Felix Lenz ragiona sui sistemi digitali e sulle conseguenze su ecosistemi e strutture sociali. Ora in mostra nel padiglione austriaco della 24ª Esposizione Internazionale della Triennale di Milano, dal titolo Inequalities.
Qui l’installazione Soft Image, Brittle Grounds dichiara come sia lo sfruttamento delle risorse terrestri, a innescare diseguaglianze.
Personalmente credo che decidere di andare a visitare una mostra così articolata sia sempre un atto di fiducia, talvolta tradita da contributi poco incisivi, troppo articolati e dunque poco comprensibili, persino fuori tema. Per fortuna questa edizione è stata anche occasione di trovare interventi molto sentiti, come Grenfell Tower. Total System Failure, che riunisce testimonianza e manufatti in un attivismo dell’immagine sulla tragedia ancora senza giustizia. Poi nella sezione dedicata ai padiglioni nazionali si incontrano sforzi progettuali poveri o didascalici, non certo nella mancanza di argomenti. Eppure finalmente incontro un progetto di allestimento per un corpus di opere che nasce dal percorso coerente del suo creatore, di una qualità in grado di destare attenzione verso la tematica della mostra INEQUALITIES. Il padiglione austriaco è abitato dall’arte del video efficace in senso estetico.

Vale la pena arrivare in Triennale per la ricerca di Felix Lenz che verte su questioni geopolitiche, tecnologiche ed ecologiche.
All’artista e filmaker stimolato dalla metodologia con cui vengono trattati gli argomenti, interessa principalmente un approccio di analisi critica approfondita e articolata degli argomenti da lui ritenuti importanti, nella quale l’attenzione è solitamente rivolta più al contenuto che al mezzo. ”Ciò significa che spesso è il mezzo a adattarsi al contenuto”. Se in quest’epoca sono i sistemi digitali a governare economie, condizionando strutture sociali ed ecosistemi, Soft Image, Brittle Grounds mette in discussione le fondamenta stesse del progresso tecnologico, mediante il potere di immagini in movimento talvolta illusorie.
Nel corso del programma di ricerca che ha portato alla realizzazione di due opere video è emersa la necessità di porre un un forte accento sugli elementi narrativi e sul senso di una costruzione del mondo. Questa consapevolezza ha portato Felix Lenz sempre più nella direzione del cinema, considerato un mezzo che “permette di fornire un contesto ampio e una storia ricca”.

Con questo approccio pervasivo degli strumenti espressivi è stato creata la mostra Soft Image brittle ground, commissionata da MAK e realizzata in cooperazione con Angewand.
In Triennale troviamo due opere: Brut Force e Valley of the Heart’s Delight. La prima rappresenta il più recente progetto di documentario sperimentale di trenta minuti, co-diretto da Ganaël Dumreicher, di cui possiamo visionare l’exposition cut. Sulle pareti adiacenti, sul retro degli stessi monitor che accolgono il visitatore all’esterno, osserviamo l’installazione-video a tre canali Valley of the Heart’s Delight. Commissionato appositamente dal Mak, “integra il lavoro cinematografico e aggiunge un aspetto spaziale alla mostra di Milano”.

Entrambe le opere indagano le implicazioni materiali e politiche della tecnologia e dell’estrattivismo della conoscenza. In particolare Felix Lenz cattura il modo in cui la complessità del nostro mondo si scontri con la visione semplificata dell’era digitale.
Il titolo Brute Force deriva da un termine utilizzato in crittografia che descrive l’effrazione di un sistema con la sola forza di calcolo. Un’espressione considerata appropriata, anche se in senso più ampio, per un film che tratti “di come la nostra produzione di immagini e conoscenze modelli e cambi il nostro ambiente nel tempo”. Al termine della visione il focus sulla mappatura ci avrà in effetti dato un’immagine tangibile di come i sistemi di comunicazione modellino e impoveriscano l’ambiente concretamente, attraverso un processo profondo e progressivo.
Spostandosi sulle diverse location, negli Stati Uniti, in Francia, Germania, Austria, Brute Force rivela sistemi nascosti all’occhio umano in quanto micro e macroscopici, dai modelli di interferenza dei neutroni di reattori nucleari ai centri dati e ai laghi salati, che per mantenere connessione tra umani hanno un grande impatto sulle risorse del pianeta.

