary Art Fair, Galleria La Linea presenta Michele Guidarini

SetUp Contemporary Art Fair, Michele Guidarini, Rotten-Jump, Galleria La Linea

 

I progetti esposti sono suddivisi in cinque categorie:Main Section, Solo Show, Drawing the World II, P(I)IGS CAN FLY e S.O.S SetUp Open Space.

La Main Section chiama a proporre un progetto curatoriale con almeno un artista under 35, presentato da un testo critico di un curatore under 35. Riunisce le gallerie italiane ed estere secondo quello che risulta ormai essere un format consolidato di SetUp, spingendo alla massima interazione artista, curatore-critico, gallerista. Insieme a questo artista le gallerie esporranno la loro intera “scuderia” per presentare la propria visione e scelta del mondo artistico contemporaneo.

 

SetUp Contemporary Art Fair, sezione SOS, F05

SetUp Contemporary Art Fair, sezione SOS, Vinz Feel Free, F05

 

In ordine alfabetico vedremo: 3)5 ArteContemporanea (Sipicciano Graffignano – VT), A100 Gallery (Galatina – LE), A-Space gallery (Rheinfelden – Svizzera), Addaya Centre D’Art Contemporani (Maiorca – Spagna), ART and ARS Gallery (Galatina – LE), BBelgravia arte contemporanea (Bologna), BI-BOx Art Space (Biella), BONELLILAB (Canneto sull’Oglio – MN), Cartavetra (Firenze), CASA FALCONIERI Centro di ricerca e sperimentazione (Cagliari), Città dell’Arte (Venezia), CRAG – CHIONO REISOVA ART GALLERY (Torino), Eggers 2.0 Let’s do it together (Torino), Etra Home Gallery (Napoli), exfabbricadellebambole (Milano), Falcinella Fine Art (Mantova), FEDERICO RUI ARTE CONTEMPORANEA (Milano), Galleria B4 (Bologna), Galleria 13 – arte moderna e contemporanea (Reggio Emilia), Galleria 33 (Arezzo), INCREDIBOL – Erika Deák Gallery (Bologna – Budapest), Il Cerchio e Le Gocce (Torino), InConnection Art Center (Orte – VT), ISCULPTURE (San Gimignano – SI), LuxLuxury Group (Bologna-Miami-Dubai – Abu Dhabi-Doha), MARTINA’S GALLERY (Giussano –MB), metroquadro (Torino), MuseoNuovaEra (Bari), PORTANOVA12 (Bologna), SENSI ARTE (Colle Val d’Elsa–SI), spaghettiparty.it (Udine), Spazio Espositivo EContemporary (Trieste), Spazio Lavit (Varese), Stefano Bartoli (Vezzano sul Crostolo –RE), Vibra Spazio contemporaneo di idee (Ravenna), Viridian Artists (New York), VV8 ARTECONTEMPORANEA (Reggio Emilia).

 

SetUp Contemporary Art Fair, Martinas Gallery presenta Stikki Peaches

SetUp Contemporary Art Fair, Stikki Peaches, Martina’s Gallery

 

Solo Show intende presentare i progetti di sei gallerie che mostrano il lavoro di un unico artista, italiane ed internazionali.

Partiamo da lontano con la State of The Art Gallery and Magazine di Clermont (Florida), insieme ad ABC arte Bologna Cultura (BO), ADD-art (Spoleto – PG), Galleria La Linea (Montalcino – SI), STUDIO 38 CONTEMPORARY ART GALLERY (Pistoia), Stefano Bartoli (Vezzano Sul Crostolo – RE).

Le categorie Solo Show e Main Section concorrono per il Premio SetUp, per artisti e i curatori under 35, il vincitore sarà deciso dalla giuria composta dal comitato scientifico unito al Comitato Direttivo, Simona Gavioli e Alice Zannoni.

