Il design che non c'è. Una mostra in triennale

ADI Lombardia promuove “Il design che non c’è”. In Triennale le soluzioni al brutto in città

Dal 16 febbraio fino al 7 marzo l’atrio della Triennale di Milano ospita la mostra “Il design che non c’è” a cura di ADI Lombardia sul tema del decoro urbano. Si analizza e si propone come il design può cambiare la vita, quella pubblica di chi vive le grandi città, in particolar modo di Milano.

Quando nelle vie, nei parchi, in metropolitana e nelle piazze esiste il brutto e il disagio l’occhio progettuale può osservare e intervenire con una successiva soluzione ad un problema, o cambiare alcune strutture presenti al momento in città senza grazia e bellezza.

 

La mostra Il design che non c'è presso la Triennale di Milano

Il design che non c’è. La mostra nell’atrio della Triennale di Milano

 

Durante la XXI Triennale di Milano ADI ha lanciato l’iniziativa divisa in due fasi. Prima i cittadini sono stati invitati a segnalare, tramite fotografie scattate con lo smartphone, le situazioni di disagio, malessere, bruttezza, cattiva funzionalità sperimentabili quotidianamente camminando per Milano. All’analisi e individuazione delle problematiche sono seguiti i progetti di designer e studenti, raccolti in questa mostra.

La risposta alla cattiva qualità della vita è quindi il design: quello di professionisti come  Makio Hasuike, Ugo La Pietra, Alberto Meda e Patrizia Pozzi (con Duilio Forte e Angelo Jelmini), e quello degli studenti del Politecnico di Milano e dello IED- Istituto Europeo di Design di Milano.

 

Il design che non c'è in Triennale. Spazi di autoespressione. Bosco in città secondo Patrizia Pozzi

Il design che non c’è. Progetto per spazi di autoespressione in città. Progetto di Patrizia Pozzi, in collaborazione con Duilio Forte e Angelo Jelmini

 

In base alle segnalazioni si sono raccolti i temi più urgenti in tre macro aree che riguardano la Segnaletica, le Microarchitetture e il “Vivere la città” ( Problematiche, Opportunità e Facilitazioni). 

Nell’area un tempo occupata dalla biglietteria un’installazione speciale presenta le tavole dei progetti dei designer, in risposta ai temi individuati. Propongono  soluzioni dedicate a  sedute ( Ugo la Pietra e Makio Hasuike), a spazi di autoespressione (Patrizia Pozzi con Duilio Forte e Angelo Jelmini), a recinzioni temporanee (Ugo La Pietra).

 

Il design che non c'è. Una proposta per sedute cittadine con il riutilizzo di new-jersey. In Triennale

Il soggiorno urbano di Ugo La Pietra per la mostra Il design che non c’è in Triennale a Milano. Riqualificazione con riuso di new-jersey

 

I progetti degli studenti occupano la parte centrale della sala su diversi pannelli espositivi. La scelta tra i problemi segnalati è ricaduta maggiormente sul terzo tema, con un ventaglio più ampio di soluzioni soluzioni per rendere più funzionale la città. Ad esempio è interessante che si tenti una risposta con il design, che non c’era per nulla, sul luogo dove spesso tutti i giorni mettiamo i piedi, i tombini e le loro grate.

 

Tombini antiscivolo progettati dagli studenti IED. In Triennale a Milano

Il design che non c’è. Progetto per tombini antiscivolo, in Triennale

 

Durante i mesi più freddi sono state motivo di scivoloni non solo dei cittadini più anziani e a questa problematica sono dedicati due progetti dello IED di Milano, coniugando alla funzionalità una linea gradevole, e aggiungendo nel secondo elaborato l’innovazione intesa anche esteticamente come una evoluzione dell’esistente, apprezzabile tentativo di design non depauperante dell’identità storica.

 

I tombini in cerca di un design. In mostra alla Triennale di Milano

I tombini di Milano, analisi del problema per la mostra Il design che non c’è.

 

Il design che c'è per i tombini di milano. In Triennale

Il problema dei tombini di Milano. Una soluzione per gli studenti IED in Triennale.

 

Sempre pensando al suolo interessato ogni giorno da passaggio di molte e diverse persone, abbiamo trovato innovativa l’idea di rendere le strisce pedonali luminose, e autonome dal punto di vista dell’energia con fibre ottiche e asfalto fotovoltaico, in grado di alimentare i semafori per l’attraversamento.

 

Strisce pedonali fotovoltaiche, Mostra Il design che non c'è in Triennale a Milano

Il design che non c’è. In Triennale il progetto strisce pedonali con cemento fotovoltaico

 

E’ meno originale, e meno urgente secondo noi,  il discorso sulla luce urbana con l’utilizzo di lampioni e sedute illuminate nei parchi, mentre una risposta migliorativa di un design che in realtà c’è riguarda i cestini per l’immondizia, troppo spesso senza raccolta differenziata.

 

Progetto degli studenti IED per i cestini della spazzatura a Milano. In mostra in Triennale

Il design che non c’è. In Triennale nuove idee per la spazzatura differenziata

 

Un problema molto sentito e visibile in città, è quello del parcheggio per le biciclette. Segnaliamo la soluzione proposta dagli studenti dello IED Bike Here, con la specifica di trasformare alcune microstrutture urbane rendendole adatte all’appoggio delle biciclette e all’inserimento dei loro lucchetti. Sempre con l’obiettivo di coniugare l’esistente ad una nuova funzione, osserviamo il progetto Stand by MI, che prevede l’aggiunta di un supporto standardizzato posizionato ai pali della segnaletica verticale, ispirato ai corrimano progettati da Franco Albini per la prima linea rossa della metropolitana. Grazie alla possibilità di parcheggiare parallelamente al marciapiede si evitano intralci e una struttura appositamente creata per quella funzione riduce il rischio di caduta delle biciclette ( incredibile che non si sia studiata ancora una soluzione a questa problematica).

 

Progetti degli studenti IED per la mostra Il design che non c'è in Triennale

Il design che non c’è. In Triennale la risposta di alcuni studenti IED al problema del parcheggio cittadino delle biciclette

 

Progetto Stand by MI, in Triennale per la mostra Il design che non c'è

Il design che non c’è in Triennale. Progetto Stand by MI, IED Milano

 

ZigZag è un’idea che coniuga invece due funzioni, quella della seduta urbane e quella del parcheggio delle bici, forse per noi poco convincente per la panchina poco ergonomica e la ruota della bici un pò troppo vicina al corpo della persona seduta.

 

Mostra Il design che non c'è in Triennale. Progetto ZigZag

Il design che non c’è. In Triennale il progetto ZigZag degli studenti IED

 

Forse meno sentito  dai cittadini è il bisogno di creare microstrutture per la socialità in aree con edifici storici come la Loggia dei Mercanti: le ragioni per l’autoespressione mancante pare più logico trovarle in un parco o in una piazza prive d’identità e non certo in un luogo dove si respira la Storia di Milano, fruibile nel suo insieme senza bisogno di essere riformulato con separazioni di ambienti per incontrare “i comportamenti contemporanei”.

 

Progetto per spazi di autoespressione, il design di città presso la Triennale di Milano

Il design che non c’è, in mostra presso la Triennale un progetto degli studenti del Politecnico per la Loggia dei Mercanti

 

Il presidente di ADI Luciano Galimberti commenta l’iniziativa dichiarando l’importanza di mettersi in prima linea a difesa dello spazio urbano, e del cattivo o assente design che troppo spesso lo caratterizza.  Noi ci auguriamo che lo sforzo dimostrato da parte di alcune “eccellenze italiane del design”, quello di “coniugare un’analisi spietata dell’assenza di design negli spazi pubblici con la concretezza e il pragmatismo di una progettualità generosamente offerta al dibattito pubblico” possa portare al concretizzarsi di alcune delle soluzioni proposte, ben consapevoli che la strada è ancora molta da percorrere per rendere le nostre vie, piazze, parchi e mezzi pubblici dei luoghi senza disagi per tutti coloro che li attraversino o vi sostino, anche per chi sostare o attraversare una via, un parco, una piazza rappresenta una difficoltà concreta.

