Teste in jeans di Afran con Involucrum

Afran. In viaggio con l’artista attraverso Involucrum, mostra personale da MAEC

Afran è stata una rivelazione primaverile: una sua scultura in mostra da Maec di via Lupetta, ci ha fatto sperare di vedere presto una sua personale per meglio indagare la sua ricerca, possibilmente con una ricchezza antologica. I nostri desideri si sono realizzati con Involucrum presso la stessa galleria fino al 25 novembre, a cura di Angela Madesani.

 

Afran a MaEc, particolare

Afran, particolare di una scultura, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Riconosciamo uno stile inconfondibile, teso a sublimare l’analisi sulla società contemporanea attraverso l’arte. Afran riflette sul presente con il linguaggio d’oggi, osservando l’esempio artistico del passato, con la capacità di materializzare un forte simbolismo mediante una plasticità schietta, data dalla confidenza del volume per la sua formazione da ceramista, nella ricombinazione di materiali di uso quotidiano come la stoffa e le cerniere per i capi in jeans, lattine o altri oggetti.

Il titolo Involucrum è emblematico: si riferisce alla classicità nella lingua latina, è la forma apollinea di tante sue sculture, ma il significato di questa parola corrisponde al contenuto del lavoro artistico di Afran, rivolto al discorso sull’apparenza del mondo odierno, al condizionamento dei nuovi mass media, al desiderio di partecipazione del suo mondo con la memoria e la storia di tanti osservatori.

 

 

Involucrum, mostra personale di Afran

Afran, i suoi nudi di jeans, sullo sfondo la scultura Scheletro di Niente, ph. Viviana Cerrato, courtesy MaEc

 

Afran è stato la nostra guida d’eccezione alla mostra, dimostrando consapevolezza dei suoi intenti e del suo percorso,  identificando il processo come una delle strutture portanti della sua poetica.

Se gli si domanda cosa c’è di Afran in una sua opera infatti risponde partendo dalle tappe di realizzazione, dallo studio delle proporzioni della scultura classica, per poi passare alla raccolta del materiale tessile che lo mette in contatto con numerose persone che donano i loro abiti. Nelle sculture realizzate intrecciando parti di jeans attorno ad uno scheletro, il materiale racchiude le storie di chi possedeva una fibbia, un’etichetta: sono le stesse persone che ad una mostra successiva riconoscono da quegli elementi il capo che hanno indossato, “ tengo molto a tutti quel rapporto umano che si stabilisce con la persona che affida un suo vestito perchè “fanno parte della mia opera”.

 

Scultura di Afran da MaEc

Afran. la sua Venere di Milo in jeans, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

All’interno però Afran nasconde un oggetto di sua scelta che mai verrà svelato e in questo modo riesce a “chiudere il cerchio”, l’illusione di un anima racchiusa nell’abito che in verità è solo simbolo di ostentazione nell’apparire si compensa nell’impossibilità volontaria di condivisione di quell’oggetto. In un mondo dove tutto è in vista regala un mistero a sé stesso e alla sua opera, qualcosa di spirituale. Insomma in una sua scultura in jeans il percorso creativo rappresenta un pezzo di memoria personale e della storia contemporanea, un’eredità dei nostri tempi che si immagina possa essere esemplificativo se qualcuno ritroverà tra cinquanta o cento anni.

 

 

Testa di Afran in mostra da MaEc fino al 25 novembre

Afran, Autoritratto per Involucrum.

 

La decisione di intraprendere una ricerca con la scultura cresce parallelamente alla scelta del tessuto jeans, che spesso il pubblico associa al suo lavoro. Ci spiega di come le intenzioni fossero di lavorare sul semplice ready made, il jeans per quello che rappresentava, interessante perché  “si usa in tutto il mondo senza confini da quando è stato inventato.Tutti indossano jeans, giovani anziani donne e bambini, dall’Africa all’Asia al Sudamerica”. Ma il gioco sta nella vestizione di nudi, il jeans disegna la figura di Veneri di Milo a figura intera, oppure di volti in sculture differenti: il passaggio è “dalla concettualità del jeans per arrivare alla materializzazione, alla scultura”. L’oggetto vestito è decontestualizzato nell’identificazione con il corpo stesso, l’apparenza coincide con la sostanza, perché nella società contemporanea noi siamo apparenza sempre.

 

Afran di fronte all'opera Tifosi senza Colore

Afran. In viaggio attraverso Involucrum, ph. Sofia Obracaj

 

Ma tra tutto ciò che indossiamo il jeans può essere logicamente assunto ad emblema della vita contemporanea, casual nel contesto di una società molto casual per l’artista, dove non vogliamo più rinchiuderci in ideologie ma sentirci liberi di interpretare a modo nostro la quotidianità. Nato in Europa la sua produzione inizialmente negli U.S.A. è spostata quasi tutta in Asia e ultimamente in Africa.. Per il fatto di riconoscersi democraticamente nel vissuto di tutto il mondo è dal punto di vista di Afran “un bellissimo ritratto della contemporaneità, che ha un valore universale così come la rappresentazione del corpo”.

Come il jeans unifica il mondo geograficamente, così il nudo ricollega epoche lontane sempre sotto forme e significati diversi. Sul corpo è stata scritta la storia della nostra percezione del mondo e anche per la riflessione di Afran è un ponte tra passato e presente, che non si limita alla contemplazione estetica ma al quale chiede di “parlare” in senso concettuale. In effetti il corpo è una delle più potenti arme simboliche di tutti i tempi, che nel novecento è stato esplorato in vario modo, spesso come metafora di un conflitto, comunicando con la sua gestualità, se pensiamo alla body art e alla performing art.

 

Afran, Involucrum, particolare

Afran, Tifosi senza colore, particolare, in mostra presso MaEc

 

Il messaggio che Afran affida al corpo costruito col jeans sta nella constatazione della necessità tutta contemporanea di personalizzazione, il vestito è l’elemento che caratterizza per lui più d’ogni altro la nostra società. Oggi desideriamo tutto sur misure: “con i nuovi mezzi di comunicazione e le applicazioni per gli smartphones cerchiamo sempre di soddisfare qualunque nostro desiderio o capriccio, di ritagliare per noi una soluzione facile a ogni problema”. Quindi rappresentare l’anatomia con un vestito così aderente non solo da coprire il corpo ma da abitarlo per diventare esso stesso un soggetto classico, estremizza la richiesta di voler avere tutto su di noi, sulla nostra misura.

 

Afran, Venere da MaEc

Involucrum, nudi di jeans e Scheletro di Niente, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Molte volte è stato chiesto ad Afran se la scelta del materiale coinvolga anche l’idea del suo recuperoSaremmo portati fuori strada visto che non si tratta di una preoccupazione primaria. Se il riciclo o il reimpiego nella formazione di un’opera d’arte si associa ad una “visione populista” del compiere un’azione per la salvaguardia del pianeta, qui la funzione del jeans o di altri materiali in effetti usati è diversa dall’originaria, ha l’esclusivo scopo di sintesi concettuale, semplicemente sono stati usati perchè congeniali al messaggio. E tanto populismo alieno all’artista moderno è racchiuso  nel termine etnico, che qualcuno ha usato ( nel 2017!) in questo contesto, limitando la comprensione del l’operato di chi è ormai volente o nolente cittadino del mondo globalizzato. E’ chiaro che non si intende negare una base culturale di partenza, la quale però convive con gli strumenti appresi in un percorso, questo termine nasconde l’attenzione alla realizzazione tecnica o all’adesione ad un gusto che dovrebbe prevalere sul suo contenuto, mentre è per Afran quest’ultimo il motore propulsivo della genesi dell’opera d’arte che si consegna all’umanità per il suo valore universale.

 

Scultura di Afran con tessuto, fibbia e cinture in jeans

Afran, un corpo sur misure presso MaEc

 

Però siamo curiosi di trovare nella sua ricerca due ispirazioni specifiche provenienti dal mondo artistico italiano e camerunense, e ci rendiamo sempre più conto della sua vocazione all’idea e al procedimento che confluisce in uno stile processuale. Dell’Italia senza esitazioni cita Bruno Munari: ciò che conta per Afran è il suo principio di poter utilizzare elementi della vita comune cambiando completamente il loro senso nella ricombinazione degli elementi nell’atto creativo. Qui è lo spiazzamento del trovare la stessa suggestione del jeans al mondo di leggerezza e superficialità della moda in una galleria, destabilizzato nella sua essenza, a materializzare la condizione dell’uomo nella società dei consumi.

Dell’Africa porta con sé non tanto un lessico quanto la necessità comunicativa sottesa all’opera, la tendenza a denunciare fatti dell’attualità mediante l’arte e i suoi simboli, “c’era un messaggio nascosto in tante opere d’arte che vengono magari in occidente sono catalogate come rituali o decorative avevano invece una forte carica di critica sociale, messaggi molto forti che venivano nascosti per sfuggire alla repressione.

 

Teste in jeans di Afran con Involucrum

Involucrum, Particolare di Tifosi senza Colore di Afran, ph. Sofia Obracaj courtesy MaEc

 

Dal corpo passiamo all’osservazione del volto: se nel primo rivive una grazia apollinea pur se destabilizzata dalla moltitudine dei pezzi di indumento, nei volti questa armonia è disintegrata, li vediamo angosciati, bloccati nell’espressione agghiacciata che corrisponde al desiderio di gridare qualcosa, e che il tessuto è una chiara limitazione alla loro possibilità di comunicare.

Conferma l’intuizione Afran che racconta come i visi siano stati i primi elementi del corpo ad essere rinchiusi nel jeans, idea particolarmente straniante se si pensa che comunemente non vestiamo in occidente il volto: l’operazione su questa parte anatomica è particolarmente inquietante perché enfatizza l’invadenza dell’abito che sta arrivando fin dove non avevamo previsto, la rappresentazione estrema del contrasto tra la superficialità “fashion” e il dolore non ascoltato.

 

Volti di Afran

Afran. Involucrum, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc, particolare

 

Il collo che fa da piedistallo a due teste ci ricorda Afran che si ispira ai rami contorti e rampicanti del glicine o di un bonsai, che con insistenza crescono alla ricerca di luce, che devono comunque in ogni caso vivere, “ è il ritratto dell’uomo d’oggi che ha perso molte sicurezze, molte verità che erano state stabilite, ma che sta cercando di uscire, di trovarne ancora. Egli sta cercando nuova luce”.

 

Dipinti pop di Afran

Afran,Little e Boy e gli altri, Involucrum, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Involucrum è divisa secondo la concezione di Afran in due parti distinte, corrispondenti nella prima e nella seconda sala al pianterreno della galleria Maec.

Prima si incontra quella monocromatica con i jeans e poi la più colorata con i quadri, sempre volutamente plastici nell’accumulazione del materiale. Ci spiega che sono “due facce della stessa medaglia: la prima sala si riferisce al mondo sempre più omologato e monotono, anche per la globalizzazione, visto che con i nuovi mezzi di comunicazione tutto è più vicino e si mischia si contamina più facilmente, risulta più povero nel perdere la sua diversità”, mentre la seconda sala racconta un universo molto più propositivo, forse in maniera esagerata. Afran ci offre un esempio chiaro:  quando si ricerca sul web una parola, trovi molti risultati anche non afferenti alla richiesta. l’informazione è così ricca da venir meno, “la profusione genera fake news”.

 

Un dipinto di Afran per Involucrum

Afran, Trump come icona della profusione informativa, mostra Involucrum

 

Questa quadreria presenta ritratti di personaggi influenti della scena contemporanea rappresentati come icone pop emergenti da lattine schiacciate provenienti da tutto il mondo, circondati da scritte. E’ un mix di medium e di parole che “ rendono il tutto complesso al punto che non si sa su che cosa soffermarsi..dove era il mio obiettivo, sul drink, sugli slogan o sul ritratto. E’ la stessa complessità che ritroviamo nei nuovi mezzi di comunicazione. Ad esempio per Kim Jong-un sotto il viso si legge “little boy”, che potrebbe essere riferito al giovane dittatore che terrorizza il mondo ma è anche il nome della prima bomba atomica scaricata su Hiroshima. Il richiamo ad un passato già conosciuto che potrebbe ripresentarsi è quindi un invito alla responsabilità di andare ad indagare nelle fonti, mentre la lattina rende l’idea della superficialità con cui “ci ubriachiamo di informazioni in maniera passiva”, Afran le utilizza di provenienza internazionale perché oggi le problematiche emblematizzate dai personaggi sono globalizzate.

 

Afran, littel Boy per Involucrum

Afran, Little Boy, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Al contrario dei volti che il jeans tende a bloccare, di questi in rappresentanza di un mito o una ideologia è come se tutto il mondo parlasse anche troppo, mancando in realtà ciò che è fondamentale sapere. Nell’esagerazione o nella limitazione espressiva le due parti si equivalgono, perché la moltiplicazione delle informazioni al punto da non poter soffermarsi su una cosa, equivale all’assenza totale.

