La tavolozza di Matilde Dolcetti, restauratrice

La memoria dei materiali. Visita allo studio di Matilde Dolcetti, restauratrice a Milano

La memoria dei materiali. Visita allo studio di Matilde Dolcetti, restauratrice a Milano

La tavolozza di Matilde Dolcetti, restauratrice

La tavolozza di Matilde Dolcetti, restauratrice

 

I protagonisti dell’Arte non sono solo i suoi creatori, ma anche coloro che si prendono cura delle opere per permettere alle generazioni future di poterle vedere e capire.

Se per la comprensione del valore estetico (forse) c’è ancora bisogno di persone capaci di trasmettere un contenuto profondo, come idealmente i critici e gli storici dell’arte, è essenziale che le opere stesse si possano conservare e leggere. Questo è ovvio per le opere antiche, ma lo è un pò meno per quelle contemporanee, da quando non sono costituite di sola pittura ma di materiali più svariati, spesso di assai facile deperibilità.

 

Il tavolo da lavoro nello studio di Matilde Dolcetti

Il tavolo da lavoro nello studio di Matilde Dolcetti

 

Per questo ho voluto incontrare la restauratrice Matilde Dolcetti, un leader del settore, esperta e conoscitrice della materia di cui è fatta l’Arte.

Sono andata a trovarla nel suo laboratorio, in un pomeriggio milanese d’inizio autunno.
Mi accoglie con la sua personalità croccante, con l’entusiasmo di chi non si accontenta delle sua esperienza ma cerca costantemente l’aggiornamento e il confronto curioso con i professionisti internazionali.

Il suo intervento è stato richiesto per opere di grandi protagonisti del novecento come Adami, Agnetti, Capogrossi, Piacentino, Man Ray, Albertini, Hsiao Chin, Alys, Fontana, Angeli, Arienti, Picabia, Balla, Baj, Biasi, Funi, Boccioni, Bonalumi, Calderara, Carrà, De Chirico, Dova senza esaurire l’elenco.

 

Tra gli strumenti un metro gadget di Gio Marconi

Tra gli strumenti un metro, gadget di Gio Marconi


Inizio con una domanda all’apparenza banale, ben sapendo che non esistono domande banali se le risposte sono accurate.

Matilde qual è il suo lavoro?

Fino a poco più di dieci anni fa mi definitivo restauratrice di dipinti, ora mi occupo anche di opere moderne e contemporanee lavorando spesso sul tridimensionale, sculture o installazioni, collage, materiali non tipici della pittura. Questa scelta ha cambiato radicalmente il mio modo di operare perché l’intervento su opere contemporanee obbliga il restauratore a stimoli continuamente nuovi, a incontri con gli artisti per seguire la costruzione del loro processo creativo, conoscere quelle tecniche esecutive che prima, trattando solo pittura antica, non erano così frequenti.

 

La restauratrice ci mostra la stravaganza iconografica di un dipinto

La restauratrice ci mostra la stravaganza iconografica di un dipinto

 

E’ necessario conoscere nello specifico il comportamento nel tempo di questi materiali “sperimentali”? Sono molto diversi tra loro…immagino sarà coadiuvata da molte personalità del settore.

E’ fondamentale la conoscenza intrinseca di ogni materiale su cui si va ad operare, una continua e costante formazione, seguire corsi di aggiornamento e studiare le pubblicazioni dei colleghi. Ad esempio, un paio di anni fa, ad un corso sul restauro e la conservazione della plastica all’Università di Amsterdam, ho appreso come comportarmi in presenza di questo materiale, per sapere come trattarlo e conservarlo nel futuro. Però di fronte ad un progetto concreto, e nelle fasi di intervento, bisogna consapevolmente avvalersi di colleghi specializzati nei materiali specifici e lavorare in equipe. E’ necessario capire che non si può pretendere di essere poliedrici nel nostro campo.

 

Gli strumenti del mestiere

Gli strumenti del mestiere

 

Non è ovvio domandarsi chi sono oggi i suoi clienti. L’Italia con i suoi collezionisti è una presenza forte?

