Foroba Yelen di Matteo Ferroni: luce collettiva per i villaggi rurali in Mali

lampade ledBambini sotto Foroba Yelen
La settimana scorsa sono entrata nella ex chiesa di S. Carpoforo in Brera per vedere la mostra Luce4Good e ho avuto la fortuna di partecipare alla presentazione del progetto Foroba Yelen dell’architetto Matteo Ferroni.

Matteo Ferroni durante la presentazione di Foroba Yelen il 15 dicembre in Brera, ph. Kristin Man (1)Matteo Ferroni durante la presentazione di Foroba Yelen il 15 dicembre in Brera, ph. Kristin Man

L’iniziativa è della fondazione eLand creata in Svizzera da Ferroni per promuovere studi sulle culture e sui territori, da lui vengono il concept e il design, con il sostegno di FAD Fomento Arte y Diseño Barcelona e di Haus der Kulturen der Welt Berlin.

Nella zona dell’ex abside era espostol’Albero della Luce, Foroba Yelen come direbbero in Mali, territorio dove, e per il quale, è stato creato questo lampione a LED trasportabile e leggerissimo,costruito quasi integralmente con materiali recuperati, del quale spicca alla base una ruota di bicicletta.

E’ una luce collettiva per il Mali rurale, che si oppone al concetto di luce pubblica convenzionale: una sorgente condivisa per illuminare le attività soprattutto notturne più che gli spazi, mobile e non fissa. Nasce dallo studio sulle comunità del paese dove Ferroni è rimasto quasi tre anni, considerando la luce “un fenomeno culturale più che una sfida tecnologica, alla ricerca di armonia tra l’utensile, la cultura e la natura”, partendo dalle teorie di Kropotkin sulle comunità indipendenti. Il design dialoga con l’etnografia e lo studio antropologico, per rispettare e valorizzare la peculiarità della vita e del lavoro in quel preciso territorio.

Matteo FerroniMatteo Ferroni con l’Albero della Luce- Foroba Yelen

La struttura è semplice ed elegante allo stesso tempo, replicabile facilmente dai cittadini locali. Ne sono statelasciate in Africa finora 102, sparse nella comunità rurale formata da 72 villaggi, nella regione di Segou. Il progetto ha avuto una menzione d’onore al FAD Award della città di Barcellona, pubblicato dal MoMA ed esposto nella collezione permanente del Biosphere di Montreal come progetto di integrazione tra Natura e Tecnologia. L’esperienza sarà totalmente compiuta con il manuale che Ferroni sta scrivendo che conterrà le istruzioni per la fabbricazione, le pagine web per ordinare i pezzi, e tutta la testimonianza della gestione collettiva.

Sono rimasta colpita profondamente dal progetto. Intuivo immediatamente che si stava parlando, come accade raramente, dell’ incidenza reale del design sulla quotidianità. Quindi ho chiesto di poter approfondire l’argomento con Matteo Ferroni che mi ha accolto con semplicità e disponibilità il giorno dopo. Spesso quando penso a dei luoghi, concreti o mentali, angusti, inospitali e senza sviluppo logico, uso l’espressione ereditata da mia madre del cuore che si fa piccolo, invece mentre parlavo di Foroba Yelen sentivo il mio cuore espandersi, pesare per la bellezza intrinseca della sua grande umanità.

Foroba Yelen nell'orto comunitario (1)Foroba Yelen nell’orto comunitario

Nulla accade per caso e così l’architetto era partito per l’Africa per progettare un teatro per una cantante maliana nella capitale. Era la prima volta nell’Africa nera per una persona che ha abitato in diversi paesi nel mondo, Berlino, Barcellona, l’India, dove era lo aveva stimolato l’uso religioso e simbolico dell’illuminazione.

In Mali fuori dalla metropoli di due milioni di persone si trova catapultato in una realtà “indietro di 500 anni”, che lo affascina. A Bamacho aveva visto i ragazzi che di notte studiavano sotto ai lampioni e intuiva come questi di per sé potessero “diventare una biblioteca”. Insegnando all’università inizialmente voleva che un’illuminazione simile fosse un esercizio per gli studenti, ma poi decide di studiare le abitudini di vita delle aree rurali e da due mesi di permanenza si trova a fermarsi per periodi sempre più lunghi.

