Cinque stili come i nomi scelti da JSP Art Gallery per rappresentare la pittura italiana contemporanea che non rinuncia alla figurazione. Nella capitale ceca NEW FORMS IN ITALIAN PAINTING presenta cinque voci distintive, cinque stili unificanti forma e materia del reale per la rappresentazione di un mondo interiore.
Visionari attraverso tecniche studiate con la cura di una lunga ricerca per risultare congeniale ai temi esplorati. I cinque stili italiani a Praga sono di: Chiara Calore, Francesca Genovese, Guido Natella, Federica Poletti, Dario Puggioni.

L’interesse per la figura umana di questi autori tiene in considerazione una tradizione, o molteplici tradizioni, le quali sono liberamente impiegate a dare forma visibile a immagini del profondo, che superano la realtà concreta.
La figura è “mezzo di introspezione, simbolo, rituale e tensione sociale”, secondo il curatore Sebastian Pastuszak Jr. Considerando le diversità del contesto che ha fatto nascere le immagini in mostra, e le peculiarità disciplinari così determinanti per una pittura che elabora nuovi mondi attraverso ciò che l’occhio percepisce. Così nello spazio composto da più sale, dalla vista comunicante, si costruisce una narrazione unitaria e coerente, convergente su cinque ricerche autonome accomunate da una misteriosa e immaginifica dimensione.

In particolare secondo peculiari cinque stili i pittori italiani esplorano territori di confine come intimità e memoria personale e culturale attraverso la più tangibile delle immagini, quella corporeità che attiva un riconoscimento razionale, quell’identificazione tra soggetto e osservatore che nel suo uscire dai paradigmi del reale. Nel dissolversi o mutare sostanza, crea uno smarrimento in grado di catturare una bellezza inquieta.
Senza togliere ai miei lettori la voglia di conoscere meglio questi affascinanti mondi, dedico a ciascun protagonista alcune riflessioni come linee guida per gli avventurosi che desiderano affrontare questi mari in burrasca. Dunque visioni mobili e invitanti, che mi auguro colpiscano l’immaginazione e il gusto di nuovi collezionisti mitteleuropei. Per puro divertissement, perché la pittura resta per me la più vivida, immortale tra le arti, ho chiuso le descrizioni con una suggestione che collega quei cinque stili di ricerca ai cinque sensi.

La pittura di Chiara Calore sviluppa i suoi soggetti un una dimensione onirica.
Partendo dalla ricerca di immagini scovate sul web, spesso iconografie sacre o mitologiche, nature morte o manufatti antichi, che spesso inglobano il mondo naturale e animale, l’artista affascinata dal concetto di ibrido fonde i due regni riallacciando passato e presente in figure ultraterrene. Queste non sono mai sole ma inserite in sovrapposizioni di riferimenti che donano all’immagine un’aura introspettiva, riconoscibile ma dall’incontro incoerente al possibile, come in un sogno. Anche le pennellate libere, mosse da instabilità, concorrono alla creazione di un vivace e ironico universo, riferendosi all’identità fluida dell’uomo contemporaneo che si perde (e si ritrova) all’interno di una cultura visiva sovrasatura.
Calore rende attuali iconografie classiche violando le regole della loro rappresentazione tramandata, della loro invulnerabile unicità, attraverso una visione complessa fatta di incroci di specie, di corpi, secondo temporalità differenziate nella composizione intricata. Persino nei soggetti unitari dei ritratti in mostra si ravvisano sovrapposizioni di tante esistenze e altrettanti mondi e narrazioni lontani nel tempo, di una natura biologicamente affine all’alieno. Archetipi postmoderni odorosi di tanti musei, tutti quelli visitati in una vita, in uno sguardo.

Francesca Genovese riconduce all’antico mediante dettagli dalla logica solo apparentemente filologica.
Del passato porta ai nostri giorni il silenzio, l’azione lenta fissata dalla luce sulle carni. Eppure, guardando da vicino le sue opere, ciò che la interessa davvero si rivela essere la tensione fisica che diventa psicologica. In un tempo astratto trova l’espressione pittorica della sospensione, nella materia concreta dell’epidermide cerca l’àncora materiale dell’apparizione misteriosa, non conoscibile per intero. Così le sue figure esistono nell’attesa di lunghi attimi, nello spazio esteriore del loro pensiero. In mostra le dame velate rifuggono dallo sguardo diretto per custodire intimità fiere.
Anche quando la trasparenza rivela il corpo esso vive una propria dimensione meditativa, un’identità delicata ma forte della ricerca della propria identità, e forse perché la possono trovare in una società che valorizza più spesso l’apparenza all’essenza, questi personaggi non hanno necessità né desiderio di esibirla. Genovese si domanda: chi siamo quando nessuno ci guarda? Nell’azione che si “espande” silenziosamente giocano pennellate morbide e una gamma ristretta di colori in armonia tonale. L’anima risuona incessantemente dall’interno dei corpi, verso chi si insinua con lo sguardo.

