Street Art con Giovanni Manzoni. Visite

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni

La street art non è la volontà di imbrattare muri o di costruire ripetitivi lettering che altro non possono servire se non a segnare il territorio, come facevano le gang dei quartieri disagiati newyorkesi. In Italia lo si dice da almeno un decennio, e da prima ancora si nota almeno una differenziazione tecnica e tematica nelle nostre strade. Ma oggi quello che vediamo noi, quello che vogliamo vedere sono gli esiti nuovi che fortunatamente continuano tradizioni gloriose o ricerche approfondite e personali di artisti, non unicamente impegnati nella street art.

 

Street Art con Giovanni Manzoni.

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni con i primi visitatori, ph. Sofia Obracaj

 

ArtScore parla un pò di sè con Giovanni Manzoni Piazzalunga, uno degli artisti che promuove in prima linea e tra le nostre prime conoscenze del contesto milanese, (da lui ci siamo orientati verso un nuovo interesse al figurativo), e parla per la prima volta di street art.

L’occasione viene dalla recente presentazione alla cittadinanza di Bergamo, non fuorilegge ma con regolari permessi comunali, dell’intervento con un wall paper di Manzoni. Opportunità che si è concretizzata in un momento preciso della carriera  e della storia di uomo del suo creatore grazie al supporto del Consolato Generale di Bolivia a Milano, coerente nella tematica e nella tecnica al suo percorso di ricerca. Questo dipinto murale risponde a ciò che vorremmo dalla street art nel 2017, farla finita con l’ipocrisia di chi vorrebbe separato l’intervento pubblico dalla ricerca osservabile in contesti diversi, come una mostra in galleria.

 

Street Art con Giovanni Manzoni.

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni vista da vicino, ph. Sofia Obracaj

 

Nel contesto italiano che ha importato la street art dagli Stati Uniti, con tutto il discorso che andrebbe fatto a parte su quello che arte è o non è, per qualcuno la decorazione muraria ha il semplice valore di lasciare un segno della propria identità, al di là della qualità.

Per quelli come noi che intendiamo la street art come opera pubblica pensiamo che il suo linguaggio debba essere portatore di un messaggio chiaro, leggibile per tutti coloro che si trovano anche casualmente a leggerlo. Come? Attraverso le immagini che parlano con più incisività se comprendono delle figure.

 

Street Art con Giovanni Manzoni. Inaugurazione con Console Assessore di Bergamo

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. L’artista con la Console di Milano e l’assessore Nadia Ghisalberti. Ph. Sofia Obracaj

 

In effetti esiste una street art antelitteram: la tradizione della pittura su grande scala ha caratterizzato il lavoro di grandi artisti proprio in Sudamerica quando in Europa non accadeva.

Manzoni è da sempre influenzato dal muralismo di Rivera, quella componente delle sue origini latine che non ha mai abbandonato le sue ambizioni. “Mi piace l’idea che un mio disegno avvolga completamente lo spettatore” è una frase sulle labbra dell’artista già nel 2013, quando fu invitato alla residenza d’artista in Franciacorta organizzata da Art Kitchen con Berlucchi, che poi sfociò in una mostra alla Fondazione Mudima con il dipinto acquisito nella collezione privata dello sponsor. Manzoni sogna sempre di poter lavorare in grande e per farlo unisce il disegno alla tecnica del mosaico di carta, sfruttando le possibilità del digitale. Così amplifica una composizione con i suoi personaggi frammentando e stampando le tessere di quel puzzle in misura monumentale: sulla superficie opera poi con carboncino, tempera acrilica e caffè.

 

Street Art con Giovanni Manzoni. Sotto la Coronilla

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. Con l’artista sotto al murale, ph. Sofia Obracaj

 

Tutta l’esperienza nel creare un universo figurale articolato si trasferisce al muro senza rinunciare alla carta: quello che ai suoi occhi è un supporto nobile, perché attraverso di esso vivono ancora capolavori antichi che mostrano attraverso una grafia personale l’identità dei grandi maestri. Logicamente sulla street art si deve innestare uno specifico trattamento finale che possa rendere il materiale durevole e resistere alle intemperie, per questo l’artista esce dall’ambito strettamente artistico per affidarsi alla tecnica dell’affiche. La stessa carta che vediamo per mesi e mesi non staccarsi dalle pareti grazie a fissativi e colle, stavolta non presenta messaggi pubblicitari ma rende pubblica una dichiarazione di appartenenza a due mondi.