Foroba Yelen nella Scuola CoranicaForoba Yelen nella Scuola Coranica

Entrare nella realtà dei villaggi lo avvicina alla posizione dell’antropologo, con la differenza che per Ferroni quella disciplina è “forse su quello che c’è, mentre io ho lavorato su quello che potrebbe esserci”, più che uno studio analitico si fa guidare dalle impressioni soggettive per immaginarsi cosa potrebbe succedere sotto una luce, si vede più vicino allo scrittore che inventa una storia più che allo studioso che semplicemente analizza e riporta l’esistente. Alcune intuizioni si sono avverate, la risposta a ciò che è considerato un bisogno è stata per alcuni aspetti accolta, l’ideale si è in qualche modo avverato.

Aveva già spiegato durante il Fuorisalone 2014 che più importante dell’oggetto è la vita che scorre intorno ad esso (e ci auguriamo di rivederlo anche a Fuorisalone 2016 a Milano!). “Da noi in città è la competizione che premia, da loro nel loro mondo rurale è la collaborazione”, e le principali attività produttive sono comunitarie: il mulino, l’orto, il centro di salute, la scuola. “Per noi europei c’è l’illuminazione pubblica, derivante dalla res pubblica della cultura latino-romana concetto che non esiste in Mali mentre vive quello del bene collettivo” con le strutture a gestione cooperativa, da qui l’idea che anche la luce possa essere un bene collettivo.

Foroba Yelen e il veterinarioForoba Yelen e il veterinario

Per capire in che modo la luce potesse interagire ed essere in armonia con quello che già esiste studia i cicli produttivi e capisce che spesso le attività si legano ad un contesto magico simbolico, come la figura di alcuni artigiani ( ad esempio il forgitore che è considerato colui che domina i segreti del fuoco) e che lo spazio sociale, la vita, è sempre intorno all’ombra di un albero. Foroba Yelen si riferisce al valore simbolico dell’albero della vita, questo è il discorso antropologico più forte. L’intento è di“provare a trasformare quest’ombra in luce, prolungarla nella notte”. Alle sei c’è sempre buio, ma in Mali non hanno un ciclo veglia-sonno come il nostro, la notte è un momento importante per il lavoro soprattutto quando c’è la luna, perché di giorno fa molto caldo.

Inoltre i maliani usano strutture trasportabili: le persone si spostano con i loro utensili, su carretti, muli, carriole o spessissimo le ruote o delle bici o di un motorino, montate su un telaio con dei manici, e l’illuminazione a LED si dovrebbe adattare a questo sistema, così che per la necessità reale invece di dover installare 20 lampioni fissi ne bastino tre- quattro mobili.

Foroba Yelen nasce anche dal grande rispetto per il buio, il lampione serve ad illuminare un’attività specifica ovunque si trovi, in un luogo dove si convive e si valorizza anche l’oscurità. Serviva un cerchio definito dalla luce che permettesse di entrare e uscire da esso, come dalla protezione magica dell’albero. I lampioni pubblici per questo non funzionano, non tanto per la fissità, lo è anche la pianta, quanto per il tipo di luce: diffusa e schermata per eliminare le ombre. Invece Ferroni ha cercato l’opposto, un’illuminazione da teatro, che delimita marcatamente un perimetro, anche quando la luce lunare è così forte da abituare la pupilla a distinguere le cose, la sua accensione immediata grazie al LED delimita un cono netto, un’epifania. Per ottenere questo c’è stata una sperimentazione applicata, passata da scartati plexiglass sabbiati con carta vetrata. La temperatura colore del LED conta moltissimo: se il colore caldo si mescolava troppo agli ocra delle case, la soluzione è stata la produzione con un solo tipo di bianco.

Foroba Yelen durante la vendita della carnelampade LED -Foroba Yelen durante la vendita della carne

Nei villaggi dove sono poche le cose che ti puoi portare da casa aveva con sé solo un telefonino e un pc; ha disegnato la lampada sui quaderni che in West Africa il governo stampa per i bambini delle elementari, “una parte importante del mio progetto”.

Ferroni dice di essere una persona che ama raccogliere oggetti, così pian piano ha recuperato la batteria di una moto, la teiera in alluminio riciclato e rifondibile, la ruota della bici qui spessissimo smontata a costituire una nuova struttura: su questi oggetti trovati ha pensato all’oggetto nuovo, come è e mi piace pensarlo, un ready made funzionale, poi nel tempo ha semplificato al massimo la struttura del lampione il cui stelo, allungabile , è fatto con tubi idraulici che ” scorrono bene tra di loro e arrugginiscono poco”.

