Natividad di Manu Invisible in Piazza Duomo

Street Art sulle barriere antiterrorismo. Un’occasione poco sfruttata dal Comune di Milano

Street Art sulle barriere antiterrorismo. Un’occasione poco sfruttata dal Comune di Milano

 

Durante le feste natalizie uno spettro si aggirava per Milano. Quello del TerrorismoDopo l’episodio di Berlino del 19 dicembre, il Comune ha pensato di piazzare alcuni new-jersey antisfondamento nei punti nevralgici e di maggior transito di persone della città. La necessità di impedire l’ingresso a qualunque mezzo si è però subito trasformata in una possibilità per gli street artists di esprimere la propria creatività in maniera legalizzata, anzi con l’invito esplicito delle autorità a ricoprire di graffiti le barriere anticarro.

 

Una barriera anticarro decorata in Piazza Duomo

Una barriera anticarro decorata in Piazza Duomo

 

Tutto è partito da Piazza Duomo, allargandosi a macchia d’olio con gli interventi sull’asse verso la Darsena, poi nella zona, sempre ritenuta ad alto rischio attentati, tra il quartiere Isola e piazza Gae Aulenti.

 

Streetart sui new jersey. Vista da Piazza Fontana verso Palazzo Reale

Street art sui new jersey. Vista da Piazza Fontana verso Palazzo Reale

 

Leggo da fonte ANSA che si tratta di “ Un’iniziativa del Comune di Milano per scongiurare la paura del terrorismo con l’arte”.

A parte che la funzione dell’arte non mi pare sia quella di scongiurare timori, per quanto per qualcuno la bellezza può avere una funzione consolatoria sulle brutture del mondo e dei new-jersey in cemento in zone ricche di beni architettonici di pregio, e a parte che queste strutture non sembrano dare una gran parvenza di reale sicurezza in presenza di un kamikaze ben camuffato da turista, il risultato di questa operazione artistica lascia un po’ a desiderare.

 

Murale di Max Gatto verso Piazza Cordusio

Murale di Nemesi in Piazza Duomo verso Piazza Cordusio

 

Il patrimonio artistico della città poteva davvero arricchirsi se si fossero coinvolti artisti che presentassero ai passanti un progetto interessante, magari con un concorso pubblico rivolto a chi proponesse immagini ben costruite con la perizia tecnica di chi ha padronanza delle principali tecniche artistiche usate nella street art, stencil e bombolette al servizio di contenuti identificativi di una ricerca, realizzati con lo stile maturo di molti protagonisti della scena urbana.

 

Natividad, il murale di Manu Invisible in Piazza Duomo a Milano

Natividad, il murale di Manu Invisible in Piazza Duomo a Milano

 

Invece in pochi giorni la fretta ha colmato queste “pareti libere”, senza una logica di valorizzazione delle forze creative cittadine, ma con l’illusione di un lavoro ben fatto notato dalla popolazione. Ecco le parole dell’assessore alla Sicurezza Carmela Rozza : “abbiamo deciso di partire con l’iniziativa subito dopo la cattura di Anis Amri a Sesto San Giovanni, per far vivere un Natale più sereno ai cittadini nonostante l’insidia terrorismo”.

Il fine è politico e sopra ad ogni cosa, se pensiamo che la vista di molti di questi murales è coperta parzialmente dalle barriere in ferro e dai cartelli stradali che invitano al passaggio laterale, come ben si vede in Piazza Fontana.

 

Difficile scorgere un murale dietro la segnaletica in Piazza Fontana

Difficile scorgere un murale dietro la segnaletica in Piazza Fontana

 

Non è privo di una certa grazia, per quanto non eccezionale, l’intervento in Piazza Duomo di Manu Invisible, lo street artist sardo che si presenta con una maschera nera lucida , residente da un mese e mezzo in città e qui presente con altre opere. Nella piazza centrale Manu ha realizzato “Navidad”, una sorta di Presepe che simboleggia la Famiglia con i profili di due renne, madre e figlio, colorati al loro interno seguendo sfumature cromatiche. L’artista definisce il soggetto come metafora del calore famigliare in un “periodo storico colmo di crudeltà e violenza”, inserendosi coerentemente nel programma demagogico della giunta comunale.