Si, la maggior parte dei collezionisti privati che si rivolgono a me sono italiani, e si avvalgono del mio lavoro alcune importanti fondazioni milanesi.
I primi comprano spesso come forma di investimento diversificata. A volte si affidano ad un art dealer che acquista e rivende per loro e le opere vengono direttamente messe in un deposito senza essere nemmeno tolte dalla cassa in attesa che il loro valore salga. Altri collezionisti usano ruotare le opere all’interno della casa esponendone di diverse ogni tre mesi, amano le opere tridimensionali e di grandi dimensioni. Questi clienti sanno come è necessario conservarle correttamente e spesso il mio intervento si limita al controllo dello stato, ogni volta che escono e rientrano nei depositi.
Lo stesso tipo di intervento riguarda le Fondazioni: il vantaggio è che queste hanno un conservatore fisso che si cura della tutela dei loro beni, ma essendo aperte al pubblico subiscono spesso la curiosità e la voglia istintiva di toccare dei visitatori con conseguenti danni.

 

Un ricordo delle commissioni per la Fondazione Prada

Un ricordo delle commissioni per la Fondazione Prada

 

L’acquisizione dei clienti nel restauro si basa sul passaparola. Un po’ come si cerca un buon medico: non si va su internet e spesso quando si trova un bravo restauratore si diventa un po’ gelosi e si è restii a dare il suo nome, per poter tenere il professionista libero per un futuro incarico.
A Milano i restauratori con una certa esperienza che si occupano di interventi sul moderno e contemporaneo sono ancora pochi, si contano sulle dita d’una mano.

 

Il restauro è anche fotografico presso lo studio Dolcetti

Il restauro è anche fotografico presso lo Studio Dolcetti

 

Leggo nella sua biografia che si è formata con Edo Masini, docente di restauro di dipinti presso l’Opificio delle Pietre Dure, e di aver in seguito collaborato a lungo con lo studio Pinin Brambilla di Milano. Quali sono secondo lei oggi gli enti accreditati di maggior valore per la formazione di un restauratore, le realtà che si muovono attivamente nella ricerca scientifica?

Due capisaldi per la formazione sono sempre l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e L’Istituto Centrale del Restauro a Roma, sul Moderno e  Contemporaneo oggi sta sviluppandosi sempre più la Scuola della Venaria Reale di Torino.
Non si può pensare di parlare di restauro del moderno e del contemporaneo se prima non si ha ricevuto una formazione solida sul restauro in tutti i suoi processi. Poi ci si specializza, ma prima bisogna affrontare tutto il discorso tradizionale.
Inoltre è fondamentale far seguire al ciclo di studi un periodo di formazione ed esperienza di alcuni anni presso degli studi di restauro per l’applicazione di ciò che si è appreso, continuo a sconsigliare di aprire subito uno studio dopo il diploma.

 

Precisione scientifica

Precisione scientifica

 

Lei è originaria di Venezia, cosa mi può dire delle differenze, se ve ne sono, tra la pratica del restauro a Milano e in altre città?

Non lavoro a Venezia da moltissimi anni per cui non posso fare un confronto, ricordo un antico mondo fatto di botteghe e pratica artigianale, nel bene e nel male. Posso però  elencare i vantaggi di fare un lavoro come il mio a Milano, come la possibilità di frequentare numerose gallerie e di conseguenza i loro artisti e collaborare con loro. Ci sono le grandi case d’aste i cui possibili acquirenti chiedono al restauratore una consulenza sull’opera che vorrebbero battere in asta, c’è movimento nelle collezioni. Inoltre c’è forse più facilità per noi operatori nel reperire i materiali, e credo  ci sia lavoro per tutti. Almeno per il momento.

 

Memorabilia della restauratrice

Memorabilia della restauratrice

 

Non ha mai pensato di fare didattica?

E’ una questione di scelte, credo che l’insegnamento e le pubblicazioni richiedano molto tempo tale da toglierne al laboratorio, e di impostare il lavoro in maniera diversa. Alcuni colleghi lo fanno abitualmente ma a quel punto l’attività diventa un’impresa con delega obbligatoria a collaboratori per gli interventi sulle opere. Io preferisco continuare a lavorare sul campo, essere io responsabile di quello che esce dal mio laboratorio e dedicarmi alla formazione personale. Ad esempio il prossimo seminario tratterà il restauro e la ricostruzione digitale 3D e sarà organizzato dal centro di studi CESMAR7.

 

Particolare del laboratorio

Particolare del laboratorio

 

A quali problematiche va incontro più spesso un’opera d’arte contemporanea?