 

Il dipinto Hasta siempre di Afran

Afran, Hasta siempre, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Scendiamo al piano inferiore della galleria per l’installazione Tifosi senza colori, composta da molte teste di jeans. Afran spiega che quest’opera può ben rispondere alla nostra curiosità sul legame tra la cultura occidentale e quella tradizionale del Camerun: gli stessi volti si ispirano sia alle maschere del popolo Fang che agli emoticons che usiamo sui nostri cellulari. L’artista vede una stretta vicinanza dei due linguaggi: “ la maschera per noi permette anche di sintetizzare dei concetti, di assumere una personalità che non abbiamo tutti i giorni. ..quando vedo un emoticon vedo le maschere per come vengono usate in Africa”. il titolo si riferisce ancora una volta alla vita mediatica, stavolta sui social networks, alle prese di posizione talvolta vengono assunte senza conoscenza o convinzione radicata “ma soltanto per esistere a tutti i costi, così ci ritroviamo ad essere tifosi ma senza un credo, senza un colore”.

 

Teste come emoticons per Afran

Afran, linstallazione Tifosi senza colori presso la galleria MaEc con la mostra Involucrum

 

Ci troviamo infine ad osservare Scheletro di Niente, unico lavoro di una terza modalità plastica di Afran. E’ un’operazione di puro ready made suggestiva, che permette di notare la perizia dello scultore nel comporre una gigantesca colonna vertebrale, con la sola ricombinazione di grucce come fossero vertebre. Siamo sempre nell’alveo della quotidianità dei rituali della vestizione del corpo, solo che qui le singole parti di “recupero” parlano da sole, con grande sintesi e “con pochissimo sforzo manuale”: il materiale impiegato rappresenta da solo il messaggio dell’opera. Afran ancora una volta mostra l’importanza dell’apparire nella nostra società, la sua forza enorme. Un potere di cui non ci rendiamo conto perchè lo vediamo da vicino, ma basta soltanto cambiare prospettiva per scoprire quanto veramente è enorme. E’ solo una gruccia per ogni giornata, ma è un animale mastodontico in una vita nella società.

Michela Ongaretti

 

Installazione e maschera di Afran, mostra Involucrum

Scheletro di Niente, in posa con una maschera di Afran, ph. Viviana cerrato courtesy galleria MaEc

 

Involucrum, mostra personale di Afran

fino al 25 novembre 2017

MA EC via Lupetta 2, Milano. Da martedì a venerdì 10-13 e 15-19, sabato ore 15-19

 

Grandart Modern & Contemporary Fine Art. Prima edizione alla ricerca di bellezza

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair. Basta il suo nome a intitolare questo articolo, che vuole semplicemente introdurvi alla primissima edizione aperta al pubblico ieri 10 novembre, in corso fino a domani sera. Ad invitarvi a partecipare saranno le immagini della gallery di Sofia Obracaj, più delle parole.

Siamo in pieno centro a Milano nell’area di Porta Nuova, dove lo sconvolgimento architettonico della zona ha portato anche questa occasione espositiva nuova con The Mall. Qui inizia nel 2017 l’avventura di Grandart, promossa da Ente Fiera Promoberg e Media Consulter

La novità di Grandart sta nella sua vocazione, per noi avvertibile fin dai primi passi. Si vuole dedicare attenzione a pittura e scultura, con qualche esempio nelle arti applicate, vicine alla storia dell’arte e alla poetica dei materiali, ma sopra ogni cosa che mostrino la tecnica, la disciplina che forma in sostanza l’opera e il suo valore.

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Galleria Salamon con Gianluca Corona

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Galleria Salamon con Gianluca Corona, ph. Sofia Obracaj

Il comitato scientifico è composto da critici giornalisti e galleristi, promotori del bisogno di riunire in città e per la città, da offrire anche al turista culturale a Milano, una concentrazione di eccellenze della bellezza d’Italia. Parliamo di Bianca Cerrina Feroni, giornalista e critico, Martina Mazzotta, curatrice, Angelo Crespi, giornalista e critico, Lorenza Salamon, gallerista, Federico Rui, gallerista, Stefano Zuffi, storico dell’arte.

A Grandart si è cercato di ricomporre l’universo artistico del “saper fare” e la ricerca della Bellezza, come è giusto che si torni a scoprire e a farne parlare. Per noi è stato avvertibile soprattutto in pittura, dove accanto a grandissimi nomi di storicizzati, Mario Sironi solo per fare un esempio, abbiamo trovato i nuovi protagonisti, Roberto Ferri, Silvio Porzionato e Alex Folla per citarne solo tre. In alcuni casi la fiera ha rappresentato un prolungamento di visibilità rispetto alla galleria, e un ampliamento di pubblico, ad esempio chi non è riuscito a vedere l’opera Horror Vacui del duo artistico Santissimi faccia un salto a Grandart.

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Silvio Porzionato

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Silvio Porzionato. ph. Sofia Obracaj

L’omaggio a Gianfranco Ferroni è un’iniziativa voluta dal comitato scientifico, per mettere in evidenza 15 opere del maestro della figurazione italiana della seconda metà del Novecento, esponente del Realismo Esistenziale.

Sono previsti anche incontri editoriali. Dopo aver ospitato ieri il direttore editoriale di Exibart Cesare Biasini Selvaggi, stasera alle 17 il direttore artistico di Grandart Angelo Crespi introdurrà il dialogo tra Alessandra Redaelli e Bianca Cerrina Feroni sul libro Keep Calm e impara a capire l’arte(Newton Compton Editori). Domani sempre alle 17 il tema sarà la pubblicazione Arturo Martini. La vita in figure (Johan & Levi Edizioni), sul quale interverranno Elena Pontiggia e Martina Mazzotta.

Grandart

Grandart Modern Art Fair- galleria Liquid Art Sistem, ph. Sofia Obracaj

Tra i numerosi galleristi le due anime ideatrici per questa fiera sono stati Federico Rui e Lorenza Salamon delle omonime gallerie. Rui con Federico Rui Arte Contemporanea presta notevole attenzione alla pittura sin dall’inizio del XXIesimo secolo, e ha voluto creare una possibilità in più per quanti come lui vogliano dare voce alla fetta di mercato riferita alla figurazione, in quanto parte della nostra essenza italiana. Gli artisti italiani sono apprezzati all’estero ma noi portiamo fuori dai confini poco, non ci valorizziamo per quello che siamo, grandi pittori e disegnatori di pennello e matita, impugnati fino a far male per materializzare l’idea. Lorenza Salamon dirige la galleria Salamon & C. dalle scelte coerenti e consapevoli, verso l’evidenza della perizia tecnica come dato saliente della sua selezione. Due anni fa Rui si è confrontato soprattutto con lei per la futura nascita di Grandarte, che ha avuto una gestazione di due anni.

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair. Manuel Felisi

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair. Manuel Felisi con Fabbrica Eos, ph. Sofia Obracaj

 

Mancava una fiera così alla Milano che secondo le parole di Crespi “ha visto nascere e affermarsi alcuni importantissimi movimenti artistici, come lo Spazialismo di Lucio Fontana, l’arte cinetica, l’arte nucleare, il Realismo esistenziale e altri ancora, ma anche vent’anni di distanza da quell’Officina milanese che aveva nella figurazione la sua cifra espressiva più caratteristica”.

Michela Ongaretti

GRANDART. MODERN & CONTEMPORARY FINE ART FAIR a Milano, The Mall (piazza Lina Bo Bardi)

10 – 12 novembre 2017 dalle 11.00 alle 20.00

L’ingresso costa € 10,00

Gratuito per bambini fino ai 10 anni

Ecco il nostro report video di Sofia Obracaj

 

 

Grandart glia rtsiti Manzoni e Ferri

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Giovanni Manzoni, Roberto Ferri e Franco Senesi di Liquid Art System

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair . Horror Vacui di Santissimi

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair . Horror Vacui di Santissimi, ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair , Liquid Art System. Ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Silvia Rastelli con Wikiarte, Ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, l’allestimento della galleria Punto sull’Arte con i dipinti di Claudia Giraudo e Jernej Forbici, scultura di Annalù, ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair , galleria Salamon & C

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair , Galleria Salamon & C., ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Elisa Anfuso

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Elisa Anfuso, ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Alfio Giurato

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Alfio Giurato, ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Fedeico Rui Arte Contemporanea

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Fedeico Rui Arte Contemporanea, ph. Sofia Obracaj

Grandart, Pao

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Pao. Ph. Sofia Obracaj

Galliani

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, un dipinto di Omar Galliani, ph. Sofia Obracaj

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Matteo Pugliese

Grandart Modern & Contemporary Fine Art Fair, Matteo Pugliese. Ph. Sofia Obracaj

Black Light Art, l'esempio di Nino Alfieri

Black Light Art. A Como la luce colora il buio, con sette anime

Black Light Art: la luce che colora il buio. Ha inaugurato sabato 5 novembre a Como la seconda mostra del progetto itinerante. Come a maggio nella cornice tutta milanese del palazzo della Regione Lombardia, è a cura di Gisella Gellini e Fabio Agrifoglio, in collaborazione con la Fondazione Agrifoglio, stavolta presso la Pinacoteca Civica di Como. Sarà possibile visitarla fino al 7 gennaio 2018.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Mario Agrifoglio

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Mario Agrifoglio, ph. Gaetano Corica

 

In questa occasione sono sette i nomi dell’arte contemporanea coinvolti, tutti artisti per cui la luce ha un ruolo fondante, strumento espressivo interpretato secondo una personale e assai differente poetica. Parliamo di Mario Agrifoglio, LeoNilde Carabba, Nino Alfieri, Claudio “Sek” De Luca, Nicola Evangelisti, Maria Cristiana Fioretti e Olga SerezhinaIl.

Perché la luce sia splendente, ci deve essere l’oscurità

Francis Bacon

 

Come noi abbiamo vissuto, il visitatore si troverà coinvolto in un’esperienza sensoriale, davvero immersiva. La fruizione della realtà pittorica avviene sotto molteplici aspetti in continua evoluzione nell’arco di alcuni minuti: di fronte ad un dipinto costituito da fluorescenti o fosforescenti, o entrambi, la loro reazione e manifestazione cambierà mediante il ciclo dinamico di luce bianca, black light (o lampada di Wood), e buio totale. Questa trasformazione è particolarmente stupefacente perché concentra l’attenzione sul complesso e sui particolari dell’opera, coinvolgendo chi osserva in un’attenzione nuova di verso la spazialità, in grado persino di amplificare la percezione dell’ambiente circostante.

Il percorso sarà accompagnato da una colonna sonora ispirata al tema della mostra, musiche estratte dall’album Undae Temporis del maestro Irlando Danieli.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Nicola Evangelisti

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Nicola Evangelisti, ph. Gaetano Corica

 

Il progetto espositivo al primo piano della Pinacoteca di Como nasce dall’idea condivisa della Fondazione Mario Agrifoglio e Caleidoscopio-multiplicity di Maria Proja de Santis, con il sostegno e la collaborazione dell’Assessorato alla Cultura e dei Musei civici del Comune di Como. L’allestimento e i progetti video e fotografico sono affidati alle exhibition designer Gaetano Corica.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Olga Serezhina

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte al dipinto di Olga Serezhina, ph. Gaetano Corica

 

La luce non è certo una novità per Gisella Gellini, architetto e docente del corso di Light Art e Design della Luce presso la Scuola del Design del Politecnico di Milano.  Da diversi anni la sua attenzione verso la luce si divide tra il suo utilizzo funzionale, nella progettazione architettonica e di design, e la funzione espressiva quale medium fondante nella ricerca artistica contemporanea. Ha curato alcune mostre sulla Light Art, noi l’abbiamo conosciuta nel 2015 nella chiesa di San Carpoforo a Milano, spesso associando alla bellezza il fine benefico, nella raccolta fondi per enti e associazioni umanitarie.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Nino Alfieri

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visita della mostra nel momento dell’esposizione alla black light. Opera di Nino Alfieri, ph. Gaetano Corica

 

L’incontro con Fabio Agrifoglio, figlio dell’artista e pioniere della Black Light Art Mario Agrifoglio, ha indirizzato le sue scelte più precisamente su opere pittoriche, quelle dove il materiale principale e “lucifero” è proprio il colore, con la volontà di Fabio di proseguire l’esperienza di Mario Agrifoglio e poterla condividere col pubblico, coadiuvata nella ricerca e nell’organizzazione dalla Fondazione. Nasce così questo progetto itinerante non dimenticando la possibilità di rendere queste mostre portavoce di problematiche sociali. La prima mostra della Black Light Art ha ad esempio sostenuto il progetto partner Lightquake 2017, con esposizione a Spoleto nella Rocca Albornoz e crowdfunding per la ricostruzione in Centro italia, nato dopo le violente scosse di terremoto nel dicembre del 2016.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Leonilde Carabba

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Leonilde Carabba

 

Un aspetto che rende queste mostre interessante è secondo noi l’estrema diversità tra gli artisti coinvolti, essi non rappresentano una scuola definita attraverso delle regole definibili della Black Light Art. Per Fabio Agrifoglio vogliono essere collettore di idee e riscoperta storica nella continuità di una metodologia a lungo inseguita dal padre soprattutto negli anni settanta, con una sperimentazione continua che può riservare sorprese: non si conoscono tutti gli effetti di nuove mescolanze di colore sotto l’effetto della luce nera, ma se molti artisti vi si cimentano in questa vocazione empirica “si porta avanti il messaggio recuperando anche il suo aspetto estetico”. Ciò che mette in evidenza il curatore è l’aspetto percettivo in costante studio: “l’artista, quando sperimenta con la luce nera e i colori fluorescenti o luminescenti o fosforescenti, lavora al limite e al confine della sensibilità umana”.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Claudio Sek De Luca

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Claudio Sek De Luca, ph. Gaetano Corica

 

Come funziona “l’accensione” di queste opere? Non c’è alcun trucco dietro alle tele, nessuna retroilluminazione, semmai una base solidamente scientifica dietro all’uso di colori o vernici che non solo vediamo in base alla riflessione luminosa, come normalmente per un materiale tradizionale avviene: qui i pigmenti reagiscono all’assorbimento della luce emettendo una radiazione, in differenti condizioni visive anche quando colpiti dalla Black Light o dal buio vero e proprio. I fosforescenti si manifestano con la loro carica energetica, trasformando l’opera in ciò che di essa vuole mostrare per prima, sotto alla Wood avviene quindi l’apparizione di ciò che davvero conta all’interno di quell’opera, per stimolare la fantasia attraverso le forme visibili, che essendo le uniche da poter scorgere quando il buio è totale, assumono una valenza simbolica forte;  in parole povere stimolano la nostra memoria e la nostra fantasia.