Per la Coronilla al posto del caffè ci sono però i colori, in parte frutto del laboratorio con i bambini boliviani italiani di seconda generazione, che vuol dare ulteriore segnale della contaminazione e integrazione culturale.

 

Street Art con Giovanni Manzoni. Laboratorio

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. Durante il laboratorio con i bambini bergamaschi, ph. Sofia Obracaj

 

Il messaggio di questo intervento di street art è un pezzo di un percorso umano e artistico senza soluzioni di continuità tra accademismo e contemporaneità schietta; la finalità ultima è un dono di bellezza con tutta la potenza del disegno, democraticamente per tutti gli osservatori volontari o casuali anche chi visitatore di una galleria non è.

 

Street Art con Giovanni Manzoni. Un sorriso

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni, durante la cerimonia di presentazione, ph. Sofia Obracaj

 

Perché parliamo di accademismo? Perchè prima di ogni altro intento c’è un fatto concreto. Giovanni Manzoni è in primis un disegnatore, nato in Bolivia ma cresciuto in Italia studiando e assimilando la lezione dei maestri rinascimentali di quella disciplina. Il vigore plastico delle sue anatomie deve molto a Michelangelo e dichiara l’intento di continuare su quella strada, ma si configura nei dipinti la maniera del tutto contemporanea del dripping con caffè, materia utilizzata come colore per dare corposità e volume alle figure.

Già in questo c’è un legame con l’origine che esce non nella riproposizione di stilemi ma dal cambio di utilizzo di una materia prima in senso espressivo e del tutto personale. In più c’è il già accennato riferimento alla pittura murale del Sud America.

 

Street Art con Giovanni Manzoni. Colleghi

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. Una visita dell’artista Nicola Fornoni

 

Oggi che il suo mondo viene esposto pubblicamente con la promozione del Consolato e nel piano dedicato alla street art del Comune orobico, quello che risulta ben comprensibile è proprio l’integrazione culturale non soltanto dichiarata nella e per la città di Bergamo, quanto assimilata nell’opera di una vita. Un fenomeno graduale che ha accolto i miti del contemporaneo nei lavori sulle religioni e di grande formato pur sempre “da cavalletto”: Buddha e  Cristo, animali totem e mitologia occidentale fino agli eroi più pop del fumetto americano.

 

Street Art Bergamo, prima della Coronilla

Street Art Bergamo, la Coronilla di Giovanni Manzoni. Un dipinto di Manzoni del 2008 per la mostra Pop Stuff

 

Risale al lontano 2008 la serie “ Gli Eroi” presentata per la prima volta da Ivan Quaroni nella mostra “Pop Stuff”, dove personaggi della quotidianità realmente vissuta indossano il costume o la maschera di Superman, Flash o Captain America. Ci sono eroi per l’umanità come Nikola Tesla considerato “un vero grande artista che voleva creare un futuro diverso”, e ci sono quelli del dipinto “Siamo tutti gli eroi di qualcun altro”, dove si vedono gli antenati italiani di Manzoni. L’opera si ispira ad una vecchia foto dove la madre adottiva bambina è ritratta insieme al fratello e alla madre: un’intera famiglia di supereroi per l’immaginato sguardo infantile dell’artista, quando da piccoli i nostri genitori sembrano ai nostri occhi in grado di compiere gesta iperboliche.

