Tutto bene, dipinto di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate al Museo della Permanente

Che siate tornati o non ancora partiti, o vi trovate ad essere turisti cittadini, la Milano estiva offre alcune mostre interessanti da visitare. Tra queste consiglio la retrospettiva di Fang Zhaolin ( 1914-2006), per fare un tuffo nella pittura cinese moderna, senza allontanarsi dall’Italia e ad ingresso libero per poterla vedere e rivedere.

 

Fang Zhaolin in mostra, particolare de Scena Lavorativa

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, particolare di Scena lavorativa, 1990, inchiostro e colore su carta

 

L’esposizione è prodotta e ospitata dal museo della Permanente di via Turati, in collaborazione con il Museo Xuyang di Pechino e rimarrà aperta fino al 10 settembre. E’ curata da Daniel Sluse (direttore dell’Académie Royale des Beaux Arts di Liegi) con la collaborazione di Jean Toschi Marazzani Visconti, ed ha ricevuto il patrocinio della Regione Lombardia e dal Comune di Milano.

Si potrà esplorare il lungo percorso artistico della pittrice cinese attraverso ben 66 opere su carta di riso realizzate con inchiostro nero calligrafico e con pigmenti colorati, in entrambi i casi utilizzando il pennello calligrafico orientale, innovando la tecnica tradizionale per creare uno stile originale rispetto all’epoca e alle creazioni di altri autori conterranei; non diciamo necessariamente in territorio cinese perché molti lavori hanno visto la luce durante i numerosi viaggi e soggiorni esteri di Zhaolin. Molte opere sono di grandi dimensioni, rendendo l’esperienza di visita ancora più suggestiva.

 

Fang Zhaolin in mostra con un paesaggio innevato

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, La neve cade sulle montagne profonde, 1983, inchiostro e colore su carta di riso

 

Sicuramente Fang Zhaolin rappresenta un’eccellenza e un’ unicità nel panorama dell’arte cinese del ‘900, ma è anche interessante la sua figura intellettuale, una personalità libera che ha attraversato il secolo scorso, i suoi episodi tragici per la storia dell’umanità e per la sua storia umana. Perde il padre in tenera età e rimane vedova a trentasei anni, poi si trova a dover gestire l’azienda di famiglia e ad allevare otto figli, eppure continua a studiare e dipingere, allieva e discepola dei più grandi maestri cinesi. Per la sua ricerca intraprende molti viaggi e residenze di lunga durata in Asia, in Europa (soprattutto in Gran Bretagna), in Brasile e negli Stati Uniti, tornando diverse volte in patria.

 

Fang Zhaolin in mostra alla Permanente, un autoritratto

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, autoritratto

 

Il riflesso di tutto questo, dei viaggi e della conoscenza della storia dell’arte e dei movimenti artistici europei e mondiali, vive nella sua pittura che può ben essere considerata un ponte, un collegamento, tra la tradizione artistica e culturale cinese e quella occidentale. Le due visioni convivono nelle sue opere, pur mantenendo come punto di partenza ed osservazione la Cina; il suo linguaggio non si traduce quindi in un’appropriazione di stilemi del pre e post impressionismo, del fauvismo, del cubismo e dell’espressionismo astratto, piuttosto la lezione assorbita dei grandi maestri convive assimilata alla rappresentazione di paesaggi sublimi, paesaggi dipinti che spesso sono stati creati lontano dalla Cina e che sono perciò immagini mentali, generate dal ricordo e dall’osservazione passata, con un desiderio di “parlare cinese” al mondo pur nella comprensione e nell’arricchimento di ciò che è stato davvero innovativo per noi occidentali, che abbiamo guardato e guardiamo tutt’ora un’arte frutto di una cultura lontana.

 

La prima sala della mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, la prima sala con il grande dipinto dal titolo Tutto va bene

 

Il suo instancabile viaggio alla “ricerca della propria origine cinese” come scrive Sluse, la porterà a fare la conoscenza dell’arte moderna che sarà uno stimolo a comprendere meglio la propria cultura d’arte, per portarla come tutti i grandi artisti a volerla innovare. Ritrovare la sua tradizione per poterla vivere in maniera libera e personale.

 

Calligrafia di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Messaggio di Zhaolin a Meng Haoran, 1985, inchiostro su carta di riso

 

In questi lavori, degli ultimi quarant’anni carriera di Zhaolin, notiamo l’utilizzo di colori contrastanti e vivaci e la descrizione dei monti ergersi a momenti come figure geometriche quasi astratte a partire dal basso di uno specchio d’acqua popolato da piccole figure di un’umanità intenta nel lavoro quotidiano, con una prospettiva fuori dalle regole codificate dal nostro Rinascimento in avanti. I contorni scuri che a noi appaiono pennellate veloci capaci di costruire un ritmo musicale nel loro percorso sono qualcosa che noi occidentali non avvertiamo istintivamente di grande portata innovativa della disciplina impiegata da Fang Zhaolin, non essendo osservatori figli  della pittura cinese e la sua storia. Viene in nostro aiuto  il Prof. Yguo Zhang, storico dell’arte e direttore del Dipartimento di Calligrafia e Pittura Cinese della Poli Cultura di Pechino, già ricercatore del Museum of Fine Arts e al Metropolitan di Boston, che ci consola affermando che in realtà non sono molti i cinesi a conoscere a fondo la calligrafia, difficile da comprendere perché non è semplicemente un insieme di simboli e caratteri ma un’arte a sé, ma che tutti possiamo godere del suo risultato e dell’atmosfera evocata dalla raccolta di lavori in mostra.

 

Fang Zhaolin, il dipinto Montagne e Fiumi

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Montagne e fiumi, 1988, inchiostro su carta

 

Zhang fa notare come l’alternanza continua di inchiostri leggeri e densi, tra i grigi e i pigmenti colorati proviene dall’unicità di un talento che ha saputo integrare la calligrafia cinese tradizionale nella pittura. La calligrafia si trasforma in pittura utilizzando gli strumenti del pennello,  inchiostro, carta e pietra d’inchiostro, come mai prima, in un intreccio senza soluzione di continuità tra le due discipline.

 

Fang Zhaolin in mostra alla Permanente

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, La bellezza con pennello e inchiostro, 1987, inchiostro e colore su carta di riso

 

E’ lo stesso stile calligrafico ad evolversi dagli anni sessanta, si badi bene da quando i suoi spostamenti tra oriente e occidente si fanno più numerosi, punto di partenza con linee decise e nette verso un punto di arrivo caratterizzato da imprevedibilità più ricca e accentuata di linee pesanti e leggere, bagnate o asciutte, aspre e discontinue pronte ad accogliere e accogliere il colore nel loro percorso. Esplorando il soggettivismo del nostro novecento nel suo aspetto gestuale e istintivo, (qualcuno vede nei dipinti in mostra una eco della visione di Pollock, Kline, Kandinsky e Cézanne), Fang Zhaolin è cinese con il cuore, l’occhio e la mano; ancora vicina, forse più vicina, al suo territorio culla della sua ispirazione artistica.

 

Fang Zhaolin in mostra a Milano, montagne calligrafiche

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Salendo in alto al Festival del Battello del Drago, 1987, inchiostro e colore su carta

 

Fang Zhaolin, è tra i più grandi artisti cinesi, acclamata in patria dove la sua “avanguardia” pittorica ha lasciato una eredità indelebile. Se ora ci sono in Cina delle scuole che insegnano pittura insieme alla calligrafia, gran parte del merito è suo. Ha aperto un varco tra la divisione delle discipline e costruito un ponte tra oriente ed occidente.

 

Particolare di un dipinto della prima grande retrospettiva di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Migliaia di barche a vela, 1983, inchiostro e colore

 

Da vedere per entrare nelle atmosfere della Cina più antica e profonda, attraverso lo spirito e il pennello contemporaneo di una grande innovatrice.

Michela Ongaretti

 

Allestimento della mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, particolare dell’allestimento al Museo della Permanente allestimento

 

Tutto bene, dipinto di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Tutto va bene, inchiostro e colore su carta di riso

 

Una sala della mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, una sala centrale con molti lavori ad inchiostro e colore su carta

 

Retrospettiva di Fang Zhaolin , particolare

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Guardando la cascata da lontano, 1991, inchiostro e colore su carta

 

Mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, una sala centrale

 

 

 

Ritratto di Antonio Miniaci di Giovanni Manzoni Piazzalunga per Artscore

Il messaggio dell’arte e il suo mercato: intorno al mondo e ancora a Brera. Intervista ad Antonio Miniaci

 

Il messaggio dell’arte e il suo mercato: intorno al mondo e ancora a Brera. Intervista ad Antonio Miniaci

di Michela Ongaretti

Brera, una delle zone più chic della città, un tempo concentrazione di gallerie d’arte, anche quando soltanto dieci anni fa Milano mi accoglieva tra i sui cittadini. Oggi tutto è cambiato e in via Brera sono rimasti in tre: Miniaci Art Gallery, Ponterosso e Il Castello. Lo spiegava proprio Antonio Miniaci nel 2013 per un servizio del TG2.