I materiali costitutivi sono il problema maggiore , si pensi alle opere di Gilardi in gommapiuma o al polistirolo di Colombo , materiali non testati nel tempo e molto fragili che andrebbero esposti con parametri rigidissimi di temperatura luce e umidità. Spesso è la movimentazione che rovina le opere : trasporti fatti con personale non specializzato oppure la manutenzione errata o la sottovalutazione dell’opera stessa spesso viene affidata alle cure del personale di servizio in casa, non preparato a trattare con manufatti artistici.
Oppure ci si mette il caso..(mi mostra un’’opera di
Francesco Vezzoli che ha subito un allagamento).
Spesso le soluzioni per intervenire le troviamo in campi che esulano dal nostro: ad esempio mi fu sottoposto un danno su un’installazione costituita da vecchio cuoio che era stata vandalizzata con una penna a sfera verde che non era possibile asportare in alcun modo.La soluzione la trovai da un dermatologo che la asportò con la macchina usata per eliminare i tatuaggi: questo dimostra l’importanza di una mente aperta, inventiva, e la comparazione con materiali simili.

 

Filtri di prova per la pulitura

Filtri di prova per la pulitura

 

Si confronta con gli artisti sui criteri nella scelta di un intervento?

Se si tratta di artisti viventi cerco di consultarmi con loro per conoscere il loro modus operandi, la tecnica ed i materiali impiegati. Ad esempio anni fa mi successe di dover contattare Emilio Tadini per un’opera che aveva dei sollevamenti di colore ed era molto difficile da fissare; quando al telefono gli chiesi che smalto avesse usato lui quasi vergognandosi mi disse che era vernice da carrozziere, e aggiunse che l’aveva utilizzata solo per un breve periodo. Si scusò mille volte per la fatica che stava facendomi fare!

 

La cartella colori autoprodotti

La cartella colori autoprodotti

 

 

ln ogni caso la loro consulenza e approvazione è fondamentale perché il rischio di un’operazione arbitraria anche minima è che l’opera venga disconosciuta, lo stesso vale per gli artisti scomparsi ma che hanno una loro Fondazione di riferimento : è importante rivolgersi a loro prima di progettare qualsiasi operazione e concordare con loro come agire. Ad entrambi i soggetti chiediamo anche quali sono stati gli interventi effettuati in precedenza. Sono ancora pochi gli artisti che si interessano di scegliere materiali che durino nel tempo, ma alcuni sono molto collaborativi e rendono meno difficoltoso il lavoro, soprattutto se stranieri. Ad esempio l’artista americano Gober è estremamente generoso e pignolissimo nel descrivere ogni materiale utilizzato e nel fornire le istruzioni per l’installazione.

 

Particolare di uno splendido dipinto in restauro presso lo studio

Particolare di uno splendido dipinto in restauro presso lo studio

 

Cosa è cambiato nel restauro, parlando solo degli ultimi vent’anni?

Moltissime cose, a parte corsi di aggiornamento allora rarissimi, i metodi erano piuttosto invasivi. Ora la ricerca continua si rivolge a materiali meno aggressivi, le puliture si fanno ad hoc per ogni opera tenendo conto del ph e della conducibilità della materia da trattare, usando pochissimi solventi scegliendo piuttosto tensioattivi o chelanti o morbidi gel che non penetrano negli strati pittorici. Le vernici e i colori sono autoprodotti negli studi di restauro sempre a seconda della materia da ritoccare.
In effetti a colpirmi è la tavolozza dei colori di Matilde e la  pulizia e l’ordine del laboratorio, che mi dimostra quanto mi dice sull’importanza di operare in sicurezza sulle opere e sulle formule chimiche

Mi spiega che oggi il lavoro è più lungo ma si rispetta al massimo l’originalità dell’opera.

 

Particolare di un dipinto bisognoso di restauro

Particolare di un dipinto bisognoso di restauro

 

Fino a che punto vale la pena di intervenire?

Appartengo al filone del “minimo intervento” : ogni volta che un’opera entra nello studio di un restauratore subisce un’invasione anche se a fin di bene. Lo stesso spostamento dal luogo di installazione abituale al laboratorio è un piccolo trauma. Bisogna cercare di agire intervenendo solo e unicamente per risolvere l’eventuale problema, educare il proprietario che suggerisce interventi non necessari : verniciature per rendere il colore più brillante, puliture superflue, reintelaiature in presenza di piccole lacerazioni risolvibili con una sutura localizzata.
Ci sono poi casi dolorosi in cui
“l’accanimento terapeutico” è inutile e costosissimo per un cliente ad esempio in presenza di massicci attacchi di muffa uno dei peggiori nemici delle opere : la muffa aggredisce e divora inesorabilmente e se si arriva troppo tardi nulla si può fare se non rinunciare all’opera . C’è chi decide di ridipingere totalmente ( in alcuni casi in America ridipingono totalmente le opere degli anni 50  esposte all’aperto ) o sostituire dei pezzi con materiali totalmente nuovi invece di cercare di restaurarli : più velocità e meno fatica ma a quel punto l’opera è stata fatta dall’artista o dal restauratore o a quattro mani? E in che epoca ? oggi o ieri?