Michela Ongaretti

 

 

La sala lettura della Fondazione Feltrinelli, ph. Filippo Romano

Una piramide come nuova sede iconica della Fondazione Feltrinelli. Milano. Save the place

Una piramide come nuova sede iconica della Fondazione Feltrinelli. Milano. Save the place

 

Il 13 dicembre verrà ricordato a Milano per l’inaugurazione della nuova sede della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli in viale Pasubio. Un tassello importante nella zona intorno a Corso Como e Porta Nuova, caratterizzata negli ultimi anni dal processo di riqualificazione urbanistica, stavolta non dedicato allo shopping o all’edilizia di lusso ma luogo di aggregazione e partecipazione pubblica,un palazzo della cultura, della ricerca, dell’innovazione, realizzato con capitali esclusivamente privati, ma con intenti di autentico servizio pubblico” secondo le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

 

Vista dall'alto della Fondazione feltrinelli di viale Pasubio, ph. Filippo Romano

Vista dall’alto della Fondazione Feltrinelli di viale Pasubio, ph. Filippo Romano

 

La cerimonia inaugurale, moderata dal giornalista Gad Lerner, ha visto la partecipazione del Presidente di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli Carlo Feltrinelli, l’architetto Jacques Herzog, il Segretario Generale di  Massimiliano Tarantino, il Presidente di Fondazione Cariplo Giuseppe Guzzetti, il Presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni e il Sindaco di Milano Giuseppe Sala. Al termine si sono succedute due letture: da Utopia for Realists del giornalista e pensatore belga Rudger Bregman, e dal discorso tenuto da Giangiacomo Feltrinelli nel 1961 quando inaugurò la prima sede di via Romagnosi, interpretata da Toni Servillo.

 

Visione notturna della piramide vetrata di Herzog e De Meuron, ph. Filippo Romano

Visione notturna della piramide vetrata di Herzog e De Meuron, ph. Filippo Romano

 

Fino alle 23 del 13 dicembre più di seimila visitatori hanno partecipato all’opening, proseguito fino al 17 dicembre con le proiezioni , gli incontri e le letture performative della manifestazione Voices and Borders, il cui tema di fondo è il rapporto tra individuo e collettività, tra azione personale e trasformazioni sociali. Presentata anche l’installazione site specific “Nineteen Locations of Meaning” di Joseph Kosuth osservabile fino al 13 gennaio, in collaborazione con la Galleria Lia Rumma.

 

Un momento dell'inaugurazione. Ph. Sofia Obracaj

Un momento dell’inaugurazione. Ph. Sofia Obracaj

 

E’ facile da raggiungere e perfettamente integrato nel contesto esistente l’edificio progettato dagli svizzeri Herzog & De Meuron, da due anni in fase costruttiva, da nove nel pensiero di chi lo ha fortemente voluto in quest’area, senza un volto nuovo dopo i bombardamenti del 1943.

Ciò che entusiasma è la struttura architettonica di grande personalità che riesce ad apparire in tutta la sua portata di novità senza essere sentita come un corpo estraneo per chi arriva dal centro cittadino. Le ampie vetrate non risultano fredde ma invitano ad entrare, permettendo di intuire gli spazi interni e la sua funzione di luogo attivo, frequentato e vivo ma raccolto in quanto luogo di studio.

 

La Fondazione Feltrinelli da dentro. Ph. Filippo Romano

La Fondazione Feltrinelli da dentro. Ph. Filippo Romano

 

Jacques Herzog dichiara che il punto di partenza è stato il profilo lineare delle tipiche cascine lombarde, già recuperato da Aldo Rossi, definite dallo svizzero “ripetitive e affascinanti allo stesso tempo”. Il suo design riflette quindi un bisogno della città che lo slancio progettuale ha perfettamente accolto, come ben spiega la dichiarazione dello svizzero di voler “creare qualcosa di molto tradizionale e molto moderno, che potesse essere semplice ma anche sorprendente».

Se è vero che «la vera sorpresa sta nella normalità», tutto questo è possibile perché la riflessione è avvenuta anche sulla memoria dell’esistente e sul dialogo di questa novità con il contesto edilizio adiacente, sull’apertura delle vie che sembrano aprirsi intorno a questo palazzo, sensazione che il visitatore ha posando lo sguardo attorno da qualunque angolazione man mano si salgono i cinque piani. Qui capiamo il senso di tutto il progetto: se nelle cascine rurali l’ultimo piano è dedicato al deposito di merci e prodotti, protette e recluse nella loro lontananza dalla vista, oggi in alto al posto di merci c’è lo studioso della sala di lettura, colui che sta utilizzando i volumi del ricco archivio storico, salvaguardato dalla vista del passante, con la differenza che egli può, mentre si nutre di ciò che internamente l’Istituzione propone, osservare il mondo esterno e non sentirsi totalmente estraneo a ciò che accade intorno.

 

Riflessi interni e vista verso l'esterno. Dalla Fondazione Feltrinelli di Milano

Riflessi interni e vista verso l’esterno. Dalla Fondazione Feltrinelli di Milano

 

Con lo stesso spirito la Fondazione Gian Giacomo Feltrinelli intende proporsi come nuovo modello di Istituzione culturale incentrato sul concetto di Spazio di Cittadinanza, dove “la ricerca delle scienze sociali si traduce in mostre, conferenze, incontri, format didattici innovativi e nell’espressione artistica delle arti performative”, luogo quindi di aggregazione intorno a tematiche care e dibattute fin dalla fondazione di Giangiacomo Feltrinelli nel 1949, accogliendo le nuove istanze della contemporaneità, nella modalità partecipativa odierna auspicata e desiderata da molto tempo, nell’ideale modernista del novecento trasmesso dalle voci affidate alla carta stampata. In sintesi, secondo le parole di Carlo Feltrinelli è l’idea di nuova sede iconica per una grande casa delle culture sociali, moderna e internazionale.

 

La vetrata con il logo Feltrinelli. Ph. Sofia Obracaj

La vetrata con il logo Feltrinelli. Ph. Sofia Obracaj

 

Possiamo dire che il contenitore riflette il suo contenuto dato che il nuovo modello di istituzione culturale seguito guarda a “quanto creato nei settant’anni di attività alle sue spalle e allo stesso tempo si confronta con il mondo contemporaneo, lo sappia intercettare e portare a Milano”, secondo le parole del Segretario Generale Massimiliano Tarantino, così come la struttura architettonica guarda alla tradizione architettonica per declinarsi in un linguaggio funzionale nuovo, confrontandosi con l’impiego europeo delle pareti vetrate negli ultimi anni.

 

Interno della Fondazione. La rampa ai piani dall'ingresso, ph. Filippo Romano

Interno della Fondazione. La rampa ai piani dall’ingresso, ph. Filippo Romano

 

Il cuore dell’intero progetto parte giustamente dai libri. La Fondazione è infatti uno dei maggiori centri europei di documentazione e ricerca nel campo delle scienze storiche, politiche, economiche e sociali, ed è parte di un network di 350 istituti nazionali e internazionali. Possiede un patrimonio di 12 km lineari di archivi, 270.000 volumi e 16.000 periodici.

 

Nell'archivio storico della Fondazione

Nell’archivio storico della Fondazione

 

Nella sua vocazione di snodo, rete di contatti e confronto attivo con la popolazione e per essa accessibile, rende possibile la consultazione delle fonti del patrimonio bibliotecario e archivistico, impegnato anche a digitalizzare e rendere disponibili gli elementi più rari del patrimonio. La Sala Lettura, al quinto piano della nuova sede, sarà aperta al pubblico a titolo completamente gratuito fino ad esaurimento posti. Si potrà accedere alle fonti dell’archivio collocato nei due piani seminterrati, sempre più impegnato a digitalizzare e rendere disponibile anche online gli elementi più rari. Con i testi presi a prestito presso la Biblioteca, è poi possibile fermarsi per la consultazione sotto il suggestivo tetto spiovente.

 

La sala lettura della Fondazione Feltrinelli, ph. Filippo Romano

La sala lettura della Fondazione Feltrinelli, ph. Filippo Romano

 

Luogo chiave per la comprensione di questo approccio è la Sala Polifunzionale del primo piano, sempre accessibile alla cittadinanza con i suoi incontri e conferenze, proiezioni, mostre, performances: il ricco palinsesto culturale e di ricerca nell’ambito delle scienze sociali crescerà in un’ottica divulgativa e di condivisione dei saperi. Le attività di ricerca e di offerta culturale si identificano in particolare in cinque aree Globalizzazione e sostenibilità, Futuro del lavoro, Cittadinanza Europea, Innovazione politica e History box, tutte volte a stimolare il dibattito accademico e aprirlo ad un pubblico nuovo attraverso la sperimentazione di nuove forme di divulgazione.

 

La sala polifunzionale durante la lettura di Malcolm X. 13 dicembre a Milano, ph Sofia Obracaj

La sala polifunzionale durante la lettura di Malcolm X. 13 dicembre a Milano, ph Sofia Obracaj

 

La stessa sala accoglierà anche gli Amici della Fondazione, in assetto Second Home per abitare via Pasubio incontrandosi ad approfondire temi d’attualità. Il nuovo modello parte da qui avvalendosi della collaborazione con la Fondazione Cariplo.