La personalità del gallerista ha attirato la mia attenzione per il suo metodo peculiare di presentare gli artisti e per il fatto di essere davvero uno dei pochi a continuare a vendere l’arte e puntare sui giovani. Ho ottenuto un’intervista al numero 3 di via Brera e abbiamo così chiacchierato su passato, presente e futuro, di chi opera in un settore così delicato.

Ritratto di Antonio Miniaci di Giovanni Manzoni Piazzalunga per ArtscoreRitratto di Antonio Miniaci, Giovanni Manzoni Piazzalunga per Artscore

Gli domando brutalmente cosa ha fatto si che resistesse così a lungo, quali sono gli ingredienti segreti per una ricetta di successo in un mondo che sembra non avere più bisogno di bellezza. Mi aspetto un minimo di tracotanza, e invece esce dalla sua voce fiera di uomo che si è fatto da se un tocco di umiltà, per cui “non esiste una formula certa, se non il grande amore e la grande passione per Milano e per l’Arte”, una vita dedicata a questo e la tenacia a continuare lungo la strada intrapresa accettando le possibili cadute, niente più.

miniacimod008Il dipinto di Antonio Tamburro all’interno della Miniaci Art Gallery in via Brera a Milano,  foto di Sofia Obracaj

A questo aggiungerei una capacità di saperla vendere, l’Arte. Un potere di convincimento sull’investimento, e del valore intrinseco del godimento di un bene artistico. Cosa da ben pochi nel panorama italiano, fatto di chi resta in Italia a languire e lamentarsi, o di chi ha deciso di portare il talento in altri lidi, lontani, estremamente ad Ovest negli Stati Uniti, od estremamente ad Est verso la Cina o la Corea. Antonio Miniaci ha saputo guardare oltre i confini, “girare il mondo per trovare i mercati giusti”, ed ampliare i suoi spazi e le sue conoscenze per portare il suo business e la sua passione in diverse aree del globo, ma è anche rimasto. Ha continuato a dare fiducia alle due sue patrie italiane, Milano e l’area salernitana originaria, la terra velia dei suoi antenati, “la casa della cultura ellenica”.

miniacimod005 (1)Le vetrine della Miniaci Art Gallery, foto di Sofia Obracaj

Oggi il gallerista sta passando il testimone della lunga attività in mano ad Ilaria Miniaci,  quando possiamo vedere l’espansione mondiale della sua attività: in Italia tra Milano, Siena e Positano. In Europa a Bruxelles e negli Stati Uniti a Miami, per arrivare in Cina. 

Positano è un luogo chiave per la testimonianza di un cambiamento nn verso la crescita, purtroppo. Il mio interlocutore afferma che la qualità delle opere esposte è differente perché si adatta al tipo di pubblico, in riviera il mercato d’ arte ha una tendenza più decorativa, e mi ricorda di come avesse ben tre gallerie che ora non ci sono più; però, dopo il giro del mondo, a Positano è rimasto con la “best location”, un punto per la vendita nella costiera da cui transitano persone da ogni parte del globo.  

miniacimod004 (1)Antonio Miniaci mi racconta di Positano,  foto di Sofia Obracaj

Ad Hong Kong c’è dal 2007. Mi spiega che questa location, come pure a Bruxelles, nasce dal suo desiderio di unificare diverse attività esperienziali legate alla cultura italiana come il turismo, il benessere e la cucina, all’arte. Quello che si trova in Cina sono pezzi importanti di storicizzati (Dali). e di grandi nomi d’oggi ospitati in una zona di prestigio del locale dell’italianissimo chef Umberto Bombana.

miniacimod006 (1)Una visitatrice orientale in via Brera,  foto di Sofia Obracaj

Mi presenta il figlio Gianluca che ha scelto il mestiere d’artista e che è molto attivo proprio in Cina, una famiglia dedicata all’arte se si pensa che il primissimo contatto di Antonio fu la conoscenza della moglie con un mercante d’arte. Gli chiedo se si sente più gallerista o più mercante e mi confida che ci sono stati diversi periodi e diverse necessità, aveva iniziato come mercante, senza previsioni.

miniacimod007Dalla vetrina verso il giardino interno con sculture,  foto di Sofia Obracaj

Con gli storicizzati quali Rotella, Schifano, Chia, organizza periodicamente mostre con il suo sistema di accostare il loro nome a quello di giovani o emergenti. In effetti mi aveva parlato bene di Antonio Miniaci qualche anno fa Giovanni Manzoni Piazzalunga, che lo ricorda come il suo primo gallerista, colui che prese i disegni di un ragazzo appena uscito dall’ accademia e li accostò alle opere di grandi nomi dell’arte contemporanea: nel confronto esce rafforzato il potenziale della tecnica e della poetica del giovane ma si ossigena pure l’immagine del celebre autore rapportato alla novità estrema; logicamente nel vivente serve uno stile dalla personalità identificabile e schietta perché deve reggere il tenore di quella conclamata. Per questa scelta un’esperienza di molti anni come quella di Miniaci è necessaria, non tutti possono permettersi l’ardire di accostamenti inediti.

miniacimod009La vetrina di Miniaci e la città,  foto di Sofia Obracaj

La stessa sensibilità ha riconosciuto anche la portata culturale di chi giovane non è e nemmeno artista del pennello tout court come Dario Fo. Una parte della storia del nostro pensiero e della nostra immaginazione è tributario delle sue parole, e la sua pittura è stata testimone e compagna della composizione di molte opere teatrali: a lui fino all’11 giugno  Miniaci Art Gallery ha dedicato una mostra personale.

miniacimod015 (1)Alcune pubblicazioni sugli artisti rappresentati,  foto di Sofia Obracaj

Sono lieta del messaggio positivo che mi trasmette pensando al ruolo del critico d’arte, per lui fondamentale perché è colui in grado di far capire il messaggio culturale custodito nell’opera d’arte; deve riuscire a farlo capire anche al gallerista e deve esserne conscio anche il mercante, che chiude sensatamente il cerchio della trasmissione di questo messaggio al collezionista.

miniacimod013 (1)Miniaci Art Gallery, un dipinto di Dario Fo.  Foto di Sofia Obracaj

Nella galleria di via Brera 3 vedo chiaramente la linea seguita da sempre, ci sono opere di autori storicizzati come Chia, Mimmo Rotella, Chagall, Guttuso, Manzù, Sassu, Vedova, Morlotti, Warhol,  insieme a giovani personalità, spesso anche emergenti. Con questi Antonio Miniaci si assume un doppio incarico, quello di gallerista che segue con attenzione la produzione degli artisti per due o tre anni, per poi proporre un contratto in esclusiva e trasformarsi quindi in mercante d’arte.

miniacimod003 (1)“Chi ne fa una ragione di vita”, sullo sfondo un dipinto di Domenico Marranchino.  Foto di Sofia Obracaj

La sua selezione avviene come mi dice eloquentemente con gli “artisti che fanno del loro lavoro una ragione di vita”, non ci sono improvvisati o senza esperienza. Tutti coloro le cui opere sono passate tra le mani di Antonio Miniaci dedicano le loro forze alla sperimentazione e alla disciplina dell’apprendere una specifica tecnica che li contraddistingue. Miniaci intende rappresentare chi per lui continua una tradizione, quella che ha reso l’Italia grande nel mondo nei secoli passati, e che ha avuto grandi protagonisti nel XX secolo. E’ importante per lui “saper lavorare” che si traduce nel sapere piegare alla visione interiore un discorso pratico e tecnico.

miniacimod011Dall’interno verso il quartiere,  foto di Sofia Obracaj

Guardandomi intorno vedo che non si è lasciato sfuggire il recente interesse italiano per la street-art. Con coraggio Miniaci punta sulla crescita di questo fenomeno che sta prendendo piede da noi e che secondo il gallerista riuscirà ad espandersi. Vedo infatti alle pareti un lavoro di KayOne, giovane senza dubbio e sperimentatore sulla tela di tecniche apprese dal muro.

miniacimod014 (1)Ruben D’amore, direttore della galleria, posa di fronte ad un lavoro di Kay-One, foto di Sofia Obracaj

Mi racconta di come l’incontro con la street-art è avvenuto per Miniaci a Miami. Della città della Florida ha avuto modo di vedere un modello di sviluppo economico basato sull’arte. “E’ un reale esempio vincente” continua a spiegarmi, quello del quartiere di Wynwood. Lui lo vide quarant’anni fa prima della sua trasformazione, quando ancora la Florida era un luogo dove svernavano i pensionati; poi la città si è davvero risvegliata, complice anche la presenza del lusso di Gianni Versace, e mobilitata anche la classe politica per renderla un centro esclusivo con nuovi investimenti anche per i giovani.

miniacimod010Riflessi scultorei, foto di Sofia Obracaj

Il modello di risveglio nel puntare su arte e cultura anche in termini economici per lui è osservabile al Sud Italia nell’esempio del paese di Praiano, ma in generale lo auspicherebbe ovunque in questo che “potrebbe essere un museo a cielo aperto”.

