Teste in jeans di Afran con Involucrum

Afran. In viaggio con l’artista attraverso Involucrum, mostra personale da MAEC

Afran è stata una rivelazione primaverile: una sua scultura in mostra da Maec di via Lupetta, ci ha fatto sperare di vedere presto una sua personale per meglio indagare la sua ricerca, possibilmente con una ricchezza antologica. I nostri desideri si sono realizzati con Involucrum presso la stessa galleria fino al 25 novembre, a cura di Angela Madesani.

 

Afran a MaEc, particolare

Afran, particolare di una scultura, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Riconosciamo uno stile inconfondibile, teso a sublimare l’analisi sulla società contemporanea attraverso l’arte. Afran riflette sul presente con il linguaggio d’oggi, osservando l’esempio artistico del passato, con la capacità di materializzare un forte simbolismo mediante una plasticità schietta, data dalla confidenza del volume per la sua formazione da ceramista, nella ricombinazione di materiali di uso quotidiano come la stoffa e le cerniere per i capi in jeans, lattine o altri oggetti.

Il titolo Involucrum è emblematico: si riferisce alla classicità nella lingua latina, è la forma apollinea di tante sue sculture, ma il significato di questa parola corrisponde al contenuto del lavoro artistico di Afran, rivolto al discorso sull’apparenza del mondo odierno, al condizionamento dei nuovi mass media, al desiderio di partecipazione del suo mondo con la memoria e la storia di tanti osservatori.

 

 

Involucrum, mostra personale di Afran

Afran, i suoi nudi di jeans, sullo sfondo la scultura Scheletro di Niente, ph. Viviana Cerrato, courtesy MaEc

 

Afran è stato la nostra guida d’eccezione alla mostra, dimostrando consapevolezza dei suoi intenti e del suo percorso,  identificando il processo come una delle strutture portanti della sua poetica.

Se gli si domanda cosa c’è di Afran in una sua opera infatti risponde partendo dalle tappe di realizzazione, dallo studio delle proporzioni della scultura classica, per poi passare alla raccolta del materiale tessile che lo mette in contatto con numerose persone che donano i loro abiti. Nelle sculture realizzate intrecciando parti di jeans attorno ad uno scheletro, il materiale racchiude le storie di chi possedeva una fibbia, un’etichetta: sono le stesse persone che ad una mostra successiva riconoscono da quegli elementi il capo che hanno indossato, “ tengo molto a tutti quel rapporto umano che si stabilisce con la persona che affida un suo vestito perchè “fanno parte della mia opera”.

 

Scultura di Afran da MaEc

Afran. la sua Venere di Milo in jeans, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

All’interno però Afran nasconde un oggetto di sua scelta che mai verrà svelato e in questo modo riesce a “chiudere il cerchio”, l’illusione di un anima racchiusa nell’abito che in verità è solo simbolo di ostentazione nell’apparire si compensa nell’impossibilità volontaria di condivisione di quell’oggetto. In un mondo dove tutto è in vista regala un mistero a sé stesso e alla sua opera, qualcosa di spirituale. Insomma in una sua scultura in jeans il percorso creativo rappresenta un pezzo di memoria personale e della storia contemporanea, un’eredità dei nostri tempi che si immagina possa essere esemplificativo se qualcuno ritroverà tra cinquanta o cento anni.

 

 

Testa di Afran in mostra da MaEc fino al 25 novembre

Afran, Autoritratto per Involucrum.

 

La decisione di intraprendere una ricerca con la scultura cresce parallelamente alla scelta del tessuto jeans, che spesso il pubblico associa al suo lavoro. Ci spiega di come le intenzioni fossero di lavorare sul semplice ready made, il jeans per quello che rappresentava, interessante perché  “si usa in tutto il mondo senza confini da quando è stato inventato.Tutti indossano jeans, giovani anziani donne e bambini, dall’Africa all’Asia al Sudamerica”. Ma il gioco sta nella vestizione di nudi, il jeans disegna la figura di Veneri di Milo a figura intera, oppure di volti in sculture differenti: il passaggio è “dalla concettualità del jeans per arrivare alla materializzazione, alla scultura”. L’oggetto vestito è decontestualizzato nell’identificazione con il corpo stesso, l’apparenza coincide con la sostanza, perché nella società contemporanea noi siamo apparenza sempre.

 

Afran di fronte all'opera Tifosi senza Colore

Afran. In viaggio attraverso Involucrum, ph. Sofia Obracaj

 

Ma tra tutto ciò che indossiamo il jeans può essere logicamente assunto ad emblema della vita contemporanea, casual nel contesto di una società molto casual per l’artista, dove non vogliamo più rinchiuderci in ideologie ma sentirci liberi di interpretare a modo nostro la quotidianità. Nato in Europa la sua produzione inizialmente negli U.S.A. è spostata quasi tutta in Asia e ultimamente in Africa.. Per il fatto di riconoscersi democraticamente nel vissuto di tutto il mondo è dal punto di vista di Afran “un bellissimo ritratto della contemporaneità, che ha un valore universale così come la rappresentazione del corpo”.

Come il jeans unifica il mondo geograficamente, così il nudo ricollega epoche lontane sempre sotto forme e significati diversi. Sul corpo è stata scritta la storia della nostra percezione del mondo e anche per la riflessione di Afran è un ponte tra passato e presente, che non si limita alla contemplazione estetica ma al quale chiede di “parlare” in senso concettuale. In effetti il corpo è una delle più potenti arme simboliche di tutti i tempi, che nel novecento è stato esplorato in vario modo, spesso come metafora di un conflitto, comunicando con la sua gestualità, se pensiamo alla body art e alla performing art.

 

Afran, Involucrum, particolare

Afran, Tifosi senza colore, particolare, in mostra presso MaEc

 

Il messaggio che Afran affida al corpo costruito col jeans sta nella constatazione della necessità tutta contemporanea di personalizzazione, il vestito è l’elemento che caratterizza per lui più d’ogni altro la nostra società. Oggi desideriamo tutto sur misure: “con i nuovi mezzi di comunicazione e le applicazioni per gli smartphones cerchiamo sempre di soddisfare qualunque nostro desiderio o capriccio, di ritagliare per noi una soluzione facile a ogni problema”. Quindi rappresentare l’anatomia con un vestito così aderente non solo da coprire il corpo ma da abitarlo per diventare esso stesso un soggetto classico, estremizza la richiesta di voler avere tutto su di noi, sulla nostra misura.

 

Afran, Venere da MaEc

Involucrum, nudi di jeans e Scheletro di Niente, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Molte volte è stato chiesto ad Afran se la scelta del materiale coinvolga anche l’idea del suo recuperoSaremmo portati fuori strada visto che non si tratta di una preoccupazione primaria. Se il riciclo o il reimpiego nella formazione di un’opera d’arte si associa ad una “visione populista” del compiere un’azione per la salvaguardia del pianeta, qui la funzione del jeans o di altri materiali in effetti usati è diversa dall’originaria, ha l’esclusivo scopo di sintesi concettuale, semplicemente sono stati usati perchè congeniali al messaggio. E tanto populismo alieno all’artista moderno è racchiuso  nel termine etnico, che qualcuno ha usato ( nel 2017!) in questo contesto, limitando la comprensione del l’operato di chi è ormai volente o nolente cittadino del mondo globalizzato. E’ chiaro che non si intende negare una base culturale di partenza, la quale però convive con gli strumenti appresi in un percorso, questo termine nasconde l’attenzione alla realizzazione tecnica o all’adesione ad un gusto che dovrebbe prevalere sul suo contenuto, mentre è per Afran quest’ultimo il motore propulsivo della genesi dell’opera d’arte che si consegna all’umanità per il suo valore universale.

 

Scultura di Afran con tessuto, fibbia e cinture in jeans

Afran, un corpo sur misure presso MaEc

 

Però siamo curiosi di trovare nella sua ricerca due ispirazioni specifiche provenienti dal mondo artistico italiano e camerunense, e ci rendiamo sempre più conto della sua vocazione all’idea e al procedimento che confluisce in uno stile processuale. Dell’Italia senza esitazioni cita Bruno Munari: ciò che conta per Afran è il suo principio di poter utilizzare elementi della vita comune cambiando completamente il loro senso nella ricombinazione degli elementi nell’atto creativo. Qui è lo spiazzamento del trovare la stessa suggestione del jeans al mondo di leggerezza e superficialità della moda in una galleria, destabilizzato nella sua essenza, a materializzare la condizione dell’uomo nella società dei consumi.

Dell’Africa porta con sé non tanto un lessico quanto la necessità comunicativa sottesa all’opera, la tendenza a denunciare fatti dell’attualità mediante l’arte e i suoi simboli, “c’era un messaggio nascosto in tante opere d’arte che vengono magari in occidente sono catalogate come rituali o decorative avevano invece una forte carica di critica sociale, messaggi molto forti che venivano nascosti per sfuggire alla repressione.

 

Teste in jeans di Afran con Involucrum

Involucrum, Particolare di Tifosi senza Colore di Afran, ph. Sofia Obracaj courtesy MaEc

 

Dal corpo passiamo all’osservazione del volto: se nel primo rivive una grazia apollinea pur se destabilizzata dalla moltitudine dei pezzi di indumento, nei volti questa armonia è disintegrata, li vediamo angosciati, bloccati nell’espressione agghiacciata che corrisponde al desiderio di gridare qualcosa, e che il tessuto è una chiara limitazione alla loro possibilità di comunicare.

Conferma l’intuizione Afran che racconta come i visi siano stati i primi elementi del corpo ad essere rinchiusi nel jeans, idea particolarmente straniante se si pensa che comunemente non vestiamo in occidente il volto: l’operazione su questa parte anatomica è particolarmente inquietante perché enfatizza l’invadenza dell’abito che sta arrivando fin dove non avevamo previsto, la rappresentazione estrema del contrasto tra la superficialità “fashion” e il dolore non ascoltato.

 

Volti di Afran

Afran. Involucrum, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc, particolare

 

Il collo che fa da piedistallo a due teste ci ricorda Afran che si ispira ai rami contorti e rampicanti del glicine o di un bonsai, che con insistenza crescono alla ricerca di luce, che devono comunque in ogni caso vivere, “ è il ritratto dell’uomo d’oggi che ha perso molte sicurezze, molte verità che erano state stabilite, ma che sta cercando di uscire, di trovarne ancora. Egli sta cercando nuova luce”.

 

Dipinti pop di Afran

Afran,Little e Boy e gli altri, Involucrum, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Involucrum è divisa secondo la concezione di Afran in due parti distinte, corrispondenti nella prima e nella seconda sala al pianterreno della galleria Maec.

Prima si incontra quella monocromatica con i jeans e poi la più colorata con i quadri, sempre volutamente plastici nell’accumulazione del materiale. Ci spiega che sono “due facce della stessa medaglia: la prima sala si riferisce al mondo sempre più omologato e monotono, anche per la globalizzazione, visto che con i nuovi mezzi di comunicazione tutto è più vicino e si mischia si contamina più facilmente, risulta più povero nel perdere la sua diversità”, mentre la seconda sala racconta un universo molto più propositivo, forse in maniera esagerata. Afran ci offre un esempio chiaro:  quando si ricerca sul web una parola, trovi molti risultati anche non afferenti alla richiesta. l’informazione è così ricca da venir meno, “la profusione genera fake news”.

 

Un dipinto di Afran per Involucrum

Afran, Trump come icona della profusione informativa, mostra Involucrum

 

Questa quadreria presenta ritratti di personaggi influenti della scena contemporanea rappresentati come icone pop emergenti da lattine schiacciate provenienti da tutto il mondo, circondati da scritte. E’ un mix di medium e di parole che “ rendono il tutto complesso al punto che non si sa su che cosa soffermarsi..dove era il mio obiettivo, sul drink, sugli slogan o sul ritratto. E’ la stessa complessità che ritroviamo nei nuovi mezzi di comunicazione. Ad esempio per Kim Jong-un sotto il viso si legge “little boy”, che potrebbe essere riferito al giovane dittatore che terrorizza il mondo ma è anche il nome della prima bomba atomica scaricata su Hiroshima. Il richiamo ad un passato già conosciuto che potrebbe ripresentarsi è quindi un invito alla responsabilità di andare ad indagare nelle fonti, mentre la lattina rende l’idea della superficialità con cui “ci ubriachiamo di informazioni in maniera passiva”, Afran le utilizza di provenienza internazionale perché oggi le problematiche emblematizzate dai personaggi sono globalizzate.