 

Il cosiddetto gatto del New Jersey in Piazza Fontana

Il cosiddetto gatto del New Jersey in Piazza Fontana

 

Manu Invisible è intervenuto anche sulle barriere di Piazza Fontana, accanto ad un gatto in bianco e nero firmato Jennifer che copre solo una piccola porzione del cemento armato, e con un pappagallo e vegetazione tropicale ai piedi del Bosco Verticale, uno dei più nuovi ed imponenti edifici residenziali della renovatio urbanistica tra l’Isola e il centro Direzionale verso Porta Garibaldi, progettato da Stefano Boeri. 

 

Il pappagallo di Manu Invisible sotto al Bosco verticale, foto ANSA

Il pappagallo di Manu Invisible sotto al Bosco verticale, foto ANSA

 

Altri street artists protagonisti dell’iniziativa comunale che segnalo sono: Frode con la raffigurazione di un riccio “simbolo di amicizia e spensieratezza”, e Berto 191 con il suo paesaggio boschivo tra il cemento.

Certo non è tutto inutile dal punto di vista della sicurezza, almeno non potrebbe passare un camion come a Berlino con la tragedia dei dodici morti e quaranta investiti; tutti sono interventi che perlomeno alleggeriscono la vista delle strutture, ed è sicuramente lodevole il tentativo di rendere meno opprimente, di sdrammatizzare la presenza non solo dei new jersey ma dei militari in tenuta mimetica, mitra e camionetta nelle diverse postazioni. Però l’augurio è che la cosiddetta operazione “Muri Sicuri”, parte del complessivo e più continuativo piano “Muri Liberi”, non resti soltanto la disponibilità di metri da riempire, ma diventi un terreno d’azione per writer italiani ed europei con un progetto site specific più strutturato, che presenti esempi di qualità.

 

Fronde tropicali sulle barriere di Piazza Fontana

Fronde tropicali sulle barriere di Piazza Fontana

 

Grande, indiscriminata libertà è lasciata ai graffitari con l’unico limite di non essere offensivi verso religioni, paesi, persone ed organi di Stato, mentre ci si aspetterebbe una mobilitazione artistica che davvero faccia pensare prima ai soggetti raffigurati che al loro supporto.

Per fortuna questo è solo l’inizio, sul sito del comune di Milano è disponibile l’elenco completo delle pareti disponibili. Con l’augurio di vedere delle aree investite da un vero e proprio progetto.

 

Da PiazzaVerso via Orefici, il murale di La Pupazza

Da PiazzaVerso via Orefici, il murale di La Pupazza

 

Per ora posso solo dare informazione del posizionamento dei new-jersey di “Muri sicuri”, pensando che se dovesse verificarsi quanto previsto e accettato comunemente nella storia dell’arte di strada, cioè un futuro intervento copra senza regole quanto già lasciato allo sguardo, questo possa essere uno stimolo a nuove visioni.

Trovate le barriere: in Via Dante – Piazza Cairoli, Via Dante – Via Meravigli, Piazza Duomo – Via Mazzini, Piazza Duomo – Via Manzoni ,Piazza Duomo – antistante via Carminati, Piazza Duomo – Piazza Fontana, Piazza Gae Aulenti – Via De Castillia, Piazza Gae Aulenti – Corso Como, Largo Gino Valle (area Portello), Piazza Cantore – Viale Papiniano, Piazza XXIV Maggio (lato Darsena).

