Nicolò Tomaini continua a creare opposizione ad una presenza oscura, insinuata in ogni cosa. Ormai tutti lo sanno, è un processo irreversibile. La supremazia del digitale costruirà i nostri giorni. Se la pandemia mondiale ha accelerato di almeno dieci anni il processo, c’è stato chi da tempi meno consapevoli ha costruito la sua ricerca artistica sull’interferenza del black mirror.
Nicolò Tomaini dipinge le contraddizioni dei nostri tempi, materialistiche e virtuali al contempo.

Lo schermo del cellulare, con la sua estetica e con la sua usabilità è un filtro che intercorre anche nella fruizione dell’opera d’arte: dall’osservazione dei visitatori nei musei scatta la riflessione pittorica di Tomaini. Tra le persone e le opere c’è l’inquadratura di una foto che poi conta sia condivisa, mostrata sui social. Non è il contatto fisico e intellettivo ad avvicinare al capolavoro.
Così l’artista nei suoi Loading Portraits accosta due mondi e due visioni, enfatizzando l’ossimoro tra ritratti ottocenteschi recuperati e linguaggi digitali come l’icona del caricamento.

Che non si tratti si di un semplice espediente estetico ma un monito verso la direzione evanescente del virtuale lo dichiara la separazione geometricamente insanabile: da un lato una porzione di pittura celebrativa e tradizionale, vecchiotta ma schiettamente descrittiva, fatta di materia costruita dalle pennellate, dall’altro la sintetica impossibilità di compiutezza di senso, una visione di immediatezza inceppata. La visionarietà distopica non è tuttavia così disturbante; innesca un dubbio sull’identità umana di fronte al controllo, e alla manipolazione comunicativa della macchina, ma è un confronto ancora quasi sostenibile.

Seppure aliena dal giudizio definitivo e più invitante alla riflessione sull’uso della tecnologia, è incalzante l’ingerenza dell’intelligenza artificiale nell’evoluzione dell’opera di Tomaini.
Nella serie dei Silici (dal 2020), l’immagine umana, quella impersonificata dalla tradizione pittorica, perde sempre più terreno rispetto alla macchina. Lo strumento inizia ad insinuarsi nella raffigurazione, con il suo potere di diventare artefice del suo stesso creatore. I ruoli sono ribaltati con la progressiva supremazia dei codici sorgenti di programmazione, oltre la metà del dipinto prima dedicata solo alla figura. Il glitch, difetto di sistema non prevedibile dell’era elettronica, si sprigiona invadendo e frammentando con i suoi algoritmi l’immagine, lasciandola in una sospensione eterna che cristallizza l’attenzione sul processo.

Per le fonti ispirative di Nicolò Tomaini ricordo la mostra Tridente, che nel 2015 collegava l’eredità della Scuola di Piazza del Popolo ad alcune personalità artistiche giovani o più affermate.
L’artista si dichiara molto legato alla scuola romana, che nel testo di Duccio Trombadori introduce storicamente una vera e propria estetica dello schermo. Ma oltre a sentire il passaggio di testimone “tra il tubo catodico e lo smartphone, tra le tele emulsionate di Schifano, la sperimentazione di Tano Festa e Fabio Mauri”, leggiamo nei lavori di Tomaini la passione per Agnetti e Anselmo, per lo scivolamento concettuale della parola, il significato in lotta feroce col significante.

Il percorso di Nicolò Tomaini ha riempito le sale del Palazzo delle Paure di Lecco, in occasione della mostra a cura di Sabina Melesi e Filippo Mollea Ceirano.
Con Habeas Corpus: sommario di decomposizione, la quasi insostenibile leggerezza del digitale era invasiva nella pervasività dei diversi progetti artistici. In effetti è stata un’avventura inoltrarsi nelle numerose sale che hanno mostrato al pubblico i risultati della ricerca di Nicolo’ Tomaini dalle origini alla primavera del 2021. Una retrospettiva e un tributo della città di Lecco ad un’artista giovane, appena trentenne all’epoca della mostra, ma già con un curriculum denso e coerente.
Diciamo che in generale al Palazzo delle Paure hanno soggiornato lavori che esplorano l’inestinguibile, costante rapporto delle immagini con le nuove tecnologie, e le interazioni umane, fittizie, del web e in particolare dei social media; poco oltre la soglia della pandemia.

Dai dipinti più lontani nel tempo (2011), in cui i simboli di dittature storiche incorporano il logo di Facebook, all’Ultimo Accesso della lapide di un utente (2016), ancora presenti altre installazioni in cui il sapere preistorico, nella sineddoche delle pietre con tutto il loro portato fisico, è oggi imprigionato nella prigione di uno smartphone. Dai monocromo in cui il colore è solo l’icona di un programma grafico, ai Ritratti sotto forma di aforismi lasciati alla ricerca di Google, a quelli degli Amanti riconoscibili dalla cronologia delle chat. I classici della pittura sono riproposti sul supporto dei tablet oppure appaiono sfocati, nel tentativo di caricamento d’immagine, tra cornici barocche (dal 2018).

