Racconti di mare di Arturo Delle Donne, Il Vecchio e il Mare

Il Fotografo e il Mare. Arturo delle Donne dal MIA Photo Fair alla Galleria Hernandez

Arturo delle Donne sembra un nome di fantasia. Eppure non lo è. Così come le sue foto  sono molto più vicine al nostro mondo, nella loro pura ed esplicita invenzione scenografica.

Lo abbiamo visto la MIA Photo Fair 2017 con la Galleria Hernandez che per quell’occasione ha scelto di puntare tutto su di lui con il progetto “Racconti di Mare”, sia per l’originalità della ricerca sia per il lungo sodalizio che lega la galleria a questo atipico fotografo.

 

Racconti di mare di Arturo Delle Donne, Il Vecchio e il Mare

Arturo Delle Donne con Racconti di Mare alla galleria Hernandez, Il Vecchio e il Mare

 

Per chi non è riuscito a partecipare Artscore ha il piacere di invitarvi presso la galleria Hernandez da giovedì 16 marzo per la mostra a cura di Gigliola Foschi, dove si potranno ammirare le stampe fotografiche di grandi dimensioni nate dall’interpretazione di celeberrimi romanzi avventurosi ambientati nelle acque marine.

Vedere le sue immagini è una gioia per estimatori di effetti speciali, è uno scherzo fatto ad arte all’illusione di costruire la finzione come reale. E’ un mondo realmente letterario quello vissuto nelle scene, perchè romanzi come Ventimila Leghe Sotto I Mari , L’Isola del Tesoro o Moby Dick sono nati dalla mente di chi è stato in grado di regalare ai lettori un viaggio intrapreso solo con gli occhi e col cuore, di sola andata fino all’ultima pagina, finché tutto si sgretola e torniamo a vedere le libro, la poltrona, il salotto, ritorniamo insomma sulla terraferma. Questo lo può comprendere chi ha amato fin dall’età dell’innocenza questo genere di letteratura, chi ha sviluppato un rapporto intimo e privilegiato con il Mare ( da biologo ricercatore in Ecologia), e chi da anni esplora professionalmente la fotografia come strumento versatile ed interpretativo, con possibilità di evocare spazi attraverso l’uso sapiente dei particolari.  Racconti di Mare poteva nascere e svilupparsi solo attraverso queste avventure di vita da Arturo delle Donne, che riesce a coinvolgere lo spettatore e farlo immergere nella profondità del mare e della letteratura, grazie al suo prezioso gioco di set. Senza dimenticarsi dell’arma dell’ironia.

 

Racconti di mare di Arturo Delle Donne, Ventimila Leghe Sotto i Mari

Arturo Delle Donne con Racconti di Mare alla galleria Hernandez, Ventimila Leghe Sotto i Mari

 

Il fotografo ha scelto alcune scene iconiche di romanzi ambientati in mare aperto, estrapolandone le frasi salienti a commento delle fotografie. Parliamo di Ventimila Leghe Sotto i Mari di Jules Verne, L’Isola del Tesoro di R. L. Stevenson, Freya delle Sette Isole di Joseph Conrad, Moby Dick di Herman Melville, Il Vecchio e il Mare di Ernest Hemingway, L’Ammutinamento dell’Elsinore di Jack London, la Tempesta Perfetta di Sebastian Junger, del racconto Una Discesa nel Maelström di Edgar Allan Poe.

Per ciascuna di esse Delle Donne ha ricostruito in studio un set in miniatura aiutandosi con i materiali più svariati, irriconoscibili nella messa in scena restituita dall’obiettivo ravvicinato agli oggetti. L’aspetto artigianale del lavoro ricorda le origini del cinema quando gli effetti speciali erano tutti ricreati senza l’ausilio della postproduzione digitale, ma il risultato è squisitamente moderno con luci e contrasto a rendere l’immagine fiabesca e realistica al contempo.