Art Basel si è inserita a Miami con la sua “selezione ferrea” per i galleristi e artisti, un merito per Miniaci, che “hanno puntato sugli storicizzati”. Ma Miniaci continua a credere in tanti italiani che stanno crescendo. Oso chiedere chi..lui mi parla di Davide Disca, Fabio Giampietro, KayOne, Domenico Marranchino, Antonio Tamburro.

miniacimod019 (1)Un’ultima stretta di mano presso la Miniaci Art Gallery, foto di Sofia Obracaj

La vita intensa per e con l’arte ha permesso ad Antonio Miniaci di realizzare molti dei suoi sogni ma lui dice di sentirsi come all’inizio, con il mistero del futuro e con la stessa elettricità del bambino che guarda le nuvole e continua a sognare di girare il mondo.

Michela Ongaretti

miniacimod020 (1)

miniacimod021 (1)Interno della Miniaci Art Gallery, foto di Sofia Obracaj

miniacimod017 (1)Di fronte ad un dipinto di Gianluca Miniaci, foto di Sofia Obracaj

miniacimod018 (1)Antonio Miniaci e Sandro Chia, foto di Sofia Obracaj

Un gioiello della serie Non finito, design Danesi Atelier

Fuorisalone 2016: Danesi Atelier e il design di gioielli per Sarpi Bridge Oriental Design Week

Fuorisalone 2016: Danesi Atelier e il design di gioielli per Sarpi Bridge Oriental Design Week

Oriental Design Week, Sarpi Bridge-Fuorisalone2016 con i gioielli di Danesi Atelier.

Come tutte le edizioni della Design Week – non è dedicato solo a mobili, lampade e complementi d’arredo, ma coinvolge tutte le creatività legate al design, al progetto e alla sua produzione. Tra questi talenti ho notato il lavoro di Danesi Atelier, un team di sorelle che hanno fatto della passione per il gioiello una realtà imprenditoriale e creativa.

Un gioiello della serie Non finito, design Danesi Atelier

Un gioiello della serie Non finito, design Danesi Atelier

L’azienda concentrata nella realizzazione di gioielli d’arte prodotti in edizione limitata ha fatto parte della Milano Design Week lo scorso anno con il progetto internazionale 902 (TIME-the necklace collection) promosso da Sarpi Bridge Oriental nella centralissima via delle Asole. L’intento di riunire sotto lo stesso tetto diverse aziende, designer o brand italiani e cinesi, per mostrare il risultato della loro collaborazione, e in questo caso Danesi Atelier e lo studioJimu Design si sono coadiuvati vicendevolmente.

Anche per il 2016 MDW, ha inserito nella ricca esposizione i gioielli unici di Silvia e Laura Danesi, potrete quindi assaporare dal vivo l’esito della lunga ricerca su forma e materiali di chi è approdato all’oreficeria dopo un percorso in ambito artistico-performativo.

Una delle due designer a Macao in Cina

Una delle due designer a Macao in Cina

 

Le creazioni sono molto diverse tra loro nella necessità di una ricerca polimaterica, e attingono sia alla tradizione orafa che all’arte contemporanea.

E’ dal 2003 che Danesi Atelier coadiuva il lavoro di diversi artisti provenienti dal campo della musica e della danza. L’idea fondante è sempre stata quella di realizzare opere non solo da esporre o installare nell’ambiente, ma da fare vivere sulla pelle, intimamente vicine alla personalità di chi le indossa. Erano progetti per abiti-scultura principalmente in metallo e cuoio, da mettere in mostra sole ma pronte a prendere vita insieme alle sembianze umane.

Un pezzo unico della serie Non Finito, design Danesi Atelier

Un pezzo unico della serie Non Finito, design Danesi Atelier

 

Partendo da queste idee un periodo è interessato a produzioni video dove le arti performative si fondono in performances multimediali cresciute sotto l’ideale dell’opera d’arte totale, attenta alla contaminazione costante.

Da questa visione inizia il lavoro sulla gioielleria, superando l’idea di design industriale per puntare al pezzo d’arte in edizione limitata, dal pezzo unico fino al massimo di 100 riproduzioni per modello corredato ciascuno di documento di certificazione, e si progettano e realizzano anche linee in esclusiva per i clienti più esigenti.

L’ispirazione viene dalla storia del’arte dall’antichità al novecento: forme scolpite sulla cera che diventa gioiello con una grafia di un carattere personale, impressa sulla superficie attraverso incisioni, scalfiture o fiammeggiature. E’ un concept che lega la polimatericità al gesto nella sua unicità, che infine affida la finitura dei pezzi ai grandi maestri artigiani torinesi come ceramisti, orafi e pellettieri.

Allestimento presso la manifestazione a Macao

Allestimento presso la manifestazione a Macao

 

La collezione Shapes si ispira agli elementi naturali, in particolare alla vegetazione, dalla grafia contemporanea delle cortecce alla forma tortuosa e sinuosa delle radici dalla rievocazione primitiva.

Si divide in due serie: Non Finito e Sintesi.

Non Finito comprende gioielli soprattutto in bronzo, il materiale per eccellenza della scultura, che rimanda alla poetica del suo indimenticabile interprete, Michelangelo. Il non finito anche qui esprime la condizione tormentata dello spirito che lotta con la materia, nella sua manifestazione. E’ il fuoco primitivo sul metallo nella fusione grezza associata alla finitura precisa.

Non Finito, Danesi Atelier

Non Finito, Danesi Atelier

 

Il fuoco è evocato dal mantenimento dei colori della fusione mentre vediamo una finitura lucida o diamantata come guizzi di luce solo su alcune parti. I prototipi sono scolpiti direttamente sulla cera, dando un’impronta emotiva unica attraverso la scalfitura o fiammeggiatura, segno che si riproduce poi sulle fusioni.

La serie Sintesi invece stilizza le forme naturali, come ben esprime il nome. Si caratterizza per parure studiate sull’equilibrio della composizione. la realizzazione del prototipo sempre su cera modella e definisce con cura ogni linea curva, spessore o spigolosità

Il numero 902 è il nome del progetto e del brand creato da Sarpi Bridge nel 2015.

Analizzando le sue cifre capiamo la sua filosofia: “9 è gestazione, nascita di un progetto”, 0 è nulla, “dal nulla” , 2 è opposti, “grazie ai due opposti, Oriente ed Occidente”. Inoltre il numero romano corrispondente CMII contiene le iniziali del nome estesoChina & Made In Italy, perché si vuole indicare come dal legame del Made in Italy con la Cina possa rinascere il made in Italy.

Ad essere coinvolte certo sono solo eccellenze dei due paesi, per creare opportunità economiche e di scambio, creando oggetti di design e capi unici per qualità sotto il segno della collaborazione.

Un gioiello della linea Harmony, Danesi Atelier

Un gioiello della linea Harmony, Danesi Atelier

 

Danesi Atelier con Jimu Design della designer Yiping Zeng ha dato alla luce la collezione TIME- the necklace collection. Insieme per creare, partendo da punti di vista e modalità operative diverse, sotto il segno di due culture millenarie, una sfida e un dialogo aperto nella comprensione per la scelta stilistica o per l’utilizzo di una tecnica che è diventata una risposta concreta nella realizzazione di un oggetto culturale; esso è nato da due menti creative che pur restando fedeli alla propria concezione del manufatto,hanno unificato le personalità e le culture.

La collezione Fusione infine riedita in forma artistica le materie prime più preziose provenienti dalla Terra. Sono gioielli in metalli preziosi e pietra su base di ceramica, con disegni originali e realizzate dalle sapienti mani di artigiani de Il Sigillo d’Oro. Ci sono alcuni modelli prodotti in serie ma la lavorazione è per ogni pezzo curata nei dettagli in ogni fase della creazione, tale da rendere unico il risultato del prezioso decoro.

