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Luce e colore nell’Arte. Il destino di LeoNilde Carabba tra fosforescente e simboli esoterici

Arrendersi con gioia al proprio destino. Questo è il risultato di una lunga carriera artistica per LeoNilde Carabba, un processo che continua tutt’oggi, dopo avere raggiunto tale consapevolezza. La pittrice ha attraversato con la sua arte il novecento, in scena dalla fine degli anni anni cinquanta, sostenuta da grandi nomi come Carla Accardi, Crippa, Fontana, Baj, per poi sviluppare la ricerca materica e spirituale sulla luce con l’impiego di colore fluorescente e fosforescente, indagando l’universo esoterico e simbolico delle filosofie studiate e indagate a fondo nel corso della sua esistenza.

 

Dell'arrendersi gioiosamente al proprio destino, tra gli ultimi lavori di LeoNilde Carabba

Luce e Arte nel destino di Leonilde Carabba. Arancione o Dell’ arrendersi al proprio destino, con fosforescente e fluorescente.

 

LeoNilde Carabba ha vissuto a lungo e molto intensamente portando in sé una grande serenità per avere accolto molte esperienze in diversi angoli del mondo, che la sua arte ha assorbito e rielaborato. Sono andata a trovarla nella sua casa studio dove abbiamo osservato e parlato tra alcuni suoi lavori.

Nel 2017 Milano la vedrà protagonista di due mostre: dal 14 al 31 marzo con la personale Dialoghi con L’assoluto presso SBLU_Spazioalbello a cura di Susanna Vallebona; a Maggio insieme ad altri artisti con  Black Lights: la luce che nasce dal buio a cura di Gisella Gellini, docente del Politecnico di Milano,  e di Fabio Agrifoglio, presidente della Fondazione Mario Agrifoglio, progetto cresciuto dopo aver raggruppato vari esponenti della Light Art in diverse occasioni espositive.

Sempre Agrifoglio ha invitato Carabba a partecipare ad una seconda mostra ad ottobre, questa volta collettiva con la partecipazione di Claudio Sek De Luca e dei lavori di Mario Agrifoglio, presso il Broletto di Como. L’inaugurazione sarà accompagnata da un concerto organizzato dal direttore del Conservatorio di Como.

 

LeoNilde Carabba, Yod Lamed Yod-ritrovare le scintille, 2013

Luce e colore nell’arte di Leonilde Carabba, Yod Lamed Yod-ritrovare le scintille, 2013

 

Nel suo intervento per il corso di light art e design della luce tenuto dalla stessa Gellini l’artista spiega perché scrive il suo nome con due lettere maiuscole: è il suo modo di riconoscere che nel nome esiste sia il maschile che il femminile, dichiara che la storia della sua vita è stata trovare l’equilibrio tra le due forze che vuole onorare ogni volta che viene citata. Il nome stesso della mostra viene da LeoNilde e riflette il rapporto dialettico tra la luce e l’oscurità, vitale nella sua ricerca artistica indissolubile dalla sua storia personale.  Il concetto cardine alla base del progetto è la ricerca della luce quando ci si trova ad essere nel buio, anche in senso metaforico. In effetti tutta la sua carriera può essere vista come un’indagine progressiva e sempre più complessa della Luce.

I lavori ad olio e petrolio degli anni sessanta sono oggettivamente scuri, ma si riferiscono anche ad una condizione di crisi esistenziale, superata grazie all’incontro con la meditazione per poi abbracciare spiritualità diverse tra loro, da Osho al Buddismo fino allo studio della Cabalà, modificando il suo modo di rapportarsi al reale: queste spiritualità sono entrate a pieno titolo con i loro simboli come soggetti ispiratrici delle opere degli ultimi vent’anni.

 

LeoNilde Carabba, Ispirato e dedicato a Raphael il grande guaritore, 2015

Esoterismo nell’opera di LeoNilde Carabba, Ispirato e dedicato a Raphael il grande guaritore, 2015. Acrilici, foglia d’argento e foglia d’oro vera con fluorescenti e fosforescenti, visione diurna

 

Carabba divide la propria carriera in quattro periodi: da quello buio (1962-64), al rifrangente dal 1966 al 1974 caratterizzato dall’impiego di  acrilici e microsfere di vetro, concomitante solo dal 1968 al 1970 il trasparente delle scatole serigrafate in metacrilato trasparente, in certi casi fluorescente. Solo dal 1995 parla di periodo luminoso, quello dell’esplosione della sua tecnica matura, ma in costante ricerca scientifica sui materiali, a seconda del pezzo acrilici foglia d’argento o d’oro, di rame, microsfere di vetro, glitter, colori fosforescenti e fosforescenti. Questi sono i quadri su cui si è concentrata la nostra attenzione.

 

Luce e colore nell'arte. Un'opera del Periodo Buio di LeoNilde Carabba

La Gazzella dalla terribile presenza, periodo Buio di LeoNilde Carabba, 1964

 

L’artista manifesta la sua soddisfazione nell’aver reso ogni effetto attraverso un sistema artigianale senza mezzi meccanici, dove l’uso del fluorescente o del fosforescente non si limita ad mero fatto estetico ma mira a coinvolgere e attivare l’osservatore, anche attraverso le forme geometriche paradigmatiche mistiche come il Labirinto, la Piramide, il Cerchio e l’Albero della Vita.

La freschezza con cui mi ha parlato è quella di chi ha una vita davanti, di chi si sente in una nuova fase e in un nuovo percorso, perché mi spiega che la sua ricerca artistica è il suo elisir. Una sorta di scambio di energia tra l’opera e la vita senza soluzione di continuità. Questo è il mondo di chi ha molto da raccontare senza smettere di stupirsi e di accogliere lo stimolo spirituale e interiore, insieme a quello esteriore del contemporaneo, compresa la tecnologia. L’arte è la vita come un’avventura avvolgente e continua, mantenendo lo stupore del bambino pur attraverso la conoscenza filosofica e quella scientifica del mezzo per realizzare, trasferire alla materia un concetto.

 

LeoNilde Carabba, scatola serigrafta del periodo Trasparente, 1968

Luce e Arte nel destino di Leonilde Carabba. Una scatola serigrafta del periodo Trasparente, 1968

 

Mi parla della sua concentrazione quando dipinge per molte ore di seguito

La pittura ti toglie energia e allo stesso tempo te ne da, stare molte ore in piedi assorbita dal lavoro ti stanca ma ti ricarica molto. Al termine ci si potrebbe sentir svuotati ed invece questa concentrazione ti da l’opportunità di pensare a quello che farai dopo, ti sbilancia verso il futuro. Fino a fine mostra non dipingerò ma ho questi due nuovi dipinti che mi aspettano .. e per me è come se mi aspettasse un amante..mi ricarico per poi dare di nuovo..

In molti lavori nella definizione dei segni si sente guidata da una forza, travolta da un impeto porta a termine il lavoro senza interruzioni, in uno scambio di energia che si può manifestare mediante l’assecondare un destino. Dove “un colore nasce e si sviluppa quasi da solo” l’artista si fa veicolo dell’urgenza di questo processo. Questo è un punto fondamentale, Leonilde mi parla di “lasciare accadere un quadro” perchè a volte ciò che viene iniziato non si comprende fino in fondo come finisca, dato che l’artista “co-crea col divino” come accade con il quadro rosso e arancione che vedo alle spalle e che vedremo per la mostra Black Light.

 

Fluorescente e fosforescente nelle opere di LeoNilde Carabba

La luce del colore fuorescente e fosforescente. Opere di LeoNilde Carabba nel suo studio

 

Come organizza il tempo di produzione?

Una progettualità c’è anche sul mio organizzare il tempo e lasciare respiro alla creazione, periodi di attività creativa e no..ad esempio adesso che ho due grandi mostre pronte ora non dipingo. Perchè per molti anni ho vissuto un continuo conflitto tra l’artista e il professionista che sono due ruoli molto diversi all’interno di sé. Ora il conflitto l’ho risolto. Quando sono artista al 100% e cerco che niente si inserisca tra me e il suo flusso lavorativo,che significa che stacco il telefono e che dico che non sono reperibile  e poi ci sono dei periodi come adesso che sono nel mondo reale e sono più la professionista che l’artista.