 

SetUp Contemporary Art Fair, galleria Stefano Bartoli presenta Alessandra Zini

SetUp Contemporary Art Fair, Alessandra Zini, Atterraggio sulla Terra, galleria Stefano Bartoli

 

Il progetto P(I)IGS CAN FLY a cura di Eleonora Battiston, riunisce cinque realtà internazionali, cinque stati denominati dall’acronimo PIIGS caratterizzati da economie deboli e situazioni di debito pubblico:per riagganciarsi al tema di SetUp 2017, sono luoghi dove è venuto meno l’equilibrio sociale, politico ed economico ripercuotendosi nell’ambito culturale con notevoli tagli economici, ma dove non è mancata continuità nella produzione artistica di alto livello, anche in reazione all’instabilità, generando nuovi contenuti e suggerendo tematiche ad interpretare con nuove visioni la situazione in corso  A Set Up  ecco quindi la Spagna con le gallerie Blanca Soto di Madrid e Artizar di TenerifePortogallo, il Portogallo con Módulo–Centro Difusor de Arte di Lisbona, la Grecia con ALMA GALLERY di Atene,  e l’Irlanda con Steambox Gallery di Dublino.

 

SetUp Contemporary Art Fair, sez. PIIGS, Artizar presenta Jose Luis Serzo

SetUp Contemporary Art Fair, sez. PIIGS, Jose Luis Serzo, Teatrorum-nocturno, galleria Artizar

 

Drawing the World II è la categoria di Mónica Álvarez Careaga, curatrice e direttrice di Drawing Room Madrid, che ha selezionato quattro gallerie di fama internazionale per presentare altrettanti artisti provenienti da paesi diversi, accomunati dalla pratica del disegno come disciplina fondamentale per la costruzione delle opere e per l’interpretazione del mondo. Le gallerie sono: Ulf Larsson Galerie di Colonia, la Rodriguez Gallery di Poznan, Saida Art Contemporain di Tetouan e della Galleria Siboney di Santander, e gli artisti Natarajaa dall’India, la polacca Dorota Buczkowska , il marocchino Mohamed Larbi Rahhali  e Teresa Moro da Madrid.

 

SetUp Contemporary Art Fair, sez. Drawing The World, Rodriguez Gallery presenta Dorota Buczkowska

SetUp Contemporary Art fair, sez. Drawing The World, Dorota Buczkowska, One year in sanatorium, Rodriguez Gallery

 

S.O.S SetUp Open Space è una novità del 2017, la sezione funziona come spazio per 9 progetti sperimentali, e valorizza artisti che siano innovativi e rivoluzionari attraverso il proprio linguaggio. A promuovere e presentare questi artisti saranno Artegiro (Conzano – AL), C.A.C.C.A Centro per l’Arte Contemporanea sulla Cultura Alimentare (Bologna), Collaterart A.P.S. (Salerno), Current (Milano), Peninsula (Berlino), Polisonum (Roma), PrintAboutMe (Torino), Vinz Feel Free (Valencia – Spagna), (Bolzano).

E’ la sezione che comprende gli iscritti al Premio Alviani ArtSpace, per il quale la galleria di Pescara si impegna a dare davvero spazio in galleria durante la stagione 2017-2018, in linea con la sua finalità di ricerca e di contaminazione tra linguaggio artistico e tecnologico.

 

SetUp Contemporary Art Fair, Artegiro presenta Talaatharb, sez. SOS

SetUp Contemporary Art Fair, SOS, Talaatharb, Pink, per Artegiro

 

Gli altri premi in programma saranno:  il Premio Residenza Casa Falconieri che offrirà dieci giorni all’artista vincitore per lavorare all’interno dello Studio Casa Falconieri, nel cuore della Sardegna, e il Premio fotografico Tiziano Campolmi. Quest’ultimo sarà suddiviso in due fasi, prima la selezione avverrà attraverso i like espressi sulla pagina facebook del premio, in seguito una commissione in carne ed ossa, composta dal presidente dell’associazione Campolmi Andrea Benericetti e dal direttivo di SetUp, sceglierà tra i cinque lavori selezionati dal pubblico online.