 

Racconti di Mare. Il fotografo Arturo delle Donne davanti alla sua scena di Moby Dick

Arturo delle Donne al MIA Photo Fair con Racconti di Mare, foto di Sofia Obracaj

 

Sono tutti momenti assai teatrali, o cinematografici, dove l’azione  è sempre data dal grande protagonista, il Mare, che non manca di agitarsi, spingendo al  movimento la figura umana. L’ironia nasce dal fatto che le figure umane sono le uniche riconoscibili in quanto feticci, tenere marionette in miniatura, pur nella loro realistica attendibilità data dalla ripresa ravvicinata e che annulla la scala, mentre le onde in ovatta o pellicola trasparente difficilmente rivelano la loro natura: sono loro assolutamente e indiscutibilmente temibili e noi non possiamo che soccombere all’ideale potenza della Natura. Viviamo il nostro mondo bisognosi di credere a mostri da combattere, nella iconica bellezza di una tempesta perfetta a formare con l’ovatta la vaporosa onda di Hokusai, poi ad un certo punto il nostro Nautilus si trova a lottare con un calamaro gigante, e ci accorgiamo che gli stessi tentacoli turgidi pronti a farlo affondare, sono gli stessi indicati per una frittura.

 

Racconti di mare di Arturo Delle Donne, Ventimila Leghe Sotto i Mari

Arturo Delle Donne con Racconti di Mare alla galleria Hernandez, Ventimila Leghe Sotto i Mari

 

I momenti sono veri perché vissuti nelle emozioni del lettore o dell’osservatore, ma sono ambigui nel loro rivelarsi illusione, vita immaginata nella verità letteraria che lascia alcuni indizi per tornare a galla.

La pensiamo come Gigliola Foschi quando scrive che Arturo Delle Donne “usa la macchina fotografica come un prestigiatore” perché è in grado di trasformare in avventura in movimento il nostro sguardo di piccoli abitanti della Natura, familiare nel suo Mistero.

 

Racconti di mare di Arturo Delle Donne, L'ammutinamento dell'Elsinore

Arturo Delle Donne con Racconti di Mare alla galleria Hernandez, L’ammutinamento dell’Elsinore

 

A rivelare una chiave di lettura più letteraria, sempre però legata ad un immaginario repertorio di una memoria vissuta personalmente, ci sono i ritratti che completano il progetto. Come usciti da bauli reconditi e forse abbandonati dalle navi romanzesche ecco i protagonisti di tali narrazioni,i personaggi  rappresentati come tipi umani per lo sviluppo di un intreccio, dalla profondità dello sguardo temerario e vendicativo del capitano Nemo, al coraggio dell’incosciente giovinezza di Jim de L’Isola del tesoro, dalla pazienza quasi secolare di Santiago ne Il vecchio e il mare, al fascino femminile e conturbante di Freya.

 

Esserci  o immaginarci, sognare od esser desti, giocare o fare sul serio. Queste sono domande la cui risposta è sempre sì.

 

Racconti di mare al MIA con Consuelo Hernandez e Arturo delle Donne

L’incontro al MIA Art Fair con Consuelo Hernandez e Arturo Delle Donne pr la presentazione del progetto Racconti di Mare, foto di Sofia Obracaj

 

Restiamo nell’evocazione di soggetti da mondi remoti al piano inferiore della galleria, dove  verrà presentato al pubblico un precedente progetto di Delle Donne, “Nemes”. Esso esplora il mondo della mitologia greca e agli archetipi che rimandano alla nascita del genere umano. Dalla delicatezza amorosa di Amore e Psyche al coraggio di Ulisse fino alla disperazione di Medea.

 

Racconti di mare

mostra fotografica di Arturo Delle Donne

a cura di Gigliola Foschi

vernissage giovedì 16 marzo 2017 alle ore 19.00

Hernandez Art Gallery, via Copernico 8, Milano

fino al 6 aprile 2017

Heinz Hajek-Halke, Senza Titolo 1960, particolare

La scienza in fotografia. Una mostra di Heinz Hajek-Halke alla Galleria Sozzani

La scienza in fotografia. Una mostra di Heinz Hajek-Halke alla Galleria Sozzani

Heinz Hajek-Halke, la scienza in fotografia . Sabato 6 febbraio inaugurerà in Corso Como 10 alla Galleria Carla Sozzani la prima mostra italiana del fotografo Heinz-Hajek-Halke. Vedremo una selezione delle stampe vintage, realizzate tra gli anni trenta e gli anni settanta, curata in collaborazione con l’Archiv der Akademie der Künste di Berlino e Eric Franck Fine Art di Londra.