 

Craquelure in evidenza su un dipinto in fase di restauro da Matilde Dolcetti

Craquelure in evidenza su un dipinto in fase di restauro da Matilde Dolcetti

 

Matilde riflette su come la deformazione professionale la porti istintivamente ad osservare l’opera esposta dal punto di vista scientifico e materiale e avvicinarsi fisicamente ad essa, quando vede in seguito la stessa opera in una mostra le pare di guardarla per la prima volta, godendone come un qualsiasi spettatore amante dell’arte.

E’ molto interessante come la visione della restauratrice dimostri che la conoscenza è spesso una questione di approccio, di come la fruizione mostri l’opera d’arte vicinissima all’essere umano, come chi l’ha generata la sua comprensione è sempre condizionata al contesto.

 

Un angolo dello studio Dolcetti

Un angolo dello studio Dolcetti

 

Termino questo viaggio nel restauro con la curiosità di un’area inesplorata.
Matilde mi parla spontaneamente del suo interesse verso la Street Art, o meglio dei murales, che la critica acclama da tempo come opere degne di interventi per la loro conservazione. La restauratrice ha trovato nell’Università di Atene contatti con professori universitari che si stanno dedicando allo studio e alla conservazione dei murales e sta progettando una collaborazione con loro. Il murale viene costruito secondo la filosofia della sovrapposizione
e il compito delicato, e interessante socialmente, è proprio quello di capire e decidere cosa e come vada mantenuto.

In Italia non è ancora così diffusa la cultura tutelativa della pittura di strada, se si pensa che Philadelphia, dove esistono più di duemila murales, utilizza l’1% delle tasse per sostenere gli artisti e la ricerca per la conservazione di tali opere. Nei progetti di Matilde Dolcetti c’è lo studio della struttura chimico-fisica dei murales e la sua evoluzione negli anni per restauro e conservazione  adeguati.

Michela Ongaretti

Foto di Giovanni Manzoni Piazzalunga

Quaderni-Milanesi-di-Guido-Buganza-presso-la-galleria-Gli-Eroici-Furori

Michela Ongaretti incontra Guido Buganza agli Eroici Furori

Galleria Gli Eroici FuroriGalleria Gli Eroici Furori- Guido Buganza – Quaderni Milanesi

Guido Buganza Quaderni Milanesi alla Galleria Gli Eroici Furori a cura di Silvia Agliotti e patrocinata dal FAI (Fondo Ambiente Italiano).

Sabato pomeriggio sono stata a Gli Eroici Furori Arte Contemporanea  dove ho avuto modo di parlare con l’artista, prima che arrivassero numerosi visitatori a rivolgergli domande in occasione dell’apertura straordinaria per le giornate di Primavera del Fai.

Guido BuganzaGuido Buganza, La Stanza Blu

Durante il week end era possibile visitare beni non sempre aperti al pubblico come l’Albergo Diurno Venezia, luogo sotterraneo di grande fascino, e un tempo di grande utilità pubblica in città, legato alla mostra perché l’artista ha realizzato dipinti raffiguranti alcuni arredi ancora presenti presso l’Albergo dopo il restauro.

La gallerista e curatrice della mostra Silvia Agliotti ha associato il nome di Guido Buganza a quello del FAI,con una mossa intelligente e che ha dato buoni frutti in termini qualitativi e di risposta del pubblico. La delegazione FAI di Milano ha dato infatti il patrocinio all’esposizione e parte del ricavato delle opere vendute sarà devoluto a sostegno dei progetti di valorizzazione del Diurno Venezia e del patrimonio culturale d’Italia. Se quindi non lo avete ancora fatto consiglio vivamente la visita in via Melzo fino al 25 marzo.