Ha parlato di Arte come Gioco..

Non bisogna dimenticarsi di giocare, se si smette si dimentica anche di vivere. Ma intendo il gioco del fare, è una cosa seria! Giocare significa essere totali, come il bambino l’artista quando dipinge è totale, come il musicista quando o lo scrittore quando scrive, e più riesce ad essere totale più riesce ad essere creatore. E’ faticoso ma bello, unico nel momento in cui si svolge questa azione, e che quindi cambia e fa cambiare. Mentre lavoravo alla mia ultima serie non potevo credere ai miei occhi di come stava cambiando ne farla come me del resto. Credo sia importante permettersi di rinnovarsi e rinnovarsi significa ringiovanire. Ho 78 anni all’anagrafe ma non me li sento proprio e nello stesso tempo me li sento perché ho vissuto tanto, sono avida di vita ma in maniera diversa da come lo potevo essere a vent’anni.

 

Alla luce. Opera con fosforescente di LeoNilde Carabba

Colore fosforescente nell’arte di LeoNilde Carabba. Alla luce

 

Due dipinti di LeoNilde Carabba con fosforescente al buio.

Colore fosforescente nell’arte di LeoNilde Carabba. Al buio

 

L’aspetto scientifico e quello spirituale si fondono nella sua pittura. La definizione di alchimista ben si adatta al lavoro di Leo Nilde. A parte lo studio esoterico pensiamo all’alchimista come una sorta di chimico antelitteram. E’ così?

Si, io dico che ho mangiato pane e colori fin da bambina, perchè mio padre era un ingegnere chimico e quando avevo 4 -5 anni e lui tornava a casa mi diceva : “oggi ho fatto un nero”, così iniziavo a chiedergli cosa significasse, a farmi spiegare i procedimenti. Poi sono stata presa da altre passioni ma quella del colore è tornata.

Sono stati molti altri gli insegnamenti di mio padre, come alcuni accorgimenti per preservare i quadri dall’invecchiamento. Quando abitavo in California a una mia collezionista si è allagata la casa con un mio quadro, che si imbarcò. Il restauratore ammise di non sapere come operare sull’arte moderna ma io consigliai di guardare dietro al quadro, lì avevo scritto tutti i materiale usati compresa la vernice finale, in questo modo fu possibile restaurare il pezzo. Quando si tratta di polittici essi sono firmati e scritti uno a uno perché possono funzionare anche singolarmente, se dovessero essere in futuro venduti a pezzi ciascuno di essi avrà tutte le indicazioni necessarie.

 

Fluorescente ispirato all'onda di Hokusai, opere del 2012 di LeoNilde Carabba

LeoNilde Carabba, A true surrender it’s a tsunami, 2012, foto con luce di Wood. Ispirato all’onda di Hokusai

 

Il lavoro do LeoNilde Carabba si basa sulle variazioni cromatiche a seconda delle fonti di illuminazione, assenti per il colore fosforescente che si vede di notte, o dalla luce di Wood che attiva il colore fluorescente. Può parlarci meglio della sua tecnica, e dei materiali impiegati?

Sono circa vent’anni anni che uso i colori fosforescenti, per questo primato avrò molto spazio all’interno della mostra delle Black Light.

Mi sento da sempre una ricercatrice, curiosa al punto da provare empiricamente per poi andare a studiare con più precisione gli effetti dei materiali impiegati. Nel mio lavoro ci sono quasi sempre tre valenze concomitanti: quella del colore e la sua texture, il fluorescente e il fosforescente. Per quest’ultimo, quello tipico tende al verde ma io ne ho trovato uno azzurrato e uno aranciato. Sotto ad essi a volte uso la foglia oro, come su una porzione della piramide in studio abbinato al colore oro, per cui la parte dorata si vede sempre, mentre solo di notte appare tutta dorata.

 

Un dipinto alla luce di wood con vera foglia oro, LeoNilde Carabba, 2013

LeoNilde Carabba, Ispirato e Dedicato alla IV Visione di Ildegarda von Bingen – 2013, con vera foglia oro alla luce di Wood

 

I colori fluorescenti sono invece trasparenti, sotto ad essi bisogna dare un colore abbastanza simile e opaco, poi si passa il fluorescente e sul fluo volendo c’è il fosforescente. La parte materica la creo per dare movimento, dopo il colore lavoro col togliere e mettere la carta velina. Sono molte mani di colore a rendere quell’effetto di increspatura.

Gli stimoli esterni sono fondamentali per la sua ispirazione?

Sono una divoratrice onnivora di libri, mi piacciono molto i testi di storia..ora sto leggendo Amanti e regine: il potere delle donne di Benedetta Craveri ma le intuizioni vengono anche a partire da fatti di vita reale. Ad esempio qualche giorno fa è morto un uomo di cui ero molto amica una ventina d’anni fa, così ho riflettuto molto sulla Morte, perché con essa ho un buonissimo rapporto..infatti penso che non credo esista, ma credo alla trasmigrazione dell’anima. Da qui nascerà il mio prossimo progetto.

 

Luce e colore nei labirinto di LeoNilde Carabba

Il Labirinto e altri simboli nelle opere di LeoNilde Carabba

 

L’arte è per tutti?

La creatività è per tutti l’arte no. Per scegliere di fare l’artista in un mondo come il nostro bisogna essere fuori di testa, nessuno lo sceglierebbe se non fosse un destino. Sai come si chiama quel quadro arancione? Arancione o Dell’arrendersi gioiosamente al proprio destino. Essere artisti è un destino e non una scelta logica, lo vedo anche nella vita di altri artisti, è un must non è qualcosa che non puoi non fare. Da giovanissima lavoravo in pubblicità, guadagnavo bene però non mi tenevo dalla voglia di seguire la mia strada.

Esiste una possibilità terapeutica, ho guidato gruppi di espressione creativa dove mettevo insieme danza e pittura per spingere le persone ad entrare in contatto con la loro capacità libera e creativa, ma non è insegnamento o iniziare qualcuno alla mia tecnica.

 

Arancione fosforescenti in una suggestiva visione al buio. Un'opera di LeoNilde Carabba

Arte della luce con colori fosforescenti nello studio di LeoNilde Carabba

 

Nel 2017 vedremo i suoi dipinti in due grandi mostre, pensi che per un artista contemporaneo siano ancora importanti?

Si, infatti secondo me se prima contava avere il gallerista giusto, oggi quello del curatore è un ruolo cardine, per questo dopo avere iniziato il percorso con Fabio Agrifoglio sono molto contenta di essere ora seguita anche da Gisella Gellini per Blacklights la luce che nasce dal buio, la trovo una donna di potere intelligente e lungimirante, e penso che porterà i lavori di oggi  in spazi importanti per la mia crescita creativa.

Michela Ongaretti

Natividad di Manu Invisible in Piazza Duomo

Street Art sulle barriere antiterrorismo. Un’occasione poco sfruttata dal Comune di Milano

Street Art sulle barriere antiterrorismo. Un’occasione poco sfruttata dal Comune di Milano

 

Durante le feste natalizie uno spettro si aggirava per Milano. Quello del TerrorismoDopo l’episodio di Berlino del 19 dicembre, il Comune ha pensato di piazzare alcuni new-jersey antisfondamento nei punti nevralgici e di maggior transito di persone della città. La necessità di impedire l’ingresso a qualunque mezzo si è però subito trasformata in una possibilità per gli street artists di esprimere la propria creatività in maniera legalizzata, anzi con l’invito esplicito delle autorità a ricoprire di graffiti le barriere anticarro.

 

Una barriera anticarro decorata in Piazza Duomo

Una barriera anticarro decorata in Piazza Duomo

 

Tutto è partito da Piazza Duomo, allargandosi a macchia d’olio con gli interventi sull’asse verso la Darsena, poi nella zona, sempre ritenuta ad alto rischio attentati, tra il quartiere Isola e piazza Gae Aulenti.

 

Streetart sui new jersey. Vista da Piazza Fontana verso Palazzo Reale

Street art sui new jersey. Vista da Piazza Fontana verso Palazzo Reale

 

Leggo da fonte ANSA che si tratta di “ Un’iniziativa del Comune di Milano per scongiurare la paura del terrorismo con l’arte”.