Autoritratto con filo metallico, anni '50 Heinz Hajek-Halke

Autoritratto con filo metallico, anni ’50 Heinz Hajek-Halke

 

Quelle che si presentano come manipolazioni suggestive di forma, luce, movimento e colore sono opera del pioniere della fotografia del Novecento nato a Berlino nel 1898, che ha lasciato un segno nella storia della disciplina nonostante sia poco noto al vasto pubblico, e che diceva di essere diventato “fotografo a dispetto della pittura accademica, ma rimasto un pittore a dispetto della fotografia.”

Dichiarava anche che due costanti del suo carattere fossero provocazione e curiosità: sicuramente lo stimolarono a spingere al limite le potenzialità del mezzo espressivo, a sperimentare di continuo con l’impressione della luce verso effetti desueti.

Heinz Hajek-Halke, Gallina Alata 1955

Heinz Hajek-Halke, Gallina Alata 1955

 

Una grande retrospettiva su Heinz Hajek-Halke è stata curata da Alain Sayag alCentro Pompidou di Parigi nel 2002, mentre nel 2012 Michael Ruetz prepara invece l’importante mostra antologica presso l’Akademie der Künste di Berlino. Proprio a Ruetz volle consegnare il maestro la sua opera completa nel 1973, dieci anni prima della sua morte: egli la fece archiviare per donarla all’ Archiv der Akademie der Künste di Berlino di cui è membro.

Da subito coinvolto nel procedimento artistico non solo fotografico, torna in Germania nel 1911 dopo essere cresciuto in Argentina e vive con il padre Paul Halke pittore e vignettista, che lo inizia al disegno.

Heiz Hajek Halke, Nudo in bianco e nero, studio preliminare 1930-1936

Heiz Hajek Halke, Nudo in bianco e nero, studio preliminare 1930-1936

 

Si iscrive all’Accademia di Belle Arti ma interrompe gli studi per arruolarsi per la Prima Guerra Mondiale, riprendendo i corsi nel 1918 con il pittore Emil Orlik e in seguito le lezioni di Hans Baluschek, che lo interessano maggiormente, perché ritenute più stimolanti per uno sviluppo originale della creazione.

Heinz Hajek-Halke, Senza Titolo 1960

Heinz Hajek-Halke, Senza Titolo 1960

 

Già nel 1923 è fotoreporter per l’agenzia di stampa Press-Photo, mosso alla sperimentazione di diverse tecniche miste come collage, doppie esposizioni e soprattutto fotomontaggi, che permettono nella sua visione una possibilità enorme di espandere i mezzi di espressione artistica della fotografia.

Questa potenzialità è esplorata per realizzare immagini sempre più complesse, in collaborazione con Willi Ruge e Else Neuländer (Yva), richieste dalle riviste più importanti della Repubblica di Weimar; poi si ritira sul Lago di Costanza dove si dedica alla fotografia scientifica. Sono soggetti piccolissimi, gli insetti, ad essere ingranditi grazie al banco ottico di Heinz Hajeck-Halke, esplorando distorsioni di luce e manipolazione chimica.

Heiz Hajek-Halke, La Fiaba 1957

Heiz Hajek-Halke, La Fiaba 1957

 

Siamo nel 1949 quando entra a far parte di Fotoform, il gruppo di fotografi d’avanguardia della Germania Occidentale creato da Otto Steinert, e nel1955 l’autore viene chiamato comedocente di Fotografia presso l’Università delle Arti di Berlino; avrà tra i suoi studenti importanti personalità per la fotografia tedesca tra cui Dieter Appelt e Floris Neussus. Hajek pubblicherà due libri: Experimentelle photographie nel 1955 e Lichtgraphik nel 1964.

Le sue immagini hanno qualcosa di pittorico: si parte dal reale per raffigurare mondi vicino all’arte astratta. Questa necessità sperimentale si concentra sempre più in camera oscura a metà degli anni cinquanta, proprio come avevano fatto Man Ray e László Moholy Nagy, seguendo le loro orme Heinz dimostra che lo sviluppo sulla carta può avere un altissimo potere espressivo come fase finale nell’ambito della fotografia.

