T-Yong Chung 정득용 espone da Nuova Galleria Morone fino al 16 gennaio 2026. Nella mostra Due Convessi, a cura di Roberto Lacarbonara, si osserva su sculture opere ad inchiostro calcografico e pigmento su tessuto, un punto di contatto tra le dimensioni oggettiva e soggettiva. Sono in effetti due superfici convesse a materializzarsi e confrontarsi, “ l’occhio e il mondo”, attraverso un linguaggio delicato ed elegante.
Nelle sculture in cera e gesso l’artista interrompe la visione della figura per aprire un varco al vuoto portatore di nuovo senso, mentre nei lavori bidimensionali oggetti, appartenenti all’uomo da un lontanissimo passato, sovrappongono i loro colori in una composizione che compenetra immanenza e spazio potenziale.

Avevo già avuto modo di vedere dal vivo i mezzi busti di T-Yong Chung, alcuni anni fa presso la galleria Renata Fabbri (2019). Allora avevo soprattutto notato quelli realizzati in ceramica dalla patinatura sfumata; forse per via della loro installazione che comprendeva parti di basamenti rovesciati, come a suggerire un ritrovamento casuale, una scoperta archeologica.
Da Nuova Galleria Morone troviamo alcune declinazioni materiche, che nella sembianza cromatica assumono peculiari conseguenze simboliche.
Dalla vetrina si scorge l’esuberanza del colore turchese di due Veneri in cera, con interventi marmorizzati sulla superficie. Sono lavori che affondano nella ricerca pluriennale interessata alla rilettura della scultura classica, intesa come omaggio alle origini della nostra cultura. Per gli artisti orientali che scelgono l’Italia come paese d’adozione, forse noi contemporanei non ce ne rendiamo abbastanza conto, la tradizione figurativa greco-romana ha un peso identitario. E’ il modo in cui la nostra produzione di immagini affonda nella ricerca di armonia e nella rappresentazione che proietta una visione sulla realtà, come accade per la prospettiva rinascimentale. Certo i secoli sono passati ma rimane un’impronta culturale che per un talento può costituire un terreno su cui costruire.

Due Convessi sceglie un corpus di opere che bene evidenziano il percorso di ricerca di T-Yong Chung, nello stile e nella poetica, con una sorpresa, ponte verso un’interessante evoluzione.
Sulle sculture di volti a mezzo busto, lavori a cui si deve la notorietà dell’artista, convivono l’ispirazione al Classicismo, il gesto concettuale e la purezza del Minimalismo. Nella prima componente trova tutta la pienezza attribuita alla cultura occidentale, aiutata dalla densità connotante dei materiali che contengono e chiudono la forma. Attraverso un processo di studio e sperimentazione la scoperta di un atto che cancella una parte del volto ritratto, T-Yong Chung me ne ha parlato come una sorta di illuminazione dall’apparizione del vuoto, l’opera integra in un equilibrio formale compiuto l’essenzialità della cultura orientale.
Sebbene il taglio eseguito a mano e poi rifinito con cura sia netto, e il senso di sottrazione della figura evochi una presenza interrotta o una assenza, alla rappresentazione non manca nulla. Anzi, il gesto visibile si rivela generativo, come nella cristallina attitudine alla compenetrazione degli opposti del pensiero dell’estremo Est. Nel contatto tra un prima e un dopo si scorge uno spazio aperto ed anelante ad una nuova identità per la figura, caratterizzata da più di una prospettiva esistenziale.

Quelle sezioni, superfici lineari sui volumi, sono punti di aderenza, non di separazione, per lo sguardo.
In questo senso intendevo in sintesi il dualismo cooperante di oggettività, dato dall’effige ritratta, e di soggettività, portata alla ribalta dal deliberato intervento dell’artista. Ora vivono due anime in una sola immagine. Nella reciproca relazione si mette in discussione l’unicità del punto di vista, della sensibilità, dell’idea di realtà: avvicinandosi a ciò che è tramandato come bello, una sua rottura dischiude il mistero di un potenziale mutamento, di una vitale e mobile verità.
La lavorazione in cera dell’opera Traccia 21cs (2023) è coerente all’ispirazione al classicismo greco-romano ma la scelta del materiale rende più moderno, più quotidiano quel volto.

Guardando una scultura in cera per me è quasi automatico ripensare a Medardo Rosso che quasi scioglieva i profili umani, e anche qui, in minor misura, la geometria appare più morbida. Mi riferisco sia all’anatomia che al taglio: entrambe le componenti risultano meno contrastanti, meno evidenti anche a causa degli effetti sulla superficie. Come è giusto che sia, ciascun osservatore aggiunge all’intenzione autoriale una propria lettura; nel mio caso l’allontanamento da un modello desunto dalla Storia dell’Arte, anche solo nell’artificialità del colore, porta a valorizzare l’idea astratta di passato, e nel porla in continuità con il presente a fonderla in una ricerca assai personale.
Come se l’antichità fosse solo un pretesto per parlare di presenze che anelano a trasformarsi, forse a futuri esiti di compenetrazione di dimensioni visive per T-Yong Chung, nei quali il corto circuito con l’assenza non sia così determinante. Qualcosa che già succede nel suo universo bidimensionale.

Quando siamo di fronte alle sculture in gesso, ad esempio Contatto F2408, (2024), corredato dal disegno preparatorio a penna sulla parete accanto che riproduce le sembianza infantili di Augusto, la sensazione è quella di trovarci in un ambiente accademico.
E’ il potere evocativo del materiale che rimanda ad una gipsoteca. Come quella di Canova, un protagonista della Storia dell’Arte italiana ( e occidentale), di un periodo particolarmente fruttuoso di revival del classico, e di uno zeitgeist che cercava un ideale di bellezza guardando agli esempi del passato. L’aspettativa del candore riconduce a qualcosa di armonioso nella sua integrità e anche, secondo la mia sensibilità e di chi mi ha accompagnato nell’avventura tra i lavori di T-Yong Chung, privo di spigoli. Sarà per questa associazione che il taglio geometrico della testina appare simbolicamente eclatante. L’apertura all’estraneità della sottrazione più efficace.

Il gesto, che come scrive Lacarbonara, rivela il vuoto “depotenziando la singolarità dello sguardo”, fa esprimere all’unisono due visioni sul creare: l’eleganza decisa della cesura come generativa e peculiare della soggettività, insieme a quella che nei tanti recuperi del canone antico pretendeva oggettivizzazione di armonia, ovvero bellezza. Per fortuna l’influenza del lavoro di Canova e della scultura neoclassica nel contemporaneo, ha saputo superare l’apparenza di perfezione presentata nei libri. Anche se questa è un’altra storia, penso che una pagina di quell’eredità sia scritta indirettamente sui gessi di un talento coreano residente in Italia.

Alle pareti carte e tele trasparenti sulle quali quella reciprocità, quell’incontro di punti di vista viene interpretato da silhouette di oggetti del fare umano.
Sono intersezioni piane di forma e di colore realizzate mediante tecnica calcografica, nella quale le matrici sono costituite dalla riduzione di volumi tridimensionali a bidimensionali da T-Yong Chung, e poi ritagliate su plexiglass. L’artista sceglie esemplari di forme cave: che siano recipienti di epoca arcaica come anfore o vasi, accanto a contenitori contemporanei come le scatole in plastica per conservare alimenti. Anche qui il senso della libertà di una rinnovata visione avviene facendo incontrare epoche lontane attraverso un metodo personale che esplora e supera il reale trascendendolo in concettuale, in queste serie di lavori non determinato dall’assenza dichiarata dalla cesura d’immagine.

Qui il vuoto è insito nei soggetti, e quel vuoto è ciò che rende necessarie all’uomo la loro esistenza e la loro funzione. Il vuoto è ciò che costruisce una nuova visione di forme ibride, provenienti ancora e sempre più da due dimensioni lontane, temporali, spaziali, culturali, simboliche. Immaginiamo persino che alcuni reperti portassero unguenti per i morti mentre le nostre scatole portano cibo, sostentamento di vita.
Dall’incontro delle cavità, come vasi comunicanti, si genera uno spazio che include dentro e fuori, verificandosi l’ “osmosi percettiva” tramite profilo disegnato e battuta di stampa che mescola spesso colori complementari come il verde e il rosso. Fino a tradurre “il mondo in una immagine mentale”, verso il regno dell’incertezza fantasiosa della soggettività.
Lascio in finale la dolcezza del bianco.

In assenza di colore, in simbiosi con la carta, le calcografie a secco Contatto (vaccum) del 2018 lasciano parlare di incontro la texture del materiale che è supporto ed espressione, visione eterea e terrena. Facendo respirare maggiormente un gusto orientale per l’essenzialità. Con la stessa dolcezza un gesso dello stesso anno accoglie l’effigie di Kim Joo oo Kim, moglie di T-Yong Chung. E’ quella sorpresa di quando senti affrontare con semplicità discorsi senza tempo. Un passaggio più personale, senza mediazione dell’immagine riconoscibile dalla storia dell’arte per l’universalità del taglio che interrompe e genera, che socchiude soglie all’immaginazione.
Michela Ongaretti
Per maggiori informazioni sulla mostra nuovagalleriamorone.com/portfolio-item/due-convessi