Michela Ongaretti

La facciata Nord, ph. Alessandro Belgiojoso

La Casa Cerniera visibile da Google Maps, il progetto di VMCF Atelier

 

La Casa Cerniera visibile da Google Maps, il progetto di VMCF Atelier

VMCF Atelier,  Valerio Maria Ferrari e Cinzia Mazzone, progetta la Casa Cerniera .

Esiste una casa ai margini di un bosco, ma la sua caratteristica principale non è quella di nascondersi nella macchia. Basta avere una connessione ed è facile trovarla su Google Earth, nellefotografie aeree e satellitari. Concepita dalla mente progettuale degli architetti Valerio Maria Ferrari e Cinzia Mazzone di VMCF Atelier può appartenere solo ai nostri giorni per la sua facile e studiata localizzazione, nel suo presentarsi come un landmark della zona, accordandosi con le peculiarità del paesaggio esistente. Hanno collaborato al progetto anche gli architetti Alessandro Cattaneo, Aldo Buscio, Riccardo Roberto, e l’ingegnere Piero Gozzi con Archingenio.

Il tetto della casa Cerniera di VMCF Atelier ph. Francesco Clemente

Il tetto della casa Cerniera di VMCF Atelier ph. Francesco Clemente

Quello che caratterizza maggiormente, e permette la facile individuazione aerea di quest’abitazione a Carpignano Sesia, in provincia di Novara, rispondente alle coordinate di Google Maps 45.530989, 8.427462è logicamente la sua copertura.

In stretta vicinanza con gli alberi, a toccare il cielo sono le sue lamiere ondulate di diversi colori per sottolineare l’andamento e l’alternanza delle risaie e dei lotti coltivati.

La casa si colloca al limite urbano del piccolo paese novarese lambito dall’autostrada A26, e questa condizione è stata considerata un deterrente per insediamenti futuri: per questo si è sviluppata l’idea della casa “cerniera”, che rimarrà così come è a testimoniare anche più avanti la configurazione presente del territorio nel quale è inserita.

La Casa Cerniera per come emerge dalla macchia,ph. Alessandro Belgiojoso

La Casa Cerniera per come emerge dalla macchia,ph. Alessandro Belgiojoso

 

La partenza del progetto, per una casa unifamigliare di 300 metri quadrati, è a sua volta basato sull’interpretazione di strutture tipiche e tradizionali per quel paesaggio come le cascine aperte a corte, forma infatti tre spazi aperti grazie alla costituzione di due corpi trapezoidali di diversa altezza intersecati tra loro. I volumi risultano scomposti e riescono ad integrarsi meglio nel verde, ma è la considerazione del risparmio energetico a rendere una versione davvero contemporanea della cascina. La superficie a Sud è aumentata rispetto al passato grazie a questa scomposizione geometrica, in modo da favorire l’accumulo di energia pulita, quella solare.

Un particolare delle aperture nella Casa cerniera di VMCF Atelier, ph. Alessandro Belgiojoso

Un particolare delle aperture nella Casa cerniera di VMCF Atelier, ph. Alessandro Belgiojoso

Come nelle cascine tradizionali ci sono differenze nell’organizzazione degli spazi in base alle funzioni specifiche, così le parti della Casa Cerniera sono strutturate sulle necessità abitative diurne e notturne.

Quasi tutti i locali sono su un unico livello, tranne un solaio per la zona giorno e un soppalco nella zona notte, a movimentare in altezza le facciate Sud e Nord.

La facciata Nord è caratterizzata da una sottile cortina di canne di bambù nell’accesso al piano superiore, questo permette un contrappunto più morbido al colore grigio dei muri esterni, sui quali si nota un disegno bianco di linee verticali e bordi orizzontali, che continua anche nel corrimano e sulle ringhiere del terrazzo.

La facciata Ovest, ph. Alessandro Belgiojoso

La facciata Ovest, ph. Alessandro Belgiojoso

 

Il tetto amplifica il senso del gioco cromatico nella sua individuazione da lontano: le lamiere rettangolari sui trapezi di base richiamano la visuale aerea degli appezzamenti agricoli e le tipiche coperture di emergenza per pollai e rimesse.

Un motivo grafico visto dall’alto che conferma la vocazione contemporanea di una struttura basata sulla tradizione architettonica, sulla sua valorizzazione con la tecnologia del presente.

La facciata Nord, ph. Alessandro Belgiojoso

La facciata Nord, ph. Alessandro Belgiojoso

Abbiamo già parlato di Valerio Maria Ferrari durante il Fuorisalone 2015 per l’installazione Operafood presso i cortili dell’Università Statale, che presentava il progetto globale, in progress da alcuni anni, Visual Music Facilities Theatre, un teatro di nuova concezione per l’opera e il teatro musicale.

Laureato al Politecnico di Milano, non si è limitato all’architettura ma la sua esperienza ha spesso sconfinato nel territorio delle scenografie teatrali e delle installazioni artistiche. Il suo studio VMCF ATELIER- Virtual Machine Concept Facilities nasce nel 2003 proprio da questa poliedrica vocazione.

Parigi, appartamento progettato da Valerio Maria Ferrari

Parigi, appartamento progettato da Valerio Maria Ferrari

 

E’ da sempre fortemente interessato ai sistemi dell’arte: assistente di Piero Faggioni per la scenografia e la regia d’opere liriche in teatri internazionali come il Teatro alla Scala di Milano, l’Opera Garnier di Parigi, il Covent Garden di Londra, il Metropolitan Opera of New York e ha lavorato con il pittore e architetto Roberto Sebastian Matta tra il 1990 e il 1993. Inoltre ha tenuto seminari di Estetica alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano.

Nel giugno del 2011 ottiene la copertina del prestigioso magazine internazionale Interior Design (USA)con un progetto di interior per un appartamento duplex a Parigi.

Un rendering dell'Hotel Jing Li, VMCF Atelier

Un rendering dell’Hotel Jing Li, VMCF Atelier

 

Dal 2011 Ferrari inizia a lavorare per la metropoli cinese di Chongqing, prima direttore del dipartimento internazionale nello studio di architettura Yuandao, dal 2013 partner dello studio Huazhu di Xiangbei Li.

Di quest’ultimo periodo segniamo l’hotel Jing-Li e il Cultural Plaza Nanbin Lu Ertang, un parco di 72000 mq dedicato all’arte e all’educazione.

L’architetto Cinzia Mazzone si è laureata presso il Politecnico di Milano con una tesi interdisciplinare sul concetto della rappresentazione in architettura, a cui collabora il docente di filosofia teoretica all’Università Statale Carlo Sini. Nel 2001 segue un corso presso l’École des Hautes Etudes en Sciences Sociales (EHESS) di Parig con E.Michaud docente di teoria e ideologia dell’arte, ed inizia ad occuparsi della relazione tra architettura, filosofia e arte. Ha collaborato col prof. Luigi Cocchiarella al corso integrato di Rappresentazione alla Facoltà di Architettura del Politecnico

Nel biennio 2007-200808 coadiuva l’architetto Silvia Dainese ai workshop estivi di progettazione dell’Università IUAV di Venezia. Sempre nel 2007 fonda la rivista d’arte e architettura D’Ici-làcon Valerio Ferrari (ed è un collaboratore dello studio VMCF),Jean-Paul Robert e Brigitte Mestro. Nel 2009-10 collabora ai corsi di disegno del prof. Gabriele Pierluisi presso la Facoltà di Design del Politecnico di Milano.

Gillo-Dorfles-illy-Art-Collection

Gillo Dorfles per Illy Art Collection

Gillo Dorfles per Illy Art Collection, dal Macro di Roma al caffè di ogni giorno

Illy caffèGillo Dorfles per Illy Art Collection
Da pochi giorni ha inaugurato al MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma la prima grande mostra antologica di Gillo Dorfles Essere nel tempo, sponsorizzata da Illy Caffè. Saranno in scena il pensiero e l’opera artistica di un personaggio chiave di questo e del secolo scorso, critico, sociologo delle arti, artista intellettuale influente, e sarà anche l’occasione per presentare la recente collaborazione con l’azienda leader di un prodotto italiano per eccellenza, da tempo sensibile alla promozione del talento. 
Galleria illy Pechino 2012 - Galleria Beijing - Opening

Galleria Illy Pechino 2012

L’artista è stato chiamato per disegnare la nuova Illy Art Collection, la nuova serie di tazzineesposta in anteprima durante la preview della mostra e sarà disponibile a partire da febbraio 2016 nei punti vendita illy e sul sito dell’azienda.