Heinz Hajek Halke, La canzone popolare 1927

Heinz Hajek Halke, La canzone popolare 1927

 

Hajek costruisce anche strutture con fili flessibili e ne osserva il gioco di luci e il movimento, le figure che si formano sono Lichtgrafik (grafiche di luce) per usare le parole del critico Franz Roh.Le forme si creano attraverso “incidenti guidati” provocati da reazioni chimichedi acidi o vernici su diversi materiali, plastica, vetro, liquidi e stoffe.

L’arte incontra con Hajek-Halke la scienza, in una ricerca senza sosta che coinvolge la chimica e la fisica unendole alla magia dell’alchimia per dare forma alla bellezza come risultante di un’equazione tra le componenti e le sue percentuali.

Heinz Hajek Halke, Al Crepuscolo1968

Heinz Hajek Halke, Al Crepuscolo, 1968

 

L’immaginario è stimolato con rigore per quest’uomo che fu anarchico ed enigmatico, che lavorava sistematicamente con valutazioni sui risultati come in un laboratorio di analisi e disegni preparatori come per un affresco cinquecentesco, così gli studi sui negativi hanno garantito la trasformazione in immagini nella stampa, dimostrando sempre di esser unfotografo prima di tutto.

Galleria Carla Sozzani , Corso Como 10, dal 7 febbraio al 3 aprile 2016

Michela Ongaretti

Landed, Nikky Taylor

Landed: storie di chi ha scelto l’ Alto Adige, nelle foto di Giovanni Melillo Kostner

Landed: storie di chi ha scelto l’ Alto Adige, un progetto fotografico di Giovanni Melillo Kostner

Landed: storie di chi ha scelto l’ Alto Adige per vivere e crescere. Dream Factory ospita il progetto fotografico di  Giovanni Melillo Kostner.

Business Location Südtirol – Alto Adige (BLS) è già stata protagonista a Milano. Nell’Aprile del 2013 ha presentato l’eccellenza del green design altoatesino per il Fuorisalone, stavolta si impegna nella promozione del proprio territorio attraverso il racconto fotografico di cinquanta personalità internazionali, che testimoniano la qualità della vita e della possibilità di fare impresa, nel contesto della provincia più a Nord d’Italia. La mostra Landed è aperta dal 19 novembre presso Dream Factory e curata da Martha Jiménez Rosano, con Elisa Weiss a coordinamento del progetto, nasce dalla collaborazione tra BLS e la cooperativa sociale Cuartel -Headquarters for art & culture, e sarà visitabile fino al 29 novembre.

Ritratta per il progetto Landed anche la curatrice Martha Jimenez

Ritratta per il progetto Landed anche la curatrice Martha Jimenez

Il progetto fotografico dell’artista Giovanni Melillo Kostner presenta i ritratti di persone che hanno scelto di trasferirsi a vivere e lavorare a Bolzano e provincia: non sono solo imprenditori o ingegneri ma anche architetti, artisti, ricercatori e psicologi provenienti da altre regioni italiane e diversi paesi europei e mondiali: Germania, Spagna, Portogallo fino a lontane nazioni come Australia, U.S.A., Cina e Giappone.

Progetto Landed_Bosio Dominic, direttore vendite

Progetto Landed_Bosio Dominic, direttore vendite

 

Per tutti è chiaro, dal breve testo che accompagna le immagini, quanto la nuova patria non abbia fatto rimpiangere quella originaria, sicuri di come l’Alto Adige sia un luogo accogliente e a misura d’uomo, con un ambiente naturale straordinario che ossigena la mente, culturalmente stimolante epronto a ricevere il beneficio di nuovi progetti imprenditoriali e dell’immigrazione dei cervelli. Nessuno di loro progetta la fuga, anzi è riuscito ad integrarsi con la propria famiglia alla cultura e alla lingua, meglio dire alle lingue parlate, grazie anche a progetti educativi di accompagnamento all’inserimento per i figli di questi brillanti talenti.

Progetto Landed. Nikky Taylor, agente di marketing e p.r.

Progetto Landed. Nikky Taylor, agente di marketing e p.r.

 

Per qualcuno ci sono caratteristiche comuni al modo di vivere e lavorare del paese originario; ad esempio l’agente di viaggio Keiko Sawayama trova analogie tra la ricerca di perfezione e precisione nel lavoro di giapponesi e altoatesini, per altri è riscontrata l’internazionalizzazione della ricerca, come per lo scultore tedesco Florian Glaber che ricorda la lavorazione del marmo di Lasa per la nuova stazione della metropolitana e per il centro commerciale del World Trade Center di New York.