Michela Ongaretti

 

Heinz Hajek-Halke, Senza Titolo 1960, particolare

La scienza in fotografia. Una mostra di Heinz Hajek-Halke alla Galleria Sozzani

La scienza in fotografia. Una mostra di Heinz Hajek-Halke alla Galleria Sozzani

Heinz Hajek-Halke, la scienza in fotografia . Sabato 6 febbraio inaugurerà in Corso Como 10 alla Galleria Carla Sozzani la prima mostra italiana del fotografo Heinz-Hajek-Halke. Vedremo una selezione delle stampe vintage, realizzate tra gli anni trenta e gli anni settanta, curata in collaborazione con l’Archiv der Akademie der Künste di Berlino e Eric Franck Fine Art di Londra.

Autoritratto con filo metallico, anni '50 Heinz Hajek-Halke

Autoritratto con filo metallico, anni ’50 Heinz Hajek-Halke

 

Quelle che si presentano come manipolazioni suggestive di forma, luce, movimento e colore sono opera del pioniere della fotografia del Novecento nato a Berlino nel 1898, che ha lasciato un segno nella storia della disciplina nonostante sia poco noto al vasto pubblico, e che diceva di essere diventato “fotografo a dispetto della pittura accademica, ma rimasto un pittore a dispetto della fotografia.”

Dichiarava anche che due costanti del suo carattere fossero provocazione e curiosità: sicuramente lo stimolarono a spingere al limite le potenzialità del mezzo espressivo, a sperimentare di continuo con l’impressione della luce verso effetti desueti.

Heinz Hajek-Halke, Gallina Alata 1955

Heinz Hajek-Halke, Gallina Alata 1955

 

Una grande retrospettiva su Heinz Hajek-Halke è stata curata da Alain Sayag alCentro Pompidou di Parigi nel 2002, mentre nel 2012 Michael Ruetz prepara invece l’importante mostra antologica presso l’Akademie der Künste di Berlino. Proprio a Ruetz volle consegnare il maestro la sua opera completa nel 1973, dieci anni prima della sua morte: egli la fece archiviare per donarla all’ Archiv der Akademie der Künste di Berlino di cui è membro.

Da subito coinvolto nel procedimento artistico non solo fotografico, torna in Germania nel 1911 dopo essere cresciuto in Argentina e vive con il padre Paul Halke pittore e vignettista, che lo inizia al disegno.

Heiz Hajek Halke, Nudo in bianco e nero, studio preliminare 1930-1936

Heiz Hajek Halke, Nudo in bianco e nero, studio preliminare 1930-1936

 

Si iscrive all’Accademia di Belle Arti ma interrompe gli studi per arruolarsi per la Prima Guerra Mondiale, riprendendo i corsi nel 1918 con il pittore Emil Orlik e in seguito le lezioni di Hans Baluschek, che lo interessano maggiormente, perché ritenute più stimolanti per uno sviluppo originale della creazione.

Heinz Hajek-Halke, Senza Titolo 1960

Heinz Hajek-Halke, Senza Titolo 1960

 

Già nel 1923 è fotoreporter per l’agenzia di stampa Press-Photo, mosso alla sperimentazione di diverse tecniche miste come collage, doppie esposizioni e soprattutto fotomontaggi, che permettono nella sua visione una possibilità enorme di espandere i mezzi di espressione artistica della fotografia.

Questa potenzialità è esplorata per realizzare immagini sempre più complesse, in collaborazione con Willi Ruge e Else Neuländer (Yva), richieste dalle riviste più importanti della Repubblica di Weimar; poi si ritira sul Lago di Costanza dove si dedica alla fotografia scientifica. Sono soggetti piccolissimi, gli insetti, ad essere ingranditi grazie al banco ottico di Heinz Hajeck-Halke, esplorando distorsioni di luce e manipolazione chimica.

