Mirosław Bałka, disegno di Giovanni Manzoni Piazzalunga

Un corpo a misura del simbolo all’Hangar Bicocca. Crossover(s) di Mirosław Bałka

Mirosław Bałka. Questo nome val bene una visita al Pirelli Hangar Bicocca per la prima importante mostra retrospettiva dell’artista polacco: Crossover(s). E’ un viaggio di mente e corpo attraverso le navate di un tempio dell’arte contemporanea, tra sculture, installazioni e video realizzati dagli anni novanta ad oggi, con progetto espositivo site-specific e una nuova produzione video per l’occasione, a cura di Vicente Todolí e possibile fino al  30 luglio 2017.

 

Ritratto di Miroslaw Balka per Artscore.it

Un corpo a misura di simbolo. Mirosław Bałka, disegno di Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Scostate le tende ci lasciamo immergere dal buio. Serve del tempo per adattare la vista, e in questa condizione cambia la percezione del nostro corpo nello spazio, gli altri sensi concorrono a guidarci.

Come in una processione sacra sappiamo già che ci fermeremo in diciotto stazioni, ma quello che non avremmo immaginato è l’esperienza percettiva fin dal primo istante, la sensazione che la misura del corpo umano funga da lente di ingrandimento plastico sulla comprensione simbolica delle sculture monumentali.

 

Common Ground, Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, vista di Common Ground tra le navate dell’Hangar Bicocca

 

Per godere al meglio di questi stimoli è utile sapere fin dal principio che esiste un riferimento letterario, l’esistenzialismo di Samuel Beckett in primis, e biografico, forte in tutto il lavoro dell’artista polacco, ad accrescere e suggerire una riflessione sulla condizione umana che non nasconde i suoi lati più oscuri e indelebili. Tutta l’esposizione è in effetti un “crossover” tra elementi che appartengono alla dimensione o al vissuto individuale ed altri riferimenti ad episodi per come li ha consegnati la Storia, attraverso la memoria collettiva.

 

Wege zur Behandlung zum Schmerzen, Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Wege zur Behandlung von Schmerzen, 2011, Veduta dell’installazione, Four Domes Pavilion a Wroclaw, 2011 Courtesy dell’artista, ph. Lukasz Kropiowski

 

Eppure questo viaggio non procede con incedere grave e sofferente ma riesce ad incuriosire e persino a sorprendere incrociando la guida visiva attraverso l’esperienza dell’opera con tatto, olfatto e udito. Il percorso diviene ancora più immersivo per l’utilizzo dello spazio in tre dimensioni, altezza, lunghezza e profondità, per le opere che si possono trovare su pavimento, pareti o soffitto ( 15 x 22 x 19, hard skull) delle navate dell’Hangar.

Noi partiamo da un punto di vista privilegiato perché abbiamo potuto assistere alla visita “From one to infinite”, guidata dallo stesso artista e dal critico Julian Heynenche segue il suo lavoro da molti anni. Artscore vi racconta oggi la cronaca di questo viaggio con l’intenzione di invitare i suoi lettori a ripercorrerlo in libertà, con la conoscenza di base di alcuni dei principi informanti di alcune opere. Crossovers si configura come una preziosa retrospettiva, perciò si ricorda che ogni installazione ha avuto una genesi autonoma e una collocazione precedente in altri musei di arte contemporanea. In più l’ambiente dell’hangar ha favorito la presenza monumentale delle opere, la loro fruizione tridimensionale, nel loro apparire dal buio come epifanie fisiche e pesanti, come mammut del ventunesimo secolo, carichi di una condizione esistenziale senza tempo.  

 

Le installazioni di Miroslaw Balka To be e The Right Path

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, L’installazione To Be e sullo sfondo The right path, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

La condizione corporea riflette dunque una condizione esistenziale, ed è mediante l’attivazione di uno o più sensi che una scultura o un’installazione prende forma per portare l’osservatore ad una riflessione più ampia che coinvolga linguaggi o forme espressive molto differenti. Ma non solo, la figura umana è spesso rappresentata dalla sua misura; spesso i titoli delle sue opere riportano misurazioni reali, in centimetri, del corpo dell’artista. E’ questa per noi una cifra concettuale precisa, basterebbe questa considerazione per comprendere gran parte del senso della sua pratica artistica: tutto quello che viene prodotto nella sua arte è fatto con l’uomo e dall’uomo, ad esso si rivolge e su di di esso si interroga. In fondo la Storia è fatta dagli uomini con un pensiero che si traduce in azione, possibile solo in carne ed ossa, come carne ed ossa possono leggere il simbolo.