A parte che la funzione dell’arte non mi pare sia quella di scongiurare timori, per quanto per qualcuno la bellezza può avere una funzione consolatoria sulle brutture del mondo e dei new-jersey in cemento in zone ricche di beni architettonici di pregio, e a parte che queste strutture non sembrano dare una gran parvenza di reale sicurezza in presenza di un kamikaze ben camuffato da turista, il risultato di questa operazione artistica lascia un po’ a desiderare.

 

Murale di Max Gatto verso Piazza Cordusio

Murale di Nemesi in Piazza Duomo verso Piazza Cordusio

 

Il patrimonio artistico della città poteva davvero arricchirsi se si fossero coinvolti artisti che presentassero ai passanti un progetto interessante, magari con un concorso pubblico rivolto a chi proponesse immagini ben costruite con la perizia tecnica di chi ha padronanza delle principali tecniche artistiche usate nella street art, stencil e bombolette al servizio di contenuti identificativi di una ricerca, realizzati con lo stile maturo di molti protagonisti della scena urbana.

 

Natividad, il murale di Manu Invisible in Piazza Duomo a Milano

Natividad, il murale di Manu Invisible in Piazza Duomo a Milano

 

Invece in pochi giorni la fretta ha colmato queste “pareti libere”, senza una logica di valorizzazione delle forze creative cittadine, ma con l’illusione di un lavoro ben fatto notato dalla popolazione. Ecco le parole dell’assessore alla Sicurezza Carmela Rozza : “abbiamo deciso di partire con l’iniziativa subito dopo la cattura di Anis Amri a Sesto San Giovanni, per far vivere un Natale più sereno ai cittadini nonostante l’insidia terrorismo”.

Il fine è politico e sopra ad ogni cosa, se pensiamo che la vista di molti di questi murales è coperta parzialmente dalle barriere in ferro e dai cartelli stradali che invitano al passaggio laterale, come ben si vede in Piazza Fontana.

 

Difficile scorgere un murale dietro la segnaletica in Piazza Fontana

Difficile scorgere un murale dietro la segnaletica in Piazza Fontana

 

Non è privo di una certa grazia, per quanto non eccezionale, l’intervento in Piazza Duomo di Manu Invisible, lo street artist sardo che si presenta con una maschera nera lucida , residente da un mese e mezzo in città e qui presente con altre opere. Nella piazza centrale Manu ha realizzato “Navidad”, una sorta di Presepe che simboleggia la Famiglia con i profili di due renne, madre e figlio, colorati al loro interno seguendo sfumature cromatiche. L’artista definisce il soggetto come metafora del calore famigliare in un “periodo storico colmo di crudeltà e violenza”, inserendosi coerentemente nel programma demagogico della giunta comunale.

 

Il cosiddetto gatto del New Jersey in Piazza Fontana

Il cosiddetto gatto del New Jersey in Piazza Fontana

 

Manu Invisible è intervenuto anche sulle barriere di Piazza Fontana, accanto ad un gatto in bianco e nero firmato Jennifer che copre solo una piccola porzione del cemento armato, e con un pappagallo e vegetazione tropicale ai piedi del Bosco Verticale, uno dei più nuovi ed imponenti edifici residenziali della renovatio urbanistica tra l’Isola e il centro Direzionale verso Porta Garibaldi, progettato da Stefano Boeri. 

 

Il pappagallo di Manu Invisible sotto al Bosco verticale, foto ANSA

Il pappagallo di Manu Invisible sotto al Bosco verticale, foto ANSA

 

Altri street artists protagonisti dell’iniziativa comunale che segnalo sono: Frode con la raffigurazione di un riccio “simbolo di amicizia e spensieratezza”, e Berto 191 con il suo paesaggio boschivo tra il cemento.

Certo non è tutto inutile dal punto di vista della sicurezza, almeno non potrebbe passare un camion come a Berlino con la tragedia dei dodici morti e quaranta investiti; tutti sono interventi che perlomeno alleggeriscono la vista delle strutture, ed è sicuramente lodevole il tentativo di rendere meno opprimente, di sdrammatizzare la presenza non solo dei new jersey ma dei militari in tenuta mimetica, mitra e camionetta nelle diverse postazioni. Però l’augurio è che la cosiddetta operazione “Muri Sicuri”, parte del complessivo e più continuativo piano “Muri Liberi”, non resti soltanto la disponibilità di metri da riempire, ma diventi un terreno d’azione per writer italiani ed europei con un progetto site specific più strutturato, che presenti esempi di qualità.

 

Fronde tropicali sulle barriere di Piazza Fontana

Fronde tropicali sulle barriere di Piazza Fontana

 

Grande, indiscriminata libertà è lasciata ai graffitari con l’unico limite di non essere offensivi verso religioni, paesi, persone ed organi di Stato, mentre ci si aspetterebbe una mobilitazione artistica che davvero faccia pensare prima ai soggetti raffigurati che al loro supporto.

Per fortuna questo è solo l’inizio, sul sito del comune di Milano è disponibile l’elenco completo delle pareti disponibili. Con l’augurio di vedere delle aree investite da un vero e proprio progetto.

 

Da PiazzaVerso via Orefici, il murale di La Pupazza

Da PiazzaVerso via Orefici, il murale di La Pupazza

 

Per ora posso solo dare informazione del posizionamento dei new-jersey di “Muri sicuri”, pensando che se dovesse verificarsi quanto previsto e accettato comunemente nella storia dell’arte di strada, cioè un futuro intervento copra senza regole quanto già lasciato allo sguardo, questo possa essere uno stimolo a nuove visioni.

Trovate le barriere: in Via Dante – Piazza Cairoli, Via Dante – Via Meravigli, Piazza Duomo – Via Mazzini, Piazza Duomo – Via Manzoni ,Piazza Duomo – antistante via Carminati, Piazza Duomo – Piazza Fontana, Piazza Gae Aulenti – Via De Castillia, Piazza Gae Aulenti – Corso Como, Largo Gino Valle (area Portello), Piazza Cantore – Viale Papiniano, Piazza XXIV Maggio (lato Darsena).

Michela Ongaretti

 

Miyazaki ritratto da Manzoni Piazzalunga nel giorno del suo settantaseiesimo compleanno

Hayao Miyazaki ha compiuto 76 anni! Auguri con Porco Rosso

Hayao Miyazaki ha compiuto 76 anni! Auguri con Porco Rosso

 

Hayao Miyazaki con lo studio Ghibli è un personaggio cardine nella storia del film d’animazione, Ieri ha compiuto 76 anni.

Hayao Miyazaki, ritratto di Giovanni Manzoni Piazzalunga, nel giorno del suo compleanno.

Hayao Miyazaki ritratto da Giovanni Manzoni Piazzalunga, nel giorno del suo settantaseiesimo compleanno

 

Quando ero bambina i cartoni animati erano soprattutto giapponesi, fatti di machi robot, più da grande fu l’esplosione di eroine dotate di magici poteri o di storie sdolcinate. Sono stata così fortunata da crescere e poter guardare anche le opere disegnate di Hayao Miyazaki, che potevano piacere a grandi e piccoli in grado di apprezzare un lavoro ben fatto dotato di originalità nella creazione dei personaggi e soprattutto di intrecci più costruiti e avvincenti nella forma di veri e propri film, che non fossero le fiabe di Walt Disney già lette sui libri. Non credevo che superati i vent’anni avrei passato delle serate a vedere un cartoon e discutere sui possibili significati simbolici con gli amici.

 

La città Incantata

La trasformazione di Senza-Volto (Kaonashi) ne La città Incantata, 2001

 

Non avevo ancora visto Kiki Consegne a Domicilio, Laputa Castello nel Cielo, e il bellissimo Il mio vicino Totoro, usciti molto prima, alla fine degli anni ottanta. Anche La Principessa Mononoke del 1997 fu scoperto in seguito. Per me come per molti italiani lo stupore è iniziato con La Città Incantata nel 2001, film che avvalse allo studio cinematografico Ghibli, creato da Miyazaki e Isao Takahata e produttore del lungometraggio, l’Orso d’Oro e il Premio Oscar. In seguito è stato il momento di essere rapiti dalle immagini de Il Castello Errante di Howl del 2005 e di Ponyo sulla scogliera del 2008.