 

Black Light Art. In visita alla mostra

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Olga Serezhina e Claudio Sek De Luca, ph. Gaetano Corica

 

Sempre in una visione dove la metamorfosi è ben evidenziata dall’allestimento, dove la fruizione avviene su un “triplo” binario di consapevolezza progressiva del limite e del suo superamento, dalla luce bianca alla gamma degli ultravioletti con una sospensione dell’incredulità solo parziale, per poi varcare letteralmente la soglia di un mondo onirico e sensibile al contempo, fatto letteralmente dei segni e dei colori che hanno deciso gli artisti. In quella trasformazione viviamo un’esperienza di spazio e di tempo lontana dai paradigmi consueti e controllati dove tutto è comprensibile in una dimensione, in un momento, per quanto lungo possa essere, alla ricerca di particolari, qui siamo all’interno di uno spazio sempre più sintetico, mai statico, che nel suo coinvolgimento non potrebbe che essere figlia dei tempi, ma che utilizza un lessico antichissimo.

 

Black Light Art. Leonilde Carabba parla della sua opera

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. L’artista Leonilde Carabba parla con una visitatrice di fronte ad una sua opera, ph. Andrea Butti

 

Alcuni  protagonisti

E’ questo ritrovarsi nel futuro e nel passato a caratterizzare l’opera di Nino Alfieri, uno dei tre artisti da noi preferiti per ricerca ed effetto.  Le forme che descrive sono ancestrali e si possono ricollegare ad elementi naturali che come dice lo stesso artista “hanno a che vedere con degli archetipi quindi da fossili a delle armi a degli organi come visti al microscopio, ma se osservate in lontananza e con una certa luminosità “diventano un cosmo secondo un concetto rinascimentale dove l’uomo si vede come media proporzionale tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande”. Nella realizzazione spesso però c’è l’utilizzo di tecnologie nuove come l’elettronica, il processore Arduino e la scelta di un tipo specifico di frequenza delle luci che incidono sui materiali fotosensibili, colori che nella variazione vanno a “toccare tutto il ventaglio delle nostre percezioni, negli aspetti diurni e notturni, reali e onirici”.

 

Black Light. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce bianca

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri sotto la luce naturale

Black Light Art. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce di Wood

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri. Seconda fase sotto la lampada di Wood

Black Light Art. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce di Wood, dopo un istante

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri. Sotto la lampada di Wood, verso il buio

 

Quel cosmo fatto di equilibri formali appartiene alla ricerca stessa del capostipite di un procedimento, se non di una scuola, come Mario Agrifoglio. Secondo le parole del figlio il pittore cercava equilibrio organico componendo  forme e colori, la genesi dell’opera cresce nella contrapposizione di “due forze che lui chiamava forza fredda e forza calda, una espansiva e una contrattiva”. L’introduzione della Black Light aggiunge un livello ulteriore a questa indagine, per “avere un controllo completo nelle miscelazioni”, basandosi sullo studio scientifico della teoria del colore. La ricerca sul colore e sulla luce appartiene all’epoca moderna ma la sua mente era rivolta oltre, perchè l’idea era di mostrare mediante l’applicazione all’arte principi poco noti o sconosciuti.

 

Black light. Opera del maestro Mario Agrifoglio, alla luce diurna

Black Light Art. la luce che colora il Buio. Mario Agrifoglio, Senza Titolo_diurna

Black light. Opera del maestro Mario Agrifoglio, alla lampada di Wood

Black Light Art. la luce che colora il Buio. Mario Agrifoglio, Senza Titolo_lampada di Wood

 

 Se parliamo di definizioni c’è chi non si riconosce in quella secondo cui la Light ( e Black Light) art ,è una forma d’arte il cui mezzo coincide col fine. E’ il caso di Nicola Evangelisti che trova sterile utilizzare la luce per parlare dello stesso mezzo espressivo, la luce. Certamente il rapporto stretto con la materia esiste e da sempre l’artista è stato affascinato dal suo paradosso, il suo essere presenza intangibile e fisica nello stesso tempo, al punto che la sua indagine resta innanzitutto spaziale, “all’interno della scultura anche quando non c’è più una materia fisica da toccare”.

 

Black Light Art. Nicola Evangelista in mostra alla Pinacoteca di Como

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Il lavoro di Nicola Evangelisti alla luce di Wood, ph. Gaetano Corica

 

Le forme di Evangelisti composte da molte linee seguono la teoria del caos ordinato, il concetto di frattale “all’analisi di tutti quei fenomeni irregolari presenti in natura”, ma inseguono un contenuto che va oltre la geometria. Accanto al taglio sociologico scientifico del procedimento il suo lavoro si accosta all’analisi sociale, più ponendo degli interrogativi che delle risposte univoche. Ad esempio per Black Light Art la vernice luminescente su carta nera rappresenta una sua interpretazione notturna e dall’alto della Striscia di Gaza, in uno spazio che rompe con la luce la bidimensionalità il conflitto di una materia solida e onirica corrisponde al tormento secolare di un territorio.

 

Black Light Art. Particolare di Canto per Esther di Leonilde Carabba

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Canto per Esther di Leonilde Carabba al buio totale

 

Possiamo prendere il concetto di Black Light in senso ampio o etimologico, ma tutti gli artisti presenti utilizzano la luce come un mezzo espressivo nel senso di elemento che permetta dar corpo e amplificare la propria personale visione del mondo, e della funzione dell’arte in esso.

Per Leonilde Carabba, last but not least, essere artista è esattamente “continua reinvenzione del proprio essere nel mondo”. Il suo ruolo può essere quello di mostrare una via e una vita spirituale attraverso gli strumenti di un mestiere dalla costante e instancabile pratica quotidiana, (come le fu raccomandato da Guttuso), verso uno stile proprio, e in questa dimensione non esiste più età anagrafica. Esistono però le radici emotive e culturali, tutto ciò che è esistito nella formazione di un pensiero che per la pittrice affonda nell’ermetismo della tradizione della cabala, dell’astrologia, dello sciamanismo studiato in prima persona. In tutti i suoi lavori di grande variazione cromatica, il fosforescente e il fluorescente lottano insieme alla forma per fare apparire un concetto  basato sulle sue conoscenze letterarie ed esoteriche, ma che è anche fenomenologia di qualcosa di terreno e reale, come il dipinto in mostra con Canto per Esther, sul tema della maternità biblica, universale e attuale.

 

Black Light. Opera di Leonilde Carabba al buio

Black Light Art, la luce che colora il buio. la Grammatica dell’Acqua di Leonilde Carabba. Buio

Black Light. Opera di Leonilde Carabba alla luce di Wood

Black Light Art, la luce che colora il buio. la Grammatica dell’Acqua di Leonilde Carabba. Buio

 

Black Light Art un progetto in divenire con un festival della Luce

Non solo Black Light. Nel mese di novembre Como sarà movimentata da alcuni eventi collaterali, dove la luce sarà affrontata nell’ambito installativo e del design, e persino esplorata dalla musica.

Black Light Art fa parte di 8208 – Lighting Design Festival, con alcune installazioni luminose diffuse in città, in dialogo con gli edifici storici. Inaugurato lo stesso giorno del vernissage con una presentazione contestuale in Pinacoteca, ci ha coinvolto in serata con una visita guidata dagli organizzatori. Il festival terminerà il 24 novembre.

 

Black Light Art. Una suggestiva installazione a Como per 8208 - Lighting Design Festival

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Un’installazione di 8208 – Lighting Design Festival, ph. Andrea Butti

 

Alla musica sarà dato spazio l’11 novembre al Conservatorio di Como, dove si terrà il concerto “Luci, Ombre, Colori in musica” con Caleidoscopio-multiplicity di Maria Proja de Santis

Inoltre il 18 novembre presso l’accademia di belle Arti Aldo galli. IED Como si terrà il convegno “Physical to digital”, con un intervento di Gisella Gellini Dal titolo “Light art – mezzo espressivo progettuale’.

Ricordiamo che Black Light Art, la luce che colora il buio, continuerà il suo percorso itinerante. Raddoppierà a Spoleto, presso la rocca Albornoziana con inaugurazione il 6 dicembre, per proseguire verso altre mete in via di definizione.

 

Michela Ongaretti

Geometria incongrua di Monica Mazzone. Galleria Giuseppe pero a Milano

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero

Geometria in mostra con 906090, titolo emblematico di ciò che potrete osservare fino al 10 novembre presso la Galleria Giuseppe Pero.

Più una “tripersonale” che una collettiva, con le artiste Monica Mazzone, Victoria Stoian e Viviana Valla. Quel che è certo l’esposizione è concepita con una linea curatoriale precisa da Nicoletta Castellaneta e Giuseppe Pero pensando all’universo femminile rappresentato dai numeri 906090, le misure ideali di un corpo perfetto, secondo le convenzioni.

 

Geometria di 906090. Tra pittura e scultura con Monica Mazzone in mostra alla galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Monica Mazzone, courtesy Galleria Pero

 

L’approccio a questo “emblema” della femminilità è logicamente smentito dal modus operandi delle tre protagoniste che della misura, con i centimetri, si confrontano non su loro stesse ma sulla tela. Il celeberrimo 906090 non è più valido come canone uniformante, anche se nell’immaginario rimane un’idea evocativa di fascino, ma lo studio delle proporzioni rientra nella ricerca alla base delle opere esposte, insieme all’indagine sul calcolo matematico e il rigore nella composizione, ironicamente qualità che tradizionalmente vengono associate alla mente maschile. Razionale opposto ad emotivo, istintuale secondo uno stereotipo ancora vivo nell’arte contemporanea, qui viene dimostrata l’infondatezza dell’assunto.

 

Geometria di 906090. Viviana Valla in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Viviana Valla, courtesy Galleria Pero

 

Tripersonale perché ciascuna delle tre artiste ha un’area dedicata ad un’opera che ben rappresenti i criteri del personale processo creativo, quasi una stanza tutta per sé di woolfiana memoria ( che per chi non ricordasse fu una specie di manifesto femminista sull’importanza di uno “spazio” di lavoro indipendente). Gli ambienti della galleria stessa, nell’allestimento del percorso espositivo, sembra che abbiano preso in considerazione questa geometria: entrando sulla sinistra troviamo un lavoro di Viviana Valla con il movimento dato dalla differente texture di materiali su forme geometriche, sulla parete in fondo di destra scopriamo Victoria Stoian solo apparentemente disordinato dai molti elementi che compongono il dipinto, mentre esplorando la terza rientranza tra le pareti, quasi una vera e propria stanza, c’è un’opera site specific di Monica Mazzone. Nella grande sala terminale invece abbiamo l’opportunità di vedere tutte insieme le tre ricerche, di poterle confrontare nel loro dialogo visivo, di uscire con un’impressione corale di una poetica della proporzione di 906090.

 

Geometria di 906090. Codri Earthquake 9'' di Victoria Stoian in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero, Victoria Stoian, Codri Earthquake 9”, 2016

 

Sarà una nostra convinzione, non che all’artista sia data da Giuseppe Pero maggiore importanza rispetto alle altre, ma ci pare che l’opera nella stanza di Monica Mazzone sia emblematico del concetto di mostra, come anche la sua ricerca in generale vi si avvicini. Vediamo quella che si presenta come la proiezione ortogonale della pianta di quest’area della galleria, proiezioni che sono tipiche del percorso di Mazzone, dove però il colore contraddice un rigore assoluto, nell’illusione del volume introduce un elemento destabilizzante, all’interno di quella convenzione visiva che vorrebbe esemplificare un perimetro nella sua fredda geometria.

 

Geometria di 906090. Monica Mazzone in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Opera di Monica Mazzone

 

Tutti i suoi lavori, lo si nota anche nell’ultima sala, sono dedicati ad una geometria cristallina nella quale si può individuare un pezzo mancante, un elemento eversivo per l’intera composizione, che mette in discussione senza scoperchiare questa perfezione matematica: è come l’artista stessa dichiara “la carica emotiva” della geometria, che è sempre comunque un prodotto dell’essere umano, del suo tentativo di costruire un’idea. Ma si riferisce nello specifico anche ai paradossi che sono parte della regola matematica, le sue dicotomie per cui “il fatto che un’affermazione possa essere vera e falsa contemporaneamente”. Possiamo dire che i suoi lavori cercano di spiegare l’impossibilità di esprimere la perfezione, come la formula 96090 ha cercato di definire quella del corpo.