Dorfles si è ispirato ad alcuni suoi disegni realizzati su carta tra il 1937 e il 1940, destinati alla decorazione di tessuti. Aveva allora sperimentato la tecnica della tempera grassa all’uovo, recuperando una pratica dei grani maestri quattrocenteschi.

Illy Art Collection, artista Liu WeiIlly Art Collection, artista Liu Wei

Già all’epoca l’artista aveva quindi collaborato con delle aziende, i potenziali mecenati della nostra epoca, e a distanza di più di settant’anni diffonde il frutto della sua ricerca mediante un prodotto popolare e quotidiano, italiano per eccellenza, affida i suoi disegni nelle mani di chi li potrà osservare nel momento del risveglio o in una pausa condivisa, trasformata in esperienza estetica.

Sul servizio da tavola si gioca quindi con la ripetizione di elementi grafici e la reintrepretazione di altri segni archetipi dell’universo immaginifico di Dorfles, le sue peculiari forme e colori come visioni di organismi monocellulari fantasmatici nell’astrazione di un pattern adagiato su un campo blu, il colore della spiritualità.

La collaborazione tra l’artista e l’azienda si basa sicuramente sulla condivisione di una visione di valori comuni. Li unisce la stessa città natale, Trieste, e lo stesso orizzonte culturale mitteleuropeo. Inoltre come Dorfles ha studiato e divulgato con lungimiranza lo sviluppo di diverse forme d’arte, così Illy Caffè ha sostenuto il talento emergente, ha investito energie nell’arte contemporanea, da anni territorio di elezione per il marchio.

Illy Art Collection, artista Robert WilsonIlly Art Collection, artista Robert Wilson

Le Illy Art Collection sono piccoli oggetti d’arte in forma di tazza e tazzina, disponibili in set per espresso e cappuccino, con alcune tirature speciali costituite da una tazzina singola per caffè espresso. Come leggiamo sul sito aziendale sono creati “per unire al piacere sensoriale del caffè quello estetico per l’arte”,numerati e firmati. Nascono dal 1992 da un’idea di Francesco Illy: sulla superficie della tazzina in porcellana disegnata da Matteo Thun si sono avvicendati i,lavori di più di cento protagonisti dell’arte contemporanea come Michelangelo Pistoletto, Marina Abramović, Sandro Chia, Julian Schnabel, Robert Rauschenberg, Jeff Koons, Joseph Kosuth e James Rosenquist. Ad essi si sono affiancati diversi giovani emergenti a cui è stata donata l’opportunità di farsi conoscere internazionalmente.
La tazzina di Sebastiao Salgado, 2003

Illy Art Collection – La tazzina di Sebastiao Salgado, 2003

Dal 2006 l’operazione viene estesa ai barattoli d’autore: parliamo dell’iconico packaging Illy in metallo da 250 grammi, per il quale sempre esponenti della scena artistica internazionale concepisconoun’opera circolare e infinita. Per valorizzare l’immagine Illy sposta le informazioni commerciali, solitamente stampate sul metallo, su una pellicola trasparente removibile.

Gli artisti interessati sono stati diversi ma citiamo in particolare Michelangelo Pistoletto con Cittadellarte, e Sebastião Salgado il grande fotografo che ha ideato il progetto In Principio, sulle origini del caffè.

Sul versante dei giovani artisti l’ultimissimo barattolo è realizzato da Daria “Dasha” Zaichanka: la vincitrice del progetto speciale sostenuto da Illy in collaborazione con l’Università di Arti Applicate di Vienna.

Galleria Illy a Londra presso Flos-Moroso, 2011Galleria Illy a Londra presso Flos-Moroso, 2011

La preziosità di questi barattoli dichiara quanto la bellezza esteriore contenga la bontà interiore del blend, qualcosa di altrettanto prezioso, infatti tutti i progetti Illy si basano sull’aspirazione della cultura greca alla kalokagathia, dove la perfezione è ricercabile attraverso l‘unione di bello e buono, l’integrazione dell’etica all’estetica.

x-default

Illy Art Collection, artisti Felipe Arturo,Ernesto Bautista, Wanja Kimani e Marcelo Moscheta

Per questo spesso Illy amplia il suo interesse per l’arte ad altri media e luoghi come mostre, musei, libri ed eventi, mettendo in comunicazione il pubblico a questi artisti. In particolare segnalo Galleria Illy, uno spazio temporaneo in luoghi chiave per la creatività di diverse città nel mondo, un salotto culturale animato di volta in volta da personaggi di fama internazionale del mondo dell’arte e della letteratura, della scienza, del design e dell’enogastronomia.

Nel 2012 si è svolta ad esempio al Parkview Green FangCaoDi, nel cuore di un nuovo distretto di Pechino, qui per il vernissage si è visto lo speciale chandelier composto da 66 enormi tazzine, collocate lungo una spirale di cinque cerchi del peso complessivo di due tonnellate; nel2011 è stata la volta di Londra nello showroom di FLOS Moroso, edizione affidata alla Fondazione Cittàdellarte di Pistoletto, nel 2010 a Istambul nella Galleria Işık Teşvikiye della Fondazione Feyziye Mektepleri, nel 2010 a Berlino negli spazi di KaDeWe, uno dei department store più famosi al mondo risalente al 1907.

Gillo Dorfles Gillo Dorfles per Illy Art collection, la tazzina con il packaging

Se desiderate visitare la mostra antologica di Gillo Dorfles, e la sua creazione per Illy Art Collection prima della sua commercializzazione, lo potrete fare al Museo Macro prima del 30 marzo 2016.

Michela Ongaretti

Landed, Nikky Taylor

Landed: storie di chi ha scelto l’ Alto Adige, nelle foto di Giovanni Melillo Kostner

Landed: storie di chi ha scelto l’ Alto Adige, un progetto fotografico di Giovanni Melillo Kostner

Landed: storie di chi ha scelto l’ Alto Adige per vivere e crescere. Dream Factory ospita il progetto fotografico di  Giovanni Melillo Kostner.

Business Location Südtirol – Alto Adige (BLS) è già stata protagonista a Milano. Nell’Aprile del 2013 ha presentato l’eccellenza del green design altoatesino per il Fuorisalone, stavolta si impegna nella promozione del proprio territorio attraverso il racconto fotografico di cinquanta personalità internazionali, che testimoniano la qualità della vita e della possibilità di fare impresa, nel contesto della provincia più a Nord d’Italia. La mostra Landed è aperta dal 19 novembre presso Dream Factory e curata da Martha Jiménez Rosano, con Elisa Weiss a coordinamento del progetto, nasce dalla collaborazione tra BLS e la cooperativa sociale Cuartel -Headquarters for art & culture, e sarà visitabile fino al 29 novembre.

Ritratta per il progetto Landed anche la curatrice Martha Jimenez

Ritratta per il progetto Landed anche la curatrice Martha Jimenez

Il progetto fotografico dell’artista Giovanni Melillo Kostner presenta i ritratti di persone che hanno scelto di trasferirsi a vivere e lavorare a Bolzano e provincia: non sono solo imprenditori o ingegneri ma anche architetti, artisti, ricercatori e psicologi provenienti da altre regioni italiane e diversi paesi europei e mondiali: Germania, Spagna, Portogallo fino a lontane nazioni come Australia, U.S.A., Cina e Giappone.

Progetto Landed_Bosio Dominic, direttore vendite

Progetto Landed_Bosio Dominic, direttore vendite

 

Per tutti è chiaro, dal breve testo che accompagna le immagini, quanto la nuova patria non abbia fatto rimpiangere quella originaria, sicuri di come l’Alto Adige sia un luogo accogliente e a misura d’uomo, con un ambiente naturale straordinario che ossigena la mente, culturalmente stimolante epronto a ricevere il beneficio di nuovi progetti imprenditoriali e dell’immigrazione dei cervelli. Nessuno di loro progetta la fuga, anzi è riuscito ad integrarsi con la propria famiglia alla cultura e alla lingua, meglio dire alle lingue parlate, grazie anche a progetti educativi di accompagnamento all’inserimento per i figli di questi brillanti talenti.

Progetto Landed. Nikky Taylor, agente di marketing e p.r.

Progetto Landed. Nikky Taylor, agente di marketing e p.r.

 

Per qualcuno ci sono caratteristiche comuni al modo di vivere e lavorare del paese originario; ad esempio l’agente di viaggio Keiko Sawayama trova analogie tra la ricerca di perfezione e precisione nel lavoro di giapponesi e altoatesini, per altri è riscontrata l’internazionalizzazione della ricerca, come per lo scultore tedesco Florian Glaber che ricorda la lavorazione del marmo di Lasa per la nuova stazione della metropolitana e per il centro commerciale del World Trade Center di New York.