 

La Sala Lettura durante la cerimonia inauguralemdel 13 dicembre, ph. Sofia Obracaj

La Sala Lettura durante la cerimonia inaugurale del 13 dicembre, ph. Sofia Obracaj

 

Scendendo al piano terra non può mancare la libreria con l’assortimento dei suoi 15000 titoli che privilegia gli ambiti disciplinari delle aree di ricerca sviluppate dalla Fondazione, tra cui segnalo il volume fotografico Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano Porta Volta – Luogo dell’utopia possibile a cura di Luca Molinari, che racconta la storia del percorso ideale e architettonico verso questa nuova sede. Contigua quest’area troviamo il Babitonga Cafè pensato proprio per accogliere i visitatori o prolungare la sosta in libreria.  

 

La libreria di via Pasubio, ph. Filippo Romano

La libreria di via Pasubio, ph. Filippo Romano

 

Le pareti in vetro per dividere gli spazi sono protagoniste anche degli interni progettati sempre dallo studio Herzog & De Meuron con i pavimenti in legno, mentre gli arredi degli uffici collocati al secondo e al terzo piano, visitabili durante la settimana inaugurale, scelgono Unifor, Molteni Group, le poltrone direzionali Vitra e le luci di Artemide.

 

Fondazione feltrinelli. Gli uffici al terzo piano, ph. Sofia Obracaj

Fondazione Feltrinelli. Gli uffici al terzo piano, ph. Sofia Obracaj

 

Solo il tratto più corto dell’edificio, un terzo della sua lunghezza, è occupato da Feltrinelli, il resto rappresenta l’entrata in città di una grande realtà aziendale, certo di minor impatto culturale ma foriera di grandi spostamenti di persone per lavoro, parliamo delle nuova sede di Microsoft con la possibilità di accogliere fino a 600 ospiti.

Il progetto di interior è affidato a studio Lombardini22 e valorizza il senso di apertura delle vetrate con il suo dialogo con il contesto urbano, per questo il primo livello è pensato come uno showroom aperto al pubblico. Ma questa sarà un’altro storia milanese.

 

La sala polifunzionale il 13 dicembre. Ph. Sofia Obracaj

La sala polifunzionale il 13 dicembre. Ph. Sofia Obracaj

 

Michela Ongaretti

 

 

 

La facciata Nord, ph. Alessandro Belgiojoso

La Casa Cerniera visibile da Google Maps, il progetto di VMCF Atelier

 

La Casa Cerniera visibile da Google Maps, il progetto di VMCF Atelier

VMCF Atelier,  Valerio Maria Ferrari e Cinzia Mazzone, progetta la Casa Cerniera .

Esiste una casa ai margini di un bosco, ma la sua caratteristica principale non è quella di nascondersi nella macchia. Basta avere una connessione ed è facile trovarla su Google Earth, nellefotografie aeree e satellitari. Concepita dalla mente progettuale degli architetti Valerio Maria Ferrari e Cinzia Mazzone di VMCF Atelier può appartenere solo ai nostri giorni per la sua facile e studiata localizzazione, nel suo presentarsi come un landmark della zona, accordandosi con le peculiarità del paesaggio esistente. Hanno collaborato al progetto anche gli architetti Alessandro Cattaneo, Aldo Buscio, Riccardo Roberto, e l’ingegnere Piero Gozzi con Archingenio.

Il tetto della casa Cerniera di VMCF Atelier ph. Francesco Clemente

Il tetto della casa Cerniera di VMCF Atelier ph. Francesco Clemente

Quello che caratterizza maggiormente, e permette la facile individuazione aerea di quest’abitazione a Carpignano Sesia, in provincia di Novara, rispondente alle coordinate di Google Maps 45.530989, 8.427462è logicamente la sua copertura.

In stretta vicinanza con gli alberi, a toccare il cielo sono le sue lamiere ondulate di diversi colori per sottolineare l’andamento e l’alternanza delle risaie e dei lotti coltivati.

La casa si colloca al limite urbano del piccolo paese novarese lambito dall’autostrada A26, e questa condizione è stata considerata un deterrente per insediamenti futuri: per questo si è sviluppata l’idea della casa “cerniera”, che rimarrà così come è a testimoniare anche più avanti la configurazione presente del territorio nel quale è inserita.

La Casa Cerniera per come emerge dalla macchia,ph. Alessandro Belgiojoso

La Casa Cerniera per come emerge dalla macchia,ph. Alessandro Belgiojoso

 

La partenza del progetto, per una casa unifamigliare di 300 metri quadrati, è a sua volta basato sull’interpretazione di strutture tipiche e tradizionali per quel paesaggio come le cascine aperte a corte, forma infatti tre spazi aperti grazie alla costituzione di due corpi trapezoidali di diversa altezza intersecati tra loro. I volumi risultano scomposti e riescono ad integrarsi meglio nel verde, ma è la considerazione del risparmio energetico a rendere una versione davvero contemporanea della cascina. La superficie a Sud è aumentata rispetto al passato grazie a questa scomposizione geometrica, in modo da favorire l’accumulo di energia pulita, quella solare.

Un particolare delle aperture nella Casa cerniera di VMCF Atelier, ph. Alessandro Belgiojoso

Un particolare delle aperture nella Casa cerniera di VMCF Atelier, ph. Alessandro Belgiojoso

Come nelle cascine tradizionali ci sono differenze nell’organizzazione degli spazi in base alle funzioni specifiche, così le parti della Casa Cerniera sono strutturate sulle necessità abitative diurne e notturne.

Quasi tutti i locali sono su un unico livello, tranne un solaio per la zona giorno e un soppalco nella zona notte, a movimentare in altezza le facciate Sud e Nord.

La facciata Nord è caratterizzata da una sottile cortina di canne di bambù nell’accesso al piano superiore, questo permette un contrappunto più morbido al colore grigio dei muri esterni, sui quali si nota un disegno bianco di linee verticali e bordi orizzontali, che continua anche nel corrimano e sulle ringhiere del terrazzo.

La facciata Ovest, ph. Alessandro Belgiojoso

La facciata Ovest, ph. Alessandro Belgiojoso

 

Il tetto amplifica il senso del gioco cromatico nella sua individuazione da lontano: le lamiere rettangolari sui trapezi di base richiamano la visuale aerea degli appezzamenti agricoli e le tipiche coperture di emergenza per pollai e rimesse.

Un motivo grafico visto dall’alto che conferma la vocazione contemporanea di una struttura basata sulla tradizione architettonica, sulla sua valorizzazione con la tecnologia del presente.

La facciata Nord, ph. Alessandro Belgiojoso

La facciata Nord, ph. Alessandro Belgiojoso

Abbiamo già parlato di Valerio Maria Ferrari durante il Fuorisalone 2015 per l’installazione Operafood presso i cortili dell’Università Statale, che presentava il progetto globale, in progress da alcuni anni, Visual Music Facilities Theatre, un teatro di nuova concezione per l’opera e il teatro musicale.

Laureato al Politecnico di Milano, non si è limitato all’architettura ma la sua esperienza ha spesso sconfinato nel territorio delle scenografie teatrali e delle installazioni artistiche. Il suo studio VMCF ATELIER- Virtual Machine Concept Facilities nasce nel 2003 proprio da questa poliedrica vocazione.

Parigi, appartamento progettato da Valerio Maria Ferrari

Parigi, appartamento progettato da Valerio Maria Ferrari

 

E’ da sempre fortemente interessato ai sistemi dell’arte: assistente di Piero Faggioni per la scenografia e la regia d’opere liriche in teatri internazionali come il Teatro alla Scala di Milano, l’Opera Garnier di Parigi, il Covent Garden di Londra, il Metropolitan Opera of New York e ha lavorato con il pittore e architetto Roberto Sebastian Matta tra il 1990 e il 1993. Inoltre ha tenuto seminari di Estetica alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano.

Nel giugno del 2011 ottiene la copertina del prestigioso magazine internazionale Interior Design (USA)con un progetto di interior per un appartamento duplex a Parigi.

Un rendering dell'Hotel Jing Li, VMCF Atelier

Un rendering dell’Hotel Jing Li, VMCF Atelier

 

Dal 2011 Ferrari inizia a lavorare per la metropoli cinese di Chongqing, prima direttore del dipartimento internazionale nello studio di architettura Yuandao, dal 2013 partner dello studio Huazhu di Xiangbei Li.

Di quest’ultimo periodo segniamo l’hotel Jing-Li e il Cultural Plaza Nanbin Lu Ertang, un parco di 72000 mq dedicato all’arte e all’educazione.