 

Afran, littel Boy per Involucrum

Afran, Little Boy, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Al contrario dei volti che il jeans tende a bloccare, di questi in rappresentanza di un mito o una ideologia è come se tutto il mondo parlasse anche troppo, mancando in realtà ciò che è fondamentale sapere. Nell’esagerazione o nella limitazione espressiva le due parti si equivalgono, perché la moltiplicazione delle informazioni al punto da non poter soffermarsi su una cosa, equivale all’assenza totale.

 

Il dipinto Hasta siempre di Afran

Afran, Hasta siempre, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Scendiamo al piano inferiore della galleria per l’installazione Tifosi senza colori, composta da molte teste di jeans. Afran spiega che quest’opera può ben rispondere alla nostra curiosità sul legame tra la cultura occidentale e quella tradizionale del Camerun: gli stessi volti si ispirano sia alle maschere del popolo Fang che agli emoticons che usiamo sui nostri cellulari. L’artista vede una stretta vicinanza dei due linguaggi: “ la maschera per noi permette anche di sintetizzare dei concetti, di assumere una personalità che non abbiamo tutti i giorni. ..quando vedo un emoticon vedo le maschere per come vengono usate in Africa”. il titolo si riferisce ancora una volta alla vita mediatica, stavolta sui social networks, alle prese di posizione talvolta vengono assunte senza conoscenza o convinzione radicata “ma soltanto per esistere a tutti i costi, così ci ritroviamo ad essere tifosi ma senza un credo, senza un colore”.

 

Teste come emoticons per Afran

Afran, linstallazione Tifosi senza colori presso la galleria MaEc con la mostra Involucrum

 

Ci troviamo infine ad osservare Scheletro di Niente, unico lavoro di una terza modalità plastica di Afran. E’ un’operazione di puro ready made suggestiva, che permette di notare la perizia dello scultore nel comporre una gigantesca colonna vertebrale, con la sola ricombinazione di grucce come fossero vertebre. Siamo sempre nell’alveo della quotidianità dei rituali della vestizione del corpo, solo che qui le singole parti di “recupero” parlano da sole, con grande sintesi e “con pochissimo sforzo manuale”: il materiale impiegato rappresenta da solo il messaggio dell’opera. Afran ancora una volta mostra l’importanza dell’apparire nella nostra società, la sua forza enorme. Un potere di cui non ci rendiamo conto perchè lo vediamo da vicino, ma basta soltanto cambiare prospettiva per scoprire quanto veramente è enorme. E’ solo una gruccia per ogni giornata, ma è un animale mastodontico in una vita nella società.

Michela Ongaretti

 

Installazione e maschera di Afran, mostra Involucrum

Scheletro di Niente, in posa con una maschera di Afran, ph. Viviana cerrato courtesy galleria MaEc

 

Involucrum, mostra personale di Afran

fino al 25 novembre 2017

MA EC via Lupetta 2, Milano. Da martedì a venerdì 10-13 e 15-19, sabato ore 15-19

 

Black Light Art, l'esempio di Nino Alfieri

Black Light Art. A Como la luce colora il buio, con sette anime

Black Light Art: la luce che colora il buio. Ha inaugurato sabato 5 novembre a Como la seconda mostra del progetto itinerante. Come a maggio nella cornice tutta milanese del palazzo della Regione Lombardia, è a cura di Gisella Gellini e Fabio Agrifoglio, in collaborazione con la Fondazione Agrifoglio, stavolta presso la Pinacoteca Civica di Como. Sarà possibile visitarla fino al 7 gennaio 2018.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Mario Agrifoglio

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Mario Agrifoglio, ph. Gaetano Corica

 

In questa occasione sono sette i nomi dell’arte contemporanea coinvolti, tutti artisti per cui la luce ha un ruolo fondante, strumento espressivo interpretato secondo una personale e assai differente poetica. Parliamo di Mario Agrifoglio, LeoNilde Carabba, Nino Alfieri, Claudio “Sek” De Luca, Nicola Evangelisti, Maria Cristiana Fioretti e Olga SerezhinaIl.

Perché la luce sia splendente, ci deve essere l’oscurità

Francis Bacon

 

Come noi abbiamo vissuto, il visitatore si troverà coinvolto in un’esperienza sensoriale, davvero immersiva. La fruizione della realtà pittorica avviene sotto molteplici aspetti in continua evoluzione nell’arco di alcuni minuti: di fronte ad un dipinto costituito da fluorescenti o fosforescenti, o entrambi, la loro reazione e manifestazione cambierà mediante il ciclo dinamico di luce bianca, black light (o lampada di Wood), e buio totale. Questa trasformazione è particolarmente stupefacente perché concentra l’attenzione sul complesso e sui particolari dell’opera, coinvolgendo chi osserva in un’attenzione nuova di verso la spazialità, in grado persino di amplificare la percezione dell’ambiente circostante.

Il percorso sarà accompagnato da una colonna sonora ispirata al tema della mostra, musiche estratte dall’album Undae Temporis del maestro Irlando Danieli.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Nicola Evangelisti

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Nicola Evangelisti, ph. Gaetano Corica

 

Il progetto espositivo al primo piano della Pinacoteca di Como nasce dall’idea condivisa della Fondazione Mario Agrifoglio e Caleidoscopio-multiplicity di Maria Proja de Santis, con il sostegno e la collaborazione dell’Assessorato alla Cultura e dei Musei civici del Comune di Como. L’allestimento e i progetti video e fotografico sono affidati alle exhibition designer Gaetano Corica.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Olga Serezhina

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte al dipinto di Olga Serezhina, ph. Gaetano Corica

 

La luce non è certo una novità per Gisella Gellini, architetto e docente del corso di Light Art e Design della Luce presso la Scuola del Design del Politecnico di Milano.  Da diversi anni la sua attenzione verso la luce si divide tra il suo utilizzo funzionale, nella progettazione architettonica e di design, e la funzione espressiva quale medium fondante nella ricerca artistica contemporanea. Ha curato alcune mostre sulla Light Art, noi l’abbiamo conosciuta nel 2015 nella chiesa di San Carpoforo a Milano, spesso associando alla bellezza il fine benefico, nella raccolta fondi per enti e associazioni umanitarie.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Nino Alfieri

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visita della mostra nel momento dell’esposizione alla black light. Opera di Nino Alfieri, ph. Gaetano Corica

 

L’incontro con Fabio Agrifoglio, figlio dell’artista e pioniere della Black Light Art Mario Agrifoglio, ha indirizzato le sue scelte più precisamente su opere pittoriche, quelle dove il materiale principale e “lucifero” è proprio il colore, con la volontà di Fabio di proseguire l’esperienza di Mario Agrifoglio e poterla condividere col pubblico, coadiuvata nella ricerca e nell’organizzazione dalla Fondazione. Nasce così questo progetto itinerante non dimenticando la possibilità di rendere queste mostre portavoce di problematiche sociali. La prima mostra della Black Light Art ha ad esempio sostenuto il progetto partner Lightquake 2017, con esposizione a Spoleto nella Rocca Albornoz e crowdfunding per la ricostruzione in Centro italia, nato dopo le violente scosse di terremoto nel dicembre del 2016.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Leonilde Carabba

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Leonilde Carabba

 

Un aspetto che rende queste mostre interessante è secondo noi l’estrema diversità tra gli artisti coinvolti, essi non rappresentano una scuola definita attraverso delle regole definibili della Black Light Art. Per Fabio Agrifoglio vogliono essere collettore di idee e riscoperta storica nella continuità di una metodologia a lungo inseguita dal padre soprattutto negli anni settanta, con una sperimentazione continua che può riservare sorprese: non si conoscono tutti gli effetti di nuove mescolanze di colore sotto l’effetto della luce nera, ma se molti artisti vi si cimentano in questa vocazione empirica “si porta avanti il messaggio recuperando anche il suo aspetto estetico”. Ciò che mette in evidenza il curatore è l’aspetto percettivo in costante studio: “l’artista, quando sperimenta con la luce nera e i colori fluorescenti o luminescenti o fosforescenti, lavora al limite e al confine della sensibilità umana”.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Claudio Sek De Luca

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Claudio Sek De Luca, ph. Gaetano Corica

 

Come funziona “l’accensione” di queste opere? Non c’è alcun trucco dietro alle tele, nessuna retroilluminazione, semmai una base solidamente scientifica dietro all’uso di colori o vernici che non solo vediamo in base alla riflessione luminosa, come normalmente per un materiale tradizionale avviene: qui i pigmenti reagiscono all’assorbimento della luce emettendo una radiazione, in differenti condizioni visive anche quando colpiti dalla Black Light o dal buio vero e proprio. I fosforescenti si manifestano con la loro carica energetica, trasformando l’opera in ciò che di essa vuole mostrare per prima, sotto alla Wood avviene quindi l’apparizione di ciò che davvero conta all’interno di quell’opera, per stimolare la fantasia attraverso le forme visibili, che essendo le uniche da poter scorgere quando il buio è totale, assumono una valenza simbolica forte;  in parole povere stimolano la nostra memoria e la nostra fantasia.

 

Black Light Art. In visita alla mostra

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Olga Serezhina e Claudio Sek De Luca, ph. Gaetano Corica

 

Sempre in una visione dove la metamorfosi è ben evidenziata dall’allestimento, dove la fruizione avviene su un “triplo” binario di consapevolezza progressiva del limite e del suo superamento, dalla luce bianca alla gamma degli ultravioletti con una sospensione dell’incredulità solo parziale, per poi varcare letteralmente la soglia di un mondo onirico e sensibile al contempo, fatto letteralmente dei segni e dei colori che hanno deciso gli artisti. In quella trasformazione viviamo un’esperienza di spazio e di tempo lontana dai paradigmi consueti e controllati dove tutto è comprensibile in una dimensione, in un momento, per quanto lungo possa essere, alla ricerca di particolari, qui siamo all’interno di uno spazio sempre più sintetico, mai statico, che nel suo coinvolgimento non potrebbe che essere figlia dei tempi, ma che utilizza un lessico antichissimo.

 

Black Light Art. Leonilde Carabba parla della sua opera

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. L’artista Leonilde Carabba parla con una visitatrice di fronte ad una sua opera, ph. Andrea Butti

 

Alcuni  protagonisti

E’ questo ritrovarsi nel futuro e nel passato a caratterizzare l’opera di Nino Alfieri, uno dei tre artisti da noi preferiti per ricerca ed effetto.  Le forme che descrive sono ancestrali e si possono ricollegare ad elementi naturali che come dice lo stesso artista “hanno a che vedere con degli archetipi quindi da fossili a delle armi a degli organi come visti al microscopio, ma se osservate in lontananza e con una certa luminosità “diventano un cosmo secondo un concetto rinascimentale dove l’uomo si vede come media proporzionale tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande”. Nella realizzazione spesso però c’è l’utilizzo di tecnologie nuove come l’elettronica, il processore Arduino e la scelta di un tipo specifico di frequenza delle luci che incidono sui materiali fotosensibili, colori che nella variazione vanno a “toccare tutto il ventaglio delle nostre percezioni, negli aspetti diurni e notturni, reali e onirici”.

 

Black Light. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce bianca

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri sotto la luce naturale

Black Light Art. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce di Wood

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri. Seconda fase sotto la lampada di Wood

Black Light Art. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce di Wood, dopo un istante

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri. Sotto la lampada di Wood, verso il buio

 

Quel cosmo fatto di equilibri formali appartiene alla ricerca stessa del capostipite di un procedimento, se non di una scuola, come Mario Agrifoglio. Secondo le parole del figlio il pittore cercava equilibrio organico componendo  forme e colori, la genesi dell’opera cresce nella contrapposizione di “due forze che lui chiamava forza fredda e forza calda, una espansiva e una contrattiva”. L’introduzione della Black Light aggiunge un livello ulteriore a questa indagine, per “avere un controllo completo nelle miscelazioni”, basandosi sullo studio scientifico della teoria del colore. La ricerca sul colore e sulla luce appartiene all’epoca moderna ma la sua mente era rivolta oltre, perchè l’idea era di mostrare mediante l’applicazione all’arte principi poco noti o sconosciuti.