 

Geometria di 906090. In mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Vista della sala principale

 

Durante la nostra visita abbiamo modo di parlare con Giuseppe Pero che ci ha invitato ad avvicinarci e poi distoglierci dalla superficie delle opere d’arte, per scoprire come sempre il materiale in un certo senso sovverta il rigore della composizione attraverso la geometria, come siano due mondi dello stesso universo. Lo sperimentiamo con l’opera di Viviana Valla dove il  “silenzio delle forme” è accompagnato dal dinamismo di colori e materiali come se fossero vivi e tattili, con grane e spessori differenziati, dalle geometrie a momenti morbide e quasi in rilievo, talvolta lucide o trasparenti. Sotto la forma o l’idea vive un organismo pulsante.

 

Geometria in un particolare di un dipinto di Viviana Valla

La geometria è donna. Particolare di un’opera di Viviana Valla

 

Per Victoria Stoian al contrario il dinamismo è del tutto esplicitato: dalle campiture cromatiche, nella composizione piena con elementi che emergono quasi figurativi e che rivelano lo studio dell’arte contemporanea, nella reminiscenza di particolari della pittura di Dubuffet. Insomma una pulsione dionisiaca pare fondere le parti costruite mediante il colore, ma è allontanandoci di almeno qualche metro che scopriamo queste forme bloccate nel loro lambirsi, irregimentate da una struttura chiara di equilibrio compositivo.   

 

Geometria di 906090. Un dipinto di Victoria Stoian in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero, particolare di un dipinto di Victoria Stoian

 

In definitiva possiamo dire che la geometria di 906090 parla con rigore e logica razionale dell’anelito ad una perfezione di soggetti pensanti in carne ed ossa, l’essere umano, dentro la più grande contraddizione che è la vita, spiegabile scientificamente solo in parte.

Michela Ongaretti

 

Galleria Giuseppe Pero

via Luigi Porro Lambertenghi, 3-Milano – Italia

dal lunedì al venerdì 14.00-18.30

Sabato su appuntamento

 

Paesaggio nella nebbia con velature. Intervista di Artscore a Jorge Cavelier

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier in mostra alla galleria Ma-Ec

Paesaggio. L’incontro con quello di Jorge Cavelier è un’esperienza immersiva nella pittura pura, quella che attraverso il colore ti fa varcare una soglia percettiva, in virtù e attraverso la maestria disciplinare di cui spesso sentiamo la mancanza nei nostri contemporanei. Artscore ha incontrato il protagonista della mostra personale Le forme del Tempo, presente alla galleria MA EC fino al 4 novembre.

 

Luce rosa sul paesaggio tropicale di Cavelier

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Luce rosa nella foresta. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Una giungla brulicante e umida, la preziosa tradizione della velatura in una lenta sospensione zen, un forte legame con l’Italia e la sua storia dell’arte per un artista colombiano diplomato all’Accademia di Firenze. Tutto questo è il nucleo delle diversissime componenti culturali che ci avvolgono nell’universo pittorico di Cavelier, e che lo rendono un artista contemporaneo a tutti gli effetti.

 

Una visitatrice osserva un paesaggio dipinto di Jorge Cavelier

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Una visitatrice osserva a lungo in trittico. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Il motto che racchiude la sua poetica è Peace is Inside, esattamente l’impressione che si ha di fronte alle sue opere anche se questa pace si intuisce essere un concetto dinamico. L’armonia respirata nei paesaggi è contemplata nella composizione della nebbia umida che cala dall’alto sulle fronde degli alberi, che terminano eludendo dallo sguardo il terreno, e che suggerisce sensorialmente il microcosmo di piccoli esseri brulicanti della giungla. Possono essere definiti paesaggi ideali se si pensa che sono la risultante di molti luoghi visitati realmente, descritti come luoghi senza tempo, ovvero in un tempo eternamente presente nel suo mutare: per lui è prendere l’anima del bosco per riplasmarla sulla tavola, come un ritratto restituisce l’anima della persona.

 

Paesaggio nella nebbia con velature. Intervista di Artscore a Jorge Cavelier

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Di fronte alla sua giungla. Ph Sofia Obracaj

 

L’osservatore si dovrebbe porre di fronte a questa visione mentale senza prevenzione e senza fretta, il paesaggio va “ascoltato” progressivamente silenziando rumori e pensieri per farci avvicinare alla nostra interiorità, facendo penetrare nell’animo la calma della Natura. Cavelier dichiara : “L’emozione che si sente per prima è molto più importante di quelle che arrivano dopo. E’ vero che ci sono molti elementi nei miei dipinti ma in fondo solo uno è quello che conta, aspiro a materializzare quel pensiero astratto dell’essere di fronte a un paesaggio senza pensieri, quando noi guardiamo senza pensare a nulla, e quando non pensiamo niente ci turba, siamo in pace.”

 

Passeggiando nel paesaggio da MaEc

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Visita alla mostra. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Stiamo entrando nel territorio della filosofia buddista e zen, da Ma Ec dove spesso si respira aria creativa orientale l’artista ci conferma di essere sempre stato molto affascinato dal pensiero per cui “esiste solo l’infinita chiarezza della mente”, in particolare quella ricerca dell’essere “in un punto in cui niente perturba dove non c’è bisogno di non avere paura in nessun senso, e non avere paura indica anche non fare paura agli altri”, dove l’immersione nella natura culla questo pensiero.

 

Paesaggio di Jorge Cavelier. Scultura

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Una scultura con minerale fossile. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

L’artista si collega anche all’idea portante dei labirinti, presenti in tutte le culture del mondo, in Europa sui pavimenti delle cattedrali medievali; considerato “un luogo disegnato dall’uomo per perdere un pò il senso del tempo e dello spazio, il senso di sé stessi. Quando si termina questo percorso e si arriva in centro, lì c’è il vuoto, non c’è alcuna preoccupazione, siamo noi nella nostra essenza, da non temere, il vuoto è la pace completa. Per i monaci che lo percorrevano pregando era un momento sacro della mente”, connessa al Divino.

Anche una sua opera si chiama Labirinto. Realizzata intagliando su una lastra circolare di ottone il profilo degli stessi alberi dei boschi dipinti, suggerisce un percorso visivo nell’osservazione del paesaggio infinito nel suo girare e capovolgersi intorno ad un centro vuoto, infinito con la moltiplicazione dei suoi elementi riflessi sul basamento.

 

Peishuo Yang, direttrice della galleria MaEC di Milano con l'artista Jorge Cavelier

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. La gallerista Peishuo Yang con l’artista. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

L’utilizzo di un suo “repertorio iconografico” applicato ad una forma diversa dal quadro fa ancora meglio comprendere la natura ideale delle foreste di Cavelier: quei luoghi potrebbero essere ovunque in una regione tropicale, non potrebbero essere espressi in un’altro modo dalla mano e della mente del pittore con tutte le componenti culturali descritte e senza il ricordo dei luoghi in cui ha vissuto per davvero o con la mente, ma intende presentarsi come “ il più universale possibile”, esiste come esempio di tutto ciò che rappresenta e simboleggia  il paesaggio per l’uomo.

L’utilità dell’arte, non solo quella visiva, può vivere nella possibilità di essere un canale attraverso cui l’uomo possa raggiungere un livello di spiritualità più alto. La pittura “come la musica e la danza sono tutte espressioni di una necessità che abbiamo, di esprimerci e riconnetterci agli altri e all’assoluto”.

 

Paesaggio di isole in mostra a Milano

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Isole. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Quello che noi vediamo sulle tele di Cavelier è un ritmo universale costante e lento che ipnotizza lo spettatore e che nel momento in cui osserva unifica tutte le esperienze che ha vissuto, rilasciando energia e aprendo un varco verso un’altra dimensione, più intima.

Quando un dipinto ci immaginare in maniera sensoriale la nebbia carica di umidità scendere verso il basso, per incontrarsi con la moltitudine vivida e brulicante che possiamo solo intuire, “in fondo non vediamo altro che la vita che si schiude”, l’incontro tra cielo e terra “come un’apparizione divina nella pioggia che la feconda. Una storia d’amore”. E’ la foresta figlia della natura originaria “una sorta di personaggio del quale ci si può anche innamorare”, un personaggio carismatico.

 

Particolare di un paesaggio scultoreo con minerale da MaEc

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Particolare di una scultura. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

L’importanza dello studio di una tecnica è fondamentale per un pittore anche nel ventunesimo secolo perché secondo Cavelier è qualcosa che permette di esprimere un’immagine interiore più facilmente, senza che esso sia fine a sé stesso, o seguito rigidamente. La pittura è soprattutto “fatta di tecnica, la stessa che ti permette ad un certo punto di lasciarla per trovare la tua strada”; lo stile personale è formato sia dai soggetti o scelte di contenuto, ma anche dalla forma imprescindibile da una perizia disciplinare, quella che identifica, “una tecnica è come un fiume sotterraneo alle tue scelte”. Nel suo caso l’antica pratica della pittura a velature è anche frutto degli anni di studio accademico in Italia e si è nel tempo accordata all’elaborazione di un universo figurativo preciso: in ogni dipinto si costruisce direttamente sulla tela una sinfonia accordata ad ogni passaggio (la velatura sulla tela differisce dalla miscela creata sulla tavolozza), per cui inizia un dialogo graduale tra i singoli elementi, uno strato alla volta si comprendera’ in che modo verranno diversamente investiti dalla luce.

 

Un paesaggio con dominate arancione in mostra da MaEc

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Un dipinto al crepuscolo. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Il paesaggio è sempre stato di primario interesse, fin dalle prime vedute dall’alto della città di Firenze. Da Fiesole dove Cavelier visse per un anno realizzò moltissimi acquerelli, facendo entrare nella propria poetica la differenza infinita di un unico soggetto, a seconda dell’ora del giorno e delle condizioni atmosferiche. Come nell’opera di Giorgio Morandi che per tutta la vita si dedicò a quelle stesse bottiglie, ogni volta in maniera diversa, e le cui incisioni Cavelier vide alla fine degli anni settanta proprio in mostra a Firenze. Morandi è la risposta alla domanda su quale incontro artistico lo avesse influenzato in maniera indelebile. Per “quello che vedevo e vedo tuttora in lui è una specie di silenzio, anche per i suoi paesaggi dall’alto, pensanti. Si capiva che tornava a lavorarli a più riprese”.

 

Il paesaggio negli acquerelli nella mostra Forme del Tempo

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Acquerelli in galleria. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Al termine dell’intervista vorremmo sapere se l’ultima produzione di sculture, dal 2007, nascono dal bisogno di materializzare concetti che la disciplina pittorica non avrebbe saputo esprimere. Scopriamo che per l’artista è cresciuta la necessità di fare avvicinare l’osservatore in maniera più attiva, con la scultura “si approfondisce quindi la ricerca tematica dello spazio, per permettere di andare attorno e dietro all’immagine”. Come accade per le cortine dipinte davanti alle quali parliamo, si può entrare nell’opera e vivere il paesaggio dall’interno, sentire anche nel nostro movimento “un respiro della Natura, perché l’esperienza del bosco è totalmente immersiva, per conoscerlo bisogna attraversarlo”. Inoltre “ la scultura mi permette di lasciare agire a sè la luce; a seconda della sua incidenza si possono vedere su queste lastre curvate dei colori diversi. Al centro però non c’è più il vuoto ma un minerale fossile, che ha attraversato milioni di anni trasformandosi in pietra dal legno originario. E’ qualcosa che oltre la cognizione umana del Tempo, perciò “il paesaggio che lo circonda è un canto del bosco per rendere omaggio a quello che fu ma che ancora è”.

 

Paesaggio su seta da attraversare, in mostra a Milano

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Opera su seta. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Nei dipinti siamo noi subordinati alla Natura quale nostra guida, nella scultura la Natura si fa guidare dal Tempo, orbita intorno ad esso. Nella ricerca di Cavelier il discorso del rapporto con la Natura si approfondisce, ora dialoga con l’Assoluto.

Michela Ongaretti

Video di Sofia Obracaj

 

Jorge Cavelier, Le Forme del Tempo

Galleria MaEc fino al 4 novembre

da martedì a venerdì 10:00 – 13:00, 15:00 – 19:00

sabato 15:00 – 19:00

 

 

Tutto bene, dipinto di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate al Museo della Permanente

Che siate tornati o non ancora partiti, o vi trovate ad essere turisti cittadini, la Milano estiva offre alcune mostre interessanti da visitare. Tra queste consiglio la retrospettiva di Fang Zhaolin ( 1914-2006), per fare un tuffo nella pittura cinese moderna, senza allontanarsi dall’Italia e ad ingresso libero per poterla vedere e rivedere.

 

Fang Zhaolin in mostra, particolare de Scena Lavorativa

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, particolare di Scena lavorativa, 1990, inchiostro e colore su carta

 

L’esposizione è prodotta e ospitata dal museo della Permanente di via Turati, in collaborazione con il Museo Xuyang di Pechino e rimarrà aperta fino al 10 settembre. E’ curata da Daniel Sluse (direttore dell’Académie Royale des Beaux Arts di Liegi) con la collaborazione di Jean Toschi Marazzani Visconti, ed ha ricevuto il patrocinio della Regione Lombardia e dal Comune di Milano.

