Mallarmé, Broodthaers e Pichler

Modernità dopo la modernità. Michalis Pichler si appropria di Mallarmé

Modernità dopo la modernità. Michalis Pichler si appropria di Mallarmé

Le parole sono una mia ossessione, e ultimamente mi capita spesso di vedere come entrino a pieno titolo nel gioco dell’arte.

Il 14 dicembre ho visitato lo spazio di via Lazzaretto 15 a Milano che ospita Kunstverein per la prima personale italiana dell’artista tedesco Michalis Pichler, dal titolo Exposition Littéraire autour de Mallarmé. Quello che scopro qui è proprio la presenza di parole e versi a dare forma a manufatti che si costruiscono attraverso la morfologia dei primi, per farci entrare in un universo dove le parole stesse lasciano la loro impronta per diventare altro da sé.

 

Mallarmé, Broodthaers e Pichler

Mallarmé, Broodthaers e Pichler

 

Fino al 28 gennaio, con una pausa natalizia dal 23 dicembre all’8 gennaio, sarà possibile entrare nell’atmosfera raccolta e riflessiva dell’ultima fase di ricerca artistica di Michalis Pichler dove il termine chiave per comprendere il senso complessivo è “appropriazione”, come mi spiega Andrea Wiarda, una delle curatrici del progetto europeo dedicato all’arte contemporanea Kunstverein.

 

Andrea Wiarda di Kunstwerein parla dell'opera di Pichler

Andrea Wiarda di Kunstverein parla dell’opera di Pichler

 

Pichler, Broodthaers e Mallarmé

Pichler, Broodthaers e Mallarmé

 

Già, perché parliamo di rilettura formale o conversione dello stile in partitura grafica di Un coup des dés jamais n’abolira le hasard. POÈME, esempio di una rivoluzione che fu soprattutto letteraria, come vediamo dalle note originali di Mallarmé sul testo prima della pubblicazione del 1897 su Cosmopolis, dove il poeta richiedeva un layout preciso, come le parole poetiche dovevano essere disposte in stampa, leggibili dall’alto verso il basso ma anche orizzontalmente. Quella scrittura d’avanguardia è interpretata in senso materiale prendendo in considerazione lo spazio occupato dai gruppi di parole, i versi, già da un altro artista, Marcel Broodthaers, nel 1969, quando espose al Wide Space di Anversa Un coup des dés jamais n’abolira le hasard. IMAGE.

 

Un coup des dès jamais aboliras le hazard, SCULPTURE. Opera di Michalis Pichler del 2008

Un coup des dés jamais n’abolira le hazard, SCULPTURE. Opera di Michalis Pichler del 2008

 

Da questa operazione parte il discorso di Pichler. Come leggiamo nelle sue Dichiarazioni sull’Appropriazione infatti “nel citare, imitare, trasporre, riecheggiare, c’è altrettanta imprevedibile originalità che nell’inventare”, e qui la rielaborazione di una prima appropriazione del testo mallarmiano utilizza lo stesso processo su differenti media e discipline. Le parole cambiano negandosi su carta, vetro, in musica, nel cinema o nell’opera editoriale.

Pichler, la copertina dell'opera

Michalis Pichler, la copertina dell’opera

 

Appoggiato su un tavolo del loft c’è Un coup des dés jamais n’abolira le hasard. SCULTURE: sono tanti fogli di cartoncino quante le pagine della poesia, la disposizione tipografica è fedele a quella originale ma al posto delle parole ci sono dei tagli eseguiti al laser. Pendenti dal soffitto vediamo invece delle lastre di vetro, sempre corrispondenti alle diverse pagine, con incisioni satinate nel luogo dei versi, attraversabile e liberamente “sfogliabile” come testo di una “leggibilità senza significato” secondo le teorie di Jacques Derrida.

 

Un momento durante l'inaugurazione della mostra di Pichler presso Il Lazzaretto

Un momento durante l’inaugurazione della mostra di Pichler presso Il Lazzaretto

 

Mallarmé non c’è eppure resta, non è più quel testo perché Pichler se n’è appropriato, fagocitato quello l’artista mostra senza filtri la sua visione, che inglobato il senso del contenuto lascia a noi il suo odore, la sua eredità è trasmessa mediante il senso dell’assenza dell’originale e la presenza viva per ciò che ne resta, filtrata da una seconda, anzi una terza mente.