 

SetUp Contemporary Art fair, Arredamento a cura di Camisa11

SetUp Contemporary Art fair, arredamento area relax e bookshop a cura di Camisa11, Volta Rosso

 

Ulteriore novità, fuori dalle categorie espositive di SetUp ma perfettamente in linea con gli interessi di ARTscore, è HANDOVER, dove l’equilibrio sarà esplorato nel suo confine tra arte e design. Handover significa letteralmente staffetta e l’intento è in effetti quello di passare le conoscenze o la sensibilità necessaria a far funzionare una sfera creativa rispetto all’altra, nell’orientamento ad esempio del designer si accoglie una visione scultorea o pittorica dell’oggetto progettato. Ciò che ne risulta è un pezzo di art-design, che dopo l’approccio culturale che lo determina va oltre la sua funzionalità. Sono aziende di design di rilievo ad aver aderito a questo esperimento di mostrare la vita donata al design dall’arte, Alessandra Francesca Borzacchini,Camisa 11 Design, StoneLab Design Gumdesign, Walter Vallini.

Il design sarà protagonista anche nella Collectors Lounge, con spazi esclusivi per un numero collezionisti. il merito dell’allestimento va a Gianpaolo GAZZIERO, del noto tempio del design e arredamento a Bologna; pietre miliari del design saranno a disposizione grazie alla prestigiosa collaborazione con Cappellini.

 

SetUp Contemporary Art Fair, galleria Sensi Arte presenta Elisa Mearelli

SetUp Contemporary Art Fair, Elisa Mearelli, Il sogno di Icaro, galleria Sensi Arte

 

Sono molti i progetti speciali quest’anno, per lasciarvi alcune sorprese ci limitiamo a segnalare l’opera K17 di Fabrizio Fontana all’ingresso, presentata da Ars and Ars di Galatina, un Kalashnikov enorme rivestito di piccoli giocattoli, ironicamente feroce nel suo messaggio.

D’obbligo citare l’omaggio ai 50 anni di Corto Maltese, in concomitanza con la grande mostra sull’eroe a fumetti presso Palazzo Pepoli a Bologna, con la proiezione dello Speciale e delle prime apparizioni televisive, a cura di Andrea Losavio in collaborazione con gli eredi del disegnatore Secondo Bignardi.

 

SetUp Contemporary Art Fair, galleria Bonelli Lab presenta Anna Stella Zucconi

SetUp Contemporary Art Fair, Anna Stella Zucconi, Barbie is not dead, galleria Bonelli Lab

 

L’atrio dell’’Autostazione torna nel 2017 ad essere interessato dall’Area Talk, con il suo ampio programma originale e gratuito, costituito da 13 interventi tra incontri, conferenze e tavole rotonde, sempre sul tema dell’Equilibrio. Una sezione parlerà dei progetti per Le capitali della cultura Mantova, Pistoia e Matera e l’equilibrio nell’arte contemporanea, quelli già realizzati e quelli ancora da produrre, a cura di Serena Achilli, curatrice indipendente e Direttore artistico di Algoritmo Festival.

La seconda sezione è Remember The Future, un format di contenuti itineranti, appendice al festival Voglia di Vintage di Mantova, a cura di Fabio Lucarelli.

 

SetUp Contemporary Art Fair, Luigi Petracchi, galleria MMXII presenta Luigi Petracchi

SetUp Contemporary Art Fair, Luigi Petracchi, LuxLuxory, galleria MMXII

 

L’Area Bookshop e Area editoria gestita da Agenzia Nfc: quest’anno accanto a cataloghi e libri d’arte troveremo i quaderni d’autore in edizione limitata, creata ad hoc per la manifestazione. Oltre alla consolidata partnership con Exibart l’Area Editoria vedrà poi le nuove collaborazioni con Urban Magazine, Edizioni del Rio e Art Bag, progetto editoriale ideato da Alessandra Alliata Nobili ed Emiliano Zucchini.

 

Il programma è piuttosto intenso..vi basta per una serata a Bologna?

 

Michela Ongaretti

 

SetUp Contemporary Art Fair, galleria Metroquadro presenta Nicola Malnato

SetUp Contemporary Art Fair, Nicola Malnato, The importance of breathing. Dreaming a Whale, galleria Metroquadro

 

SetUp Contemporary Art Fair, Saida Art Contemporain presenta Mohamed Larbi Rahhadi

SetUp Contemporary Art Fair, sez. Drawing The World-Mohamed Larbi Rahhadi, OMRI, Saida Art Contemporain

 

SetUp Contemporary Art Fair, Galleria La Linea presenta Michele Guidarini

SetUp Contemporary Art Fair, Michele Guidarini, DADA, Galleria La Linea

 

