Pink Motel mi aveva già colpito durante le sue prove generali, a cui ho avuto il privilegio di assistere in luglio. Pink Motel è sì uno spettacolo di danza contemporanea ma secondo il mio sguardo già preparato alle metamorfosi psicologiche di Paola Lattanzi, affidate al linguaggio del corpo, porta un’impronta drammaturgica più sviluppata, più coesa ai tempi scenici.
In effetti la scrittura coreografica è cresciuta condividendo passi e intervalli con Barbara Allegrezza, danzatrice promessa (mantenuta) dell’Accademia DanceHouse; così da incontrare due punti di vista, e di conseguenza partire già più orientata alla comprensione del pubblico.

Non che l’argomento non sia comunque introspettivo, dedicato alla trasformazione e alla crescita, ma vuoi per il dialogo tra due figure (due personaggi, due emotività), vuoi per il distribuirsi nella pièce di momenti fortemente differenziati, anche attraverso una scarna ma efficace scenografia, fin da quasi subito la danza genera un’aspettativa di tipo narrativo. Lo fa con i suoi strumenti, non ha bisogno di parole pronunciate ad alta voce o distorte, che in altri spettacoli compensano esattamente una mancanza di struttura. Qui tutto quello che serve scoprire è affidato alla forza, alla grazia o al dolore sul corpo in movimento di due donne, che il mio intuito porta a vedere come due facce della stessa persona.
Sbirciando alle spalle, ad un passato giovanile che il titolo Pink Motel riaccende su un gusto anni 90 , “la ricerca nasce da quella tensione interna che spinge a chiedersi cosa sarebbe potuto essere”. Domandarsi “Se invece… non riguarda il rimpianto ma possibilità non accaduta, ancora viva in un altrove. È l’eco delle scelte invisibili, quelle mai compiute, ma sempre presenti”.

Dopo la prima del 6 settembre a Forte Marghera, nel palinsesto del festival Venere in Teatro, Pink Motel è atteso al buio da un numeroso pubblico negli spazi milanesi di DANCEHAUSpiù, che l’ha prodotto.
Poi le luci si accendono, sono fredde, e tutto è silente. Due figure a terra faccia in giù, immobili e in parte ricoperte della sabbia scura da cui emergono. Sono appaiate, in posizione parallela, quasi identiche, si rialzano raggiungendo i lati opposti della scena. In questi istanti si sente l’incessante, sovrastante rumore del mare, eppure ogni elemento in scena indica radicamento al terreno. Dall’appoggio che nasconde bisogna pur alzarsi, anche se persino il distacco dagli elementi circostanti è già lotta. Dal nascondersi nelle singole certezze e poi correre allo scoperto segue l’inattività della prima donna, fissa su una sedia e dell’altra intenta a giocare con dei mattoni. Le loro identità sono nascoste dalla folta capigliatura sul viso.

L’evocazione della natura selvaggia è fondamentale, come pure la separazione delle danzatrici, perché fa crescere un senso di solitudine, di lontananza sconfinata, tra i soggetti e tra loro e noi. Nella stanza al Pink Motel quel suono non è reale, materializza un desiderio. Anelare ad uno spazio aperto quando ci si sente rinchiusi. Ma torna di colpo il silenzio: dopo l’evocazione l’azione di una scelta.
Dalla sedia, iconica visione del teatro e per questo fuori dalla realtà, alla scomoda ma non troppo coraggiosa posizione nella sabbia, con la quale si ingaggia però una violenta lite, fino all’incerta ricongiunzione. Un tocco sulla spalla: di chi esattamente continuiamo a dubitare.

Infatti quasi sempre è difficile scorgere il viso delle due danzatrici, ed è facile confonderle. Resta la domanda: sono la stessa persona, in giovinezza e nell’età matura, o forse sono semplicemente due donne legate indissolubilmente, che esplorano il loro rapporto? Una piccola collaborazione, un mattoncino passato all’Altra per essere appoggiato a una sorta di totem non basta, sono ancora divise fisicamente e nelle intenzioni. Ma la voce profonda di un canto tribale guida verso l’astrazione del Tempo e la dimensione interiore rappresentata da entità contrastanti eppure unite. Costruire, distruggere, confondersi. Alla scoperta l’una dell’altra, offrono un conflitto di passi splendidamente speculari nella rabbia, ricostruendo identità come materia instabile, “una serie di revisioni, di montaggi e smontaggi, sempre in tensione tra ciò che è stato e ciò che poteva essere”.

Finora sono due le materie germinative, la terra e i mattoni. Per crescere ribellandosi alla propria natura e creare pareti difensive, totem di facce dai sentimenti delle intenzioni rinnegate e che fanno ancora capolino.
Quando la conoscenza del sé ha assimilato le diverse pulsioni ad una logica di sviluppo, e di pacifica convivenza, le due metà cooperanti decidono di fare i conti con la più controversa delle attrici identitarie: la Femminilità. Insieme quasi con orgoglio le ballerine scostano un telo nero per rivelare alla platea una fila colorata di scarpe dai tacchi alti e altissimi su cui le protagoniste innalzano gli sforzi di essere al mondo, con curiosità affascinata per gli oggetti, ma più spesso perdendo l’equilibrio. Talvolta una trova aiuto nell’altra e talvolta l’accompagnamento nella caduta. Le stesse scarpe che sorreggono sono scaraventate sul totem, facendomi sobbalzare: la guerra per la consapevolezza non è finita.

Al Pink Motel lo scontro è furente, ma più di ogni cosa complesso: da un nuovo atto di rottura, un nuovo “e se invece” verso un’ulteriore ri-generazione. ”Non per fuggire dalla realtà, ma per disarticolarla, decostruirla, renderla di nuovo porosa”.
Così nel corpo a corpo i movimenti si fanno ora lenti ora ritmati, quasi un combattimento di danza per sopravvivere all’Altra, con scivolamenti e placcaggi, poi si smussano incoerentemente in un’atto di cura disfunzionale. Come non è sensato che una parte di noi sostenga qualcosa che non ci appartiene più, così non riesce una danzatrice a tenere in equilibrio sul corpo dell’Altra tanti mattoni, anche con l’uso abbondante del gesso usato dai circensi.

Scivola la metafora e la possibilità di una facile resa, fino alla morsa che si arrende all’abbraccio. Nel percorso a tappe di quella che ho chiamato esplorazione psichica, dalla stanza del Pink Motel un bagliore rosa come certi neon risveglia la coscienza di quanto sia complicato crescere, per tutte le età della vita, sviluppare empatia verso tutto ciò che poteva essere, quel che non è stato e quel che è, anche alla luce della propria femminilità. Incompresa dalla società e persino da noi stesse. Lo spettacolo a mio parere suggerisce anche la difficile relazione tra donne che cercano una propria posizione nel mondo, anche quando sono fiori dello stesso giardino. E come è spesso inadeguata la narrazione presente, che le vuole nemiche o amiche senza crepe.
Circa la costruzione dell’identità, Pink Motel mette in scena attimi in cui capiamo di esistere grazie a diversi frammenti della nostra storia umana; “il nome dell’uomo è legione” come scriveva Uspenskij. Ma per quanto contempliamo il passato o immaginiamo il futuro, possiamo solo evolvere in un presente in pace con il fantasma delle scelte invisibili.

Pink Motel è il primo appuntamento della stagione di danza EXISTER 2025. Qui il programma www.exister.it
Michela Ongaretti