 

Black light. Opera del maestro Mario Agrifoglio, alla luce diurna

Black Light Art. la luce che colora il Buio. Mario Agrifoglio, Senza Titolo_diurna

Black light. Opera del maestro Mario Agrifoglio, alla lampada di Wood

Black Light Art. la luce che colora il Buio. Mario Agrifoglio, Senza Titolo_lampada di Wood

 

 Se parliamo di definizioni c’è chi non si riconosce in quella secondo cui la Light ( e Black Light) art ,è una forma d’arte il cui mezzo coincide col fine. E’ il caso di Nicola Evangelisti che trova sterile utilizzare la luce per parlare dello stesso mezzo espressivo, la luce. Certamente il rapporto stretto con la materia esiste e da sempre l’artista è stato affascinato dal suo paradosso, il suo essere presenza intangibile e fisica nello stesso tempo, al punto che la sua indagine resta innanzitutto spaziale, “all’interno della scultura anche quando non c’è più una materia fisica da toccare”.

 

Black Light Art. Nicola Evangelista in mostra alla Pinacoteca di Como

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Il lavoro di Nicola Evangelisti alla luce di Wood, ph. Gaetano Corica

 

Le forme di Evangelisti composte da molte linee seguono la teoria del caos ordinato, il concetto di frattale “all’analisi di tutti quei fenomeni irregolari presenti in natura”, ma inseguono un contenuto che va oltre la geometria. Accanto al taglio sociologico scientifico del procedimento il suo lavoro si accosta all’analisi sociale, più ponendo degli interrogativi che delle risposte univoche. Ad esempio per Black Light Art la vernice luminescente su carta nera rappresenta una sua interpretazione notturna e dall’alto della Striscia di Gaza, in uno spazio che rompe con la luce la bidimensionalità il conflitto di una materia solida e onirica corrisponde al tormento secolare di un territorio.

 

Black Light Art. Particolare di Canto per Esther di Leonilde Carabba

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Canto per Esther di Leonilde Carabba al buio totale

 

Possiamo prendere il concetto di Black Light in senso ampio o etimologico, ma tutti gli artisti presenti utilizzano la luce come un mezzo espressivo nel senso di elemento che permetta dar corpo e amplificare la propria personale visione del mondo, e della funzione dell’arte in esso.

Per Leonilde Carabba, last but not least, essere artista è esattamente “continua reinvenzione del proprio essere nel mondo”. Il suo ruolo può essere quello di mostrare una via e una vita spirituale attraverso gli strumenti di un mestiere dalla costante e instancabile pratica quotidiana, (come le fu raccomandato da Guttuso), verso uno stile proprio, e in questa dimensione non esiste più età anagrafica. Esistono però le radici emotive e culturali, tutto ciò che è esistito nella formazione di un pensiero che per la pittrice affonda nell’ermetismo della tradizione della cabala, dell’astrologia, dello sciamanismo studiato in prima persona. In tutti i suoi lavori di grande variazione cromatica, il fosforescente e il fluorescente lottano insieme alla forma per fare apparire un concetto  basato sulle sue conoscenze letterarie ed esoteriche, ma che è anche fenomenologia di qualcosa di terreno e reale, come il dipinto in mostra con Canto per Esther, sul tema della maternità biblica, universale e attuale.

 

Black Light. Opera di Leonilde Carabba al buio

Black Light Art, la luce che colora il buio. la Grammatica dell’Acqua di Leonilde Carabba. Buio

Black Light. Opera di Leonilde Carabba alla luce di Wood

Black Light Art, la luce che colora il buio. la Grammatica dell’Acqua di Leonilde Carabba. Buio

 

Black Light Art un progetto in divenire con un festival della Luce

Non solo Black Light. Nel mese di novembre Como sarà movimentata da alcuni eventi collaterali, dove la luce sarà affrontata nell’ambito installativo e del design, e persino esplorata dalla musica.

Black Light Art fa parte di 8208 – Lighting Design Festival, con alcune installazioni luminose diffuse in città, in dialogo con gli edifici storici. Inaugurato lo stesso giorno del vernissage con una presentazione contestuale in Pinacoteca, ci ha coinvolto in serata con una visita guidata dagli organizzatori. Il festival terminerà il 24 novembre.

 

Black Light Art. Una suggestiva installazione a Como per 8208 - Lighting Design Festival

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Un’installazione di 8208 – Lighting Design Festival, ph. Andrea Butti

 

Alla musica sarà dato spazio l’11 novembre al Conservatorio di Como, dove si terrà il concerto “Luci, Ombre, Colori in musica” con Caleidoscopio-multiplicity di Maria Proja de Santis

Inoltre il 18 novembre presso l’accademia di belle Arti Aldo galli. IED Como si terrà il convegno “Physical to digital”, con un intervento di Gisella Gellini Dal titolo “Light art – mezzo espressivo progettuale’.

Ricordiamo che Black Light Art, la luce che colora il buio, continuerà il suo percorso itinerante. Raddoppierà a Spoleto, presso la rocca Albornoziana con inaugurazione il 6 dicembre, per proseguire verso altre mete in via di definizione.

 

Michela Ongaretti

Geometria incongrua di Monica Mazzone. Galleria Giuseppe pero a Milano

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero

Geometria in mostra con 906090, titolo emblematico di ciò che potrete osservare fino al 10 novembre presso la Galleria Giuseppe Pero.

Più una “tripersonale” che una collettiva, con le artiste Monica Mazzone, Victoria Stoian e Viviana Valla. Quel che è certo l’esposizione è concepita con una linea curatoriale precisa da Nicoletta Castellaneta e Giuseppe Pero pensando all’universo femminile rappresentato dai numeri 906090, le misure ideali di un corpo perfetto, secondo le convenzioni.

 

Geometria di 906090. Tra pittura e scultura con Monica Mazzone in mostra alla galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Monica Mazzone, courtesy Galleria Pero

 

L’approccio a questo “emblema” della femminilità è logicamente smentito dal modus operandi delle tre protagoniste che della misura, con i centimetri, si confrontano non su loro stesse ma sulla tela. Il celeberrimo 906090 non è più valido come canone uniformante, anche se nell’immaginario rimane un’idea evocativa di fascino, ma lo studio delle proporzioni rientra nella ricerca alla base delle opere esposte, insieme all’indagine sul calcolo matematico e il rigore nella composizione, ironicamente qualità che tradizionalmente vengono associate alla mente maschile. Razionale opposto ad emotivo, istintuale secondo uno stereotipo ancora vivo nell’arte contemporanea, qui viene dimostrata l’infondatezza dell’assunto.

 

Geometria di 906090. Viviana Valla in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Viviana Valla, courtesy Galleria Pero

 

Tripersonale perché ciascuna delle tre artiste ha un’area dedicata ad un’opera che ben rappresenti i criteri del personale processo creativo, quasi una stanza tutta per sé di woolfiana memoria ( che per chi non ricordasse fu una specie di manifesto femminista sull’importanza di uno “spazio” di lavoro indipendente). Gli ambienti della galleria stessa, nell’allestimento del percorso espositivo, sembra che abbiano preso in considerazione questa geometria: entrando sulla sinistra troviamo un lavoro di Viviana Valla con il movimento dato dalla differente texture di materiali su forme geometriche, sulla parete in fondo di destra scopriamo Victoria Stoian solo apparentemente disordinato dai molti elementi che compongono il dipinto, mentre esplorando la terza rientranza tra le pareti, quasi una vera e propria stanza, c’è un’opera site specific di Monica Mazzone. Nella grande sala terminale invece abbiamo l’opportunità di vedere tutte insieme le tre ricerche, di poterle confrontare nel loro dialogo visivo, di uscire con un’impressione corale di una poetica della proporzione di 906090.

 

Geometria di 906090. Codri Earthquake 9'' di Victoria Stoian in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero, Victoria Stoian, Codri Earthquake 9”, 2016

 

Sarà una nostra convinzione, non che all’artista sia data da Giuseppe Pero maggiore importanza rispetto alle altre, ma ci pare che l’opera nella stanza di Monica Mazzone sia emblematico del concetto di mostra, come anche la sua ricerca in generale vi si avvicini. Vediamo quella che si presenta come la proiezione ortogonale della pianta di quest’area della galleria, proiezioni che sono tipiche del percorso di Mazzone, dove però il colore contraddice un rigore assoluto, nell’illusione del volume introduce un elemento destabilizzante, all’interno di quella convenzione visiva che vorrebbe esemplificare un perimetro nella sua fredda geometria.

 

Geometria di 906090. Monica Mazzone in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Opera di Monica Mazzone

 

Tutti i suoi lavori, lo si nota anche nell’ultima sala, sono dedicati ad una geometria cristallina nella quale si può individuare un pezzo mancante, un elemento eversivo per l’intera composizione, che mette in discussione senza scoperchiare questa perfezione matematica: è come l’artista stessa dichiara “la carica emotiva” della geometria, che è sempre comunque un prodotto dell’essere umano, del suo tentativo di costruire un’idea. Ma si riferisce nello specifico anche ai paradossi che sono parte della regola matematica, le sue dicotomie per cui “il fatto che un’affermazione possa essere vera e falsa contemporaneamente”. Possiamo dire che i suoi lavori cercano di spiegare l’impossibilità di esprimere la perfezione, come la formula 96090 ha cercato di definire quella del corpo.

 

Geometria di 906090. In mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Vista della sala principale

 

Durante la nostra visita abbiamo modo di parlare con Giuseppe Pero che ci ha invitato ad avvicinarci e poi distoglierci dalla superficie delle opere d’arte, per scoprire come sempre il materiale in un certo senso sovverta il rigore della composizione attraverso la geometria, come siano due mondi dello stesso universo. Lo sperimentiamo con l’opera di Viviana Valla dove il  “silenzio delle forme” è accompagnato dal dinamismo di colori e materiali come se fossero vivi e tattili, con grane e spessori differenziati, dalle geometrie a momenti morbide e quasi in rilievo, talvolta lucide o trasparenti. Sotto la forma o l’idea vive un organismo pulsante.

 

Geometria in un particolare di un dipinto di Viviana Valla

La geometria è donna. Particolare di un’opera di Viviana Valla

 

Per Victoria Stoian al contrario il dinamismo è del tutto esplicitato: dalle campiture cromatiche, nella composizione piena con elementi che emergono quasi figurativi e che rivelano lo studio dell’arte contemporanea, nella reminiscenza di particolari della pittura di Dubuffet. Insomma una pulsione dionisiaca pare fondere le parti costruite mediante il colore, ma è allontanandoci di almeno qualche metro che scopriamo queste forme bloccate nel loro lambirsi, irregimentate da una struttura chiara di equilibrio compositivo.   

 

Geometria di 906090. Un dipinto di Victoria Stoian in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero, particolare di un dipinto di Victoria Stoian

 

In definitiva possiamo dire che la geometria di 906090 parla con rigore e logica razionale dell’anelito ad una perfezione di soggetti pensanti in carne ed ossa, l’essere umano, dentro la più grande contraddizione che è la vita, spiegabile scientificamente solo in parte.

Michela Ongaretti

 

Galleria Giuseppe Pero

via Luigi Porro Lambertenghi, 3-Milano – Italia

dal lunedì al venerdì 14.00-18.30

Sabato su appuntamento

 

Nero e bianco per la pietra di carta. Daniela Barzaghi in mostra presso Sblu spazioalbello

Pietra e Carta. I testimoni di Daniela Barzaghi

Pietra e Carta. L’opera di Daniela Barzaghi nasce dalla contemplazione delle cose semplici. Come spesso avviene i fenomeni complessi della Storia e della civiltà lasciano traccia nella quotidianità, sulle superfici che non è difficile vedere e toccare. Le sculture in mostra presso SBLU_spazioalbello anelano a questo contatto: riproducono un incontro evocato materialmente da quanto di più famigliare possa esistere per l’uomo moderno, la carta, con quanto di più antico e testimone del tempo quale la pietra.

