Geometria incongrua di Monica Mazzone. Galleria Giuseppe pero a Milano

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero

Geometria in mostra con 906090, titolo emblematico di ciò che potrete osservare fino al 10 novembre presso la Galleria Giuseppe Pero.

Più una “tripersonale” che una collettiva, con le artiste Monica Mazzone, Victoria Stoian e Viviana Valla. Quel che è certo l’esposizione è concepita con una linea curatoriale precisa da Nicoletta Castellaneta e Giuseppe Pero pensando all’universo femminile rappresentato dai numeri 906090, le misure ideali di un corpo perfetto, secondo le convenzioni.

 

Geometria di 906090. Tra pittura e scultura con Monica Mazzone in mostra alla galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Monica Mazzone, courtesy Galleria Pero

 

L’approccio a questo “emblema” della femminilità è logicamente smentito dal modus operandi delle tre protagoniste che della misura, con i centimetri, si confrontano non su loro stesse ma sulla tela. Il celeberrimo 906090 non è più valido come canone uniformante, anche se nell’immaginario rimane un’idea evocativa di fascino, ma lo studio delle proporzioni rientra nella ricerca alla base delle opere esposte, insieme all’indagine sul calcolo matematico e il rigore nella composizione, ironicamente qualità che tradizionalmente vengono associate alla mente maschile. Razionale opposto ad emotivo, istintuale secondo uno stereotipo ancora vivo nell’arte contemporanea, qui viene dimostrata l’infondatezza dell’assunto.

 

Geometria di 906090. Viviana Valla in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Viviana Valla, courtesy Galleria Pero

 

Tripersonale perché ciascuna delle tre artiste ha un’area dedicata ad un’opera che ben rappresenti i criteri del personale processo creativo, quasi una stanza tutta per sé di woolfiana memoria ( che per chi non ricordasse fu una specie di manifesto femminista sull’importanza di uno “spazio” di lavoro indipendente). Gli ambienti della galleria stessa, nell’allestimento del percorso espositivo, sembra che abbiano preso in considerazione questa geometria: entrando sulla sinistra troviamo un lavoro di Viviana Valla con il movimento dato dalla differente texture di materiali su forme geometriche, sulla parete in fondo di destra scopriamo Victoria Stoian solo apparentemente disordinato dai molti elementi che compongono il dipinto, mentre esplorando la terza rientranza tra le pareti, quasi una vera e propria stanza, c’è un’opera site specific di Monica Mazzone. Nella grande sala terminale invece abbiamo l’opportunità di vedere tutte insieme le tre ricerche, di poterle confrontare nel loro dialogo visivo, di uscire con un’impressione corale di una poetica della proporzione di 906090.

 

Geometria di 906090. Codri Earthquake 9'' di Victoria Stoian in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero, Victoria Stoian, Codri Earthquake 9”, 2016

 

Sarà una nostra convinzione, non che all’artista sia data da Giuseppe Pero maggiore importanza rispetto alle altre, ma ci pare che l’opera nella stanza di Monica Mazzone sia emblematico del concetto di mostra, come anche la sua ricerca in generale vi si avvicini. Vediamo quella che si presenta come la proiezione ortogonale della pianta di quest’area della galleria, proiezioni che sono tipiche del percorso di Mazzone, dove però il colore contraddice un rigore assoluto, nell’illusione del volume introduce un elemento destabilizzante, all’interno di quella convenzione visiva che vorrebbe esemplificare un perimetro nella sua fredda geometria.

 

Geometria di 906090. Monica Mazzone in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Opera di Monica Mazzone

 

Tutti i suoi lavori, lo si nota anche nell’ultima sala, sono dedicati ad una geometria cristallina nella quale si può individuare un pezzo mancante, un elemento eversivo per l’intera composizione, che mette in discussione senza scoperchiare questa perfezione matematica: è come l’artista stessa dichiara “la carica emotiva” della geometria, che è sempre comunque un prodotto dell’essere umano, del suo tentativo di costruire un’idea. Ma si riferisce nello specifico anche ai paradossi che sono parte della regola matematica, le sue dicotomie per cui “il fatto che un’affermazione possa essere vera e falsa contemporaneamente”. Possiamo dire che i suoi lavori cercano di spiegare l’impossibilità di esprimere la perfezione, come la formula 96090 ha cercato di definire quella del corpo.

 

Geometria di 906090. In mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Vista della sala principale

 

Durante la nostra visita abbiamo modo di parlare con Giuseppe Pero che ci ha invitato ad avvicinarci e poi distoglierci dalla superficie delle opere d’arte, per scoprire come sempre il materiale in un certo senso sovverta il rigore della composizione attraverso la geometria, come siano due mondi dello stesso universo. Lo sperimentiamo con l’opera di Viviana Valla dove il  “silenzio delle forme” è accompagnato dal dinamismo di colori e materiali come se fossero vivi e tattili, con grane e spessori differenziati, dalle geometrie a momenti morbide e quasi in rilievo, talvolta lucide o trasparenti. Sotto la forma o l’idea vive un organismo pulsante.

 

Geometria in un particolare di un dipinto di Viviana Valla

La geometria è donna. Particolare di un’opera di Viviana Valla

 

Per Victoria Stoian al contrario il dinamismo è del tutto esplicitato: dalle campiture cromatiche, nella composizione piena con elementi che emergono quasi figurativi e che rivelano lo studio dell’arte contemporanea, nella reminiscenza di particolari della pittura di Dubuffet. Insomma una pulsione dionisiaca pare fondere le parti costruite mediante il colore, ma è allontanandoci di almeno qualche metro che scopriamo queste forme bloccate nel loro lambirsi, irregimentate da una struttura chiara di equilibrio compositivo.   

 

Geometria di 906090. Un dipinto di Victoria Stoian in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero, particolare di un dipinto di Victoria Stoian

 

In definitiva possiamo dire che la geometria di 906090 parla con rigore e logica razionale dell’anelito ad una perfezione di soggetti pensanti in carne ed ossa, l’essere umano, dentro la più grande contraddizione che è la vita, spiegabile scientificamente solo in parte.

Michela Ongaretti

 

Galleria Giuseppe Pero

via Luigi Porro Lambertenghi, 3-Milano – Italia

dal lunedì al venerdì 14.00-18.30

Sabato su appuntamento

 

Nero e bianco per la pietra di carta. Daniela Barzaghi in mostra presso Sblu spazioalbello

Pietra e Carta. I testimoni di Daniela Barzaghi

Pietra e Carta. L’opera di Daniela Barzaghi nasce dalla contemplazione delle cose semplici. Come spesso avviene i fenomeni complessi della Storia e della civiltà lasciano traccia nella quotidianità, sulle superfici che non è difficile vedere e toccare. Le sculture in mostra presso SBLU_spazioalbello anelano a questo contatto: riproducono un incontro evocato materialmente da quanto di più famigliare possa esistere per l’uomo moderno, la carta, con quanto di più antico e testimone del tempo quale la pietra.

 

Illusione di pietra, oggetto rivetatore del passaggio umano con Daniela Barzaghi

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Particolare di un lavoro in mostra presso Sblu_spazioalbello

 

In generale gli incontri sono fondamentali per l’uomo, ancor più per la vita di un artista, che trasforma la conoscenza in materia plastica o pittorica, attraverso i segni di un modus operandi che diventa stile quando è supportato dalla ricerca continua e mai sazia. Questa conoscenza può essere diretta o indiretta, fatta dalle persone che scambiano esperienze e riflessioni o attraverso gli interessi dello studio di Letteratura, della Storia, della Scienza, delle problematiche socio-politiche del momento. Uno di questi elementi, o più di uno diventano altro, trascendono il sensibile nella mente e tra le mani di un’artista, per chi crea è materia grezza e palpitante, un ingrediente di base per l’alchimia che porta alla genesi dell’opera d’arte. Ma è o sono solo il punto di partenza, tutto il resto è ricerca, è accogliere una visione nella pratica disciplinare che può esaurirsi in un ciclo di opere o nella produzione artistica di una vita.

 

Zoom sui materiali organici che si fanno di pietra per la mostra I confini siamo noi.

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Inserti organici e di tessuto in una delle ultime opere

 

Secondo questa logica Daniela Barzaghi si è nutrita per tre decenni di carriera del contatto e dell’osservazione della Natura, non quella trovata in viaggi esotici  ma quella che accompagna lo sguardo fuori dalla finestra di casa, di terra erba pietra e foglie. Per un cuore puro e una mente immaginifica una visita in campagna è avvicinarsi all’assoluto incarnato nelle piccole cose vegetali e minerali, preziose perché raccontano la vita che è sempre stata. Sono la memoria della Terra abitata dall’uomo, dal suo passaggio continuo nella Storia.

 

La natura nella pietra artificiale di Daniela barzaghi e nella poesia di Valeria Vaccari

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Accanto alla scultura una poesia di Valeria Vaccari scritta per la mostra

 

Un altro grande testimone dell’uomo, del suo passaggio intellettuale su questa terra è la carta. Un prodotto nato con lo scopo della diffusione della conoscenza, della sua più massiva presenza nel quotidiano e nella condivisione a distanze sempre maggiori nei secoli, realizzata con materiale donato dalla Natura. La carta rappresenta un artificio, un congegno che converte il naturale effetto dei suoi singoli componenti in mano a chi la Natura la vorrebbe dominare. Così l’operazione plastica di Daniela Barzaghi può essere riconducibile ad un riavvicinamento degli elementi affini, un rituale purificatore.

 

Pietra di carta allo Sblu spazioalbello di Milano

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Due sculture della mostra “I confini siamo noi”

 

Si costruisce per togliere, per riportare alla luce il senso del mistero dell’immanenza. Bisogna accumulare molta carta, anche l’essenza dell’accumulatore è un qualità tramandata, qualcuno dice genetica, che l’artista ammette con ironia, e poi bisogna disfarsene macerando per riportarla a materia lavorabile. Quando la cartapesta diventa scultura essa si è avvicinata così tanto alla presenza selvaggia da diventarne un suo elemento caratteristico. Non uno a caso, ma quello che attraversati i millenni ancora resiste per raccontarci la sua versione degli avvenimenti inesorabili, che pur è resistita ad essi, la pietra.