 

Street art , un dipinto di Giovanni Manzoni

Street Art Bergamo. Giovanni Manzoni, Siamo tutti gli eroi di qualcun altro, tra i dipinti a cui si lega il murale

 

Da questo nucleo tematico si elabora il murale della Coronilla. Partendo da un fatto di cronaca d’inizio Novecento, quando furono le donne, le madri di Cochabamba a difendere la città dall’invasione straniera, Manzoni arriva all’elaborazione del nucleo figurale del monumento della Coronilla, appunto dedicato a questo fatto storico. Da qui sono estrapolati alcuni personaggi con l’aggiunta di flora e fauna tipici della Bolivia: insomma un microcosmo di figure vocianti e in movimento che mostrano una dinamica eroica in chiave pop, il tutto con l’horror vacui delle figure che si intersecano unito ad una grazia del gioco simmetrico, tutte tipicità dei disegni di Manzoni.

 

Street Art con Giovanni Manzoni nel Parco Codussi

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. La madre che accoglie il visitatore all’entrata del parco, ph. Sofia Obracaj

 

Anche qui le donne e i bambini indossano costumi di supereroi da fumetto, anche se sarà più notabile quando potremo vedere il disegno de la Coronilla al completo su di un muro di 120 metri quadrati. Parliamo di un’altra area cittadina, che sarà decorata per essere riqualificata dall’artista sempre con il Consolato, per dare un messaggio di affezione e legalità. Non sappiamo ancora quando apparirà l’intero murale che si annuncia innovativo e duraturo nei materiali, ma incrociamo le dita perchè ci siano presto i permessi comunali e della proprietà del muro. Noi ve lo diciamo perché abbiamo visto in segreta anteprima il rendering con disegno originale.

 

Street Art con Giovanni Manzoni. Inaugurazione

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. Il discorso inaugurale dell’assessore Ghisalberti e della Console, ph. Sofia Obracaj

 

Parlavamo dell’avventura artistica e di quella umana: il destino ha voluto che la vita stessa di Manzoni dipendesse dal Monumento della Coronilla. Sotto a queste Madri la madre naturale affidò il bambino che sarebbe stato adottato mesi dopo da una famiglia italiana. Per l’artista la Coronilla è doppiamente un monumento alla Madre che idealmente e misteriosamente lo lega al suo paese d’origine.

Ugualmente la madre italiana è citata e accompagna paradossalmente a ritroso nel tempo il progetto. Sul primo muro che accoglie il visitatore al parco Codussi è oggi in fase di realizzazione una nuova versione in grande del dipinto di cui parlavamo, Siamo tutti gli Eroi di Qualcun Altro. Qui la madre bambina accompagna lo sguardo alla successiva visione delle Madri Boliviane. Pare voler avvicinare l’uomo verso l’esplorazione del suo passato e presente, a partire da un fatto accaduto molto prima della sua nascita, che ha permesso il suo ritrovamento, l’educazione italiana, l’incontro con Bergamo, il disegno con Michelangelo, l’Accademia e la carriera di artista. Non diteci che non esiste il destino.

Michela Ongaretti

 

Street Art con Giovanni Manzoni. Entusiasmo

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. Un salto sotto il murale

 

Street Art con Giovanni Manzoni.. Un momento del laboratorio

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. Durante il laboratorio con i bambini. Colorare il colibri

 

Ingresso al padiglione della Bolivia

La Bolivia a Venezia con un suo padiglione. Biennale internazionale e intercontinentale

Alla sua 57esima edizione, la Biennale d’Arte Contemporanea di Venezia ha quest’anno una partecipazione nazionale in più, la Bolivia.

 

La Scuola dei laneri ospita l'esposizione nazionale della Bolivia

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. La Scuola dei Laneri ora Padiglione di Bolivia, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Per la prima volta dalla nascita della manifestazione lo stato plurinazionale ha un suo padiglione nel centro della città lagunare, precisamente nella Scuola dei Laneri, con due artisti nazionali e un ospite europeo, rendendo davvero intercontinentale la programmatica e richiesta collaborazione internazionale per la realizzazione di un progetto artistico. Con un padiglione esclusivo finalmente la Bolivia ha la possibilità di creare dialogo tra diverse opere e artisti su una tematica specifica, L’Essenza, in un progetto unitario e originale. Colori accesi e vitalità come promette la bandiera di Bolivia accolgono il visitatore, ma i contenuti veicolati alle opere esposte sono tutt’altro che leggeri.