 

Il Castello Errante di Howl si muove sulle montagne, frame del film scritto e diretto da Miyazaki nel 2004.

Il Castello Errante di Howl si muove sulle montagne, frame del film scritto e diretto da Miyazaki nel 2004

 

In tutti i film di Miyazaki i mondi immaginari rappresentati spesso sono allegorie del presente e i personaggi sono mossi ad azioni da motivazioni recondite e complesse: questi universi sono nati non solo dalla creatività inventiva ma anche dalla conoscenza di scrittori occidentali, che su stessa ammissione dell’autore giapponese, hanno influenzato l’ideazione delle sue opere cinematografiche. Parliamo di Ursula K. Le Guin, Diana Wynne Jones e of course di Lewis Carrol. Ancora Miyazaki cita Eleanor Farjeon, Philippa Pearce e Rosemary Sutcliff. Anche le storie di piloti e di aerei del grande Roald Dahl sono state amate e presenti nella sua cinematografia, e devo senza dubbio ricordare l’interesse di Miyazaki per l’opera di Antoine de Saint-Exupéry.

 

Chihiro e Haku, personaggi de La Città Incantata, 2001

Chihiro e Haku, personaggi de La Città Incantata, 2001

 

L’ultimo film che vede Miyazaki alla regia è stato Si alza il vento del 2013, dopo l’annuncio del suo ritiro confermato e poi smentito, dopo una carriera di quasi cinquant’anni e il premio Oscar alla carriera del 2014, ma il film che più mi colpì tra tutti è stato Porco Rosso, uscito nel lontano 1992.

Decido di parlarne per la ragione precisa del suo interesse per l’Italia, che lo ha onorato con il Leone d’oro alla carriera alla 62esima Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, nel 2005. L’ambientazione è italiana e il protagonista stesso è italiano, in un’epoca difficile come quella del Fascismo, ma i riferimenti alla nostra storia e cultura artistica sono molto più numerosi e precisi. 

 

Miyazaki ritira il Leone d'oro alla carriera a Venezia

Miyazaki ritira il Leone d’oro alla carriera durante la 62 esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nel 2005. in quell’occasione fu presentato Il Castello Errante di Howl

 

Già nelle prime immagini il regista fa di tutti per farci capire che ci troviamo nel Belpaese: una bottiglia di vino rosso e un giornale italiano sono gli attributi iniziali di questo eroe sarcastico e libero, e tutte le insegne che si vedono nel film sono scritte in italiano, con qualche tenero refuso.

La sinossi in breve. Lui è un grande pilota dell’aeronautica Regia e il suo nome è Marco Pagot, durante la prima guerra mondiale un incidente lo trasforma in un maiale antropomorfo, così decide di ritirarsi dalla vita mondana e ritirarsi sulla costa dalmata per dare la caccia alle taglie dei feroci pirati dell’aria. Il suo idrovolante monoplano S.21 “Folgore” tutto rosso, è stato ideato da Miyazaki pensando ad oggetti reali del periodo, tanto da somigliare molto al monoplano Macchi M.33.

 

La locandina del film d'animazione Porco Rosso, Studio Ghibli 1992

La locandina del film d’animazione Porco Rosso, scritto e diretto da Hayao Miyazaki e prodotto dallo Studio Ghibli nel 1992

 

Marco diventa Porco Rosso, e si trova ad affrontare l’alleanza dei pirati con il pilota americano Donald Curtis, che abbatte l’aereo cremisi. Non viene del tutto distrutto e Marco si rifugia a Milano per fare riparare quanto ne resta dalla ditta Piccolo Spa.

E’ nella sosta a Milano di Porco Rosso che Miyazaki dimostra di conoscere e amare l’Italia nella sua storia, infatti il figli maschi della Piccolo sono emigrati in America a cercar fortuna come davvero accedeva, e l’incontro con Arturo Ferrarin della Regia Aeronautica è il ricordo dell’oppressione di regime che impone a Marco la fuga, se non rientra nei ranghi militari. Appaiono così gli squadroni punitivi che inseguono Marco e Fio, la figlia di Piccolo: è una donna a salvare e riparare il monoplano..indipendenza di pensiero e d’azione, femminismo, questo è Miyazaki.

 

Porco Rosso e il suo idrovolante sui navigli di Milano

Una scena di Porco Rosso con il suo idrovolante sui navigli di Milano

 

L’S.21 torna sull’isola rifugio nel Mare Adriatico, assaltata presto dai pirati, che si placano con un ammonimento della ragazza sul senso dell’onore di essere aviatori. Come ci si aspetta arriva Curtis per lo scontro finale che sarà un duello ad armi pari con Marco, ma poi gli strumenti bellici non sono più funzionanti e la lotta diventa un corpo a corpo tra i due, a scazzottate. Marco vince ma tutti devono scappare perchè la Regia Aeronautica è vicina.

 

Porco Rosso in azione

Porco Rosso in azione con Donald Curtis alle calcagna

 

Fio è affidata all’ex fidanzata di marco, Gina, che possiede l’Hotel Adriano, la rivediamo con l’ormai amica a ricordare il passato dopo la fine del Ventennio e della Seconda Guerra Mondiale, Curtis vi torna come turista dopo essere diventato un attore hollywoodiano, lui che aveva cercato di convincere la stessa Gina a diventare una star, secondo il mito e il sogno che era per l’Italia Hollywood. Il finale è sulle note della nostalgia e del mistero di Porco Rosso.

 

L'hotel Adriano in Porco Rosso

L’architettura immaginaria dell’hotel Adriano in Porco Rosso

 

In Porco Rosso ci sono le tematiche ricorrenti del cinema di Miyazaki, come la metamorfosi misteriosa come dannazione, (posso citare, senza esaurire tutti gli esempi, quella dei genitori di Chihiro ne La città incantata, e la malattia di Ashitaka in Princess Mononoke);  la grande passione per il volo, la condanna del Fascismo, la mai netta distinzione tra buoni e cattivi, il ruolo chiave di un personaggio femminile adolescente.

 

Porco Rosso come Humphrey Bogart

Porco Rosso come Humphrey Bogart

 

La cultura giapponese non è certo estranea se si pensa, interpretazione che mi convince, che la metafora del maiale riguarda la dualità di Marco nel suo aspetto pubblico e privato: da fuori è un insulto al Fascismo, “è meglio essere maiale piuttosto che fascista” dice il protagonista, ma dentro al suo cuore vive il senso di colpa per essere l’unico sopravvissuto ad una battaglia, questo senso di disonore molto giapponese lo fa sentire un maiale.

Ma veniamo ai riferimenti più precisi: Porco Rosso è al secolo Marco Pagot per omaggiare i fumettisti Nino e Toni Pagot creatori tra i vari personaggi del famosissimo Calimero.Tra l’altro i figli marco e Gina hanno davvero collaborato con Miyazaki per la serie Il fiuto di Sherlock Holmes.

 

Marco Pagot alias Porco Rosso

Marco Pagot alias Porco Rosso, una scena del film con la bottiglia dove si legge la scritta “vino” in italiano

 

La Piccolo Spa si trova a Milano sul Naviglio Grande, qui il costruttore propone la sostituzione di motore con un Folgore, che è per davvero il motore FIAT A.S.2, con cui Mario De Bernardi vince nel 1926 la  Coppa Schneider, Qui il gioco citazionistico si fa più complesso perché sui coperchi delle valvole appare la scritta Ghibli, che fu il soprannome del bimotore degli anni trenta Caproni Ca.309. Se parlo di aeronautica è perché da questa passione di Miyazaki nasce il nome del suo studio cinematografico. Pensate che la storia dell’aeronautica italiana è entrata nella storia del cinema di animazione mondiale.. l’Italia come esempio eccellente per chi di motori ne sapeva qualcosa visto che la sua azienda di famiglia era la Miyazaki Airplane, che produceva componenti di veicoli aeromobili.

 

Porco Rosso vola sull'Adriatico

Porco Rosso vola sull’Adriatico con il suo idrovolante monoplano S.21 “Folgore”

 

Appaiono nel film i piloti Francesco Baracca e Adriano Visconti, grandi vittoriosi aviatori italiani realmente esistiti, il primo nella Prima Guerra Mondiale e il secondo nella Seconda.