L’architetto Cinzia Mazzone si è laureata presso il Politecnico di Milano con una tesi interdisciplinare sul concetto della rappresentazione in architettura, a cui collabora il docente di filosofia teoretica all’Università Statale Carlo Sini. Nel 2001 segue un corso presso l’École des Hautes Etudes en Sciences Sociales (EHESS) di Parig con E.Michaud docente di teoria e ideologia dell’arte, ed inizia ad occuparsi della relazione tra architettura, filosofia e arte. Ha collaborato col prof. Luigi Cocchiarella al corso integrato di Rappresentazione alla Facoltà di Architettura del Politecnico

Nel biennio 2007-200808 coadiuva l’architetto Silvia Dainese ai workshop estivi di progettazione dell’Università IUAV di Venezia. Sempre nel 2007 fonda la rivista d’arte e architettura D’Ici-làcon Valerio Ferrari (ed è un collaboratore dello studio VMCF),Jean-Paul Robert e Brigitte Mestro. Nel 2009-10 collabora ai corsi di disegno del prof. Gabriele Pierluisi presso la Facoltà di Design del Politecnico di Milano.

La-ristrutturazione-in-via-Montegrappa-16-a-Milano-la-corte-dallalto-con-i-due-occhi-

Westway Architects: nuova vita alle case di ringhiera tra Porta Nuova e Porta Garibaldi

Westway Architects: nuova vita alle case di ringhiera tra Porta Nuova e Porta Garibaldi

Westway Architects di Luca Aureggi e Maurizio Condoluci: Nuova vita alle case di ringhiera tra Porta Nuova e Porta Garibaldi.

La vecchia Milano è quella delle case a ringhiera, degli edifici a corte, anche se non ne sono rimasti in tanti tra Porta Garibaldi e Porta Nuova. In questa zona protagonista è la nuovissima Milano, quella dei grattacieli, dell’Unicredit Pavilion e del Bosco Verticale.

 

Lintervento-di-Westend-Architects-in-via-Montegrappa-Vista-del-cortile-dallingresso-

L’intervento di Westend Architects in via Montegrappa Vista del cortile dall’ingresso

 

In viale Montegrappa 16 la situazione è però diversa. Qui abbiamo notato un palazzo modernissimo ma rispettoso della sua identità passata. Il fabbricato risale al 1882 ed era un’abitazione popolare destinata all’affitto, ha subito da poco un originale intervento diristrutturazione realizzato dallo studio romano Westway Architects, alias gli architetti Luca Aureggi e Maurizio Condoluci.

Quello che ci pare un makeover deciso è in realtà un tentativo ben riuscito di unificare il passato e il presente, ( è la missione presente e futura dell’architettura a Milano) e lo scopriamo man mano ci addentriamo nei suoi spazi.

La facciata dell'edificio in via Montegrappa16 a Milano

La facciata dell’edificio in via Montegrappa 16 a Milano

 

L’ edificio ora visibile è risorto letteralmente dalle ceneri del vecchio, demolito, e sarà destinato ad uso residenziale e commerciale. Nel progetto e nella realizzazione l’ attenzione è stata massima in termini di rispetto dei vincoli paesaggistici e storici: la facciata è certamente nuova ma ha mantenuto il canone estetico dell’epoca costitutiva originaria, l’unica concessione al contemporaneo e tocco della personalità degli architetti viene dalla pelle di vetro che racchiude i due piani superiori, innalzati in allineamento con gli edifici limitrofi. Maurizio Condoluci osserva che l’inserto in vetro serve soprattutto a rompere il rigore monotono dello stile ottocentesco, e anticipa volutamente da fuori gli aspetti progettuali interni di estrema contemporaneità sia estetica che funzionale, “impianto distributivo interno, caratteristiche costruttive, materiali, standard abitativi, prestazioni energetiche elevate fino alla destinazione d’uso mista”. Ci viene indicata la garanzia degli standard di sostenibilità, e ci auguriamo che sempre più la nuova edilizia posso accogliere questo stimolo, attraverso la certificazione energetica CENED in Classe A l’adozione di soluzioni costruttive e tecnologiche innovative.

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Laristrutturazione in via Montegrappa 16 a Milano la corte dall’alto con i due occhi

 

Varcato il portone ed entratinella corte rimane il senso di accoglienza e protezione dei palazzistorici, come pure è mantenuta la continuità nella presenza del vecchio ballatoio,la ringhiera di un tempo che divide in porzioni orizzontali le facciate interne, trasformata però in una copertura calpestabile a separazione del piano terra, ad uso commerciale, dalla zona residenziale dal primo fino al quarto o sesto piano, a seconda dei diversi corpi di fabbrica. Un elemento decorativo ed equilibrante di questo elemento orizzontale è rappresentato da due alti alberi inseriti come a bucare quella copertura in due grandi fori ellittici, come occhi. Su questa visuale si affacciano i 25 appartamenti del complesso.

Westway Architects - Edificio Viale Montegrappa , vista della corte con i diversi corpi di fabbrica

Westway Architects – Edificio Viale Montegrappa , vista della corte con i diversi corpi di fabbrica

Intento estetico primario del progetto è stato movimentare e aprire la vista in orizzontale e in verticale, togliendo all’impianto originario quell’effetto di chiusura dall’interno delle singole soluzioni abitative. Per questo motivo i corpi di fabbrica perimetrali alla corte hanno altezze differenti e larghi terrazzamenti. Ci spiega Aureggi che per fare percepire ai piani inferiori una “spazialità dilatata”, si passa dall’esterno verso l’interno partendo dalla leggerezza alla densità, all’opposto di quanto avviene verso l’esterno del complesso.

Westway-Architects-Uno-sguardo-verso-lalto

Westway Architects. Uno sguardo verso l’alto

 

All’interno si notano i rivestimenti in legno fino al terzo piano, e in pietra di Bedonia dal quarto al sesto. Dal primo piano i ballatoi ci sono ancora ma non sono più aree condominiali pubbliche, ora privati con una porta d’accesso, sono spazi esterni abitabili. Così le case di ringhiera diventano moderne abitazioni più funzionali e dal comfort visivo e percettivo non paragonabili al passato, in comunicazione con il verde delle terrazze e quello delle zone comuni piantumate.

Anche gli appartamenti, di diversa dimensione e tipologia, sono molto curati nei dettagli dei materiali e delle finiture di pregio e la distribuzione funzionale è stata adattata ad una moderna spazialità. Personalità sofisticata è data inoltre dagli arredi di design contemporaneo come le le cucine Boffi e le pareti scorrevoli in vetro Rimadesio.

Un ritratto di Luca Aureggi e Maurizio Condoluci- Westway Architects

Un ritratto di Luca Aureggi e Maurizio Condoluci- Westway Architects

 


Tra i giovani italiani della nuova generazione di progettisti, il duo ha conquistato stima e completezza nel panorama odierno, dimostrate da dieci anni di attività testimoniata da realizzazioni complesse e innovative. Citiamo la risistemazione delle cantine e degli
edifici industriali del complesso Santa Margherita a Portogruaro, il concept per l’area food di Blomingdale a New York, l’auditorium del Gruppo Caltagirone a Roma, gli uffici di Cementir Holding a Roma e di Italiana Costruzioni a Milano, inoltre hanno sviluppato molti interventi nel retail, ad esempio gli stores Nike, e nell’edilizia residenziale privata.Lo studio di architettura Westway Architects è stato fondato da Luca Aureggi e Maurizio Condoluci, a Roma nel 2005, ha un sede a Roma e una a Milano. Il nome nasce dalla fondante esperienza professionale e di vita negli States.

fotografie di Moreno Maggi

Michela Ongaretti

Valerio Maria Ferrari, render per Visual Music Facilities Theatre

OperaFood di Valerio Maria Ferrari al Fuorisalone2015. Un progetto animato nei chiostri dell’Università Statale

 

OperaFood di Valerio Maria Ferrari al Fuorisalone2015. Un progetto animato nei chiostri dell’Università Statale

DI MICHELA ONGARETTI

Anche quest’anno i chiostri dell’Università Statale saranno uno spettacolo all’insegna del design e dell’innovazione creativa per il Fuorisalone. L’evento ricco di esempi di progetti e installazioni Energy for Creativity, è come sempre organizzato dalla rivista Interni e sarà allestito dal 13 aprile al 24 maggio. Degna di nota OperaFood curata dall’architetto Valerio Maria Ferrari con VMCF Atelier. 
Valerio Maria Ferrari, render per Visual Music Facilities Theatre

Valerio Maria Ferrari, render per Visual Music Facilities Theatre

Si tratta della versione in scala ridotta del suo progetto Visual Music Facilities Theatre (VMFT), che rappresenta un concetto spaziale inedito in cui l’architettura interagisce con filosofia e teatro. “Un progetto di spazio alternativo alla tipologia tradizionale del teatro dell’opera italiano” come indica il suo creatore.

L’opera viene definita una “spirale di Architettura Musica e Cibo”: le tre tematiche confluiranno nelle cinque proiezioni video che i visitatori potranno azionare in modo interattivo sulla creazione. Si potranno visionare alcune messe in scena virtualmente inserite nel concept architettonico di opere liriche nelle quali il cibo e i piaceri della convivialità a tavola, e il vino sono protagonisti. In tutto sono cinque, una tratta dal Don Giovanni di Mozart, una dalla Traviata di Verdi, poi Tosca di Puccini, Cenerentola di Rossini e il Belfagor di Respighi.Nel chiostro ci apparirà un grande contenitore rosso, la cui larghezza è pari a sette metri, che conterrà il modello del VMFT. L’apertura frontale dell’installazione si palesa sotto forma di un occhio o una bocca con il modello inclinato di 30° verso l’osservatore. Main sponsor dell’opera sarà Bioseutica.