Il tema scelto ed esplorato dai suoi protagonisti è “L’essenza” dell’uomo nell’espressione artistica, intesa come valore da difendere e da ricercare in un mondo sempre più massificato e poco dedicato ai reali bisogni, a mantenere identità culturali e sociali. La Bolivia esplora l’essenza contemporanea, in particolare dedicando attenzione all’interculturalità e la relazione tra globale e locale con due artisti boliviani, Sol Mateo e José Ballivián, e il greco Jannis Markopoulos, scelti per il loro valido percorso artistico visto la prestigiosa occasione, e la rispondenza tra la loro ricerca e il tema proposto.

 

Le istituzioni e gli artisti presenti durante il vernissage del padiglione boliviano a Venezia

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale.Istituzioni e artisti, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia a Milano.

 

Le bandiere esposte durante la cerimonia di apertura, alla presenza del Consolato Generale della Bolivia di Milano, erano tre: oltre a quella italiana e alla nazionale, la Greca e la Tedesca in rappresentanza degli stati che hanno reso possibile il progetto con finanziamenti e supporto scientifico. Le sponsorizzazioni nazionale e internazionale più cospicue sono state rispettivamente quella Goethe Institut in Bolivia e Bernheimer Contemporary in GermaniaAd intervenire per primo José Bedoya Saenz, Direttore del Museo Nazionale d’Arte a La Paz, come Commissario generale rappresentante la Bolivia alla Biennale di Venezia del 2017 che con il supporto dell’intera equipe del Museo Nazionale d’Arte e con il sostegno della Fondazione Culturale della Banca Centrale, ha scelto il tema e si è avvalso della professionalità di due giovani curatori che hanno collaborato alla realizzazione del Padiglione: Juan Fabri, già curatore del Museo, l’italiano Gabriele Romeo, critico d’arte incaricato dello sviluppo in relazione all’ente veneziano. A partire dal concept questi tre curatori hanno lavorato di concerto, incontrandosi per la prima volta a Berlino per definire l’esposizione come scambio interculturale.

 

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Opere di Ballivian e Mateo, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Opere di Ballivian e Mateo, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Partendo dal concetto generale della 57esima Biennale internazionale “ Viva l’Arte Viva”, inteso come esclamazione entusiasta della posizione dell’artista contemporaneo, si ispira l’ideazione della mostra boliviana, dove l’atto artistico rappresenta un atto di resistenza umanistico al condizionamento del potere (economico) che schiaccia l’espressione libera e diversificata, l’identità di diverse culture e idee. Da questa base che pone l’arte tutta come una scommessa ispirata per l’umanesimo si raggiunge il cuore, il motore di ciò che muove il fare artistico, la ricerca di chi è fondamentalmente uomo tra gli uomini e continua a cercarne la ragione per cui possiamo restare tali in libertà: l’Essenza è da trovare e da difendere con gli strumenti e il linguaggio dell’arte contemporanea soprattutto da regioni latinoamericane come la Bolivia dove molti valori consumistici dell’occidente sono entrati nella quotidianità della popolazione.

 

La Bolivia a Venezia . Biennale Intercontinentale. Lincoln acefalo in una wunderkammer, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

La Bolivia a Venezia . Biennale Intercontinentale. Lincoln acefalo in una wunderkammer, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Al centro della sala l’opera di Sol Mateo, dalla Bolivia in padiglioni di altri stati, l’artista nei suoi anni giovanili aveva già partecipato ad un’edizione della Biennale Internazionale. Si presenta come una scultura che può essere semplificata nella sua lettura in senso verticale e riflette sulla condizione dell’uomo nel nostro tempo, nella quale è condizionato e scisso dalla superficialità di internet e dei social media.Questa è per Mateo “l’essenza del colonialismo” del mondo contemporaneo, espressa attraverso i mass media odierni che condizionano il nostro modo di vedere ed essere visti dagli altri impedendo la visione della vita reale e costringendoci a dare una rappresentazione positiva fittizia. L’occidente e la sua degenerazione sono rappresentati da alcune sue “icone”, come l’ormai onnipresente e qui dominante dall’alto pollice in alto dei “like” di facebook e un poco più in basso, riconoscibile ma da un numero inferiore di persone effigie scolpita del presidente americano Abramo Lincoln, simbolo dell’impero economico vincente ma divisa in due come il globo che contiene, spezzata come l’uomo di fronte al sogno americano ormai sempre meno credibile come promessa di felicità, senza testa perché il contatto tra le persone rimane immateriale nella realtà virtuale e digitale. Più in basso ancora ci sono solo macerie. Sono prive dei colori degli altri elementi dal gusto pop e su una scala gerarchica di popolarità all’ultimo posto. Chi vuole vedere o riconoscere la crisi valoriale in cui il mondo intero versa, alla costante ricerca di un’effimera notorietà? Eppure la distruzione totale ha un pregio, perché per l’artista sono ceneri dalle quali l’uomo moderno può o deve necessariamente rinascere, senza i sovrastanti modelli.