 

Illusione di pietra, oggetto rivetatore del passaggio umano con Daniela Barzaghi

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Particolare di un lavoro in mostra presso Sblu_spazioalbello

 

In generale gli incontri sono fondamentali per l’uomo, ancor più per la vita di un artista, che trasforma la conoscenza in materia plastica o pittorica, attraverso i segni di un modus operandi che diventa stile quando è supportato dalla ricerca continua e mai sazia. Questa conoscenza può essere diretta o indiretta, fatta dalle persone che scambiano esperienze e riflessioni o attraverso gli interessi dello studio di Letteratura, della Storia, della Scienza, delle problematiche socio-politiche del momento. Uno di questi elementi, o più di uno diventano altro, trascendono il sensibile nella mente e tra le mani di un’artista, per chi crea è materia grezza e palpitante, un ingrediente di base per l’alchimia che porta alla genesi dell’opera d’arte. Ma è o sono solo il punto di partenza, tutto il resto è ricerca, è accogliere una visione nella pratica disciplinare che può esaurirsi in un ciclo di opere o nella produzione artistica di una vita.

 

Zoom sui materiali organici che si fanno di pietra per la mostra I confini siamo noi.

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Inserti organici e di tessuto in una delle ultime opere

 

Secondo questa logica Daniela Barzaghi si è nutrita per tre decenni di carriera del contatto e dell’osservazione della Natura, non quella trovata in viaggi esotici  ma quella che accompagna lo sguardo fuori dalla finestra di casa, di terra erba pietra e foglie. Per un cuore puro e una mente immaginifica una visita in campagna è avvicinarsi all’assoluto incarnato nelle piccole cose vegetali e minerali, preziose perché raccontano la vita che è sempre stata. Sono la memoria della Terra abitata dall’uomo, dal suo passaggio continuo nella Storia.

 

La natura nella pietra artificiale di Daniela barzaghi e nella poesia di Valeria Vaccari

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Accanto alla scultura una poesia di Valeria Vaccari scritta per la mostra

 

Un altro grande testimone dell’uomo, del suo passaggio intellettuale su questa terra è la carta. Un prodotto nato con lo scopo della diffusione della conoscenza, della sua più massiva presenza nel quotidiano e nella condivisione a distanze sempre maggiori nei secoli, realizzata con materiale donato dalla Natura. La carta rappresenta un artificio, un congegno che converte il naturale effetto dei suoi singoli componenti in mano a chi la Natura la vorrebbe dominare. Così l’operazione plastica di Daniela Barzaghi può essere riconducibile ad un riavvicinamento degli elementi affini, un rituale purificatore.

 

Pietra di carta allo Sblu spazioalbello di Milano

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Due sculture della mostra “I confini siamo noi”

 

Si costruisce per togliere, per riportare alla luce il senso del mistero dell’immanenza. Bisogna accumulare molta carta, anche l’essenza dell’accumulatore è un qualità tramandata, qualcuno dice genetica, che l’artista ammette con ironia, e poi bisogna disfarsene macerando per riportarla a materia lavorabile. Quando la cartapesta diventa scultura essa si è avvicinata così tanto alla presenza selvaggia da diventarne un suo elemento caratteristico. Non uno a caso, ma quello che attraversati i millenni ancora resiste per raccontarci la sua versione degli avvenimenti inesorabili, che pur è resistita ad essi, la pietra.

 

Memoria preistorica, illusione di pietra

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Particolare di un lavoro che richiama le incisioni rupestri

 

Attraverso questa scoperta archeologica al contrario siamo riportati all’originario, agli echi della scultura arcaica nel suo granito smussato, alle voci dei primordiali artefici nei segni vicini alle preistoriche incisioni rupestri, alle rocce popolate da vegetali ribelli al terreno.  A volte la texture ricorda l’accumulazione materica di Kiefer, spesso dove la forma compiuta delle opere assume identità plastica incompiuta per distribuirsi su pannelli bidimensionali.  Qui però è la scultura ad accostarsi alla pittura, che pare voler uscire dalla superficie piatta e appare porzionata come marmo di un bassorilievo, ritrovato sotto le macerie del Tempo.

In mostra si trova un’antologia delle opere degli ultimi anni, periodo così fecondo da mostrare già il suo possibile superamento.

 

Nero e bianco per la pietra di carta. Daniela Barzaghi in mostra presso Sblu spazioalbello

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Materia moderna e senza tempo

 

Un ulteriore passaggio dopo la cartapesta è l’utilizzo degli stracci, tela prodotta da fibre come possibile solo dopo la rivoluzione industriale, è inoltre usata con una funzione nota quindi ormai scontata come cosa umana. Il punto di partenza è già nel mondo “artificiale”. La superficie ricoperta assomiglia più ad un muro e le voci che popolano parlano un linguaggio moderno fatto di segni, scritte e colori riferibili al graffito del carcerato o del ragazzino aspirante street artist, insomma si riferisce ad un’estetica più urbana, che si presenta volutamente più comunicativa e corale, più stratificata e diversificata nella moltitudine degli interlocutori. Daniela Barzaghi utilizza un tono meno sommesso, come si avverte con l’uso di colori più timbrici, quando gli antenati diventano i nonni, al punto che esiste solo una cosa da fare, andare avanti o tornare indietro, oppure spostarsi di latitudine.

 

Segni moderni sulla pietra di carta dell'artista Barzaghi

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Particolare di un lavoro recente

 

Ed ecco che appaiano delle stele o dei totem, non residuo archeologico del bosco europeo ma sogno della devozione tribale alla Madre Terra: attraverso questo riferimento al manufatto d’Africa capiamo la lirica religiosità dell’intero percorso, vediamo che la ragione profonda della ricerca si lascia trasportare non tanto dalla materia quanto dal segno, dalla traccia materiale consapevolmente celebrativa . La pietra è viva come testimone del linguaggio, non solo del passaggio umano. L’utilizzo degli stracci riconoscibili da vicino che mimano la decorazione più preziosa delle stele votive, linguaggio più contemporaneo che mai nell’intero percorso di Barzaghi perché rende visibile il concetto di riciclo e intinge di quotidiana partecipazione il rituale panteista.

 

Totem di carta come pietra, Daniela Barzaghi in mostra

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Stele votive evocano l’Africa presso Sblu_spazioalbello

 

L’intero processo dalla Carta alla Pietra, dall’Uomo alla Natura, quella che chiamiamo scoperta archeologica al contrario, torna all’attenzione originaria sul bisogno dell’anima razionale ed emozionale di dichiarare la propria esistenza. Tutto il mondo e tutti i tempi hanno visto l’uomo lasciare un segno indelebile della propria energia. Oggi come ieri viviamo per restituire noi stessi alla terra, rientriamo in Natura con il nostro artificio più potente per non essere dimenticati, il linguaggio.

Dove cercare l’essenza dell’uomo? Nella traccia suo passaggio sul mondo sensibile. Come in un racconto poliziesco di Edgar Allan Poe è sotto i nostri occhi l’indizio per avvicinarci, se non comprendere appieno il mistero.

Michela Ongaretti

Mostra personale di Daniela Barzaghi, I confini siamo noi.

SBLU_spazioalbello Via Antonio Cecchi 8, Milano

fino al 28 ottobre 2017 su appuntamento tel 02 48000291 / 333 9596874

Paesaggio nella nebbia con velature. Intervista di Artscore a Jorge Cavelier

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier in mostra alla galleria Ma-Ec

Paesaggio. L’incontro con quello di Jorge Cavelier è un’esperienza immersiva nella pittura pura, quella che attraverso il colore ti fa varcare una soglia percettiva, in virtù e attraverso la maestria disciplinare di cui spesso sentiamo la mancanza nei nostri contemporanei. Artscore ha incontrato il protagonista della mostra personale Le forme del Tempo, presente alla galleria MA EC fino al 4 novembre.

 

Luce rosa sul paesaggio tropicale di Cavelier

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Luce rosa nella foresta. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Una giungla brulicante e umida, la preziosa tradizione della velatura in una lenta sospensione zen, un forte legame con l’Italia e la sua storia dell’arte per un artista colombiano diplomato all’Accademia di Firenze. Tutto questo è il nucleo delle diversissime componenti culturali che ci avvolgono nell’universo pittorico di Cavelier, e che lo rendono un artista contemporaneo a tutti gli effetti.

 

Una visitatrice osserva un paesaggio dipinto di Jorge Cavelier

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Una visitatrice osserva a lungo in trittico. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Il motto che racchiude la sua poetica è Peace is Inside, esattamente l’impressione che si ha di fronte alle sue opere anche se questa pace si intuisce essere un concetto dinamico. L’armonia respirata nei paesaggi è contemplata nella composizione della nebbia umida che cala dall’alto sulle fronde degli alberi, che terminano eludendo dallo sguardo il terreno, e che suggerisce sensorialmente il microcosmo di piccoli esseri brulicanti della giungla. Possono essere definiti paesaggi ideali se si pensa che sono la risultante di molti luoghi visitati realmente, descritti come luoghi senza tempo, ovvero in un tempo eternamente presente nel suo mutare: per lui è prendere l’anima del bosco per riplasmarla sulla tavola, come un ritratto restituisce l’anima della persona.

 

Paesaggio nella nebbia con velature. Intervista di Artscore a Jorge Cavelier

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Di fronte alla sua giungla. Ph Sofia Obracaj

 

L’osservatore si dovrebbe porre di fronte a questa visione mentale senza prevenzione e senza fretta, il paesaggio va “ascoltato” progressivamente silenziando rumori e pensieri per farci avvicinare alla nostra interiorità, facendo penetrare nell’animo la calma della Natura. Cavelier dichiara : “L’emozione che si sente per prima è molto più importante di quelle che arrivano dopo. E’ vero che ci sono molti elementi nei miei dipinti ma in fondo solo uno è quello che conta, aspiro a materializzare quel pensiero astratto dell’essere di fronte a un paesaggio senza pensieri, quando noi guardiamo senza pensare a nulla, e quando non pensiamo niente ci turba, siamo in pace.”

 

Passeggiando nel paesaggio da MaEc

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Visita alla mostra. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Stiamo entrando nel territorio della filosofia buddista e zen, da Ma Ec dove spesso si respira aria creativa orientale l’artista ci conferma di essere sempre stato molto affascinato dal pensiero per cui “esiste solo l’infinita chiarezza della mente”, in particolare quella ricerca dell’essere “in un punto in cui niente perturba dove non c’è bisogno di non avere paura in nessun senso, e non avere paura indica anche non fare paura agli altri”, dove l’immersione nella natura culla questo pensiero.

 

Paesaggio di Jorge Cavelier. Scultura

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Una scultura con minerale fossile. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

L’artista si collega anche all’idea portante dei labirinti, presenti in tutte le culture del mondo, in Europa sui pavimenti delle cattedrali medievali; considerato “un luogo disegnato dall’uomo per perdere un pò il senso del tempo e dello spazio, il senso di sé stessi. Quando si termina questo percorso e si arriva in centro, lì c’è il vuoto, non c’è alcuna preoccupazione, siamo noi nella nostra essenza, da non temere, il vuoto è la pace completa. Per i monaci che lo percorrevano pregando era un momento sacro della mente”, connessa al Divino.

Anche una sua opera si chiama Labirinto. Realizzata intagliando su una lastra circolare di ottone il profilo degli stessi alberi dei boschi dipinti, suggerisce un percorso visivo nell’osservazione del paesaggio infinito nel suo girare e capovolgersi intorno ad un centro vuoto, infinito con la moltiplicazione dei suoi elementi riflessi sul basamento.

 

Peishuo Yang, direttrice della galleria MaEC di Milano con l'artista Jorge Cavelier

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. La gallerista Peishuo Yang con l’artista. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

L’utilizzo di un suo “repertorio iconografico” applicato ad una forma diversa dal quadro fa ancora meglio comprendere la natura ideale delle foreste di Cavelier: quei luoghi potrebbero essere ovunque in una regione tropicale, non potrebbero essere espressi in un’altro modo dalla mano e della mente del pittore con tutte le componenti culturali descritte e senza il ricordo dei luoghi in cui ha vissuto per davvero o con la mente, ma intende presentarsi come “ il più universale possibile”, esiste come esempio di tutto ciò che rappresenta e simboleggia  il paesaggio per l’uomo.