Progetto Landed, Xiaofeng Wang , ricercatrice

Progetto Landed, Xiaofeng Wang , ricercatrice

 

Giovanni Melillo Kostner è giovane ma ha già le idee chiare sul suo futuro. Cofondatore della cooperativa sociale Cuartel-Headquarters for art & culture, dedicata alla valorizzazione delle potenzialità di arte e cultura per lo sviluppo sociale e locale, dal 2011 è impegnato attivamente nella progettazione e realizzazione di Open City Museum con Johanna Mitterhofer, antropologa culturale, e Martha Jiménez Rosano manager e operatrice culturale, curatrice della mostra Landed. Open City Museum è la somma di tutti i valori espressi con questa raccolta fotografica e in generale nel lavoro di Melillo: l’arte intesa in senso partecipativo per la promozione della diversità e della coesione sociale nelle società multiculturali.

Progetto Landed, Pau Palacios, drammaturgo e performer

Progetto Landed, Pau Palacios, drammaturgo e performer

 

Ho avuto la fortuna di poter parlare con Melillo per capire meglio il suo modus operandi. Nello specifico di queste immagini il fotografo ha realizzato gli scatti dopo lunghi dialoghi con i soggetti per conoscere la cultura d’origine, le aspirazioni, la personalità o carattere che determina il modo di vivere e di rapportarsi all’ambiente circostante.

Progetto Landed_Gorter Ben, export manager

Progetto Landed, Gorter Ben, export manager

In seguito ha inserito le persone ritratte nel paesaggio alpino o urbano, nelle loro case o nei luoghi di lavoro, all’interno o fuori dalle strutture, e in certi casi si trova rispondenza tra i loro interessi e il setting della foto, come nel caso dell’architetto Angela Ferrari in un interno, su una scala dal raffinato design. Noto che le figure si staccano nettamente dal fondo e mi viene spiegato che l’effetto è dato unicamente dall’uso del flash in pieno giorno, per questo mi ricordano un pò il lavoro di Martin Parr, con le dovute differenze di contesto e di intento, non certo dissacrante come per l’inglese; inoltre alcune immagini posizionano i personaggi in una ristretta zona d’ombra contro un paesaggio in piena luce, come ben esemplificato nel caso dello chef Arturo Spicocchi.

Progetto Landed_Spicocchi Arturo, chef

Progetto Landed, Arturo Spicocchi, chef

Secondo il direttore di BLS Ulrich Stofner l’intento del progetto è quello di promuovere un territorio ideale per attrarre talenti e capitali, emergente nel contesto europeo, e di alta qualità per la residenza con la sua efficienza nei servizi, l’eccellenza della tradizione gastronomica, la bellezza del paesaggio e un clima sempre più internazionale.

Si aggiunge l’augurio di invogliare a una nuova vita professionale, per chi vogliaprendere esempio da coloro che hanno contribuito a rendere questo territorio “prolifico con le proprie diverse competenze e contaminazioni”.

Progetto Landed, Zavodchikova Anastasia

Progetto Landed, Zavodchikova Anastasia

 

Perchè vedere la mostra: per l’esempio positivo di un’emigrazione felice, che arricchisce culturalmente ed economicamente un territorio italiano.

L’autrice Michela Ongaretti ringrazia l’ufficio stampa Ufficio Stampa Ketchum per BLS

Mantra, 2000

Omar Galliani disegna la materia

OMAR GALLIANI disegna la materia

di MICHELA ONGARETTI

Omar GallianiOmar Galliani – Mantra, 2000

OMAR GALLIANI disegna la materia – di Michela Ongaretti . In occasione della mostra Il disegno nell’Acqua all’Acquario Civico e alla Conca dell’Incoronata abbiamo incontrato Omar Galliani, l’artista che meglio di tanti incarna il proseguimento della tradizione del disegno rinascimentale vivente nel contemporaneo, molto apprezzato in Oriente.

Omar Galliani Omar Galliani – L’installazione Aquatica. La memoria dell’acqua© Luca Trascinelli

Non è una scelta casuale quella delle due location dato che Galliani ha da sempre avuto un rapporto privilegiato con l’acqua tra gli elementi naturali, fascinazione letteraria e artistica che dice molto del suo modus operandi e della sua poetica.

Nella sede milanese dell’Acquario sono esposte numerose opere dal 1979 con qualche inedito nell’allestimento curato da Mario Botta mentre adagiato nel letto della conca troviamo un’installazione site specific, Acquatica. La memoria dell’Acqua.

Omar GallianiOmar Galliani, ‘Disegno siamese’, 2009

Galliani guarda ai grandi esempi del passato per non lasciarli ad esso, se ne riappropria donando loro lo sguardo del presente. E’ cresciuto artisticamente in un periodo che da noi ha negato brutalmente la presenza della tradizione, e che solo oggi riesce talvolta a comprenderlo come elemento vitale e vitalistico, non arido. Si confronta con Leonardo da Vinci sopra a tutti, considerato lo sperimentatore il cui esempio può attraversare i secoli per proseguire un ragionamento sulle potenzialità di un mezzo espressivo come la pittura, e che ha portato avanti la ricerca sui materiali e sulle loro reazioni chimiche e naturali.

Il disegno per Omar Galliani è fondamento e struttura del lavoro. Progetto e opera finita, grafico e materico insieme. In molti dei suoi lavori si sente la fatica di una tessitura insistente di segni, sovrapposti e mai incrociati proprio come in Leonardo, della concentrazione data dal loro affastellarsi in un tratteggio vigoroso, che riesce a fare emergere dal nulla un’immagine, non data dall’incisività lineare ma come una coagulazione del pensiero attraverso la nebulosità degli elementi che la compongono. Tuttavia ci fa sapere che esiste la consapevolezza del suo esatto contrario: il lavoro immane del disegnatore che lavora in piedi con vigore crea per lui una sorta di ferita tra l’aspirazione ad un risultato, all’immagine che noi vediamo cristallizzata e uscire prepotentemente dal fondo, e l’impossibilità di creare qualcosa di eterno, immutato.

Omar Galliani Omar Galliani – Fluire, matita dilavata in acqua su tavola, con applicazione di fedi in oro- 2014

Anche il rapporto con la matrice letteraria, storica o artistica, dove Leonardo da Vinci è l’incontro “fatale” per eccellenza, dei suoi soggetti non cresce in una pacificazione. Per questo la ricerca dell’origine dell’immagine, della storia di un tema o soggetto non si ferma ad essere citazione ma si trasforma in desiderio di reinventarla, coinvolgendo e amplificando la capacità del materiale di mostrare la sua mutevolezza.

In questo processo gioca un ruolo fondamentale il caso. Certamente alcune caratteristiche rimarranno quelle previste dalla mente progettuale ma fin dall’inizio, quando arrivano nel suo studio le tavole in pioppo su cui lavora, non sono previste le venature e i nodi che le caratterizzano. Poi l’artista carteggia il legno e toglie ” quella lucentezza che non sarebbe idonea a ricevere tutti i segni, da liscia rendo la superficie più deformata”, così si formano dei solchi che il disegno aprirà come un frottage, i segni risultanti diventano una “cartografia, una mappatura della mia mano, del mio braccio, quindi anche del mio cuore, e che è data da quel segno tracciato con la carta vetrata: creo quell’asperità’ per ricevere il segno a matita.”

Omar GallianiOmar Galliani al lavoro

L’aspetto materico, fisico della materia influenza molto il disegno perchè per Omar Galliani è l’oggetto ad essere percepito, quello che regala l’intuizione primigenia, come quando Leonardo da Vinci indicò nelle macchie di salnistro sul muro l’annunciazione di un paesaggio, che non è presa diretta, piuttosto un “paesaggio dell’animo, che intravede come una sorta di visione”. Come in Leonardo può essere l’impressione dello sfondo di una Madonna delle Rocce, così per Galliani questa intuizione gioca con l’ignoto, entra e trasfigura il soggetto rappresentato. Pare che il soggetto tenti di imporsi su quel dato oggetto, uscendo dal supporto ma portando su di sè traccia di quella lotta.

In questa dinamica si inserisce il senso della bellezza per il disegnatore, che vive ed è percepita nel suo sforzo di emergere, pur con la consapevolezza di cambiare, di non durare. Ci spiega come per lui la bellezza nel nostro tempo è anche l’orrore del suo contrario, della sua negazione come afferma Jean Clair, ed esasperazione, esagerazione. In questa ricerca si genera uno strappo consapevole tra l’ideale e la sua impossibile immanenza, è quella che chiama ferita, e in essa stessa si trova la fascinazione di una bellezza epifanica e sfuggente. C’è quindi qualcosa di drammatico non tanto nell’espressione dei suoi volti quanto nel loro mostrare la loro formazione nel segno affastellato e intenso, nel confronto fisico con la superficie attraverso il segno, nello sforzo titanico di fare uscire l’immagine dal fondo.