 

Michalis Ichler durante Miss Read a Berlino

Michalis Pichler durante la manifestazione da lui organizzata a Berlino, Miss Read: the Berlin Art Book Fair.

 

Pichler si richiama apertamente all’esperimento di Broodthaers in Belgio declinando sulle diverse discipline scelte il titolo di quella, citando e facendo propria un’esperienza di rilettura e trasformazione nata dalla rivoluzione di una rivoluzione. Il dialogo che idealmente Pichler porta avanti attraversa quindi le generazioni artistiche e travalica il senso del pezzo unico originale per espandere quello del lascito letterario attraverso la concettualizzazione riproducibile, trascende la sua matericità perché sceglie sì di ripetersi su diversi media: carta o vetro per restare in una resa vicina alla scultura dove però protagonista non è il gesto che nega parti di testo per lasciarlo vivere in differente maniera nella mutilazione, come avvenne in Italia con Isgrò, ma continua attraverso la musica e la teatralizzazione di un’ossessione quale è il collezionismo.

 

Un coup des Dés jamais aboliras le Hasard.SCULTURE, la scultura in vetro di Michalis Pichler al Lazzaretto di Milano

Un coup des dés jamais n’abolira le hazard. SCULTURE, la scultura in vetro di Michalis Pichler al Lazzaretto di Milano

 

Per quanto riguarda la musica è a disposizione nella sala una pianola che tutti possono suonare, basta azionare col pedale il movimento di un tracker roll di 288 millimetri sempre costruito con lo spazio vuoto dei tagli sui versi di Mallarmé. Ecco come un pensiero trasportato a noi grazie alla letteratura continua a sopravvivere diventando altro, genera un contenuto grazie alla sua forma, e quel contenuto si è liberamente spostato da un campo disciplinare all’altro.

 

M. Pichler, Un coup de dès musique, la pianola che "suona" Mallarmé, ph. Massimo Monnecchi

M. Pichler, Un coup de dés..MUSIQUE, la pianola che “suona” Mallarmé, ph. Massimo Monnecchi

 

Sopra una gradinata lignea, utile ad accogliere persone sedute per delle performance nello spazio, troviamo invece la collezione dell’artista di opere editoriali sull’opera iconica di Mallarmé, edizioni storiche o contemporanee ed interventi artistici intesi come “appropriazioni”, partendo da Cosmopolis a Un coup des dés jamais aboliras le Hasard. IMAGE, la ripresa di Mallarmé secondo Broodthaers in tre variazioni, sostituendo interamente le parole con strisce nere. Parliamo di autori come Jérémie Bennequin, Bernand Chiavelli, Jim Clinefelter, Mario Diacono, Cerith Wyn Evans, Ernest Fraenkel, Elsworth Kelly, Michael Maranda, Guido Molinari, Aurelie Noury e Eric Zboya. Ci sono poi pubblicazioni dove si legge “Coup des Des” in copertina senza riferimento esplicito al poeta francese, varia et memorabilia di una collezione sempre in-progress.

 

Un pezzo della collezione Un coup des...

Un pezzo della collezione Un coup des…

 

Quest’ area si configura come un’installazione spaziale, che rafforza l’idea di riappropriazione come processo inglobante, che tiene conto di uno storico nella diffusione del poeta e delle sue successive manipolazioni, a confermare l’ultimo postulato delle “Dichiarazioni” scritto e rilasciate per i visitatori in mostra, secondo cui “nessun poeta, nessun artista di nessun’arte, preso per sé solo, ha un significato compiuto”.

 

Aperto e chiuso. Un coup des dés jamais n'abolira le hazard. SCULPTURE

Aperto e chiuso. Un coup des dés jamais n’abolira le hazard. SCULPTURE

 

 Altre edizioni sono esposte in un angolo di lettura de Il lazzaretto, questi testi fanno tutti parte dei “greatest hits“, ovvero per Pichler la tecnica di parafrasare un predecessore storico o contemporaneo specifico nel titolo, nello stile e/o nel contenuto: tra di essi notiamo oltre a Broodthaers, Baudelaire, Mel Bochner, Ulises Carrion, Katsushika Hokusai, Stéphane Mallarmé, la Monsanto Company, Dante Gabriel Rossetti, Ed Ruscha, Seth Siegelaub, Gertrude Stein, Max Stirner e il New York Times.