Heiz Hajek-Halke, La Fiaba 1957

Heiz Hajek-Halke, La Fiaba 1957

 

Siamo nel 1949 quando entra a far parte di Fotoform, il gruppo di fotografi d’avanguardia della Germania Occidentale creato da Otto Steinert, e nel1955 l’autore viene chiamato comedocente di Fotografia presso l’Università delle Arti di Berlino; avrà tra i suoi studenti importanti personalità per la fotografia tedesca tra cui Dieter Appelt e Floris Neussus. Hajek pubblicherà due libri: Experimentelle photographie nel 1955 e Lichtgraphik nel 1964.

Le sue immagini hanno qualcosa di pittorico: si parte dal reale per raffigurare mondi vicino all’arte astratta. Questa necessità sperimentale si concentra sempre più in camera oscura a metà degli anni cinquanta, proprio come avevano fatto Man Ray e László Moholy Nagy, seguendo le loro orme Heinz dimostra che lo sviluppo sulla carta può avere un altissimo potere espressivo come fase finale nell’ambito della fotografia.

Heinz Hajek Halke, La canzone popolare 1927

Heinz Hajek Halke, La canzone popolare 1927

 

Hajek costruisce anche strutture con fili flessibili e ne osserva il gioco di luci e il movimento, le figure che si formano sono Lichtgrafik (grafiche di luce) per usare le parole del critico Franz Roh.Le forme si creano attraverso “incidenti guidati” provocati da reazioni chimichedi acidi o vernici su diversi materiali, plastica, vetro, liquidi e stoffe.

L’arte incontra con Hajek-Halke la scienza, in una ricerca senza sosta che coinvolge la chimica e la fisica unendole alla magia dell’alchimia per dare forma alla bellezza come risultante di un’equazione tra le componenti e le sue percentuali.

Heinz Hajek Halke, Al Crepuscolo1968

Heinz Hajek Halke, Al Crepuscolo, 1968

 

L’immaginario è stimolato con rigore per quest’uomo che fu anarchico ed enigmatico, che lavorava sistematicamente con valutazioni sui risultati come in un laboratorio di analisi e disegni preparatori come per un affresco cinquecentesco, così gli studi sui negativi hanno garantito la trasformazione in immagini nella stampa, dimostrando sempre di esser unfotografo prima di tutto.

Galleria Carla Sozzani , Corso Como 10, dal 7 febbraio al 3 aprile 2016

Michela Ongaretti

evidenza Un anziano trasporta Foroba Yelen (1)

Foroba Yelen di Matteo Ferroni: luce collettiva per i villaggi rurali in Mali

Foroba Yelen di Matteo Ferroni: luce collettiva per i villaggi rurali in Mali

lampade ledBambini sotto Foroba Yelen
La settimana scorsa sono entrata nella ex chiesa di S. Carpoforo in Brera per vedere la mostra Luce4Good e ho avuto la fortuna di partecipare alla presentazione del progetto Foroba Yelen dell’architetto Matteo Ferroni.

Matteo Ferroni durante la presentazione di Foroba Yelen il 15 dicembre in Brera, ph. Kristin Man (1)Matteo Ferroni durante la presentazione di Foroba Yelen il 15 dicembre in Brera, ph. Kristin Man

L’iniziativa è della fondazione eLand creata in Svizzera da Ferroni per promuovere studi sulle culture e sui territori, da lui vengono il concept e il design, con il sostegno di FAD Fomento Arte y Diseño Barcelona e di Haus der Kulturen der Welt Berlin.

Nella zona dell’ex abside era espostol’Albero della Luce, Foroba Yelen come direbbero in Mali, territorio dove, e per il quale, è stato creato questo lampione a LED trasportabile e leggerissimo,costruito quasi integralmente con materiali recuperati, del quale spicca alla base una ruota di bicicletta.