 

Memoria preistorica, illusione di pietra

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Particolare di un lavoro che richiama le incisioni rupestri

 

Attraverso questa scoperta archeologica al contrario siamo riportati all’originario, agli echi della scultura arcaica nel suo granito smussato, alle voci dei primordiali artefici nei segni vicini alle preistoriche incisioni rupestri, alle rocce popolate da vegetali ribelli al terreno.  A volte la texture ricorda l’accumulazione materica di Kiefer, spesso dove la forma compiuta delle opere assume identità plastica incompiuta per distribuirsi su pannelli bidimensionali.  Qui però è la scultura ad accostarsi alla pittura, che pare voler uscire dalla superficie piatta e appare porzionata come marmo di un bassorilievo, ritrovato sotto le macerie del Tempo.

In mostra si trova un’antologia delle opere degli ultimi anni, periodo così fecondo da mostrare già il suo possibile superamento.

 

Nero e bianco per la pietra di carta. Daniela Barzaghi in mostra presso Sblu spazioalbello

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Materia moderna e senza tempo

 

Un ulteriore passaggio dopo la cartapesta è l’utilizzo degli stracci, tela prodotta da fibre come possibile solo dopo la rivoluzione industriale, è inoltre usata con una funzione nota quindi ormai scontata come cosa umana. Il punto di partenza è già nel mondo “artificiale”. La superficie ricoperta assomiglia più ad un muro e le voci che popolano parlano un linguaggio moderno fatto di segni, scritte e colori riferibili al graffito del carcerato o del ragazzino aspirante street artist, insomma si riferisce ad un’estetica più urbana, che si presenta volutamente più comunicativa e corale, più stratificata e diversificata nella moltitudine degli interlocutori. Daniela Barzaghi utilizza un tono meno sommesso, come si avverte con l’uso di colori più timbrici, quando gli antenati diventano i nonni, al punto che esiste solo una cosa da fare, andare avanti o tornare indietro, oppure spostarsi di latitudine.

 

Segni moderni sulla pietra di carta dell'artista Barzaghi

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Particolare di un lavoro recente

 

Ed ecco che appaiano delle stele o dei totem, non residuo archeologico del bosco europeo ma sogno della devozione tribale alla Madre Terra: attraverso questo riferimento al manufatto d’Africa capiamo la lirica religiosità dell’intero percorso, vediamo che la ragione profonda della ricerca si lascia trasportare non tanto dalla materia quanto dal segno, dalla traccia materiale consapevolmente celebrativa . La pietra è viva come testimone del linguaggio, non solo del passaggio umano. L’utilizzo degli stracci riconoscibili da vicino che mimano la decorazione più preziosa delle stele votive, linguaggio più contemporaneo che mai nell’intero percorso di Barzaghi perché rende visibile il concetto di riciclo e intinge di quotidiana partecipazione il rituale panteista.

 

Totem di carta come pietra, Daniela Barzaghi in mostra

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Stele votive evocano l’Africa presso Sblu_spazioalbello

 

L’intero processo dalla Carta alla Pietra, dall’Uomo alla Natura, quella che chiamiamo scoperta archeologica al contrario, torna all’attenzione originaria sul bisogno dell’anima razionale ed emozionale di dichiarare la propria esistenza. Tutto il mondo e tutti i tempi hanno visto l’uomo lasciare un segno indelebile della propria energia. Oggi come ieri viviamo per restituire noi stessi alla terra, rientriamo in Natura con il nostro artificio più potente per non essere dimenticati, il linguaggio.

Dove cercare l’essenza dell’uomo? Nella traccia suo passaggio sul mondo sensibile. Come in un racconto poliziesco di Edgar Allan Poe è sotto i nostri occhi l’indizio per avvicinarci, se non comprendere appieno il mistero.

Michela Ongaretti

Mostra personale di Daniela Barzaghi, I confini siamo noi.

SBLU_spazioalbello Via Antonio Cecchi 8, Milano

fino al 28 ottobre 2017 su appuntamento tel 02 48000291 / 333 9596874

Tutto bene, dipinto di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate al Museo della Permanente

Che siate tornati o non ancora partiti, o vi trovate ad essere turisti cittadini, la Milano estiva offre alcune mostre interessanti da visitare. Tra queste consiglio la retrospettiva di Fang Zhaolin ( 1914-2006), per fare un tuffo nella pittura cinese moderna, senza allontanarsi dall’Italia e ad ingresso libero per poterla vedere e rivedere.

 

Fang Zhaolin in mostra, particolare de Scena Lavorativa

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, particolare di Scena lavorativa, 1990, inchiostro e colore su carta

 

L’esposizione è prodotta e ospitata dal museo della Permanente di via Turati, in collaborazione con il Museo Xuyang di Pechino e rimarrà aperta fino al 10 settembre. E’ curata da Daniel Sluse (direttore dell’Académie Royale des Beaux Arts di Liegi) con la collaborazione di Jean Toschi Marazzani Visconti, ed ha ricevuto il patrocinio della Regione Lombardia e dal Comune di Milano.

Si potrà esplorare il lungo percorso artistico della pittrice cinese attraverso ben 66 opere su carta di riso realizzate con inchiostro nero calligrafico e con pigmenti colorati, in entrambi i casi utilizzando il pennello calligrafico orientale, innovando la tecnica tradizionale per creare uno stile originale rispetto all’epoca e alle creazioni di altri autori conterranei; non diciamo necessariamente in territorio cinese perché molti lavori hanno visto la luce durante i numerosi viaggi e soggiorni esteri di Zhaolin. Molte opere sono di grandi dimensioni, rendendo l’esperienza di visita ancora più suggestiva.

 

Fang Zhaolin in mostra con un paesaggio innevato

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, La neve cade sulle montagne profonde, 1983, inchiostro e colore su carta di riso

 

Sicuramente Fang Zhaolin rappresenta un’eccellenza e un’ unicità nel panorama dell’arte cinese del ‘900, ma è anche interessante la sua figura intellettuale, una personalità libera che ha attraversato il secolo scorso, i suoi episodi tragici per la storia dell’umanità e per la sua storia umana. Perde il padre in tenera età e rimane vedova a trentasei anni, poi si trova a dover gestire l’azienda di famiglia e ad allevare otto figli, eppure continua a studiare e dipingere, allieva e discepola dei più grandi maestri cinesi. Per la sua ricerca intraprende molti viaggi e residenze di lunga durata in Asia, in Europa (soprattutto in Gran Bretagna), in Brasile e negli Stati Uniti, tornando diverse volte in patria.

 

Fang Zhaolin in mostra alla Permanente, un autoritratto

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, autoritratto

 

Il riflesso di tutto questo, dei viaggi e della conoscenza della storia dell’arte e dei movimenti artistici europei e mondiali, vive nella sua pittura che può ben essere considerata un ponte, un collegamento, tra la tradizione artistica e culturale cinese e quella occidentale. Le due visioni convivono nelle sue opere, pur mantenendo come punto di partenza ed osservazione la Cina; il suo linguaggio non si traduce quindi in un’appropriazione di stilemi del pre e post impressionismo, del fauvismo, del cubismo e dell’espressionismo astratto, piuttosto la lezione assorbita dei grandi maestri convive assimilata alla rappresentazione di paesaggi sublimi, paesaggi dipinti che spesso sono stati creati lontano dalla Cina e che sono perciò immagini mentali, generate dal ricordo e dall’osservazione passata, con un desiderio di “parlare cinese” al mondo pur nella comprensione e nell’arricchimento di ciò che è stato davvero innovativo per noi occidentali, che abbiamo guardato e guardiamo tutt’ora un’arte frutto di una cultura lontana.

 

La prima sala della mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, la prima sala con il grande dipinto dal titolo Tutto va bene

 

Il suo instancabile viaggio alla “ricerca della propria origine cinese” come scrive Sluse, la porterà a fare la conoscenza dell’arte moderna che sarà uno stimolo a comprendere meglio la propria cultura d’arte, per portarla come tutti i grandi artisti a volerla innovare. Ritrovare la sua tradizione per poterla vivere in maniera libera e personale.

 

Calligrafia di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Messaggio di Zhaolin a Meng Haoran, 1985, inchiostro su carta di riso

 

In questi lavori, degli ultimi quarant’anni carriera di Zhaolin, notiamo l’utilizzo di colori contrastanti e vivaci e la descrizione dei monti ergersi a momenti come figure geometriche quasi astratte a partire dal basso di uno specchio d’acqua popolato da piccole figure di un’umanità intenta nel lavoro quotidiano, con una prospettiva fuori dalle regole codificate dal nostro Rinascimento in avanti. I contorni scuri che a noi appaiono pennellate veloci capaci di costruire un ritmo musicale nel loro percorso sono qualcosa che noi occidentali non avvertiamo istintivamente di grande portata innovativa della disciplina impiegata da Fang Zhaolin, non essendo osservatori figli  della pittura cinese e la sua storia. Viene in nostro aiuto  il Prof. Yguo Zhang, storico dell’arte e direttore del Dipartimento di Calligrafia e Pittura Cinese della Poli Cultura di Pechino, già ricercatore del Museum of Fine Arts e al Metropolitan di Boston, che ci consola affermando che in realtà non sono molti i cinesi a conoscere a fondo la calligrafia, difficile da comprendere perché non è semplicemente un insieme di simboli e caratteri ma un’arte a sé, ma che tutti possiamo godere del suo risultato e dell’atmosfera evocata dalla raccolta di lavori in mostra.