Oltre ai noti Ritratti interrotti nel caricamento (dal 2017) e ai Silici, di cui ho parlato sopra, incontravamo alcuni Black Mirror in veste antica (dunque umana fuori dal contingente, ergo universale), che non riflettono alcuna figura (2018-2019). Le 120 giornate di Sodoma sono quelle in cui un capolavoro arriva nel caratteristico cartone di Amazon (dal 2018), mentre la semplice visione di un paesaggio perde ogni bucolica contemplazione quando irrompono al centro dell’opera pubblicità di pessimo gusto (serie Petrolio, 2019). Qui il fastidio verso le imposte interazioni a livello comunicativo è pulsante.
Non uno scenario distopico ma lo svelamento di un presente in cui l’immagine non ha più nulla di sacro, dai tempi di Hegel le cose sono andate di male in peggio, e di trascendente. Rimanda solo a sé stessa secondo modelli stabiliti da un gusto sempre più medio, fatto di apparizioni in una patina di superficie, espresso in un linguaggio comune, facile.

Altro non è che un’illusione la rappresentazione che diamo di noi attraverso l’uso della tecnologia, e non bisogna essere personaggi pubblici per aderire a quella che pare imporsi come una necessaria finzione. Ragionando su questa condizione, triste come la definisce Filippo Mollea Ceriano, autore del testo critico della mostra La Grande Illusione (2024-2025), nasce un nuovo ciclo di opere pittoriche. Ciascuna è un Ritratto di Illusionista, in cui il volto serafico, dal retaggio borghese di un tardo Ottocento non ben identificato, è stravolto dalla intrusione di “un elemento scatenante tutt’altro che confortevole”. A questa presenza fa riferimento il titolo, non al soggetto umano.
La superficie, l’epidermide di quest’ultimo è divorata dall’interno da schede elettroniche che affiorano dal dipinto come generativi della figura, dominanti il suo senso.

Che siano i primi radar militari o schede più recenti di computer e televisori degli anni ‘90, è chiara la loro funzione di emblema delle neotecnologie che impongono subdolamente controllo sull’individuo, assuefatto all’ etica e all’estetica di mercificazione ( persino della propria immagine), puramente autoreferenziale. La serie si è ulteriormente arricchita dopo la ricca retrospettiva presso presso il Museo Civico Pinacoteca Crociani di Montepulciano, in collaborazione con Leo Galleries, così ho avuto la fortuna di osservare alcuni dettagli nella studio visit di quest’anno, prima dell’allestimento ad ArtVerona a cura di Galleria Melesi.
Nel Museo Toscano non solo dipinti: le installazioni altrettanto eloquenti si facevano notare.
Come nella scatola magica degli illusionisti presenta il corpo umano diviso in due tronconi, cosi’ nella parte superiore di una scultura emerge la testa in gesso da un antico busto di Seneca, modello di esercizio della mente in tempi più virtuosi. Invece in basso due piedi realistici in resina interpretano la pesante materialità del presente. La nostra epoca per Nicolò Tomaini vive della manipolazione dei corpi come delle menti e continua la sua azione, grazie ai sistemi delle tecnologie digitali, in una duplicità inquietante. Dominio della materia che nella leggerezza trova superficialità, ma soprattutto inconsistenza. I suoi ologrammi sono pura immagine, volatile ma mai libera, se si pensa che sia l’uccellino in volo che una più domestica gallina si accompagnano alle loro gabbie.

Se Nicolò Tomaini verrà ricordato dai posteri, ci credo ma non posseggo il dono della preveggenza, lo sarà anche in virtù delle sue burle create “ad arte”.
Certo non fini a loro stesse ma con l’intento sagace dell’aprire contraddizioni utili alla riflessione sull’agire contemporaneo. Nel 2024 alcuni giornali riportavano la scandalosa notizia di uno sfregio ad un capolavoro di Rembrandt. Sull’autoritratto passato in asta a 18 milioni di dollari Nicolò Tomaini avrebbe dipinto uno dei suoi caricamenti. In seguito l’opera si rivelerà una vera e propria operazione in più fasi. Dalla divulgazione di un fatto improbabile, lanciato nell’etere con enfasi emotiva, alla presentazione in pompa magna con tanto di mecenate esotico, fino alla smentita. Ultima soluzione d’immortalità, è stata “architettata per dimostrare quanto la falsificazione della realtà sia l’elemento portante sul quale si edifica il tessuto sociale contemporaneo”.

Lo storytelling vale più della realtà oggettiva, e la pittura dei nostri giorni è in un certo mondo superata dai nuovi media. Queste riflessioni portano alla Pesa Pubblica del Comune di Maleo, dove l’amplificazione di una metafora apre una ferita nel buon gusto.
L’Ospite è un’installazione sfrontata che non vuole piacere ma resistere. Che non si espone: si impone per tutto il mese di Novembre. Se oggi tutte le immagini, tutti i contenuti, si fingono altro, anche la pittura per rovescio si immedesima con l’oscenità per dichiarare il suo bisogno di verità. Ritrova la sua esistenza come forma primaria oltre la rappresentazione. Così la Pittura si traveste di traccia organica su una salvietta da bidet con le iniziali dell’artista, standosene in bella vista su un termosifone in vetrina. Come nella sua natura originaria: non decorativa ma scomoda, che (si) interroga tornando alla fisicità del corpo nell’era del digitale, a cui viene restituita la capacità di ferire, di infettare.

Ancora una volta l’arte di Nicolò Tomaini è un provocatorio invito ad una presa di coscienza: quella di trovarci nello spazio di uno scontro tra la vita e le regole della macchina, sempre gentile nel confondere ordine e necessità.
“Tutto, qui dentro, viene vissuto per finta”.
Michela Ongaretti
Per saperne di più sull’artista nicolotomaini.it