 

Un coup des dèsjamais aboliras le hazard

Un coup des dés jamais n’abolira le hazard. Il testo originale

 

Come dicevo anche il cinema partecipa a questa appropriazione, e lo fa in maniera più esplicita, in linea con il principio del greatest hit. In un angolo della sala troviamo infatti un proiettore che manda in loop i fotogrammi di di due iniziali. Broodthaers realizzò su pellicola 35 millimetri il film “Une seconde d’Éternité”, dove apparivano le sue iniziali MB in 24 fotogrammi, per un secondo. Pichler si appropria di questo lavoro spostando gli stessi fotogrammi su una pellicola 8 millimetri: la durata è sempre di un secondo ma bastano 18 fotogrammi per riprodurre con la stessa scrittura di Broodthaers le iniziali MP, Michalis Pichler. Il greatest hit ha abolito la pancia e mostrato che “nel citare, imitare, trasporre, riecheggiare, c’è altrettanta imprevedibile originalità che nell’inventare”.

In mostra è presente anche il flipbook di Une seconde d’Éternité, realizzato dallo stesso Pichler e in vendita per sostenere le attività di Kunstverein Milano.

 

Un'immagine della collezione di Pichler

Un’immagine della collezione di Pichler

 

Michalis Pichler si è formato come scultore sul sito conservativo dell’Acropolis Monuments di Atene. Ha conseguito la laurea in Architettura alla Technical University di Berlino e si è diplomato in Belle Arti alla Art School Berlin-Weissensee. È co-fondatore e organizzatore di Miss Read: The Berlin Art Book Fair e di Conceptual Poetics Day. Lavora come artista concettuale, poeta, editore, sul confine immaginario tra arte visiva e letteratura. La monografia sul suo lavoro MICHALIS PICHLER: Thirteen years: The materialization of ideas è stata pubblicata nel 2015 per Printed Matter, Inc. in collaborazione con Spector Books.

Il Lazzaretto è una giovane e attiva Associazione Culturale  che ha come scopo principale quello di generare idee, aggregare persone e creare opportunità di lavoro in ambito culturale, la sua accogliente sede si trova al numero 15 di via Lazzaretto nel vivace quartiere di Porta venezia a Milano.

 

 

Il logo do Kunstwerein Milano

Il logo do Kunstverein Milano

 

Kunstverein significa in italiano “associazione d’arte” , il nome trae origine delle istituzioni nate nel diciannovesimo secolo  in Germania per sostenere  e diffondere l’arte coeva. E’ una piattaforma sperimentale nata nel 2010 in Germania come progetto di ricerca e produzione d’arte contemporanea; Kunstverein Milano è la sezione italiana di una rete internazionale di “Kunstvereins in franchise” con sede ad Amsterdam, New York e Toronto ed è diretto da Katia Anguelova, Alessandra Poggianti e Andrea Wiarda.

Kunstverein Milano si avvale di metodi non convenzionali per la presentazione dei linguaggi delle arti visive, nella ospitalità, nella produzione di mostre e nel modo di fare ricerca, collaborando con artisti, curatori e professionisti dell’ambito culturale, dando così il proprio contributo alla scena artistica italiana e internazionale. Funziona come uno spazio aperto, di dialogo e scambio, come meeting-point e screening-room, per artisti e pubblico. Concentra la propria ricerca material-semiotica a partire dalle pratiche artistiche, concependo lo spazio espositivo come itinerante. Senza scopo di lucro si avvale del supporto di persone private, aziende e istituzioni interessate a partecipare alla vita culturale supportando le attività di Kunstverein.

Per saperne di più vi invito a consultare il sito www.kunstverein.it

Michela Ongaretti

 

 

Un set del periodo radical per Poltronova

Poltronova backstage. La fotografia racconta il design radicale presso la Galleria Carla Sozzani

Poltronova backstage. La fotografia racconta il design radicale presso la Galleria Carla Sozzani

DI MICHELA ONGARETTI

POLTRONOVA BACKSTAGE: il design radicale raccontato dalla fotografia presso la Galleria Carla Sozzani, Corso Como 10 Milano.