Omar GallianiOmar Galliani – Allestimento al Cafa

Lo sforzo per Omar Galliani è quello di “sublimare qualcosa di inerte o inespressivo attraverso un soggetto fatto di pochi elementi e definito come potrebbe essere un volto con diverse espressività, però per lui il rapporto tra il supporto e il soggetto gioca un ruolo preminente. Esiste una “dicotomia tra soggetto e oggetto”, come dichiara tra le righe del suo sito, dove l’oggetto è rappresentato dal supporto, che a volte lascia individuare maggiormente il primo, affiora sempre la venatura del legno come nella grande opera Fluire in mostra all’acquario. La bellezza è la costruzione dell’utopia dell’arte, che continua a rinascere e riproporsi in fattezze nuove, ecco perché la tradizione non può non essere considerata nella formazione di un artista contemporaneo.

Chiediamo cosa secondo lui rende contemporaneo il disegno oggi. Afferma che se è difficile parlare di novità nel tempo così lungamente storicizzato della disciplina, si può notare che è sempre stato legato al foglio di carta che non può raggiungere grandi dimensioni, oggi realizzare grandi disegni su tavola permette misure che definisce “esagerate” e che evidenziano la sua natura contemporanea, in rapporto alla quotidianità delle immagini nell’architettura urbana. La visione di Omar Galliani attraverso il disegno non è anacronismo: senza voler spazzar via la disciplina come inutile passaggio, come fecero le correnti degli anni sessanta-settanta, intende liberare la grafia del tratto dalla mimesi, assimilando la lezione della gestualità dell’arte del novecento.

Omar Galliani Omar Galliani all’Acquario Civico. Allestimento di Mario Botta

In effetti affondare le radici nella scuola del disegno è stato per l’artista il meritato ponte che lo ha portato a viaggiare molto con lasua opera nei musei cinesi. Ricordiamo che nel 2006 ha realizzato un tour in dieci esposizioni in altrettanti città della Cina, e che le sue opere fanno ora parte delle loro collezioni museali permanenti. Se qui ancora spesso i disegnatori vivono in un’aura di anacronismo, in oriente la nostra capacità di dare una vita nuova al dna del rinascimento viene vissuta come un tratto distintivo e per questo ricercata.

Ci siamo domandati se le sue lunghe permanenze in Oriente avessero avuto un’influenza sul modo di operare di Omar Galliani, se oltre a portare l’arte italiana in Cina, dalla sua cultura avesse a sua volta portato qualcosa in Italia. L’oriente in generale ha una grande tradizione grafica, ma la sua suggestione viene dai materiali e dalla letteratura.

La carta con la sua peculiare filigrana in oro e argento e inchiostri, entrambi reperiti sul luogo, hanno modificato il suo modo di lavorare. Queste sperimentazioni sono state raccolte per una mostra intitolata appunto “Omar Galliani tra occidente e oriente” alla fondazione Querini Stampalia di Venezia nel 2007, e quella al CAMeC di La Spezia tutt’ora in corso: sono opere su carta molto differenti da quelli su tavola ma che proseguono il discorso sulla rapporto tra il soggetto e il supporto. Anche qui c’è una ricerca su quello che è “la modalità di assorbimento della carta, di duttilità del pennello nell’appoggio”.

Omar GallianiOmar Galliani – L’installazione al Caffe Florian di Venezia, 2013

Nel 2013, l’anno dopo l’importante esposizione al Museo Cafa di Pechino, che raccoglieva l’esperienza itinerante e un’antologia, realizza un’installazione al celebre Caffè Florian di Venezia, che ha appunto una sala “cinese”. Per la città memore delle spedizioni commerciali in Cina di Marco Polo, Galliani recupera l’immagine letteraria della principessa Liu Ji, poetessa morta misteriosamente a 15 anni, di cui visita la tomba non distante dall’esercito in terracotta di Xian. Sulle pareti della sala sono raffigurati gli oggetti incisi a bassorilievo sulla sepoltura: scarpe, fiori, libri, pennelli, animali, mentre l’artista ci spiega di avere aggiunto lui alcuni elementi legati alla morte come teschi e le forbici che recidono le rose come fu recisa la giovane vita della poetessa, il suo volto ideale appare sdoppiato in una nube nerissima di tratti nella parete di fondo.

Anche l’acqua è per l’artista un soggetto letterario e artistico straordinario, e non è la prima volta che il disegno su carta, armonizzato e lasciato a contatto con l’elemento naturale, diventa un’installazione a tutti gli effetti.

Omar Galliani Omar Galliani al lavoro nel suo studio ph. Irma Bianchi Comunicazione

Negli anni del concettuale in Italia, il periodo in cui studiava all’accademia di Bologna, vede alla Tate Britain di Londra il dipinto Ophelia di John Everett Millais, artista che segue con fascinazione fin da ragazzo. Nel contingente storico legato all’oggetto come forma d’arte, era il 1978, per una galleria con sede in campagna che esponeva la gestualità legata all’uso di ready made, Galliani riparte dalla tecnica grafica e inserisce il suo lavoro da Millais in uno stagno mimetizzandolo completamente con gli elementi naturali: rane ramoscelli, erba, fiori,dopo aver tolto l’acqua presente. Ne risultava “il recupero del corpo fisico di quell’oggetto, il disegno che si fa materia, anzi che si riavvicina alla natura originaria e che in quanto elemento fisico si sfalda per ritornare alla Terra”.

Emerge così attraverso il disegno un’opera concettuale, dove si dichiara l’impossibilità dell’arte di manifestare qualcosa che si possa definire o mantenere intatta. Per lui esiste come una“preveggenza” dell’arte che è consapevole della impraticabilità del suo impulso alla descrizione, e se descrive “esce dall’alveo di una poetica misteriosa per perdere la sua efficacia”.

Nel 1979 a Siracusa la fascinazione è mitologica: fa galleggiare il disegno La dea levò la fronterealizzato a penna in carta papiro. Accade nella fonte di Aretusa, che prende il nome dalla figlia di Giove che per sfuggire al dio Alfeo si fa trasformare in fonte che zampillerà tra mare e terra. La reale sorgente è così vicina al Mediterraneo da mescolare acqua dolce e salata, che produce una “piccola onda circolare” sui disegni mentre si dissolvono nell’acqua. Ancora una volta un’operazione concettuale dove l‘immagine del mito entra a tutti gli effetti nell’opera, “defluisce in essa” fisicamente e metaforicamente.

L’acqua è sempre poi stata elemento di distinzione, ad esempio con l’ acquerello, nell’operaFluire essa lava via il disegno per lasciarne una traccia dove i volti sono appena intuiti, percepiti.

Nella Conca dell’Incoronata vediamo la più volte citata crocchia di capelli di Leonardo, elevata già per il toscano a riferimento astratto dello scorrere di un fiume o un’area vasta di acqua, nella visione di Galliani è prevista nel progetto l’influenza e della natura sul soggetto e oggetto,che li penetra modificando entrambi.

Sempre è presente questa idea di mutevolezza della visione, dell’opera, del mondo che l’elemento acquatico esemplifica e metaforizza. Il disegno mira ad eternizzarsi, ma non ci riuscirà mai e questa consapevolezza è perfettamente rappresentata nella decisione di inserire un lavoro in un luogo dove le intemperie prenderanno il sopravvento: la realizzazione di cinque metri in altezza, pennellata di sale dell’Himalaya e albume d’uovo, sarà dissolta da pioggia e il sole con l’evaporare il sale. Entrerà a far parte materialmente nella conca nel suo distruggersi,idealmente congiungendosi all’opera ingenieristica di Leonardo. Ancora l’accettazione della dissolvenza trasforma il disegno in installazione.