E’ una luce collettiva per il Mali rurale, che si oppone al concetto di luce pubblica convenzionale: una sorgente condivisa per illuminare le attività soprattutto notturne più che gli spazi, mobile e non fissa. Nasce dallo studio sulle comunità del paese dove Ferroni è rimasto quasi tre anni, considerando la luce “un fenomeno culturale più che una sfida tecnologica, alla ricerca di armonia tra l’utensile, la cultura e la natura”, partendo dalle teorie di Kropotkin sulle comunità indipendenti. Il design dialoga con l’etnografia e lo studio antropologico, per rispettare e valorizzare la peculiarità della vita e del lavoro in quel preciso territorio.

Matteo FerroniMatteo Ferroni con l’Albero della Luce- Foroba Yelen

La struttura è semplice ed elegante allo stesso tempo, replicabile facilmente dai cittadini locali. Ne sono statelasciate in Africa finora 102, sparse nella comunità rurale formata da 72 villaggi, nella regione di Segou. Il progetto ha avuto una menzione d’onore al FAD Award della città di Barcellona, pubblicato dal MoMA ed esposto nella collezione permanente del Biosphere di Montreal come progetto di integrazione tra Natura e Tecnologia. L’esperienza sarà totalmente compiuta con il manuale che Ferroni sta scrivendo che conterrà le istruzioni per la fabbricazione, le pagine web per ordinare i pezzi, e tutta la testimonianza della gestione collettiva.

Sono rimasta colpita profondamente dal progetto. Intuivo immediatamente che si stava parlando, come accade raramente, dell’ incidenza reale del design sulla quotidianità. Quindi ho chiesto di poter approfondire l’argomento con Matteo Ferroni che mi ha accolto con semplicità e disponibilità il giorno dopo. Spesso quando penso a dei luoghi, concreti o mentali, angusti, inospitali e senza sviluppo logico, uso l’espressione ereditata da mia madre del cuore che si fa piccolo, invece mentre parlavo di Foroba Yelen sentivo il mio cuore espandersi, pesare per la bellezza intrinseca della sua grande umanità.

Foroba Yelen nell'orto comunitario (1)Foroba Yelen nell’orto comunitario

Nulla accade per caso e così l’architetto era partito per l’Africa per progettare un teatro per una cantante maliana nella capitale. Era la prima volta nell’Africa nera per una persona che ha abitato in diversi paesi nel mondo, Berlino, Barcellona, l’India, dove era lo aveva stimolato l’uso religioso e simbolico dell’illuminazione.

In Mali fuori dalla metropoli di due milioni di persone si trova catapultato in una realtà “indietro di 500 anni”, che lo affascina. A Bamacho aveva visto i ragazzi che di notte studiavano sotto ai lampioni e intuiva come questi di per sé potessero “diventare una biblioteca”. Insegnando all’università inizialmente voleva che un’illuminazione simile fosse un esercizio per gli studenti, ma poi decide di studiare le abitudini di vita delle aree rurali e da due mesi di permanenza si trova a fermarsi per periodi sempre più lunghi.

Foroba Yelen nella Scuola CoranicaForoba Yelen nella Scuola Coranica

Entrare nella realtà dei villaggi lo avvicina alla posizione dell’antropologo, con la differenza che per Ferroni quella disciplina è “forse su quello che c’è, mentre io ho lavorato su quello che potrebbe esserci”, più che uno studio analitico si fa guidare dalle impressioni soggettive per immaginarsi cosa potrebbe succedere sotto una luce, si vede più vicino allo scrittore che inventa una storia più che allo studioso che semplicemente analizza e riporta l’esistente. Alcune intuizioni si sono avverate, la risposta a ciò che è considerato un bisogno è stata per alcuni aspetti accolta, l’ideale si è in qualche modo avverato.