Giugno 2016 radical per la Galleria Carla Sozzani. Sta per aprire le porte al punk inglese mentre l’8 giugno è stata preziosa cornice della presentazione del volume “Poltronova Backstage. The Radical Era 1962-1972” di edizioni Fortino, reperibile nell’attiguo bookshop, interessante per il particolare taglio dato all’argomento: gli anni del design radicale con Ettore Sottsass, Archizoom e Superstudio.

La copertina di Poltronova Backstage, edizioni Il Fortino

La copertina di Poltronova Backstage, edizioni Il Fortino

 

” Poltronova Backstage” è si un incursione nel passato dell’azienda toscana, una visione degli anni sessanta e del design di rottura, ma è soprattutto la storia di un momento cruciale attraverso i documenti fotografici, scattati proprio dai progettisti delle opere ritratte per rappresentare il loro motivo d’esistenza.A moderare l’incontro c’era la curatrice del volume e critico del design Francesca Balena Arista, gli altri presenti eranoDario Bartolini, Andrea Branzi ePaolo Deganello, designer e architetti di Archizoom Associati, Roberta Meloni direttrice dell’archivio Centro Studi Poltronova, mentre ha recapitato un messaggio Cristiano Toraldo di Francia di Superstudio. Ha portato la sua testimonianza anche Cristina Dosio Morozzi, all’epoca fidanzata con Massimo Morozzi cofondatore del gruppo Archizoom, oggi direttore dell’Istituto Marangoni.

Un set del periodo radical per Poltronova

Un set del periodo radical per Poltronova

 

Come ricorda Francesca Balena il volume non intende essere esaustivo né presentare il movimento secondo un approccio storico tradizionale; si può parlare piuttosto di uno spaccato del mondo radical come una ricognizione a volo d’uccello, cioè vedere dall’alto per ricostruire una mappatura del periodo che ha regalato all’Italia molta energia e spinta all’innovazione, oggi ricordato con diverse esposizioni come “Superstudio50”, in corso al Maxxi di Roma.

Il libro si avvale senza dubbio del grande lavoro di Roberta Meloni, nove anni fa da Carla Sozzani con la mostra “Superarchitettura”, svolto nella creazione dell’archivio consultabile a Firenze, costruito con caparbietà interpellando molti i collaboratori storici dell’azienda.

SOFO design Superstudio, Poltronova 1966

SOFO design Superstudio, Poltronova 1966

 

Il taglio di queste immagini è soggettivo, nel senso che le foto scattate dai protagonisti designer volevano rappresentare “uno stato esistenziale”, come disse nel 2001 Ettore Sottsass. Ogni volta che raccontava un progetto esso era collegato strettamente al ricordo del set fotografico per quell’oggetto; per le ceramiche Yantra egli aveva persino preparato dei bozzetti, oggi conservati allo C.S.A.C. di Parma.

Per Andrea Branzi parlano del rapporto con l’azienda a cui si riconosceva da subito un modo diverso di fare design, e nello stesso tempo trasudano ledinamiche di dibattiti e confronti interni, e tutta la formazione extra-universitaria non tradizionale dei progettisti, fatta ad esempio di musica e moda. Sempre secondo Branzi le singole monografie sul Design radicale non hanno compreso appieno le sue diverse componenti di una stagione dall’identità così forte da unificare tutti coloro che la vissero.

Una pagina del libro, foto di Fortino Edizioni

Una pagina del libro, foto di Fortino Edizioni

 

Ettore Sottsass era per Poltronova l’art director, come diremmo oggi, mentre allora il suo incarico si definiva nei cataloghi “la generale consulenza estetica”. Lamentava da parte del presidente Camilli carenza nella Comunicazione ma riconosceva la sua audacia nella produzione di mobili “impossibili da vendere” anche in virtù della loro rappresentazione fotografica, con “pezzi di corpi” che sbucavano dai particolari grigi; il designer voleva trasmettessero altro che il benessere moderno, semmai “il disastro esistenziale” di una generazione.