Si cita persino il testo poetico Alcyone di Gabriele D’Annunzio, nome che Miyazaki dà alla motonave dell’Albergo Adriano, e un noto bombardiere dell’epoca si chiamava Alcione.

Forse qualcuno non sa che..l’Alfa Romeo un tempo costruiva motori aeronautici, ecco perchè campeggia un somigliante suo simbolo nella bottega dell’armaiolo.

L’ex compagno Ferrarin ricorda Arturo Ferrarin che nel 1920 ha per la prima volta seguito la rotta Roma-Tokyo, e pilotato davvero il Macchi M.39, oltre che in una scena del film.

 

Hayao Miyazaki, ritratto di Eleonora Prado, 2016

Hayao Miyazaki, ritratto di Eleonora Prado, 2016

 

Un altro personaggio realmente esistito qui presente è Stanislao Bellini, qui citato solo col cognome come compagno di stormo di Pagot durante la Grande Guerra. Fu un pilota velocista del Reparto Sperimentale Alta Velocità di Desenzano del Garda, e proprio per l’idrocorsa Macchi-Castoldi M.C.72 ne fu il perito durante i voli di prova.

Una banda di pirati si chiama “Mamma aiuto”, citando il soprannome Mammaiuto dell’idrovolante CANT Z.501, esso diventò in seguito il grido di reparto del 15º Stormo SAR.

L’ultimo tributo, dopo non averne esaurito l’elenco, è nei titoli di coda, dove appare la Mole Antonelliana, uno dei simboli d’Italia e della sua sperimentazione tecnologica.

 

Miyazaki tra i suoi personaggi

Miyazaki tra i suoi personaggi

 

Grazie per aver unito la nostra cultura alla tua, per averci fatto sognare trasfigurando il mondo. Per averci incluso nel tuo universo. Auguri Miyazaki! E lunga vita allo Studio Ghibli..

Michela Ongaretti

 

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INTERNI OpenBorders al Fuorisalone 2016. I chiostri dell’Università Statale con la Triennale del Design

INTERNI OpenBorders al Fuorisalone 2016. I chiostri dell’Università Statale con la Triennale del Design

Open Borders tra i più rilevanti eventi del Fuorisalone 2016.

E’ iniziato il Salone del Mobilecon il suo Fuorisalone e quest’anno anche la prestigiosa XXI Triennale Internazionale di Milano. A dare l’incipit di tutto questo lunedì ho assistito alla presentazione della mostra-evento Open Borders che coinvolge come sempre i chiostri dell’Università Statale ( un tempo la Cà Granda, XIV secolo) e l’Orto Botanico di Brera ( del XVIII secolo), visitabili fino al 23 aprile, e per la prima volta la Torre Velasca, opera avanguardistica nel 1958 e simbolo architettonico della città ora, illuminata da Audi City Lab fino al 17 aprile.

Open Borders, Ingo Maurer e Axel Schmid rivestono di luce la Torre Velasca

Open Borders, Ingo Maurer e Axel Schmid rivestono di luce la Torre Velasca

Tra queste ultime quella di Interni è alla sua diciannovesima edizione, nel 2016 esplora in senso progettuale il tema degli Open Borders, con l’invito asuperare le barriere tra le varie discipline creative: la consiglierei sempre per ogni Fuorisalone, anche in virtù delle splendide location coinvolte, monumenti simbolo della storia, dell’arte e dell’architettura milanese.Una design week di Milano ricchissima di eventi, forse troppo. Ci sono piccoli produttori più o meno innovativi, designer con sapere artigianale e per questo auto prodotti, e poi ci sono le istituzioni e gli sponsor che finanziano od organizzano grandi mostre in collaborazione con autorità del settore, eventi nei quali progettisti affermati possono presentare opere più sperimentali e fantasiose, seguendo un filo conduttore unificante per tutti i suoi protagonisti.

La presentazione di Open Borders nell'aula magna dell'Università Statale

La presentazione di Open Borders nell’aula magna dell’Università Statale

 

Moderatore-affabulatore dell’incontro è stato Philippe Daverio, per una visita virtuale delle installazioni interattive, macro-oggetti, micro-costruzioni e mostre, attraverso le parole dei suoi creatori. Io ho selezionato alcuni interventi in base alle realizzazioni personalmente più memorabili, ma consiglio di visitare ogni location.

 

Disegno dell'installazione In Out di Massimo Iosa Ghini

Disegno dell’installazione In Out di Massimo Iosa Ghini

 

L’Università Statale diventa una delle sedi ufficiali della XXI Triennale Internazionale di Milano grazie al l’installazione-mostra Casa del Viandante a cura di Marco Ferreri nel cortile del ‘700.

Le quattro casette ci portano all’antichità, quando le attività commerciali o dei pellegrini sulla penisola richiedevano lo spostamento a piedi su strade che erano per due terzi mulattiere o sentieri. La riflessione sulla pratica del camminare si avvicina al contemporaneo desiderio di riavvicinarsi alla natura quindi quello che si va a proporre si configura come un modello di albergo diffuso a basso impatto ambientale: sono quattro moduli abitativi autonomi, anche energeticamente, di circa 9 metri quadrati, con due giacigli, un tavolo e due sedie pieghevoli, una cucina e un bagno. Ogni modulo è stato poi personalizzato dallo stesso Marco Ferreri, Michele De Lucchi, Denis Santachiara e Stefano Giovannoni.

Open Borders, Empathic Fuukei di Patricia Urquiola

Open Borders, Empathic Fuukei di Patricia Urquiola

 

Nella Hall dell’Aula Magna Patricia Urquiola ha realizzato Empathic Fuukei. I pannelli “raccontano i paesaggi” come la pittura faceva un tempo, solo che oggi lo si può fare attraverso la densità dei materiali, sono superfici aperte a creare un percorso polisensoriale attraverso la sovrapposizione di materiali diversi, composti di strati visibili da Cleaf. L’architetto insiste sul concetto di vero non più legato solo al naturale, ma anche all’artificiale di nuova generazione.

Open Borders, Tower di Tchoban, Kuznetsov e Sterligova

Open Borders, Tower di Tchoban, Kuznetsov e Sterligova

Nel Cortile D’Onore.

I russi Sergei Tchoban, Sergey Kuznetsov e Agniya Sterligova hanno creato Towers che si avvicina a noi per l’idea tipicamente occidentale della torre come di un punto di riferimento per un edificio, mutevoli nella tela interattiva per il visitatore, e in dialogo verticale e orizzontale con i limitrofi palazzi e con lo spazio interno alla Statale.

Open Borders, Mad Architects con Invisible Border

Open Borders, Mad Architects con Invisible Border

 

Massimo Iosa Ghini presenta In/Out: una struttura che richiama l’architettura arcaica, anche per l’uso della pietra, racchiude un levigatissimo parallelepipedo perfetto. Come un dualismo che esprime il confine aperto dell’esistenza umana, il mostrarsi da fuori e l’individualità, come contaminazione e convivenza di polarità opposte.

Segnalo lo studio MAD Architects fondato dal cinese Ma Yansong per l’installazione Invisible Border, fasci del polimero Etfr che mutano la percezione dello spazio grazie al gioco delle superfici semitrasparenti in movimento, riflettenti il cielo di giorno e luminose di notte.

Open Borders, Parisotto e Formenton con la Stanza del Vuoto

Open Borders, Parisotto e Formenton con la Stanza del Vuoto

 

Massimo Formenton e Ado Parisotto scavalcano i confini dell’architettura per avvicinarsi alla visione cinematografica di Michelangelo Antonioni. Con La stanza del vuoto si ricrea la smaterializzazione di un luogo, con l’effetto di smarrimento e sorpresa della scena del dialogo tra Marcello Mastroianni e Monica Vitti ne film La notte : tutto questo nel rapporto tra l’esterno e l’interno, della scena o della stanza, con le pareti in vetro specchiante e i loro giochi di eco visive.

Open Borders, l'installazione Radura di Stefano Boeri

Open Borders, l’installazione Radura di Stefano Boeri

 

Nel cortile della Farmacia Stefano Boeri, l’architetto del Bosco verticale, crea Radura grazie al Consorzio Innova e la filiera del legno della regione Friuli Venezia Giulia. Luogo di decongestione pubblica per la sosta dal caos urbano, con la pedana seduta e ancora per le colonne, e l’installazione sonora di Ferdinando Arnò. Di notte diventa un circolo luminoso.