L’utilità dell’arte, non solo quella visiva, può vivere nella possibilità di essere un canale attraverso cui l’uomo possa raggiungere un livello di spiritualità più alto. La pittura “come la musica e la danza sono tutte espressioni di una necessità che abbiamo, di esprimerci e riconnetterci agli altri e all’assoluto”.

 

Paesaggio di isole in mostra a Milano

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Isole. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Quello che noi vediamo sulle tele di Cavelier è un ritmo universale costante e lento che ipnotizza lo spettatore e che nel momento in cui osserva unifica tutte le esperienze che ha vissuto, rilasciando energia e aprendo un varco verso un’altra dimensione, più intima.

Quando un dipinto ci immaginare in maniera sensoriale la nebbia carica di umidità scendere verso il basso, per incontrarsi con la moltitudine vivida e brulicante che possiamo solo intuire, “in fondo non vediamo altro che la vita che si schiude”, l’incontro tra cielo e terra “come un’apparizione divina nella pioggia che la feconda. Una storia d’amore”. E’ la foresta figlia della natura originaria “una sorta di personaggio del quale ci si può anche innamorare”, un personaggio carismatico.

 

Particolare di un paesaggio scultoreo con minerale da MaEc

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Particolare di una scultura. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

L’importanza dello studio di una tecnica è fondamentale per un pittore anche nel ventunesimo secolo perché secondo Cavelier è qualcosa che permette di esprimere un’immagine interiore più facilmente, senza che esso sia fine a sé stesso, o seguito rigidamente. La pittura è soprattutto “fatta di tecnica, la stessa che ti permette ad un certo punto di lasciarla per trovare la tua strada”; lo stile personale è formato sia dai soggetti o scelte di contenuto, ma anche dalla forma imprescindibile da una perizia disciplinare, quella che identifica, “una tecnica è come un fiume sotterraneo alle tue scelte”. Nel suo caso l’antica pratica della pittura a velature è anche frutto degli anni di studio accademico in Italia e si è nel tempo accordata all’elaborazione di un universo figurativo preciso: in ogni dipinto si costruisce direttamente sulla tela una sinfonia accordata ad ogni passaggio (la velatura sulla tela differisce dalla miscela creata sulla tavolozza), per cui inizia un dialogo graduale tra i singoli elementi, uno strato alla volta si comprendera’ in che modo verranno diversamente investiti dalla luce.

 

Un paesaggio con dominate arancione in mostra da MaEc

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Un dipinto al crepuscolo. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Il paesaggio è sempre stato di primario interesse, fin dalle prime vedute dall’alto della città di Firenze. Da Fiesole dove Cavelier visse per un anno realizzò moltissimi acquerelli, facendo entrare nella propria poetica la differenza infinita di un unico soggetto, a seconda dell’ora del giorno e delle condizioni atmosferiche. Come nell’opera di Giorgio Morandi che per tutta la vita si dedicò a quelle stesse bottiglie, ogni volta in maniera diversa, e le cui incisioni Cavelier vide alla fine degli anni settanta proprio in mostra a Firenze. Morandi è la risposta alla domanda su quale incontro artistico lo avesse influenzato in maniera indelebile. Per “quello che vedevo e vedo tuttora in lui è una specie di silenzio, anche per i suoi paesaggi dall’alto, pensanti. Si capiva che tornava a lavorarli a più riprese”.

 

Il paesaggio negli acquerelli nella mostra Forme del Tempo

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Acquerelli in galleria. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Al termine dell’intervista vorremmo sapere se l’ultima produzione di sculture, dal 2007, nascono dal bisogno di materializzare concetti che la disciplina pittorica non avrebbe saputo esprimere. Scopriamo che per l’artista è cresciuta la necessità di fare avvicinare l’osservatore in maniera più attiva, con la scultura “si approfondisce quindi la ricerca tematica dello spazio, per permettere di andare attorno e dietro all’immagine”. Come accade per le cortine dipinte davanti alle quali parliamo, si può entrare nell’opera e vivere il paesaggio dall’interno, sentire anche nel nostro movimento “un respiro della Natura, perché l’esperienza del bosco è totalmente immersiva, per conoscerlo bisogna attraversarlo”. Inoltre “ la scultura mi permette di lasciare agire a sè la luce; a seconda della sua incidenza si possono vedere su queste lastre curvate dei colori diversi. Al centro però non c’è più il vuoto ma un minerale fossile, che ha attraversato milioni di anni trasformandosi in pietra dal legno originario. E’ qualcosa che oltre la cognizione umana del Tempo, perciò “il paesaggio che lo circonda è un canto del bosco per rendere omaggio a quello che fu ma che ancora è”.

 

Paesaggio su seta da attraversare, in mostra a Milano

Paesaggio e pittura zen. Intervista a Jorge Cavelier. Opera su seta. Ph Sofia Obracaj, courtesy MaEc

 

Nei dipinti siamo noi subordinati alla Natura quale nostra guida, nella scultura la Natura si fa guidare dal Tempo, orbita intorno ad esso. Nella ricerca di Cavelier il discorso del rapporto con la Natura si approfondisce, ora dialoga con l’Assoluto.

Michela Ongaretti

Video di Sofia Obracaj

 

Jorge Cavelier, Le Forme del Tempo

Galleria MaEc fino al 4 novembre

da martedì a venerdì 10:00 – 13:00, 15:00 – 19:00

sabato 15:00 – 19:00

 

 

Ais fiol alla Fondazione Pomodoro. Ritratto di Rodin di Giovanni Manzoni

Scultura di sperimentazione. Alis/Fiol sono Eud alla Fondazione Pomodoro

Scultura. Come aspettavamo e speravamo sotto il suo segno è stata la nostra prima visita alla nuova sede della Fondazione Arnaldo Pomodoro in via Vigevano, e noi l’abbiamo visitata per la prima volta in occasione della mostra Eud, prima personale a Milano del duo Allis/Fiol, formato da Davide Gennarino e Andrea Respino.

Eud come due letto al contrario, due come gli autori che lavorano come uno solo nella ricerca di un esito contemporaneo alla scultura figurativa, due come le opere al centro della sala risultanti da analisi e confronto del linguaggio di due giganti della storia dell’arte.

 

Scultura come fantascienza nella nebbia artificiale di Eud. Fondazione Arnoldo Pomodoro

Scultura sperimentale alla Fondazione Pomodoro Alis Fiol son Eud. Deformazione della figura, ph. Sofia Obracaj

 

Consigliamo la visita possibile fino al 27 ottobre, proprio per la prova sperimentale degli artisti nell’ambito della scultura. L’abbiamo trovata Interessante per la rilettura disciplinare e tematica, che unita all’allestimento site specific si configura come un’installazione immersiva.

Bastano infatti dieci minuti all’interno della sala riempita di nebbia per trovarsi in un ambiente che dapprima ci disorienta e poi ci fa concentrare sulle figure che possiamo individuare dopo pochi secondi, come se attraverso una diminuzione percettiva e sensoriale la scultura in quanto unico elemento concreto e materiale ci possa avvicinare ad una realtà nuova e artificiale, che va accettata nella sua contraddizione di realtà soggettiva e fisica nello stesso tempo.

 

Sculture e Visitatori nella nebbia artificiale di Eud. Fondazione Arnoldo Pomodoro

Scultura sperimentale alla Fondazione Pomodoro Alis Fiol son Eud. Visitatori durante il vernissage, ph. Sofia Obracaj

 

Attraverso questo semplice e suggestivo “effetto speciale” quasi da film horror l’attenzione è focalizzata sulla tecnica, su quello che viene definito un lavoro di scultura e soprattutto sulla scultura, un’indagine sulla storia dei suoi generi e delle sue tecniche tradizionali, come avviene in tutta la ricerca di Allis/Fiol attivi come duo dal 2007. Il riferimento preciso è in questa sede il busto commemorativo della scultura accademica ottocentesca, pur nella sua deformazione.

 

Ais fiol alla Fondazione Pomodoro. Ritratto di Rodin di Giovanni Manzoni

Scultura sperimentale alla Fondazione Pomodoro. Alis Fiol sono Eud. Un altro ritratto di Rodin, disegno di Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

E’ riconoscibile il modello di Medardo Rosso e Rodin nella resa dei ritratti barbuti delle due sculture, costrette ad essere unite e incastonate in quest’opera come per la legge del contrappasso dei due artisti storicamente “rivali” in un girone dantesco. Il linguaggio disciplinare però esaspera il superamento di una logica oggettiva come quella di Rodin concepito da Rosso, innestando altre figure alla struttura verticale che le sorregge e le ingloba, come in una lapide che confonde l’immagine dei commemorati, tra la molteplicità dei soggetti e la materia volutamente informe e adescrittiva della base. E’ insomma un descrivere e un cancellare, rivelare e celare, tutta la dinamica di visita a questo spazio, nell’avvicinarsi fisicamente all’opera per scoprire particolari e a questo punto non afferrare la logica volumetrica dell’insieme.

 

Scultura e doppio ritratto nella nebbia artificiale di Eud. Fondazione Arnoldo Pomodoro

Scultura sperimentale alla Fondazione Pomodoro Alis Fiol son Eud. Rodin e Medardo Rosso nel 2017, ph. Sofia Obracaj

 

Anche nelle opere precedenti del duo artistico l’evocazione di un immaginario contemporaneo avviene attraverso la rilettura di tecniche e generi della tradizione, o la sua paradossale negazione. Ad esempio nel ciclo “ Fusione a neve persa” del 2008-2010, dove la cera da fonderia fu gettata in uno stampo di neve pressata, trasformando la cera persa, quella che solitamente si elimina nello stampo per creare un pezzo unico, in materiale restante, definitivo rispetto alla neve destinata a sciogliersi. Ancora l’inversione concettuale e pratica del “non finito” michelangiolesco in “non finibile” viene esplorata nel 2014 con l’opera “Fratelli”: due teste grottesche che resteranno per sempre presenti in senso precario e reversibile grazie al suo materiale di modellazione, il grasso industriale.

 

Sculture nel paesaggio nebbioso. Uno scatto ad Eud. Fondazione Arnoldo Pomodoro

Scultura sperimentale alla Fondazione Pomodoro Alis Fiol son Eud.  Uno scatto nella nebbia, ph. Sofia Obracaj

 

L’esposizione di Alis /Fiol è la quinta della serie delle Project Room, la terza nel 2017 con il progetto scientifico di Simone Menegoi. l’intero progetto della Fondazione Pomodoro nasce per mettere a disposizione di artisti under 40 le sue competenze e i suoi spazi al fine di promuovere i progetti sperimentali, ma anche per avvicinare l’arte contemporanea al pubblico dei giovanissimi, attraverso una serie di attività didattiche ideate e curate dal suo Dipartimento Educativo.

Michela Ongaretti

 

ALIS/FILLIOL. eud

PROJECT ROOM #5

Milano, Fondazione Arnaldo Pomodoro, Via Vigevano 9 . 

Fino al 27 ottobre 2017 dal martedì al venerdì, 11:00-13:00, 14:00- 19:00

 

Due figure. Eud. Fondazione Arnoldo Pomodoro

Scultura sperimentale alla Fondazione Pomodoro Alis Fiol sono Eud. Due volti noti

Maledetto Romantico, mostra nel Salone napoleonico di Brera

Brera Accademia Aperta 2017. Arte d’estate in città

Fino al 12 agosto l’Accademia di Belle Arti di Brera rimarrà aperta ai visitatori in molte aree solitamente chiuse al pubblico, iniziativa alla sua terza edizione visti i riscontri positivi degli anni precedenti. Un percorso inedito potrà quindi accompagnare i curiosi attraverso aule, atelier e laboratori trasformate in sedi di mostre, allestite con i progetti espositivi delle Scuole dell’Istituto dedicate alle diverse discipline.

 

La scenografia tra i protagonisti di Brera, Accademia Aperta 2017

Accademia Aperta 2017, Maschere di Teatro, ph. Sofia Obracaj

 

In gioco tutte le divisioni dell’Accademia di Brera. Sono le mostre della Scuola di Pittura, di Decorazione, di Grafica, Incisione, Fashion Design, Scenografia , Restauro, Progettazione per l’Impresa e Design, Nuove tecnologie e Terapeutica artistica. Inoltre si potranno esplorare le attività dei corsi di Fotografia e Restauro, e del dipartimento di Comunicazione e Didattica dell’arte. Segnalo l’esposizione di Fotografia per i Beni Culturali, che inserisce la fotografia nel suo aspetto individuale e originale, tra gli strumenti indispensabili dell’analisi storico-artistica, abbattendo la barriera secolare tra creatività e documentazione.