Operafood di Valerio Maria Ferrari, vista frontale

Operafood di Valerio Maria Ferrari, vista frontale

Sebbene non parliamo solo di opere italiane, la celebrazione del bel canto e del melodramma in generale sono associati al Bel Paese. In particolare il melodramma è stato un genere a cui l’Italia ha dato grande impulso creativo, e per il quale siamo famosi in tutto il mondo. Inoltre il riferimento alle gioie delle libagioni si riferisce alla tematica del grande evento di Expo2015 ormai imminente, che vorrà essere anche promozione dell’Italia e della sua attitudine e leadership mondiale al gusto.

Il CIBO e IL CANTO sono considerati dal diciottesimo secolo due elementi tipici della cultura italiana, parte importante della nostra filosofia di vita. Si usano termini gastronomici nelle varie scene di feste e banchetti ma il cibo assume sempre un ruolo simbolico, è metafora della vita stessa.

Valerio Maria Ferrari, render per Visual Music Facilities Theatre particolare del palco.

Valerio Maria Ferrari, render per Visual Music Facilities Theatre particolare del palco.

Gioacchino Rossini ci illumina sulla questione quando scrive “Mangiare e amare, cantare e digerire: questi sono in realtà i quattro atti di quest’opera buffa che si chiama vita”, dove aggiunge che la vita è sfuggevole e per questo bisogna goderne. Era il pensiero dell’uomo all’inizio della rivoluzione industriale, ma ancora sopravvive quest’idea di italianità gaudente nella convivialità alimentare.

Sono chiaramente afferenti a diversi contesti narrativi i riferimenti al cibo in queste opere: se sempre per Gioacchino Rossini, di cui i testi poi musicati escono dalla penna di Goldoni, nel pezzo “Mi risveglio a mezzogiorno” il cibo esprime lo status sociale e il benessere dei personaggi, altrove l’alimentazione è legata al concetto di amore e morte , come nel Don Giovanni di Mozart nell’aria “Ah che piatto saporito…”,suo ultimo invito a cena. “Libiam, libiam nei lieti calici” nella Traviata di Verdi è sempre un invito al godimento nella prospettiva di un futuro incerto. Gli altri pezzi sono “ La mia cena fu interrotta” nella Tosca di Puccini e “Cipolle e peperoni sottaceto” per il Belfagor di Respighi.

Operafood di Valerio Maria Ferrari

Operafood di Valerio Maria Ferrari

Il Visual Music Facilities Theatre è frutto dell’intensa ricerca di Valerio Ferrari, un progetto che si presenta come concezione globale dello spazio nel teatro , legato ad una nuova fruizione dello spettacolo, nella sua forma a spirale e nella separazione tra pubblico e scena del tutto innovativo: non esiste più una vera e propria divisione ma la forma della spirale accompagna i due settori come in un percorso, che termina con la parte di palcoscenico vero e proprio. E’ per Ferrari l’architettura stessa a generare nuove forme di spettacolo d’opera attraverso la sua configurazione, certamente alternativo alla musica classica o contemporanea strumentale, dove i suonatori si trovano al centro della scena, mentre qui la mobilità dei cantanti, il loro spostamento da una zona all’altra del teatro, cambia la percezione del suono e il modo in cui viene vissuto tutto lo spettacolo.

Possiamo definire la fruizione dello spettacolo “democratica” perché nella struttura a spirale non ci sono posti privilegiati da cui si possa godere del suono in modo migliore: semplicemente uno spettatore può decidere se trovarsi in balconata oppure “dentro l’azione” della performance in un punto della spirale. Si vivono visuali diverse nei vari punti, sebbene non gerarchiche.Il concept coinvolge persino chi compone la musica, perché da questo tipo di fruizione possono nascere creazioni musicali nuove, tenendo conto delle relazioni integrate tra strumenti, voce e pubblico.

render di VMTF di Valerio Maria Ferrari

render di VMTF di Valerio Maria Ferrari

Come spiega l’architetto nel VMTF il pubblico e i cantanti sono legati in una spirale ascendente, forma che simboleggia la nozione di Tempo, nella quale l’orchestra e il direttore si trovano al centro. La forma geometrica è il punto d’incontro ideale tra l’evolversi dell’opera musicata e la sua permanenza nello spazio; il suo ascolto sarà esperienza unica in ogni occasione diversa perchè dipenderà dalla distanza variabile dei cantanti rispetto al pubblico. Se la percezione sarà differente a seconda del posto, quello che per tutti sarà assicurato in ugual misura è l’acustica, ideale e identica per ogni seduta.

Per potenziare l’effetto coinvolgente dello spettacolo è prevista una scenografia di luci e immagini led. Il VMTF è adattabile a concerti rock o pop, conferenze o sfilate e alle loro riprese video, mediante un sistema brevettato molto semplice per trasformazioni di configurazione necessarie. Questo teatro d’avanguardia misura 60 metri di diametro in scala reale, e prevede ben 1400 posti: 800 sulla balconata e 600 nella spirale. Le nuove tecnologie sono onnipresenti: pavimento e muri sono rivestiti di led con proiettori 2D o 3D. Altre scenografie sono potenzialmente costituibili con proiettori, droni e telecamere ad infrarossi.

Fattore fondante e d’ispirazione quindi le nuove tecnologie segnalate nelle pubblicazioni sul progetto. Nel libro“Site and Sound” di Victoria Newhouse, pubblicato negli Stati Uniti da Monicelli, si definisce il progetto “teatro del futuro”, replicabile in diversi luoghi, mentre sulla rivista svizzera Dissonance, il giornalista David Verdier sottolinea la portata della sua innovazione in termini di acustica.

Michela Ongaretti

 

Favilla- render di Piazza S. fedele

Favilla. Ad ogni luce una voce, di Attilio Stocchi. Una scatola delle meraviglie al Fuorisalone 2015

Favilla. Ad ogni luce una voce, di Attilio Stocchi. Una scatola delle meraviglie al Fuorisalone 2015

Favilla Ogni luce una voce di Attilio Stocchi per il Fuorisalone2015. In occasione della 54esima edizione del Salone del Mobile 2015, dal 14 al 19 aprile, piazza San Fedele sarà animata dall’installazione Favilla. Ad ogni luce una voce, su progetto dell’ architetto Attilio Stocchi, aperta liberamente al pubblico. L’evento speciale sarà visitabile in contemporanea alla nuova edizione di EuroluceSalone Internazionale dell’ Illuminazione, esposizione biennale come Workplace 3.0 Salone Ufficio, presenti in questo 2015 di Expo.

Favilla di Attilio Stocchi. Interno del geodeSalone del Mobile 2015 – Favilla di Attilio Stocchi. Interno del geode

Se Euroluce porterà novità in fatto di apparecchi per l’illuminazione, insieme alle tecnologie nuove di software, sorgenti e sistemi di illuminazione, possiamo definire Favilla la sua controparte poetica. Il suo creatore Attilio Stocchi non ha pensato tanto agli effetti e utilizzi della luce, ma al senso di mistero e fascino che si cela dietro di essa, alle ricerche che per secoli sono state fatte per conoscere e capire la sua natura, alla sua origine corpuscolare e ondulatoria. Gli spettatori, o sarebbe meglio definirli attori, saranno immersi in un’esperienza che oltre ad essere spettacolare presenterà la luce nel suo aspetto scientifico.

ingresso euroluce2015

Il nome esprime appieno l’idea fondante: raccontare l’essenza della luce grazie all’associazione tra i suoi mutamenti e il suono, proprio nel 2015, dichiarato da Unesco Anno Internazionale della Luce e delle tecnologie basate sulla Luce.

Si tratta della terza installazione interattiva dell’architetto durante il Salone del Mobile. Nelle precedenti edizioni avevamo visto Cuorebosco (2011), sempre nella centralissima Piazza San Fedele, e Librocielo (2012).

All’interno di un grande black box si seguirà un percorso e si parteciperà ad un coinvolgimento didattico, che esplora non solo il modo i cui la luce si muove nello spazio per propagazione rettilinea, diffrazione, riflessione e razione, ma anche quei fenomeni naturali, vitali e stupefacenti, come la fotosintesi e l’arcobaleno.