Doveroso citare Illy, da molto tempo mecenate d’arte in diversi progetti legati al brand, qui celebra nel loggiato ovest la storia di Iletta, la macchina per il caffè espresso nata ben ottant’anni fa. Si festeggia con questa mostra curata dal direttore artistico di Illy Carlo Bach anche il ventennio della X.1 per il caffè fatto in casa, in anteprima l’anniversary edition presto in commercio.

Illy per Open Borders nel Loggiato Ovest, a cura di Carlo Bach

Illy per Open Borders nel Loggiato Ovest, a cura di Carlo Bach

 

Co-producer d’eccezione è Audi Italia, che secondo le parole del direttore marketing Massimo Favaro comunica l’affinità dei luoghi e delle persone attraverso l’unione delle differenze. Con Audi City Lab In Statale, in Montenapoleone e alla Torre Velasca il progetto diffuso è untaggable, cioè fatto dalle menti che non limitano il loro campo d’azione ad una disciplina rigidamente definita.

La Torre Velasca sarà valorizzata da forme dinamiche frutto dell’incontro tra la dimensione tecnologica e quella estetica, con l’interpretazione del logo Audi diPiero Lissoni e la sua leggerezza dell’oggetto effimero. Ingo Maurer con Axel Schmid concepisce Glow, Velasca, Glow!, realizzazione tecnica di CastagnaRavelli. Il grattacielo è dipinto dalla luce ad indicare diverse zone architettoniche, la parte inferiore e la copertura “incendiate” di rosso, mentre la fascia centrale resterà di un colore scuro con alcune vivide finestre ad occhieggiare illuminate. Il city-scape diventa ancora più eccitante secondo Maurer che ama questo emblema milanese.

Open Borders all'Orto-Botanico di Brera. Vito-di Bari con My Equilibria

Open Borders all’Orto-Botanico di Brera. Vito-di Bari con My Equilibria

 

Quest’anno l’Orto Botanico sarà animato dal progetto di Vito Di Bari My Equilibria, realizzato da Metalco Active, una sorta di albero per il fitness urbano. Il sofisticato design nasconde l’alta tecnologia: la flessibilità del metallo unita alla discreta eleganza del cemento coadiuvano il desiderio di una qualità della vita migliore, spesa all’aria aperta. Sono tre strumenti ma il centraleLeopard Tree alto sette metri è l’anima principale con le sue possibili 9 isole satelliti.

Gilda Bojardi ha voluto commemorare l’archistar Zaha Hadid che nel 2011 realizzò un allestimento proprio all’interno dei Chiostri. Personaggio noto per la sua capacità superare dei limiti disciplinari restando, come il progettista dovrebbe fare di natura, out of the borders, pronto a distruggere quei limiti per raggiungere un’opera di respiro organico che accoglie la sinergia di diverse competenze.

Michela Ongaretti

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Emanuele Dascanio, il disegno della luce e del simbolo

Emanuele Dascanio, il disegno della luce e del simbolo

Emanuele DascanioEmanuele Dascanio al lavoro mentre realizza Depositio Maddalenae

Emanuele Dascanio, il disegno della luce e del simbolo.

Si è conclusa alcune settimane fa la mostra di Emanuele Dascanio “Su la soglia della luce” presso la Fondazione Maimeri in Corso Colombo. Un amico artista mi ha mostrato alcune pagine del catalogo, e ho subito desiderato conoscere meglio l’opera di Dascanio. La mia visita è stata entusiasmante perché ho avuto una guida speciale: l’artista stesso, che mi ha accolto pronto a conversare sul suo lavoro, stupendomi con la sua personalità decisa e umile allo stesso tempo. Ha le idee molto chiare su cosa vuole ottenere con la propria tecnica precisa, e sul suo contenuto profondo, ma nonostante sia stato definito un enfant-prodige non esita nel parlare di altri grandi del suo tempo nella stessa disciplina, non ergendosi a unico interprete di quello che in tanti chiamano iperrealismo, preferendo per il suo lavoro il termine fotorealismo.

La copertina del catalogo della mostra presso la Fondazione Maimeri con l'opera Leonardo messo a nudo per me, pietra nera e grafite su carta– 2014Fondazione Maimeri – La copertina del catalogo della mostra con l’opera Leonardo messo a nudo per me, pietra nera e grafite su carta– 2014

La mostra curata da Angelo Crespi e Alessandra Redaelli è stata voluta dal Presidente della Fondazione e AD dell’Industria Maimeri, Gianni Maimeri e il Ceo di F.I.L.A. ( Fabbrica Italiana Lapis ed Affini) Massimo Candela, dopo la richiesta di Maimeri di poter utilizzare dei dipinti e disegni di Dascanio, realizzati ad hoc, per il packaging del brand Lyra. In esposizione c’erano le confezioni di pastelli, le opere originali, e quelle acquistate da Lyra ma non scelte per la distribuzione, a causa della commissione islamica che vieta l’utilizzo della figura femminile sui prodotti, nei paesi arabi. Vediamo in totale ventidue opere ben rappresentative del percorso finora intrapreso dal trentaduenne, già costellato di diversi riconoscimenti.

Con questi lavori è chiaro come l’arte sia in grado di nobilitare, (e mobilitare), un prodotto commerciale. Operazione che non è certo sconosciuta, ne tanto meno scandalizza i lungimiranti artisti della nostra epoca. Chiedo infatti a Dascanio se ritiene che le aziende possano essere collezionisti attenti, e alla risposta positiva aggiunge che di fatto gli artisti sono sempre stati a disposizione di aziende, che i mecenati dei secoli lontani erano come tali. Chi compra e investe sull’arte sono persone comuni, possono essere “postini o industriali” con intenzioni diverse. C’è chi ha un gusto per la bellezza che non è mai merce, semmai regala quel ” qualcosa in più di quello che ti aspetti di vedere”, per avvicinarsi a un’idea unica, a una visione del tutto originale e altra rispetto al vissuto quotidiano, che per un brand è una luce d’inaspettato riverbero sul proprio operato.

Emanuele DascanioEmanuele Dascanio, Divina Consonantia, pietra nera e grafite su carta Schoeller, 2014

Ci sono certo altri tipi di arte legati all’investimento, quella dettata dalle leggi del suo mercato, dove è tutta una questione di quotazioni svuotando la forma di un valore oggettivo, dove sono le parole usate che fanno vendere. Il tipo di arte propugnata e realizzata da Dascanio secondo lui stupisce perché è ancora fuori dal mercato comune, chi la desidera lo fa per gusto, unicamente.

E’ il mondo del figurativo e per Dascanio della poetica fotorealista, che parte da un’immagine creata con una composizione costruita dallo stesso artista, per ricomporla attraverso i dettagli e darle espressione attraverso il tratto, con pietra nera e grafite più spesso che col colore. La scelta sentita verso il realismo dei particolari usando una foto nasce da motivi personali, quindi fuori da una logica di richiesta del mercato: sarà che il disegnatore riconduce il suo modus operandi ad un disturbo visivo che gli impedisce di vedere da lontano, ma se gli “viene di fare esattamente questo”, io aggiungerei che è il risultato stupefacente a far sì che il suo sistema vince e interesserà anche chi non sempre è attratto dal realismo estremo.

Emanuele Dascanio, Amplecti vitae,olio su tela,2013Emanuele Dascanio, Amplecti vitae,olio su tela,2013

Il corpus dei lavori diDascanio vive di dettagli, “fino al limite della texture”, ma sente il bisogno di un dialogo con chi guarda da fuori, e lo trova nella composizione, nella visione d’insieme, così un disegno o un dipinto rappresenta il “dono ad altri della visione che non hai”.

Gli chiediamo chi considera “eccellenti” tra chi opera nel suo stesso mondo del disegno e della figurazione, dove il supporto cartaceo ha oltrepassato il millennio di splendore, e ci parla di Maurizio Bottoni, Gianluca Corona, Agostino Arrivabene, Nicola Verlato, Roberto Ferri , dove la tecnica non è fine a sé stessa ma a contenuti complessi, “sono alchimisti, dietro alla pittura c’è un pensiero poderoso”.