 

Foto per Accademia Aperta

Accademia Aperta 2017, Allestimento della sezione Foto per i Beni Culturali, ph. Sofia Obracaj

 

Una mostra speciale è ospitata nel Salone Napoleonico, dal titolo Maledetto Romantico, presentando le opere di arte contemporanea della collezione Enea RighiIl progetto di curatela è merito di alcuni studenti del Biennio specialistico Visual Cultures e pratiche curatoriali del Dipartimento di Comunicazione e Didattica dell’Arte, mentre l’allestimento è stato possibile con la collaborazione di allievi del Triennio di Beni Culturali.

La novità per il 2017 è l’allargamento delle attività a sedi esterne di rilievo nella città di Milano. Sono Eventi speciali che coinvolgono gallerie dell’area di Brera, Lattuada, Anna maria Consadori, VS Arte, Antonio battaglia e Cattai, il Palazzo della Permanente in via Turati, poi la banca Monte dei Paschi di Siena  e l’auditorium LaVerdi sempre in città. In questi luoghi giovani artisti provenienti dall’Accademia espongono il risultato della loro ricerca.

 

Opere della collezione Enea Righi per Accademia Aperta 2017

Accademia Aperta 2017, la mostra Maledetto Romantico, ph. Sofia Obracaj

 

Un’anticipazione sarà invece quella del Concorso Internazionale Rai Prix Italia, noto per la premiazione di creatività, innovazione e qualità nei programmi televisivi. Brera è coinvolta con la Scuola di Scenografia: durante Accademia Aperta avremo un assaggio del progetto creativo inerente al Prix, che durante il concorso, dal 29 settembre al primo ottobre, sarà integralmente presentato.

Se l’Accademia si identifica con il Palazzo di Brera, con la sua storia e la sua bellezza, allo stesso modo Il Palazzo si identifica con le attività dell’Accademia, che hanno connotato da secoli la maggior parte dei suoi reconditi angoli. Quest’estate è osservabile da dentro, dalla visuale degli ambienti che cullano la nascita dei lavori che fanno di Brera un alveare di idee.

 

Incisione all'orto Botanico, Brera 2017

Accademia Aperta, il laboratorio d’Incisione verso l’Orto Botanico di Brera

 

Una menzione speciale, parlando solo della magia del luogo, va all’aula e laboratorio d’Incisione che rivolge le proprie vetrate all’Orto Botanico di Brera. Arte Scienza e Natura per un momento raro solo per i nostri occhi.

Prima di lasciarvi alla splendida galleria di immagini di Sofia Obracaj, che a volte valgono più di mille descrizioni a parole, non dimentichiamo di segnalare che la campagna istituzionale dell’evento è stata creata da studenti del Corso di Relazioni Pubbliche in affiancamento all’Ufficio Stampa dell’Accademia di brera. La collaborazione ha compreso i piani editoriali di cartella stampa, social networks e conferenza stampa di presentazione, la creazione di rubriche e testi dedicati, il coordinamento con le scuole di Brera per la raccolta dei materiali informativi sulle mostre.

 

Un lavoro della sezione Grafica e Incisione a Brera

Grafica e Incisione per Accademia Aperta 2017

 

Michela Ongaretti

 

Accademioa Aperta, la sala dedicata alla Scenografia

Accademia Aperta 2017, Scenografia tra le sale antiche, ph. Sofia Obracaj

 

Nell'aula di Scultura

Accademia Aperta 2017, Scultura e Installazione, ph. Sofia Obracaj

 

Sculture aeree per un'installazione a Brera

Brera Accademia Aperta 2017, Installazione scultorea, ph. Sofia Obracaj

 

Laboratorio di Incisione, Accademia Aperta

Brera Accademia Aperta 2017, Multipli per Grafica e Incisione, ph. Sofia Obracaj

 

Aula Incisione, Accademia Aperta

Accademia Aperta 2017, Laboratorio di Incisione, ph. Sofia Obracaj

 

Maledetto Romantico, particolare di un'opera della collezione Righi

Accademia Aperta 2017, Particolare di un’opera per Maledetto Romantico, ph. Sofia Obracaj

 

maledetto Romantico a Brera, particolare

Brera Accademia Aperta 2017, trompe l’oeil contemporneo con Maledetto Romantico, ph. Sofia Obracaj

 

Costumi di scena per Brera Accademia Aperta 2017

Brera Accademia Aperta 2017, Scenografia con la ricostruzione di costumi di scena disegnati da Hayez, ph. Sofia Obracaj

 

Scenografia dantesca, Brera Accademia Aperta 2017

Brera Accademia Aperta 2017, Scuola di Scenografia, ph. Sofia Obracaj

 

Dipartimento Arti Visive, Brera per Accademia Aperta 2017

Brera Accademia Aperta 2017, scultura al Dipartimento Arti Visive, ph. Sofia Obracaj

 

Scenografia e Costumi in Brera

Accademia Aperta 2017, costumi di Scena nel percorso, ph. Sofia Obracaj

 

 

Sezione Nuove tecnologie, Accademia Aperta1

Brera Accademia Aperta 2017, Nuove Tecnologie, ph. Sofia Obracaj

 

Scultura e Decorazione, dip. Arti Visive

Brera Accademia Aperta 2017, Scultura e Decorazione, ph. Sofia Obracaj

 

Mostra Luoghi di Scultura

Accademia Aperta 2017, Luoghi di Scultura con una Venere contemporanea, ph. Sofia Obracaj

 

Nella sala di Scultura e Decorazione

Brera Accademia Aperta 2017, Scultura e nuovi materiali, ph. Sofia Obracaj

 

Arte a raggi X

Accademia Aperta 2017, Radiografie rivelatrici, ph. Sofia Obracaj

 

 

 

 

Tutto bene, dipinto di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate al Museo della Permanente

Che siate tornati o non ancora partiti, o vi trovate ad essere turisti cittadini, la Milano estiva offre alcune mostre interessanti da visitare. Tra queste consiglio la retrospettiva di Fang Zhaolin ( 1914-2006), per fare un tuffo nella pittura cinese moderna, senza allontanarsi dall’Italia e ad ingresso libero per poterla vedere e rivedere.

 

Fang Zhaolin in mostra, particolare de Scena Lavorativa

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, particolare di Scena lavorativa, 1990, inchiostro e colore su carta

 

L’esposizione è prodotta e ospitata dal museo della Permanente di via Turati, in collaborazione con il Museo Xuyang di Pechino e rimarrà aperta fino al 10 settembre. E’ curata da Daniel Sluse (direttore dell’Académie Royale des Beaux Arts di Liegi) con la collaborazione di Jean Toschi Marazzani Visconti, ed ha ricevuto il patrocinio della Regione Lombardia e dal Comune di Milano.

Si potrà esplorare il lungo percorso artistico della pittrice cinese attraverso ben 66 opere su carta di riso realizzate con inchiostro nero calligrafico e con pigmenti colorati, in entrambi i casi utilizzando il pennello calligrafico orientale, innovando la tecnica tradizionale per creare uno stile originale rispetto all’epoca e alle creazioni di altri autori conterranei; non diciamo necessariamente in territorio cinese perché molti lavori hanno visto la luce durante i numerosi viaggi e soggiorni esteri di Zhaolin. Molte opere sono di grandi dimensioni, rendendo l’esperienza di visita ancora più suggestiva.

 

Fang Zhaolin in mostra con un paesaggio innevato

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, La neve cade sulle montagne profonde, 1983, inchiostro e colore su carta di riso

 

Sicuramente Fang Zhaolin rappresenta un’eccellenza e un’ unicità nel panorama dell’arte cinese del ‘900, ma è anche interessante la sua figura intellettuale, una personalità libera che ha attraversato il secolo scorso, i suoi episodi tragici per la storia dell’umanità e per la sua storia umana. Perde il padre in tenera età e rimane vedova a trentasei anni, poi si trova a dover gestire l’azienda di famiglia e ad allevare otto figli, eppure continua a studiare e dipingere, allieva e discepola dei più grandi maestri cinesi. Per la sua ricerca intraprende molti viaggi e residenze di lunga durata in Asia, in Europa (soprattutto in Gran Bretagna), in Brasile e negli Stati Uniti, tornando diverse volte in patria.

 

Fang Zhaolin in mostra alla Permanente, un autoritratto

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, autoritratto

 

Il riflesso di tutto questo, dei viaggi e della conoscenza della storia dell’arte e dei movimenti artistici europei e mondiali, vive nella sua pittura che può ben essere considerata un ponte, un collegamento, tra la tradizione artistica e culturale cinese e quella occidentale. Le due visioni convivono nelle sue opere, pur mantenendo come punto di partenza ed osservazione la Cina; il suo linguaggio non si traduce quindi in un’appropriazione di stilemi del pre e post impressionismo, del fauvismo, del cubismo e dell’espressionismo astratto, piuttosto la lezione assorbita dei grandi maestri convive assimilata alla rappresentazione di paesaggi sublimi, paesaggi dipinti che spesso sono stati creati lontano dalla Cina e che sono perciò immagini mentali, generate dal ricordo e dall’osservazione passata, con un desiderio di “parlare cinese” al mondo pur nella comprensione e nell’arricchimento di ciò che è stato davvero innovativo per noi occidentali, che abbiamo guardato e guardiamo tutt’ora un’arte frutto di una cultura lontana.

 

La prima sala della mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, la prima sala con il grande dipinto dal titolo Tutto va bene

 

Il suo instancabile viaggio alla “ricerca della propria origine cinese” come scrive Sluse, la porterà a fare la conoscenza dell’arte moderna che sarà uno stimolo a comprendere meglio la propria cultura d’arte, per portarla come tutti i grandi artisti a volerla innovare. Ritrovare la sua tradizione per poterla vivere in maniera libera e personale.

 

Calligrafia di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Messaggio di Zhaolin a Meng Haoran, 1985, inchiostro su carta di riso

 

In questi lavori, degli ultimi quarant’anni carriera di Zhaolin, notiamo l’utilizzo di colori contrastanti e vivaci e la descrizione dei monti ergersi a momenti come figure geometriche quasi astratte a partire dal basso di uno specchio d’acqua popolato da piccole figure di un’umanità intenta nel lavoro quotidiano, con una prospettiva fuori dalle regole codificate dal nostro Rinascimento in avanti. I contorni scuri che a noi appaiono pennellate veloci capaci di costruire un ritmo musicale nel loro percorso sono qualcosa che noi occidentali non avvertiamo istintivamente di grande portata innovativa della disciplina impiegata da Fang Zhaolin, non essendo osservatori figli  della pittura cinese e la sua storia. Viene in nostro aiuto  il Prof. Yguo Zhang, storico dell’arte e direttore del Dipartimento di Calligrafia e Pittura Cinese della Poli Cultura di Pechino, già ricercatore del Museum of Fine Arts e al Metropolitan di Boston, che ci consola affermando che in realtà non sono molti i cinesi a conoscere a fondo la calligrafia, difficile da comprendere perché non è semplicemente un insieme di simboli e caratteri ma un’arte a sé, ma che tutti possiamo godere del suo risultato e dell’atmosfera evocata dalla raccolta di lavori in mostra.

 

Fang Zhaolin, il dipinto Montagne e Fiumi

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Montagne e fiumi, 1988, inchiostro su carta

 

Zhang fa notare come l’alternanza continua di inchiostri leggeri e densi, tra i grigi e i pigmenti colorati proviene dall’unicità di un talento che ha saputo integrare la calligrafia cinese tradizionale nella pittura. La calligrafia si trasforma in pittura utilizzando gli strumenti del pennello,  inchiostro, carta e pietra d’inchiostro, come mai prima, in un intreccio senza soluzione di continuità tra le due discipline.