In Africa esistono pochi oggetti perché non esiste industria, ma ci sono artigiani che hanno esperienza degli utensili e del riciclo. Quello che conta per la realizzazione del lampione “non è tanto un disegno tecnico quanto un procedimento”, dove sono coinvolti gli artigiani del luogo, non quelli speciali spesso interpellati nei progetti di cooperazione, ma coloro che hannoconoscenze di base reperibili davvero in ogni villaggio: il fabbro che fa le pentole con alluminio riciclato e che in pochi minuti ha creato lo stampo per la struttura che contiene il LED, il meccanico di biciclette, chi ripara le tv per la parte elettrica, così ovunque si può fabbricare l’Albero della Luce, basta avere corrente per le saldature.

Il collettivo di donne sotto la luce teatrale di Foroba YelenIl collettivo di donne sotto la luce teatrale di Foroba Yelen

Ogni cosa si è trovata in loco, il limite di reperibilità è quello dell’unità comunale, tranne il LED che non c’è sciolto, si trovano solo moduli dei lampioni stradali che sarebbero da smontare. La parte elettrica funziona col modulo LED, un cavo del telefono fa passare la corrente dalla batteria della moto con una molla, a terra. Questa batteria si ricarica con un pannello solare, consuetudine nella zona dato che ogni villaggio ha una persona che fa il mestiere tipico di rifornire di energia: egli ha da 5 a 10 pannelli solari e una stanza piena di cavi e batterie che noleggia o con cui ricarica i telefonini o le altrui batterie.

Mi informo sulla deteriorabilità delle lampade LED: una versione è di lunghissima durata, costoso e fabbricato in Italia, ma se si dovesse rompere si può soltanto buttare. Poi Ferroni ne ha studiato uno che va assemblato là e ordinati i chip via internet; le amministrazioni spesso legate a Ong li fanno arrivare senza problemi. Chi si occupa del montaggio è colui che ripara la tv e le radio, serve la loro precisione nell’elettronica dei i fili.

A chi appartengono le oltre cento lampade a LED lasciate in Mali? Sono della collettività, del villaggio così come il mulino o l’orto, esiste un protocollo replicabile sulla luce studiato dalla Fondazione. Vengono consegnate all’unità amministrativa del Comune, che le consegna a un villaggio rappresentato da un comitato formato tradizionalmente dalle donne come nei mulini dove esiste la presidente, la vicepresidente, la tesoriera.

Un anziano trasporta Foroba Yelen (1)Un anziano trasporta Foroba Yelen

Ci sono alcuni uomini, ad esempio l’operatore per la manutenzione, che di solito è chi si occupa dell’energia. Il comitato li noleggia a individui o gruppi: principalmente sono usati per feste religiose come funerali e matrimoni, questi ultimi durano quattro giorni interi durante i quali si affitta un gruppo elettrogeno a gasolio che è un costo elevato, quindi Foroba Yelen preso come progetto di cooperazione incide anche sulla sostenibilità. Con il suo utilizzo nascono anche nuovi mestieri: “se la luce la dai al maestro e non tanto alla scuola, lui può dare ripetizioni la sera”.

La sua estetica è qualcosa di “molto africano”, nella ruota di bicicletta che però deriva anche dal ready made per eccellenza totalmente occidentale, quello di Duchamp, dove allora l’unione di pezzi con funzioni differenti cambiava il segno del prodotto finale in senso solo artistico, senza utilità. Oggi l’object trouvè ha trovato spazio in Africa per mantenere una grazia, una bellezza insita nella struttura, ma soprattutto dove il cambiamento di significato dei singoli pezzi va verso una nuova vita funzionale ad altre.

Non era necessario che L’Albero della Luce fosse bello, ma per Ferroni era importante, dice che è anatomico, si ispira all’eleganza delle figure delle donne e degli uomini del Mali, dallo loro gestualità e dai movimenti. Rappresenta un po’ il loro incedere fluido, come nell’immagine della donna che innaffia l’orto comunitario con la grazia di una moderna Madonna, o dal signore anziano vestito di rosso, accanto a lui l’albero della luce ispirato alle sue movenze.

Michela Ongaretti