Guido BuganzaGuido Buganza, Poltrona da Barbiere al Diurno

Guido Buganza ritrae un luogo attraverso i suoi particolari, la suapittura ad olio si sofferma su ciò che resta degli arredi dell’Albergo diurno destinato nei tempi andati a ristorarecon un bagno, una rasatura o una pedicure le membra stanche di cittadini o più spesso viaggiatori in transito a Milano, dove la toilette era un servizio pubblico inserito in un contesto elegante, progettato da un architetto di fama comePiero Portaluppi, lo stesso che ha realizzato la modernissima e lussuosavilla Necchi Campiglio, ora un vero e proprio museo, nell’area di Porta Venezia come il Diurno e come questo custodito, mantenuto e valorizzato dal FAI.

Mi domando se i suoi avventori si rendessero conto di stare all’interno di un gioiello architettonico dell’epoca, splendido esempio di Art Déco costruito tra il 1923 e il 1925 e raro esempio nel suo genere. Non sembra essere quello dello stile dell’edificio l’obiettivo dei “ritratti” di Buganza intento a ricercare piuttosto con le sue prospettive spiate, gli angoli nascosti e le sedie vuote il genius loci ancora vivente laggiù, sotto a Piazza Oberdan.

E lo spirito del luogo, fatto di intrecci di storie frammentarie, di presenze bisognose di una pausa dal trambusto della quotidianità o del viaggio aleggia sulle sedie del barbiere, sulle piastrelle, nelle tubature umide. Proprio di questaassenza/presenza umana mi ha parlato Buganza ragionando sullo stile di oggi e sul suo lavoro come scenografo di ieri.

Aveva iniziato come artista su tela, poi il diploma in Scenografia all’accademia di Brera lo porta dentro il mondo del teatro che lo impegna in moltissime realizzazioni per una carriera intensa di cui festeggia venticinque anni, e riapproda da pochi anni all’esclusiva dedizione di quello che definisce il grande amore che lo richiama a sé, la pittura.

Quaderni Milanesi Quaderni Milanesi di Guido Buganza, particolare di un dipinto

I soggetti che vediamo in mostra sono una logica conseguenza di questa scelta, quella del passaggio dalla scenografia alla disciplina che mi dice di farlo sentire “demiurgo di me stesso”,frutto di una riappropriazione di un linguaggio indipendente dalla visione scenica. Alcuni anni fa i suoi dipinti rappresentavano unicamente la figura umana, spesso attraverso particolari o ripresa da molto vicino: mi spiega che era come se volesse contrastare uno spaziointerpretato e vissuto come quello scenico, attorno a questi corpi. Come se temesse di affrontare un ambiente attorno alla figura in quanto non ancora emancipato ed evoluto dalla disciplina che lo ha impegnato per gran parte della sua esistenza. L’evoluzione era in corso, e risultati di questa ricerca costante li vediamo ne “I quaderni milanesicon la restituzione agli occhi di questo spazio attorno alla presenza umana, definita nella sua assenza, mediante gli oggetti per lei costruiti.

Non poteva essere diversamente per i lavori sull’Albergo Diurno, dovel’immaginario dell’osservatore si sviluppa su ciò che si avverte e non si vede, dove lo stato di conservazione di oggetti nel loro abbandono lascia intuire la precisa e frequente funzione del loro uso originario , dove il silenzioso e riflessivo fissarsi dell’immagine richiama i suoni dell’ attività quotidiana. Sono frammenti di un declino che richiama in vita una storia, molte storie, che ripopola di persone attraverso la visione degli strumenti di cui si servivano.

Scorrendo la sua biografia rimango colpita da due nomi tra i numerosi, come i premi nobel Dario Fo ed Harold Pinter per il teatro, due personaggi nel mondo della cultura che sono anche tappe della mia storia formativa e professionale.

Abergo Diurno VeneziaUn interno dell’ Abergo Diurno Venezia dipinto da Guido Buganza

Il primo è quello diEmilio Tadini, figura senza la quale questo articolo non potrebbe essere letto perché non esisterebbe ilmagazine creato dal figlioFrancesco Tadini – Milano Arte Expo – come non esisterebbe lacasa Museo e spazio d’arte Spazio Tadini sorto sullo studio dell’intellettuale, dove si è concretizzata per me la proposta di collaborazione più di un anno fa. Guido Buganza ha lavorato come scenografo per lo spettacoloLa Tempestatratto dal romanzo di Tadini nella stagione del Teatro Franco Parenti 1993/94, poi è stato suo assistente per Il Barbiere di Siviglia sempre al Parenti quando Tadini ideò eccezionalmente l’allestimento, scene e costumi dello spettacolo di Giovanni Paisiello per la regia di  Andrée Ruth Shammah. 