Aveva già spiegato durante il Fuorisalone 2014 che più importante dell’oggetto è la vita che scorre intorno ad esso (e ci auguriamo di rivederlo anche a Fuorisalone 2016 a Milano!). “Da noi in città è la competizione che premia, da loro nel loro mondo rurale è la collaborazione”, e le principali attività produttive sono comunitarie: il mulino, l’orto, il centro di salute, la scuola. “Per noi europei c’è l’illuminazione pubblica, derivante dalla res pubblica della cultura latino-romana concetto che non esiste in Mali mentre vive quello del bene collettivo” con le strutture a gestione cooperativa, da qui l’idea che anche la luce possa essere un bene collettivo.

Foroba Yelen e il veterinarioForoba Yelen e il veterinario

Per capire in che modo la luce potesse interagire ed essere in armonia con quello che già esiste studia i cicli produttivi e capisce che spesso le attività si legano ad un contesto magico simbolico, come la figura di alcuni artigiani ( ad esempio il forgitore che è considerato colui che domina i segreti del fuoco) e che lo spazio sociale, la vita, è sempre intorno all’ombra di un albero. Foroba Yelen si riferisce al valore simbolico dell’albero della vita, questo è il discorso antropologico più forte. L’intento è di“provare a trasformare quest’ombra in luce, prolungarla nella notte”. Alle sei c’è sempre buio, ma in Mali non hanno un ciclo veglia-sonno come il nostro, la notte è un momento importante per il lavoro soprattutto quando c’è la luna, perché di giorno fa molto caldo.

Inoltre i maliani usano strutture trasportabili: le persone si spostano con i loro utensili, su carretti, muli, carriole o spessissimo le ruote o delle bici o di un motorino, montate su un telaio con dei manici, e l’illuminazione a LED si dovrebbe adattare a questo sistema, così che per la necessità reale invece di dover installare 20 lampioni fissi ne bastino tre- quattro mobili.

Foroba Yelen nasce anche dal grande rispetto per il buio, il lampione serve ad illuminare un’attività specifica ovunque si trovi, in un luogo dove si convive e si valorizza anche l’oscurità. Serviva un cerchio definito dalla luce che permettesse di entrare e uscire da esso, come dalla protezione magica dell’albero. I lampioni pubblici per questo non funzionano, non tanto per la fissità, lo è anche la pianta, quanto per il tipo di luce: diffusa e schermata per eliminare le ombre. Invece Ferroni ha cercato l’opposto, un’illuminazione da teatro, che delimita marcatamente un perimetro, anche quando la luce lunare è così forte da abituare la pupilla a distinguere le cose, la sua accensione immediata grazie al LED delimita un cono netto, un’epifania. Per ottenere questo c’è stata una sperimentazione applicata, passata da scartati plexiglass sabbiati con carta vetrata. La temperatura colore del LED conta moltissimo: se il colore caldo si mescolava troppo agli ocra delle case, la soluzione è stata la produzione con un solo tipo di bianco.

Foroba Yelen durante la vendita della carnelampade LED -Foroba Yelen durante la vendita della carne

Nei villaggi dove sono poche le cose che ti puoi portare da casa aveva con sé solo un telefonino e un pc; ha disegnato la lampada sui quaderni che in West Africa il governo stampa per i bambini delle elementari, “una parte importante del mio progetto”.

Ferroni dice di essere una persona che ama raccogliere oggetti, così pian piano ha recuperato la batteria di una moto, la teiera in alluminio riciclato e rifondibile, la ruota della bici qui spessissimo smontata a costituire una nuova struttura: su questi oggetti trovati ha pensato all’oggetto nuovo, come è e mi piace pensarlo, un ready made funzionale, poi nel tempo ha semplificato al massimo la struttura del lampione il cui stelo, allungabile , è fatto con tubi idraulici che ” scorrono bene tra di loro e arrugginiscono poco”.