Sergio Camilli era una persona intuitiva, lontana dalle logiche di marketing,che si chiedeva soltanto se il pezzo che andava a produrre potesse essere messo in casa propria. I presenti dichiarano di non averla mai vista…

Mies and Sanremo, Archizoom Associati per Poltronova,1969.

Mies and Sanremo, Archizoom Associati per Poltronova,1969.

 

A parte la visione poco rassicurante del grigio di Sottsass il clima restava comunque effervescente, e l’introduzione al libro di Michele De Lucchi cita il concetto di festa mobile e happening continuo, esattamente la descrizione dello stato d’animo di Cristina Morlozzi una volta introdotta nell’ambiente radical, stupefatta e poi coinvolta. Aggiungiamo che l’unico pezzo rimasto in produzione fu lo specchio “Ultrafragola” con quel rosa intenso a parlare di femminilità, di come la donna sia seduttiva per natura.

Ultrafragola, specchio, Ettore Sottsass Jr, 1970 per Poltronova

Ultrafragola, specchio, Ettore Sottsass Jr, 1970 per Poltronova

 

Dario Bartolini viene interpellato come la mente tecnologica del gruppo, colui che dava vita agli oggetti con manopole e pulsanti per “miracoli” di luci e suoni stravaganti, allo stesso tempo era il fotografo più esperto che ricorda bene come si organizzavano i set per Poltronova. Una foto lo ritrae nel giorno del matrimonio quando indossava con la novella sposa due cappelli/mitria che dovevano suonare ed emettere luce nell’incastrarsi, il regalo di Archizoom..di cui lui stesso dovette sistemare un malfunzionamento dell’impianto..la notte precedente alla cerimonia!

MITRIA, design di Paolo Deganello per il matrimonio di Lucia and Dario Bartolini, 1969

MITRIA, design di Paolo Deganello per il matrimonio di Lucia and Dario Bartolini, 1969

 

La storia del radical design è fiorentina. Branzi ha parlato di un terreno favorevole allo sviluppo della modernità “diversa” proprio per la sua assenza di modernità, ma dal punto di vista culturale Firenze era in quegli anni “l’ultima volta che non fu provincia”. Deganello ricorda il movimento studentesco di Lettere e di Architettura, la migliore facoltà di architettura in Italia, allora. Era una capitale culturale con la presenza di intellettuali come Garin, Ragghianti, Luzi, per non dimenticare l’amministrazione avanzata con La Pira.

Chi portò alla ribalta la rivoluzione radical di Archizoom non fu però un’autorità editoriale di settore ma un settimanale di larga diffusione: Panorama. Allora tutti i magazine avevano una rubrica di architettura e si cercava l’eclatante, ancora una volta trovato attraverso l’impiego della fotografia. Quattro modelli di progetti “radicali” vennero realizzati in scala 1:10, ambientati e fotografati, e apparvero come oggetti veri, realmente prodotti.

Un momento durante la presentazione di Poltronova Backstage presso la galleria Sozzani, ph. Sofia Obracaj

Un momento durante la presentazione di Poltronova Backstage presso la galleria Sozzani, ph. Sofia Obracaj

 

Da tutte le foto, suggerito pure nel testo mandato da Toraldo di Francia, possiamo osservare come questo pezzo di Novecento, fatto di rottura con la tradizione, amicizie e matrimoni incrociati, creatività esuberante e sana competizione, racconti una storia “corale”, nel rapporto dialettico tra Archizoom, Superstudio e Sottsass e le loro singole forti personalità progettuali ed umane.

Michela Ongaretti

Da Mustacchi

Supereroi pelosi. Baffi e capigliature nelle illustrazioni di Antonio Bonanno

Supereroi pelosi. Baffi e capigliature nelle illustrazioni di Antonio Bonanno

 

Give me a head with hair, long beautiful hair, shining gleaming steaming flaxen waxen. Give me it down to there, hair, shoulder length or longer, here, baby, there, mamma, everywhere, daddy daddy hair! Flow it, show it, long as God can grow it, my hair! (Hair ,1979)

 

Non solo libri da Gogol & Company in via Savona. Anche se varrebbe la pena andarci solo per quelli, soprattutto per i piccoli e grandi volumi di illustrazione, essi sono un punto di partenza.