Favilla- render di Piazza S. fedeleRender della struttura in Piazza San Fedele

Si scopriranno in maniera multisensoriale le sue manifestazioni e il modo in cui viene percepita dai nostri occhi, dato che si potranno scegliere suoni associati ad un diverso concetto relativo alla luce, come scoprire una personalità umana con i suoi differenti stati d’animo. Partendo da questa interazione Stocchi intende agire su due leve emotive per far prendere coscienza il visitatore: la Sorpresa e la Scoperta, che portano allo sviluppo di nuove e diverse prospettive sulla Scienza. Sorpresa di fronte al rivelarsi della luce come energia potente e immaginifica, motore del suo stesso manifestarsi, Scoperta della natura fisica e intrinseca della luce, immergendosi osmoticamente nei suoi fenomeni.

Favilla- render dell'internoFuorisalone 2015 – Favilla- render dell’interno

La luce è intesa come rivelazione e meraviglia. Per questo la grande scatola nera dentro alla quale ci si avventura rappresenta un geode, dove la scoperta delle sue misteriose profondità genera stupore progressivo, e nella moltiplicazione degli effetti visivi e dei riflessi ricorda la struttura di un cristallo.

Il percorso da seguire ricalca invece in maniera precisa ilpattern rappresentativo delle tragedie greche, avvalorando l’idea di racconto e rendendolo più coinvolgente. Sarà diviso in prologo, dixit Deus fiat lux et lux facta est, quattro episodi, quattro stasimi e un epilogo. Gli episodi espongono le quattro caratteristiche di movimento della luce: propagazione rettilinea, diffrazione, riflessione e rifrazione, che secondo la teoria di Newton del 1704 (Opticks), dimostrano che la luce è onda e corpuscolo allo stesso tempo. Gli stasimi o intermezzi illustrano invece quelle che Stocchi definisce “declinazioni vitali” di quelle caratteristiche nel mondo naturale: i raggi solari, la fotosintesi clorofilliana e l’arcobaleno.

Favilla. Episodio sulla riflessioneFavilla. Episodio sulla riflessione di Favilla, durante la MDW2015 in piazza S. Fedele

L’evento è sponsorizzato da Ford in collaborazione con il Salone del Mobile 2015. L’azienda automobilistica negli ultimi anni non ha esposto solo nei saloni per l’auto. L’Ovale Blu al Salone aveva già accolto alcuni oggetti lifestyle nelle precedenti edizioni e quest’anno vedremo nuovi prodotti elaborati dal suo team di designer internazionali. Ford considera la propria ricerca sull’innovazione, il connettersi con i consumatori per capire le loro aspirazioni e sorprenderli piacevolmente, accomunabili all’esperienza coinvolgente di Favilla. A tal proposito Moray Callum, Vice Presidente Design di Ford afferma: “Questa installazione conduce i visitatori attraverso un processo d’inaspettata scoperta che rispecchia perfettamente la filosofia di Ford per cui il design è un viaggio emozionale orchestrato intorno al cliente”.

Favilla- render dell'interno 2L’interno di Favilla, con la fruizione da parte del pubblico, in un render

Sempre Ford organizzerà al Salone un panel sul tema della privacy e del ruolo dello spazio, sia esso fisico virtuale o digitale, nella creazione di un ambiente o di un’esperienza appropriati. Attraverso lo studio la privacy si definisce come l’equilibrio tra ciò che i clienti di tutto il mondo sono disposti a condividere, e i benefici che in cambio ne conseguono. Non è esattamente il caso di Favilla ma sappiamo che il fenomeno recente dell’interattività implica anche una “scopertura” della privacy personale: per questo ogni ragionamento critico sulla tecnologia interattiva è utile, perché mette in gioco sempre più la nostra quotidianità, come il design, e l’amata imprescindibile luce sopra ogni cosa.

Favilla. Ogni luce una voce

Chi vi parla si è documentato, ma non ha potuto ancora immergersi nell’installazione Favilla. Ci ricordiamo però bene Cuorebosco, e siamo certi che il concept di Stocchi non lascerà dentro di noi la sensazione di una semplice lezione didattica. Favilla , se manterrà l’intento dell’installazione del 2011, potrebbe far permanere nel nostro animo un sentimento di curiosità amorevole verso la Natura e la sua manifestazione nella Luce, come una fiaba dove si svela un mistero.

Michela Ongaretti

 

 

superstar

Pagani e Perversi Associati: dal posacenere al grattacielo

Pagani e Perversi Associati: dal posacenere al grattacielo – Un’intervista prima del Salone del Mobile 2015

 Un mese prima del Salone del Mobile 2015 siamo andati a far visita agli architetti Luciano Pagani e Angelo Perversi, di pluriennale esperienza, nati entrambi nel 1950 e attivi dall’inizio degli anni ottanta. Abbiamo avuto una piacevole conversazione che ci ha condotto attraverso i mutamenti verificatisi nel settore. L’ impronta che la coppia continua a lasciare è senz’altro fondata su un approccio integrato all’architettura, l’interior design e il design di prodotto, con le caratteristiche di versatilità e flessibilità, dove la luce svolge un ruolo fondamentale nell’integrazione stessa dell’architettura, ed è intesa come esperienza unica legata al progetto specifico, dall’illuminazione monumentale agli interni, al semplice e raffinato design di lampade.

 

Poltrone Ilar-i , design Pagani e Perversi per Domodinamica

Poltrone Ilar-i , design Pagani Perversi per Domodinamica

Pagani e Perversi hanno progettato per grandi aziende del design internazionale come Flos, Joint, FontanaArte, Zanotta, Poltrona Frau, Unifor, e vinto numerosi premi. Due Compassi d’Oro: nel 1987 per le librerie modulari Hook System per Joint, e nel 1998 per i tavoli e contenitori per ufficio Move e Flipper prodotti da Unifor, premiati anche ad IF Hannover nel 1996.

Selezionato per il Compasso d’Oro nel 1991 il sistema di lampade Grall per Flos, ancora IF Hannover nel 1999 con Alas Lamp per Regiolux-Lichtwerk GmbH; la lampada Thor è inserita nel ADI Design Index 2002 ed infine il sistema per ufficio Move 010 disegnato per Unifor, sempre IF Hannover e ADI Design Index 2012. Saranno al Salone del Mobile 2015 a Milano con i tavoli Eiffel per Hub Design.

Lampada da tavolo Thor-design Pagani e Perversi per Fontana ArteLampada da tavolo Thor-design Pagani e Perversi per Fontana Arte

Lo studio si trova in via Daniele Crespi, nel cuore di Milano. Si respira fin da subito l’atmosfera dell’ambiente di lavoro di chi ha accumulato molti anni di esperienza, serio ma informale, semplicemente quello che fin da bambini ci si aspetta di trovare nello studio dell’architetto: progetti in corso sul tavolo, molti libri e alcuni mobili che raccontano un pezzo di percorso, senza orpelli. Come spesso accade, lo stiamo sperimentando sempre più, nel lavoro di progetto la coppia è un organismo che funziona, che produce attraverso l’unione di due teste creative che si compensano. E così doveva essere perché dopo alcuni anni dalla laurea in Architettura, presso il Politecnico di Milano, i due si incontrano per caso, o per destino, e decidono di lavorare insieme.

Nasce così nel 1980 lo studio associato, che non si concentra solo sull’architettura tout court. Ci spiegano come dalla fine degli anni settanta un vento nuovo soffiava in Italia e a Milano, era la consapevolezza che il nostro design stava per assumere un ruolo diverso, non era più l’egemonia dell’international style ma si vedeva che l’Italia poteva esprimersi e reinventare una propria idea di design. La prova venne dal fatto che anche designer stranieri lavorarono per imprenditori italiani, che esprimevano appieno l’essenza di marchi innovativi, e avevano acquisito fiducia e prestigio internazionali.

Si inseriscono in questo contesto storico le prime importanti esperienze dei due professionisti che continuano fino al 1988 a portare avanti anche attività indipendenti:Pagani impegnato al centro di progettazione speciale di Flos Lightcontract, Perversi come consulente per Mondadori per ristrutturazioni delle redazioni di Repubblica e a Segrate. Insieme portano avanti gli interni del Corriere della sera, le richieste per l’azienda Flos e per privati situazioni innovative di arredo e luce, che comprendono sempre mobili e lampade con nuove sorgenti luminose. A quei tempi la progettazione su larga scala, quindi improntata all’integrazione massima tra tutte le componenti d’arredo, era frequente.