In Africa esistono pochi oggetti perché non esiste industria, ma ci sono artigiani che hanno esperienza degli utensili e del riciclo. Quello che conta per la realizzazione del lampione “non è tanto un disegno tecnico quanto un procedimento”, dove sono coinvolti gli artigiani del luogo, non quelli speciali spesso interpellati nei progetti di cooperazione, ma coloro che hannoconoscenze di base reperibili davvero in ogni villaggio: il fabbro che fa le pentole con alluminio riciclato e che in pochi minuti ha creato lo stampo per la struttura che contiene il LED, il meccanico di biciclette, chi ripara le tv per la parte elettrica, così ovunque si può fabbricare l’Albero della Luce, basta avere corrente per le saldature.

Il collettivo di donne sotto la luce teatrale di Foroba YelenIl collettivo di donne sotto la luce teatrale di Foroba Yelen

Ogni cosa si è trovata in loco, il limite di reperibilità è quello dell’unità comunale, tranne il LED che non c’è sciolto, si trovano solo moduli dei lampioni stradali che sarebbero da smontare. La parte elettrica funziona col modulo LED, un cavo del telefono fa passare la corrente dalla batteria della moto con una molla, a terra. Questa batteria si ricarica con un pannello solare, consuetudine nella zona dato che ogni villaggio ha una persona che fa il mestiere tipico di rifornire di energia: egli ha da 5 a 10 pannelli solari e una stanza piena di cavi e batterie che noleggia o con cui ricarica i telefonini o le altrui batterie.

Mi informo sulla deteriorabilità delle lampade LED: una versione è di lunghissima durata, costoso e fabbricato in Italia, ma se si dovesse rompere si può soltanto buttare. Poi Ferroni ne ha studiato uno che va assemblato là e ordinati i chip via internet; le amministrazioni spesso legate a Ong li fanno arrivare senza problemi. Chi si occupa del montaggio è colui che ripara la tv e le radio, serve la loro precisione nell’elettronica dei i fili.

A chi appartengono le oltre cento lampade a LED lasciate in Mali? Sono della collettività, del villaggio così come il mulino o l’orto, esiste un protocollo replicabile sulla luce studiato dalla Fondazione. Vengono consegnate all’unità amministrativa del Comune, che le consegna a un villaggio rappresentato da un comitato formato tradizionalmente dalle donne come nei mulini dove esiste la presidente, la vicepresidente, la tesoriera.

Un anziano trasporta Foroba Yelen (1)Un anziano trasporta Foroba Yelen

Ci sono alcuni uomini, ad esempio l’operatore per la manutenzione, che di solito è chi si occupa dell’energia. Il comitato li noleggia a individui o gruppi: principalmente sono usati per feste religiose come funerali e matrimoni, questi ultimi durano quattro giorni interi durante i quali si affitta un gruppo elettrogeno a gasolio che è un costo elevato, quindi Foroba Yelen preso come progetto di cooperazione incide anche sulla sostenibilità. Con il suo utilizzo nascono anche nuovi mestieri: “se la luce la dai al maestro e non tanto alla scuola, lui può dare ripetizioni la sera”.

La sua estetica è qualcosa di “molto africano”, nella ruota di bicicletta che però deriva anche dal ready made per eccellenza totalmente occidentale, quello di Duchamp, dove allora l’unione di pezzi con funzioni differenti cambiava il segno del prodotto finale in senso solo artistico, senza utilità. Oggi l’object trouvè ha trovato spazio in Africa per mantenere una grazia, una bellezza insita nella struttura, ma soprattutto dove il cambiamento di significato dei singoli pezzi va verso una nuova vita funzionale ad altre.

Non era necessario che L’Albero della Luce fosse bello, ma per Ferroni era importante, dice che è anatomico, si ispira all’eleganza delle figure delle donne e degli uomini del Mali, dallo loro gestualità e dai movimenti. Rappresenta un po’ il loro incedere fluido, come nell’immagine della donna che innaffia l’orto comunitario con la grazia di una moderna Madonna, o dal signore anziano vestito di rosso, accanto a lui l’albero della luce ispirato alle sue movenze.

Michela Ongaretti