Ma l’attivissimo Spazio Tadini stesso è stato interessato ad una proposta partita direttamente da Buganza che aveva portato nella location di via Jommelli 24 gli spettacoli-performance “Quadrat-4 Sorelle” e “Quadrat-Gulliver” dell’artista uruguaiano Armando Bergallo. Si trattava di una piattaforma multimediale che fondeva musica, video, danza, recitazione, action painting,parte del percorso di ricerca del contrabbandista Nicola Arata conosciuto da Buganza durante la Biennale di Venezia nel 2008.

Mi racconta di come fosse stato coinvolto nel favoloso mondo artistico di Bergallo, nella sua colonia artistica vicino a Bergerac in Francia formata da artisti, musicisti, danzatori e attori, che ogni anno realizza un piccolo festival di musica e pittura. Capisco come deve essere stata un’esperienza di immersione d’arte generosa, forse utopica, ma che fortunatamente è riuscita a fare arrivare in Italia un poco di quella polvere di magia.. peccato non esser stata presente a Spazio Tadini nel 2009.

Una rara immagine dello spettacolo Quadrat di Armando Bergallo, in scena a Spazio Tadini nel 2009Una rara immagine dello spettacolo Quadrat di Armando Bergallo, in scena a Spazio Tadini nel 2009

Il secondo nome è quello di Peter Greenaway, importante per me perché è stato soggetto della mia tesi di laurea, per cui Guido Buganza lavora nel 2007 a “Peopling The Palace” presso la restaurata Venaria Reale come scenografo e pittore.

Greenaway mi era già balzato in mente quando ho parlato alla rievocazione delgenius loci di Buganza, presente anche nei film dell’inglese, spesso metaforizzato da un personaggio enigmatico o beffardo. Ho collegato anche l’opera dei due nel differente approccio al pensiero della vita in un luogo splendido ma ormai abbandonato. Buganza affronta l’assenza come aggirandosi nell’intimità del singolo umano per dichiararne il passaggio, nei “Quaderni Milanesi”, mentre il regista ricostruì la vita di corte per filo e per segno, ricreò un’immaginaria e generosa schiera di rumorose presenze, con tutta la sua ridondante gerarchia tra servitori, cuochi e dame, nell’installazione multimediale.

Guido BuganzaGuido Buganza – installazione Peopling the Palace di Peter Greenaway, il pavimento in cuoio è stato realizzato da Buganza in veste di scenografo

Fu in una parola più “teatrale” nel senso della spettacolarizzazione delle azioni, e corale rispetto al lavoro per il Diurno, ma la logica della finzione ha coinvolto più del previsto Buganza che mi ha raccontato di esser stato ingaggiato inizialmente per contribuire alla scenografia, e di essere stato poi notato dallo stesso Greenaway che gli chiese di dipingere. Ho chiesto in che modo, dato che non ricordo interventi pittorici nella video installazione: l’artista ha colmato le “lacune” delle riprese ai ritratti di corte reali della reggia, ritraendo attori come se fossero i personaggi storici mancanti.

Quando vidi al tempo l’opera non me ne ero accorta..così il gioco dell’artificio edella beffa della ricostruzione ha funzionato in pieno stile Greenaway e Buganza ha dato prova della sua capacità tecnica come pittore, ciò che ancora oggi rientra nel suo lavoro come caposaldo.

Di questo mi aveva parlato quando volevo conoscere il legame con la sua iniziale attività di incisore: una disciplina che presuppone la “priorità tecnica” e che ha “innestato il suo DNA” nella pittura, così che con la padronanza di uno stile, aumenta il “grado di fiducia nelle proprie possibilità” e la realizzazione di un soggetto nasce e cresce agevolmente, procedendo subito come “divertimento”, rivelando la personalità dell’autore aggiungo io.

Termino ricordando che questa sensibilità intimista e tecnica ha attirato negli anni l’attenzione di critici e uomini di cultura del calibro di Aldo Busi, Vittorio Sgarbi, Nicola Gardini e Mario De Micheli.

Cosa ha lasciato Quaderni Milanesi in me: l’immersione nell’atmosfera dell’assenza rivelatrice attraverso il colore ad olio, e il respiro del teatro in pittura.

Michela Ongaretti