Eos- design Pagani e Perversi per Poltrona Frau

Eos- design Pagani e Perversi per Poltrona Frau

L’approccio alla progettazione, costruito e seguito negli anni, nasce dalla formazione interdisciplinare dei due protagonisti, secondo il modello complesso degli architetti che hanno fatto architettura e design assieme: come nello slogan di Rogers “dal cucchiaio alla città”, è la cultura organica del progetto a pulsare. Se il design mantiene l’assunto di migliorare la qualità della vita anche oggi, nella realtà frammentata nella quale esistiamo, dove moderno e postmoderno sono passati, oggi la qualità perde un senso di unitarietà per incontrare la coesistenza di ciò che è molto alto e ciò che è molto basso, ibrida questi posizionamenti per proporre un design non solo per tutti ma da tutti digeribile, restando sulla superficie. L’interdisciplinarità di Perversi e Pagani li rende ricercati perché si inseriscono contenuti nei dettagli di un oggetto, che regala “quell’attenzione in più a farlo congiungere con un involucro più grande”, quindi integrarlo in una collezione o in un ambiente, unendo tutte le informazioni che un architetto ha dell’insieme. Inoltre esiste nei loro lavori una interscambiabilità, una logica di destinazione d’uso non fissa: i prodotti non sono mai tipicamente da casa o esclusivamente da ufficio.

L’organizzazione del lavoro all’interno dello studio dipende molto dal tipo di commissione, non c’è come atrove una ricerca strategica del cliente perchè di solito sono le aziende a ricercare i progetti degli architetti, conoscendo il loro operato e i valori su cui si basa. Per alcune commissioni molto impegnative ci si avvale di collaboratori a progetto, con una delega all’esterno in altri casi. Il disegno vero e proprio, la sua analisi e le scelte complessive vengono sempre effettuati dai due soci. Il brief che proviene dall’azienda ha più spesso caratteristica di suggerimento su alcuni temi, come la ricerca di nuove fonti luminose, ma lascia libertà ai progettisti. Meno spesso si fanno ricerche a monte su possibilità di produzione e in seguito si interpella la ditta potenzialmente interessata; e’ sempre comunque viva l’intenzione di fare combaciare i propri valori con quelli del marchio.

Chiediamo a quali progetti di design siano particolarmente legati e vediamo alle nostre spalle Hook System, con cui vinsero il compasso d’oro nel 1987. Si tratta di una libreria congancio autoportante, di cui capiamo in pochi gesti la portata innovativa della sua versatilità, soprattutto in un ambiente sensibile di periodici spostamenti di oggetti e documenti come l’ufficio.

Ppie-design Pagani e Perversi per Vanini

Ppie-design Pagani e Perversi per Vanini

Notiamo sul tavolo una parte del posacenere Ppie con il marchio Rcs, prodotto da Vanini: oltre ad essere un’idea originale ben rappresenta gli anni delle grandi redazioni, delle aziende strutturate degli ultimi anni ottanta, sebbene la sua forma lo può portare ai nostri giorni, non si può più fumare in riunione, trasformandolo in un portamatite. Ci riporta agli anni di grande sviluppo e attività perchè l’oggetto è un simbolo stesso di tutto questo attraverso la sua forma, un ingranaggio, scomponibile in sei pezzi.

Sempre per questo ambiente nasce il tavolo da riunione Flipper per Unifor, altro Compasso d’Oro nel 1998. Possiamo parlare di home office, in quanto emblema della leggerezza e della possibilità di trasformazione da un ambiente all’altro. Questo si profila come un tema, quello dell’ufficio leggero, che torna in questi anni ad essere attuale dato lo stile di vita a cui ci siamo abituati, a vivere il lavoro come parte integrante della vita quotidiana. L’idea che Pagani e Perversi portano avanti dalla fine degli anni ottanta matura in effetti ora nella loro interpretazione del modo di far convivere nello spazio la vita privata con quella lavorativa, per loro è facile immaginare un modello che sia utile per la casa o per uno studio cambiando solo le finiture, o le misure.

I soci considerano di aver raggiunto la maturità nell’ambito dell’industrial design con il gruppo Flos e con Poltrona Frau: Eos con il divano e il sistema di sedute, pouf a tavolini da salotto, del 2000-2001. Qui notiamo come l’aspetto della luce non esaurisce la loro creatività ma si applica con la stessa mentalità trasversale, in linea con quell’idea di ufficio leggero, al furniture design. Qui come altrove è nell’approccio progettuale la nota più alta quella della versatilità e flessibilità degli oggetti nella vita di ogni giorno.

Altro modello da ricordare, centrato nella vocazione all’illuminazione, è la lampada Thor (2000) per Fontana Arte da appoggio e da parete, in vetro soffiato bianco opale. Prova come si predilige la progettazione di prodotti che durino molto, nella media odierna significa dai cinque anni in su, per questioni di persistenza d’immagine sulle mode e sullo styling.

Saily Lamp

Saily Lamp / Pagani – Perversi

Tra i lavori più recenti sono molto interessanti dal punto di vista dei materiali le lampade Saily, prodotte in serie a led da Skitsch. Nella parte esterna sono in Nomex, un materiale ignifugo della Dupont, lo stesso usato per gli avvolgimenti dei cavi elettrici. Il concept rimanda alla tenerezza del gioco infantile, povero e semplice elemento di protezione come la barchetta o il cappello del muratore. Dopo Saily con le stesse caratteristiche vediamo ancheP-Jet, sempre a led, che ricalca la forma dell’aeroplanino di carta. Queste due creazioni rappresentano solo una prima parte di progetto per Skitsch nel catalogo del 2011, il brand acquisito da Hub Design. Vocazione di Skitch è sempre il gioco pop della forma accompagnato alla ricerca tecnologica avanzata sui materiali, anch’essi alla ricerca di leggerezza nell’innovazione. per il brand Pagani e Perversi disegnano anche il tavolo Pang (2009), sempre in linea con la versatilità ricercata, adattabile a tavolo da ping pong o nell’uso comune, e il letto-panca Forrest (2009). Ci mostrano anche le lampade in rete di tessuto metallico Net sia da appoggio che in sospensione, alcune autoalimentate,compatibili a led.

Impossibile non notare in studio la poltrona Ilar-i prodotta da Domodinamica nel 2008. E’ un sistema di sedute accostate che unite creano un’isola. Prese singolarmente evocano i totem tribali africani, ma il materiale le rende contemporanee, sono in poliuretano espanso ignifugo con struttura interna in acciaio, qui rivestite in pelle colorata, si trovano anche in tessuto.

lampada Superstar, design Pagani e Perversi per Slamp

lampada Superstar, design Pagani e Perversi per Slamp

Sempre sulla strada dei materiali protagonisti di innovazione e stile parliamo della lampada Superstar ( 2012), prodotta dalla ditta Slamp in Lentiflex e Iridescent Polycarbonate, che riflette la luce come un cristallo, al quale si rimanda anche nella forma di icosaedro. La lampada è a basso consumo energetico e attaccata al cavo con calamita.


Unicità e qualità di un prodotto sono date per Pagani e Perversi dall’unione di artigianalità, ricerca e tecnologia. In tal senso si inserisce la collaborazione recente, nel
2013, con la collezione di arredi Nodo per Natura e Design, dove la tradizione artigianale e l’attenzione ai dettagli si unisce all’ecosostenibilità di realizzazione e produzione.

Eiffel, design Perversi e Pagani per Hub DesignEiffel, design Perversi e Pagani per Hub Design

Sono in produzione, e verranno presentati al Salone del Mobile 2015 i tavoli reclinabili metallici, molto leggeri e con il profilo del piano a coda di rondine Eiffel, prodotti da Hub Design, azienda che fa vivere insieme i marchi Skitch e Baleri Italia nella vocazione di coniugare estetica e avanguardia tecnologica. Saranno in fiera nel padiglione 16 presso lo stand E 35.

Michela Ongaretti

panca molletta baldessari-lucedicarrara

Paolo e Michela Baldessari. Abitare il progetto, abitare i materiali. Fuorisalone2015

Paolo e Michela Baldessari. Abitare il progetto, abitare i materiali. Fuorisalone2015

Un tiepido sole primaverile ci ha accompagnato in via Pontaccio, dove abbiamo incontrato Paolo e Michela Baldessari, titolari dello studio associato Baldessari e Baldessari: abbiamo piacevolmente discorso del loro lavoro passato e futuro, a partire dalla mostra “Abitare i materiali”, che si terrà presso la galleria EffeArte di via Ausonio 1/A in occasione della Design Week, dal 14 al 19 aprile nel distretto delle 5VIE .

 

Star-Lit design Baldessari e Baldessari per StarpoolStar-Lit design Baldessari e Baldessari per Starpool

 

Paolo e Michela Baldassari sono cresciuti in un ambiente dove tutto parlava di architettura, che ha nel loro caso influenzato positivamente le scelte future. C’è chi si ribella alle proprie origini, chi prende strade diverse e chi, come loro, ha saputo fare buon uso degli esempi quotidiani del padre Giulio e dello zio Luciano, respirando quell’ossigeno creativo che ha portato allo sviluppo di un percorso e una professionalità propria pur nella sua coerenza evolutiva.