 

Common Ground, Balka all'Hangar Bicoccca

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka all’Hangar Bicocca, Common Ground, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

Il viaggio inizia dal buio per portarci verso il primo punto di luce corrispondente all’installazione Common Ground (2013-2016), un tappeto formato da 178 zerbini domestici che secondo le parole dell’artista ha una connotazione politica. L’evocazione è qui ad un rituale, come in tutte le altre “stazioni” del resto, quello di ripulire le scarpe prima di accedere ad uno spazio privato, ma ricorda anche l’interno di una moschea; è un luogo denso di individualità e di singole storie umane, i tappetini hanno infatti una straordinaria varietà anche nel livello di consunzione. Lo si percepisce subito come uno spazio invalicabile, un confine tra la dimensione esterna e interna, pubblica e privata che amplifica l’idea della possibile intromissione, del superamento di una soglia intima che accomuna tutti indipendentemente dalla cultura d’origine.

 

Soap Corridor (1995) Miroslaw Balka a Milano

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, Soap Corridor, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

Poco dopo siamo al cospetto della monumentalità incombente di Wege zur Behandlung von Schmerzen ( Percorsi per il Trattamento del Dolore, 2011) che in quanto scultura siamo invitati ad osservare girando attorno ad essa. La nostra azione mette a confronto l’opera precedente perchè se prima era necessario abbassare il capo ora dobbiamo volgerlo in alto per notare il getto di acqua di colore nero (qui l’ambiente non aiuta), associata all’eco che rimbomba altrettanto oscura. Una “anti-fontana” che ribalta il significato simbolico dell’acqua, nel suo rituale legato alla purificazione e alla guarigione del corpo, forse questa scultura è il punto più evidente di come la memoria collettiva del dolore diventi tema universale. Il suo trattamento consiste nella sua esplicitazione, sia se parliamo di un vissuto personale che di un evento sconvolgente nella Storia come l’Olocausto.

 

Wege zur Behandlung von Schmerzen (2011) di Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, Wege zur Behandlung von Schmerzen, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

Per un cittadino polacco il ricordo dell’incubo nazista è fisicamente presente in diversi luoghi, e spesso affiora per Mirosław Bałka, sempre attraverso una percezione fisica, sublimato in luogo metaforico descritto attraverso il corpo, con la sua intromissione sensoriale. Così interrompiamo il percorso logico della visita per arrivare subito a 250 x 750 x455, ø 41 x 41 /Zoo / T, installazione esposta per la prima volta nel 2007 all’Irish Museum of Modern Art di Dublino. Le misure del titolo e la struttura metallica ricordano un piccolo zoo che era stato costruito nel campo di sterminio di Treblinka, non lontano dall’abitazione di famiglia di Bałka.

 

250-x-700-x-455-ø-41-x-41-ZooT, di Miroslaw Balka

Mirosław Bałka, 250 x 700 x 455, ø 41 x 41/ Zoo/ T in occasione di “Nothere”, White Cube, Londra, 2008 Courtesy dell’artista e White Cube Photo Stephen White

 

L’artista dichiara l’assurdità di parlare sempre di numeri, sul tema dell’Olocausto, dimenticando gli individui, e qui è la volontà dell’individuo a rendere possibile il paradossale bisogno d’intrattenimento. Per questo motivo le misure reali della struttura sono ridimensionate alla misura del corpo di Bałka stesso, come l’altezza totale che corrisponde alla misura massima di occupazione verticale, con le braccia in alto. Il limite è dettato dall’umano fino alla soglia della sua deviazione morale. E sul confine materiale rimaniamo incerti, desiderosi di superare la barriera per entrare e osservare più da vicino un’azione in corso ma bloccati dalla sua visione dall’esterno, una rappresentazione che chiarifica senza purificare, che esplicita lo straniamento tra la funzione d’intrattenimento della struttura e il suo contesto: una lampadina è volta verso un recipiente dentro al quale cola con flusso costante del vino rosso, simbolo iconico del sangue di Cristo, un altro sacrificio metaforizzato attraverso una funzione organica.