 

Fang Zhaolin, il dipinto Montagne e Fiumi

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Montagne e fiumi, 1988, inchiostro su carta

 

Zhang fa notare come l’alternanza continua di inchiostri leggeri e densi, tra i grigi e i pigmenti colorati proviene dall’unicità di un talento che ha saputo integrare la calligrafia cinese tradizionale nella pittura. La calligrafia si trasforma in pittura utilizzando gli strumenti del pennello,  inchiostro, carta e pietra d’inchiostro, come mai prima, in un intreccio senza soluzione di continuità tra le due discipline.

 

Fang Zhaolin in mostra alla Permanente

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, La bellezza con pennello e inchiostro, 1987, inchiostro e colore su carta di riso

 

E’ lo stesso stile calligrafico ad evolversi dagli anni sessanta, si badi bene da quando i suoi spostamenti tra oriente e occidente si fanno più numerosi, punto di partenza con linee decise e nette verso un punto di arrivo caratterizzato da imprevedibilità più ricca e accentuata di linee pesanti e leggere, bagnate o asciutte, aspre e discontinue pronte ad accogliere e accogliere il colore nel loro percorso. Esplorando il soggettivismo del nostro novecento nel suo aspetto gestuale e istintivo, (qualcuno vede nei dipinti in mostra una eco della visione di Pollock, Kline, Kandinsky e Cézanne), Fang Zhaolin è cinese con il cuore, l’occhio e la mano; ancora vicina, forse più vicina, al suo territorio culla della sua ispirazione artistica.

 

Fang Zhaolin in mostra a Milano, montagne calligrafiche

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Salendo in alto al Festival del Battello del Drago, 1987, inchiostro e colore su carta

 

Fang Zhaolin, è tra i più grandi artisti cinesi, acclamata in patria dove la sua “avanguardia” pittorica ha lasciato una eredità indelebile. Se ora ci sono in Cina delle scuole che insegnano pittura insieme alla calligrafia, gran parte del merito è suo. Ha aperto un varco tra la divisione delle discipline e costruito un ponte tra oriente ed occidente.

 

Particolare di un dipinto della prima grande retrospettiva di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Migliaia di barche a vela, 1983, inchiostro e colore

 

Da vedere per entrare nelle atmosfere della Cina più antica e profonda, attraverso lo spirito e il pennello contemporaneo di una grande innovatrice.

Michela Ongaretti

 

Allestimento della mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, particolare dell’allestimento al Museo della Permanente allestimento

 

Tutto bene, dipinto di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Tutto va bene, inchiostro e colore su carta di riso

 

Una sala della mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, una sala centrale con molti lavori ad inchiostro e colore su carta

 

Retrospettiva di Fang Zhaolin , particolare

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Guardando la cascata da lontano, 1991, inchiostro e colore su carta

 

Mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, una sala centrale

 

 

 

Particolare di un dipinto in mostra alla galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella alla Galleria Rubin. Landness

Presso la galleria Rubin in via Santa Marta è in corso la mostra Landness di Maurizio L’Altrella. Assolutamente da visitare prima della chiusura del 9 giugno, per l’alta qualità dei dipinti ad olio di un artista che attraverso il colore restituisce materialmente un’atmosfera atemporale ed eterea, portatrice di una bellezza solenne.  Accompagna l’esposizione un testo critico di Emanuele Beluffi, illuminante dell’universo immaginifico della pittura a cui si riferisce.

 

Landness. Un dipinto di maurizio L'altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. In mostra con Landness alla Galleria Rubin, Second interaction between rabbit jack, snake plissken and the primal garden, 2016

 

Non sono per numerosissimi i lavori nelle due sale della galleria, e questo garantisce una fruizione lenta, come è giusto che sia, del valore pittorico, del rapimento materico e dello stimolo al pensiero nell’osservatore. Sono dipinti degli ultimi anni, scelti insieme ai galleristi per creare un’antologia dell’ultima tappa stilistica di una ricerca in continua evoluzione. Emergono due risultati della ricerca personale dell’artista, due elementi fondanti: la scelta di rappresentare quasi sempre animali e l’uso maturo e consapevole del colore, entrambi dedicati a formare un universo squisitamente esoterico.

La prima volta ho visto i dipinti di Maurizio L’Altrella in foto. Ero colpita da come la luce continuasse a riverberarsi attraverso la composizione fluida del colore, anche se non lo stavo guardando dal vivo. Quando ho osservato davvero e da vicino quella superficie l’effetto vivido del colore ad olio confermava la prima impressione mediata dalla stampa fotografica, che riusciva comunque a identificare bene l’impronta di uno stile unico e molto personale della pennellata.

Il dato saliente più eclatante nel lavoro di questo artista riguarda proprio il colore, prima di tutto. Prima di ogni giudizio od osservazione sui soggetti, sul loro mondo descritto lasciando misteriose le loro azioni, esiste la materia di cui è fatto il pittore.

 

Landness. Il grande dipinto Golden calf di Maurizio L'Altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. Landness. Il grande dipinto nell’ultima sala, Golden calf, 2016

 

Potrebbe anche non esistere un disegno preparatorio tanto la potenza del colore riesce a costruire un senso e a creare un’immagine carnalmente presente, per quanto l’esistenza dei personaggi, figure umane e animali, si affacciano alla mente da un immaginario onirico vibrante, concreto ed irreale nello stesso tempo, per come essi nell’attimo in cui si presentano vividi si sfaldano e tendono a cancellarsi nel loro palesarsi. Pare quasi che rappresentino un processo mentale della visione pittorica: attraversino una dimensione spaziale che dalla mente del pittore giungono alla nostra osservazione per dichiarare la loro presenza mutevole, in un atto di metamorfosi perenne.

 

Il territorio del colore di Maurizio L'Altrella. Landness presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. Due dipinti nell’allestimento della galleria Rubin, ph. Sofia Obracaj

 

C’è qualcosa di apocalittico nei quadri popolati spesso da uno o due soggetti, comuni nel nostro mondo ma spostati in un diverso territorio, quello ben descritto dal neologismo Landness, collocato oltre il visibile umano e terreno. Immagino essi in un mondo di sogno perché quella è solitamente una dimensione all’interno della quale noi crediamo di sentire delle sensazioni fisiche, ed è con questa sottile contraddizione che il pennello di l’Altrella fa muovere la mente dello spettatore, oltre che l’occhio che trova un senso estetico, raffinato dalla precisione della sua gestualità squisitamente coloristica. da una semplice osservazione approdiamo oltre il visibile, nel terreno spirituale e fortemente simbolico attraverso la materialità pura, che a sua volta si alleggerisce del suo peso fisico, acquisisce evanescenza nel gesto pittorico che cancella una precisa definizione delle forme anatomiche. In realtà non è il sogno ma più generalmente il trascendente ultra-terreno spiegato con gli strumenti sensibili.

 

Landness. Un dipinto ad olio di Maurizio L'Altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. Da Rubin in via Santa Marta a Milano. Eve turns away from the Earthly Paradise, 2016

 

Coerentemente con questo discorso cade la scelta degli animali come soggetti rappresentati: in primis come presenze di pura essenza, l’animale secondo le parole stesse di L’Altrella “E’”, e “Vive la luce e vive l’ombra senza giudicarle. L’animale vive la sua esistenza: non è né buono né cattivo, non si autodefinisce preda o predatore,l’animale è.” L’artista si sente unito in un rapporto di intesa intimo e profondo con gli animali, soprattutto con il cane, il suo soggetto privilegiato più rappresentato; descrive questa relazione “atavica”, cioè nel senso etimologico “trasmesso dagli antenati”, confermando così l’analisi che avvicina il significato simbolico degli animali alle filosofie religiose ed esoteriche arcaiche. Fin dalla culla delle civiltà a noi conosciute diversi animali hanno avuto una loro rappresentazione simbolico-religiosa per impersonificare personaggi soprannaturali o dei, in stretto legame con elementi naturali. L’Uomo si riflette nella Bestia come lo Spirito si identifica nella Natura: la potenza evocativa dei dipinti viene da questi rapporti antichi, nel mantenimento di una suggestione figurativa per giungere alla convinzione più universale di come la nostra sia una condizione di passaggio tra diverse dimensioni per cui “ tutti gli esseri viventi sono immortali” e… ciò che conta per un artista, più comprensibile attraverso l’estetica del colore.

 

Cani metafisici da Rubin fino al 9 giugno 2016. Maurizio l'Altrella

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. Predominanza rossa per By fire, 2014

 

Soprattutto per la figura del cane la cultura religiosa dell’Antico Egitto è  un punto di partenza nella connessione dell’animale-simbolo con altre tradizioni, prima di entrare nell’universo personale del pittore, come mi spiega: “La visione di Anubi è molto stimolante ed è in relazione con Xolotl, che per gli Atzechi era un dio che aiutava le anime nel loro passaggio verso Mictlan. Xolotl, veniva definito anche stella della sera, protettore del sole. Il cane è sempre una presenza che fa da guida e protettore.”

 

Materia e spirito in un dipinto di maurizio L'altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. In mostra con Landness alla Galleria Rubin: Two dogs the moon and the Leviathan. Luna 3, 2016

 

E’ una nebbia atavica o futuristica quella da cui emergono e riaffondano i personaggi come evocati e rimandati indietro nel non-sensibile attraverso la pittura, evocati per materializzarsi come farebbe uno sciamano nell’evocare degli spiriti, solo che qui la presenza è tutt’uno con la sua dissoluzione, perché questo simboleggiano le figure, un ponte. Sono esseri simbolici comunicanti tra due mondi nel venire rappresentati non completi, distorti nella parte anatomica corrispondente ad una espressione, il volto, non confermando quindi la loro concreta e completa esistenza nel nostro mondo terreno. Come sciamani appartengono al qui ma non ora, ad ora ma non qui, in territorio di interregno che è Landness.

Forse aiuta la collocazione in questa dimensione “altra” il fatto che ogni dipinto vive di una predominante coloristica, in un dialogo vivace e di dipendenza tra figure e sfondo, che porta verso un’identificazione simbolica tra il colore e animale-sciamano rappresentato. Questo è vero da alcuni anni della ricerca di L’Altrella soprattutto da quando la tavolozza  è più luminosa e ampliata nelle cromie, come ha notato giustamente Beluffi , abbracciando una gamma più ampia di colori, e avvicinandosi maggiormente al loro valore simbolico codificato, quindi più accessibile e universale, aggiungo.

 

Landness. Un dipinto di maurizio L'altrella in mostra presso la galleria Rubin

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. In mostra con Landness alla Galleria Rubin: Paul of Tarsus falls asleep and dreams IV, 2016

 

Se le figure rappresentate sono un ponte tra la dimensione terrestre e quella ultraterrena attingendo liberamente a diverse tradizioni iconografiche, è coinvolta anche la spiritualità religiosa più vicina a noi nel tempo e nello spazio: lo intuisco e poi comprendo quando guardo un quadro più piccolo nella prima sala, dove ad essere raffigurato è un cavaliere di nome Paolo, Paolo di Tarso. Resto ipnotizzata dalle pennellate che descrivono e celano il volto, per l’intensa suggestione materica che fa apparire una sembianza fantasmatica. La folgorazione del cavaliere colpisce anche noi che comprendiamo le parole dell’artista quando dice “i soggetti si sfaldano compenetrando lo spazio che li circonda, poiché sono particelle della stessa materia”, una materia corposa e fluida come solo il colore ad olio riesce ad essere, che anela all’infinito del territorio dello spirito. San Paolo continuerà per sempre quell’attimo di passaggio, per imprimersi di luce assoluta.

Da vedere: per uscire dalla galleria ottimisti. Un pittore  italiano che lavora molto all’estero può essere presentato in Italia, ed essere apprezzato su base meritocratica della sua ricerca disciplinare, della sua capacità di suggestionare attraverso l’uso del colore.

Michela Ongaretti

 

Una bella immagine di L'Altrella al Lavoro

Il territorio del colore di Maurizio L’Altrella. L’artista al lavoro nel suo studio

 

 

 

 

Lemures alla Libreria Ibis

Mitologia e Arte Contemporanea. Lemures di Roberto Pagnani alla libreria esoterica Ibis

Durante la nostra trasferta a Bologna c’è stato anche il tempo per una peregrinazione nel centro cittadino, a caccia d’arte contemporanea. Erano aperte moltissime gallerie ma la rivelazione è stata presso la Libreria Esoterica Ibis di via Castiglione, un universo di cultura dedicato alla spiritualità, alla mitologia, alle scuole filosofiche di tutto il mondo e persino all’alchimia. E’ sicuramente parso luogo di elezione per i Lemures di Roberto Pagnani, che li espone fino al 7 febbraio, opere memori della mitologia romana, nel nome e nella poetica, declinati secondo un’estetica tutta contemporanea nella commistione di pittura, scultura e collage.

 

Libreria Esoterica Ibis- Mostra Lemures

Lemures alla Libreria Esoterica Ibis. La vetrina guarda la città

 

La mostra è stata inserita nel circuito di SetUp Plus, che ha previsto nell’ultimo weekend di Gennaio l’apertura nel centro storico di Bologna, di diversi luoghi dedicati all’arte contemporanea, in concomitanza di SetUp Contemporary Art fair e di Artefiera. E’ stato come un “fuorisalone” per usare un termine ben comprensibile a chi vive a Milano, che ha dato visibilità a chi tutto l’anno si dedica alla promozione culturale e artistica.  

La Libreria Esoterica Ibis è uno di quei luoghi trasversali, come lo sono tutti i luoghi che trasudano enormi quantità di contenuti, dove spesso accanto ai libri sono accolte opere d’arte. Logicamente l’ospitalità degli scaffali è data a chi sia in grado di presentare manufatti dedicati ad un tema coerente ai misteri affidati alla carta, ed è quasi ipnotico scorrere i titoli sul dorso di questi libri, accanto a ciò che suggerisce analisi attinenti utilizzando un linguaggio diverso. L’arte contemporanea ha molti segreti da svelare o celare, spesso non usa parole (dipende, se pensiamo a Katia Dilella ad esempio lo fa eccome), e non sempre le immagini sono esplicative attraverso la figurazione, anzi direi che non sempre sono esplicative..Insomma in questo caso a parlare sono le forme, gli accostamenti con i colori che non nascondono le forme originate dal Tempo e dalla Natura, i materiali nella loro schietta esibizione arrivano al cuore nella mitologia dei Lemures.

Mi piace pensare che questo tipo di ricerca corrisponda in musica all’intento di non far sentire tutti insieme gli strumenti di un’orchestra, ma che durante il concerto si voglia presenziare con pochi elementi, come ad esempio pianoforte tromba e clarinetto. Questi concorrono alla sinfonia dell’insieme ma  si possono percepire nella loro potenza espressiva singola.

 

Particolare di un Lemure di Pagnani

Lemures di Roberto Pagnani alla Libreria Esoterica Ibis. Particolare

 

I Lemures parlano dagli scaffali della libreria, e lo fanno con voci ancestrali, provenienti dai misteri della mitologia italica, ed è affascinante che si rivolgano a noi da questo luogo. Varcata la soglia si sente un’energia curiosa, enigmatica nei suoi molteplici contenuti spirituali ma allo stesso tempo molto accogliente, protettiva. Ogni visitatore si sentirà quasi uno scopritore delle sculture di Pagnani, in prima linea eppure nascoste, eccezion fatta dal primo dei Lemures appoggiato sul tavolo davanti all’ingresso della libreria, come una divinità pagana nel vestibolo di un tempio. Non sono però soli in questa avventura i Lemures di Roberto Pagnani, in alcuni punti accanto a loro vediamo i suggestivi e antichizzanti dipinti su tavola dell’illustratrice Octavia Monaco.

 

Mostra presso la Libreria Ibis di bologna

Lemures alla Libreria Esoterica Ibis. Opere di Roberto Pagnani e Octavia Monaco

 

In effetti Roberto Pagnani mi spiega con cura: ciò che prende il nome dagli spiriti della notte, o della morte, secondo la religione della Roma antica, qui ha una connotazione opposta, benigna e non maligna come nel passato, un valore protettivo e quasi propiziatorio. Si rispetta invece dei Lemures originari la loro essenza di esseri in perenne transitorietà tra due mondi, attraverso l’uso di materiali recuperati dalla Natura che li sta mutando.  Secondo l’interpretazione contemporanea dell’artista i Lemures rappresentano nella serie delle identità ancestrali, come totem si presentano vagamente antropomorfi, perché hanno un valore simbolico che identifica spiritualmente una persona o persone che si sentono parte di un gruppo, di una tribù. Come per i nativi americani che realizzarono i primi totem per il culto religioso.

 

Mostra Lemures alla Libreria ibis

Lemures di Roberto Pagnani alla Libreria Esoterica Ibis. L’opera principale al centro della sala.

 

I materiali allo stato grezzo sono restituiti dal mare, raccolti dall’artista ravennate nei lidi vicino al suo studio. Con questi legni, conchiglie e pezzi di plastica costruisce delle forme leggermente antropomorfe, in certi casi utilizzando tutti i materiali recuperati, in altri selezionandone solo alcuni. Per quanto riguarda il legno esigenze espressive o di composizione rendono necessaria la sua colorazione, o una semplice stesura di mordente per impedire il proseguimento dell’ossidazione operata dai chiodi di metallo in esso contenuti.  Al termine dell’intervento con i pigmenti colorati si rende talvolta necessario, al completamento di queste “forme”, un agglomerato di piccole componenti come le conchiglie, dove la plastica è scaldata con una pistola termica per permetterle di avvilupparsi agli oggetti per rivestirli di forme nuove e artificiali nella linea ondulata, trasparenti per non celarne il contenuto.  La plastica appartiene come tutti gli altri elementi al ritrovamento in stato di natura, ma è senza dubbio simbolo della modernità, una sorta di contestualizzazione del valore propiziatorio antico, quasi a dare ad esso una credibilità, una dedizione anche a noi uomini del ventunesimo secolo che ancora leggiamo libri e passeggiamo dove batte la risacca, osservandone la perfezione di un meccanismo che viene da molto lontano.

 

Libreria Esoterica Ibis e i Lemures di Roberto pagnani

Opere di Roberto Pagnani e Octavia Monaco tra gli scaffali della Libreria Esoterica Ibis

 

Ciascuno dei Lemures una volta assemblato è incollato con silicone e fissato con viti.   Le parti in legno sono quelle che più fanno pensare alla forma antropomorfa, in alcuni punti la suggeriscono, e Pagnani asseconda questa vocazione facendo uscire ancor più quell’impressione. Decide quindi di tracciare con delle sgorbie qui degli occhi, là una bocca o altri dettagli di un viso umano.

I Lemures sono un esercito, un esercito personale per l’artista che mi conferma di creare in quanto simulacri di spiriti dal valore apotropaico: sono nati per essere in molti, istintivamente concepiti per esistere come gruppo di opere pur nella non serialità, istintivamente crescono in numero rinforzando il loro potere, come totem o feticcio, “come accade quando si vuole dare una forma materiale alla preghiera”.

 

In mostra alla liberia esoterica fino a febbraio 217

Interno della liberia Esoterica Ibis con i Lemures di Roberto Pagnani

 

I Lemures sono apparsi anche negli ultimi giorni dell‘ottobre 2016 nella sala Rossa del teatro Felix Guattari di Forlì, in occasione del festival di Crisalide XXIII, sempre in buona compagnia di diversi stimoli culturali, in quel caso anche performativi. L’esercito si rinforzerà sempre più per la prossima uscita.

Michela Ongaretti

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Le carte dell’immaginario. Poesia dei Ritorni di Sofia Rondelli presso lo Studio D’Arte Cannaviello

Le carte dell’immaginario. Poesia dei Ritorni di Sofia Rondelli presso lo Studio D’Arte Cannaviello

E’ una sensazione che a volte ci spinge ad agire, come quella che mi ha portato giovedì 10 novembre a vedere la mostra Poesia dei Ritorni di Sofia Rondelli dopo aver letto del suo lavoro, non andavo certo a caso visto che a presentarla è lo Studio D’Arte Cannaviello, una tra le realtà protagoniste dell’arte milanese da decenni, a me più nota per la qualità delle opere esposte che della mondanità del luogo.

Lo spazio è ubicato nel pieno centro storico, tra Brera e Cordusio, ma non esiste una vetrina, semmai un discreto e citofono accanto all’elegante portone, poi un corridoio, alcuni gradini ed eccoci nel vivo dell’esposizione. Parlo di questo percorso perché stavolta quella sensazione che mi ha guidato ha seguito un flusso continuo, come se ci fosse una coerenza tra la vecchia Milano, l’introduzione in un palazzo storico, il mio passo risonante tra le pareti beige e l’apparizione dei trenta piccoli e notevoli lavori su carta, che vivono in primis grazie alla sovrapposizione di epoche e di ricordi, nella materia e nella mente dell’autrice.

 

Sofia Rondelli, Precipitoso Volo

Sofia Rondelli, Precipitoso Volo, tecnica mista su carta

 

Seguendo questa logica ho esplorarto una ricerca che incontra un gusto per la linea, integrata e potenziata dalla scelta del supporto cartaceo, a sua volta modificato dall’assorbimento dell’acquerello e dei ricami cuciti sul disegno.

Il supporto ha già una vita propria perché l’artista cerca tra rigattieri e antiquari  delle carte che nelle macchie del retro abbiano una storia: come un terreno fertile questo sostrato può far nascere nuove forme a partire dalla sua stessa sostanza, per diventare qualcosa che riemerge dalle profondità della visione dell’artista.

 

Sofia Rondelli, Siamo lapilli che s'incontrano, 2016

Sofia Rondelli, Siamo lapilli che s’incontrano, tecnica mista su carta, 2016

 

Questa carta diventa altro da sé, rafforza e rinnega le sue origini vetuste per trasformarsi in un leggero passo di danza malinconico e personale, dove le figure non sono definite ma galleggiano evanescenti su sogni reminescenze e sentimenti dell’artista. L’esito poteva essere opposto, le macchie brune potevano diventare forza oscura, massa cromatica e drammatica, magari lacerata, ma questo non è il mondo di Sofia Rondelli dove il simbolo è sublimato con dolcezza rarefatta.

I soggetti nascono dunque come visioni oniriche o dell’immaginazione, dove il mistero si costruisce attraverso la colorazione tenue che si concentra intorno alle figure senza un limite netto, amalgamandosi alle macchie preesistenti che spesso suggeriscono esse stesse le anatomie, come si vede nello splendido “Le sentinelle del Silenzio”.  

 

Sofia Rondelli, Le sentinelle del silenzio, tecnica-mista-su-carta 2014

Sofia Rondelli, Le sentinelle del silenzio, tecnica mista su carta, 2014

 

Ci troviamo in un territorio intimo, in un’atmosfera che sospende la velocità del passaggio contemporaneo per approdare ad una lenta e tonale narrazione: perché se è vero che c’è del mistero nel silenzioso viaggio dall’interiorità all’emersione materica, dalla natura consunta dell’antichità della carta al suo farsi geometria anatomica di oggi, è anche vero che esiste sempre un racconto. Quello che si vede è sempre lo svolgersi di un’azione, si capisce cosa accade anche con l’intenzionale aiuto dei titoli, mentre resta in sospeso il dove e soprattutto il quando. Quale tempo, quale luogo se non quelli dell’immaginazione scevra da ogni logica se non quella della verosimiglianza.  

 

Che il mio albero si tinga di rosso, Sofia Rondelli 2013

Che il mio albero si tinga di rosso, Sofia Rondelli, tecnica mista su carta, 2013

 

Questo mistero ha spesso un suo preciso codice di decriptazione nei riferimenti dotti, filosofici e letterari: appiglio fondamentale per la nostra comprensione del racconto, per l’artista parte ormai imprescindibile dal suo universo intimo e visionario. Le letture fondanti per la vita e l’arte di Sofia Rondelli sono Rainer Maria Rilke, Bruno Schulz, Max Picard, Paul Valéry, Dostoevskij e la poesia di Antonia Pozzi, Camillo Sbarbaro, Giorgio Caproni, Anna Achmatova.

In mostra vediamo “Insonnia” ispirata al pensiero di Emil Cioran, nella sua descrizione morbosa della condizione dell’insonne, che come un miserabile si trascina nell’esplorazione notturna delle strade, al peso insopportabile che hanno i pensieri notturni, come macigni sull’anima.

 

Insonnia, Sofia Rondelli

Insonnia, Sofia Rondelli, Insonnia, tecnica mista su carta

 

Il titolo stesso della mostra, frutto del lavoro degli ultimi due anni, nasce dalla lirica “I ritorni” di Salvatore Quasimodo, dove il poeta ripensa alla sua vita passata, ai momenti che solo nel ricordo esistono nella loro limpidezza. Tema molto sentito da chi come l’artista toscana ha cambiato città per approdare a Torino, nutrendo la propria poetica di un’atmosfera vissuta come scrive Casorati “dove la nebbia è più luminosa del sole”.

 

Sofia Rondelli, Giove e Io, tecnica mista su carta

Sofia Rondelli, Giove e Io, tecnica mista su carta

 

Se il suo immaginario si è nutrito nel corso degli anni di letteratura e poesia, sulla carta pittorica vediamo quella che parla di attimi contemplativi e di incontri, di fusioni tra corpi e anime, suggerite dal non finito della tecnica dei piccoli segni, sostenuti dalla materia, sospesi nell’acquerello integrato alla patina del tempo sulla carta. Spesso l’opera pittorica traduce componimenti scritti dall’artista, altrove la suggestione è mitologica come in “Giove e Io” che lascia in sospeso l’azione dell’amplesso rendendo il racconto universale, simbolo di ogni unione nel trasmigrare da una dimensione fisica a quella spirituale, nella sua impossibilità di una definizione. Il soggetto è sentito come tra i più seducenti ed erotici nella Storia dell’Arte, e in questo caso la visione è mediata da quella pittorica di Correggio, dove la fitta rete di linee e punti traduce in leggerezza la matericità cinquecentesca.

 

Sofia Rondelli, Topografia di un sentimento II, tecnica mista su carta, 2016

Sofia Rondelli, Topografia di un sentimento II, china, acquerello e ricamo

 

Non ci sono sempre le figure a materializzare un’emozione, in “Topografia di un sentimento II” vediamo in alto le stesse vette del primo lavoro con lo stesso titolo, metafora di un innalzamento di condizione esistenziale, delicate come in una sottile carta giapponese e suggerite all’istante dal coagularsi dell’invecchiamento del supporto in un punto. Verso il basso siamo condotti dalla cucitura rossa,  una colata lavica da un monte, a quel regno più ricco di elementi contemporanei come il colore rosso e il blu, e il ricamo di una sagoma arborea, racchiude al centro ciò che pare nascere da sottosuolo, condensato in una forma circolare definita nei tipici piccoli punti: è il sottosuolo della profondità del desiderio umano, della spinta che avvicina un individuo verso un altro.

 

Sofia Rondelli, Pietas, tecnica mista su carta

Sofia Rondelli, Pietas, tecnica mista su carta

 

Pur nella personale delineazione della tecnica il lavoro di Rondelli si è senza dubbio nutrito della lezione di Omar Galliani, studiata e rielaborata nel suo percorso con l’insegnamento di Claudio Cargiolli e Stefano Ciaponi. Tutti grandi maestri di come la stessa tradizione gloriosa del disegno possa dare esiti, molto diversi tra loro, squisitamente contemporanei nell’esibire un linguaggio che veicola concetti con l’uso sapiente di una tecnica.

 

Sofia Rondelli, Punta Manara, grafite china e ricamo su tela

Sofia Rondelli, Punta Manara, grafite china, acquerello e ricamo su tela

 

Mi racconta della formazione liceale con Cargiolli, fondamentale per la trasmissione dell’entusiasmo verso la disciplina unita all’osservazione attenta, ad una sensibilità gioiosa e tangibile verso la scelta del supporto. Fu molto più di un’istruzione artistica pratica, ma una educazione dell’anima “all’auscultazione sensibile delle cose e lo sguardo al continuo senso di meraviglia”. Per Rondelli Omar Galliani ha rappresentato invece un breve ma importante incontro formativo, per la comprensione del linguaggio contemporaneo, anche nei rapporti con il mondo delle gallerie. Si vede con chiarezza l’influenza di Galliani nelle figure di alcuni pezzi come “Punta Manara”, anche se la declinazione tecnica di Rondelli è molto differente perchè tende a definirsi attraverso la delicatezza dei punti e non per l’incisività della grafite.

La mostra sarà visitabile fino al 7 gennaio presso lo Studio d’Arte Cannaviello in piazzetta Maurilio Bossi 4 da martedì a sabato dalle ore 11 alle 19 o su appuntamento.

Michela Ongaretti

Intro di Fabio Novembre, particolare

STANZE. Altre filosofie dell’abitare. Una visione della Ventunesima Esposizione Internazionale della Triennale di Milano

STANZE. Altre filosofie dell’abitare. Una visione della Ventunesima Esposizione Internazionale della Triennale di Milano

Usciamo. Andiamo a vedere una mostra di architettura. Se di questo avete voglia il posto giusto è il palazzo della Triennale di Milano con la mostra “Stanze, Altre filosofie dell’abitare”, curata da Beppe Finessi per la XXI Esposizione Internazionale, che ha inaugurato ad Aprile in collaborazione con il Salone del Mobile. Soddisfarete il vostro desiderio con il progetto di allestimento di Gianni Filindeu e quello grafico di Leonardo Sonnoli, e con la realizzazione di ambienti, ciascuno con la propria logica progettuale, da Andrea Anastasio, Manolo De Giorgi, Duilio Forte, Marta Laudani e Marco Romanelli, Lazzarini Pickering Architetti, Francesco Librizzi, Alessandro Mendini, Fabio Novembre, Carlo Ratti Associati, Umberto Riva ed Elisabetta Terragni.

 

Stanze. Altre Filosofie dell'Abitare

Stanze. Altre Filosofie dell’Abitare

 

Quando ci troviamo a fine agosto vien quasi di parlare al passato riguardo l’anno in corso. Ma il 2016 non è ancora finito e conviene approfittare della fuga da Milano per assaporare senza fretta l’esposizione che terminerà il 12 settembre.

In effetti guardarsi indietro è facile pensando all’assunto della Ventunesima che utilizza il termine After nel duplice significato di “dopo” e di “nonostante”, come se determinate forme di progettualità si stiano manifestando in maniera antagonista, o soltanto “altra” rispetto agli esempi realizzati o studiati nel ventesimo secolo.

 

La stanza di Umberto Riva per la mostra curata da Beppe Finessi, vista dell'esterno

La stanza di Umberto Riva per la mostra curata da Beppe Finessi, vista dell’esterno

 

Ci tornerei, perché raramente mi capita di veder tutto senza stancarmi un attimo, perché in queste stanze l’aspettativa di ciò che si poteva osservare è stata attesa senza esagerazioni di contenuto. Se infatti una parte è retrospettiva e permette di capire il cambiamento nella concezione dell’ architettura di interni del ventesimo secolo con esempi eccellenti , la seconda parte incontra invece la curiosità di chi si domanda..cosa vediamo quando pensiamo ad una stanza?

Possono il design e l’architettura interpretare un nostro modo di intendere, e intessere le relazioni attraverso i gesti quotidiani, di vivere nello spazio?Il punto di partenza è una visione soggettiva dell’architettura di interni. Riflettere e riflettersi, guardarsi nello specchio dal tempo, qui e ora con il successo e l’interesse suscitato dal Salone del mobile, con gli attuali riconoscimenti di valore a questa disciplina che ha rappresentato spesso il primo campo di prova professionale di affermati architetti, e che oggi è di per sé un motore per la creatività, l’innovazione e.. l’economia. Da qui ci si rivolge prima al passato e poi al presente un’analisi critica attraverso lo studio e la possibilità espressiva dell’interior design.

 

Stanze. L'esempio di Franco Albini, con la poltrona che diventerà icona del design italiano

Stanze. L’esempio di Franco Albini, con la poltrona che diventerà icona del design italiano

 

Tutti i grandi progettisti del Novecento si sono confrontati con l’architettura degli interni: anche i singoli elementi di arredo erano sempre disegnati su richiesta dei committenti che desideravano un intervento per dare originalità alle proprie abitazioni; è attraverso questo meccanismo che sono nati pezzi iconici dell’arredamento italiano: oggetti creati solo per quella casa, per quella personalità di “abitante”, di seguito prodotti in serie entrando nella vita di tutti coloro che li amavano. L’industrial design italiano è partito anche da qui.

 

Stanze, l'allestimento della prima sala

Stanze, l’allestimento della prima sala

 

Ecco infatti che il candido allestimento si apre con una sala che mostra immagini degli interventi per interni di grandi architetti del Novecento, area introduttiva che aiuta a comprendere come sia cambiato sia il gusto che la considerazione dei bisogni, di conseguenza della funzionalità di uno spazio. Sono cinquanta esempi di progetto dagli anni venti ad oggi, Gio Ponti, Franco Albini, Carlo Mollino e Carlo Scarpa, Ignazio Gardella e i BBPR per fare alcuni nomi. Alcuni di essi sono definiti trasversali per la loro multidisciplinarietà come Ivo Pannaggi e i più di recente Getullio Alviani e Corrado Levi. C’è chi sull’interior ha lavorato e teorizzato come Gae Aulenti e Leonardo Savioni, e chi è riuscito ad emergere proprio grazie a questa disciplina come Umberto Riva e Cherubino Gambardella. Ancora i meno famosi ma assai rilevanti fin dagli anni venti Melchiorre Bega, poi Luciano Baldessari, Giulio Minoletti e Cini Boeri, e i fuoriclasse Ettore Sottsass, Angelo Mangiarotti e Joe Colombo. Tra i contemporanei Alessandro Mendini, Nanda Vigo, Guido Canali, Gaetano Pesce, Gianfranco Cavaglià, Bruno Vaerini Massimo Carmassi e Gabriella Ioli.

 

Le mie prigioni, la stanza di Alessandro Mendini in Triennale

Le mie prigioni, la stanza di Alessandro Mendini in Triennale

 

Dal punto di vista teorico ed espositivo ben poco è stato donato a questa disciplina. Possiamo ricordare soltanto “Colori e forme nella casa d’oggi” a Villa Olmo di Como nel 1957, “La casa abitata” a Firenze in Palazzo Strozzi nel 1965, “Italy The new domestic landscape” al MOMA di New York nel 1972. L’ultima mostra sull’argomento fu proprio in Triennale nel 1986 con “Il progetto domestico”.

 

Stanze. CarloLazzarini e Carl Pickering, vista di La Vie en Rose

Stanze. CarloLazzarini e Carl Pickering, vista di La Vie en Rose

 

Dopo ben trent’anni si vuole dare uno stimolo all’approfondimento critico del contemporaneo con la prova di creatività di 11 studi di architettura; entriamo così nella seconda parte del percorso, composta da undici ambienti unici. Il progetto realizzato è l’invenzione di una stanza, ciascuna rappresentativa di un imput valoriale, un approccio metodologico, una diversa generazione e linguaggio, per arrivare a soluzioni diverse che tengano in considerazione differenti bisogni primari del quotidiano. In più Francesco M. Cataluccio ha suggerito un accostamento di questi risultati con significative teorie filosofiche recenti, per ricostruire una visione dove l’architettura dialoga con il pensiero, nel rappresentare il nostro tempo.

 

Stanze. Particolare dell'allestimento

Stanze. Particolare dell’allestimento

 

Partiamo dalla stanza di Elisabetta Terragni la cui percezione degli spazi cambia in base alla luce e al movimento dell’osservatore, per poi passare con Duilio Forte all’esperienza di abitazione minima che segue la forma zoomorfa di un orso, e di cui ogni area riassume un’azione umana e il suo corrispettivo simbolico con una parte del corpo animale, ad esempio l’ingresso è la testa, da cui si inizia la purificazione mentale e fisica della sauna, per entrare nell’ambiente principale dedicato alla convivialità, il ventre.

 

Stanze. Ursus di Duilio Forte

Stanze. Ursus di Duilio Forte

 

Manolo De Giorgi si domanda se stare fermi in una stanza rappresenti un nostro bisogno. Forse anche l’abitazione può avere la forma di un percorso che segna le tappe delle nostre funzioni quotidiane distribuite e non semplicemente contenute in un ambiente.

 

La stanza di Carlo Ratti con le sue sedute modulari e modulabili

La stanza di Carlo Ratti con le sue sedute modulari e modulabili

 

A Carlo Ratti basta una seduta imbottita modulare a ridefinire lo spazio. Semplicemente controllabile in remoto tramite un’applicazione, è pronto a raddoppiare o dimezzare la propria altezza e combinarsi con gli altri elementi.

 

Stanze. Particolare di Circolare Circolare di Manolo De Giorgi

Stanze. Particolare di Circolare Circolare di Manolo De Giorgi

 

Fabio Novembre, schietto nel suo gusto ridondante, sogna la stanza come un uovo dalla superficie dorata e specchiante, uovo che è “la perfetta sintesi formale” originaria, dal richiamo atavico che rimanda alla nascita. Un utero che per Novembre è primissima idea di ambiente esperita dall’uomo: avviluppa l’osservatore quasi magicamente risucchiato dalla pelle rossa dei divani al suo interno, stanza che protegge e tutela la memoria e la riflessione.

 

Stanze. Intro di Fabio Novembre

Stanze. Intro di Fabio Novembre

 

Mi fermo, è come quando vedo un film e vorrei invitare un amico a vederlo, non posso andare oltre il primo tempo con il mio racconto. Se pensate all’architettura alla fine di questa estate 2016, passate in Triennale.

Michela Ongaretti

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Cazziefighe. Una deliziosa mostra pornografica ovvero un’antologia del talento milanese

Cazziefighe. Una deliziosa mostra pornografica ovvero un’antologia del talento milanese

di Michela Ongaretti

Iniziata in leggerezza, finirà in un battito d’ali come il lieve passaggio di una farfalla.

Schietta fin dal titolo, Cazziefighe è la mostra nata dalla mente di Massimo Kaufmann e Ivano Sossella, la dichiarazione d’indipendenza di due artisti di lunga esperienza che concepiscono l’esposizione come una grande opera formata da quelle degli 86 creativi coinvolti. Tutti liberamente invitati ad esplorare reinventarsi o ritrarre quel che vive sotto ai nostri vestiti. La mostra dura in tutto quattro giorni, e bisogna sbrigarsi perchè domani sarà l’ultima occasione per visitarla presso lo spazio Laltalena in via Binda 7.

cazziefighe001 (1)Vista generale della mostra Cazziefighe, foto di Sofia Obracaj

Tema vivace e dalle mille visioni, mai volutamente esplicitato come ora, dimostra che l’arte può anche divertire, perché il corpo è prima di tutto un gioco in regalo, e gli organi genitali hanno una storia da raccontare, che tutti conoscono e in pochi hanno mostrato costretti dal pregiudizio della decenza, della rispettabilità negata dall’intimità esibita. La materia di Cazziefighe oggi è democraticamente per tutti, come può essere l’arte, ma non da tutti, infatti nell’eterogenea selezione questa mostra ha coinvolto chi sa parlare con la propria arte.

cazziefighe011 (1)L’opera di Andrea Zucchi per C&F, foto di Sofia Obracaj

Il gioco può volgere al serio perchè se spesso si sorride, (Stefano de Molfetta), o ci si meraviglia (Coniglioviola e Rosario Gallardo) per lo stesso soggetto, l’ azione o reazione di fronte al sesso può portare a riflessioni sulla visione (Giancarlo Marcal), sull’apparenza, (Francesco Arena), o ad inquietudini ancestrali e surreali per Umberto Chiodi. Qualcuno accosta il sesso alla morte, (Stefano Abbiati), mentre per Andrea Zucchi il racconto è retrò come il suo svelamento teatrale.

cazziefighe012 (1)Umberto Chiodi per C&F, foto di Sofia Obracaj

C’è Vedovamazzei che analizza il design di un pene e il personaggio di Massimo Giacon che di pene perisce nella sua incapacità di gestirlo, mentre lo stesso pene è sineddoche dell’intera personalità per Agnese Guido. La scultura è perlopiù dedicata all’organo femminile, con Lucrezia Zaffarano e nella foto di Loredana Galante.

Il disegno di Giovanni Manzoni Piazzalunga per C&FIl disegno di Giovanni Manzoni Piazzalunga per C&F

Per altri ancora il sesso femminile o maschile è semplicemente bello (Valeria Finazzi e Cosimo Filippini), e visto da vicino è un piccolo capolavoro di linee morbide e quasi astratte (Giovanni Manzoni Piazzalunga), o un delicato oggetto di devozione rinascimentale per Armando Perez Prieto.  

cazziefighe015La scultura di Lucreazia Zaffarano, foto di Sofia Obracaj

Tutte le più di ottanta opere sono su una sola parete sul fondo della sala, ci stanno giuste giuste nella misura totale, e per il mio gusto personale, unito alla volontà di potermi concentrare sulla singola opera, che abbia un respiro nella distanza anche mentale dalla successiva, soprattutto in una collettiva, ho un momento di confusione. Un attimo nel quale tutto mi sembra confondersi e mescolarsi: in realtà è un effetto voluto perché la visione dei genitali umani, fantasiosa surreale o descrittiva, è corale, ed è dall’unione della voci in una sola che si sviluppa una logica addizionale: la parete è brulicante di risatine e sussurri, fragilità e osservazioni, dichiarazioni di intenti e di genere, sguardi dal buco della serratura o a porta spalancata.

cazziefighe029C&F fotografati durante il vernissage, foto di Sofia Obracaj

Al vernissage conosco Ivano Sossella, mi presenta lui stesso una chiave di lettura fresca, divertita, che avvicina l’arte ad una scorribanda collettiva, una allegra brigata, anche se poi sempre allegra non è la visione della sessualità con i suoi retaggi psicologici e psicanalitici..sul suo volto leggo il piacere di avere riunito con successo una larga fetta degli artisti operanti intorno al panorama milanese scevri dall’intervento di galleristi, tutti su una parete per un gioco lungo quattro giorni, felice di aver riunito “un’accozzaglia di gentaglia”,  intenta a fare arte con il sesso.

cazziefighe037Volti di C&F, foto di Sofia Obracaj

Massimo Kaufmann e Ivano Sossella si sono avvalsi della collaborazione di altri due artisti, Carlo Spoldi e Yari Miele, e il supporto tecnico di due giovanissimi, Lorenzo Fioranelli e Lucrezia Zaffarano. La mostra è stata resa possibile grazie alla generosità di Ho Jin Jung e il catalogo grazie a Marco Genzini, Emmegigroup.

cazziefighe063Artisti e ospiti, foto di Sofia Obracaj

Potete vedere l’album completo dell’evento qui

https://www.facebook.com/obraphoto/photos/?tab=album&album_id=1107280669318302

..ed ecco l’elenco completo degli artisti

Stefano Abbiate, Paola Alborghetti , Sevil Amini, Roberto Amoroso, Daniela Ardiri , Francesco Arena Silvia Argiolas, Stefano Arienti, Mattia Barbieri, Angelo Barile, Enzo Basello, Alessandro Bazan Lorenza Boisi,  Simona Bramati, Jacopo Casadei, Giorgio Cattani, Elisa Cella, Maurizio Cesarini Umberto Chiodi, Michele Chiossi, Marco Cingolani, Coniglioviola, Francesco Correggia, David Dalla Venezia, Kalina Danailova, Francesco De Grandi, Francesco De Molfetta, Pier Giorgio De Pinto, Doan
Ilaria Facci, Cosimo Filippini, Valeria Finazzi, Lorenzo Fioranelli, Giovanni Frangi, Eckehard Fuchs
Valerio Gaeti, Loredana Galante, Rosario Gallardo, Daniele Galliano, Giuseppe Gallo, Massimo Giacon, Domiziana Giordano, Agnese Guido, Donald Hyams, Michelle Jarvis, L Orma, Marco Lavagetto, Corrado Levi, Ivan Lupi, Giancarlo Marcali, Barbara Mauceri, Karl Klaus Mehrkens, Davide Merlo, Piero Mezza Botta, Yari Miele, Alberto Mugnaini, Anna Muzi, Saba Najafi, Katja Noppes
Guido Nosari, Andrea Nurcis, Max Papeschi, Armando Perez Prieto, Giovanni Manzoni Piazzalunga
Stefano Pizzi, Michela Pomaro, Angelo Pretolani, Rahmani Banafsheh, Stefano Romani, Giovanni Ruggiero, Giuliano Sale, Antonio Serrapica, Emila Sirakova, Ivano Sossella, Carlo Spoldi, Sukran Moral, Giovanni Testori, Roberta Toscano, Francesco Tricarico, Vania Elettra Tam, Vedovamazzei
Dany Vescovi, Lucrezia Zaffarano, Giulio Zanet, Andrea Zucchi , Christian Zucconi.

Michela Ongaretti

 

 

 

 

 

taccuino eleonora prado

Moleskine e i viaggi d’artista, la visione disegnata da Eleonora Prado. Un percorso da scoprire allo Spazio Tadini

Moleskine e i viaggi d’artista, la visione disegnata da Eleonora Prado. Un percorso da scoprire allo Spazio Tadini

DI MICHELA ONGARETTI

Moleskine e viaggi d’artista di Eleonora Prado, a cura di Francesco Tadini e Melina Scalise.

Quando un artista osserva il mondo dotato anche solo di penna e taccuino, è in grado di trasportare lo spettatore dall’altra parte del globo, senza muovere un dito. Io come osservatrice ho viaggiato attraverso i disegni di Eleonora Prado che ha scelto di muoversi in luoghi vicini e lontani accompagnata dai suoi preziosi taccuini, e voi sarete altrettanto fortunati se andrete a vedere la sua mostra “Moleskine e i viaggi d’artista” allestita nella sala grande di Spazio Tadini fino al 18 maggio.

Testi e immagini di Eleonora Prado

Testi e immagini di Eleonora Prado

 

Si possono visionare gli originali sui quaderni di Moleskine, gli stessi che utilizzò il più celebre dei suoi testimonial storici, Bruce Chatwin che considerava una perdita ben maggiore del proprio passaporto.

Alle pareti delle 36 splendide stampe giclée fine art autenticate, tratte dagli “scatti a china” selezionati dalla giovane artista.

Misterioso Vietnam allo Spazio Tadini, ph. Sofia Obracaj

Misterioso Vietnam allo Spazio Tadini, ph. Sofia Obracaj

 

Dai disegni non si è arrivati solo alle stampe, infatti sono presenti in mostra diverse sperimentazioni tecniche nate dallo stimolo della peregrinazione asiatica: dai timbri intagliati da Eleonora Prado a disposizione di tutti, al grande dipinto in bianco e nero raffigurante il groviglio di cavi che caratterizza diverse opere, alle parole che accompagnano sui taccuini i disegni originali.

La produzione spazia da una notte invernale nella città di Brescia, alla visita al Castello di Vezio per poi concentrarsi soprattutto sull’ultimo di due viaggi in Indocina, per la precisione in Vietnam. Un motivo in più per varcare la soglia di Spazio Tadini è l’occasione di osservare da vicino l’utilizzo del nuovissimo Smart Writing Set di Moleskine, l’innovazione che permette per la prima volta di trasferire il disegno su taccuino “in diretta” sul formato digitale, con l’ausilio di un’apposita penna .

La locandina della mostra nello Spazio tadini durante la mostra, ph. Sofia Obracaj

La locandina della mostra nello Spazio tadini durante la mostra, ph. Sofia Obracaj

 

Piccoli e grandi creativi potranno muoversi con un lieve peso come se avessero con sé una tavoletta grafica istantanea. Io l’ho provata il giorno dell’inaugurazione ma potrete farlo anche voi in alcune occasioni durante l’esposizione, con il supporto e l’entusiasmo di Eleonora Prado.

L'artista alle prese con lo Smart Writing Set

L’artista alle prese con lo Smart Writing Set

 

Nella cornice della casa museo Spazio Tadini – un tempo studio di Emilio Tadini – vedo l’esotico nel senso etimologico del termine. Tutto ciò che è fuori dal nostro vicino campo d’indagine. Come ho avuto già modo di osservare nel lavoro di Prado esiste in lei una vocazione alla meraviglia nelle piccole cose: nulla di sensazionale, nulla di spavaldamente scenografico bensì un gusto per la vita quotidiana, che cela lo straordinario nel suo rivelarsi mentre si attraversa uno spazio inconsueto, scoperto come vivido e personale nel momento in cui si manifesta, anzi in cui viene svelato dall’occhio in movimento.

Quattro stampe giclé da Moleskine ei viaggi d'artista, ph. Sofia Obracaj

Quattro stampe giclé da Moleskine ei viaggi d’artista, ph. Sofia Obracaj

 

La viaggiatrice incontra sul suo cammino delle apparizioni, siano essi giungle lussureggianti, volti o insediamenti umani, essi sono come personaggi con una storia densa, e si lascia ai dettagli il potere di raccontarla. Così si indugia su particolari descritti dal tratteggio veloce, e si lasciano scoperte, come non a fuoco, altre zone della stessa visuale: è ciò che colpisce il senso della sosta, tutto il resto fa parte dello stesso attimo ma è accessorio. In alcuni lavori si assiste al processo opposto, come per il ritratto femminile che emerge dal nero dello sfondo tra le lanterne di carta, si assiste alla lavorazione per negare la luce a ciò che sta a margine di un’emozione, donando il bianco ai veri protagonisti.

Un particolare del viaggio in Vietnam, ph Sofia Obracaj

Un particolare del viaggio in Vietnam, ph Sofia Obracaj

Un volto secondo la visione e il tratto di Eleonora Prado, ph Sofia Obracaj

Un volto secondo la visione e il tratto di Eleonora Prado, ph Sofia Obracaj

 

Un artista viaggia anche quando non si allontana dal proprio studio, la mente crea un luogo e lo esplora, lo espande nello spazio e nel tempo della visione, e noi continuiamo quel percorso nella fruizione di un opera, anche quando questa viene fissata sulla tela, o sulla carta. Qui il tragitto è lento nella rielaborazione di un vissuto reale o immaginario, è così sempre e lo è anche quando il viaggio intrapreso è concreto, perché i volti, i paesaggi o i monumenti, l’ingresso ad una città che l’artista incontra, entrano nella memoria visiva e all’istante sono catturati dal vortice emozionale, invischiato nella sua tecnica. Se talvolta un letterato contempla, il pittore o il disegnatore non può fermare in quell’istante ciò che sotto la sua matita o il suo pennello diventa altro da sé.

Visitatori per il vernissage accolti da Socrate dei Metaborg, ph. Sofia Obracaj

Visitatori per il vernissage accolti da Socrate dei Metaborg, ph. Sofia Obracaj

 

Io credo fortemente che oggi l’artista figurativo sia naturalmente e incoscientemente un surrealista, che crea immagini oltre la soglia della percezione comune. Il soggetto può essere rispettato, come fa Eleonora Prado che illustra le tappe dei suoi pellegrinaggi, ma prevale la poesia, prevale il mistero insito nel dato concreto, quella sensazione che ci può fare dubitare si tratti di qualcosa di realmente esistito. Non è mai accaduto nella realtà oggettuale perché è sublimato dalla storia personale e artistica di chi lo presenta i nostri occhi. Come è certo che non ci si bagna mai alla stessa acqua dello stesso fiume, così è sicuro che il medesimo scorcio non potrà esistere mai più come le ombre o i tratti incrociati lo stanno non descrivendo, non analizzando, ma reinventando, come un sogno ad occhi aperti i disegni su Moleskine di Elonora Prado.

Michela Ongaretti

lee broom

In van per la Milano del Fuorisalone: Lee Broom e il suo road-show con la collezione Optical

In van per la Milano del Fuorisalone: Lee Broom e il suo road-show con la collezione Optical

DI MICHELA ONGARETTI

Lee Broom porta in van la collezione Optical al Fuorisalone 2016.

E’ stato la rivelazione del Fuorisalone, almeno per me, perché nel Regno Unito Lee Broom è assai noto come interior designer e progettista

La Milano Design Week è stata teatro itinerante per lui che ha allestito all’interno di un van una vera e propria installazione con la sua nuova linea di lampade Optical.

 

L'installazione sul van Palazzo Italiano con il designer e la collezione Optical

L’installazione sul van Palazzo Italiano con il designer e la collezione Optical

 

Si è fermato in diversi punti della città, lezone calde del Fuorisalone, fino a sabato, aprendo le porte al suo Salone del Automobile (sic), nome ironico per l’operazione “alternativa”, comunque ben accolta ed anzi considerata a tutti gli effetti estensione dell’istituzionale MDW.

L’installazione nel van, quello per le consegne del suo negozio, si chiama Italian Palazzo come omaggio alla nostra architettura, perché Broom ripensa alle sue visite precedenti quando era rimasto impressionato dalle location in antiche dimore cittadine, con i loro maestosi interni.

Il Fuorisalone secondo Lee Broom, con un particolare della decorazione

Il Fuorisalone secondo Lee Broom, con un particolare della decorazione

 

Incorporata alla scenografia la collezione di lampade, in metallo e vetro soffiato, è “Optical”, con l’idea nata dalle illusioni ottiche e dalla op art dei dipinti degli anni sessanta, mutevoli nelle diverse angolazioni e prospettive: allo stesso modo le luci cambiamo il loro look girando attorno ad esse. Somigliano anche a dei lampioni, per ricordare che l’evento è on the road per le vie della città lombarda.

Lampade da terra e e sospensione della collezione Optica di Lee Broom

Lampade da terra e e sospensione della collezione Optical di Lee Broom

 

Segnalata tra i 15 migliori allestimenti per la MDW2016, la mostra compatta e trasportabile è caratterizzata dal grigio, marchio “di fabbrica” della creatività di Broom, ornata da colonne e architrave come sfondo classicista e monocromo, in contrasto controllato con lo stile sixties delle lampade sferiche, appoggiate su sostegni quelle da tavolo, appese direttamente alla struttura le sospensioni o dal lungo stelo quelle da terra. Tutto perfettamente posizionato per materializzarsi agli occhi come una vera stanza apparsa dietro ad una porta magica.

Lee Broom ha aperto alla fine del 2013 uno showroom nel quartiere di Shoreditch a Londra: sotto l’insegna Electra House presenta tutti i prodotti per l’illuminazione e l’arredamento e con la propria etichetta: ha realizzato più di 75 oggetti dal 2007, oltre ad una ventina con altri marchi. Ha particolarmente a cuore la selezione degli artigiani, piccoli produttori e manifatture inglesi. Essi hanno creano ciò che Broom personalmente produce e distribuisce, tra cui ricordo il best seller del marchio, le lampade a soffitto in ottone e vetro Crystal Bulbs.

Crystal Bulb Chandelier di Lee Broom

Crystal Bulb Chandelier di Lee Broom

 

Coerentemente alla sua visione proposta anche a Milano, ogni mobile è collocato in una piccola scenografia, ed ogni oggetto è frutto di un’eccellenza artigianale scelta con cura.

Come interior designer in patria ha curato molti spazi residenziali e commerciali, ristoranti e bar di cui ricordiamo l’Old tom & English a Soho con velluti, legni, e le sue lampade forgiate nel marmo prodotte solo grazie alla perizia tradizionale di artigiani italiani.

Lee Broom abbraccia Rossana Orlandi il primo giorno del tour per le location del Fuorisalone

Lee Broom abbraccia Rossana Orlandi il primo giorno del tour per le location del Fuorisalone

 

Il viaggio del department store immaginario intorno ai distretti chiave del design milanese è partito martedì 12 da S. Ambrogio con il celeberrimo spazio commerciale e di tendenza di Rossana Orlandi, mentre la sera ha animato il dehor del mitico Bar Basso, teatro e rifugio del bel mondo del progetto, milanese e non, dagli anni novanta. Poco dopo la classica ora dell’aperitivo, i calici si sono alzati anche in nome della sua creatività per il party inaugurale.

Il secondo giorno lo si poteva ammirare presso il polo nuovissimo S. Gregorio Docet nell’omonima via vicino a Corso Buenos Aires. Il terzo giorno si è posizionato nel cuore di via Tortona, mentre venerdì 15 aprile è stata la volta di Brera, per la precisione davanti a Fantini in via Solferino 18.

Il road show si è concluso il 16 aprile al design district di via Ventura Lambrate, ormai diventato di culto per le idee più fresche dei giovani creativi.

La collezione Optica di Lee Broom alla MDW2016

La collezione Optical di Lee Broom alla MDW2016

 

Il furgone scenografico non è stato un antagonista ma per ogni location ha fatto da corollario espositivo in accordo con gli eventi e gli espositori, collocato in strada ma non clandestino.

Non è la prima volta che il designer si inserisce in modo originale nel contesto stimolante e caotico del Fuorisalone, e già sono entrate nella sua storia personale e creativa le settimane di primavera passate. Mi domando come sia possibile averlo notato solo nel 2016!

Studiando un p0′ .. ho scoperto che l’anno corso era “stabile” ma in un luogo lontano dalla pazza folla, in zona Stazione Centrale aveva ridato vita ad un negozio dismesso con la varietà dei suoi pezzi di design, dalle lampade alle poltrone, dai mobili agli specchi. Nel 2012, la sua prima volta al Fuorisalone, aveva ricreato in via Ventura un vero e proprio pub inglese in una galleria e ricorda di avere sul serio bevuto un whisky con un visitatore italiano che compiva quel giorno 100 anni. Avvezzo al concetto di makeover funzionale usato in senso spettacolare, aveva pure nel 2015 trasformato il suo showroom di Shoreditch in un negozio di fiori.

Lo showroom di Londra trasformato in negozio di fiori

Lo showroom di Londra trasformato in negozio di fiori

 

Sicuramente è un’esperienza che vorrà ripetere, (chissà cosa studierà per il Fuorisalone 2017), vista l’opinione entusiasta sulla Milan Design Week. L’ha infatti descritta come “meravigliosa, che lega tutti i partecipanti in maniera speciale”. La manifestazione milanese è “incredibilmente importante per designer come me perché è seguita in tutto il mondo, vi accorrono persone persino dall’Australia”, e questa global audience rende l’evento una vetrina unica, sia per mettersi in mostra che per osservare le novità nel campo, senza avere i vincoli di una fiera tradizionale come il Salone del Mobile.

Michela Ongaretti