Si potrà esplorare il lungo percorso artistico della pittrice cinese attraverso ben 66 opere su carta di riso realizzate con inchiostro nero calligrafico e con pigmenti colorati, in entrambi i casi utilizzando il pennello calligrafico orientale, innovando la tecnica tradizionale per creare uno stile originale rispetto all’epoca e alle creazioni di altri autori conterranei; non diciamo necessariamente in territorio cinese perché molti lavori hanno visto la luce durante i numerosi viaggi e soggiorni esteri di Zhaolin. Molte opere sono di grandi dimensioni, rendendo l’esperienza di visita ancora più suggestiva.

 

Fang Zhaolin in mostra con un paesaggio innevato

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, La neve cade sulle montagne profonde, 1983, inchiostro e colore su carta di riso

 

Sicuramente Fang Zhaolin rappresenta un’eccellenza e un’ unicità nel panorama dell’arte cinese del ‘900, ma è anche interessante la sua figura intellettuale, una personalità libera che ha attraversato il secolo scorso, i suoi episodi tragici per la storia dell’umanità e per la sua storia umana. Perde il padre in tenera età e rimane vedova a trentasei anni, poi si trova a dover gestire l’azienda di famiglia e ad allevare otto figli, eppure continua a studiare e dipingere, allieva e discepola dei più grandi maestri cinesi. Per la sua ricerca intraprende molti viaggi e residenze di lunga durata in Asia, in Europa (soprattutto in Gran Bretagna), in Brasile e negli Stati Uniti, tornando diverse volte in patria.

 

Fang Zhaolin in mostra alla Permanente, un autoritratto

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, autoritratto

 

Il riflesso di tutto questo, dei viaggi e della conoscenza della storia dell’arte e dei movimenti artistici europei e mondiali, vive nella sua pittura che può ben essere considerata un ponte, un collegamento, tra la tradizione artistica e culturale cinese e quella occidentale. Le due visioni convivono nelle sue opere, pur mantenendo come punto di partenza ed osservazione la Cina; il suo linguaggio non si traduce quindi in un’appropriazione di stilemi del pre e post impressionismo, del fauvismo, del cubismo e dell’espressionismo astratto, piuttosto la lezione assorbita dei grandi maestri convive assimilata alla rappresentazione di paesaggi sublimi, paesaggi dipinti che spesso sono stati creati lontano dalla Cina e che sono perciò immagini mentali, generate dal ricordo e dall’osservazione passata, con un desiderio di “parlare cinese” al mondo pur nella comprensione e nell’arricchimento di ciò che è stato davvero innovativo per noi occidentali, che abbiamo guardato e guardiamo tutt’ora un’arte frutto di una cultura lontana.

 

La prima sala della mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, la prima sala con il grande dipinto dal titolo Tutto va bene

 

Il suo instancabile viaggio alla “ricerca della propria origine cinese” come scrive Sluse, la porterà a fare la conoscenza dell’arte moderna che sarà uno stimolo a comprendere meglio la propria cultura d’arte, per portarla come tutti i grandi artisti a volerla innovare. Ritrovare la sua tradizione per poterla vivere in maniera libera e personale.

 

Calligrafia di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Messaggio di Zhaolin a Meng Haoran, 1985, inchiostro su carta di riso

 

In questi lavori, degli ultimi quarant’anni carriera di Zhaolin, notiamo l’utilizzo di colori contrastanti e vivaci e la descrizione dei monti ergersi a momenti come figure geometriche quasi astratte a partire dal basso di uno specchio d’acqua popolato da piccole figure di un’umanità intenta nel lavoro quotidiano, con una prospettiva fuori dalle regole codificate dal nostro Rinascimento in avanti. I contorni scuri che a noi appaiono pennellate veloci capaci di costruire un ritmo musicale nel loro percorso sono qualcosa che noi occidentali non avvertiamo istintivamente di grande portata innovativa della disciplina impiegata da Fang Zhaolin, non essendo osservatori figli  della pittura cinese e la sua storia. Viene in nostro aiuto  il Prof. Yguo Zhang, storico dell’arte e direttore del Dipartimento di Calligrafia e Pittura Cinese della Poli Cultura di Pechino, già ricercatore del Museum of Fine Arts e al Metropolitan di Boston, che ci consola affermando che in realtà non sono molti i cinesi a conoscere a fondo la calligrafia, difficile da comprendere perché non è semplicemente un insieme di simboli e caratteri ma un’arte a sé, ma che tutti possiamo godere del suo risultato e dell’atmosfera evocata dalla raccolta di lavori in mostra.

 

Fang Zhaolin, il dipinto Montagne e Fiumi

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Montagne e fiumi, 1988, inchiostro su carta

 

Zhang fa notare come l’alternanza continua di inchiostri leggeri e densi, tra i grigi e i pigmenti colorati proviene dall’unicità di un talento che ha saputo integrare la calligrafia cinese tradizionale nella pittura. La calligrafia si trasforma in pittura utilizzando gli strumenti del pennello,  inchiostro, carta e pietra d’inchiostro, come mai prima, in un intreccio senza soluzione di continuità tra le due discipline.

 

Fang Zhaolin in mostra alla Permanente

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, La bellezza con pennello e inchiostro, 1987, inchiostro e colore su carta di riso

 

E’ lo stesso stile calligrafico ad evolversi dagli anni sessanta, si badi bene da quando i suoi spostamenti tra oriente e occidente si fanno più numerosi, punto di partenza con linee decise e nette verso un punto di arrivo caratterizzato da imprevedibilità più ricca e accentuata di linee pesanti e leggere, bagnate o asciutte, aspre e discontinue pronte ad accogliere e accogliere il colore nel loro percorso. Esplorando il soggettivismo del nostro novecento nel suo aspetto gestuale e istintivo, (qualcuno vede nei dipinti in mostra una eco della visione di Pollock, Kline, Kandinsky e Cézanne), Fang Zhaolin è cinese con il cuore, l’occhio e la mano; ancora vicina, forse più vicina, al suo territorio culla della sua ispirazione artistica.

 

Fang Zhaolin in mostra a Milano, montagne calligrafiche

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Salendo in alto al Festival del Battello del Drago, 1987, inchiostro e colore su carta

 

Fang Zhaolin, è tra i più grandi artisti cinesi, acclamata in patria dove la sua “avanguardia” pittorica ha lasciato una eredità indelebile. Se ora ci sono in Cina delle scuole che insegnano pittura insieme alla calligrafia, gran parte del merito è suo. Ha aperto un varco tra la divisione delle discipline e costruito un ponte tra oriente ed occidente.

 

Particolare di un dipinto della prima grande retrospettiva di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Migliaia di barche a vela, 1983, inchiostro e colore

 

Da vedere per entrare nelle atmosfere della Cina più antica e profonda, attraverso lo spirito e il pennello contemporaneo di una grande innovatrice.

Michela Ongaretti

 

Allestimento della mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, particolare dell’allestimento al Museo della Permanente allestimento

 

Tutto bene, dipinto di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Tutto va bene, inchiostro e colore su carta di riso

 

Una sala della mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, una sala centrale con molti lavori ad inchiostro e colore su carta

 

Retrospettiva di Fang Zhaolin , particolare

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Guardando la cascata da lontano, 1991, inchiostro e colore su carta

 

Mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, una sala centrale

 

 

 

Particolare di un dipinto in mostra alla galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella alla Galleria Rubin. Landness

Presso la galleria Rubin in via Santa Marta è in corso la mostra Landness di Maurizio L’Altrella. Assolutamente da visitare prima della chiusura del 9 giugno, per l’alta qualità dei dipinti ad olio di un artista che attraverso il colore restituisce materialmente un’atmosfera atemporale ed eterea, portatrice di una bellezza solenne.  Accompagna l’esposizione un testo critico di Emanuele Beluffi, illuminante dell’universo immaginifico della pittura a cui si riferisce.

 

Landness. Un dipinto di maurizio L'altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. In mostra con Landness alla Galleria Rubin, Second interaction between rabbit jack, snake plissken and the primal garden, 2016

 

Non sono per numerosissimi i lavori nelle due sale della galleria, e questo garantisce una fruizione lenta, come è giusto che sia, del valore pittorico, del rapimento materico e dello stimolo al pensiero nell’osservatore. Sono dipinti degli ultimi anni, scelti insieme ai galleristi per creare un’antologia dell’ultima tappa stilistica di una ricerca in continua evoluzione. Emergono due risultati della ricerca personale dell’artista, due elementi fondanti: la scelta di rappresentare quasi sempre animali e l’uso maturo e consapevole del colore, entrambi dedicati a formare un universo squisitamente esoterico.

La prima volta ho visto i dipinti di Maurizio L’Altrella in foto. Ero colpita da come la luce continuasse a riverberarsi attraverso la composizione fluida del colore, anche se non lo stavo guardando dal vivo. Quando ho osservato davvero e da vicino quella superficie l’effetto vivido del colore ad olio confermava la prima impressione mediata dalla stampa fotografica, che riusciva comunque a identificare bene l’impronta di uno stile unico e molto personale della pennellata.

Il dato saliente più eclatante nel lavoro di questo artista riguarda proprio il colore, prima di tutto. Prima di ogni giudizio od osservazione sui soggetti, sul loro mondo descritto lasciando misteriose le loro azioni, esiste la materia di cui è fatto il pittore.

 

Landness. Il grande dipinto Golden calf di Maurizio L'Altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. Landness. Il grande dipinto nell’ultima sala, Golden calf, 2016

 

Potrebbe anche non esistere un disegno preparatorio tanto la potenza del colore riesce a costruire un senso e a creare un’immagine carnalmente presente, per quanto l’esistenza dei personaggi, figure umane e animali, si affacciano alla mente da un immaginario onirico vibrante, concreto ed irreale nello stesso tempo, per come essi nell’attimo in cui si presentano vividi si sfaldano e tendono a cancellarsi nel loro palesarsi. Pare quasi che rappresentino un processo mentale della visione pittorica: attraversino una dimensione spaziale che dalla mente del pittore giungono alla nostra osservazione per dichiarare la loro presenza mutevole, in un atto di metamorfosi perenne.

 

Il territorio del colore di Maurizio L'Altrella. Landness presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. Due dipinti nell’allestimento della galleria Rubin, ph. Sofia Obracaj

 

C’è qualcosa di apocalittico nei quadri popolati spesso da uno o due soggetti, comuni nel nostro mondo ma spostati in un diverso territorio, quello ben descritto dal neologismo Landness, collocato oltre il visibile umano e terreno. Immagino essi in un mondo di sogno perché quella è solitamente una dimensione all’interno della quale noi crediamo di sentire delle sensazioni fisiche, ed è con questa sottile contraddizione che il pennello di l’Altrella fa muovere la mente dello spettatore, oltre che l’occhio che trova un senso estetico, raffinato dalla precisione della sua gestualità squisitamente coloristica. da una semplice osservazione approdiamo oltre il visibile, nel terreno spirituale e fortemente simbolico attraverso la materialità pura, che a sua volta si alleggerisce del suo peso fisico, acquisisce evanescenza nel gesto pittorico che cancella una precisa definizione delle forme anatomiche. In realtà non è il sogno ma più generalmente il trascendente ultra-terreno spiegato con gli strumenti sensibili.

 

Landness. Un dipinto ad olio di Maurizio L'Altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. Da Rubin in via Santa Marta a Milano. Eve turns away from the Earthly Paradise, 2016

 

Coerentemente con questo discorso cade la scelta degli animali come soggetti rappresentati: in primis come presenze di pura essenza, l’animale secondo le parole stesse di L’Altrella “E’”, e “Vive la luce e vive l’ombra senza giudicarle. L’animale vive la sua esistenza: non è né buono né cattivo, non si autodefinisce preda o predatore,l’animale è.” L’artista si sente unito in un rapporto di intesa intimo e profondo con gli animali, soprattutto con il cane, il suo soggetto privilegiato più rappresentato; descrive questa relazione “atavica”, cioè nel senso etimologico “trasmesso dagli antenati”, confermando così l’analisi che avvicina il significato simbolico degli animali alle filosofie religiose ed esoteriche arcaiche. Fin dalla culla delle civiltà a noi conosciute diversi animali hanno avuto una loro rappresentazione simbolico-religiosa per impersonificare personaggi soprannaturali o dei, in stretto legame con elementi naturali. L’Uomo si riflette nella Bestia come lo Spirito si identifica nella Natura: la potenza evocativa dei dipinti viene da questi rapporti antichi, nel mantenimento di una suggestione figurativa per giungere alla convinzione più universale di come la nostra sia una condizione di passaggio tra diverse dimensioni per cui “ tutti gli esseri viventi sono immortali” e… ciò che conta per un artista, più comprensibile attraverso l’estetica del colore.

 

Cani metafisici da Rubin fino al 9 giugno 2016. Maurizio l'Altrella

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. Predominanza rossa per By fire, 2014

 

Soprattutto per la figura del cane la cultura religiosa dell’Antico Egitto è  un punto di partenza nella connessione dell’animale-simbolo con altre tradizioni, prima di entrare nell’universo personale del pittore, come mi spiega: “La visione di Anubi è molto stimolante ed è in relazione con Xolotl, che per gli Atzechi era un dio che aiutava le anime nel loro passaggio verso Mictlan. Xolotl, veniva definito anche stella della sera, protettore del sole. Il cane è sempre una presenza che fa da guida e protettore.”

