Leonora Carrington sarà la scoperta più interessante dell’autunno di Palazzo Reale. Sono certamente in programma altre mostre degne di una visita ma la sua retrospettiva risulta straordinaria, oltre che per la qualità delle opere, per il fatto di rappresentare la prima presentazione al pubblico in Italia, dopo rare mostre viste in Europa.
Leonora Carrington è un’artista che ha attraversato il Novecento e le sue contraddizioni, tra avvenimenti tragici e collaborazioni con altri grandi autori, sviluppando uno stile personale ed influente sulle generazioni artistiche future. Consacrata come antesignana di tante visioni al femminile dalla Biennale del 2022 diretta da Cecilia Alemani, il titolo di una sua raccolta di racconti; Il Latte dei Sogni, è persino scelto come tema ispiratore e titolo dell’intera manifestazione.

Fino all’11 gennaio 2026 l’esposizione celebra l’artista come figura poliedrica, presentandola attraversando i molteplici linguaggi da lei sperimentati: pittura, scrittura, teatro e pensiero critico.
Dipinti e materiali d’archivio, come dipinti, fotografie, libri dalla sua biblioteca personale, scritti e documenti inediti, aprono le porte al suo universo visionario che intreccia mitologia, magia, spiritualità e occulto a racconto sull’identità, portando su temi oggi caldi come femminismo ed ecologia. In particolare i curatori Tere Arcq e Carlos Martín hanno voluto indagare il legame di Carrington con la storia dell’arte italiana, che a partire dal viaggio di formazione che portò la giovane inglese a scoprire l’arte rinascimentale a Firenze, spesso si combina nella sua composizione.

Ad emergere è la complessa e molteplice ispirazione delle sue radici culturali e dei confini che riesce ad infrangere nelle sue immagini, come ad esempio la costituzione di un nuovo linguaggio surrealista. Dopo infatti avere attraversato i primi anni all’interno del Movimento, i suoi interessi e il suo stile incontrano quello di Vemedios Varo e Kati Horna in Messico, dando all’arte surrealista un nuovo corso attraverso un’evoluzione femminista. Fu un’arte radicale e sovversiva, profondamente ispirata dall’alchimia, dai tarocchi e dall’astrologia.

Nell’inoltrarci nel percorso espositivo capiamo fin da subito l’autonomia della ricerca, di una grande artista che è riuscita a superare traumi e costrizioni grazie al coraggio della sua libera espressione. Tra le peripezie di una vita avventurosa l’immaginazione non ha mai smesso di nutrire la sua pittura, vero e proprio strumento di resilienza.
Il suo mondo misterioso è popolato da animali e creature fantastiche, paesaggi sfuggenti, rituali di oscure metamorfosi concertate da figure femminili. Osservare le sue immagini simboliche è perdersi nella ricchezza dei dettagli di visioni oniriche o del subconscio, che nascono dal forte interesse verso lo studio esoterico, dall’alchimia all’occulto.
Se ogni storia ha un’inizio e una fine, in quella raccontata dalla mostra i due momenti sono particolarmente rilevanti per comprenderne la complessità.

Quel che vediamo nelle prime sale è infatti frutto della suggestione innescata dai racconti della madre, della nonna e della tata irlandesi sul folklore e la mitologia celtica. Non a caso furono donne coloro che regalarono ad una bambina ribelle, destinata a un’educazione rigida e convenzionale come si conveniva nell’alta società inglese, una prima via di fuga, almeno nella fantasia.
Nelle ultime due sezioni l’artista esule, migrante in un Messico nel quale finalmente si sente libera di essere sé stessa, e di cui esplora fin da subito quella religione popolare che sfocia nella magia. Quel vibrante patrimonio simbolico che già portava al sincretismo di tradizioni cristiane e ancestrali cosmologie indigene entra nella pittura di Leonora Carrington per non lasciarla più. Così i capolavori realizzati in Messico integrano le storie immaginifiche delle origini artistiche a spiritualità (e spiritismo) nuovi, in un universo iconico che muove un nuovo sincretismo tra misticismo delle tradizioni pagane e cristiane, d’Europa e del Centro America: il viaggio di Carrington è stato geografico ma soprattutto iniziatico.

