Sara Lisanti presenta N-Uovo, performance andata in scena alla Fabbrica del Vapore, vincitrice della residenza artistica di Milano NAO Performing Festival. Quel che mi è rimasto in testa dal giorno dell’esibizione è il lirismo di una lunga ricerca a partire dalla semplicità emblematica dell’uovo, oggetto e concetto, da cui si costruisce un corollario simbolico attraverso un’unica figura. N-Uovo è una narrazione silenziosa di circa venti minuti che prevede versioni lievemente differenti nelle future repliche, in base allo spazio che l’accoglierà.
Fin dall’antichità l’osservazione di un uovo è immediato riconoscimento simbolico, perché a quella forma senza spigoli così presente nel quotidiano si attribuisce l’irriducibile forza dell’essere in divenire.

Un uovo contiene tutto quel che serve affinché possa generarsi una nuova vita e per questo praticamente è promessa di rigenerazione. In diverse culture esprime un significato cosmogonico profondo, come organismo che in sé racchiude l’essenza da cui si sviluppa il mondo: micro e macro sono racchiusi nell’Uovo Cosmico. Come simbolo fatto proprio dal cristianesimo e dalla sua arte richiama i concetti di fecondità e vita eterna, con tutta la costruzione iconologica della Pasqua, attingendo comunque a tradizioni precedenti. Parallelamente, nella Grande Opera Alchemica che consiste nella trasformazione della materia, da grezza in aurea, l’Uovo dei Filosofi è il custode e il nido di quel fruttuoso cambiamento.
Servirebbero pagine per descrivere la simbologia di questa forma perfetta nei millenni, ma non dimenticherei di ricordare il potere attribuito alla femminilità. Nei culti della Grande Madre, ad esempio dei templi megalitici a Malta, lo ritroviamo tra le anatomie tondeggianti degli apparati scultorei, come richiamo esplicito alla fertilità dell’ovulo. Oltre al retaggio esoterico che l’immagine dell’uovo evoca, il discorso performativo nasce però da riflessioni più personali, e si rivolge alla sensibilità dei nostri giorni. Da questa indagine sarebbe potuto sorgere uno spettacolo celebrativo, esteticamente coeso alla complessità e alla perfezione, forse persino al mistero, se non fosse che il lavoro di Sara Lisanti cresce nella messa in discussione di un’attitudine.

Ogni sua performance è cesellata di piccoli traumi per portare ad un rinnovamento di pensiero, ad una verità oltre la sofferenza dello stare al mondo.
In effetti non si ragiona mai su come un uovo sarà tanto biologicamente completo al suo interno, ma su come il suo guscio esterno non garantisca, da solo, una protezione da tutto ciò che gli sta intorno. Finché quella vita non si è completamente sviluppata resta un organismo fragile, vulnerabile al punto da perdere quel potenziale di crescita in un banale urto.
Per Sara Lisanti è soprattutto una condizione. L’interesse dell’artista performer si concentra sulla fragilità celata, in un certo senso protetta dal guscio, e soprattutto sulla similitudine con la natura umana. Vulnerabile sia dentro che fuori, anche il nostro corpo mortale può subire danni distruttivi, come un uovo siamo dotati di un involucro che riesce a proteggere le nostre cellule, e nel nostro caso ci sono altre preziose informazioni da tenere custodite, talvolta per restare celate. Siamo sempre più resistenti alle aggressioni esterne, sempre più duri fuori per proteggere la “vischiosità” della nostra psiche, tuttavia essa stessa soggetta a cambiamenti.

Le esperienze incontrate nel corso di una vita agiscono come il calore per tuorlo e albume: cuociono.
In senso biologico, la nostra mente così adattiva coesiste in un sistema di relazioni che ci trasforma, come aveva affermato ormai trent’anni fa Fritjof Capra ne La rete della vita (ma non sarà l’unico scienziato a parlare di interdipendenza tra sistemi). In senso simbolico, il focus d’interesse che anima l’arte in questione, è l’effetto di una dinamica di rapporti, effetto che non pervade l’immagine ma è da essa nascosto, fino ad un certo punto.
Se le uova sono diverse per dimensione e colorazioni, il loro aspetto è identico indipendentemente dalla loro consistenza interna. Da fuori tutto tace, come sul corpo umano: per comprendere i diversi tipi di cottura (leggi maturità), per capire persino se la sostanza psichica è ormai “marcia” bisogna guardare dentro. L’uovo viene dunque ripensato come metafora dell’uomo che vive, ama, cresce, patisce dentro ad una barriera che offre verità solo se lacerata. Il guscio e l’epidermide giocano un inganno protettivo, una strategia necessaria per essere accettati in una apparente aderenza ad un modello. “Fuori tutto tace, dentro tutto urla”.