 

Materia e spirito in un dipinto di maurizio L'altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. In mostra con Landness alla Galleria Rubin: Two dogs the moon and the Leviathan. Luna 3, 2016

 

E’ una nebbia atavica o futuristica quella da cui emergono e riaffondano i personaggi come evocati e rimandati indietro nel non-sensibile attraverso la pittura, evocati per materializzarsi come farebbe uno sciamano nell’evocare degli spiriti, solo che qui la presenza è tutt’uno con la sua dissoluzione, perché questo simboleggiano le figure, un ponte. Sono esseri simbolici comunicanti tra due mondi nel venire rappresentati non completi, distorti nella parte anatomica corrispondente ad una espressione, il volto, non confermando quindi la loro concreta e completa esistenza nel nostro mondo terreno. Come sciamani appartengono al qui ma non ora, ad ora ma non qui, in territorio di interregno che è Landness.

Forse aiuta la collocazione in questa dimensione “altra” il fatto che ogni dipinto vive di una predominante coloristica, in un dialogo vivace e di dipendenza tra figure e sfondo, che porta verso un’identificazione simbolica tra il colore e animale-sciamano rappresentato. Questo è vero da alcuni anni della ricerca di L’Altrella soprattutto da quando la tavolozza  è più luminosa e ampliata nelle cromie, come ha notato giustamente Beluffi , abbracciando una gamma più ampia di colori, e avvicinandosi maggiormente al loro valore simbolico codificato, quindi più accessibile e universale, aggiungo.

 

Landness. Un dipinto di maurizio L'altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. In mostra con Landness alla Galleria Rubin: Paul of Tarsus falls asleep and dreams IV, 2016

 

Se le figure rappresentate sono un ponte tra la dimensione terrestre e quella ultraterrena attingendo liberamente a diverse tradizioni iconografiche, è coinvolta anche la spiritualità religiosa più vicina a noi nel tempo e nello spazio: lo intuisco e poi comprendo quando guardo un quadro più piccolo nella prima sala, dove ad essere raffigurato è un cavaliere di nome Paolo, Paolo di Tarso. Resto ipnotizzata dalle pennellate che descrivono e celano il volto, per l’intensa suggestione materica che fa apparire una sembianza fantasmatica. La folgorazione del cavaliere colpisce anche noi che comprendiamo le parole dell’artista quando dice “i soggetti si sfaldano compenetrando lo spazio che li circonda, poiché sono particelle della stessa materia”, una materia corposa e fluida come solo il colore ad olio riesce ad essere, che anela all’infinito del territorio dello spirito. San Paolo continuerà per sempre quell’attimo di passaggio, per imprimersi di luce assoluta.

Da vedere: per uscire dalla galleria ottimisti. Un pittore  italiano che lavora molto all’estero può essere presentato in Italia, ed essere apprezzato su base meritocratica della sua ricerca disciplinare, della sua capacità di suggestionare attraverso l’uso del colore.

Michela Ongaretti

 

Una bella immagine di L'Altrella al Lavoro

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. L’artista al lavoro nel suo studio

 

 

 

 

Enzo Cannaviello e Günter Brus

L’identità di un gallerista nel sistema dell’arte contemporanea, a Milano. Intervista ad Enzo Cannaviello

Milano si sa non è una città fatta solo dai milanesi, anzi la sua forza si basa anche sui talenti che sono stati accolti da fuori, e che l’hanno conformata nel suo primato italiano nell’ambito dell’arte e della cultura, della moda e del design. Enzo Cannaviello fa parte di questi.

Uno dei galleristi storici italiani, protagonista del sistema dell’arte dagli anni sessanta, il suo percorso di scopritore di artisti in seguito affermati è stato testimone di diversi cambi di sede e di scenario nella nostra penisola, con un’identità forte costruita e mantenuta nel tempo.

 

Ritratto di Enzo Cannaviello

Un ritratto di Enzo Cannaviello nella galleria di Piazzetta Bossi a Milano, ph. Sofia Obracaj

 

Partito da Capua con la mostra Ricognizione ‘68 presentata da Achille Bonito Oliva, al suo debutto di curatore, con Lucio Amelio aprì a Caserta la prima galleria Oggetto dove espose Mimmo Paladino per la prima e seconda personale. Dopo sei anni intensi nella capitale, agitando pubblico e critica intorno alla Transavanguardia, è sbarcato a Milano nel 1978 con la prima sede in piazza Beccaria da dove promosse primo in Italia il Neoespressionismo Tedesco, poi in via Cusani per passare in via Stoppani a Porta Venezia. Da alcuni anni lo possiamo incontrare, con un nuovo impulso verso l’arte giovane, in Piazzetta Bossi, sempre nel cuore storico della città.

Dopo la visita alla mostra di Martin Disler ho voluto intervistare Enzo Cannaviello per conoscere meglio la visione e gli intenti di chi ha visto da dentro il mondo dell’arte contemporanea degli ultimi quarant’anni con i suoi slanci e le sue crisi, la sua percezione nel gusto dei collezionisti, operando scelte spesso lungimiranti, sempre riconoscibili.

Se la maggior parte degli approfondimenti di Artscore si cala nei panni vista di chi produce arte, oggi indossa un paio di occhiali diverso, quello di chi promuove e vede circolare quel talento.

 

Intervista ad Enzo Cannaviello. Foto storiche in galleria

Intervista ad Enzo Cannaviello, foto delle collaborazioni storiche del gallerista. In alto si nota Martin Disler, ph. Sofia Obracaj

 

Vorrei partire dall’inizio della sua carriera, ricordandone le prime tappe

Entrai nel mondo delle gallerie quando moglie si dilettava di pittura e la mia prima fu a Caserta con Amelio prima di Roma, dove inventai una strada di editoria artistica con Ellegi Edizioni,di cui ero amministratore delegato. Era per me un periodo di formazione, mi piaceva fare molte cose. Poi aprii la prima galleria, c’erano nove soci e si chiamava Seconda Scala perchè era la seconda scala nel cortile del un palazzo del Teatro Argentina, iniziai da direttore e dopo due o tre anni mi misi in proprio.

Trattava artisti della transavanguardia?

Si pensi che ho fatto la prima mostra di Fabio Mauri, che ora è molto quotato, Bernar Venet, Giosetta Fioroni e altri artisti importanti che allora ovviamente non erano famosi.

Da Caserta a Roma, ma il salto di qualità vero e proprio è avvenuto nella terza galleria a Milano, che prende il nome ufficiale di Studio d’Arte Cannaviello nell’anno artistico 1977-78.

Io non ho mai fatto questo lavoro per guadagno ma a Roma purtroppo il mercato era davvero carente, Seconda Scala crebbe con un programma molto importante ma ero costretto a venire una volta al mese a Milano per vendere delle opere, perciò decisi di trasferirmi.

 

Enzo cannaviello e Mimmo Paladino nello studio dell'artista

Enzo Cannaviello posa con Mimmo Paladino. Tra le foto storiche sulla parete della galleria odierna di Milano, ph. Sofia Obracaj

 

Il mercato a Roma non funzionava perchè la città era troppo “ministeriale”?

Roma non era sostenibile come mercato e tutt’ora non lo è. Non c’è un professionismo nel collezionismo, si compra per altri motivi fuori dal piacere dell’arte, per amicizia, o perché il quadro piace all’amante… quindi nelle case ci sono opere ma solo per caso fortuito.

A Milano già nel 78 avvenne l’incontro con l’espressionismo tedesco?

Fu un’ulteriore svolta nel mio lavoro. Accadde un fatto celebre che già raccontai in altre interviste: un giorno venne un’artista da Berlino, Hella Monterossa. Allora ci si chiedeva sempre cosa potesse succedere in quella città divisa dal Muro quindi mi informai e lei mi parlò di un gruppo autogestito di artisti berlinesi chiamati Neue Wilden, cioè Nuovi Selvaggi, che facevano una pittura violenta con colori accesi, una specie di nuovi Fauve. Mi incuriosì moltissimo perchè si proveniva da un periodo dove tutto era concettuale: questa pittura così violenta era una rivoluzione io presi subito l’aereo per scovare questo filone che mi accompagnò fino alla poco anni fa.

Martin Disler rappresenta la componente svizzera, questo Neoespressionismo non era chiuso alla Germania ma di tutta l’area germanofona, di cui la componente austriaca era molto forte con Nitsch, Maria Lassnig, Günter Brus. Ho seguito loro prevalentemente, ma non unicamente, infatti ho trattato artisti italiani come Pizzi Cannella, Nunzio, Rotella, Boatti.

 

Martin Disler tra gli artisti di Cannaviello a Milano

Tra le foto storiche del gallerista Enzo Cannaviello a Milano, le sculture di Martin Disler, ph. Sofia Obracaj

 

Lei portò a Milano Hermann Nitsch. Cosa accadde e come reagì il pubblico?

Con Nitsch in via Stoppani ci fu solo la performance di inaugurazione. C’erano tre tavoli grandi su cui era apparecchiato di tutto, frutta pesci, viscere di animali..lui girava tra questi e impastava questi elementi..era di una violenza fortissima! A intervalli regolari suonava un gong per il quale avevamo dovuto affittare una scala. Hanno fatto anche un film che però non rende al massimo l’idea. Lui ha sempre avuto successo infatti c’era molta gente.

Ad attività performative magari discusse ne conseguì un interessamento di critici e curatori verso la galleria?

Le avanguardie sono sempre dure da digerire. Oggi vedendo è più facile interessarsene perché è già quasi storia ma allora era molto difficile, però c’era un’attenzione maggiore di oggi. A parte l’aspetto venale del collezionismo, c’era più partecipazione del pubblico.

 

Una foto storica di hermann Nisch nella galleria di Cannaviello in via Cusani

Una foto ritrae Hermann Nitsch nello Studio d’Arte Cannaviello in via Cusani a Milano. ph. Sofia Obracaj

 

E’ cambiato anche il collezionismo?

Si, è speculativo. All’epoca si discuteva nelle gallerie non si trattava nelle fiere. Il collezionista si sedeva di fronte al gallerista che spiegava la mostra dell’artista, gli andamenti del mercato ma era un discussione con una componente culturale, indispensabile anche per vendere..lo dice un gallerista e un mercante! Oggi si contano molte aste e fiere, vi si va per vedere i prezzi e le confrontarli tra le opere, è un fatto meramente economico a cui ho deciso di non partecipare da cinque anni. Si abitua lo spettatore a ragionare in termini economici e non in termini culturali, cosa che io voglio continuare a fare.

 

Enzo Cannaviello e Günter Brus

Enzo Cannaviello e Günter Brus a Milano in via Cusani, foto storiche in galleria, ph. Sofia Obracaj

 

Qual è l’identità che la sua galleria mantiene?

E’ quella di scoprire dei talenti, portarli nel mercato e farli crescere.  La mia predilezione riguarda la manualità, praticamente un’opera fatta al computer o filmica a me non interessa perchè c’è il mezzo meccanico, anche se il mezzo meccanico può essere manipolato dall’artista, devo notare un effetto estetico. Non rinuncio all’estetica. Nelle mie scelte artistiche negli anni c’è una continuità: ho fatto sempre arte contemporanea prediligendo sempre la manualità e la ricerca, naturalmente. Ci sono molti giovani oggi, ma l’artista deve inventare un nuovo linguaggio, e se non è così non li seguo.

Per estetica non intende ciò che è formalmente gradevole…

No. E’ un’estetica contemporanea, quella aderente ai tempi nei quali vive l’opera, però sempre unita a questa manualità che sottintende tutte le opere memorabili dei grandi artisti. Se noi prendiamo la graduatoria internazionale Kunstkompass, stilata ogni anno dalla rivista Manager Magazine noi troviamo  ai primi dieci posti tutti grandi pittori come Gerhard Richter, Simon Faulkner, Peter Doig, David Hockney perché la manualità è insostituibile nell’opera d’arte come è insostituibile in altri campi e resterà, come si può scrivere un buon romanzo senza conoscere le regole della grammatica e della sintassi? Faccio un altro esempio: quando ci fu l’avvento del cinema esso riuscì a soppiantare il teatro? No,il teatro è vivo e vegeto. Così la tecnologia che oggi è prevalente oggi nel campo dell’arte, non può e non deve soppiantare l’arte, che comunque segue la sua evoluzione.

 

Arte contemporanea di Cannaviello a Milano,un dipinto Arnulf Rainer

Un dipinto su fotografia del 1989 di Arnulf Rainer, tra gli artisti dello Studio d’Arte Cannaviello a Milano, ph Sofia Obracaj

 

Secondo lei stiamo assistendo ad una rinascita del figurativo?

Penso di no in questo momento ma in realtà non ha mai smesso di esserci; nel senso tradizionale del termine non funziona. Oggi si può fare arte figurativa estremamente all’avanguardia, prendiamo ad esempio sempre Richter come massimo esponente, non può essere più figurativo di così con quella luce data dal lume di candela.. però sono quadri contemporanei perché è il taglio contemporaneo, che deve essere innovativo del linguaggio comprendendo o meno la figurazione.

A quale o quali artisti è particolarmente affezionato, per lei particolarmente importante.

Mimmo Paladino in assoluto al di là del discorso di mercato, anche per suo valore culturale. Tra coloro scoperti poi esposti a Milano Martin Disler, la mostra di dicembre era un richiamo nel tempo della lunga collaborazione, con opere solo su carta. Anche con Bernd Zimmer c’è stato un sodalizio molto antico, ora docente all’accademia di Monaco. In generale molti tedeschi.