Così, dopo la laurea in Architettura allo Iuav di Venezia  per Paolo e presso l‘Istituto Europeo di Design per Michela nel 1980, i fratelli riprendono lo studio fondato da Giulio nel 1950. Nel corso della loro carriera si sono occupati di architettura, interior design, industrial e visual design. Gli allestimenti di mostre in Italia e all’esterosono un fiore all’occhiello dell’attività dello studio, che fa ricerca e partecipa ad esposizioni e concorsi, progetta nel settore pubblico e residenziale e ha collaborato con diverse aziende di design come Riva1920, Pallucco, Adele c, cc-tapis, De Castelli, Atipico , Twils, Starpool e Luce di Carrara.

Lo studio è stato insignito di premi e menzioni di merito. Nel 1984 al concorso “Una sedia italiana per gli Usa”, nel 1991 al “Premio Alcan” per l’uso dell’alluminio nell’ambiente costruito” ed al concorso internazionale Trau per la progettazione di una workstation. Nel 2007 vince il “Concorso di nuove sperimentazioni di arredo per esterno” SunRimini 2007, nel 2013 il premio Pida 2013 nella sezione concept alberghieri, per il restyling dell’Hotel Villabella di Tempesta . Nel 2014 vince il Premio Pida Friends per il contributo nella conduzione del Workshop Design.

Sofa Casablanca design Baldessari e Baldessari per Adele-c

Sofa Casablanca, design Baldessari e Baldessari per Adele-c

L’organizzazione del lavoro si avvale di un ampio network di consulenze esterne, e crea gruppi di lavoro a seconda delle commissioni. Non ci stancheremo mai di meravigliarci di come due menti complementari riescano, se sopravvivono a quel tremendo meccanismo di unanimità obbligata nelle coppie decisionali, ad armonizzarsi nei processi creativi, a unificare le visioni.

Forse perché in questo caso lo spirito che anima il loro lavoro nasce proprio da quel multilinguismo dell’architettura che è parte del loro dna, in ogni caso leggiamo nel loro operato la coerenza di voler miscelare e contaminare gli stili, nel rispetto di un ambiente con una storia, una collocazione territoriale ben esprimibile attraverso l’uso dei materiali e dei rimandi culturali.

Come tutti i protagonisti italiani del design con anni di esperienza alle spalle, il punto di partenza è l’architettura nel suo approccio integrato: in questo modo occuparsi di progettazione per edifici o interni, o allestimenti per esposizioni, significa anche organizzare in maniera logica i pezzi di arredamento contenuti in questi ambienti. Michela ci spiega che le commissioni di interior design hanno un’alta percentuale di mobili a disegno, con qualche elemento che viene dal mercato, ciò che conta è la valorizzazione reciproca e inserita in una visione d’insieme e di “carattere” del luogo.

Così come non esistono confini disciplinari tra architettura e design così pure negli oggetti si trova spesso un richiamo forte all’arte contemporanea e ai suoi meccanismi logici. Rovereto, la loro città natale, è stata un crocevia per le arti nel novecento che ha favorito la vocazione interdisciplinare che collega una forma ad altri mondi, differenti da quello in cui solitamente si trova un arredo, tendenza necessaria negli allestimenti, che amplifica la portata “comunicazionale” dei contenuti del progetto.

Anche quando un pezzo di design è progettato senza un ambiente di destinazione preciso, si attinge ad un immaginario, quello del “caveau della memoria”: sono oggetti che hanno un forte valore iconico, e che spesso gioca con l’ironia e un gusto leggero e pop. Stiamo pensando alla panca “Molletta”, ready made dell’oggetto quotidiano che cambia funzione attraverso l’uso del fuoriscala. Disegnata per Riva 1920, sia per l’outdoor che per ampi interni, la sua presenza scultorea regala importanza all’oggetto originario povero a cui si ispira

panca Molletta design Baldessari e Baldessari per Riva1920La panca Molletta, design Baldessari e Baldessari per Riva1920, al Fuorisalone2015

Rimanda ad esso l’uso del cedro naturale massello, ed è al contempo in linea con la tradizione di Riva1920. Prodotta nel 2012, due anni dopo vengono create versioni in diverse misure. La stessa forma si propone nel fermacarte in marmo Tina, per Luce di Carrara nel 2014, che in collaborazione con Riva 1920, ne produce anche una versione in marmo, nella parte inferiore.

Sempre mettendo in comunicazione mondi diversi ogni anno il fuorisalone vede in esposizione il design dello studio Baldessari e Baldessari in luoghi non convenzionali, l’anno scorso nello showroom di Gucci e quest’anno presso la galleria Effearte, dove dialogheranno con le opere di Franco Cervi. Il titolo illustra la loro ricerca degli ultimi anni sui materiali, in grado di amplificare una sensazione scaturita da un oggetto o connotarlo in senso preciso, donare ad esso confort e innovazione. E’ questo lavoro sui materiali, unito alla costante attenzione per i meccanismi dell’arte e il suo rappresentarsi, il loro plus progettuale.

Saranno in esposizione i tavoli e vassoi della collezione Filo, con la novità di un modello a piano rotondo, per Luce di Carrara, brand di Henraux. Il piano è in cristallo mentre la base in marmo: quest’ultima ricalca la forma del vassoio rovesciata, sono due forme accostate ricavate in modo da non sprecare materiale
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tavoli Filo design Baldessari e Baldessari per Luce di FerraraTavolo Filo, design Baldessari e Baldessari per Luce di Ferrara

Un grosso blocco di marmo che in questo caso è scavato nella stessa direzione, utile anche per la produzione dei vassoi e centrotavola, come quello che presenta nella lavorazione del marmo un calendario perpetuo nei dodici mesi; si espone anche la versione metà in marmo metà in legno.

In mostra ci saranno anche altri progetti recenti che abbiamo visto in studio, dalla panca Molletta per Riva 1920 ai pouf SEIperSEI per Twils in tessuto e metallo, al tappeto Colossal per C- C Tapis.

Inoltre il divano con il maxi intreccio Casablanca per Adele-c del 2014, che ha rappresentato in un momento di difficoltà ,una svolta risolutiva proprio attraverso l’uso dei materiali. Nel profilo è stato possibile svuotare lo schienale grazie alla lavorazione artigianale, ci ha pensato poi la tecnologia laser per il taglio e la finitura del tessuto. Completa l’insieme il gioco compositivo della creazione di un piano consolle. L’intreccio caratterizza il progetto ma in nome della sua versatilità è pensato in alternativa in velluto semplice.

lampada Arianna design Baldessari e Baldessari per Pallucco Italia
Lampada Arianna, design Baldessari e Baldessari per Pallucco Italia

Arianna, la lampada a sospensione per Pallucco Italia del 2013 è sempre un’integrazione dal “caveau degli oggetti della memoria” con la funzionalità dell’oggetto, ricorda infatti un arcolaio per tessere le lana nella struttura allungabile in ciliegio, mentre le parti centrali sono in alluminio.

Nella collezione di tavolini in ferro Tribù per De Castelli il trattamento del materiale è una capacità espressiva. L’essenzialità del disegno che esprime un gusto sofisticato nel trattamento cromatico.

Star_lit nasce nel 2012 come complemento per l’azienda Starpool che produce saune, da collocare in una zona benessere. La forma semplice, data da semilavorati costituiti da due cilindri intarsiati in compensato curvato, nel traforo ricorda la foglia d’ulivo richiamando la decorazione sul pavimento, mentre la parte imbottita è rivestita di materiale waterproof o ecopelle.

Si tratta di uno dei progetti per cui i designer si accorgono di andare nelle direzione desiderata, nell’ottica di uno sviluppo dei materiali che diano una personalità unica alle diverse realizzazioni dello stesso progetto,: Star lit infatti cambia completamente con il rivestimento in cavallino, materiale di pregio ma anche percettibilmente ironico.

Culla Chicca design Baldessari e Baldessari per Horm

La culla Chicca design Baldessari e Baldessari per Horm

Il compensato curvato era nella mente dei designer già dai tempi di Chicca, la culla per Horm del 1993, citata dai fratelli alla nostra richiesta di parlare di un pezzo storico al quale fossero particolarmente legati.

Il materiale aveva un sapore nordico e caloroso nello stesso tempo ma in questo caso fu l’emblema di come il mercato e il contributo del committente intervengono nelle scelte progettuali per arrivare alla messa in produzione. Allora la riverberazione sui costi era eccessiva quindi la soluzione alternativa fu il midollino, esempio invece di come la tecnologia artigianale possa formare un prodotto modernissimo nella linea.

Ci raccontano un aneddoto sul progetto che fu pensato per la figlia di Michela, Chicca, che davvero utilizzò il prototipo: Horm presentò il modello, ad Abitare il Tempo a Verona, in due versioni in midollino, una con le ruote blu per il maschietto e una con le ruote arancio per la femmina. Ebbe vita breve in fiera, perché molto presto una coppia di arabi in attesa di due gemelli le comprò entrambe.

Michela Ongaretti