 

250x700x455, diam. 41x41, Zoo, T, Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, 250x700x455, diam. 41×41, Zoo, T, © Attilio Maranzano

 

Molto vicina è l’opera “Primitive”: il volto blu e deformato di una guardia di Treblinka appare in loop su un monitor, frutto dell’appropriazione dell’immagine attraverso la Tv dal documentario sulla Shoah di Claude Lanzmann, quello che colpisce è il suo ingrandimento a misura naturale, la nostra.

 

Primitive, Miroslaw Balka 2008

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, Primitive, particolare del frame in loop

 

Ironico e amaro BluGas Eyes ( 2004), un video che mostra due fornelli accesi come due occhi umani e che dal titolo fanno pensare ad una canzone pop. Purtroppo dopo la seconda guerra mondiale il gas non può più essere un simbolo innocente e il filmato sul sale stimola la percezione del dissolvimento, dell’immagine instabile, come la situazione politica mondiale e il desiderio di sopraffazione dell’uomo sull’uomo.

 

BlueGas Eyes di Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, BlueGasEyes, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

Anche To be ( 2014) è visibile tridimensionalmente e richiama mediante il suono i visitatori. Un moto ad intervalli regolari attraversa in tutta la sua verticalità un tubo di metallo, proprio come un nervo umano trattiene, accumula e poi rilascia energia, e come per la natura umana nella Storia i momenti di quiete possono nascondere una violenza latente.

Ancora in senso verticale si sviluppa una colonna di saponette, più di dieci metri, precisamente 7x7x1010 (2000). Sono state collezionate in Varsavia a diversi stadi di utilizzo e consumo come gli zerbini, una memoria forte di un rituale quotidiano personale appartenente a tutti. Come ogni visitatore assocerà l’interpretazione al proprio vissuto intimo, così amplificando il principio questo lavoro è frutto del rimescolamento delle tracce di persone che in precedenza hanno utilizzato e “forgiato” il materiale per una scultura inconsapevole, per far sì che Balka possa definirla con ironia un’opera collettiva dei cittadini di Varsavia. Sempre il sapone è protagonista del Soap Corridor, opera presente in rappresentanza della Polonia alla 45esima Biennale di Arte Contemporanea di Venezia, nel 1995. Il senso dell’olfatto riempie questo spazio man mano lo si percorre, capiamo solo strada facendo di trovarci tra l’inizio e la fine della nostra esistenza: il sapone è il primo elemento con cui entra in contatto il nostro corpo, ma anche l’ultimo.

 

7x7x1010 di Miroslaw Balka, particolare

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka all’Hangar Bicocca, particolare di 7x7x1010

 

Sempre un corridoio, doppio quello di Cruzamento ( 2007), ci aspetta al centro delle navate. Per il titolo di quest’opera formata da due bracci percorribili che si incrociano, in griglie di acciaio, è usata la lingua portoghese perchè fu presentata per la prima volta all’esterno del Museu de Arte Moderna di Rio de Janeiro. Secondo l’interpretazione suggerita da Balka la fruizione, la visione di ciò che sta intorno all’opera è resa possibile e condizionata dalle griglie stesse, e a seconda della nostra posizione, interna o esterna, possiamo essere osservatori od osservati. Anche qui il corridoio allude alla condizione esistenziale di eterno viaggio, o attesa beckettiana verso una diversa condizione, dove il senso del tatto stimolato da ventilatori in punti nevralgici della croce rende consapevoli della transizione, e dove ancora le misure sono importanti per la metafora: puoi provare ad attraversare i corridoi in compagnia ma ti accorgi che in due appaiati non si passa, si nasce e si muore da soli.

 

Percorrere Cruzamento di Balka, Hangar Bicocca

Un corpo a misura di simbolo. All’interno di Cruzamento, Mirosław Bałka all’Hangar Bicocca, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

L’idea di un percorso circolare è suggerita dal video Holding the Horizon, inserita come prima opera ma non visibile dal principio perché collocata sulla parete sopra la porta d’ingresso, quindi fruita come ultima. Su uno schermo LED è riprodotta l’immagine instabile e in movimento dall’alto verso il basso di una striscia di carta gialla, su fondo nero. Come l’orizzonte è un’illusione, perché quando si crede di toccarlo lo si trova sempre lontano, così a una fine corrisponde sempre un inizio. L’instabilità dell’immagine torna a parlare di barriere tra visibile e invisibile ma percepibile: la responsabilità del peso del mondo che regge Atlas non è misurabile, si trasforma quindi in una indefinibile e per questo insostenibile leggerezza.