 

Genetic Mutation of Colonialism di Sol Mateo

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Genetic Mutation of Colonialism, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Tutto lo spazio e le opere in mostra per la Bolivia si integrano per avvicinarsi alla visione rinascimentale a cui si ispira tutta la manifestazione, a partire dal lavoro di Mateo nell’immagine statuaria rappresentativa che proprio dal primo rinascimento ha iniziato ad avere sempre più peso, anche se qui svuotata di senso celebrativo.

 

Gabriele Romeo , uno dei curatori del padiglione di Bolivia con Juan Fabbri e José Bedoya

La Bolivia a Venezia. Il curatore Romeo davanti all’opera di Yannopulos, ph. Sofia Obracaj, court. Consolato Generale di Bolivia

 

Come ci spiega il curatore Gabriele Romeo fondamentale chiave di lettura del padiglione è la sua integrazione con lo spazio, in relazione agli input della direzione generale della biennale di riferirsi al Rinascimento, del resto il luogo stesso appartiene a quell’epoca e oggi vogliamo cercare l’arte viva attraverso un discorso disciplinare che venne fatto agli albori della nostra modernità. Già la pianta quadrata della sala rimanda ad una concezione spaziale rinascimentale, come nella Sagrestia Nuova di S. Lorenzo progettata da Michelangelo per fare un esempio eccellente, per cui le tre sculture sono posizionate rispettando principi di proporzione ed euritmia nel luogo. Sono sculture e installazioni perchè richiamano anche il valore della scoperta che ebbero durante l’umanesimo i primi scavi archeologici che nutrirono i primi nuclei di grandi collezioni al giorno d’oggi visitabili.

 

I tessuti della danza Waka Waka secondo Ballivian

La Bolivia a Venezia con un suo padiglione. Biennale Intercontinentale. La Waka Waka di Ballivian, particolare dei tessuti, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

La necessità di chiamare un’arte “viva” secondo la chiamata a tutte le nazioni della 57esima Biennale è quella di avvicinare il pubblico sia nella fruizione che nel collezionismo e parlando di scultura essa si presenta oggi, per restare viva, sotto nuove forme che vogliono inserirsi in un contesto architettonico con un contenuto concettuale, per questo diventano installazioni. Nell’esposizione della Bolivia Il legame con il rinascimento risiede anche nell’integrazione disciplinare con l’artigianato perchè stiamo attraversando un periodo dove l’artista vuole sperimentare la sua diversità e vuole scegliere e praticare personalmente una tecnica realizzativa. con che cosa esprimerla.

 

Pajsaje Marca di Josè Ballivian

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. L’installazione Pajsaje Marka, partic., ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