Michela Ongaretti

Marco Beretta-Spiritus

Intrecci Italiani. Un oasi di fotografia, il design di Vittorio Bonacina, gioielleria per il Fuorisalone 2015

Intrecci Italiani.  Un oasi di fotografia, il design di Vittorio Bonacina, gioielleria per il Fuorisalone  2015

Ogni anno capita che nella miriade degli eventi proposti per il Fuorisalone 2015 ci si imbatta casualmente in un posto nuovo: in questi giorni ci è successo di passare da via Melzo , nel distretto Porta Venezia In Design e di entrare nello studio di Marco Beretta adibito a Temporary Showroom, e rimanere piacevolmente colpiti dall’esposizione dal titolo Intrecci Italiani. Un allestimento curato nei dettagli, dove accanto ad alcuni grandi formati di stampe fotografiche possiamo ammirare la selezione di mobili in midollino del designer Renzo Mongiardino della storica azienda Vittorio Bonacina, insieme alle quali sono esposte le creazioni della gioielleria Anthozoa, posizionata nell’adiacente via Malpighi.
Marco Beretta-Spiritus

Marco Beretta-Spiritus

Bonacina è una presenza storica anche al Salone del Mobile, ha partecipato alla fiera per ben sessant’anni consecutivi, ma per il 2015 ha deciso di fare un’esperienza diversa.

Anche lo spazio è in linea con l’atmosfera desiderata da Bonacina: è stato inaugurato con questa mostra ma si tratta di un laboratorio permanente, ricavato dalla ristrutturazione di un ambiente preesistente a cui Beretta ha deciso di lasciare la patina del tempo. Le pareti hanno conservato parti di intonaco e zone libere nelle quali si intravede l’anima in mattoni rossi. L’interno è nell’insieme sorprendentemente luminoso e si respira l’aria della bottega artigiana, anche per la posizione più raccolta rispetto al negozio con vetrinaQuesta collezione in particolare aveva bisogno di un’ambiente più rilassato nel quale le persone potessero soffermarsi e godere di un’atmosfera più intima, a Rho l’approccio sarebbe stato più veloce e superficiale da parte del pubblico.

Dopo il Fuorisalone una zona sarà adibita a libreria vera e propria con vendita di dischi e un’altra accoglierà il marchio Ultracicli di biciclette a scatto fisso dal sapore vintage, sarà anche showroom della boutique di gioielli Anthozoa.

MOd. Margherita- design Albini e Heig per Bonacina

Poltroncina Margherita- design Albini e Heig per Bonacina


L’azienda fu fondata nel 1889 da Giovanni Bonacina
: più di un secolo accompagnato dall’attenzione viva e costante per il design evergreen, con modelli che vivono diverse vite a seconda degli ambienti nei quali sono inseriti, e in base al “make up” che si decide di adottare sulle sue coperture. I pezzi di design qui esposti sono raccolti nella pubblicazione di Marella Agnelli, Ho coltivato il mio giardino, editata da Adelphi, nella quale siamo guidati attraverso gli interni delle ville e dei giardini ideati dall’autrice stessa, “popolati” dalla collezione di Bonacina presente in via Melzo con alcuni pezzi divenuti iconici. Sono mobili disegnati eprodotti tra gli anni trenta e quaranta che fanno quindi parte dell’archivio storico; negli anni settanta Renzo Mongiardino ha rielaborato e attualizzato i modelli. Ricordiamo che altri pezzi iconici sono osservabili nello showroom del gruppo Maramotti in corso Vittorio Emanuele con la curatela allestitiva dell’architetto Pacciani.

L'etichetta metallica sul midollino Vittorio Bonacina

L’etichetta metallica sul midollino Vittorio Bonacina

Possiamo immaginare quante teste creative abbiano condiviso momenti salienti e in quanti progetti siano stati coinvolti i maggiori designer del novecento: Ponti, Albini, Heig, Forges Davanzati, Gregotti, Sambonet, Travasa, solo per fare alcuni nomi. Dagli anni cinquanta la rivoluzione è partita sotto la guida di Vittorio con il design di Franco Albini e Franca Heig: la loro poltrona Margherita fu premiata con la medaglia d’oro alla IX Triennale. Il risultato importante fu solo l’inizio di un investimento nella creatività dei grandi progettisti, e che fu considerato esemplare della storia del design, così far entrare Bonacina come presenza fissa in diversi musei del calibro delMuseo del Design Triennale di Milano, Vitra Design Museum, M.O.M.A. di New York. Museum of Art Philadelphia e The Montreal Museum of Fine Arts.

Ben più moderne le lampade sempre in midollino progettate da Tomoko Mizo che illuminano le creazioni Anthozoa, che a sua volta ricambia illuminando con coralli, e altri preziosi riflessi le due sedute Valentin all’interno del punto vendita in via Malpighi.

Lampada Mod. Orbita- Vittorio Bonacina

Lampada Mod. Orbita- Vittorio Bonacina

 

Abbiamo notato come altri visitatori si siano accorti della speciale aura di questa esposizione, si ha come l’idea generale e istintiva di una omogeneità formale, anche se stiamo guardando manufatti appartenenti a discipline diverse. La risposta di tale sensazione risiede negli intenti comuni delle tre componenti, bene espressa nel titolo della mostra. Gli intrecci italiani con cui Marco Beretta, Bonacina e Annabella Beretta di Anthozoa tessono la propria poetica sono comuni: esprimono la sensibilità al contemporaneo pur nella dimensione del materiale e della sua lavorazione manuale antica, e sono fedeli e coerenti ad una tipologia di prodotto, o di soggetto. Lavorano tutti e tre con procedimenti artigianali e “raccolgono” la base materiale sulla quale si fonda il loro lavoro in estremo oriente.

Marco Beretta presenta la mostra “Spiritus”, nata da viaggi tra Birmania e Laos; come tutte le sue immagini realizzata con una macchina fotografica Hasselblad analogica. I suoi scatti richiedono molta pazienza e cura nell’immortalare da oltre vent’anni figure di monaci buddisti, ricerca il cui risultato è un’immagine che va aldilà delle mode e dell’aspetto estetico per concentrarsi sulle emozioni che suscitano.

MarcoBeretta, Spiritus

MarcoBeretta, Spiritus

Non si effettua postproduzione: anche se le figure appaiono sempre in movimento l’effetto non è costruito, perchè questo movimento rappresenta una parte del significato, come se si vedesse una metamorfosi del corpo in una trasfigurazione verso l’anima in ogni figura ritratta, e che richiama un atteggiamento contemplativo e mistico nell’osservatore .

Beretta si serve di uno stampatore come nel mondo prima del digitale perchè la sua sensibilità lo porta a dare molta attenzione al supporto cartaceo, alla sua resa a seconda della texture scelta.

Allo stesso modo l’attenzione di Vittorio Bonacina e della sua casa di produzione si concentra sul monomaterico, anche se sono aperte le porte ai giovani designer per trovare declinazioni nuove che non utlizzino esclusivamente il midollino.

Vista del Temporary-Showroom di via Melzo 3

Vista del Temporary-Showroom di via Melzo 3

Quello che viene denominato giunco ( o rattan in inglese), proveniente da India, Manau e e Manila contiene un midollo che si estrae per trafilatura per ottenere il midollino in diversi diametri. E’ talvolta erroneamente confuso con il vimini che è un materiale povero, mentre possiamo paragonare il midollino ad un legno pregiato come il noce. La sua lavorazione è esclusivamente artigianale, dalla piegatura con il calore alla sua tessitura. Il suo utilizzo è da considerarsi ecologico perchè ciò che viene tolto non è nemmeno l’1% di quello che la Natura è in grado di riprodurre nel sud-est asiatico dove queste piante crescono selvagge molto rapidamente; non esiste il rischio di deforestazine come può accadere per i legni raffinati.

Parliamo anche di procedimenti eco-friendly, attenzione verso la quale vorremmo sempre spendere due parole per il design meritevole: qui la colorazione la polvere di anilina penetra in maniera atossica nelle fibre grazie al peso dell’acqua.

Anthozoa-anello Long Ching

Anthozoa-anello Long Ching

 

Anche Annabella Beretta utilizza un approccio artigianale nella sua attività, nella sua pluriennale esperienza segue fin dal principio ogni fase di realizzazione del gioiello: la scelta delle gemme e la lavorazione, forgiatura e cesellatura, il design che molto spesso è personalizzato o “tailor made”.

Il nome della boutique Anthozoa deriva dal nome latino della famiglia dei coralli, materia con cui Annabella ha un legame affettivo legato alle origini e che ama molto per la sua valenza simbolica legata aIla Terra, nella sua appartenenza al regno animale, vegetale e minerale insieme.

Nelle sue collezioni il gioiello non ha soltanto valore estetico ma anche simbolico, derivato anche dallo studio delle pietre in India, Tibet e Cina.

Anthozoa, interno della boutique

Anthozoa, interno della boutique

Sono talismani di buona sorte montati in pietra o in nudo metallo hanno recano sempre all’interno una particolarità unica: che sia una scritta, un traforo o altro, indica l’importanza dell’anima interna delle forme, come nel caso delle effigi di monaci per il fotografo o della preziosa elasticità del midollino nei mobili.

Michela Ongaretti