Monira Al Qadiri espone per la prima volta al Museo d’Arte di Göteborg con la sua acclamata personale Burning Desire.
Gli attori silenziosi sono monumentali molecole di petrolio, panoramiche suadenti e poetiche su raffinerie, strumenti per la trivellazione così estetizzanti da diventare sculture dal gusto un pò kitsch. La scena si muove tra storia e fantascienza fino alla visione distopica di un’era post-petrolifera.
A Göteborg ogni singola opera è narrazione di possibili connessioni, e di futuribili conseguenze costruite sullo sfondo di un patrimonio visivo, culturale, industriale riferibile alla regione del Golfo. Quello che davvero e nel profondo vuol dire l’artista è affidato ad una materia duale, dalla sottile ambiguità, che rincorre sculture, installazioni e opere video dedicate all’esplorazione del rapporto tra Umanità e Petrolio, dalla nostra dipendenza dal combustibile all’influenza che le nostre identità, culture e crisi climatica hanno sul suo immaginario.

Più nello specifico in mostra viene ritratto “il ruolo paradossale del petrolio nel nostro mondo, come simbolo sia di crescita economica che di distruzione ambientale”, afferma Johan Sjöström, curatore del Museo d’Arte di Göteborg e di Burning Desire.
A Göteborg sono esposti sette progetti artistici degli ultimi anni, con uno speciale focus sulla scultura. Dalle trivelle petrolifere dai colori vivaci della serie Spectrum 3 a molecole di petrolio in plastica di grandi dimensioni, fino alla raffinata esplorazione in vetro. Accanto a installazioni realizzate in poliestere e sapone, si può osservare per la prima volta in assoluto la nuova scultura gonfiabile in galun, un tessuto spalmato in PVC. Da notare come la base concettuale corrisponda a quella materiale: a formare il corpus espositivo sono tutte derivazioni chimiche dell’oro nero della nostra era.

Centro nevralgico del percorso, la videoinstallazione “Crude Eye”, che gioca al confine tra realtà e illusione.
Lo stupore architettonico si unisce ad un senso di timore verso l’idea di complessità tecnologica nella visione notturna di una raffineria, che si manifesta attraverso lenti movimenti di macchina. Creando una narrazione meditativa, aggiungo nostalgica dopo aver saputo che lo stabilimento richiama un ricordo d’infanzia in Kuwait, Monira Al Qadiri inganna il nostro occhio calato in un’atmosfera rarefatta, come davanti alla struttura di un monumento storico. Presto scopriamo che l’imponente raffineria è al contrario una miniatura, un plastico realizzato in studio. Forse la nostra vita è così legata al consumo di combustibili fossili da confondere l’apparizione fantasmatica con una rassicurante scena terrestre, la poesia del guardare con la convinzione di credere a ciò che è presentato come imprescindibile, come verità necessaria e per questo ideale?
Il talento di Monira Al Qadiri, molto atteso dal museo svedese, è stato riconosciuto negli ultimi anni anche grazie alla partecipazione a grandi esposizioni internazionali, ad esempio l’edizione della Biennale del 2022 Il latte dei sogni.

Nata nel 1983 in Senegal ha in seguito ha studiato per diversi anni in Giappone ed infine ha deciso di vivere e creare a Berlino. Se per scelte tematiche avviciniamo il suo lavoro d’artista all’origine familiare del Kuwait, lei ritiene che la diversità dei contesti culturali di cui ha fatto esperienza personale siano entrati in maniera importante nella sua ricerca. In questo modo sente il suo lavoro “come un gigantesco autoritratto. Molto autobiografico”.
Identità e patrimonio culturale convergono sull’attualità in modo visionario nella creazione di opere interessanti per l’esasperazione di concetti contrastanti che convivono in un unico universo poetico, con il valore aggiunto della comprensibilità che non limita la sua portata estetica. Sempre basandosi sull’osservazione di un ambiente reale, portatore di epifanie universali, dalla squisita vocazione interdisciplinare.

Nella serie di sculture Man Of War (2023) il vetro interpreta i corpi traslucidi dalla bellezza scintillante delle creature marine, chiamate in italiano Caravella Portoghese. Per Monira Al Qadiri l’interesse suscitato dalla trasparenza e dai colori, dal movimento fluttuante della luce ricreato sulla superficie scultorea, si accompagna ad un segreto mortale. In grado di sopravvivere unendosi ai propri simili, si parla in effetti di colonie di cnidari cooperativi, questi organismi potrebbero fornire un esempio di ideale interazione tra viventi e invece sono molto velenosi per l’essere umano. Non tutto ciò che è attraente è a nostro uso e consumo, anzi, il Mare si difende dalla nostra presenza.
Fragilità e permanenza delle creature sono incarnate perfettamente dal vetro: come la durezza del materiale comprende la possibilità di andare in frantumi, così il tocco alla pelle suadente di uno cnidario può avvelenare a morte.