Michela Ongaretti

 

SetUp.Drawing the World, Rodriguez Gallery

Disegno in fiera con Dorota Buczkowska. SetUp nel weekend dell’Arte Contemporanea di Bologna

I fianchi molli di Bologna, per dirla come avrebbe fatto Guccini, mi hanno accolto sabato con Arte Fiera, SetUp e le molte gallerie aperte per l’occasione nel sempre vivo centro città. Ai grandi capolavori dell’arte contemporanea presso la  Fiera “istituzionale” si sono aggiunte al calar della sera le proposte di SetUp Contemporary Art Fair nella location dell’Autostazione. Tra le varie sezioni ero curiosa di vedere il progetto sul disegno Drawing the World:  è portato a Bologna da Mónica Álvarez Careaga, curatrice e direttrice di Drawing Room Madrid.

 

Drawing Room a Madrid

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. L’interno di Drawing Room a Madrid, diretto da Monica Alvarez Careaga, curatrice della sezione Drawing The World

 

Presenti quattro gallerie straniere con altrettanti artisti provenienti da paesi  dai contesti culturali differenti. Ho visto quindi Galerie Ulf Larsson da Colonia con l’artista Natarajaa, SAIDA Art Contemporary da Tétouan in Marocco con Mohamed Larbi Rahhali, la galleria Sibonet dalla Spagna di Santander ha presentato il lavoro di Teresa Moro ed infine..last but not least nella considerazione di Artscore, la Rodriguez Gallery che a dispetto del nome porta dalla Polonia l’artista Dorota Buczkowska.

 

Teresa Moro, Siboney Gallery

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Vista della parete con i lavori di Teresa Moro

 

Dalla nascita di SetUp Contemporary Art Fair, a Bologna l’arte contemporanea non dimentica il disegno, ma pone la disciplina al centro del confronto su un tema portante. Per questo abbiamo scelto Drawing the World, perchè anche per noi il disegno rappresenta il nucleo di ogni progetto artistico.Sia esso visibile o meno, figurativo o astratto, esso è la definizione di un’idea attraverso la linea, è il pensiero che si fa immagine costruita, e che dalla notte dei tempi continua ad emozionarci portando la riflessione sul mondo su un piano estetico. A SetUp l’arte contemporanea vista e scelta da Monica Alvarez è accomunata dalla “presenza del disegno come mezzo fondamentale per la concezione o cristallizzazione” dell’opera dei quattro artisti in fiera.

 

SetUp Contemporary Art Fair, Saida Art Contemporain presenta Mohamed Larbi Rahhadi

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Drawing The World-Mohamed Larbi Rahhali, OMRI, Saida Art Contemporain

 

Nello specifico di Drawing the World II, l’azione del disegno si mostra contaminata da altri linguaggi e supporti come la fotografia e l’installazione, ibrido nel suo ricongiungersi ad intenti culturalmente distanti dall’arte contemporanea, individuati nella fotografia di documentazione tout court per Dorota Buczkowska e nell’artigianato tradizionale  marocchino per Mohamed Larbi Rahhali.

Se l’arte contemporanea si rivolge alla riflessione cerebrale o emotiva, lontana da una necessità di mimesi con il reale, il disegno qui si rapporta alle diverse attività umane per immaginare un altro mondo rimescolando le carte espressive con quelle tradizionalmente assegnate ad una disciplina concreta, finalizzata ad uno scopo preciso e funzionale.