Per arrivare ad una comprensione delle dinamiche in atto, il regista guida lo sguardo verso un costante gioco percettivo che alimenta la tensione di una scoperta amara.
Nella visione cinematografica è infatti sensibile il modo in cui il nostro occhio venga ingannato, portato a credere di riconoscere una visione aerea di un ambiente naturale, mentre il graduale spostamento di macchina riveli la più ravvicinata delle immagini. Dentro la stratificazione dei minerali nelle miniere di quarzo da cui viene estratto il silicio per i chip, o in incursioni al microscopio, fino alle immagini satellitari, allargando il campo alle strutture tecnologiche e al loro espandersi in enormi tubature per convogliare acqua per mantenere freschi i trasformatori, portando interi ecosistemi all’impoverimento e alla siccità. Si vede come risulta modificato il paesaggio da cui viene estratta l’acqua fino ai residui immersi in laghi salati che si stanno prosciugando, chiamati “laghi terminali”.

Sono tutte tracce, depositi di processi che si affidano a calcoli precisi. Se non ci sono persone o personaggi nel video è perché ciò che conta per Felix Lenz è il modo in cui vengono prodotte immagini e conoscenza, accanto all’effetto ambientale di tali sistemi. Eppure quando emergono alcuni dettagli, parti di schede di memoria o resti di animali nel sale di evaporazione, siamo scossi come se quelle presenze potessero emettere un lamento. Proviamo nostalgia del tempo prima che accadesse una catastrofe. Ancora nella pulizia del dato crudo, della vista asettica, unita al potere delle immagini di confonderci, siamo catturati verso un ragionamento che mette in discussione il nostro modo di vivere.

In questo modo Brute Force costituisce una lente, un modo di guardare. Nella semplice linearità di strutture e paesaggio ha risvegliato consapevolezza nel dissidio tra una realtà antropica e una selvaggia, destinate a subire modifiche nel tempo.
A Brute Force sono stati dedicati cinque anni di ricerca, cinque anni di esplorazione del “modo in cui le nostre pratiche di produzione di conoscenza influenzano il mondo. Attingendo alla teoria quantistica e alla geologia, il film espone le omissioni, le distorsioni e gli impatti ecologici intrinseci dell’estrazione di dati”. Se è vero che attraverso la mappatura, la misurazione e l’elaborazione dati, trasformiamo, modelliamo e affermiamo il controllo sugli stessi territori che cerchiamo di catturare, è anche vero che il territorio stesso conserva una traccia geologica della propria trasformazione. Sono gli ambienti naturali a raccontare la storia più toccante.

Esalta la sfumatura ambigua, tra visione strutturale e sentimento, la voce fuori campo della poetessa Day Eve Comet, che intreccia passi di tre autori. Sono: la fisica e teorica femminista Karen Barad, dell’artista multimediale Vladan Joler e del geologo Diego P. Fernandez. Da un lato compongono una critica interdisciplinare all’oggettività tecnologica, che servono logiche ancora coloniali, di potere e controllo, ma d’altro canto esprimono il senso poetico delle metafore, di concerto alle immagini rendono analisi e visione una conoscenza umana, vissuta da una solidità emozionale.

Valley of the Heart’s Delight si riferisce al nome storico della Silicon Valley, al suo presente abitato dall’industria tecnologica che nasconde un forte squilibrio con il suo passato.
Costituisce una parte fondante dell’installazione architettonica del padiglione, che richiama un frammento simbolico delle facciate in vetro caratteristiche degli eleganti campus tecnologici. Felix Lenz nota come quelle facciate siano specchianti dall’esterno, tutt’altro che trasparenti: così sceglie di riprendere il modello come metafora del controllo autoritario e sistemico, “a senso unico”, delle informazioni. Se ci troviamo di fronte all’ingresso vediamo solo la luce bianca proveniente dai monitor che riproducono l’opera, ma li scopriamo leggibili dal retro. Ancora una volta si dichiara fondamentale la prospettiva e la posizione, anche simbolica, in cui ci troviamo, per accedere ad una conoscenza e di conseguenza ad una consapevolezza.

Il video supera metaforicamente e concretamente un confine netto di rappresentazione, negando un racconto progressivo. Scoprire la complessità oltre le metriche fruibili di dati ritenuti salienti è l’obiettivo del film, ed è un’interpretazione che il suo protagonista fallisce. Parlo del braccio meccanico osservato e osservatore, che dal suo punto di vista riesce solo a sfiorare con la telecamera la superficie di una porzione di terra. Non comprende la complessità della stratificazione. Al rallentatore notiamo qualcosa su cui la ripresa non si ferma: conchiglie frantumate che evocano i sacri cumuli del popolo Ohlone, resti di periodi diversi di vita ancestrale e geologica fertile ora appiattiti sotto quelli del polo tecnologico globale.
Soft Image, Brittle Grounds è un invito urgente. A cambiare punto di vista, ad attraversare la superficie nell’esortazione a leggere metafore visive della diversità. Ritrovando oltre l’immagine quel che il suo racconto perde.
Per conoscere altri progetti https://felixlenz.at/
Michela Ongaretti