Il 28 aprile, accanto a delle tavole originali de El Gato Chimney, c’erano quelle dei protagonisti della mostra collettiva “Codex Arboreum Maior”, una sorta di erbario visionario sul tema dell’albero, declinato secondo l’immaginazione di ventidue creativi su carta.

Da Mustacchi

Dalla mostra al libro, il gruppo di illustratori dell’entourage della scuola di illustrazione del Castello Sforzesco ha autoprodotto un bel volume con tutti gli interventi, e dal libro alla mostra, perché quel giorno la mia curiosità mi aveva portato a scoprire i due albi di Antonio Bonanno “Mustacchi” e “Coiffures”. L’artista era presente insieme ai disegni originali e alle stampe numerate.

Codex Arboreum per me ha funzionato come anticipazione del lavoro di Bonanno, che racconta con alcune immagini a colori la storia del suo “Albero dei Baffi”. Nei volumetti di Logos edizioni raddoppia la sua “ossessione” per barbe e capelli.

Coiffures di Antonio Bonanno, edizioni Logos

Sono una seconda edizione prima distribuita in Francia con Edition du Lampion e testimoniano la fortuna dell’illustratore oltralpe. Apprezzato il gusto retrò del racconto di prodigi moderni e inspiegabili, il tratteggio incrociato con ordine a china, il “circo” di personaggi che vivono accanto alla normalità del resto della popolazione, senza impedire alla propria diversità di prendere il sopravvento. Non sono freaks ma solo rispettabili signori e signorine usciti dall’età vittoriana o da un film muto, con baffi o capelli straordinariamente rigogliosi capaci di azioni fuori dalla loro funzione originaria, vitali di una personalità propria, compagni di avventure accanto alle persone a cui appartengono i corpi con cui convivono, stravolgendo le loro esistenze.

Antonio Bonanno e Silvio Boselli

Secondo la mia visione queste intricate masse “pelose”, presenti prepotentemente a caratterizzare personaggi maschili e femminili, hanno una funzione di simbolo forte di resistenza nella stravaganza. Non è la condizione esistenziale esclusivamente dell’artista, è quella di ogni persona che vive con coraggio una diversità, che anzi riesce a migliorare la propria condizione attraverso la liberazione di questa peculiare caratteristica. Pelosi supereroi.

Le stampe numerate di Mustacchi e Coiffures

Conferma della propria esistenza, femminilità o mascolinità estrema, desiderio di differenziarsi o di sentirsi liberi, la nostra peluria è una dichiarazione di indipendenza.

Lunghi capelli quale simbolo di rottura per la controcultura hippy, o baffi scolpiti a marchiare una signorilità nel diciannovesimo secolo, se sono stati osannati per la loro bellezza da artisti, poeti e letterati come il citato Dalì che disse “Senza baffi un uomo non è vestito correttamente”, nessuno li ha mai immaginati se non fluenti. Qui l’esagerazione rende le illustrazioni gradevoli e allo stesso tempo grottesche, come una raccolta di immagini di memorabilia di un viaggio, con quel pizzico di ironia in più.

Da Coiffures

Davanti al bivio della scelta tra i due albi non mi so decidere, ma anche se finché vivrò vorrò una chioma come quella auspicata dal personaggio del musical Hair, mi tuffo nell’universo inesplorato dei baffi. Se devo scoprire un mondo mi affaccio all’altra parte del cielo per capire: quali sono i poteri di un paio di mustacchi prodigiosi?

Michela Ongaretti

Fotografie di Sofia Obracaj

Il volume L'albero dei Baffi

Antonio Bonanno durante la presentazione dei volumi

Dedica disegnata

Illustrazioni da Gogol e Company

L'albero dei Baffi per Codex Arboreum Maior, particolare

Illustrazione di Antonio Bonanno

L'albero Nuvola di Silvio Boselli per Codex Arboreum Maior

Le mani dell'illustratore vicino ai volumi di Coiffures

L'illustratore firma una copia di Mustacchi

Particolare di una stampa

Particolare di una delle illustrazioni L'albero dei Baffi

Particolare di una tavola per L'albero dei Baffi in Codex Arboreum Maior

Un estratto del testo di Mustacchi

Visitatori della mostra presso la libreria Gogol e Company

Tavola originale de L'albero dei Baffi