Progetto Landed, Xiaofeng Wang , ricercatrice

Progetto Landed, Xiaofeng Wang , ricercatrice

 

Giovanni Melillo Kostner è giovane ma ha già le idee chiare sul suo futuro. Cofondatore della cooperativa sociale Cuartel-Headquarters for art & culture, dedicata alla valorizzazione delle potenzialità di arte e cultura per lo sviluppo sociale e locale, dal 2011 è impegnato attivamente nella progettazione e realizzazione di Open City Museum con Johanna Mitterhofer, antropologa culturale, e Martha Jiménez Rosano manager e operatrice culturale, curatrice della mostra Landed. Open City Museum è la somma di tutti i valori espressi con questa raccolta fotografica e in generale nel lavoro di Melillo: l’arte intesa in senso partecipativo per la promozione della diversità e della coesione sociale nelle società multiculturali.

Progetto Landed, Pau Palacios, drammaturgo e performer

Progetto Landed, Pau Palacios, drammaturgo e performer

 

Ho avuto la fortuna di poter parlare con Melillo per capire meglio il suo modus operandi. Nello specifico di queste immagini il fotografo ha realizzato gli scatti dopo lunghi dialoghi con i soggetti per conoscere la cultura d’origine, le aspirazioni, la personalità o carattere che determina il modo di vivere e di rapportarsi all’ambiente circostante.

Progetto Landed_Gorter Ben, export manager

Progetto Landed, Gorter Ben, export manager

In seguito ha inserito le persone ritratte nel paesaggio alpino o urbano, nelle loro case o nei luoghi di lavoro, all’interno o fuori dalle strutture, e in certi casi si trova rispondenza tra i loro interessi e il setting della foto, come nel caso dell’architetto Angela Ferrari in un interno, su una scala dal raffinato design. Noto che le figure si staccano nettamente dal fondo e mi viene spiegato che l’effetto è dato unicamente dall’uso del flash in pieno giorno, per questo mi ricordano un pò il lavoro di Martin Parr, con le dovute differenze di contesto e di intento, non certo dissacrante come per l’inglese; inoltre alcune immagini posizionano i personaggi in una ristretta zona d’ombra contro un paesaggio in piena luce, come ben esemplificato nel caso dello chef Arturo Spicocchi.

Progetto Landed_Spicocchi Arturo, chef

Progetto Landed, Arturo Spicocchi, chef

Secondo il direttore di BLS Ulrich Stofner l’intento del progetto è quello di promuovere un territorio ideale per attrarre talenti e capitali, emergente nel contesto europeo, e di alta qualità per la residenza con la sua efficienza nei servizi, l’eccellenza della tradizione gastronomica, la bellezza del paesaggio e un clima sempre più internazionale.

Si aggiunge l’augurio di invogliare a una nuova vita professionale, per chi vogliaprendere esempio da coloro che hanno contribuito a rendere questo territorio “prolifico con le proprie diverse competenze e contaminazioni”.

Progetto Landed, Zavodchikova Anastasia

Progetto Landed, Zavodchikova Anastasia

 

Perchè vedere la mostra: per l’esempio positivo di un’emigrazione felice, che arricchisce culturalmente ed economicamente un territorio italiano.

L’autrice Michela Ongaretti ringrazia l’ufficio stampa Ufficio Stampa Ketchum per BLS

Marco Beretta-Spiritus

Intrecci Italiani. Un oasi di fotografia, il design di Vittorio Bonacina, gioielleria per il Fuorisalone 2015

Intrecci Italiani.  Un oasi di fotografia, il design di Vittorio Bonacina, gioielleria per il Fuorisalone  2015

Ogni anno capita che nella miriade degli eventi proposti per il Fuorisalone 2015 ci si imbatta casualmente in un posto nuovo: in questi giorni ci è successo di passare da via Melzo , nel distretto Porta Venezia In Design e di entrare nello studio di Marco Beretta adibito a Temporary Showroom, e rimanere piacevolmente colpiti dall’esposizione dal titolo Intrecci Italiani. Un allestimento curato nei dettagli, dove accanto ad alcuni grandi formati di stampe fotografiche possiamo ammirare la selezione di mobili in midollino del designer Renzo Mongiardino della storica azienda Vittorio Bonacina, insieme alle quali sono esposte le creazioni della gioielleria Anthozoa, posizionata nell’adiacente via Malpighi.
Marco Beretta-Spiritus

Marco Beretta-Spiritus

Bonacina è una presenza storica anche al Salone del Mobile, ha partecipato alla fiera per ben sessant’anni consecutivi, ma per il 2015 ha deciso di fare un’esperienza diversa.

Anche lo spazio è in linea con l’atmosfera desiderata da Bonacina: è stato inaugurato con questa mostra ma si tratta di un laboratorio permanente, ricavato dalla ristrutturazione di un ambiente preesistente a cui Beretta ha deciso di lasciare la patina del tempo. Le pareti hanno conservato parti di intonaco e zone libere nelle quali si intravede l’anima in mattoni rossi. L’interno è nell’insieme sorprendentemente luminoso e si respira l’aria della bottega artigiana, anche per la posizione più raccolta rispetto al negozio con vetrinaQuesta collezione in particolare aveva bisogno di un’ambiente più rilassato nel quale le persone potessero soffermarsi e godere di un’atmosfera più intima, a Rho l’approccio sarebbe stato più veloce e superficiale da parte del pubblico.

Dopo il Fuorisalone una zona sarà adibita a libreria vera e propria con vendita di dischi e un’altra accoglierà il marchio Ultracicli di biciclette a scatto fisso dal sapore vintage, sarà anche showroom della boutique di gioielli Anthozoa.

MOd. Margherita- design Albini e Heig per Bonacina

Poltroncina Margherita- design Albini e Heig per Bonacina


L’azienda fu fondata nel 1889 da Giovanni Bonacina
: più di un secolo accompagnato dall’attenzione viva e costante per il design evergreen, con modelli che vivono diverse vite a seconda degli ambienti nei quali sono inseriti, e in base al “make up” che si decide di adottare sulle sue coperture. I pezzi di design qui esposti sono raccolti nella pubblicazione di Marella Agnelli, Ho coltivato il mio giardino, editata da Adelphi, nella quale siamo guidati attraverso gli interni delle ville e dei giardini ideati dall’autrice stessa, “popolati” dalla collezione di Bonacina presente in via Melzo con alcuni pezzi divenuti iconici. Sono mobili disegnati eprodotti tra gli anni trenta e quaranta che fanno quindi parte dell’archivio storico; negli anni settanta Renzo Mongiardino ha rielaborato e attualizzato i modelli. Ricordiamo che altri pezzi iconici sono osservabili nello showroom del gruppo Maramotti in corso Vittorio Emanuele con la curatela allestitiva dell’architetto Pacciani.

L'etichetta metallica sul midollino Vittorio Bonacina

L’etichetta metallica sul midollino Vittorio Bonacina

Possiamo immaginare quante teste creative abbiano condiviso momenti salienti e in quanti progetti siano stati coinvolti i maggiori designer del novecento: Ponti, Albini, Heig, Forges Davanzati, Gregotti, Sambonet, Travasa, solo per fare alcuni nomi. Dagli anni cinquanta la rivoluzione è partita sotto la guida di Vittorio con il design di Franco Albini e Franca Heig: la loro poltrona Margherita fu premiata con la medaglia d’oro alla IX Triennale. Il risultato importante fu solo l’inizio di un investimento nella creatività dei grandi progettisti, e che fu considerato esemplare della storia del design, così far entrare Bonacina come presenza fissa in diversi musei del calibro delMuseo del Design Triennale di Milano, Vitra Design Museum, M.O.M.A. di New York. Museum of Art Philadelphia e The Montreal Museum of Fine Arts.

Ben più moderne le lampade sempre in midollino progettate da Tomoko Mizo che illuminano le creazioni Anthozoa, che a sua volta ricambia illuminando con coralli, e altri preziosi riflessi le due sedute Valentin all’interno del punto vendita in via Malpighi.