 

Setup, Natarajaa con Ulf Larsson Galerie

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Particolare di Void, Natarajaa, Ulf Larsson Galerie

 

Pensando al tema portante di SetUp, l’Equilibrio definito anche dal suo opposto come motore di un cambiamento, non possiamo che vederlo riflesso nei lavori dei quattro artisti di Drawing the World II. A Bologna il disegno di Natarajaa è segno umano eliminato, presente nella sua assenza, distrutto da fuoco, pioggia o da altri materiali insoliti per lasciare solo la traccia di grafie generate da elementi naturali; al contrario Teresa Moro fa materializzare la presenza dell’uomo nell’impronta che lascia su oggetti di uso quotidiano, rappresentati in maniera più tradizionale con disegni a gouache. Affermazione dell’esistenza nel suo non rivelarsi, trova Equilibrio nell’immanenza della trasformazione. Il lavoro di Mohamed Larbi Rahhali appare più pacificato nel suo rapportarsi all’installazione, moltiplicando piccole porzioni di universi disegnati e colorati sulla superficie interna di scatole di fiammiferi. L’Equilibrio  tra la mano artigianale e la soggettività dell’arte è ritrovato nel gesto ripetuto e ogni volta diverso nella scenografia dell’insieme.

 

A Year In sanatorium, Dorota Buczkowska con Rodriguez Gallery di Poznan

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Dorota Buczkowska, A Year In sanatorium con Rodriguez Gallery di Poznan

 

Dorota Buczkowska si concentra sulla percezione della realtà: nella sua osservazione psiche e fisiologia, emozione e corporeità sono accostati e fatti convivere secondo un ’Equilibrio del limite, come se qualcosa fosse portato alle conseguenze più estreme, ma sempre prima di arrivare alla rottura o alla predominanza di uno dei due elementi.

Quando ho visto One Year in Sanatorium ho pensato che le foto fossero abitate da fantasmi, ed in effetti il disegno “infesta” la resa oggettiva della documentazione. Il progetto dal titolo emblematico si basa sulla raccolta di fotografie appartenenti, davvero o per la finzione che fa parte del gioco, ad un sanatorio in Norvegia. L’intervento grafico che  opera su di esse, con inchiostro, grafite o altri strumenti, aggiunge una nuova dimensione all’immagine. Sia questa dimensione fisica, mentale o emotiva, essa trasferisce lo stato mentale dei soggetti ritratti,caratterizzato da un misterioso senso di occlusione e paura, nella sfera del visibile concreto. Il disegno dà voce emozionale alla documentazione, stravolgendone il senso nella direzione che più aggrada all’idea del disegnatore, e le persone catturate dall’obiettivo nella Storia diventano attori di un teatro tutto contemporaneo. Buczkowska dichiara che  One year in Sanatorium ha questo titolo perché si riferisce al trattamento utilizzato per alleviare i sintomi di malattie croniche, così la raccolta è formata dalla rappresentazione di stati simili al disturbo, e al contempo dell’antidoto ad essi. L’artista cammina in bilico su una fune sottilissima dove la vita e la sua prematura necrosi si toccano, dove disgusto e delizia, atto sessuale ed emotivo non vogliono separazione.

 

SetUp, Dorota Buczkowska, a Year in a Sanatorium

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Dorota Buczkowska, a Year in a Sanatorium, 2013, Rodriguez Gallery

 

La galleria Rodriguez di Poznan ha proposto a SetUp una seconda serie di questa creativa multidisciplinare che usa mescolare pittura, scultura fotografia e disegno, sostenuta come One Year in a Sanatorium dall’ Istituto Polacco di Roma.

The Way Back si dedica  ancora una volta al riflesso fisico e materiale di uno stato mentale, solo che stavolta la struttura circolare del suo disegno esplica il processo stesso della creazione artistica.

 

The Way Back di Dorota Buczkowska, particolare

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Dorota Buczkowska, Particolare della serie The Way Back

 

La descrizione di un cerchio ha sempre fatto parte della preparazione accademica, qui utilizzato non più come elemento immutabile, ma come dimostrazione che anche nel più rispetto dello standard nella forma esiste sempre un margine anche minimo di personalizzazione, dove questi cerchi prendono vita secondo caratteri “vitali” unici tali da avvicinarsi all’umanità. La matericità stessa è data dal confronto o conflitto tra la pittura e il disegno nel suo medium principale che è la carta: quando la pittura ad olio si attacca alla speciale sottilissima carta ne risultano macchie che accentuano le caratteristiche “personalità” componenti i due materiali: l’olio così diretto e fisicamente invadente, la carta così fragile e tendente alla trasparenza.

Sempre che l’Equilibrio non ci abbandoni speriamo che Artscore possa continuare a trovare il disegno nell’Arte contemporanea. Magari a Bologna tra un anno.

Michela Ongaretti