Guido Natella sceglie di ispirarsi esplicitamente all’iconografia cristiana, operando distorsioni su figure riconoscibili.
Tra i cinque stili delle ricerche esposte il suo gioca con più decisione sull’anatomia con cesure e contrasti materici che dichiarano un’azione a posteriori, e nella quale i soggetti si dichiarano sfacciatamente nella loro notorietà, al contrario dei quelli di Genovese. C’è un passato contraddetto puntualmente dal presente con negazioni, tutt’altro che silenziose, suggerendo un ritmo incalzante nella fruizione di due mondi divergenti. In particolare sul volto, sede delle emozioni, si stravolge la possibilità di un rapporto diretto verso lo spettatore, proprio dell’immagine sacra originale, per “intromettere” tramite sottrazione narrativa uno squarcio sulla sensibilità contemporanea di chi guarda.
Qui c’è l’amnesia collettiva del mondo d’oggi: la sua brutale riconfigurazione di memorie nell’immediatezza dell’atto; magari spostando il sentimento personale al contesto, come la Madonna che sorregge il suo volto ritagliato, o inserendo la materia dello sfondo sugli occhi nel Cristo d’après Antonello. Il privato è pubblico perciò la pittura ad olio tradizionale non basta a rincorrere la nostra cultura visiva: coinvolge la stampa digitale dissolvendo il barocco nell’estetica della post-internet art. La connessione visiva con la memoria passa dalla convivenza di tattile e digitale.

Per Federica Poletti la figura umana vive un territorio esoterico di svelamento e occultamento.
Ho già dedicato un approfondimento alla ricerca dell’artista, constatando come i suoi soggetti rappresentino figure appartenenti all’inconscio emergenti da contesti intrisi di un pulviscolo magico. Interessata all’immagine del femminile, Poletti continua ad indagare il paesaggio interiore con la sua peculiare atmosfera dark che attiva una caccia a storie recondite, come se ai nostri occhi si offrisse una scena decisiva di un più ampio racconto. L’esplorazione delle tecniche pittoriche in corso d’opera è talvolta, secondo la stessa artista, una guida all’elaborazione del soggetto, che emerge così non tanto da necessità compositive ma da urgenze emozionali.
D’altronde ciò che appartiene alla profondità della coscienza, come il desiderio di sottrarsi ai canoni imposti dalla società che colpisce in particolare l’universo femminile, riesce a prendere forma grazie alla deformazione del colore sull’epidermide, alla definizione e alla sottrazione dell’anatomia, metaforizzando con la materia una condizione dello spirito. A rendere più affascinante e originale il lavoro è il rapporto tra i corpi e l’ambiente naturale, mutuale compagno di mutazioni spettrali. Inoltrarsi nelle selve di natura e artificio di Poletti è come guardare di nascosto all’interno della mente che produce la visione, con gli occhi chiusi.

L’approccio materico di Dario Puggioni riverbera le incertezze dello spirito, in bilico su una realtà in dissolvimento.
Forse il più malinconico dei cinque stili, sa rievocare il sapore della profondità temporale senza riferirsi nello specifico ad iconografie antiche. E’ per questo che le figure soggette a ineluttabili trasformazioni sono libere dalla nostra presenza: non si sovraccaricano di significati e ricordi appartenenti alla storia dell’arte. Certo gli sfondi nei quali sono ambientate le metamorfosi sono nella mia immaginazione oscurità ancestrali, ma il senso di uno spontaneo mutamento, che fa pensare alla vegetazione in crescita su ruderi abbandonati, è portatore di una universale perdita dolorosa, di un adattamento alla deformazione.

La pittura è impregnata di umori fluidi conservando l’impronta di qualcosa che era e che si incarna nella nuova esperienza. Testimoni dell’umana fragilità, i soggetti di Puggioni si manifestano come simboli di solitudine abbracciata nel silenzio; sono anime che fagocitano il corpo e che talvolta ne osservano indisturbate la ferita. Se la tecnica pittorica classica dei grandi maestri presta la sua luce a una rinascita, la visione surreale che si genera comprende il processo di decadenza: forze incontrollabili agiscono tra bellezza e oscurità. Il concetto di caducità è pervaso dal gusto amaro dell’umidità sotterranea.
New Forms in Italian Painting è visitabile presso JSP Art Gallery in Lázeňská 287/4, Malá Strana, Praga, fino all’8 agosto 2025. Per maggiori informazioni: jspartgallery.cz
Michela Ongaretti