Il suo percorso inizia in pittura: apprende dal suo maestro Gianluca Corona ( a sua volta da Mario Donizetti), a “bottega” come un artista rinascimentale, come utilizzare strumenti, passaggi, come trattare la luce perché ” per fare prendere forma al tutto e dare poesia serve un controllo totale”, e quel controllo, quella precisione che calcola tutto fin dall’inizio è ora avvertibile nella sua disciplina più congeniale e sentita, più usata: il disegno, dove ogni velatura influenza lo step successivo, dove la grafite e la pietra nera sono armonizzate in un tratteggio continuo, leggero, che si fa gestuale a seconda del “dramma” luministico.

Emanuele Dascanio, Allegoria del Sublime, pietra nera e grafite su carta Schoeller, 2013 (1)Emanuele Dascanio, Allegoria del Sublime, pietra nera e grafite su carta Schoeller, 2013

Il suo approccio all’immagine è in primis al disegno che per Emanuele Dascanio è pittura,insieme all’aura di sacro, che è ciò che rende immortale l’immagine. In esso si vede il tempo che fa nascere e crescere l’opera, ed è inoltre popolare: “Io uso quello che le persone sanno vedere meglio”. Le figure emergono dal buio come l’apparizione su un boccascena, dove ogni particolare è in evidenza improvvisa, dalle pieghe degli abiti alla definizione di ogni singolo capello.

Per l’artista una linea rappresenta un “contrasto romantico”, che gioca sugli effetti luministici, su quel confine tra buio e luce come recita il titolo della mostra, e come si interpreta la visione di una certa pittura del cinque-seicento da Caravaggio in poi, matrice senza dubbio d’ispirazione formale e di contenuto. La sottile linea di confine delimita anche i territori del sacro e del profano, dell’antico e del contemporaneo, mettendo in comunione il “rigore fiammingo al calore del rinascimento” italiano nelle nature morte, e in quelli che appaiono ritratti ma sono sempre allegorie.

Il sacro è come ho accennato un mezzo per toccare le corde di tutti attraverso la memoria storica, è l’origine del simbolo, quindi inteso come “revival”, funzionale alla comunicazione del contenuto profondo. Il sacro è un codice che fa scattare l’ appartenenza dell’immagine all’allegoria, nella sua comprensione immediata, e la fa durare nel tempo: quest’ aspirazione all’immortalità dell’effige interessa del periodo tardo-rinascimentale, non l’emulazione di uno stile ma il suo intento di diventare icona per i contemporanei e i posteri.

Emanuele DascanioEmanuele Dascanio, Depositio Maddalenae, pietra nera e grafite su carta, 2015

L’iconografia sacra è resa al servizio di concetti universali attivati nell’osservatore contemporaneo, non è un gioco meramente estetico e combinatorio tra elementi del presente e del passato, ma intende muovere alla riflessione di ciò che siamo, oggi. Esemplare in questo senso è l’opera “Depositio Maddalenae”, tra le ultime creazioni. La grafite e pietra nera su carta uniscono i diversi linguaggi della posa classica e sacrale all’eros contemporaneo , ed è forse l’opera più postmoderna, classica e contemporanea ad un solo sguardo: una bellissima donna ricalca nel corpo scivolante verso il basso la posa di una deposizione cristiana, mentre la lingerie di pizzo non può che appartenere al presente e riporta al contesto erotico sia per la fisicità che per le lenzuola stropicciate ad arte, come una sindone. Il misticismo oggi lo si può trovare nell’eros, che può essere votato a una spiritualità immanente, in una passione che non è più quella sacrificale della religione. Il gioco duale di destabilizzazione, tra luce e ombra, sacro e profano, contemporaneo e classico avviene però in maniera leggera come il suo tratteggio stratificato; non vuole scioccare ma soltanto suggerire una visione che non finge una verità assoluta.

Tra tutte le opere di Emanuele Dascanio noto un’altra dicotomia: tra la visione del soggetto maschile e quello femminile. Il corpo riflette l’ideale ed è sempre metafora che rimanda ad altro da sé nella sua presenza scenica, quindi l’uomo è anziano perché simbolo di saggezza, di una vita intensa e intessuta di esperienze, è la “forza lavoro creatrice”, mentre le donne sono giovani e nel pieno della bellezza e fecondità in quanto comunicano la virtù o la fragilità di un’esistenza in corso di realizzazione. La maggior parte dei lavori utilizza la figura femminile, così che nella sua bellezza ideale faccia fermare lo sguardo, ipnotizza e concentra su un concetto.

Tra le allegorie laiche osservo la fanciulla di “Allegoria del sublime”, le due figure femminili inizialmente studiate per il packaging Lyra, e “Divina Consonantia”. Qui il volto della Musica porge al mondo una conchiglia, la Matematica o la perfezione dell’universo, racchiuso in alcune forme naturali, come vien ancora esemplificato nel dipinto ad olio “Amplecti Vitae”, nel quale lostupore della Natura palesato in un semplice cavolfiore è altrettanto stupefacente di un frattale.

La figura maschile che desidero citare è “Leonardo messo a nudo per me”, dove il genio, la sua storia tra le linee della barba,e le rughe del suo corpo, guarda fuori dal quadro perché tutto ciò che sta fuori si concentra nelle sue opere, la sua pittura era fatta per spiegare il suo studio sulla Natura e le sue potenzialità. Lo sguardo è rivolto a nuove idee, nuove scoperte, e pare di guardarlo attraverso uno specchio.

Sempre l’ideale della tecnica, della forza lavoro non slegata dalla genialità è simboleggiato dalle mani presenti sulle confezioni dei pastelli Lyra, logicamente e intuitivamente le mani, senza bisogno di cercare allusioni lontane o complesse perché come diceva Leonardo da Vinci “La semplicità è l’ultima sofisticazione”.

Michela Ongaretti

Padiglione Messico- retro

Tutto il Messico in una Pannocchia di Mais- Expo2015

Tutto il Messico in una Pannocchia di Mais -Il Padiglione del Messico ad Expo 2015.

di MICHELA ONGARETTI

da  ·

Cos’è il Padiglione messicano? Una forma tondeggiante dalla copertura che non lascia vedere da fuori il suo contenuto. E’ una grande pannocchia di mais ed entrare è partecipare ad un’esperienza sulla coltura alla base della cultura gastronomica messicana, simbolo anche della nutrizione millenaria di quel paese, che ha conquistato nuove espressioni a partire dalla tradizione. L’esperienza è in effetti tutta all’interno di questa grande pannocchia dalle foglie intrecciate a proteggerne il cuore ricco di storia, immagini, installazioni delicatamente toccate dall’edutainment , opere d’arte e di etnografia.

Padiglione Messico- facciataIl Padiglione del Messico ad Expo2015

Avremo modo di parlare di Edutainment puro, appariscente, ma nel padiglione messicano di Expo 2015 possiamo sentirci a nostro agio di osservare un percorso guidato che ci lascia anche del tempo per soffermarci su ciò che riteniamo più interessante.

Il tema di questo viaggio ideale all’interno del mais è coerentemente“La semilla de un nuevo mundo: comida, diversidad, patrimonio”, il seme di un nuovo mondo: cibo, diversità ed eredità degli avi, che si concretizza nell’adattamento e rispetto al ciclo della vita nella catena alimentare e attraverso la sostenibilità ambientale.

Il padiglione Messicano- un particolare del progetto (1)Expo 2015, Padiglione del Messico, un particolare del progetto

Il Messico è il paese d’origine del Mais e dei Maya, la cui mitologia indica l’origine e genesi dell’uomo proprio da quel chicco, da esso sono sfamati più di cento milioni di messicani. Il mais è un elemento principe della cucina messicana che nel 2010 è stata riconosciuta parte del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, con la sua conservazione di ricette millenarie.

Responsabile del progetto è l’architetto messicano Francisco López Guerra, con Jorge Vallejo e la consulenza del biologo Juan Guzzy, tra i più influenti architetti della sua generazione in Messico, noto soprattutto per Museotec, una parte del suo Studio Loguer Design, che progetta e allestisce musei interattivi e spazi culturali come i padiglioni di eventi internazionali. Segnaliamo il museo di scienza e tecnologia di Tijuana, ma soprattutto i padiglioni dell’America Latina per l’Expo del 2008 a Saragozza, in Spagna, e quello del Messico all’Expo del 2005 ad Aichi, in Giappone, proprio dedicato alla biodiversità.