Ogni progetto d’arte nello studio materiale e nello storytelling dietro all’immagine è per Al Qadiiri l’offerta di una visione dualistica, esistenziale ma soprattutto attuale, tra l’arroganza del controllo sul pianeta, in particolare con lo sfruttamento delle risorse come il petrolio per fornire crescita e benessere, e la sua sempre più evidente distruzione. Man of War tocca in questa mostra anche il tema del Mare, a volte intrecciato a quello del petrolio come nell’opera Gastromancer, che cito perché ha rappresentato la mia prima impressione sulla scultura dell’artista. Un esempio di mutazione per la sopravvivenza che riflette in un certo senso quella umana, presentata la prima volta nel 2023 al Kunsthaus Bregenz in Austria.
Ciò da cui siamo attratti può anche essere ciò che ci danneggia. Inganno e seduzione sono concetti focali, in tutta la produzione dell’artista, che emergono nelle opere colorate e dalle forme futuristiche di Burning Desire.

Molte delle sculture sono divertenti come giocattoli , quasi kitsch nella loro affascinante superficie cangiante, che nasconde, e rivela se pensiamo ai riflessi oleosi sull’acqua, soggetti portatori di oscurità. In effetti è ciò che l’estrazione del petrolio ci ha dato, l’illusione di comodità e benessere mentre inquina e distrugge. Eppure continuiamo a servircene e non sappiamo ancora come liberarcene. Il petrolio è ovunque: dalla sua lavorazione abbiamo oggetti di plastica, prodotti per la pulizia, persino abiti che indossiamo.
Gioiose e colorate sculture da parete. La serie Spectrum 3 propone la geometria delle trivelle in scala 1:1, giocando sulla presentazione a parete che le fa apparire innocue e decorative, e nella loro decontestualizzazione sembrano ad una prima impressione oggetti provenienti da un altro pianeta. Per Monira è stata lunghissima la ricerca sul loro design, sui modelli, sulla combinazione di forme, che l’ha portata in maniera quasi ossessiva alla creazione delle serie precedenti. Spectrum 3 è stata realizzata per il Museo d’Arte di Göteborg in plastica, sempre derivante dal petrolio, con il supporto di una stampante 3D, confermando la relazione ciclica mutuale tra materiale e concetto.

Ancora più divertenti e dal gusto più decisamente kitsch come i gonfiabili di un parco giochi, sono le molecole del Benzene Galleggiante ( Penthacene, 2025).
L’opera commissionata dal Museo fa parte di una serie di gonfiabili che raffigurano le molecole di sostanze petrolchimiche. E’ stata proprio la loro rappresentazione grafica fornita dalla scienza, un modello in teoria realistico, a divertire l’artista, che le immagina come delle mongolfiere al vento. Così qui si gioca tra la leggerezza dell’opera, la sua volatilità, e la pesantezza del soggetto: infatti il pentacene è una sostanza utilizzata anche nei semiconduttori, cruciali per tutte le tecnologie moderne e che rende dunque i paesi dipendenti dal suo approvvigionamento. In più il Benzene galleggiante è molto più grande delle sue dimensioni reali, per far riflettere sulla sua immensa influenza.

Osservando la scultura Miner (2022) penso ad ulteriori suggestioni. Stiamo sempre osservando un oggetto industriale trasformato in una forma poetica e misteriosa.
Ancora una volta decontestualizzata l’origine della forma, la curiosa struttura veste un elegante bianco perlato, pur non perdendo la sua terribile identità. La scala gigante amplifica l’attenzione al dettaglio, al meccanismo. Pensare all’ambiguità delle sembianze, tra l’organico e il meccanico, stimola l’abbandonarsi all’ipotesi del mutante. Indovinando la sua “genetica” immaginiamo che per arrivare a noi possa aver fatto un viaggio nel tempo.
“Penso sempre alle mie opere dalla prospettiva del futuro, che questi strumenti tra 200 anni saranno obsoleti o senza significato; le persone non sapranno più cosa sono e si inventeranno delle storie su di esse”.
Così se è la narrazione umana a plasmare persino il senso estetico di un artefatto, creato con oggetti odierni ma in espansione oltre il nostro tempo, Monira Al Qadiri non intende esprimere un giudizio su ciò che è giusto o sbagliato esista, ma apre le porte alla contraddizione tra consumo e desiderio.

Anche con la consapevolezza dei danni portati dall’era petrolifera, non fa un discorso politico, semmai intende creare bellezza con qualcosa che superi i nostri tempi, spesso disturbanti, difficili da vivere.
E’ un’arte che subisce senz’altro il fascino della fantascienza e dei cartoni animati, molto amati dalla tenera età per l’artista nata all’inizio degli anni Ottanta. Il suo mondo fantastico ricalca forse quel desiderio di fuga dalla realtà? Non proprio. Certamente le mutazioni che immaginiamo, i colori che cambiano in base alla luce, persino i materiali sintetici, ricordano quei contesti irrealistici, ma nascono dall’osservazione precisa di elementi assai concreti: naturali, artificiali, o figli del conflitto tra i due mondi. Un’artista genuina non definisce la sue ossessioni, le vive, non esclude possibilità, le introduce nella sua visione. Per questo Monira Al Qadiri non vede “limitazioni tra l’immaginazione e la vita vera”.
Burning Desire è visitabile fino al 9 novembre 2025 . Per maggiori informazioni goteborgs_konstmuseum
Michela Ongaretti