 

Fang Zhaolin in mostra alla Permanente

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, La bellezza con pennello e inchiostro, 1987, inchiostro e colore su carta di riso

 

E’ lo stesso stile calligrafico ad evolversi dagli anni sessanta, si badi bene da quando i suoi spostamenti tra oriente e occidente si fanno più numerosi, punto di partenza con linee decise e nette verso un punto di arrivo caratterizzato da imprevedibilità più ricca e accentuata di linee pesanti e leggere, bagnate o asciutte, aspre e discontinue pronte ad accogliere e accogliere il colore nel loro percorso. Esplorando il soggettivismo del nostro novecento nel suo aspetto gestuale e istintivo, (qualcuno vede nei dipinti in mostra una eco della visione di Pollock, Kline, Kandinsky e Cézanne), Fang Zhaolin è cinese con il cuore, l’occhio e la mano; ancora vicina, forse più vicina, al suo territorio culla della sua ispirazione artistica.

 

Fang Zhaolin in mostra a Milano, montagne calligrafiche

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Salendo in alto al Festival del Battello del Drago, 1987, inchiostro e colore su carta

 

Fang Zhaolin, è tra i più grandi artisti cinesi, acclamata in patria dove la sua “avanguardia” pittorica ha lasciato una eredità indelebile. Se ora ci sono in Cina delle scuole che insegnano pittura insieme alla calligrafia, gran parte del merito è suo. Ha aperto un varco tra la divisione delle discipline e costruito un ponte tra oriente ed occidente.

 

Particolare di un dipinto della prima grande retrospettiva di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Migliaia di barche a vela, 1983, inchiostro e colore

 

Da vedere per entrare nelle atmosfere della Cina più antica e profonda, attraverso lo spirito e il pennello contemporaneo di una grande innovatrice.

Michela Ongaretti

 

Allestimento della mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, particolare dell’allestimento al Museo della Permanente allestimento

 

Tutto bene, dipinto di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Tutto va bene, inchiostro e colore su carta di riso

 

Una sala della mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, una sala centrale con molti lavori ad inchiostro e colore su carta

 

Retrospettiva di Fang Zhaolin , particolare

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Guardando la cascata da lontano, 1991, inchiostro e colore su carta

 

Mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, una sala centrale

 

 

 

Particolare di un dipinto in mostra alla galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella alla Galleria Rubin. Landness

Presso la galleria Rubin in via Santa Marta è in corso la mostra Landness di Maurizio L’Altrella. Assolutamente da visitare prima della chiusura del 9 giugno, per l’alta qualità dei dipinti ad olio di un artista che attraverso il colore restituisce materialmente un’atmosfera atemporale ed eterea, portatrice di una bellezza solenne.  Accompagna l’esposizione un testo critico di Emanuele Beluffi, illuminante dell’universo immaginifico della pittura a cui si riferisce.

 

Landness. Un dipinto di maurizio L'altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. In mostra con Landness alla Galleria Rubin, Second interaction between rabbit jack, snake plissken and the primal garden, 2016

 

Non sono per numerosissimi i lavori nelle due sale della galleria, e questo garantisce una fruizione lenta, come è giusto che sia, del valore pittorico, del rapimento materico e dello stimolo al pensiero nell’osservatore. Sono dipinti degli ultimi anni, scelti insieme ai galleristi per creare un’antologia dell’ultima tappa stilistica di una ricerca in continua evoluzione. Emergono due risultati della ricerca personale dell’artista, due elementi fondanti: la scelta di rappresentare quasi sempre animali e l’uso maturo e consapevole del colore, entrambi dedicati a formare un universo squisitamente esoterico.

La prima volta ho visto i dipinti di Maurizio L’Altrella in foto. Ero colpita da come la luce continuasse a riverberarsi attraverso la composizione fluida del colore, anche se non lo stavo guardando dal vivo. Quando ho osservato davvero e da vicino quella superficie l’effetto vivido del colore ad olio confermava la prima impressione mediata dalla stampa fotografica, che riusciva comunque a identificare bene l’impronta di uno stile unico e molto personale della pennellata.

Il dato saliente più eclatante nel lavoro di questo artista riguarda proprio il colore, prima di tutto. Prima di ogni giudizio od osservazione sui soggetti, sul loro mondo descritto lasciando misteriose le loro azioni, esiste la materia di cui è fatto il pittore.

 

Landness. Il grande dipinto Golden calf di Maurizio L'Altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. Landness. Il grande dipinto nell’ultima sala, Golden calf, 2016

 

Potrebbe anche non esistere un disegno preparatorio tanto la potenza del colore riesce a costruire un senso e a creare un’immagine carnalmente presente, per quanto l’esistenza dei personaggi, figure umane e animali, si affacciano alla mente da un immaginario onirico vibrante, concreto ed irreale nello stesso tempo, per come essi nell’attimo in cui si presentano vividi si sfaldano e tendono a cancellarsi nel loro palesarsi. Pare quasi che rappresentino un processo mentale della visione pittorica: attraversino una dimensione spaziale che dalla mente del pittore giungono alla nostra osservazione per dichiarare la loro presenza mutevole, in un atto di metamorfosi perenne.

 

Il territorio del colore di Maurizio L'Altrella. Landness presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. Due dipinti nell’allestimento della galleria Rubin, ph. Sofia Obracaj

 

C’è qualcosa di apocalittico nei quadri popolati spesso da uno o due soggetti, comuni nel nostro mondo ma spostati in un diverso territorio, quello ben descritto dal neologismo Landness, collocato oltre il visibile umano e terreno. Immagino essi in un mondo di sogno perché quella è solitamente una dimensione all’interno della quale noi crediamo di sentire delle sensazioni fisiche, ed è con questa sottile contraddizione che il pennello di l’Altrella fa muovere la mente dello spettatore, oltre che l’occhio che trova un senso estetico, raffinato dalla precisione della sua gestualità squisitamente coloristica. da una semplice osservazione approdiamo oltre il visibile, nel terreno spirituale e fortemente simbolico attraverso la materialità pura, che a sua volta si alleggerisce del suo peso fisico, acquisisce evanescenza nel gesto pittorico che cancella una precisa definizione delle forme anatomiche. In realtà non è il sogno ma più generalmente il trascendente ultra-terreno spiegato con gli strumenti sensibili.

 

Landness. Un dipinto ad olio di Maurizio L'Altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. Da Rubin in via Santa Marta a Milano. Eve turns away from the Earthly Paradise, 2016

 

Coerentemente con questo discorso cade la scelta degli animali come soggetti rappresentati: in primis come presenze di pura essenza, l’animale secondo le parole stesse di L’Altrella “E’”, e “Vive la luce e vive l’ombra senza giudicarle. L’animale vive la sua esistenza: non è né buono né cattivo, non si autodefinisce preda o predatore,l’animale è.” L’artista si sente unito in un rapporto di intesa intimo e profondo con gli animali, soprattutto con il cane, il suo soggetto privilegiato più rappresentato; descrive questa relazione “atavica”, cioè nel senso etimologico “trasmesso dagli antenati”, confermando così l’analisi che avvicina il significato simbolico degli animali alle filosofie religiose ed esoteriche arcaiche. Fin dalla culla delle civiltà a noi conosciute diversi animali hanno avuto una loro rappresentazione simbolico-religiosa per impersonificare personaggi soprannaturali o dei, in stretto legame con elementi naturali. L’Uomo si riflette nella Bestia come lo Spirito si identifica nella Natura: la potenza evocativa dei dipinti viene da questi rapporti antichi, nel mantenimento di una suggestione figurativa per giungere alla convinzione più universale di come la nostra sia una condizione di passaggio tra diverse dimensioni per cui “ tutti gli esseri viventi sono immortali” e… ciò che conta per un artista, più comprensibile attraverso l’estetica del colore.

 

Cani metafisici da Rubin fino al 9 giugno 2016. Maurizio l'Altrella

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. Predominanza rossa per By fire, 2014

 

Soprattutto per la figura del cane la cultura religiosa dell’Antico Egitto è  un punto di partenza nella connessione dell’animale-simbolo con altre tradizioni, prima di entrare nell’universo personale del pittore, come mi spiega: “La visione di Anubi è molto stimolante ed è in relazione con Xolotl, che per gli Atzechi era un dio che aiutava le anime nel loro passaggio verso Mictlan. Xolotl, veniva definito anche stella della sera, protettore del sole. Il cane è sempre una presenza che fa da guida e protettore.”

 

Materia e spirito in un dipinto di maurizio L'altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. In mostra con Landness alla Galleria Rubin: Two dogs the moon and the Leviathan. Luna 3, 2016

 

E’ una nebbia atavica o futuristica quella da cui emergono e riaffondano i personaggi come evocati e rimandati indietro nel non-sensibile attraverso la pittura, evocati per materializzarsi come farebbe uno sciamano nell’evocare degli spiriti, solo che qui la presenza è tutt’uno con la sua dissoluzione, perché questo simboleggiano le figure, un ponte. Sono esseri simbolici comunicanti tra due mondi nel venire rappresentati non completi, distorti nella parte anatomica corrispondente ad una espressione, il volto, non confermando quindi la loro concreta e completa esistenza nel nostro mondo terreno. Come sciamani appartengono al qui ma non ora, ad ora ma non qui, in territorio di interregno che è Landness.

Forse aiuta la collocazione in questa dimensione “altra” il fatto che ogni dipinto vive di una predominante coloristica, in un dialogo vivace e di dipendenza tra figure e sfondo, che porta verso un’identificazione simbolica tra il colore e animale-sciamano rappresentato. Questo è vero da alcuni anni della ricerca di L’Altrella soprattutto da quando la tavolozza  è più luminosa e ampliata nelle cromie, come ha notato giustamente Beluffi , abbracciando una gamma più ampia di colori, e avvicinandosi maggiormente al loro valore simbolico codificato, quindi più accessibile e universale, aggiungo.

 

Landness. Un dipinto di maurizio L'altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. In mostra con Landness alla Galleria Rubin: Paul of Tarsus falls asleep and dreams IV, 2016

 

Se le figure rappresentate sono un ponte tra la dimensione terrestre e quella ultraterrena attingendo liberamente a diverse tradizioni iconografiche, è coinvolta anche la spiritualità religiosa più vicina a noi nel tempo e nello spazio: lo intuisco e poi comprendo quando guardo un quadro più piccolo nella prima sala, dove ad essere raffigurato è un cavaliere di nome Paolo, Paolo di Tarso. Resto ipnotizzata dalle pennellate che descrivono e celano il volto, per l’intensa suggestione materica che fa apparire una sembianza fantasmatica. La folgorazione del cavaliere colpisce anche noi che comprendiamo le parole dell’artista quando dice “i soggetti si sfaldano compenetrando lo spazio che li circonda, poiché sono particelle della stessa materia”, una materia corposa e fluida come solo il colore ad olio riesce ad essere, che anela all’infinito del territorio dello spirito. San Paolo continuerà per sempre quell’attimo di passaggio, per imprimersi di luce assoluta.

Da vedere: per uscire dalla galleria ottimisti. Un pittore  italiano che lavora molto all’estero può essere presentato in Italia, ed essere apprezzato su base meritocratica della sua ricerca disciplinare, della sua capacità di suggestionare attraverso l’uso del colore.

Michela Ongaretti

 

Una bella immagine di L'Altrella al Lavoro

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. L’artista al lavoro nel suo studio

 

 

 

 

Ingresso al padiglione della Bolivia

La Bolivia a Venezia con un suo padiglione. Biennale internazionale e intercontinentale

Alla sua 57esima edizione, la Biennale d’Arte Contemporanea di Venezia ha quest’anno una partecipazione nazionale in più, la Bolivia.

 

La Scuola dei laneri ospita l'esposizione nazionale della Bolivia

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. La Scuola dei Laneri ora Padiglione di Bolivia, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Per la prima volta dalla nascita della manifestazione lo stato plurinazionale ha un suo padiglione nel centro della città lagunare, precisamente nella Scuola dei Laneri, con due artisti nazionali e un ospite europeo, rendendo davvero intercontinentale la programmatica e richiesta collaborazione internazionale per la realizzazione di un progetto artistico. Con un padiglione esclusivo finalmente la Bolivia ha la possibilità di creare dialogo tra diverse opere e artisti su una tematica specifica, L’Essenza, in un progetto unitario e originale. Colori accesi e vitalità come promette la bandiera di Bolivia accolgono il visitatore, ma i contenuti veicolati alle opere esposte sono tutt’altro che leggeri.