Da queste riflessioni la performance N’Uovo si articola in un cammino sofferto, dove verità casualmente rivelate condizionano azioni e temporalità.
Accompagnando allo svolgimento la costante metafora dell’uovo come organismo umano fragile, Sara Lisanti alla Fabbrica del Vapore ha immaginato di seguire una direttrice immaginaria che rappresenti la progressione degli eventi nel corso di una vita. Inginocchiata a terra con il capo reclinato, davanti a lei un grande raccoglitore di uova da cui ne sceglie dieci, venti, trenta e li colloca sul suo corpo prima di alzarsi e partire per il suo viaggio performativo. La spinta a partire è irriducibile, andare lontano costi quel che costi, a prendere in dote nella propria evoluzione preziose cellule amiche.
Per quanto empatici non possiamo giudicare abbastanza solido il nucleo emotivo delle persone che ci stanno intorno, che in base al nostro procedere nel mondo possono rompersi, affinché noi possiamo evolverci. Un fatto di probabilità: più esperienze, maggiore conoscenza del mondo e più vittime; nel diminuire dei superstiti si facilita la loro conservazione, il loro prezioso attaccamento alla nostra storia come in scena al corpo dell’artista.

Dunque avanzare implica distruggere, sacrificare una parte della moltitudine di identità a noi compagne per mantenersi integri. Da questo “ equilibrio di sbilanciamenti” Sara Lisanti va incontro ad un N-uovo esistere.
Nella timeline immaginaria configurata dai diversi passaggi della performance, ogni pausa diventa attesa della prova futura, anche nell’elaborazione di un fallimento precedente. Così l’unico personaggio di un destino inafferrabile in una scena costruita dall’azzardo guarda indietro, si ferma per un lutto momentaneo. Danza sui cocci, impastando il peso della propria interiorità su altra materia vitale e ragionando sulla prossima mossa che si azionerà senza preavvisi, pur sempre in una lentezza rituale.
Con Sara Lisanti abbiamo a lungo parlato di come il progetto si è evoluto e di come potrà avere una scenografia, seppur scarna, con un’impostazione site specific a seconda di come il luogo offra spazio di avvicinamento al pubblico. Con funzione introduttiva l’entrata in scena potrebbe avvenire dall’alto tramite un trapezio aereo. Un’altra idea interessante è quella di frapporre tra palco e platea un semaforo stradale per generare suspence e aspettativa: se verde la performer procede, se giallo si ferma in attenzione meditativa, se rosso arresta la marcia o si sente richiamata a ritroso. In questo modo la dialettica tra la sfida della sorte, reazione o blocco risulterebbe scandita da molteplici chiamate emozionali.

Sui primi passi il momento decisivo è per me particolarmente toccante. Si parte dal gesto istintivo di rompere un uovo sul capo: sempre nella sorpresa di trovarlo fresco o sodo, è comunque un battesimo traumatico che richiede una compensazione affettiva. Ecco la performer piegarsi su sé stessa, curvarsi come la forma di un guscio, evocando la postura di una covata.
Uno sguardo al futuro altrove, oltre il pubblico, la sala, il tempo, presagisce un balzo in avanti?
Eppure sotto di sé rimangono quelle uova che come le parti più autentiche di noi, e più fragili, non possono essere dimenticate. D’ora in poi camminare sarà un’operazione ancor più delicata, con il suo carico di sentimenti da proteggere e nella previsione di dover rinunciare ad alcuni di essi. Sapremo nel corso della pièce che si salverà solo un uovo, mentre la scia degli altri segnerà letteralmente il percorso. Su quel cammino una danza al suolo imposterà l’epidermide di chi trattiene sempre più flebilmente il ricordo di incontri, destinati ad asciugarsi e scomparire, fino ad avvicinarsi a noi osservatori, il suo presente.

L’arrivo è segnalato da uno spillone infilzacarte. E sia, ciò che è stato protetto a discapito di tutto il resto non basta a cambiare il segno di un calvario: può infine essere trafitto, non rimanere l’ultimo superstite. In fondo, non è forse giusto consumare anche questa esperienza e, guardando alla storia di questo percorso, non sono stati vissuti completamente, nel profondo, proprio gli scambi più catastrofici? Quando si immagina la scoperta come motore tutto succede in un attimo, ma proprio in quel momento emerge, con la sensazione di subire un inganno, la maturità di quell’uovo, la sua cottura avanzata.
Tutto è già successo, come per le fatture incassate o per le comande già servite di un bistrot, il fermacarte chiude storie consumate, come quelle rapprese nell’albume ormai bianco.

Dopo poco non sorprende più la sua resistenza, è l’unico che il Tempo preserva perché già preparato a non disperdersi, mentre tutta l’attenzione a ciò che non poteva essere salvato ha condannato l’intero percorso vitale a fatica. La devozione è dramma, la protezione dolore, eppure se l’ostinato sacrificio di sé per portarsi in salvo accompagna uno shakespeariano tragic flaw, nell’anima indurita restano tracce di quella vischiosa sostanza chiamata energia. L’atto finale di assorbire in una siringa il tuorlo ancora morbido è un tentativo disperato di cura. Anche dalla perdita irreversibile, dalla tragica consapevolezza vivrà il N-Uovo.
Per conoscere altri lavori www.saralisanti.com
Michela Ongaretti