Lampada Mod. Orbita- Vittorio Bonacina

Lampada Mod. Orbita- Vittorio Bonacina

 

Abbiamo notato come altri visitatori si siano accorti della speciale aura di questa esposizione, si ha come l’idea generale e istintiva di una omogeneità formale, anche se stiamo guardando manufatti appartenenti a discipline diverse. La risposta di tale sensazione risiede negli intenti comuni delle tre componenti, bene espressa nel titolo della mostra. Gli intrecci italiani con cui Marco Beretta, Bonacina e Annabella Beretta di Anthozoa tessono la propria poetica sono comuni: esprimono la sensibilità al contemporaneo pur nella dimensione del materiale e della sua lavorazione manuale antica, e sono fedeli e coerenti ad una tipologia di prodotto, o di soggetto. Lavorano tutti e tre con procedimenti artigianali e “raccolgono” la base materiale sulla quale si fonda il loro lavoro in estremo oriente.

Marco Beretta presenta la mostra “Spiritus”, nata da viaggi tra Birmania e Laos; come tutte le sue immagini realizzata con una macchina fotografica Hasselblad analogica. I suoi scatti richiedono molta pazienza e cura nell’immortalare da oltre vent’anni figure di monaci buddisti, ricerca il cui risultato è un’immagine che va aldilà delle mode e dell’aspetto estetico per concentrarsi sulle emozioni che suscitano.

MarcoBeretta, Spiritus

MarcoBeretta, Spiritus

Non si effettua postproduzione: anche se le figure appaiono sempre in movimento l’effetto non è costruito, perchè questo movimento rappresenta una parte del significato, come se si vedesse una metamorfosi del corpo in una trasfigurazione verso l’anima in ogni figura ritratta, e che richiama un atteggiamento contemplativo e mistico nell’osservatore .

Beretta si serve di uno stampatore come nel mondo prima del digitale perchè la sua sensibilità lo porta a dare molta attenzione al supporto cartaceo, alla sua resa a seconda della texture scelta.

Allo stesso modo l’attenzione di Vittorio Bonacina e della sua casa di produzione si concentra sul monomaterico, anche se sono aperte le porte ai giovani designer per trovare declinazioni nuove che non utlizzino esclusivamente il midollino.

Vista del Temporary-Showroom di via Melzo 3

Vista del Temporary-Showroom di via Melzo 3

Quello che viene denominato giunco ( o rattan in inglese), proveniente da India, Manau e e Manila contiene un midollo che si estrae per trafilatura per ottenere il midollino in diversi diametri. E’ talvolta erroneamente confuso con il vimini che è un materiale povero, mentre possiamo paragonare il midollino ad un legno pregiato come il noce. La sua lavorazione è esclusivamente artigianale, dalla piegatura con il calore alla sua tessitura. Il suo utilizzo è da considerarsi ecologico perchè ciò che viene tolto non è nemmeno l’1% di quello che la Natura è in grado di riprodurre nel sud-est asiatico dove queste piante crescono selvagge molto rapidamente; non esiste il rischio di deforestazine come può accadere per i legni raffinati.

Parliamo anche di procedimenti eco-friendly, attenzione verso la quale vorremmo sempre spendere due parole per il design meritevole: qui la colorazione la polvere di anilina penetra in maniera atossica nelle fibre grazie al peso dell’acqua.

Anthozoa-anello Long Ching

Anthozoa-anello Long Ching

 

Anche Annabella Beretta utilizza un approccio artigianale nella sua attività, nella sua pluriennale esperienza segue fin dal principio ogni fase di realizzazione del gioiello: la scelta delle gemme e la lavorazione, forgiatura e cesellatura, il design che molto spesso è personalizzato o “tailor made”.

Il nome della boutique Anthozoa deriva dal nome latino della famiglia dei coralli, materia con cui Annabella ha un legame affettivo legato alle origini e che ama molto per la sua valenza simbolica legata aIla Terra, nella sua appartenenza al regno animale, vegetale e minerale insieme.

Nelle sue collezioni il gioiello non ha soltanto valore estetico ma anche simbolico, derivato anche dallo studio delle pietre in India, Tibet e Cina.

Anthozoa, interno della boutique

Anthozoa, interno della boutique

Sono talismani di buona sorte montati in pietra o in nudo metallo hanno recano sempre all’interno una particolarità unica: che sia una scritta, un traforo o altro, indica l’importanza dell’anima interna delle forme, come nel caso delle effigi di monaci per il fotografo o della preziosa elasticità del midollino nei mobili.

Michela Ongaretti