Martin Disler ritratto dall'artista Giovanni Manzoni Piazzalunga

L’omaggio di Cannaviello al disegno furioso di Martin Disler

L’omaggio di Cannaviello al disegno furioso di Martin Disler

 

Martedì 10 gennaio sono stata per la seconda volta presso la nuova sede dello Studio D’Arte Cannaviello, qui ho visto una delle ultime mostre interessanti del 2016, la delicata opera onirica di Sofia Rondelli, e sempre qui ho avuto la fortuna di trovarmi al cospetto della produzione degli anni ottanta e novanta dello svizzero Martin Disler.

 

Martin Disler visto dall'artista Giovanni Manzoni Piazzalunga

Martin Disler visto dall’artista Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

L’omaggio all’artista, a poco più di vent’anni dalla sua dipartita, arriva da Enzo Cannaviello che lo apprezzò e lo scelse da proporre al pubblico e al mercato italiano fin dal 1980, data della sua prima personale nella galleria. Ho avuto modo di sfogliare cataloghi che testimoniano la continuativa collaborazione in altre mostre nel corso degli anni, con l’apporto critico che accorda interesse per la sua ruvida ed espressionistica violenza del segno, la voluta costruzione di un linguaggio che rifiuta ogni velleità decorativa a favore della gestualità immediata.

 

Martin Disler, acrilico e carboncino su carta, 1989, ph. Sofia Obracaj

Martin Disler, acrilico e carboncino su carta, 1989, ph. Sofia Obracaj

 

Per mettere in evidenza, e portare all’attenzione di chi non lo conosce, la sua poetica nella sua necessità di fare emergere anche con l’uso di colore il tratto veloce e istintivo, si è scelto di presentare una retrospettiva delle opere su carta. Il supporto era prediletto perché congeniale ad un’esecuzione rapida, al concatenarsi di segni frenetici intorno ad un’idea e alle forme spesso facenti emergere la figura umana, poche linee a suggerirne un peso ed un volume, con l’esplosione di vigorosi e nervosi altri segni a darne un movimento in parte avvolgendola e in parte celandola.

 

Martin Disler, acrilico e carboncino su carta, 1989

Martin Disler, acrilico e carboncino su carta, 1989

 

Troviamo come è giusto che sia una selezione ristretta e coerente a questa visione, in totale una ventina di lavori anche su grande formato, dove accanto a pennellate e linee a carboncino o grafite e pennarello notiamo l’intrusione della stampa a monotipo usata come tecnica additiva nella logica di sovrapposizione e accostamento di tutto ciò che partecipa al flusso creativo, vorticoso, di chi non ha usato la carta come materiale preparatorio perché non concepisce fase preparatoria.

L’atto è tutto, l’arte è azione che scuote nel suo manifestare l’esibizione del suo processo, del suo farsi come atto iniziale e finale.

 

Tritico su carta di Martin Disler, in mostra allo Studio d'Arte Cannaviello, dove si nota l'uso del monotipo. Ph. Sofia Obracaj

Trittico su carta di Martin Disler, in mostra allo Studio d’Arte Cannaviello, dove si nota l’uso del monotipo. Ph. Sofia Obracaj

 

Tritico su carta di Martin Disler. Ph. Sofia Obracaj

Trittico su carta di Martin Disler. Ph. Sofia Obracaj

 

La dimostrazione del valore  di queste carte per l’artista stesso viene dal fatto che sono state intelaiate con cura per presentarsi come opere finite, pronte per l’osservazione inquieta di chi le voglia scrutare.

Cannaviello mi parla dei suoi esordi come “street-artist” ante-litteram per l’Europa, quando nella pulitissima e ordinata Zurigo realizzò dei dipinti murali dal forte intento provocatorio. Lo conosceva bene il gallerista, aveva seguito l’artista che pur rifiutando l’accademismo inseguendo la volontà di “dipingere male” e di non andare incontro al gusto del pubblico “aveva attraversato di diversi linguaggi espressivi del nostro tempo”, ponendosi come rivoluzionario e anticipatore di un linguaggio nella solitudine del suo personale processo creativo e nel rifiuto della modernità e dei suoi strumenti.