Il tema scelto ed esplorato dai suoi protagonisti è “L’essenza” dell’uomo nell’espressione artistica, intesa come valore da difendere e da ricercare in un mondo sempre più massificato e poco dedicato ai reali bisogni, a mantenere identità culturali e sociali. La Bolivia esplora l’essenza contemporanea, in particolare dedicando attenzione all’interculturalità e la relazione tra globale e locale con due artisti boliviani, Sol Mateo e José Ballivián, e il greco Jannis Markopoulos, scelti per il loro valido percorso artistico visto la prestigiosa occasione, e la rispondenza tra la loro ricerca e il tema proposto.

 

Le istituzioni e gli artisti presenti durante il vernissage del padiglione boliviano a Venezia

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale.Istituzioni e artisti, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia a Milano.

 

Le bandiere esposte durante la cerimonia di apertura, alla presenza del Consolato Generale della Bolivia di Milano, erano tre: oltre a quella italiana e alla nazionale, la Greca e la Tedesca in rappresentanza degli stati che hanno reso possibile il progetto con finanziamenti e supporto scientifico. Le sponsorizzazioni nazionale e internazionale più cospicue sono state rispettivamente quella Goethe Institut in Bolivia e Bernheimer Contemporary in GermaniaAd intervenire per primo José Bedoya Saenz, Direttore del Museo Nazionale d’Arte a La Paz, come Commissario generale rappresentante la Bolivia alla Biennale di Venezia del 2017 che con il supporto dell’intera equipe del Museo Nazionale d’Arte e con il sostegno della Fondazione Culturale della Banca Centrale, ha scelto il tema e si è avvalso della professionalità di due giovani curatori che hanno collaborato alla realizzazione del Padiglione: Juan Fabri, già curatore del Museo, l’italiano Gabriele Romeo, critico d’arte incaricato dello sviluppo in relazione all’ente veneziano. A partire dal concept questi tre curatori hanno lavorato di concerto, incontrandosi per la prima volta a Berlino per definire l’esposizione come scambio interculturale.

 

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Opere di Ballivian e Mateo, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Opere di Ballivian e Mateo, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Partendo dal concetto generale della 57esima Biennale internazionale “ Viva l’Arte Viva”, inteso come esclamazione entusiasta della posizione dell’artista contemporaneo, si ispira l’ideazione della mostra boliviana, dove l’atto artistico rappresenta un atto di resistenza umanistico al condizionamento del potere (economico) che schiaccia l’espressione libera e diversificata, l’identità di diverse culture e idee. Da questa base che pone l’arte tutta come una scommessa ispirata per l’umanesimo si raggiunge il cuore, il motore di ciò che muove il fare artistico, la ricerca di chi è fondamentalmente uomo tra gli uomini e continua a cercarne la ragione per cui possiamo restare tali in libertà: l’Essenza è da trovare e da difendere con gli strumenti e il linguaggio dell’arte contemporanea soprattutto da regioni latinoamericane come la Bolivia dove molti valori consumistici dell’occidente sono entrati nella quotidianità della popolazione.

 

La Bolivia a Venezia . Biennale Intercontinentale. Lincoln acefalo in una wunderkammer, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

La Bolivia a Venezia . Biennale Intercontinentale. Lincoln acefalo in una wunderkammer, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Al centro della sala l’opera di Sol Mateo, dalla Bolivia in padiglioni di altri stati, l’artista nei suoi anni giovanili aveva già partecipato ad un’edizione della Biennale Internazionale. Si presenta come una scultura che può essere semplificata nella sua lettura in senso verticale e riflette sulla condizione dell’uomo nel nostro tempo, nella quale è condizionato e scisso dalla superficialità di internet e dei social media.Questa è per Mateo “l’essenza del colonialismo” del mondo contemporaneo, espressa attraverso i mass media odierni che condizionano il nostro modo di vedere ed essere visti dagli altri impedendo la visione della vita reale e costringendoci a dare una rappresentazione positiva fittizia. L’occidente e la sua degenerazione sono rappresentati da alcune sue “icone”, come l’ormai onnipresente e qui dominante dall’alto pollice in alto dei “like” di facebook e un poco più in basso, riconoscibile ma da un numero inferiore di persone effigie scolpita del presidente americano Abramo Lincoln, simbolo dell’impero economico vincente ma divisa in due come il globo che contiene, spezzata come l’uomo di fronte al sogno americano ormai sempre meno credibile come promessa di felicità, senza testa perché il contatto tra le persone rimane immateriale nella realtà virtuale e digitale. Più in basso ancora ci sono solo macerie. Sono prive dei colori degli altri elementi dal gusto pop e su una scala gerarchica di popolarità all’ultimo posto. Chi vuole vedere o riconoscere la crisi valoriale in cui il mondo intero versa, alla costante ricerca di un’effimera notorietà? Eppure la distruzione totale ha un pregio, perché per l’artista sono ceneri dalle quali l’uomo moderno può o deve necessariamente rinascere, senza i sovrastanti modelli.

 

Genetic Mutation of Colonialism di Sol Mateo

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Genetic Mutation of Colonialism, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Tutto lo spazio e le opere in mostra per la Bolivia si integrano per avvicinarsi alla visione rinascimentale a cui si ispira tutta la manifestazione, a partire dal lavoro di Mateo nell’immagine statuaria rappresentativa che proprio dal primo rinascimento ha iniziato ad avere sempre più peso, anche se qui svuotata di senso celebrativo.

 

Gabriele Romeo , uno dei curatori del padiglione di Bolivia con Juan Fabbri e José Bedoya

La Bolivia a Venezia. Il curatore Romeo davanti all’opera di Yannopulos, ph. Sofia Obracaj, court. Consolato Generale di Bolivia

 

Come ci spiega il curatore Gabriele Romeo fondamentale chiave di lettura del padiglione è la sua integrazione con lo spazio, in relazione agli input della direzione generale della biennale di riferirsi al Rinascimento, del resto il luogo stesso appartiene a quell’epoca e oggi vogliamo cercare l’arte viva attraverso un discorso disciplinare che venne fatto agli albori della nostra modernità. Già la pianta quadrata della sala rimanda ad una concezione spaziale rinascimentale, come nella Sagrestia Nuova di S. Lorenzo progettata da Michelangelo per fare un esempio eccellente, per cui le tre sculture sono posizionate rispettando principi di proporzione ed euritmia nel luogo. Sono sculture e installazioni perchè richiamano anche il valore della scoperta che ebbero durante l’umanesimo i primi scavi archeologici che nutrirono i primi nuclei di grandi collezioni al giorno d’oggi visitabili.

 

I tessuti della danza Waka Waka secondo Ballivian

La Bolivia a Venezia con un suo padiglione. Biennale Intercontinentale. La Waka Waka di Ballivian, particolare dei tessuti, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

La necessità di chiamare un’arte “viva” secondo la chiamata a tutte le nazioni della 57esima Biennale è quella di avvicinare il pubblico sia nella fruizione che nel collezionismo e parlando di scultura essa si presenta oggi, per restare viva, sotto nuove forme che vogliono inserirsi in un contesto architettonico con un contenuto concettuale, per questo diventano installazioni. Nell’esposizione della Bolivia Il legame con il rinascimento risiede anche nell’integrazione disciplinare con l’artigianato perchè stiamo attraversando un periodo dove l’artista vuole sperimentare la sua diversità e vuole scegliere e praticare personalmente una tecnica realizzativa. con che cosa esprimerla.

 

Pajsaje Marca di Josè Ballivian

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. L’installazione Pajsaje Marka, partic., ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

José Ballivián ad esempio ha curato personalmente ogni elemento della sua opera, osservabile a sinistra della sala. la scultura riproduce la sagoma e la mole di due tori, elementi della danza andina della Waka Waka, presente nella sua folkloristica apparizione per riflettere sugli accordi e disaccordi culturali di una società multietnica e multiculturale come la Bolivia. La danza è anche la memoria storica di un cambiamento, quando la colonizzazione spagnola portò nella nazione i tori, modificando per sempre il territorio con aree destinate a coltivazioni nuove. Quando fu inventata  dalle comunità aymara l’intento era di ironizzare sugli usi e i costumi dei colonizzatori, sopra tutte le corride, ma la presentazione di un rituale coreografico qui trascende in una vera e propria scenografia che utilizza gli strumenti linguistici del contemporaneo, per affermare l’essenza nella mancata pacificazione di un processo. Siamo fatti così, eredi della contraddizione di rendere vistoso un capestro pur denunciandone la sua opposizione storica. Pur tipicamente le due teste di wakas che da un unico corpo si rivolgono a due direzioni diverse, metafora dell’incontro/scontro coloniale non contengono il corpo umano che dovrebbe continuare a farle danzare; la figura mancante del rituale prende in prestito il busto scultoreo da una parete della Scuola dei Laneri, perché l’integrazione culturale è possibile attraverso l’arte che porta l’essenza boliviana nel mondo. La scultura è viva perché animata dagli stessi elementi architettonici e mossa dal principio di integrazione disciplinare contemporaneo e rinascimentale, è uscita metaforicamente e fisicamente da uno spazio definito e statico interno all’opera, diventando una vera e propria installazione per la Bolivia a Venezia.  

 

Integrazione nello spazo delle opere scultoree con Josè Ballivian alla Biennale d'Arte

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Integrazione, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Sul fondo della sala sono esposti anche dei preziosi disegni a matita delle figure umane qui mancanti della waka waka, evocative ma non certo documentarie perché mescolano liberamente al costume tradizionale della danza le maschere della Lucha libre, anche indossate da donne.

 

Lucha Libre e waka waka nei disegni di Ballivian

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. i disegni di Ballivian, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Per quanto riguarda la grande opera sulla destra di Jannis Markopoulos sempre secondo Romeo il riferimento all’epoca rinascimentale è chiaro e consapevole perchè è come se l’artista avesse montato una wunderkammer con tanti oggetti che appaiono in una dimensione ingrandita, resi a misura d’uomo perché le scoperte della nostra contemporaneità ci fanno visualizzare in maniera più comprensibile dettagli di culture lontane dalla nostra, azzerando o riducendo molto le distanze e la comprensione, pensiamo ad esempio alla tecnologia digitale che con il semplice movimento di due dita ingrandisce i particolari di immagini a video.

 

Amphibian Spaces di Jannis Maropoulos

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Vista di Amphibian Spaces di Marcopoulos, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Per l’artista greco che ha collaborato attivamente con Goethe Institut per l’ideazione del padiglione della Bolivia,  l’Essenza è da ricercare in vari “semi” corrispondenti agli elementi preziosi di questa camera delle meraviglie, e tuttavia è dall’insieme di questa “collezione” che si forma, non dalle singole sue parti. L’Essenza Umana trascende frontiere, bandiere, lingue e religioni che caratterizzano gli ambienti ma rappresentano anche un limite culturale. La riflessione filosofica qui nasce all’interno di un concept che sviluppa al suo interno la valorizzazione incrociata di scultura e architettura, con la struttura scenografica ricavata soprattutto attraverso materiali poveri come la carta, da sempre identificativa della scrittura e quindi del linguaggio, e che manifesta la sua fragilità metaforizzando la precarietà dell’individuo nella società: diventa quindi installazione generata dallo stesso principio che muove la più contemporanea delle discipline, il design. E quest’ultimo altro non è che una evoluzione integrativa di scultura, arti applicate e architettura, fiorita dal seme rinascimentale.

 

Dettaglio dell'opera di Marcopoulos

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Amphibian Spaces, particolare, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Potete visitare l’esposizione dello Stato Plurinazionale di Bolivia presso la Scuola dei Laneri, Salizada San Pantalon 131/A. Venezia

 

Un oggetto come un seme della cultura definisce l'essenza dell'umanità

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Dettaglio di Amphibian Spaces, particolare, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Ballivian mostra gli ospiti della Biennale i suoi disegni

La Bolivia a Venezia. Ballivian mostra i suoi disegni a Giovanni Manzoni, artista italo-boliviano, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Il padiglione boliviano alla 57esima Biennale d'Arte di Venezia

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. La sala durante l’inaugurazione, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia