Riccardo Paternò Castello è entrato nella mia vita e nei miei interessi molti anni fa, a Milano. Per me era ancora il periodo dell’università e delle prime esperienze come curatore. È in quel momento che abbiamo iniziato a collaborare per una serie di mostre nello spazio B10 di Olimpia Rospigliosi di Piazza Borromeo. La sua casa-studio si trova ai margini delle Cinque Vie, una delle poche zone di Milano che abbiano ancora mantenuto una certa autenticità, con i suoi resti romani e le strade aggrovigliate ancora sconosciute alla massa dei turisti “mordi e fuggi”.

Il suo studio è principalmente una grande, altissima stanza con un soffitto a cassettoni, un ambiente piuttosto singolare per un pittore, nel quale negli anni ho visto crescere pile di libri, mucchi di cartoline e ritagli appiccicati ai muri, strati di polvere e cataste di tele.
Qui si muove questo siciliano sui generis, solitario se non addirittura misantropo, la cui pittura parla un linguaggio moderno che sembra fondarsi sulla bellezza dell’antico, senza la quale, per lui, è impossibile progredire. La sua è una ricerca continua di nuovi materiali, tecniche e stili, un confronto incessante e tumultuoso. In lui, come nelle sue tele, si esaltano il buio, la tensione, la materia, ma, al contrario di quello che si possa immaginare, il suo eloquio è perennemente attraversato da una sottile ironia e da un costante piacere per il paradosso. In questo scambio a due tutto si è trasformato velocemente in una conversazione, quasi in un flusso di coscienza che ogni tanto ero costretto a riportare nei ranghi, ma che ho cercato di tracciare qui il più fedelmente possibile.

A Novembre dello scorso anno un tuo grande quadro è entrato a far parte della collezione dell’Ambasciata d’Italia a Londra, è una vista di Milano dall’alto. Come descrivi il tuo rapporto con la città? A tratti si direbbe distaccato, ma la città continua ugualmente a comparire nella tua pittura. Come lo spieghi?
Riccardo Paternò Castello: Sono arrivato a Milano quasi per caso una ventina di anni fa, con l’idea di non restarci a lungo. Cambiare città probabilmente era un espediente per fuggire dalla noia delle Accademie, lo avevo già fatto con Roma e Firenze. Alla fine, forse per pigrizia, sono rimasto qui. Comunque non l’ho mai trovata ostica, detesto quel tipo di retorica, anche se mi ricordo che i primi anni soffrivo una sua certa mancanza di sensualità: nelle città dove avevo vissuto, capitava di svoltare l’angolo e trovarsi di fronte a qualcosa del tutto inaspettato, di sorprendente, ecco, qui manca quell’aspetto, quella possibilità di stupore, da un lato forse è più civile così, chissà…
Dicono che la bellezza a Milano vada soprattutto cercata, che si nasconda dietro i portoni o nei giardini privati.
Lo so, ma purtroppo non ho la tendenza ad infilarmi nelle case altrui, e poi amo giudicare dalle apparenze…comunque, direi che quello con Milano sia ancora un rapporto che vive di alti e bassi. Ultimamente, ad esempio trovo abbia perso molto del decoroso riserbo che mi affascinava, sembra pervasa da una certa invadenza omologata, è sempre più nordica nell’estro e sempre più meridionale nel rigore. Dunque, per lo più evito di uscire di casa. Comunque, si, ricorre spesso nel mio lavoro, forse perché è tutto ciò che vedo quando metto la testa fuori di casa.

A proposito delle città, nel tuo lavoro compaiono diverse vedute aeree urbane.
Riccardo Paternò Castello: Sono nate principalmente per la mia necessità di disegnare, come impulsi psicologici: le città italiane, soprattutto, sono piene di incongruenze, stratificazioni, cambi di ritmo che dall’alto si colgono bene. Un caos che rivela la sua nevrosi, e la mia.
Sicuramente l’essere cresciuto nell’isolamento della campagna siciliana ha influenzato il non sentirmi a mio agio nell’ambiente urbano. Da un lato trovo sia positivo, è un vantaggio essere fuori luogo, avere una visione dall’esterno, un certo cinismo, un certo senso critico… trovarsi bene in qualcosa accontenta, rimbambisce, almeno per quello che mi riguarda non potrei creare nulla in accordo con Dio e con gli uomini, probabilmente non potrei creare nulla anche in accordo con me stesso.

Torniamo ai dipinti…
Come dicevo, nascono da una necessità molto diretta. Durante il primo lockdown, ad esempio avevo una tela enorme e ho deciso di fare una mappa di Milano usando solo matite e gomme, qualcosa di estremamente essenziale e sincero, una specie di diario: un continuo segnare e cancellare. Stranamente il tempo per finirla è coinciso esattamente con la durata del lockdown. Ne è nata una immagine dura, levigata, con un segno che di continuo si afferma e si nega, qualcosa di tipico del mio modo di lavorare (e non solo), probabilmente estremizzato dalle circostanze.
Nel 2020 hai anche iniziato una serie di lavori intervenendo con candeggina e solventi su grandi teli neri. È una tecnica legata simbolicamente al momento storico della pandemia?
Riccardo Paternò Castello: Probabile, sentivo la necessità di fare qualcosa di vero, senza fronzoli, questo deve avere influito sulla scelta di materiali quanto più essenziali possibile. Poi c’è un aspetto piuttosto ironico, all’epoca infatti, si disinfettava tutto, probabilmente l’idea della candeggina come elemento salvifico me l’ha trasformata in qualcosa al quale affidarmi anche per dipingere, l’ho capito col tempo ma immagino sia andata così.

E sul piano per così dire più “filosofico”?
Cerco sempre qualcosa per evitare aspetti troppo artificiosi, qualcosa dove segno e immagine corrispondano, come una verità verso la quale la corrosione, modificando la natura stessa del supporto, può spingere. È un’idea che condiziona molto il mio lavoro, quella cioè, di un segno che sia totalmente “vero” o “sincero”, un segno che trasformato in immagine non venga snaturato e non perda la sua identità più profonda. È una contraddizione, un rompicapo se riferito alla pittura figurativa. Pensa ad Alberto Giacometti al lavoro: un continuo fare e disfare, come nella costante ricerca di una verità irraggiungibile, nel tentativo di far coincidere la verità del segno con quella dell’immagine, due cose che forse non coincidono mai. Detto questo è probabile che Giacometti in realtà si ponesse tutt’altri problemi, e non giurerei di condividere io stesso questa mia teoria, ma trovo comunque affascinante raccontarla.
Torniamo alla candeggina…
Era una soluzione estremamente semplice e congeniale: è veloce, immediata. Io odio lavorare troppo a lungo su una cosa, perdo energia, e concentrazione e detesto la tecnica come sistema rassicurante. Nonostante anni di Accademia, o forse proprio per quello; intendiamoci, non ho nulla contro un approccio simile, solo mi manca l’equilibrio per sostenerlo, poi sospetto che frenare una certa istintività non aiuterebbe la mia pittura.

Oggi si parla molto di ritorno alla figurazione e di “target” nel sistema dell’arte. Dove collocheresti il tuo lavoro?
Riccardo Paternò Castello: Difficile dirlo. Sono incoerente, seguo tante linee e tecniche molto diverse tra loro: si sovrappongono, si intrecciano, si esauriscono e riappaiono senza una cronologia definita. L’elemento comune, forse, è una certa matrice espressionista: alla base c’è sempre una forte istintività. Che poi, a dire il vero, in una serie recente ho voluto negare cercando di fare tabula rasa della mia presenza.
Convieni però che anche questa serie recente era, seppur per reazione opposta, il frutto di un approccio consolidato nel tuo modo di dipingere…
Riccardo Paternò Castello: Assolutamente, raramente lavoro per strati o per tecnica applicata con calma. L’immediatezza nella pittura mi serve per mantenere vitalità, tensione, più mentale nel disegno, più carnale e sensuale nella materia pittorica. Questo non nega un continuo lavoro intellettuale alla base. L’istinto è un mezzo, ma c’è sempre una precedente riflessione e una messa in discussione costante. Trovo inutile protendere da un lato o dall’altro.

Per me in fondo è fondamentale che nei quadri sia vivo quell’elemento metafisico, trascendente, quello è l’aspetto che mi tocca davvero, ed è quello che fa della pittura un linguaggio completo, a sé stante ed intraducibile.
Oggi vedo spesso un approccio eccessivamente razionale, un volere spiegare qualsiasi cosa come se la didascalia valesse più dell’opera, il paradosso è che abbocchino anche molti artisti. Per farla breve, credo che tentare di tradurre la pittura in termini meramente razionali porti una mutilazione, non un arricchimento. Compiacersi di un intellettualismo eccessivo finisce per far dimenticare la forza quasi “stregonesca” della pittura: qualcosa che rompe tempo e spazio e non può essere del tutto colto con i soli mezzi del raziocinio.

Al di là dei libri e dei cataloghi dai quali prendi ispirazione, ci sono luoghi a Milano che consiglieresti a un giovane artista o a un visitatore?
Riccardo Paternò Castello: Non saprei, bisognerebbe avere l’attitudine a cercarli. Ad esempio, io vivo vicino alla scultura col dito di Cattelan, ogni volta trovo gruppi di turisti piazzati lì in contemplazione, sembrano anche contenti: fanno finta di ascoltare le guide, si immortalano con dei selfies, sorridono. A due passi c’è San Maurizio Maggiore, con quegli splendidi affreschi cinquecenteschi, un vero gioiello. Ecco, mi domando quanti di quei turisti ci faranno un salto, che poi, sospetto che per lo più si annoierebbero. È molto complicato dare consigli… Ecco, qualche domenica fa, colto da improvviso entusiasmo, ho camminato fino al cimitero Monumentale, sai che in vent’anni non ero mai andato? Tu sei stato?
Si andavo spesso i pomeriggi, col il mio gatto Chipster.
Ah, il gatto con qualche problema di linea… Comunque dicevo del cimitero, quello lo ho trovato davvero bello, come una città indipendente con le sue incoerenze, i suoi stili contraddittori e una certa disciplina nelle geometrie. Certo si sente abbastanza quella cappa, quel peso della morte, ma in sé è piacevole, come ritrovarsi fuori dal tempo, forse un po’ troppo affollato per passarci l’eternità, ma comunque molto piacevole per una passeggiata.

Le tue ispirazioni vengono soprattutto dall’arte antica. Puoi fare qualche nome che non sia Caravaggio o Velasquez. Restringiamo il campo ad artisti italiani, non celeberrimi.
Riccardo Paternò Castello: Difficile, sono una miriade, aspetta, ho una pila di libri su artisti del genere, te ne cito qualcuno in ordine sparso: Cagnacci, Piazzetta, il Genovesino, Scipione, così visionario, Moroni, Bernardo Cavallino, Fra Galgario, Giovanni Serodine che poi forse è svizzero, insomma sarebbero un’infinità…
Bene, e tra quelli vivi?
Tra quelli vivi il campo si restringe, sai, però volendo anche qui togliere certi mostri sacri della pittura alla Gerhard Richter, restando in Italia, tra i pittori non molto più vecchi di me potrei citarti, per ragioni diverse, Nicola Samorì, Francesco De Grandi, Daniele Galliano, o Maurizio L’Altrella, o altri; Rudolf Stingel mi piace ma direi sia un contesto diverso. Poi comunque vedo in generale anche vari giovani che dipingono molto bene, che spero non verranno massacrati dai mercanti & co., ma è un’energia che si avverte. Altri due non italiani, Adrian Ghenie, anche se ultimamente mi sembra abbia perso un po’ di verve e Jenna Gribbon, lei ha una mano fantastica.

Spesso in passato mi hai detto dell’importanza della musica nel tuo lavoro, che ruolo ha?
Riccardo Paternò Castello: Entra totalmente. Certa musica classica, per complessità ed energia, è quella che più facilmente funziona, ma non è qualcosa di limitabile ad un genere, varia molto. È una spinta enorme: ti porta in uno stato d’animo preciso, ti dà convinzione e sicurezza. Dal momento che non lavoro con un metodo rassicurante, ho bisogno di qualcosa che mi carichi dall’esterno, mentre dipingo non è mai un sottofondo o un accompagnamento.
Hai presente La sonata a Kreutzer di Lev Tolstoj, c’è un passo dove parla esattamente di questo, “Suonavano la sonata a Kreutzer di Beethoven, lo conoscete voi il primo presto? Lo conoscete?! È una cosa spaventosa quella sonata. E in generale è una cosa spaventosa la musica…”. Tolstoj parla dell’effetto della musica, prendendo nello specifico ad esempio la violenza del primo movimento della Sonata a Kreutzer di Beethoven, e lo definisce immorale, perché ti carica emotivamente senza che tu ne abbia il controllo, senza che tu ne conosca il perché, senza che tu abbia il modo di scaricare questa energia.

Ecco, per me la musica funziona un po’ in questi termini, come un traino emotivo: ti dà sicurezza, e soprattutto ti porta dove, da solo, razionalmente, non riusciresti ad arrivare.
Ed in alcuni casi piuttosto rari, se la cosa arriva all’estremo, quando mi trovo in quello stato emotivo, in quell’equilibrio totale tra pittura e musica, dipingere coincide con una libertà assoluta. È una sensazione inspiegabile, di potenza creativa enorme, è come se il quadro si dipingesse da solo, come se io fossi un mezzo e per certi versi come se fossi onnipotente. Qualcosa di realmente unico… Bella questa cosa dell’onnipotenza, la potresti usare per un finale agiografico all’insegna del basso profilo…
Amen.
Per sapere di più sull’artista: r-paternocastello.com
Bohdan Stupak