 

Visita alla mostra di Martin Disler, opera realizzata a grafite e pennarello su carta intelaiata, 1981. Ph. Sofia Obracaj

Visita alla mostra di Martin Disler, opera realizzata a grafite e pennarello su carta intelaiata, 1981. Ph. Sofia Obracaj

 

Il gesto primitivo e istintivo che lo portava a realizzare quelli che possono sembrare scarabocchi infantili era funzionale nel suo movimento continuo alla messa in crisi dello spazio del tempo. Emergono così puri come apparizioni i suoi temi ricorrenti, crudamente proposti senza descrittività, sono squarci di sentimenti ancor più violenti perché frammentari, come incontenibili e urgenti di tutta la loro irrazionalità soggettiva, la morte la sessualità. Argomenti senza tempo, fuori e dentro il tempo atavico: non c’è nostalgia nel suo “primitivismo” perchè non ha bisogno di cercarlo nel lontano passato trovandolo invece nell’animo dell’uomo che non può nascondere la sua natura selvaggia, non a chi considerava l’atta artistico una “ribellione romantica” come confidò a Demetrio Paparoni nel 1994. La modernità è smascherata con la soggettività brutale che informa la sua pittura, la sua scultura e la sua letteratura, dove lo stato naturale dell’essere umano è violento in quanto vivo.

 

Disegni di martin Disler in mostra presso lo Studio d'Arte Cannaviello, ph. Sofia Obracaj

Disegni di Martin Disler in mostra presso lo Studio d’Arte Cannaviello, ph. Sofia Obracaj

 

Vista della mostra "Martin Disler- Opere su Carta, ph. Sofia Obracaj

Vista della mostra “Martin Disler- Opere su Carta, ph. Sofia Obracaj

 

Anche quando le linee tratteggiano corpi stilizzati o parti di essi, queste figure trasudano sempre una carnalità accesa che emerge da una lussureggiante selva di segni, e tendono ad accostarsi o congiungersi ritualmente tra loro, de-componendosi nel loro movimento verso un’altra forma. La carne, o l’atto sessuale esplicito non fa differenza perchè entrambi presenti allo stato di Natura, evoca l’irrefrenabilità vitale e rivela allo stesso tempo il suo limite esistenziale nel disfarsi, nell’avvicinarsi all’idea di Morte. In questo la ricerca di Disler si avvicina alla poetica di Francis Bacon come egli stesso riconosceva,  per l’evocazione della dialettica tra dolore e gioia, vita e morte impressi e rivelati dall’anatomia sensuale.

 

Acrilico e carboncino in un lavoro di Martin Disler, in mostra fino al 18 febbraio presso lo Studio d'Arte Cannaviello

Acrilico e carboncino in un lavoro di Martin Disler, in mostra fino al 18 febbraio presso lo Studio d’Arte Cannaviello

 

Vista con gli occhi di oggi la pittura di Disler, dove il pennello segue la stessa forsennata e veloce scrittura di grafite e gessetti, pare avere assimilato la lezione espressionista di area germanica, interesse già avvertibile dalla sua giovanile unione al gruppo “Neue Wilde”, e si pensa ad un’influenza di Vlaminck e Kirchner in primis, mentre Munch o Ensor sono idealmente vicini nell’idea di trasfigurare il volto per rivelare il disagio sotto l’apparenza di normalità.

 

Un momento durante la vernice della mostra di Disler, Enzo cannaviello parla con alcuni ospiti, ph. Sofia Obracaj

Un momento durante la vernice della mostra di Disler, Enzo cannaviello parla con alcuni ospiti. Ph. Sofia Obracaj

 

Durante l'inaugurazione del 10 gennaio presso lo Studio d'Arte Cannaviello, ph. Sofia Obracaj

Durante l’inaugurazione del 10 gennaio presso lo Studio d’Arte Cannaviello, ph. Sofia Obracaj

 

Durante la visita penserete che esiste una forma di bellezza nelle opere su carta di Disler, è un vortice lucido e passionale allo stesso tempo, che non uno sguardo di considerazione non malevola sull’uomo per quello che dalla notte dei tempi ha ritualizzato, l’azione per l’affermazione della sua esistenza.

L’invito è a raggiungere lo Studio d’arte Cannaviello entro il 18 febbraio per questo protagonista del ventesimo secolo. In Piazzetta Bossi 4 a Milano.

Un ringraziamento speciale alla disponibilità e professionalità del prof. Enzo Cannaviello, dell’artista Giovanni Manzoni Piazzalunga e all’insostituibile fotografa Sofia Obracaj

Michela Ongaretti

Artscore da Cannaviello

Artscore visita la mostra Martin Disler-Opere su carta presso lo Studio d'Arte Cannaviello, ph. Sofia Obracaj

Artscore visita la mostra Martin Disler-Opere su carta presso lo Studio d’Arte Cannaviello, ph. Sofia Obracaj

Natividad di Manu Invisible in Piazza Duomo

Street Art sulle barriere antiterrorismo. Un’occasione poco sfruttata dal Comune di Milano

Street Art sulle barriere antiterrorismo. Un’occasione poco sfruttata dal Comune di Milano

 

Durante le feste natalizie uno spettro si aggirava per Milano. Quello del TerrorismoDopo l’episodio di Berlino del 19 dicembre, il Comune ha pensato di piazzare alcuni new-jersey antisfondamento nei punti nevralgici e di maggior transito di persone della città. La necessità di impedire l’ingresso a qualunque mezzo si è però subito trasformata in una possibilità per gli street artists di esprimere la propria creatività in maniera legalizzata, anzi con l’invito esplicito delle autorità a ricoprire di graffiti le barriere anticarro.

 

Una barriera anticarro decorata in Piazza Duomo

Una barriera anticarro decorata in Piazza Duomo

 

Tutto è partito da Piazza Duomo, allargandosi a macchia d’olio con gli interventi sull’asse verso la Darsena, poi nella zona, sempre ritenuta ad alto rischio attentati, tra il quartiere Isola e piazza Gae Aulenti.

 

Streetart sui new jersey. Vista da Piazza Fontana verso Palazzo Reale

Street art sui new jersey. Vista da Piazza Fontana verso Palazzo Reale

 

Leggo da fonte ANSA che si tratta di “ Un’iniziativa del Comune di Milano per scongiurare la paura del terrorismo con l’arte”.

A parte che la funzione dell’arte non mi pare sia quella di scongiurare timori, per quanto per qualcuno la bellezza può avere una funzione consolatoria sulle brutture del mondo e dei new-jersey in cemento in zone ricche di beni architettonici di pregio, e a parte che queste strutture non sembrano dare una gran parvenza di reale sicurezza in presenza di un kamikaze ben camuffato da turista, il risultato di questa operazione artistica lascia un po’ a desiderare.

 

Murale di Max Gatto verso Piazza Cordusio

Murale di Nemesi in Piazza Duomo verso Piazza Cordusio

 

Il patrimonio artistico della città poteva davvero arricchirsi se si fossero coinvolti artisti che presentassero ai passanti un progetto interessante, magari con un concorso pubblico rivolto a chi proponesse immagini ben costruite con la perizia tecnica di chi ha padronanza delle principali tecniche artistiche usate nella street art, stencil e bombolette al servizio di contenuti identificativi di una ricerca, realizzati con lo stile maturo di molti protagonisti della scena urbana.

 

Natividad, il murale di Manu Invisible in Piazza Duomo a Milano

Natividad, il murale di Manu Invisible in Piazza Duomo a Milano

 

Invece in pochi giorni la fretta ha colmato queste “pareti libere”, senza una logica di valorizzazione delle forze creative cittadine, ma con l’illusione di un lavoro ben fatto notato dalla popolazione. Ecco le parole dell’assessore alla Sicurezza Carmela Rozza : “abbiamo deciso di partire con l’iniziativa subito dopo la cattura di Anis Amri a Sesto San Giovanni, per far vivere un Natale più sereno ai cittadini nonostante l’insidia terrorismo”.

Il fine è politico e sopra ad ogni cosa, se pensiamo che la vista di molti di questi murales è coperta parzialmente dalle barriere in ferro e dai cartelli stradali che invitano al passaggio laterale, come ben si vede in Piazza Fontana.

 

Difficile scorgere un murale dietro la segnaletica in Piazza Fontana

Difficile scorgere un murale dietro la segnaletica in Piazza Fontana

 

Non è privo di una certa grazia, per quanto non eccezionale, l’intervento in Piazza Duomo di Manu Invisible, lo street artist sardo che si presenta con una maschera nera lucida , residente da un mese e mezzo in città e qui presente con altre opere. Nella piazza centrale Manu ha realizzato “Navidad”, una sorta di Presepe che simboleggia la Famiglia con i profili di due renne, madre e figlio, colorati al loro interno seguendo sfumature cromatiche. L’artista definisce il soggetto come metafora del calore famigliare in un “periodo storico colmo di crudeltà e violenza”, inserendosi coerentemente nel programma demagogico della giunta comunale.

 

Il cosiddetto gatto del New Jersey in Piazza Fontana

Il cosiddetto gatto del New Jersey in Piazza Fontana

 

Manu Invisible è intervenuto anche sulle barriere di Piazza Fontana, accanto ad un gatto in bianco e nero firmato Jennifer che copre solo una piccola porzione del cemento armato, e con un pappagallo e vegetazione tropicale ai piedi del Bosco Verticale, uno dei più nuovi ed imponenti edifici residenziali della renovatio urbanistica tra l’Isola e il centro Direzionale verso Porta Garibaldi, progettato da Stefano Boeri. 

 

Il pappagallo di Manu Invisible sotto al Bosco verticale, foto ANSA

Il pappagallo di Manu Invisible sotto al Bosco verticale, foto ANSA

 

Altri street artists protagonisti dell’iniziativa comunale che segnalo sono: Frode con la raffigurazione di un riccio “simbolo di amicizia e spensieratezza”, e Berto 191 con il suo paesaggio boschivo tra il cemento.

Certo non è tutto inutile dal punto di vista della sicurezza, almeno non potrebbe passare un camion come a Berlino con la tragedia dei dodici morti e quaranta investiti; tutti sono interventi che perlomeno alleggeriscono la vista delle strutture, ed è sicuramente lodevole il tentativo di rendere meno opprimente, di sdrammatizzare la presenza non solo dei new jersey ma dei militari in tenuta mimetica, mitra e camionetta nelle diverse postazioni. Però l’augurio è che la cosiddetta operazione “Muri Sicuri”, parte del complessivo e più continuativo piano “Muri Liberi”, non resti soltanto la disponibilità di metri da riempire, ma diventi un terreno d’azione per writer italiani ed europei con un progetto site specific più strutturato, che presenti esempi di qualità.

 

Fronde tropicali sulle barriere di Piazza Fontana

Fronde tropicali sulle barriere di Piazza Fontana

 

Grande, indiscriminata libertà è lasciata ai graffitari con l’unico limite di non essere offensivi verso religioni, paesi, persone ed organi di Stato, mentre ci si aspetterebbe una mobilitazione artistica che davvero faccia pensare prima ai soggetti raffigurati che al loro supporto.

Per fortuna questo è solo l’inizio, sul sito del comune di Milano è disponibile l’elenco completo delle pareti disponibili. Con l’augurio di vedere delle aree investite da un vero e proprio progetto.

 

Da PiazzaVerso via Orefici, il murale di La Pupazza

Da PiazzaVerso via Orefici, il murale di La Pupazza

 

Per ora posso solo dare informazione del posizionamento dei new-jersey di “Muri sicuri”, pensando che se dovesse verificarsi quanto previsto e accettato comunemente nella storia dell’arte di strada, cioè un futuro intervento copra senza regole quanto già lasciato allo sguardo, questo possa essere uno stimolo a nuove visioni.

Trovate le barriere: in Via Dante – Piazza Cairoli, Via Dante – Via Meravigli, Piazza Duomo – Via Mazzini, Piazza Duomo – Via Manzoni ,Piazza Duomo – antistante via Carminati, Piazza Duomo – Piazza Fontana, Piazza Gae Aulenti – Via De Castillia, Piazza Gae Aulenti – Corso Como, Largo Gino Valle (area Portello), Piazza Cantore – Viale Papiniano, Piazza XXIV Maggio (lato Darsena).

Michela Ongaretti