Avendo radici così personali, non si può comprendere l’arte di Leonora Carrington slegandola dagli avvenimenti della sua vita. Per questa ragione la mostra segue un filo cronologico fino alla stabilità famigliare trovata nella residenza messicana, per poi arrivare ad un taglio curatoriale più trasversale, su aspetti interpretativi delle sue tematiche in evoluzione.
A Palazzo Reale troviamo sei sezioni: nelle prime tre si avverte l’esistenza di una donna “fuori”contesto”, incompresa, emarginata, esiliata, sopravvissuta alla violenza psichiatrica e alla limitazione del proprio talento. Il Gran Tour dentro la vita inizia nel viaggio ”oltre a questo mondo” con la serie Sisters of the Moon, acquerelli dal raffinato gusto fantastico ispirati ai racconti tramandati nell’infanzia. Una cosmogonia alternativa dominata dal femminile in cui già si notano i profondi interessi di una vita: l’immaginazione narrativa, la sorellanza, l’invenzione di mitologie e un primo approccio esoterico tramite l’astrologia.

La seconda sezione richiama il soprannome che il compagno Max Ernst le diede nel prologo di un suo libro, la Sposa del Vento.
Il Surrealismo e l’appassionata relazione con Ernst dal 1936, a soli diciannove anni, la allontanarono finalmente dall’ambiente famigliare costrittivo. La portarono prima a Parigi, poi nel villaggio di S. Martin D’Ardèche, dove insieme crearono una casa intesa come luogo per l’opera d’arte totale che fondesse vita, pittura, scultura e letteratura. Purtroppo Ernst nel 1939 viene arrestato prima dal governo francese perché tedesco, poi dalla Gestapo in quanto esponente di “arte degenerata”. Leonora cerca sicurezza a Madrid ma qui, dopo una violenza subita e un esaurimento, viene forzatamente internata; riuscirà a fuggire ma l’esperienza estrema segna profondamente il suo lavoro che diventa più cupo ed ermetico, come testimonia la pittura e il testo sconvolgente “Giù in fondo”. Si rifugia prima a Lisbona per poi raggiungere New York con il diplomatico Leduc, che le aveva offerto un matrimonio di convenienza.

Peccato che in mostra non ci sia il ritratto di Max Ernst in veste di ibrido e sciamano: la presenza del cavallo bianco, alterego di Leonora Carrington in tutta l’opera, è rinchiuso in una lanterna sorretta dall’uomo, mentre alle spalle si nota un altro grande cavallo bloccato dal ghiaccio. Per quanto l’artista fosse contraria ad una spiegazione univoca dei suoi simboli è chiaro che nell’ambiente surrealista non si sentisse giustamente considerata come artista, che in certo senso si sentisse imprigionata in una condizione di musa o discepola. Di certo conosceva il valore totemico e di guida del cavallo nella stregoneria e nello sciamanesimo, incarnazione di libertà.
Finalmente viene accolta in Messico, dove divorzia da Leduc e trova una sua identità in una comunità eterogenea di artisti esuli dall’Europa in Guerra. Questa sezione si intitola Spaesamento, memoria delle origini, nostalgia delle sponde.

Nel 1946 si sposa con il fotografo ungherese Emerico “Chiki” Weisz, resteranno insieme per il resto della vita, in una relazione stretta ma che consentiva quel tipo di indipendenza ricercata con ardore da Leonora. L’arte accoglie queste esperienze, come quella della maternità, che infonde un grande slancio creativo. Ritornano però anche i ricordi dell’infanzia mediante visioni di fantasmi, accanto a scene pastorali e oniriche. In questa sezione si fa notare l’influenza della pittura italiana nell’uso della tempera all’uovo, dei supporti in tavola o masonite, nell’uso del formato orizzontale che accoglie paesaggi fantasiosi. Secondo i curatori queste opere assumono a tratti la forma di una serena ed enigmatica sacra conversazione, intrise di una malinconia attenuata, meno convulsa, introspettiva.”
La quarta parte dell’esposizione indaga Il Viaggio dell’Eroina, espressione desunta dagli studi di mitologia di Joseph Campbell, inventore della struttura narrativa del Viaggio dell’Eroe e ammiratore della Carrington.