A Expo 2015 il Padiglione Messico è situato in prossimità dell’incrocio tra il Cardo e il Decumano all’interno del sito espositivo Expo e occupa 2000 metri quadri. Si sviluppa su livelli strutturati attraverso un sistema a rampe elicoidali che rimanda alla memoria dei terrazzamenti agricoli con il loro complesso sistema di irrigazione dell’impero del “re poeta” Nezahualcóyotl,(1427-1472).

Padiglione Messico- retroVista del retro del Padiglione messicano ad Expo2015

La nazione ha partecipato al programma Towards a Sustainable Expo, che ha riconosciuto i numerosi elementi di ecosostenibilità nel design architettonico Le pareti a cui abbiamo accennato sono realizzate in tessuto isolante protettivo dei raggi uv dall’esterno e trasparente dall’interno, filtrano la luce solare così da illuminare gli spazi, con un conseguente risparmio energetico di giorno, anche dovuto all’impiego delle lampade a bassissimo consumo. Di notte invece la stessa struttura “brilla” mostrando all’esterno la luce intensa del suo totomoxtle (foglia essiccata di mais in lingua nahuátl). I materiali impiegati hanno sono in alta percentuale riciclati, e sono scelti anche per la facilità di smontaggio e la possibilità di riutilizzarli in future manifestazioni.

I due concetti salienti su cui si basano i contenuti del Padiglione Messico Expo Milano 2015 sono quindi la Diversità, estetica, ecologica e gastronomica, e l’Eredità del sapere e delle pratiche artigiane tradizionali, per mostrare la loro continuità ed integrazione nella cultura dell’alimentazione odierna. Per ogni livello di visita siamo quindi guidati da una declinazione diversa del concetto di seme, inteso come metafora “generativa”: porta con sé l’originarietà e la potenzialità di uno sviluppo futuro.

Un Albero della vita nel Padiglione Messico con pannello interattivo

Un Albero della vita nel Padiglione Messico con pannello interattivo

Lungo tutto il percorso dei totem multimediali possono essere consultati per gli approfondimenti sugli argomenti trattati, con foto e contenuti multimediali, che è possibile farsi mandare per posta elettronica. Inoltre è scaricabile gratis la app del Padiglione per smartphone e tablet con le mappe e calendario degli eventi.

La ricchezza paesaggistica e culturale messicana è rappresentata all’ingresso dall’albero di magnolia, da cui parte un canale acquatico, unito al giardino evoca le chinanpas, ovvero isole artificiali che i toltechi costruivano nei laghi, sistema che dette un nuovo impulso all’agricoltura.

Il generatore di vita per eccellenza, l’albero, presenza simbolica in diverse aree del padiglione, è nutrito dall’Acqua, come lo è pure, poco dopo la rampa d’ingresso, la fontana “LLuvia”, dove il suono della cascata alimentata dal flusso circolare ricorda quello della pioggia, necessaria fonte di vita. In quest’installazione dell’artista Maria José de la Macorra diversi fili di collane con quaranta motori si alzano e si abbassano al ritmo acquatico, avvolgendosi sul fondo trasparente secondo la forma del serpente, paradigma della simbologia azteca.

Padiglione Messico- La fontana dell'artista Maria José de la MacorraLa fontana dell’artista Maria José de la Macorra all’ingresso del padiglione messicano

Sul terzo livello protagonista è la biodiversità messicana, raccontata da una parete composta dadiversi monitor che mostrano i diversi volti del Messico, dai monumenti storici alla gastronomia, alla sua contemporaneità e competitività nella ricerca tecnologica, come sia non solo turismo in ambienti naturali spettacolari.

Sul quinto livello vediamo la statua di Macuilxochitl, il dio protettore del mais,“il principe dei cinque fiori”, protagonista della cultura tolteca, in un’opera originale proveniente dalla regione del Vera Cruz, che per la prima volta è stata esposta fuori dal Messico. Fa da contraltare ad essa una piccola raccolta di sculture contemporanee in ossidiana, volutamente rifinite solo in parte per mostrare la parte più moderna e industriale del Messico, accostata alla materia grezza che simboleggia il passato nelle tradizioni originarie e precolombiane.

Padiglione Messico-MacuilxochitlLa statua di Macuilxochitl proveniente dalla regione di Vera Cruz, Padiglione Messico ad Exppo2015

L’arte e la cultura dell’alimentazione continuano ad essere protagoniste al livello successivo dove colpisce l’installazione di Alejandro Machorro: il soffitto è tappezzato da 4.700 cucchiai di legno utilizzati nella preparazione della cioccolata, prodotto originario del Messico azteco che pendono e si attivano periodicamente con oscillazioni, emettendo dei suoni nello sbattere tra loro, rievocando così una festosa preparazione di cibi nei riti tribali. Sulla parete invece troviamo sia i cucchiai che due meravigliosi e coloratissimi Alberi della Vita, che sembrano vigilare sui monitor interattivi che raccontano molto sulle piante e gli strumenti, e la loro collocazione nella geografia messicana, usati nella cucina nazionale. Questi esemplari in argilla sono opera del maestro artigiano Javier Ramírez da Metepec.

Uno di questi alberi “fiorisce” utensili dalla cucina della tradizione: non solo spatole, ciotole e pentole, ma noi notiamo in particolare il molcajete, il mortaio in pietra usato fin dall’epoca precolombiana. Il secondo è invece generatore di frutta e verdura autoctona, avocado, agave, pomodori, tunas e guayaba. Gli alberi della vita in epoca azteca possedevano un simbolismo religioso ed erano usati per scacciare gli spiriti maligni o da offrire agli dei, ivi rappresentati,poi sostituiti in epoca di evangelizzazione con santi o episodi della Bibbia . Dal Museo Antropologico di Città del Messico sono presenti poi contenitori alimentari abbinati ad una piccola collezione contemporanea in argento, sempre per ricordare il senso di continuità funzionale nella cucina messicana.

Padiglione Messico- lo chef Pablo SalasPablo Salas presenta e insegna virtualmente una sua ricetta nel padiglione del Messico

All’ottavo livello è invece di scena la cucina di alta gamma, con gli show cooking virtuali tenuti dai grandi chef messicani, di cui citiamo solo Edgar Núñez Gerardo Vázquez Lugo, Luis Robledo. Mostrano le ricette e gli ingredienti del Messico più famosi in tutto il mondo e sono tutti tutti attenti alla sostenibilità ambientale e alla tracciabilità degli ingredienti usati, e alla tutela dei piccoli produttori locali.

Nell’area adiacente le esposizioni variano periodicamente per portare alla luce la cultura e letradizioni tipiche di sei dei 32 Stati federali messicani, che presenteranno per un mese installazioni e documentazioni temporanee sulle singole specificità territoriali.

Verso la terrazza- Padiglione MessicoIl percorso verso la errazza del Padiglione del messico ad Expo2015

Prima di salire alla terrazza, che offre una splendida vista sui Padiglioni di Expo 2015 adiacenti il Cardo, incontriamo di nuovo delle reguiletes, le girandole che sono sia un gioco colorato intrecciato in foglia di palma, ma sono anche simbolo dell’investimento sulle energia eolica che sta impegnando il governo messicano, un pensiero verso il futuro pur rimanendo fedeli al proprio passato artigianale. Sulla terrazza un’altra statua di divinità ci “accoglie”: sotto ad essa troviamo piante utilizzate per la preparazione di alcolici, come l’ agave blu per la tequila, per spiegare il loro legame con la cultura magica azteca.

Poi si riscende seguendo il percorso dove troviamo il dipinto “Árbol Nodriza” del contemporáneo Daniel Lezama, esempio dell’immaginario religioso azteco che coinvolge il cibo come simbolo; interpreta secondo la propria sensibilità Chichihuacuauhco, il mito nahuátl degli uomini che tornano bambini nutrendosi dei frutti di un albero sacro.

Sempre ispirato al tema dell’albero, chiude così un percorso circolare nella totomoxtle, la foglia di mais in lingua nahuátl.

Michela Ongaretti