 

Ritratto di Enzo Cannaviello, alle spalle un dipinto di Bernd Zimmer

Intervista ad Enzo Cannaviello. Ritratto in galleria con un dipinto di Bernd Zimmer sullo sfondo, ph. Sofia Obracaj

 

Una sua impressione di Milano

ll trasferimento fu un’avventura e non conoscevo nessuno, ma Milano mi ha accolto a braccia aperte. La prima mostra fu quella di Urs Lüthi, caposcuola della body art, in Piazza Beccaria: vennero 500-600 persone e questo mi convinse ancor più che Milano è davvero la capitale dell’arte (anche per la moda e il design), Milano domina tutte le altre città, Torino la segue ma viene molto dopo. Uno sconosciuto arrivato all’improvviso viene accolto immediatamente. Certo con un progetto ambizioso, anche se poi questo progetto bisogna farlo conoscere alla gente, e non è facile.

Ci sono casi nei quali non fu capito dal pubblico?

Accadde per Sigmar Polke che oggi è il numero due al mondo dopo Gerhard Richter, ma questo capita spesso nella storia dell’arte. Sono andato a vedere la retrospettiva a Palazzo Grassi a Venezia, notare che nel suo curriculum in Italia c’è solo la mia galleria mi dovrebbe rendere felice invece non lo sono, è molto grave per il nostro paese.

Ci sono altri esempi pensando agli esponenti dell’espressionismo tedesco: è difficile farli apprezzare da pubblico italiano abituato all’eleganza formale mentre il tedesco è abituato all’impeto alla passione alla forza della pittura. Sono due concetti diversi.

 

Arte Contemporanea di Cannaviello, Urs Lüthi, Autoritratto, 1972

Tra gli artsti di Cannaviello, Urs Lüthi, Autoritratto, 1972

 

Dal punto di vista del mercato..è cambiata molto Milano in questi anni immagino

Come ho già detto è il proliferare recente delle fiere e delle aste, è così da così da al massimo venti-trent’anni ,che ha fatto cambiare la mentalità..cioè oggi l’arte viene ascoltata con le orecchie e non con vista con gli occhi, si considera bravo che economicamente valido, ma fra dieci o solo cinque anni le cose cambiano.

Io credo che il collezionista debba scegliere secondo la propria cultura e la propria sensibilità, e conta molto l’interlocutore e il luogo dove andrà l’opera.

Anche i grandi artisti sono stati emergenti. Rispetto a coloro che ha conosciuto in cosa è diverso il giovane artista di oggi?

Io sono un sessantottino e all’inizio degli anni settanta il fattore economico incideva poco a dispetto di oggi, si pensava a lavorare senza essere ossessionati troppo dal ricavo. Oggi purtroppo tutta la nostra società è piuttosto arrivista, si vuole arrivare subito non sapendo più aspettare, e allo stesso modo porta gli artisti a seguire questo atteggiamento.

 

Bernd Zimmer, 2012 in galleria da Cannaviello

Intervista al gallerista Enzo Cannaviello. Tra i dipinti a Milano, B. Zimmer, Reflexion Waldsee, 2012.

 

Forse perchè nel 1970 loro avevano qualcuno con una professionalità precisa e solida ad accompagnarli nel loro percorso, come i galleristi non solo interessati alle quotazioni.

E’ vero, in questo modo potevano dedicarsi al massimo nella loro ricerca, erano liberi di pensare solamente a dipingere. Oggi spesso sono anche manager di loro stessi e questo non è funzionale nel sistema. Vale ancora la pena affidarsi ad una galleria che sappia promuovere, il suo ruolo è insostituibile. A chi pensa che non serva più rispondo che non si limita a vendere un”prodotto”, ma fanno cultura con un programma e una selezione per i collezionisti che amano davvero l’arte. Un dipinto non è una merce, per questo non condivido l’intento di un Affordable Art Fair che definisce le opere partecipanti secondo il criterio di stare sotto ad una certa cifra, al di là della qualità delle opere.

 

 

a Milano presso lo Studio d'Arte Cannaviello

Intervista ad Enzo Cannaviello. L’identità di un gallerista attraverso le foto che ripercorrono la sua carriera a Milano, ph. Sofia Obracaj

 

Cosa insegna la storia di Enzo Cannaviello ai giovani galleristi?

Che è le mode sono passeggere e si sbaglia ad affidarsi a quelle. L’insegnamento che mi sento di dare è di pensare con la propria testa, inoltre frequentare i luoghi giusti perché la formazione culturale che uno ha la riceve dai luoghi dai nomi, dalle gallerie e dalle mostre pubbliche giusti.

Michela Ongaretti

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Luce e colore nell’Arte. Il destino di LeoNilde Carabba tra fosforescente e simboli esoterici

Arrendersi con gioia al proprio destino. Questo è il risultato di una lunga carriera artistica per LeoNilde Carabba, un processo che continua tutt’oggi, dopo avere raggiunto tale consapevolezza. La pittrice ha attraversato con la sua arte il novecento, in scena dalla fine degli anni anni cinquanta, sostenuta da grandi nomi come Carla Accardi, Crippa, Fontana, Baj, per poi sviluppare la ricerca materica e spirituale sulla luce con l’impiego di colore fluorescente e fosforescente, indagando l’universo esoterico e simbolico delle filosofie studiate e indagate a fondo nel corso della sua esistenza.

 

Dell'arrendersi gioiosamente al proprio destino, tra gli ultimi lavori di LeoNilde Carabba

Luce e Arte nel destino di Leonilde Carabba. Arancione o Dell’ arrendersi al proprio destino, con fosforescente e fluorescente.

 

LeoNilde Carabba ha vissuto a lungo e molto intensamente portando in sé una grande serenità per avere accolto molte esperienze in diversi angoli del mondo, che la sua arte ha assorbito e rielaborato. Sono andata a trovarla nella sua casa studio dove abbiamo osservato e parlato tra alcuni suoi lavori.

Nel 2017 Milano la vedrà protagonista di due mostre: dal 14 al 31 marzo con la personale Dialoghi con L’assoluto presso SBLU_Spazioalbello a cura di Susanna Vallebona; a Maggio insieme ad altri artisti con  Black Lights: la luce che nasce dal buio a cura di Gisella Gellini, docente del Politecnico di Milano,  e di Fabio Agrifoglio, presidente della Fondazione Mario Agrifoglio, progetto cresciuto dopo aver raggruppato vari esponenti della Light Art in diverse occasioni espositive.

Sempre Agrifoglio ha invitato Carabba a partecipare ad una seconda mostra ad ottobre, questa volta collettiva con la partecipazione di Claudio Sek De Luca e dei lavori di Mario Agrifoglio, presso il Broletto di Como. L’inaugurazione sarà accompagnata da un concerto organizzato dal direttore del Conservatorio di Como.

 

LeoNilde Carabba, Yod Lamed Yod-ritrovare le scintille, 2013

Luce e colore nell’arte di Leonilde Carabba, Yod Lamed Yod-ritrovare le scintille, 2013

 

Nel suo intervento per il corso di light art e design della luce tenuto dalla stessa Gellini l’artista spiega perché scrive il suo nome con due lettere maiuscole: è il suo modo di riconoscere che nel nome esiste sia il maschile che il femminile, dichiara che la storia della sua vita è stata trovare l’equilibrio tra le due forze che vuole onorare ogni volta che viene citata. Il nome stesso della mostra viene da LeoNilde e riflette il rapporto dialettico tra la luce e l’oscurità, vitale nella sua ricerca artistica indissolubile dalla sua storia personale.  Il concetto cardine alla base del progetto è la ricerca della luce quando ci si trova ad essere nel buio, anche in senso metaforico. In effetti tutta la sua carriera può essere vista come un’indagine progressiva e sempre più complessa della Luce.

I lavori ad olio e petrolio degli anni sessanta sono oggettivamente scuri, ma si riferiscono anche ad una condizione di crisi esistenziale, superata grazie all’incontro con la meditazione per poi abbracciare spiritualità diverse tra loro, da Osho al Buddismo fino allo studio della Cabalà, modificando il suo modo di rapportarsi al reale: queste spiritualità sono entrate a pieno titolo con i loro simboli come soggetti ispiratrici delle opere degli ultimi vent’anni.

 

LeoNilde Carabba, Ispirato e dedicato a Raphael il grande guaritore, 2015

Esoterismo nell’opera di LeoNilde Carabba, Ispirato e dedicato a Raphael il grande guaritore, 2015. Acrilici, foglia d’argento e foglia d’oro vera con fluorescenti e fosforescenti, visione diurna

 

Carabba divide la propria carriera in quattro periodi: da quello buio (1962-64), al rifrangente dal 1966 al 1974 caratterizzato dall’impiego di  acrilici e microsfere di vetro, concomitante solo dal 1968 al 1970 il trasparente delle scatole serigrafate in metacrilato trasparente, in certi casi fluorescente. Solo dal 1995 parla di periodo luminoso, quello dell’esplosione della sua tecnica matura, ma in costante ricerca scientifica sui materiali, a seconda del pezzo acrilici foglia d’argento o d’oro, di rame, microsfere di vetro, glitter, colori fosforescenti e fosforescenti. Questi sono i quadri su cui si è concentrata la nostra attenzione.

 

Luce e colore nell'arte. Un'opera del Periodo Buio di LeoNilde Carabba

La Gazzella dalla terribile presenza, periodo Buio di LeoNilde Carabba, 1964

 

L’artista manifesta la sua soddisfazione nell’aver reso ogni effetto attraverso un sistema artigianale senza mezzi meccanici, dove l’uso del fluorescente o del fosforescente non si limita ad mero fatto estetico ma mira a coinvolgere e attivare l’osservatore, anche attraverso le forme geometriche paradigmatiche mistiche come il Labirinto, la Piramide, il Cerchio e l’Albero della Vita.

La freschezza con cui mi ha parlato è quella di chi ha una vita davanti, di chi si sente in una nuova fase e in un nuovo percorso, perché mi spiega che la sua ricerca artistica è il suo elisir. Una sorta di scambio di energia tra l’opera e la vita senza soluzione di continuità. Questo è il mondo di chi ha molto da raccontare senza smettere di stupirsi e di accogliere lo stimolo spirituale e interiore, insieme a quello esteriore del contemporaneo, compresa la tecnologia. L’arte è la vita come un’avventura avvolgente e continua, mantenendo lo stupore del bambino pur attraverso la conoscenza filosofica e quella scientifica del mezzo per realizzare, trasferire alla materia un concetto.

 

LeoNilde Carabba, scatola serigrafta del periodo Trasparente, 1968

Luce e Arte nel destino di Leonilde Carabba. Una scatola serigrafta del periodo Trasparente, 1968

 

Mi parla della sua concentrazione quando dipinge per molte ore di seguito

La pittura ti toglie energia e allo stesso tempo te ne da, stare molte ore in piedi assorbita dal lavoro ti stanca ma ti ricarica molto. Al termine ci si potrebbe sentir svuotati ed invece questa concentrazione ti da l’opportunità di pensare a quello che farai dopo, ti sbilancia verso il futuro. Fino a fine mostra non dipingerò ma ho questi due nuovi dipinti che mi aspettano .. e per me è come se mi aspettasse un amante..mi ricarico per poi dare di nuovo..

In molti lavori nella definizione dei segni si sente guidata da una forza, travolta da un impeto porta a termine il lavoro senza interruzioni, in uno scambio di energia che si può manifestare mediante l’assecondare un destino. Dove “un colore nasce e si sviluppa quasi da solo” l’artista si fa veicolo dell’urgenza di questo processo. Questo è un punto fondamentale, Leonilde mi parla di “lasciare accadere un quadro” perchè a volte ciò che viene iniziato non si comprende fino in fondo come finisca, dato che l’artista “co-crea col divino” come accade con il quadro rosso e arancione che vedo alle spalle e che vedremo per la mostra Black Light.

 

Fluorescente e fosforescente nelle opere di LeoNilde Carabba

La luce del colore fuorescente e fosforescente. Opere di LeoNilde Carabba nel suo studio

 

Come organizza il tempo di produzione?

Una progettualità c’è anche sul mio organizzare il tempo e lasciare respiro alla creazione, periodi di attività creativa e no..ad esempio adesso che ho due grandi mostre pronte ora non dipingo. Perchè per molti anni ho vissuto un continuo conflitto tra l’artista e il professionista che sono due ruoli molto diversi all’interno di sé. Ora il conflitto l’ho risolto. Quando sono artista al 100% e cerco che niente si inserisca tra me e il suo flusso lavorativo,che significa che stacco il telefono e che dico che non sono reperibile  e poi ci sono dei periodi come adesso che sono nel mondo reale e sono più la professionista che l’artista.

Ha parlato di Arte come Gioco..

Non bisogna dimenticarsi di giocare, se si smette si dimentica anche di vivere. Ma intendo il gioco del fare, è una cosa seria! Giocare significa essere totali, come il bambino l’artista quando dipinge è totale, come il musicista quando o lo scrittore quando scrive, e più riesce ad essere totale più riesce ad essere creatore. E’ faticoso ma bello, unico nel momento in cui si svolge questa azione, e che quindi cambia e fa cambiare. Mentre lavoravo alla mia ultima serie non potevo credere ai miei occhi di come stava cambiando ne farla come me del resto. Credo sia importante permettersi di rinnovarsi e rinnovarsi significa ringiovanire. Ho 78 anni all’anagrafe ma non me li sento proprio e nello stesso tempo me li sento perché ho vissuto tanto, sono avida di vita ma in maniera diversa da come lo potevo essere a vent’anni.

 

Alla luce. Opera con fosforescente di LeoNilde Carabba

Colore fosforescente nell’arte di LeoNilde Carabba. Alla luce

 

Due dipinti di LeoNilde Carabba con fosforescente al buio.

Colore fosforescente nell’arte di LeoNilde Carabba. Al buio

 

L’aspetto scientifico e quello spirituale si fondono nella sua pittura. La definizione di alchimista ben si adatta al lavoro di Leo Nilde. A parte lo studio esoterico pensiamo all’alchimista come una sorta di chimico antelitteram. E’ così?

Si, io dico che ho mangiato pane e colori fin da bambina, perchè mio padre era un ingegnere chimico e quando avevo 4 -5 anni e lui tornava a casa mi diceva : “oggi ho fatto un nero”, così iniziavo a chiedergli cosa significasse, a farmi spiegare i procedimenti. Poi sono stata presa da altre passioni ma quella del colore è tornata.

Sono stati molti altri gli insegnamenti di mio padre, come alcuni accorgimenti per preservare i quadri dall’invecchiamento. Quando abitavo in California a una mia collezionista si è allagata la casa con un mio quadro, che si imbarcò. Il restauratore ammise di non sapere come operare sull’arte moderna ma io consigliai di guardare dietro al quadro, lì avevo scritto tutti i materiale usati compresa la vernice finale, in questo modo fu possibile restaurare il pezzo. Quando si tratta di polittici essi sono firmati e scritti uno a uno perché possono funzionare anche singolarmente, se dovessero essere in futuro venduti a pezzi ciascuno di essi avrà tutte le indicazioni necessarie.

 

Fluorescente ispirato all'onda di Hokusai, opere del 2012 di LeoNilde Carabba

LeoNilde Carabba, A true surrender it’s a tsunami, 2012, foto con luce di Wood. Ispirato all’onda di Hokusai

 

Il lavoro do LeoNilde Carabba si basa sulle variazioni cromatiche a seconda delle fonti di illuminazione, assenti per il colore fosforescente che si vede di notte, o dalla luce di Wood che attiva il colore fluorescente. Può parlarci meglio della sua tecnica, e dei materiali impiegati?

Sono circa vent’anni anni che uso i colori fosforescenti, per questo primato avrò molto spazio all’interno della mostra delle Black Light.

Mi sento da sempre una ricercatrice, curiosa al punto da provare empiricamente per poi andare a studiare con più precisione gli effetti dei materiali impiegati. Nel mio lavoro ci sono quasi sempre tre valenze concomitanti: quella del colore e la sua texture, il fluorescente e il fosforescente. Per quest’ultimo, quello tipico tende al verde ma io ne ho trovato uno azzurrato e uno aranciato. Sotto ad essi a volte uso la foglia oro, come su una porzione della piramide in studio abbinato al colore oro, per cui la parte dorata si vede sempre, mentre solo di notte appare tutta dorata.

 

Un dipinto alla luce di wood con vera foglia oro, LeoNilde Carabba, 2013

LeoNilde Carabba, Ispirato e Dedicato alla IV Visione di Ildegarda von Bingen – 2013, con vera foglia oro alla luce di Wood

 

I colori fluorescenti sono invece trasparenti, sotto ad essi bisogna dare un colore abbastanza simile e opaco, poi si passa il fluorescente e sul fluo volendo c’è il fosforescente. La parte materica la creo per dare movimento, dopo il colore lavoro col togliere e mettere la carta velina. Sono molte mani di colore a rendere quell’effetto di increspatura.

Gli stimoli esterni sono fondamentali per la sua ispirazione?

Sono una divoratrice onnivora di libri, mi piacciono molto i testi di storia..ora sto leggendo Amanti e regine: il potere delle donne di Benedetta Craveri ma le intuizioni vengono anche a partire da fatti di vita reale. Ad esempio qualche giorno fa è morto un uomo di cui ero molto amica una ventina d’anni fa, così ho riflettuto molto sulla Morte, perché con essa ho un buonissimo rapporto..infatti penso che non credo esista, ma credo alla trasmigrazione dell’anima. Da qui nascerà il mio prossimo progetto.

 

Luce e colore nei labirinto di LeoNilde Carabba

Il Labirinto e altri simboli nelle opere di LeoNilde Carabba

 

L’arte è per tutti?

La creatività è per tutti l’arte no. Per scegliere di fare l’artista in un mondo come il nostro bisogna essere fuori di testa, nessuno lo sceglierebbe se non fosse un destino. Sai come si chiama quel quadro arancione? Arancione o Dell’arrendersi gioiosamente al proprio destino. Essere artisti è un destino e non una scelta logica, lo vedo anche nella vita di altri artisti, è un must non è qualcosa che non puoi non fare. Da giovanissima lavoravo in pubblicità, guadagnavo bene però non mi tenevo dalla voglia di seguire la mia strada.

Esiste una possibilità terapeutica, ho guidato gruppi di espressione creativa dove mettevo insieme danza e pittura per spingere le persone ad entrare in contatto con la loro capacità libera e creativa, ma non è insegnamento o iniziare qualcuno alla mia tecnica.

 

Arancione fosforescenti in una suggestiva visione al buio. Un'opera di LeoNilde Carabba

Arte della luce con colori fosforescenti nello studio di LeoNilde Carabba

 

Nel 2017 vedremo i suoi dipinti in due grandi mostre, pensi che per un artista contemporaneo siano ancora importanti?

Si, infatti secondo me se prima contava avere il gallerista giusto, oggi quello del curatore è un ruolo cardine, per questo dopo avere iniziato il percorso con Fabio Agrifoglio sono molto contenta di essere ora seguita anche da Gisella Gellini per Blacklights la luce che nasce dal buio, la trovo una donna di potere intelligente e lungimirante, e penso che porterà i lavori di oggi  in spazi importanti per la mia crescita creativa.

Michela Ongaretti

Lemures alla Libreria Ibis

Mitologia e Arte Contemporanea. Lemures di Roberto Pagnani alla libreria esoterica Ibis

Durante la nostra trasferta a Bologna c’è stato anche il tempo per una peregrinazione nel centro cittadino, a caccia d’arte contemporanea. Erano aperte moltissime gallerie ma la rivelazione è stata presso la Libreria Esoterica Ibis di via Castiglione, un universo di cultura dedicato alla spiritualità, alla mitologia, alle scuole filosofiche di tutto il mondo e persino all’alchimia. E’ sicuramente parso luogo di elezione per i Lemures di Roberto Pagnani, che li espone fino al 7 febbraio, opere memori della mitologia romana, nel nome e nella poetica, declinati secondo un’estetica tutta contemporanea nella commistione di pittura, scultura e collage.

 

Libreria Esoterica Ibis- Mostra Lemures

Lemures alla Libreria Esoterica Ibis. La vetrina guarda la città

 

La mostra è stata inserita nel circuito di SetUp Plus, che ha previsto nell’ultimo weekend di Gennaio l’apertura nel centro storico di Bologna, di diversi luoghi dedicati all’arte contemporanea, in concomitanza di SetUp Contemporary Art fair e di Artefiera. E’ stato come un “fuorisalone” per usare un termine ben comprensibile a chi vive a Milano, che ha dato visibilità a chi tutto l’anno si dedica alla promozione culturale e artistica.  

La Libreria Esoterica Ibis è uno di quei luoghi trasversali, come lo sono tutti i luoghi che trasudano enormi quantità di contenuti, dove spesso accanto ai libri sono accolte opere d’arte. Logicamente l’ospitalità degli scaffali è data a chi sia in grado di presentare manufatti dedicati ad un tema coerente ai misteri affidati alla carta, ed è quasi ipnotico scorrere i titoli sul dorso di questi libri, accanto a ciò che suggerisce analisi attinenti utilizzando un linguaggio diverso. L’arte contemporanea ha molti segreti da svelare o celare, spesso non usa parole (dipende, se pensiamo a Katia Dilella ad esempio lo fa eccome), e non sempre le immagini sono esplicative attraverso la figurazione, anzi direi che non sempre sono esplicative..Insomma in questo caso a parlare sono le forme, gli accostamenti con i colori che non nascondono le forme originate dal Tempo e dalla Natura, i materiali nella loro schietta esibizione arrivano al cuore nella mitologia dei Lemures.

Mi piace pensare che questo tipo di ricerca corrisponda in musica all’intento di non far sentire tutti insieme gli strumenti di un’orchestra, ma che durante il concerto si voglia presenziare con pochi elementi, come ad esempio pianoforte tromba e clarinetto. Questi concorrono alla sinfonia dell’insieme ma  si possono percepire nella loro potenza espressiva singola.

 

Particolare di un Lemure di Pagnani

Lemures di Roberto Pagnani alla Libreria Esoterica Ibis. Particolare

 

I Lemures parlano dagli scaffali della libreria, e lo fanno con voci ancestrali, provenienti dai misteri della mitologia italica, ed è affascinante che si rivolgano a noi da questo luogo. Varcata la soglia si sente un’energia curiosa, enigmatica nei suoi molteplici contenuti spirituali ma allo stesso tempo molto accogliente, protettiva. Ogni visitatore si sentirà quasi uno scopritore delle sculture di Pagnani, in prima linea eppure nascoste, eccezion fatta dal primo dei Lemures appoggiato sul tavolo davanti all’ingresso della libreria, come una divinità pagana nel vestibolo di un tempio. Non sono però soli in questa avventura i Lemures di Roberto Pagnani, in alcuni punti accanto a loro vediamo i suggestivi e antichizzanti dipinti su tavola dell’illustratrice Octavia Monaco.

 

Mostra presso la Libreria Ibis di bologna

Lemures alla Libreria Esoterica Ibis. Opere di Roberto Pagnani e Octavia Monaco

 

In effetti Roberto Pagnani mi spiega con cura: ciò che prende il nome dagli spiriti della notte, o della morte, secondo la religione della Roma antica, qui ha una connotazione opposta, benigna e non maligna come nel passato, un valore protettivo e quasi propiziatorio. Si rispetta invece dei Lemures originari la loro essenza di esseri in perenne transitorietà tra due mondi, attraverso l’uso di materiali recuperati dalla Natura che li sta mutando.  Secondo l’interpretazione contemporanea dell’artista i Lemures rappresentano nella serie delle identità ancestrali, come totem si presentano vagamente antropomorfi, perché hanno un valore simbolico che identifica spiritualmente una persona o persone che si sentono parte di un gruppo, di una tribù. Come per i nativi americani che realizzarono i primi totem per il culto religioso.

 

Mostra Lemures alla Libreria ibis

Lemures di Roberto Pagnani alla Libreria Esoterica Ibis. L’opera principale al centro della sala.

 

I materiali allo stato grezzo sono restituiti dal mare, raccolti dall’artista ravennate nei lidi vicino al suo studio. Con questi legni, conchiglie e pezzi di plastica costruisce delle forme leggermente antropomorfe, in certi casi utilizzando tutti i materiali recuperati, in altri selezionandone solo alcuni. Per quanto riguarda il legno esigenze espressive o di composizione rendono necessaria la sua colorazione, o una semplice stesura di mordente per impedire il proseguimento dell’ossidazione operata dai chiodi di metallo in esso contenuti.  Al termine dell’intervento con i pigmenti colorati si rende talvolta necessario, al completamento di queste “forme”, un agglomerato di piccole componenti come le conchiglie, dove la plastica è scaldata con una pistola termica per permetterle di avvilupparsi agli oggetti per rivestirli di forme nuove e artificiali nella linea ondulata, trasparenti per non celarne il contenuto.  La plastica appartiene come tutti gli altri elementi al ritrovamento in stato di natura, ma è senza dubbio simbolo della modernità, una sorta di contestualizzazione del valore propiziatorio antico, quasi a dare ad esso una credibilità, una dedizione anche a noi uomini del ventunesimo secolo che ancora leggiamo libri e passeggiamo dove batte la risacca, osservandone la perfezione di un meccanismo che viene da molto lontano.

 

Libreria Esoterica Ibis e i Lemures di Roberto pagnani

Opere di Roberto Pagnani e Octavia Monaco tra gli scaffali della Libreria Esoterica Ibis

 

Ciascuno dei Lemures una volta assemblato è incollato con silicone e fissato con viti.   Le parti in legno sono quelle che più fanno pensare alla forma antropomorfa, in alcuni punti la suggeriscono, e Pagnani asseconda questa vocazione facendo uscire ancor più quell’impressione. Decide quindi di tracciare con delle sgorbie qui degli occhi, là una bocca o altri dettagli di un viso umano.

I Lemures sono un esercito, un esercito personale per l’artista che mi conferma di creare in quanto simulacri di spiriti dal valore apotropaico: sono nati per essere in molti, istintivamente concepiti per esistere come gruppo di opere pur nella non serialità, istintivamente crescono in numero rinforzando il loro potere, come totem o feticcio, “come accade quando si vuole dare una forma materiale alla preghiera”.

 

In mostra alla liberia esoterica fino a febbraio 217

Interno della liberia Esoterica Ibis con i Lemures di Roberto Pagnani

 

I Lemures sono apparsi anche negli ultimi giorni dell‘ottobre 2016 nella sala Rossa del teatro Felix Guattari di Forlì, in occasione del festival di Crisalide XXIII, sempre in buona compagnia di diversi stimoli culturali, in quel caso anche performativi. L’esercito si rinforzerà sempre più per la prossima uscita.

Michela Ongaretti