Quel percorso verso il risveglio della coscienza, l’unico possibile quando la psiche si dissolve, si declina al feminile in questo caso. Secondo il figlio Gabriel l’artista era sempre alla ricerca di mappe interiori, di scintille di magia nel reale, pensando che il mondo razionale non potesse spiegare l’intera portata dell’esperienza umana. Queste mappe rappresentano punti salienti, per orientarsi nelle visioni: le tradizioni mistiche antiche e contemporanee. In questa fase figure mitologiche e storiche convivono nella suggestione dello studio di culture religiose come ebraismo, induismo e buddhismo tibetano, forse l’influenza più pervasiva nella produzione artistica per il profondo rispetto di ogni forma vitale, nella trasformazione spirituale. Fortunati i visitatori che in questa sezione vedranno la Dea scolpita in bronzo del 2008, uno degli ultimi lasciti artistici.

Incantesimi, sigilli, diagrammi, che possono giocosamente confondere l’osservatore di fronte a rituali magici, la sezione L’Oscurità Luminosa affascina e un pò spaventa, perchè si avverte l’aura di un potere che si riflette da porte socchiuse.
Queste opere non si possono spiegare, si possono solo sentire, come avrebbe voluto Leonora Carrington che invitava a non “intellettualizzare”. Sappiamo solo di non sapere, anche se alcuni elementi simbolici come uova e animali ci sono ormai familiari. L’occulto riscoperto dai Surrealisti innestando magia, tarocchi, alchimia, astrologia e spiritismo, con Carrington raggiunge un livello di complessità inedito; camminiamo in punta di piedi tra questi luoghi oscuri della conoscenza.

La mostra si chiude sulla Cucina Alchemica, nei diversi periodi di ricerca.
Trascendere il confine tra realtà e il “meraviglioso” è più coinvolgente, è più efficace, se si trovano dei complici, o meglio, delle complici. Elemento ricorrente nella pittura di Leonora Carrington è infatti la tavola su cui sono spesso donne a imbandire alimenti rituali, in cooperazione segreta, perché la magia era anche un modo di resistere all’autorità ( del padre, della Chiesa, dello Stato), fornendo linguaggio e logica personali, femminili e intrinsecamente non lineari. Era molto amata dall’artista l’attività culinaria, che a ben vedere a molto a che fare con l’alchimia; è sempre un atto di trasformazione della materia, e che faceva parte degli atti di cura identitari del femminile, per colei che vedeva il femminismo come la riappropriazione di antichi saperi.

In mostra si adotta l’espressione Cucina Alchemica da Susan Albert, intendendo la mescolanza di simboli arcani in uno spazio ideale di metamorfosi. Inoltre in Messico le rappresentazioni si arricchiscono di ingredienti locali, erbe e piante vendute al mercato di Sonora a Città del Messico, noto anche come Il Mercato delle Streghe, per gli incantesimi e le pozioni. Intorno alle sue tavole ora trova spazio una tipica cucina puebla ricca di indizi magici, insieme ai rituali celtici nei boschi in onore della Grande Dea.
Personalmente esco dalle sale con un senso di gioia e liberazione. La capacità di Leonora Carrington di fondere realtà e meraviglioso, attingendo a molteplici eredità e alle sue esperienze personali, da una necessità psichica individuale diventa un invito universale a sfidare la banalità delle aspettative quotidiane, a non aver paura della nostra immaginazione ma ad abbracciarla come un’alleata preziosa per la nostra identità creativa, sempre in evoluzione.
Michela Ongaretti

La mostra è stata realizzata da Comune di Milano – Cultura | Palazzo Reale | MondoMostre | Civita Mostre e Musei | Electa S.p.A. Per sapere di più su biglietti e prenotazioni https://www.palazzorealemilano.it/mostre/leonora-carrington