José Ballivián ad esempio ha curato personalmente ogni elemento della sua opera, osservabile a sinistra della sala. la scultura riproduce la sagoma e la mole di due tori, elementi della danza andina della Waka Waka, presente nella sua folkloristica apparizione per riflettere sugli accordi e disaccordi culturali di una società multietnica e multiculturale come la Bolivia. La danza è anche la memoria storica di un cambiamento, quando la colonizzazione spagnola portò nella nazione i tori, modificando per sempre il territorio con aree destinate a coltivazioni nuove. Quando fu inventata  dalle comunità aymara l’intento era di ironizzare sugli usi e i costumi dei colonizzatori, sopra tutte le corride, ma la presentazione di un rituale coreografico qui trascende in una vera e propria scenografia che utilizza gli strumenti linguistici del contemporaneo, per affermare l’essenza nella mancata pacificazione di un processo. Siamo fatti così, eredi della contraddizione di rendere vistoso un capestro pur denunciandone la sua opposizione storica. Pur tipicamente le due teste di wakas che da un unico corpo si rivolgono a due direzioni diverse, metafora dell’incontro/scontro coloniale non contengono il corpo umano che dovrebbe continuare a farle danzare; la figura mancante del rituale prende in prestito il busto scultoreo da una parete della Scuola dei Laneri, perché l’integrazione culturale è possibile attraverso l’arte che porta l’essenza boliviana nel mondo. La scultura è viva perché animata dagli stessi elementi architettonici e mossa dal principio di integrazione disciplinare contemporaneo e rinascimentale, è uscita metaforicamente e fisicamente da uno spazio definito e statico interno all’opera, diventando una vera e propria installazione per la Bolivia a Venezia.  

 

Integrazione nello spazo delle opere scultoree con Josè Ballivian alla Biennale d'Arte

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Integrazione, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Sul fondo della sala sono esposti anche dei preziosi disegni a matita delle figure umane qui mancanti della waka waka, evocative ma non certo documentarie perché mescolano liberamente al costume tradizionale della danza le maschere della Lucha libre, anche indossate da donne.

 

Lucha Libre e waka waka nei disegni di Ballivian

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. i disegni di Ballivian, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Per quanto riguarda la grande opera sulla destra di Jannis Markopoulos sempre secondo Romeo il riferimento all’epoca rinascimentale è chiaro e consapevole perchè è come se l’artista avesse montato una wunderkammer con tanti oggetti che appaiono in una dimensione ingrandita, resi a misura d’uomo perché le scoperte della nostra contemporaneità ci fanno visualizzare in maniera più comprensibile dettagli di culture lontane dalla nostra, azzerando o riducendo molto le distanze e la comprensione, pensiamo ad esempio alla tecnologia digitale che con il semplice movimento di due dita ingrandisce i particolari di immagini a video.

 

Amphibian Spaces di Jannis Maropoulos

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Vista di Amphibian Spaces di Marcopoulos, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Per l’artista greco che ha collaborato attivamente con Goethe Institut per l’ideazione del padiglione della Bolivia,  l’Essenza è da ricercare in vari “semi” corrispondenti agli elementi preziosi di questa camera delle meraviglie, e tuttavia è dall’insieme di questa “collezione” che si forma, non dalle singole sue parti. L’Essenza Umana trascende frontiere, bandiere, lingue e religioni che caratterizzano gli ambienti ma rappresentano anche un limite culturale. La riflessione filosofica qui nasce all’interno di un concept che sviluppa al suo interno la valorizzazione incrociata di scultura e architettura, con la struttura scenografica ricavata soprattutto attraverso materiali poveri come la carta, da sempre identificativa della scrittura e quindi del linguaggio, e che manifesta la sua fragilità metaforizzando la precarietà dell’individuo nella società: diventa quindi installazione generata dallo stesso principio che muove la più contemporanea delle discipline, il design. E quest’ultimo altro non è che una evoluzione integrativa di scultura, arti applicate e architettura, fiorita dal seme rinascimentale.

 

Dettaglio dell'opera di Marcopoulos

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Amphibian Spaces, particolare, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Potete visitare l’esposizione dello Stato Plurinazionale di Bolivia presso la Scuola dei Laneri, Salizada San Pantalon 131/A. Venezia

 

Un oggetto come un seme della cultura definisce l'essenza dell'umanità

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Dettaglio di Amphibian Spaces, particolare, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Ballivian mostra gli ospiti della Biennale i suoi disegni

La Bolivia a Venezia. Ballivian mostra i suoi disegni a Giovanni Manzoni, artista italo-boliviano, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Il padiglione boliviano alla 57esima Biennale d'Arte di Venezia

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. La sala durante l’inaugurazione, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia