Polimero e arte nel Museo di Arte Plastica

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Eredità nell’arte contemporanea.

Polimero Arte. Due parole per un concetto di pratica d’arte del ventesimo secolo. Le sue innovazioni e modalità di intervento hanno lasciato una traccia da seguire nel presente, un’eredità colta da diversi artisti contempornaei. Artscore intervista Giorgio Bonafè, il tecnico dell’azienda Mazzucchelli1849 protagonista di una storia tutta italiana che lega l’industria all’arte.

Nella sua casa di Castiglione Olona sono esposte molte opere d’arte, testimonianza della stagione di Polimero Arte tra il 1969 e il 1973. In quegli anni l’operazione di Mazzucchelli consisteva nel dare ospitalità a celebri artisti italiani ed internazionali per realizzare alcuni esemplari di loro opere in materiali polimerici, donate o a volte riprodotte in edizioni limitate. Sono gli stessi polimeri che hanno caratterizzato grandi innovazioni tecniche ed estetiche nel design Made in Italy, ricordiamo diversi Compasso D’Oro vinti con lo strategico accordo tra Samco (del gruppo Mazzucchelli) e Kartell, come il secchio in polietilene di Gino Colombini, Compasso d’Oro 1955.

 

Polimero Arte. Intevista di Artscore a Giorgio Bonafè, opera di Man Ray

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Boule sans neige di Man Ray in esposizione al MAP

 

Polimero Arte è stato una sorta di mecenatismo a doppio senso: mettendo a disposizione degli artisti di cultura, provenienza, poetica e disciplina l’officina e le attrezzature di una fabbrica, si nobilita il materiale che l’azienda stessa produce, invitando a studiare le sue potenzialità dal punto di vista espressivo e non soltanto funzionale. Nello stesso tempo gli artisti stessi scoprono inediti risultati anche all’interno della propria ricerca, sulla scia di alcuni maestri delle avanguardie storiche come Moholy-Nagy a Georges Vantongerloo.

Blocchi, pellicole o granuli polimerici che fossero, ci teniamo ad aggiungere che solo in alcuni casi si trattava di materiale di scarto, se richiesto Mazzucchelli preparò anche miscele ad hoc per ottenere determinate colorazioni o effetti.

 

Polimero Arte. Intevista di Artscore a Giorgio Bonafè. Nel laboratorio di Mazzucchelli 1849

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè, nell’officina con gli artisti tra il 1969 e il 1973

 

L’artista Simona SantaSeveso ci ha presentato Giorgio Bonafè, una persona per bene che amava fare il suo lavoro, la cui vita fu sconvolta dall’arrivo di personalità eccentriche e geniali a cui ha prestato tutta la sua esperienza. I risultati di quel periodo unico diventarono una grande collezione e costituirono il comunale Museo di Arte Plastica di Castiglione Olona, uno scrigno del quattrocento ricolmo di modernità con Carla Accardi, Filippo Avalle, Enrico Baj, Giuliana Balice, Elvio Becheroni, Valentina Berardinone, Gianni Colombo, Medeiros De Lima, Camillian Demetrescu, Marcolino Gandini, Peter Gogel, Mario Guerini, Hsiao Chin, Fulvia Levi Bianchi, Anna Marchi, Smith Miller, Sante Monachesi, Giulia Napoleone, Edival Ramosa, Hilda Reich, Bruno Romeda, Giovanni Santi Sircana, Tino Stefanoni, Guido Strazza e Kumi Sugai, Giacomo Balla e Man Ray, insieme alle nuove acquisizioni di Vittore Frattini, Carlo Giuliano, Marcello Morandini e Giorgio Vicentini. Sempre nel MAP troviamo esempi più recenti di artisti più giovani che rappresentano l’eredità di Polimero Arte.

 

Polimero Arte. Intevista di Artscore a Giorgio Bonafè. Nel MAP

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Dalle vetrine del Museo di Arte Plastica (MAP) di Castiglione Olona

 

L’INTERVISTA A GIORGIO BONAFÈ

Nel 1969 lei lavorava presso Mazzucchelli1849 come modellista per l’officina, giusto?

La proprietà era del Dottor Franco Mazzucchelli, del conte Ludovico Castiglioni tra loro cugini, amanti entrambi dell’arte.

Negli anni settanta esisteva una ricerca artistica riguardante i polimeri, specialmente a Roma. Artisti anche stranieri venivano in italia per trovare materiali. Così in quegli anni la Mazzucchelli ha aperto le porte agli artisti di questa grande industria attiva dal 1849, per lavorare sui materiali sui suoi prodotti. Come nessun’altra azienda aveva fatto crearono un laboratorio nel Castello di Monteruzzo attrezzato con macchine utensili adeguate. Al piano superiore c’era la foresteria che accoglieva i creativi per il tempo utile alla realizzazione delle opere.

 

Polimero Arte. Intevista di Artscore a Giorgio Bonafè. Con Boule Sans Neige di Man Ray

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè, sorridente mentre mostra l’opera di Man Ray durante l’intervista ad Artscore

 

Chi fu il primo partecipante? 

Guido Strazza. Un grande artista romano, oggi novantenne ancora insegna a Roma. Ha utilizzato lastre in metacrilato. Anche poco prima gli artisti usavano i materiali dell’azienda: Bruno Contenotte e Carla Accardi negli anni sessanta venivano a prendere i fogli di sicofoil, su cui dipingevano.

In cosa consisteva la collaborazione? 

L’artista mi spiegava cosa aveva in mente di fare, lo portavo in fabbrica e toccava con mano cosa fosse disponibile, chiedeva in che modo i materiali dell’azienda si potessero utilizzare allo scopo, li sceglievamo insieme e iniziavamo al laboratorio. Erano gratis. Per questioni di sicurezza non erano ammessi esterni nella fabbrica, quindi era stata creata un’area dedicata da dove attingere comodamente. Si trattenevano un mese un mese e mezzo.

Il loro lavoro veniva visto come un’opportunità: mia, per l’artista e per la società che investiva in questa ricerca. Io ero orgoglioso di prendere parte al processo realizzativo delle opere che usciva con il marchio Polimero Arte.

 

Polimero arte al Map. Mario Guerini

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Particolare di Artemide di Mario Guerini, 1971, courtesy MAP

 

Non dire plastica

Perchè non bisogna usare il termine plastica ma polimero? 

Perchè tutti i materiali prodotti dalla Mazzucchelli erano polimeri. Non dirò mai plastica ed esorto a non farlo!

Per dare l’idea del valore complesso di un’opera, è importante il nome di un materiale. Quando presentammo l’opera di Man Ray Boule Sans Neige una sfera in resina di 2 kg e mezzo, egli era affascinato come un bambino, il nome dell’opera era già stato assegnato sul catalogo e lui doveva mettere le specifiche tecniche. Mi chiese di elencare  tutti i materiali costitutivi: resine fenoliche, metacrilato, la serigrafia sul metacrilato, la forbice di cotone, la sabbia di marmo di Carrara polimerizzata. L’artista era contento perchè elencando e non generalizzando le materie costitutive di ogni opera gli si dà il valore tecnico, se avessimo detto che era semplicemente plastica, l’artista non avrebbe inteso il valore della sua opera nel contesto dell’operazione.

Noi diciamo barbaramente plastica anche quando sono polimeri, negli oggetti comuni.. Plastica è un termine generico. Giulio Natta creò i materiali polimerici ( vinse il Nobel per la Chimica nel 1963 per il polipropilene isotattico o MOPLEN), che possono avere molteplici applicazioni. Ad esempio se il metacrilato ha una polimerizzazione violenta, rende effetti nemmeno possibili con il vetro di Murano.

 

Polimero Arte, opere

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè, La collezione del Map tra gli affreschi quattrocenteschi

 

Giorgio Bonafè e gli artisti di Polimero Arte

Ha insistito lei per avere uno spazio apposito dedicato agli artisti nella Mazzucchelli? 

La fabbrica era molto grande, se ogni tanto cambiava la lavorazione chiamavano me. Quando venne in mente al Conte Castiglioni di fare questo laboratorio, mi dette carta bianca per cercare le macchine sufficienti per diversi artisti. Da profano all’inizio ingenuamente non capivo il senso di quelle produzioni. Era ciò per cui dovetti cambiare la mia vita adeguandomi ai tempi degli artisti, per capire il valore aggiunto ad un modello. Stare dietro agli artisti voleva dire anche perdere alcuni valori di casa, non c’erano orari e routine per loro che rivoluzionavano la mia vita quotidiana. Ad esempio nel 1969 non c’era la macchinetta del caffè in azienda, bisognava uscire: l’architetto americano Smith Miller mi invitò fuori, ma io non potevo lasciare il lavoro… lui disse dai vieni rispondo io e volle fermarsi per un pò su delle panchine ad ascoltare il canto degli uccellini, io pensai che un operaio non avrebbe mai avuto questi privilegi. Insomma l’artista ti portava in questo modo diverso di vedere le cose, in tutto. Anche nel denaro, vendevano quadri da 100 milioni ma capitava che non molto dopo non potessero permettersi il pranzo.

 

Polimero Arte, la collezione del Map con Hsiao Chin

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. La grande sala al pianterreno del Museo d’Arte Plastica, al centro un’opera di Hsiao Chin

 

Al Castello di Monteruzzo gli artisti si fermavano a dormire nella foresteria, quindi capitava che mi facessero tardare anche fino alle tre di notte, solo che io alle otto dovevo rientrare in fabbrica mentre loro… dormivano! Per la stagione di Polimero Arte potei stare a lungo con loro perchè non avevo figli ma una moglie comprensiva.

Chi selezionava gli artisti? 

A selezionare era il Conte Castiglioni che aveva una grande cultura dell’arte antica e contemporanea.

Quali artisti sono stati per lei memorabili? 

Ricordo bene il lavoro con Giulia Napoleone, e il grande Man Ray che ha dato moltissimo valore a tutta la stagione (aveva già ottant’anni ma una grande energia), poi le figlie di Balla, Pomodoro, Hsiao Chin. Con Man Ray abbiamo fatto in tempo a fare 11 opere, le ho firmate tutte io ma lui dava una foto con l’autentica a ciascun collezionista.

 

Polimero Arte al MAP con Marcolino Gandini

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè- Opera di Marcolino Gandini nella collezione del MAP di Castiglione Olona

 

Ci racconti di qualcuno con cui ha avuto rapporti burrascosi.  

Con Gandini. Insisteva a morte per vedere come andava avanti il lavoro, non avevo più tempo libero e continuava a farmi richieste, un giorno il Conte Castiglioni mi ha mandato il controllo a casa perchè dovetti prendere 7 giorni di malattia. Abbiamo fatto una bella mostra a castiglione con le sue opere ed eravamo soddisfatti ma alla fine gli confessai che era stato intrattabile, da allora non ebbi più problemi con lui perchè era consapevole di quanto fossi necessario per la realizzazione delle sue opere. E con Man Ray? No lui era un signore.

 

Polimero Arte. Bruno Contenotte tra i suoi protagonisti


  Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè, Bruno Contenotte, Senza Titolo

 

Polimero Arte in alcuni aneddoti

Qualche aneddoto su come gli artisti la portarono in un mondo non comune

A Roma fui invitato a casa di Camillian Demetrescu, marito e moglie erano persone estremamente gentili ma…non trovavo un tavolo! Poi ne vidi uno bassissimo, mi chiesi chissà come mangiare comodamente. In un angolo c’era un grande totem con delle cassette della frutta dipinte, un’opera d’arte pensai. Lui mi disse prendi una cassetta capovolgila e siediti come noi, pranziamo. Era all’altezza giusta di questo strano tavolo. Una persona comunemente non pensa che tutto funzioni in questo modo, attraverso l’originalità, per me era un mondo alla rovescia.

Anche in casa di De Chirico a Roma vi fu un episodio memorabile. Io ero là per la mostra alla galleria S.M. 13 in via Margutta e i suoi agenti commissionarono a Mazzucchelli il restauro di un’opera della sua collezione. Chiesto il permesso di assentarmi dall’esposizione, io ero comunque un dipendente,  la casa di De Chirico. Mi aprì questo omone con gli occhi spiritati, io mi emozionai e lui mi disse: “tu non devi essere emozionato come ti vedo, io devo essere emozionato”.

 

Polimero Arte, Semisfera di Giavanni Santi Sircana

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè, una delle opere nella collezione del MAP e di Bonafè, Semisfera di Santi Sircana del 1970 Sircana

 

Con Mazzucchelli1849 a Roma

A Roma mi trovavo in una situazione fortunata perchè là Mazzucchelli aveva il magazzino il più grande d’ Italia: tutti i migliori artigiani romani e dei dintorni andavano ad attingere. Io non avevo che da presentare al responsabile, si chiamava Gasperini, un problema con un’opera da riparare e chiedere se poteva mandarmi qualche artigiano bravo. Due di loro hanno risolto con l’opera di De Chirico in tre giorni e lui era stupefatto dalla nostra efficienza “nordica”. In effetti Mazzucchelli era un’eccellenza nell’unire il valore del lavoro artigiano all’uso di macchinari all’avanguardia.

Nel magazzino era tutto un via vai anche di artisti, c’era il marchio della grande azienda, fornivamo materiali, know how, ospitavamo..quindi tutti volevano lavorare.

 

Polimero e arte nel Museo di Arte Plastica

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Visita alla collezione di Mazzucchelli1849 al MAP

 

Mostre e gallerie

Era un’operazione indipendente o c’erano delle gallerie coinvolte?

Abbiamo fatto diverse mostre in galleria. A Parigi , quella di S.M. 13 con Camillian Demetrescu a Roma con tanto di catalogo, in Sicilia ho portato varie opere, a Milano ci fu una bella esposizione da Studio Marconi. Ho un meraviglioso ricordo della Biennale a Caorle nel luglio-agosto 1969. In concomitanza dell’atterraggio sulla Luna ci fu la prima esposizione di Polimero Arte con sculture e installazioni di vari artisti. C’era Mario Guerini che in anticipo sui tempi  aveva creato dei robot con le teste in metacrilato, si muovevano e camminavano con dei tiraggi laser dall’interno che puntavano verso l’esterno. Nel momento dell’atterraggio sulla Luna si accese tutta Caorle, fu una biennale bellissima. A Bolzano delegarono direttamente me per gestire la realizzazione di una mostra, ero con Strazza e gli altri artisti coinvolti, avevo preso molto a cuore il progetto e loro si fidavano di me.

 

Polimero Arte con quadridimensionale verde di Fulvia Levi Bianchi

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè- Particolare di Quadridimensionale verde di Fulvia Levi Bianchi, courtesy MAP

 

Dalla Cellulosa al Rhodoid

Cosa rappresenta il Rhodoid nel mondo industriale e in quello artistico? 

Nel 1980 ero responsabile della ricerca di colori e lavoravo con i designer di occhiali, tra i clienti Giorgio Armani e molti altri, creavamo blocchi di rhodoid per produrre montature. E’ un materiale vegetale, inventato in Francia da Rhône-Poulenc.

Partiamo dall’inizio: Mazzucchelli per primo in Italia compra la celluloide e il know how in America, nel 1921 fonda la Società Italiana Celluloide e nel 1924 inaugura a Castiglione Olona il primo stabilimento dedicato alla sua produzione, nel 1927 firma l’accordo commerciale con Du Pont, depositaria del brevetto. Negli anni trenta la celluloide serviva per gli elementi della petineuse femminile, forcine, pettini, spazzolini, molti altri oggetti come penne, bottoni, bigiotteria.. Poi negli anni trenta scoprirono che negli occhiali le componenti che toccano il corpo vicino alle orecchie e sul naso creavano un arrossamento, perchè il materiale utilizzava la cellulosa della betulla mescolata con acidi e coloranti che conteneva molto acetone. Serviva qualcosa di nuovo.

 

Polimero Arte. Al Map una scultura di Valentina Beraedinone con Guardone, 1970

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè- Vista del MAP con Guardone di Valentina Berardinone in primo piano

 

Il procedimento è uguale a quello per la celluloide con un vantaggio: i solventi e i coloranti sono tutti vegetali quindi questo materiale non può più chiamarlo plastica, è plastico solo perchè si modella. Quel Pouf di Kartell si muoveva tutto e lo hanno chiamato Plastic per questo motivo. Si utilizza anche oggi in occhialeria per riprodurre i maculati tartaruga, noi abbiamo importato questo know how dai francesi per avere grande successo. La mia scultura di Gandini è formata da blocchi di rhodoid, dagli stessi si può fare un occhiale tagliandoli di 8, 6 o 4 millimetri, oppure di diversi spessori se serve per un rivestimento.

 

Polimero Arte. Intevista di Artscore a Giorgio Bonafè. Catalogo della mostra in Triennale

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè, la copertina del catalogo della mostra Dalla Tarataruga all’Arcobaleno, 1985

 

Dalla Tartaruga all’Arcobaleno

Grazie al rhodoid ci fu una grande mostra, anche se la stagione di Polimero arte era già finita.

C’era sempre un pò di gioco della direzione con i creativi, e un giorno venne a trovarmi Bruno Munari che invitava a Milano per conoscere altri artisti, ricordo lo scultore Romano Rui che lavorò per il Vaticano. Vide sul mio tavolo una gran quantità di fiches che recano il numero del blocco da cui provengono e mi chiede per cosa le utilizzassimo, io spiegai il vasto ventaglio di applicazioni d’intaglieria. Mi chiese allora di parlare con la direzione perché sarebbe stato interessante far conoscere meglio il materiale. Così si sviluppò l’idea della mostra “dalla tartaruga all’arcobaleno”, esposta in un grande e bel capannone Mazzucchelli degli anni trenta, ristrutturato. Abbiamo chiesto l’intervento di  tanti designer associandoli a produttori, per creare con il rhodoid fornito gli oggetti più disparati da manici d’ombrello ai coltelli, credo fossero più di duecento. Ad esempio Enzo Mari con Artemide, Daniela Puppa con  Kartell, Paola Navone con  Alessi, Bruno Munari con Danese, Ruggero Barenghi con Olivari , Handler Rosemberg con Pomellato. Missoni produsse fiori colorati, Denis Santachiara con B&B propose un tavolino che reggeva un primordiale computer. La mostra fu presentata alla XVII Triennale di Milano grazie all’allora presidente Eugenio Peggio, con un prestigioso catalogo Electa.

 

Polimero Arte. Intevista di Artscore a Giorgio Bonafè. Rose di rhodoid di Missoni

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè, spille di Missoni a forma di rosa in rhodoid, per la mostra Dalla Tarataruga all’Arcobaleno

 

Negli anni ottanta Mazzucchelli aveva picchi di produzione col rhodoid, in certi periodi di moda nel design era il metallo e allora scendeva drasticamente la produzione. Dopo la mostra seguì una grande richiesta di lavoro, non facevamo in tempo a fare i blocchi. Quel successo enorme faceva un pò tornare ai vecchi tempi di Polimero Arte, ma si può dire ancora che polimero arte continua perchè finchè io ci sarò gli artisti mi chiederanno consigli e pareri, e qualche artista continua questa storia bella di cui parliamo ancora con la sua eredità. 

 

Polimero Arte raccontata da Giorgio Bonafè. L'artista Simona SantaSeveso nel Map tra una sua scultura e quella di Man Ray

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Simona SantaSeveso con una sua Candy Skkinn al MAP, accanto all’opera di Man Ray

 

Il MAP di Castiglione Olona

Come si arrivò al  MAP? 

L’idea del Museo risale agli anni ottanta. Il Conte Castiglioni e Franco Mazzucchelli ci pensarono vista la collezione immensa, ogni artista per ricompensare l’azienda lasciava una o due opere. Il Museo coincide praticamente con la collezione completa, 51 opere prima in vari locali della fabbrica. Ci siamo riuniti per deciderlo io, il sindaco di Castiglione Olona Giorgio Luini, il professore di Brera Rolando Bellini, la proprietaria Silvia Orsi. Per la la costituzione del Museo di Arte Plastica il comune ha concesso un’area dello splendido palazzo, che contiene ancora affreschi di Masolino. L’arte moderna incastonata nell’architettura del Quattrocento. Abbiamo così dato un valore democratico alle opere piuttosto che lasciarle visibili ai pochi clienti importanti, e senza un supporto curatoriale. L’allestimento fu deciso per mettere a nudo ogni opera, da poter esser vista secondo ogni angolazione. Ho pensato io alla parte tecnica e la curatrice ha documentato ogni imperfezione, per valorizzare la storia e la qualità nello stato perfetto dell’opera.

Il Map apre nel 2004 con la collezione Mazzucchelli di Polimero Arte. All’inaugurazione erano presenti Santi Sircana, Gandini, Strazza, Valentina Berardinone, Giuliana Balice e molti altri.

 

Polimero Arte, Il MAP dall'interno

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè il Museo Arte Plastica, vista del cortile attraverso i polimeri, courtesy MAP

 

L’eredità di Polimero Arte

Considera il lavoro di Simona SantaSeveso erede di Polimero Arte con altri giovani

Si, tutti gli artisti aggiunti alla collezione rappresentano questa continuazione.

Ho conosciuto Simona SantaSeveso durante una sua mostra al Castello di Monteruzzo. L’assessore alla cultura Stefano Uboldi me la presentò. Lei voleva inglobare nel plexiglas il calco della sua mano precedentemente racchiuso nella resina. Uboldi le parlò di me come tecnico e conoscitore della materia che poteva consigliare come strutturare il lavoro. Abbiamo parlato e ho creduto nel suo progetto. Raccomandai Gesiplast di Gerardo e Paolo De Luca con cui collaboro e che oggi apre le porte agli artisti, visto che in Mazzucchelli non esiste più quel reparto. Ora siamo qui con lei a raccontare la mia storia.

 

Polimero Arte. Intevista di Artscore a Giorgio Bonafè. Una Candy Skkinn Hands di Simona SantaSeveso

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Opera di Simona SantaSeveso con il calco della propria mano, realizzata con Gesiplast. Ph. Sofia Obracaj

 

Con Gesiplast lei stesso ha portato avanti il lavoro di alcuni artisti? 

Avevo già lavorato con loro, ho fatto fare cinque sfere di Santi Sircana perchè il padre di Silvia Orsi  era innamorato dell’opera, le abbiamo prodotte per loro e altri collezionisti.

Paolo De Luca è venuto a fare prima due foto all’opera già pronta, e si è messo al lavoro nella sua ditta con il blocco che abbiamo fornito. Solo con certe macchine si possono ottenere alcune lavorazioni, con le loro a sei assi il risultato fu soddisfacente. Per Frattini da una piccola scultura abbiamo creato un oggetto d’arte grande inglobando nel metacrilato, in quel caso serve un autoclave dove questo materiale a 120 gradi polimerizza e diventa solido. Con Gesiplast non possiamo parlare di “Polimero Arte” perché fu un progetto specifico di Mazzucchelli1849 ma i principi sono gli stessi, e ha valore la collaborazione mia come tecnico storico di quell’operazione. Insomma Gesiplast è la prima azienda che raccoglie l’eredità lasciata.

 

Polimero Arte. Locandina della mostra di Simona SantaSeveso al MAP

Polimero Arte raccontato da Giorgio Bonafè. Simona SantaSeveso al MAP

 

Così diciamo degli artisti che oggi affidano ai polimeri la loro ricerca, che hanno lavorato con me e che sono inseriti nella nuova collezione del MAP, ma solo coloro che sono stati selezionati dallo stesso comitato scientifico del primo nucleo espositivo. Ad esempio un’altra giovane leva che si riallaccia alla stagione di Polimero Arte è rappresentata da Roberto Carullo.

La collezione del MAP può aumentare ancora? 

Dipende dagli spazi che sono limitati, e solo gli assessori possono deciderlo. Il nucleo centrale resta comunque di proprietà di Mazzucchelli (Orsi), mentre le più recenti sono donazioni al Comune oppure in comodato d’uso come la mia, quella di Frattini, e dei nuovi inserimenti come SantaSeveso e Carullo.

Michela Ongaretti

Fuorisalone ed oltre con Venice di Guzzini all'Orto Botanico

Fuorisalone2017 all’ Orto Botanico di Brera con Interni Material Immaterial. Design Islands nella Natura

Anche per questo Fuorisalone 2017 non può mancare una visita all’Orto Botanico di Brera. Merita sempre, ma ora è il momento migliore, sia per le splendide fioriture che per la speciale esposizione di Interni. Materiale Immaterial che anima la città per due settimane da quella del Salone del Mobile.  Il 2017 celebra i vent’anni del Fuorisalone come evento nato per iniziativa di Interni, la rivista internazionale dedicata al design che  ha contribuito quattro anni fa alla ristrutturazione dell’Orto Botanico, per restituirlo alla città come oasi verde fruibile in ogni stagione, sede di attività didattiche e scientifiche. Continue reading

Una donna veste un kimono tra le instalazioni di Casa Gifu alla MDW2017

Forza e leggerezza di Casa Gifu con Atelier Oï. Fuorisalone 2017 da Amy D

Il Giappone del design internazionale, insieme al lavoro artigianale della tradizione di Seki, nella regione di Gifu. Installazioni, scenografie, coltelli e katane, insieme al design puro degli arredi. Tutto questo lo trovate durante il Fuorisalone 2017 presso la Galleria Amy D, con Casa Gifu II dello studio di architettura svizzero Atelier Oï.

 

Particolari costitutivi del Minoshi Garden alla mostra Casa Gifu alla MDW2017

Atelier Oï alla galleria Amy D. Fuorisalone 2017 con Casa Gifu. Particolari costitutivi in primo piano dell’allestimento Minoshi Garden, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Il progetto nasce dalla partnership di Atelier Oï con il governo della provincia di Gifu nel Giappone centrale, e intende valorizzare le risorse uniche delle maestranze artigianali della zona, di antichissima tradizione, attraverso un format creato appositamente per il Fuorisalone di Milano. Non si limita alla salvaguardia delle conoscenze tramandate da generazioni ma si basa sul mutuo e profondo scambio tra manualità e know how artistico e scientifico antico e moderno, cercando dare una luce nuova alle numerose e ancora vive manifatture giapponesi.

 

Una donna veste un kimono tra le instalazioni di Casa Gifu alla MDW2017

Atelier Oï alla galleria Amy D. Fuorisalone 2017 con Casa Gifu. In kimono tra le installazioni, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

E’ quindi per il secondo anno che Amy D Arte Spazio ospita CASA GIFU , la dimora giapponese ricollocata in maniera effimera nel Brera Design District. Nella galleria di via Lovanio si terrà l’esposizione principale a cura di Atelier Oï che non sarà l’unica: sono infatti ad essa collegate le presenze dello studio giapponese in diverse sedi in città, come Palazzo Bocconi con Louis Vuitton, Artemide in Corso Monforte, l’hotel Four Seasons di via Gesù, e la Posteria di via Sacchi con Laufen Bathrooms. Fuorisalone ma anche Salone del Mobile di cui segnaliamo, sempre con Artemide, la partecipazione di Atelier Oï ad Euroluce 2017, con i gifoï di Hida Sangyo e ancora con scenografie per Usm e Passioni Nature.

L’imprinting scientifico della galleria ancora una volta non ci delude. e per chi varcherà la sua soglia ad aspettarlo ci saranno realizzazioni nate dallo studio approfondito di materiali e tecniche costruttive, con quell’eleganza formale tipica del paese del Sol Levante.

 

Manifattura giapponese alla mostra Casa Gifu alla MDW2017

Atelier Oï alla galleria Amy D. Fuorisalone 2017 con Casa Gifu. Coltelli giapponesi

 

Dopo aver esplorato nel 2016 una delle più antiche e raffinate produzioni di carta della regione di Mino,  e i lavori in legno di cedro originari di Takayama, nel 2017 la selezione verterà sul know how di Seki, oasi industriale e artigianale con l’acciaio delle sue lame, leggendarie in tutto il mondo per il loro potere tagliente e la loro resistenza. Per questo è presentata da Amy D Arte Studio una selezione di coltelli, taglierini e altri strumenti per tagliare oggetti, tessuti e alimenti, insieme ai componenti per la loro produzione che utilizza elementi tradizionali tramandati da generazioni lontane. Insieme ad essi potremo vedere una piccola collezione di pezzi storici tra cui le leggendarie katane. Sono esemplificati in 18 differenti manifatture ma il pezzo forte è  dei nostri giorni: si tratta della katana Honsekito disegnata dall’Atelier realizzata grazie ad una delle aziende artigiane più antiche di Gifu, il cui maestro rappresenta la ventiseiesima generazione della sua “casta”, è quindi utile a ricordare ed enfatizzare la portata della tradizione nella tecnico costruttiva contemporanea.

 

Una katana tradizionale alla mostra Casa Gifu alla MDW2017

Atelier Oï alla galleria Amy D. Fuorisalone 2017 con Casa Gifu e le katane tradizionali, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Questo lavoro sottolinea anche la vocazione alla trasversalità delle discipline che possono essere coinvolte nel design contemporaneo, al rapporto stretto con la materia e allo spirito di squadra di chi accoglie nel progetto competenze internazionali, peculiari di una storia, di una cultura materiale differente da quella dei designer che raccolgono quindi stimoli lontani nello spazio, ma anche nel tempo. La sperimentazione per Atelier Oï nasce da un rapporto intuitivo ed emozionale nella lavorazione di materiali diversi, coltivando le loro potenzialità nell’ottica dell’eccellenza locale per recuperare una conoscenza e per connetterla alle necessità progettuali: si parla la lingua di chi sa utilizzare al meglio una tecnica costruttiva magari applicandola a un diverso contesto, a un diverso prodotto.

 

Mobili e lampade di casa Gifu da Amy D

Fuorisalone 2017 da Amy D con Atelier Oï. Tavolo e sedie, lampade, piccole installazioni di Casa Gifu- Tutto ispirato alla carta giapponese.

 

E’ Seguendo questa logica che viene esplorato ancora una volta il mondo della carta: dalla conoscenza e rispetto per la sua creazione nasce una valorizzazione dell’effetto peculiare applicato all’interior design.  Atelier Oï ragiona in senso estetico sui processi quando declina l’antica tecnica di piegare la carta alla costruzione e al montaggio di mobili come tavoli e sedie, dal legno di diversi colori, ma notiamo come si possa avvicinare ancor più al recupero della tradizione con la sua eleganza formale alla vista del Minoshi Garden di Thomas Merlo & Partner (sempre in collaborazione con Atelier Oï), vincitore della scorsa edizione della Biennale d’Architettura a Venezia.  

 

Particolare del Minoshi Garden alla mostra Casa Gifu alla MDW2017

Atelier Oï alla galleria Amy D. Fuorisalone 2017 con Casa Gifu. Particolare dell’allestimento Minoshi Garden, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

In una stanza intrisa di essenze, per suggerire un’atmosfera soave e rarefatta, troviamo pendere dal soffitto una perfetta struttura modulare realizzata dalle manifatture giapponesi come una scenografia movibile dal vento, toccata dalla sensibilità artistica e delicata della composizione generale e realizzata nei suoi diversi elementi dalla carta semi-industriale Molza, ispirata alle manifatture artigianali di carta Washi di 1300 anni fa. L’allestimento si completa con degli specchi circolari che potenziano l’aspetto visivo dell’insieme delle numerose forme leggere e bianchissime; viste dal basso sembrano farfalle o piccoli uccellini in volo corale, che rivelano l’intenzione di catturare un momento nella Natura del Giappone. L’installazione sperimentale inoltre è stata progettata per poter essere facilmente ricostituita nella serie di altri progetti futuri con Casa Gifu.

 

Installazioni mobili con Casa Gifu. Fuorisalaone da Amy D

Fuorisalone 2017 alla galleria Amy D. Le installazioni mobili di Atelier Oï , ph Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Come il giardino sospeso può essere vissuto personalmente a seconda del percorso con cui si intende entrare nel suo spazio, con effetti diversi a seconda della posizione dello spettatore. Così dalla parte opposta della galleria, superata l’esposizione di lame dove si può assistere alla performance, in abito  tradizionale giapponese, di estrazione e fendente con Katana, sono in esposizione scenografie mobili azionabili con semplici gesti.

 

Atelier Oï per la MDW 2017 con Casa Gifu II

Atelier Oï con Casa Gifu II per il Fuorisalone 2017. La gallerista Annamaria D’Ambrosio prova un’installazione, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Sono ruote in carta con la struttura portante in legno che ricordano degli ombrellini orientali visti dall’alto quando sono aperti, ma sono anche parte di un marchingegno complesso costituito da tiranti e carrucole che permettono, mediante una leva in legno e grazie alla loro leggerezza, di essere sollevate una ad una per poi riscendere verso il basso, lentamente e con una veloce rotazione su se stesse.

 

I fondatori svizzeri di Atelier Oï

Fuorisalone 2017 alla galleria Amy D. con Casa Gifu. Aebi Aurel, Louis Armand, Reymond Patrick, i fondatori di Atelier Oï ©Joël von Allmen

 

Atelier Oï è stato costituito da 1991 a La Neuveville in Svizzera dai fondatori Aurel Aebi, Armand Louis e Patrick Reymond; da allora  ha ricevuto diversi riconoscimenti a livello internazionale per progetti di architettura, interior design,  design di prodotto e scenografia. Sempre dedicato a scambi culturali ed eventi creativi, ha firmato prodotti per Artemide, B&B Italia, Bulgari, Danese, Foscarini, Lasvit, Louis Vuitton, Moroso, Parachilna, Pringle of Scotland, Rimowa, USM, Victorinox e Zanotta.

Le aziende manifatturiere coinvolte nella presentazione al Fuorisalone 2017 di coltelleria sono: G.Sakai, Hasegawa Cutlery, Hattori Cutting Tools, Kai Industries, Kimura Cutlery, Kitasho, Marusho Industry, Mitsuboshi Cutlery, Nikken Cutlery, Ohzawa Swords, Sanshu Knife, Satake Cutlery Mfg, Sekikanetsugu Cutlery, Shizu Hamono, Sumikama Cutlery Mfg, Top Products, Yaxell and Yoshiharu Cutlery.

Da vedere: per la leggerezza e la forza della tradizione giapponese nel design contemporaneo.

Michela Ongaretti

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Fuorisalone 2017. Elle Decore Concept Store: a Palazzo Bovara una nuova shopping experience

Il Fuorisalone 2017 di Elle Decor si trasforma in negozio virtuale e fisico con Concept Store- The new shopping experience, non nel senso che mette in vendita gli splendidi arredi della selezione della nota rivista di interior design, ma perchè  si è deciso di ricreare l’esperienza dell’acquisto indagando lo spazio ad essa dedicato. Il progetto intende interpretare l’ambiente per il retail con gli strumenti dell’interior design innovativo, grazie a soluzioni sperimentali e interattive.

Nel 2016 il Palazzo Bovara ospitava al primo piano un ideale appartamento residenziale, quest’anno la stessa signorile e storica location confronta e mette in relazione due scelte: quella effettuata mediante l’osservazione diretta dei prodotti, e quella possibile attraverso strumenti digitali, degli oggetti fisicamente presenti come mobili e complementi d’arredo.

Scalinata di Palazzo Bovara con la locandina di Concept Store. Elle Decor alla MDW 2017

Fuorisalone 2017 con Elle Decore. Concept Store. La scalinata d’ingresso a Palazzo Bovara con la locandina dell’evento, ph. Sofia Obracaj

 

Se il design ha tra le proprie funzioni quella di migliorare le condizioni della vita quotidiana, possiamo ben dire che lo spazio per lo shopping diventa esso stesso degno di attenzioni per una sua fruizione ottimale, come lo può essere per l’uomo contemporaneo e le possibilità tecnologiche della sua epoca.

Elle Decor Italia con la collaborazione di Future Concept Lab, consumer insight; GamFratesi, exhibition design; AKQA, interaction design; Marco Bay, landscape design, ha creato quindi un ipotetico e futuribile luogo dove l’osservazione delle modalità di un’esperienza comune a tutti diventa proposta per la sperimentazione di spazi innovativi a cavallo tra analogico e digitale.

 

La direttrice di Elle Decore a Palazzo Bovara per l'apertura di Concept Store. Elle Decor alla MDW 2017

Fuorisalone 2017 con Elle Decore. Concept Store. La direttrice di Elle Decor Italia Livia Peraldo parla i giornalisti prima dell’apertura della manifestazione, nel giardino tra il bambù del landscape design. Ph. Sofia Obracaj

 

Main sponsor sono Florim Ceramiche spa, presente al Salone del Mobile 2017 e in partnership con altri importanti marchi a molte altre iniziative in diversi design district del Fuorisalone 2017, Mini, Samsung. Per l’outdoor Corradi e citato per ultimo ma non certo in ordine d’importanza, il prestigioso lighting partner Flos.

Seguendo il claim “ shops are out, experience are in” della rivista americana Forbes si suggerisce una risposta all’avanzata del digitale e della crescita dell’e-commerce di negozi, boutique e store. Nasce un progetto che implica l’uso interattivo di dispositivi per l’esposizione degli oggetti e le informazioni relative ad essi per mantenere la relazione con il consumatore, possibile grazie a Concept Future Lab con il suo studio di consumer inside.

Allestimento di Gam Fratesi a Palazzo Bovara con Concept Store. Elle Decor alla MDW 2017

Fuorisalone 2017 con Elle Decore. Concept Store. Particolare dell’allestimento di GamFratesi, ph. Sofia Obracaj

L’allestimento è ideato dall’exhibition design di GamFratesi che rende una nuova interpretazione sensoriale ed evocativa di elementi tradizionali dello store come quelli intimi dei camerini prova qui applicati al test tattile dei pezzi di design e microarchitetture che permettono di provare personalmente la luce, vetrine informative che si “azionano” al passaggio per raccontare la storia di un arredo, nell’invito al visitatore a relazionarsi con lo spazio per vivere un’esperienza nuova.

 

Nello spazio privato del camerino,Palazzo Bovara con Concept Store. Elle Decor alla MDW 2017

Fuorisalone 2017 con Elle Decore. Concept Store. I camerini del design con le lampade da provare.

 

Il percorso vuole essere un vero e proprio customer journey. Inizia con la consegna di un device interattivo per tutti coloro che desiderano registrarsi, con il quale si possono scegliere i prodotti preferiti e ricevere via email tutte le informazioni ad essi relative in maniera selettiva e personalizzata, prosegue con la successione degli ambienti suddivisi secondo le parole chiave Invite, Gallery, Taste, Experience, Feel e Try.  Su tutte però domina una, Immaginazione: è questo lo stimolo più forte per tutti coloro che parteciperanno all’esposizione Concept Store secondo le parole della direttrice di Elle Decor Italia Livia Peraldo.

 

Strutture per l'esposizione a Palazzo Bovara con Concept Store. Elle Decor alla MDW 2017

Fuorisalone 2017 con Elle Decore. Allestimento delle prime sale, il contemporaneo si confronta con la struttura preesistente di Palazzo Bovara

 

Invite presenta vetrine soft touch per conoscere meglio i prodotti di design in esse contenuti, Gallery aumenta la realtà fisica degli arredi presenti con l’apparizione di altri sottoforma di ologramma visualizzabili con gli speciali occhiali Hololens di Microsoft, che permettono di cambiare interattivamente il loro colore. Taste rappresenta l’incontro e la condivisione dei visitatori che attendono una tazza di caffè ad un grande tavolo con rulli spettacolari in legno di diversi colori, lo stesso che ricopre le pareti,come in un sushi bar sofisticato ma in un rifugio alpino.

Allestimento in legno a Palazzo Bovara con Concept Store. Elle Decor alla MDW 2017

Fuorisalone 2017 con Elle Decore. Concept Store. Esperienza del legno per un caffè, ph. Sofia Obracaj

 

Experience si riferisce alle installazioni digitali che sperimentano diversi effetti di luce, Feel fa giocare con pattern e tessuti impiegati nell’interior per immergersi nella materia costitutiva di poltrone e divani, in una situazione simile a quella di un luogo per l’arte contemporanea, mentre Try consiste in strutture come quelle di veri e propri camerini dove si provano arredi e complementi con la stessa privacy di camerini per l’abbigliamento, esperienza da fare con l’App Sayduck.

 

Luce e acqua nelle installazioni di Palazzo Bovara con Concept Store. Elle Decor alla MDW 2017

Fuorisalone 2017 con Elle Decore. Concept Store. Installazione di luce con l’interaction design di AKQA, ph. Sofia Obracaj

 

Di tutto l’interaction design presente è responsabile la brand experience agency AKQA. Secondo le parole del managing director Massimo Ventimiglia aiutano a “creare intimità con gli oggetti esposti e lo spazio, eliminano le barriere tra il retailer e le persone e raccontano i prodotti in maniera soggettiva e selettiva”, ma permettono anche di registrare “dati significativi sui comportamenti dei clienti in uno store” al fine di migliorare o personalizzare i prodotti e decidere se aggiungere informazioni al bisogno dimostrato, condividere suggerimenti da esperti. Tutto questo mentre il visitatore o cliente vive attimi ludici di intrattenimento.

 

Il giardino di Palazzo Bovara con Concept Store. Elle Decor alla MDW 2017

Fuorisalone 2017 con Elle Decore. Concept Store. Il giardino con il landscape design di Marco Bay, vista dalle sale espositive.

 

Ci si riposa e rinfresca al termine di un viaggio, qui al termine o al principio del percorso continua l’esperienza nel giardino con café-bistro, a contatto con l’allestimento di landscape design di Marco Bray. Lo spazio è costruito in senso scenografico con un pergolato realizzato in tronchi di bambù gigante, al quale si aggrappano fusti più leggeri e vaporosi sempre di bambù e glicini, un tributo ai giardini nobiliari delle ville milanesi che li vedono fiorire proprio in aprile, come accade con l’ospite Palazzo Bovara.

Da vedere: per l’esperienza interattiva ed immersiva nella bellezza dei pezzi di design, in un contesto elegante. Non da tutti al Fuorisalone 2017

Michela Ongaretti

MDW2017. Arte e cultura negli spazi di Lombardini22

Fuorisalone 2017 da Lombardini22. Un nuovo Spazio Necessario all’integrazione di Arte e Cultura del Progetto

Lombardini22 non è solo un semplice studio di progettazione ma un laboratorio di professionisti, sperimentale e dinamico al punto da ospitare a Milano nel suo quartiere generale adiacente ai Navigli, all’indirizzo corrispondente al suo nome , eventi memorabili dedicati alla creatività a 360 gradi.

In occasione del Fuorisalone 2017 si festeggiano i primi dieci anni di attività di successo del Gruppo Lombardini22 con l’ampliamento dello studio, area denominata “Spazio Necessario”.

 

Un nuovo spazio per Lombardini22. Integrazione di arte e cultura del progetto

Fuorisalone 2017 da Lombardini22. Inaugurazione dello Spazio Necessario

 

Nella logica di partnership e supporto tra i componenti del gruppo, il metodo del “design thinking” con la sua programmatica interazione delle eterogenee e necessarie competenze, favorisce anche l’espressione artistica e culturale non strettamente legata ai clienti e alle aziende, ma aperta a quel  pubblico che voglia e possa condividere l’attitudine positiva tipica del gruppo e dei suoi progetti.

 

MDW2017. Da Lombardini 22 prima di Spazio Necessario

Fuorisalone 2017 da Lombardini22. Un momento durante un incontro nella sede, con un’installazione artistica prima di Spazio Necessario

 

Gli ambiti di competenza di Lombardini22 sono suddivisi nei tre brand del gruppo: FUD Brand Making Factory è dedicato al Physical Branding e al Communication Design, DEGW opera nella progettazione integrata di ambienti per il lavoro e L22, l’origine del suo mondo, si rivolge all’architettura e all’ingegneria ed è specializzato nella progettazione per i mercati Retail, Office, Hospitality e Data Center.

Generare “energia, intelligenza collettiva, curiosità”, questo l’impulso che vuole includere e diffondere la sua cultura multiautoriale di Lombardini22, nelle diverse personalità ed espressioni, spazio necessario alla crescita, all’innovazione e all’internazionalizzazione in un’area  cittadina essa stessa fervida di rinascita e riqualificazione edilizia e urbanistica, fortemente personalizzata attraverso l’immagine architettonica delle sedi delle diverse realtà imprenditoriali che operano nel territorio limitrofo, nate quasi sempre dalla ristrutturazione di spazi di aziende produttive industriali e artigiane, presenti dall’inizio dello sviluppo economico cittadino.

 

MDW2017. Il ponte sui navigli vicino a Lombardini22

Fuorisalone 2017 da Lombardini22. Vista dell”area urbana limitrofa con il ponte sui Navigli progettato da L22, il brand di Lombardini22 dedicato ad Architettura ed Ingegneria

 

Crescere significa espandersi anche nello spazio, quello fisico è sempre privilegiato a quello virtuale come sottolinea Paolo Facchini, presidente del gruppo, spazio che da sempre rappresenta l’identità del team di lavoro, seguendo i valori di trasparenza e rispetto del cliente, ma anche della ricerca della qualità generata dalla curiosità mai sazia. Così identitari sono gli  spazi lineari e “frugali”, scatole da vivere che devono essere bianche perchè “siamo noi a riempirle” come accade dal 2007.

Spazio raddoppiato quindi allo stesso indirizzo, la nuova area pronta per essere riempita con opere artistiche site specific nella serata inaugurale del 6 aprile.

 

MDW2017- Interno per Lombardini22

Fuorisalone 2017 da Lombardini22. Interno di uno spazio retail progettato da L22

 

Spazio che accoglie, include diverse culture nell’integrazione delle visioni dei partner e delle menti, portando al suo interno le spinte internazionali invece di aprire nuove sedi altrove, in Italia e all’estero. Chiamata a sé e non fuga dei cervelli per lo spazio reputato necessario anche per la componente della Cultura e dell’Arte, senza dimenticare un pizzico di umiltà nell’ammissione che l’imprinting architettonico non è tutto: il confronto tra discipline e l’accoglienza  di chi usa strumenti diversi per la riflessione e la rielaborazione di una proposta per mondo nuovo, a misura dell’uomo contemporaneo affamato di stimoli e di qualità della vita, anche intellettuale. E’ una ricerca costante, quella che valorizza e non sminuisce la personalità italiana rivolta al bello, la stessa che permette di continuare ad essere competitivi anche sul mercato.

 

MDW2017. Arte e cultura negli spazi di Lombardini22

Fuorisalone 2016 da Lombardini22. Un’installazione spettacolare degli anni passati

 

La filosofia del fare impresa attraverso l’accoglienza delle idee, l’integrazione vivace di scienza e tecnologia con arte e cultura si è tradotta spesso in incontri, cooperation table o feste, sempre proficue situazioni informali di condivisione e accrescimento reciproco.

Su questa linea di pensiero inaugura con Spazio necessario il progetto culturale per il 2017 di eventi e meeting “Value Added”, di cui la prima manifestazion sarà la serata del 6 aprile con le installazioni artistiche Spazio Necessario e Linee di Costruzione di Massimo Uberti e il live painting del noto street artist e poeta visivo Ivan Tresoldi, che ricorda ulteriormente con la sua opera la necessità dell’incontro, quello tra le parole e la loro immagine.

Da vedere per scoprire che quello del progetto non è un mondo per noiosi

Michela Ongaretti

 

MDW2017. Invito allo Spazio Necessario da Lombardini22

Fuorisalone 2017 da Lombardini22. Invito allo Spazio Necessario

Librerie in legno thailandese della collezione di Host and Home

Salone del Mobile 2017. Il brand Host & Home, manifattura thailandese dal design italiano

Il Fuorisalone non esisterebbe senza il Salone del Mobile, che anche nel 2017 apre le porte dal 4 al 9 aprile nell’area che ospitava Expo, per fare incontrare le eccellenze mondiali nel campo dell’arredamento.

Resta la più importante ed ambita a livello mondiale nell’ambito di riferimento,  e come tutte le grandi fiere di settore internazionali, si prevede la visita di oltre trecentomila operatori da più di 165 paesi, entrarci è perdersi nella varietà delle proposte. Però Artscore sa già dove fermarsi.

 

Un letto thailandese della collezione di Host and Home

Salone del Mobile 2017- manifattura thailandese dal design italiano per il brand Host and Home

 

Quando non stiamo parlando di arte tout court, la creatività progettuale ci interessa soprattutto se italiana e quando riesce ad essere contaminata da altre culture del design, e quando riesce a portare fuori dal nostro paese un sapere che venga riconosciuto e valorizzato nella sua genialità unica.

Tra i  2.000 espositori su uno spazio di 20.000 metri quadrati abbiamo deciso di fermarci come prima tappa nello stand B8 con Host & Home, un brand dedicato al mercato dell’hospitality internazionale d’alta gamma che lega 21 aziende manifatturiere tailandesi al lavoro di designer italiani.

La ceramica di Host and Home

Salone del Mobile 2017- ceramiche del brand Host and Home

 

Host & Home arriva al Salone Internazionale del Mobile di Milano dopo aver partecipato alle fiere Big Bangkok e Maison & Objet a Parigi, rispettivamente ad aprile e settembre del  2016. Progetto nato nel 2015, è promosso dal DITP (Department of International Trade Promotion), l’ufficio del commercio estero thailandese curato da Mitor Consultancy Services, un team di professionisti italiani dell’interior design e del project management.

Troviamo grande interesse nel progetto perché ciò che si vedrà al Salone racconta una storia di contaminazione all’insegna dell’eleganza, dove la manifattura della Thailandia, con le sue maestranze artigianali dalla tradizione millenaria, si incontra con la raffinatezza del design italiano.

 

Poltrona e lampada Host and Home al Salone del Mobile 2017

Salone del Mobile 2017- manifattura thailandese per mobili e lampade dal design italiano per il brand Host and Home

 

La collezione presentata raccoglie diversi prodotti di un progetto completo per il living, che si avvicina al gusto internazionale grazie al tocco italiano ma senza affrancarsi troppo dall’identità della cultura che le ha fatte nascere.

Parliamo di mobili certamente, librerie , letti, tavoli sedute e imbottiti, per allargare il concept a complementi d’arredo quali vasi, accessori per la tavola, lampade, per arrivare agli oggetti di uso comune più piccoli come posate e kit di cosmetici ed essenze profumate per l’ambiente domestico.

 

Salone del Mobile 2017. Vaso di Host and Home

Salone del Mobile 2017- Un vaso della collezione del brand Host and Home

 

Ma in cosa si distingue la Thailandia nel campo dell’arredamento, quali sono le eccellenze sulle quali il design di casa  nostra possa attingere per rendere più prestigioso un progetto di interior? Sicuramente per la perizia della lavorazione di legni pregiati come il massello di teak, bambù o rovere, e per gli intrecci in fibre naturali. Aggiungiamo che più della metà dei legni per mobili realizzati in Thailandia provengono da piantagioni di Havea ( albero della gomma), che rispettano criteri di sostenibilità ambientale, mentre sono certificate le fonti di altri legni locali come il teak, o di importazione come il faggio, la betulla o la quercia e il mogano. Sono altrettanto degni di nota la ceramica dipinta a mano, il vetro soffiato e le peculiari tessiture in cotone e fibre di loto, ananas e kapok.

 

Librerie in legno thailandese della collezione di Host and Home

Salone del Mobile 2017. Librerie made in Thailand del brand Host and Home

 

Parlare di “made in thailand” oggi significa riferirsi all’unione della tradizione artigianale ricchissima di espressioni molteplici data la lunga storia della sua cultura materiale, con il progresso tecnologico internazionale, conseguente allo sviluppo economico che ha inserito a pieno titolo il paese nel mercato globale. Tutto questo mantenendo l’intento di rispettare l’ambiente pur sfruttando le risorse naturali, facendone risultare prodotti tradizionali e contemporanei al contempo.

 

Un letto di Host and Home

Salone del Mobile 2017- un letto in legno thailandese del brand Host and Home

 

La Thailandia è nota anche per le mete turistiche, fornendo una competenza data dall’esperienza nel campo del’hospitality di lusso. Per questo Host & home si offre come partner per prodotti e servizi personalizzati a  contractor, architetti e designer nello sviluppo di progetti alberghieri e residenziali.  Host & Home si trova ad essere tra i servizi del Department of International Trade Promotion, come organismo governativo a supporto degli esportatori tailandesi e degli investitori che intendono intraprendere relazioni commerciali con la Thailandia.

Le ventuno aziende manifatturiere coinvolte nel brand Host & Home sono: Asia Collection, Bangkok Weaving Mills, Bara Stainless Work, Better Arts Group, Ceras Ymply, Deesawat Industries, Kenkoon Ex, Kunakij Furniture Industry, Leather Mine, Natural Unit, Nature touch International, Niiq, Pasaya, Performax Intertrade, Phoethong Aranyik Handiwork, Pimpen, Plato, Prempracha’s Collection, T Thaniya, Thai Num Choke Textile, Union Victors.

 

Un tavolo thailandese della collezione di Host and Home

Salone del Mobile 2017. Un tavolo realizzato dalle manifatture thailandese del brand Host and Home

 

Host & Home sarà presente al Milano, Salone Internazionale del Mobile 2017 a Rho dal  4-9 aprile, negli stand 8- B38-40

Michela Ongaretti

Louis De Belle per la Design Week in Cascina Cuccagna nel 2017

Fuorisalone 2017. In Cascina Cuccagna il Design dice addio al Capitalismo

Ci siamo. Aprile inizia a Milano con la settimana più intensa di eventi dell’anno, quella del Fuorisalone. Ad aprire le danze è la Cascina Cuccagna che oggi, non è un pesce d’aprile, celebra Capitalism is over. A farewell party.

 

Fuorisalone 2017 in Cascina Cuccagna

Fuorisalone 2017 in Cascina Cuccagna

 

L’idea espositiva è a cura di Raumplan e ACCC – Associazione Consorzio Cantiere Cuccagna per il Fuorisalone, che si immaginano di “osservare il capitalismo un momento prima della sua catastrofe”, festeggiando l’addio con numerosi prodotti iconici dell’età dell’oro del capitalismo industriale in Italia, accompagnati da altri esemplari contemporanei, considerati successori di quell’epoca, nati nel bel mezzo di una crisi e tra nuovi modelli di business.

 

La cascina cuccagna di Milano per la Design Week milanese

Fuorisalone 2017 in Cascina Cuccagna, vista della location storica a Milano

 

La Cascina Cuccagna è una delle location storiche della Design Week, anche nel senso che si tratta di un’antica corte agricola di oltre quattromila  metri quadrati vicinissima a Porta Romana, che siamo orgogliosi di avere a Milano perchè fu ristrutturata con garbo e rispetto del preesistente, anche soprattutto per merito degli sforzi dei cittadini che sostennero il progetto di restauro conservativo prima della nuova apertura nel 2012. Ospita al suo interno un ristorante, un bar, un ostello e un orto, unica nel modello urbano e per questo molto conosciuta e frequentata, persino il New York Times la indica tra i “must see” della città lombarda.

 

Un pezzo storico del design italiano fotografato da Louis De Belle per Capitalism is over

Fuorisalone 2017 in Cascina Cuccagna, Marco Zanuso e Richard Sapper, Radio portatile Cubo TS-502, Brionvega, 1964, © Louis De Belle, 2017

 

L’intento dell’esposizione dal titolo provocatorio non è quello di decretare sul serio la fine di un’economia basata sul capitale, bensì suggerire al visitatore interrogativi sul mondo delle merci e sul ruolo del designer nella filiera produttiva odierna. Viene narrata la diffusione di alcuni modelli alternativi alla sequenza designer-azienda-consumatore, tipica della produzione e della distribuzione, non solo nel campo del design, per offrire una panoramica sulle problematiche, sulle contraddizioni, e sulle opportunità di enormi cambiamenti sociali ed economici degli ultimi anni. La riflessione storica cede il passo all’ironia nel passare in rassegna potenzialità buone o deboli della progettazione sotto il segno della crisi, nel tentativo di dare un’interpretazione del contesto contemporaneo.

 

Louis De Belle per la Design Week in Cascina Cuccagna nel 2017

Fuorisalone 2017 in Cascina Cuccagna, foto della Reception di ingresso sotto lo scalone monumentale del Palazzo per Uffici Olivetti© Louis De Belle, 2017

 

La mostra in Cascina Cuccagna si divide in  tre sezioni: But it used to be so cool, Bigger Faster Cheaper e New times New rules.

But it used to be so cool, dedicata ai trenta gloriosi anni del capitalismo industriale, dal 1945 al 1975 . Qui vediamo la documentazione fotografica di Louis De Belle sul polo produttivo e l’Archivio Storico di Olivetti ad Ivrea: attraverso immagini di oggetti o architetture, come fantasmi che riemergono da quel periodo cruciale, si ripercorrono alcune vicende di quella che fu una delle aziende simbolo del boom economico italiano.

 

Uno scatto di Louis de Belle ad un pezzo sotrico Olivetti, in Cascina Cuccagna per il Fuorisalone 2017

Fuorisalone 2017 in Cascina Cuccagna, Foglio catalogo della ET101 disegnata da Mario Bellini nel 1978 fotografata nella sezione schede catalogo della biblioteca dell’archivio, © Louis De Belle, 2017

 

Bigger Faster Cheaper ci riporta alla situazione di oggi, dove viviamo le conseguenze di un mercato monopolizzato da colossi, che incrementano e dominano le vendite grazie ai prezzi sempre più bassi. Gli elementi chiave nella loro realtà produttiva sono la logistica, le reti d’informazione e i sistemi di distribuzione, dove non conta chi o cosa opera ma la velocità con cui agisce e la scala sempre più vasta su cui intervenire. Ecco quindi le immagini degli stabilimenti logistici di Amazon e Ikea a Piacenza, secondo l’occhio del fotografo Delfino Sisto. Il mondo del design sta cambiando radicalmente proprio a causa di questo sistema distributivo, imponendo le proprie regole per le finalità descritte.

 

MDW2017, Foto di Delfino Sisto Legnani per Capitalism is over

Fuorisalone 2017 in Cascina Cuccagna, immagine dell’Hub Logistico Amazon, Piacenza, © Delfino Sisto Legnani, 2017

 

Infine con New Times New Rules arrivano alcuni esempi virtuosi di opposizione ai modelli delle multinazionali. Si esplorano le possibilità dell’autoproduzione e auto-distribuzione attraverso le strade percorse dagli espositori, designer e piccoli imprenditori. Siamo in un mondo eterogeneo che risponde alla crisi della committenza e del ruolo classico per il progettista, che inizia a diventare altro da sé rompendo il tradizionale paradigma produttivo. Ad essere indagato è quindi il progressivo cambiamento della funzione del designer nel sistema in crisi, tentando di ridefinirsi di pari passo rispetto alla fisionomia di un mercato che non lascia molto spazio alla libertà espressiva e alla sua diversificazione.

 

Campagna del Fuorisalone 2017 in Cascina Cuccagna

Capitalism is over, foto per la campagna del Fuorisalone 2017 in Cascina Cuccagna 2017, © Louis De Belle, 2017

 

Da vedere: per riflettere sul futuro con la leggerezza della campagna in città.

Michela Ongaretti

 

Fuorisalone 2017 Milano 1 — 9 aprile

Cascina Cuccagna, via Cuccagna 2

 

Vaso d'acqua di Oki Izumi a Milano con la galleria Valentini e Maccararo, nel distretto delle Cinque Vie

4×10 volte Fuorisalone2017. La Galleria Valentini e Maccacaro raddoppia, a Milano con Oki Izumi e a Verona con Gianni Berengo Gardin

Una doppia esposizione attende il pubblico delle due sedi italiane della galleria Valentini e Maccacaro durante il Fuorisalone 2017, un viaggio primaverile sul doppio binario artistico di scultura e fotografia con Oki Izumi e Gianni Berengo Gardin. Il titolo è 4×10 giocando sulla serie di dieci pezzi d’autore accostati a dieci esemplari di design appartenente alla storia dell’uomo in due distanti aree geografiche e culturali, affini a quelle dei due protagonisti. Quattro serie provenienti da quattro universi legati all’esplorazione di un oggetto che trasforma la quotidianità di chi ne ha fatto uso nei secoli e continua ad essere funzionale ad un bisogno, il Vaso a Milano e le uniche nel mondo Roncole di Venezia a Verona.

 

Vaso in vetro di Oki Izumi. Galleria Valentini&Maccacaro

4×10 volte Fuorisalone2017. Un vaso in vetro di Oki Izumi alla Galleria Valentini&Maccacaro di Milano

 

Non poteva mancare in questo momento l’ispirazione al design, ma se a Milano la si può toccare con mano attraverso le opere in vetro dell’artista Oki Izumi in dialogo con i vasi neolitici cinesi, nella sede di Verona la visione sarà nella documentazione fotografica delle dieci immagini veneziane di Gianni  Berengo Gardin, accostate all’esposizione di dieci roncole tradizionali, per chi non lo sapesse i remi delle gondole lagunari.

Entrambe le esposizioni, come sempre accade nella  galleria Valentini e Maccararo, hanno l’intento e l’ambizione di esplorare le connessioni che legano Tradizione, Artigianato, Antiquariato, Arte, Design. Pane per i denti di Artscore e di tutti coloro che sanno scavare il terreno per superare confini imposti alle arti, ponendo lo sguardo e il cuore nel mezzo.

Vaso neolitico cinese. Galleria Valentini&Maccacaro

4×10 volte Fuorisalone2017. Un vaso neolitico in terracotta dipinta alla Galleria Valentini&Maccacaro di Milano

 

La Storia ci ha consegnato degli oggetti, durevoli e necessari, costruiti dagli artigiani prima della codificazione del ruolo del designer, in grado di sviluppare anche una ricerca sull’estetica della loro forma. Sugli stessi oggetti in seguito si sono registrati interventi degli artisti, coloro che prima del sedicesimo secolo non erano affatto separati dai primi artigiani, suddivisi non in ordine di valore ma di disciplina come potevano essere i vetrai e gli scalpellini. Poi la prima modernità, quella del rinascimento maturo, ha voluto definire artista chi trasformava in immagine un’idea separando nettamente i ruoli, ed eccoci nel Novecento dove finalmente la cultura del progetto ha riavvicinato gli ambiti, permettendo all’idea di entrare nel mondo dell’artigianato, di comandare una forma nata da un impulso creativo personale e unico. Però il designer decide cosa e come costruire soprattutto attraverso gli strumenti dell’industria, fino a quando le menti più sensibili e attente hanno iniziato ad introdurre programmaticamente la produzione artigianale, il know how millenario inizia a definire estetica e unicità. E’ questa la tendenza degli ultimi anni, quella del recupero di una antenata tradizione.

 

Il lavoro di Oki Izumi con lastre di vetro industriali

4×10 volte Fuorisalone2017. Un lavoro di Oki Izumi in vetro, ph. Sofia Obracaj

 

Di questa antichità hanno respirato i vasi cinesi in mostra a Milano, ben prima del design e persino prima della definizione tecnica di un artigianato consapevole, ma elemento principe della trasformazione descritta. Da sempre l’uomo ha avuto bisogno di cose per riporre altre cose, e la storia del design del Vaso ci può raccontare lo sviluppo nel gusto e per la necessità. Non solo i progettisti ma anche gli artisti lo hanno esplorato nel suo concetto formale, e la scultrice Oki Izumi rappresenta un prestigioso esempio di chi si nutre di struttura materica ed eleganza per un discorso estetico, operando nel panorama artistico italiano ed internazionale e residente a Milano da moltissimi anni.

 

La scultrice Oki Izumi vicino alle sue opere in vetro

4×10 volte Fuorisalone2017. Oki Izumi ritratta durante una sua precedente mostra da ESH Gallery, ph. Sofia Obracaj

 

La semplicità della forma del vaso neolitico, qui una serie proveniente dalla Cina Occidentale,  riflette il suo utilizzo pratico ma sconfina nella ricerca, nella tensione al bello degli ignoti artigiani mediante la dipintura della terracotta, con un ampio repertorio decorativo astratto e ornamentale. Oggi con Ōki Izumi è la materia costitutiva stessa del vaso a determinare un’estetica: attraverso una tecnica artigianale, usando esclusivamente lastre di vetro industriale, opera una sintesi di grande eleganza formale che esprime l’essenza del fare arte contemporanea, erede della cultura di origine giapponese ma anche frutto del senso della preziosità nel bello dell’oggetto italiano.

 

Gianni Berengo Gardin alla Galleria Valentini&Maccacaro

4×10 volte Fuorisalone2017. La Venezia di Gianni Berengo Gardin alla Galleria Valentini&Maccacaro di Verona

 

Le roncole sono un pò meno antiche ma rendono la quintessenza di Venezia, città che da millenni si identifica con i suoi canali. Città dove la decorazione delle facciate e la storicità dei palazzi convivono quotidianamente con la necessità funzionale di restare letteralmente a galla, utilizzando al meglio gli strumenti della modernità senza potersi emancipare facilmente dal preesistente. Non è un desiderio, Venezia trae la sua forza e la sua bellezza dalla sua fragilità, e ne è consapevole. La sua architettura continua a costruire le sue fondamenta sull’acqua, talvolta pericolo talvolta salvezza, quel che è certo è che l’acqua è la protagonista del bisogno sociale di spostarsi. In quella città l’acqua è la strada, e le imbarcazioni le sue auto. Per questo motivo nella sede veneta di Valentini e Maccacaro sono presenti i dieci esemplari di Forcole e Gianni Berengo Gardin, fotografo che ha fatto la storia della fotografia italiana e il cui obiettivo da sempre ha avuto una relazione fortissima con Venezia.

 

Gianni Berengo Gardin alla Galleria Valentini&Maccacaro

4×10 volte Fuorisalone2017. Una foto di Gianni Berengo Gardin alla Galleria Valentini&Maccacaro di Verona

 

Parliamo di oggetti davvero unici con il loro design inconfondibile, che esistono solo grazie alla perizia di maestranze artigiane, i maestri remeri costituitisi in laboratori, testimoni di saperi millenari. E’ lo strumento che si identifica col suo proprietario perché raramente un gondoliere se ne separa o la mette in vendita. Una ricerca appassionante lunga anni ha permesso la presentazione veronese di questo strumento, frutto unicamente esistente grazie agli artigiani lagunari per la funzionalità della vita sull’acqua lagunare,  la stessa che ritrae Berengo Gardin con la poesia di chi si ferma davanti alla vibrazione della bellezza, con l’intensità di chi capisce il retroscena sentimentale di quel grande teatro appoggiato sul Mare e sulla Storia.

Una tipica forcola veneziana. Galleria Valentini&Maccacaro

4×10 volte Fuorisalone2017. Una forcola veneziana alla Galleria Valentini&Maccacaro di Verona

 

La Design Week di aprile deve iniziare a trasformarsi, se non vuole diventare un ripetitivo concentrato di esemplari, deve andare oltre il design come siamo abituato a vederlo. Per questo vi invitiamo alla mostra 4×10: presso le due sedi della galleria Valentini e Maccacaro il milanese Fuorisalone 2017 suopera due confini, quello geografico e quello del disegno industriale.

Michela Ongaretti

 

Galleria Valentini e Maccacaro

MILANO

10 vasi neolitici cinesi – 10 opere di Ōki Izumi

Dal 4 aprile al 29 aprile

Corso Magenta 52

 

VERONA

10 FORCOLE – 10 foto di Berengo Gardin

Dall’ 8 aprile al 29 aprile

Corso Santa Anastasia 25

 

 

 

Sculture di Saraï Delfendahl alla galleria Lanteri

Ceramica contemporanea tra arte e design. Saraï Delfendahl nella Galleria Salvatore Lanteri

Esiste un posto. A Milano ce ne sono tanti, pochi dove vai perchè sai di che Arte si discute.

Poi esistono quei posti che trovi per caso, c’è chi ci crede, o per fortuna, e a questo ha creduto Artscore quando ha scoperto la galleria di Salvatore Lanteri, dove arte e design parlano la stessa lingua. Qui la luce bianchissima ci ha fatto scoprire la ceramica contemporanea con la mostra personale dell’artista Saraï Delfendahl che vi consigliamo di visitare almeno una volta prima della fine di marzo, qui abbiamo saputo che la galleria è specializzata in ceramica d’arte e d’autore, e ora lo vogliamo dire a tutti . Qui abbiamo avuto modo di conoscere la genesi e gli intenti della galleria dalle parole del direttore Salvatore Lanteri, architetto atipico e dedicato a questa avventura in via Venini 85 da un anno.

 

Ritratto di Salvatore Lanteri

Un ritratto di Salvatore Lanteri all’inerno della sua galleria, ph. Sofia Obracaj

 

Varcata la soglia siamo catapultati in un mondo extra terrestre a tratti lunare e a tratti luciferino, impressione data dalla popolazione di numerose figure antropomorfe o zoomorfe. Questi esseri smaltati assumono fattezze tridimensionali nelle sculture appoggiate al centro e sul fondo della grande sala, mentre sulla parete di destra ne troviamo numerosissime schierate in un piccolo esercito, che pare cacciato per eresia da un bassorilievo unitario e ben più apollineo, ed esploso in tanti piccoli individui.

 

Sculture di Saraï Delfendahl alla galleria Lanteri

Saraï Delfendahl in mostra alla galleria Lanteri, particolari della parete di piccole sculture

 

Coloratissimi, mostruosi e beffardi sono questi ad attirare la nostra attenzione, forse perché che rimandano ad un bestiario metafisico, compiuto nella loro installazione unitaria. Sembrano nati per non esser separati e se le altre sculture richiamano una forte dolcezza pur nell’anomalia anatomica, questi ci portano sulla via dello spaventoso con i colori timbrici e le movenze di una dionisiaca danza macabra.

Eppure l’insieme è molto pulito, non c’è veemenza ma un genuino candore nell’uso della ceramica che ha affascinato il gallerista dopo le esposizioni precedenti improntate all’astratto e all’informale: è la dolcezza della fiaba che ha bisogno di immagini riconoscibili per raccontarsi. Allo stesso richiamo risponde la scelta di Lanteri per Delfendhaldi legarsi ad un reale immaginato denso di figurazione, per lui che dichiara ogni selezione essere un fatto personale, questa mostra nutre la sua necessità di uscire per un momento dall’astrazione, per “ripopolare il mio paesaggio visivo”, come ci spiega.

 

La scultura visionaria di Saraï Delfendahl

Galleria Salvatore Lanteri- visita alla mostra di Saraï Delfendahl, ph. Sofia Obracaj

 

Il gallerista ci illustra che queste creature non sono solo provenienti da altri pianeti, “ supereroi cortocircuiti di ibridi di animali polimorfi”, ma discendono direttamente anche da altre culture, lontane da quella occidentale, francese dell’artista, quelle che l’hanno suggestionata nel suo vissuto infantile, nei viaggi con il padre etnologo. Paiono incarnare specialmente figure religiose sacrali o semplicemente della cultura precolombiana del Messico, nella tradizione per immagini che dai teschi ai luchadores arriva fino ai nostri giorni secondo suggestioni molteplici.

 

Creature extraterrestri come idoli messicani, Saraï Delfendhal

Particolare della ceramica d’arte di Saraï Delfendhal presso la galleria Lanteri, ph. Sofia Obracaj

 

Il padre di Sarai Delfendhal fu un etnologo di grande fama, che rivoluzionò il sistema didattico negli anni settanta e sempre in quegli anni fu reso celebre dalla sua pubblicazione critica ad un “monumento” dell’antropologia francese quale fu “Tropici Tristi “ di Bernard Lévi-Strauss: egli ha esercitato un’influenza notevole sulla figlia stimolandola alla lettura di altre culture durante i viaggi in luoghi remoti come l’Australia tribale dove esisteva un immaginario sacro ricco di figure  descritte come “extraterrestri”, come bestiole presenti in mostra a Milano.  

 

Animali ibridi polimorfi, Saraï Delfendahl

Creature ibride nella ceramica di Saraï Delfendahl alla galleria Lanteri, ph. Sofia Obracaj

 

A proposito di Messico Lanteri ricorda l’esistenza di un bel ritratto di André Breton realizzato nei mesi di residenza messicana con Trotsky e Frida Kahlo dove il poeta e teorico del surrealismo viene raffigurato con alle spalle questa questa parete popolata di creature precolombiane esoteriche, ugualmente spaventose e dolci, le stesse che collezionò e portò nel suo studio parigino. Quella parete fotografata partecipa della stessa fascinazione che ha ispirato la realizzazione della prima mostra personale della Delfendhal come ceramista.

 

Lo studio di André Breton con le sculture delle civiltà precolombiane

L’atelier di André Breton a Parigi, sulla parete si vedono statuette delle culture precolombiane

 

Quello che ora ci appare come la ricongiunzione nella ceramica tra la matrice culturale di origine dell’artista, con la dimostrazione dell’esistenza di una tradizione nel novecento di studio della cultura tribale sudamericana nei protagonisti della cultura francese, tra cui il padre stesso, arriva in realtà dopo un percorso di altro tipo. La sua esperienza parte dalla formazione da designer, accantonata per la grafica e l’illustrazione, ha lavorato diversi anni come artista con Moleskine, a parte piccole incursioni la sua ricerca con e sulla ceramica è iniziata qui con l’entusiasmo quasi incosciente del cambio di rotta.

 

Particolare della ceramica di Saraï Delfendahl, galleria Lanteri

La ceramica contemporanea di Saraï Delfendahl alla galleria Lanteri, ph. Sofia Obracaj

 

Lo stesso moto interiore che pare caratterizzare Salvatore Lanteri quando ci parla della neonata galleria come di una passione che sta rivoluzionando il suo “impianto esistenziale”: attraverso la ricerca e lo sviluppo di progetti con artisti scelti per la loro capacità di dare una visione contemporanea  nella ceramica, materia  che per lui si rivela come archetipo dell’origine del mondo sia per gli elementi che la compongono, fuoco, acqua e terra, sia per la sua presenza dai tempi più remoti nelle culture più lontane e a qualunque latitudine. Non ha mai smesso di esistere e di essere prodotta.

Oggi la ceramica può essere una disciplina che veicola un’idea attraverso un oggetto frutto della mente “ma anche dell’intelligenza della mano” sempre per usare le parole di Lanteri che pensa alle arti applicate dichiarandosi affezionato alla “vecchia idea romantica” del Bauhaus di voler fare incontrare i diversi fare artistici, iter e discipline.

 

Ceramica contemporanea nella galleria Lanteri in via Venini a Milano

La bianchissima sala della galleria di Salvatore Lanteri con le opere in ceramica di Saraï Delfendahl, ph. Sofia Obracaj

 

Il riferimento è a quel principio secondo cui le arti applicate convivono a pari livello con altre arti come la pittura, la scultura o la musica. Tanti prodotti realizzati manualmente si sono evoluti nella modernità attraverso il design più funzionale, ma ciò che conta qui e ora è l’intento, la volontà di ripensare e ridisegnare secondo criteri artigianali. Anche se ciò può apparire una contraddizione nei confronti di coloro che ruppero le barriere tra le arti per non parlare di basso o di alto, la separazione tra il disegno industriale e la realizzazione di pezzi unici è necessaria e inevitabile.

Lanteri sceglie l’unicità artistica o in limited edition, ma mai due pezzi dello stesso artista ospite in una mostra, eseguito squisitamente con metodo artigianale, per collocarsi al confine tra il fare arte e progetto, design delle idee non dell’industria, secondo una tendenza in forte espansione nel contemporaneo, di contaminazione profonda e reciproca tra le sfere del design e dell’arte, come testimoniato ad esempio da Ambra Medda fondatrice di Design Miami e direttrice del dipartimento dedicato al design di Christie’s Londra, e dalla nascita di un collezionismo dedicato.

 

Arte e design insieme alla galleria Lanteri, Saraï Delfendahl

Una scultura di Saraï Delfendahl presso la galleria Lanteri

 

Basterà vedere la prossima edizione del MIART per rendersene conto, dove ci sarà una sezione denominata Objects, una ventina di gallerie in tutto che presentano questo concetto di Oggetto, arte che non è fatta di dipinti o sculture, design che non è dedicato ai mobili o agli interni. Parliamo di opere che contengono entrambi i valori.

Su questo terreno si inserisce il percorso intrapreso dalla Galleria salvatore lanteri che si trova a suo agio nel “viaggiare su questo doppio binario” per poter godere della libertà che consente di spaziare tra soggetti artistici molto diversi tra loro. Con la forte intenzione futura di indagare un ambito quasi sconosciuto a livello espositivo, quello del tessile nato dalla lavorazione a telaio, lontano dalle visioni di una fashion week milanese per tornare alla globalizzazione democratica del fare secondo il buon vecchio Bauhaus.

 

Le figure ibride di Saraï Delfendahl

Figurazione in ceramica dell’altro mondo, presso la Galleria Lanteri con Saraï Delfendahl, ph. Sofia Obracaj

 

La mostra di Sarai Delfendahl resterà aperta fino all’ultimo giorno di Marzo, consigliamo la visita prima del sempre atteso Fuorisalone anche alla Galleria Lanteri, di cui vi lasciamo la sorpresa.

Michela Ongaretti

 

Interno della galleria Lanteri con le opere di Saraï Delfendhal

Interno della galleria Lanteri, ora in mostra con la scultura di Saraï Delfendhal, ph. Sofia Obracaj

Chandelier Niagara di Lladrò

Artigiani e designer nella tradizione della porcellana. Tutto nello showroom Lladrò

Entrare nello showroom di Lladrò a Milano in Piazza Fontana è come varcare la soglia del paese dei balocchi. Dopo la fondazione dei fratelli Lladrò nel 1953 a Valencia, il marchio spagnolo è vivo e vegeto senza abbandonare la tradizione dell’alta porcellana, per realizzare prodotti per il collezionismo e per la funzionalità domestica. Oggi tutti i laboratori di produzione sono ancora a Valencia, ma Lladrò è diventata una multinazionale che esporta in più di 120 paesi nei cinque continenti, che continua a proporre le sue creazioni seguendo l’antico metodo artigianale, unico e raffinatissimo. Da alcuni anni si è avvicinato al lavoro di designer internazionali, o meglio: i designer internazionali hanno dedicato la propria attenzione e personalizzato un materiale nato e cresciuto nel lusso della decorazione.

 

Scultura della linea Classica. Showroom Llladrò tra design e tradizione nella porcellana

Nello showroom di LLadrò a Milano. Tradizione della porcellana in una scultura della linea Classic

 

Artscore oggi è accolto dal direttore dello showroom Guillaume Heuze, da lui accompagnato in un viaggio incantato tra l’antico e il contemporaneo. Ci mostra le principali linee contrassegnate dallo stile genuino di chi si rinnova senza rinunciare alla propria storia.

Nel salone principale vediamo alcuni esempi della linea Etnica e Atelier, poi scorgiamo la Classic e ReClassic, che reinterpreta la forma di sculture pensate e realizzate negli anni cinquanta.

La linea Atelier è quella più contemporanea, quella che coinvolge maggiormente la creatività dei designer, di cui un nome su tutti è quello di Bodo Sperlein, per l’uso domestico e la decorazione: comprende vasi, gioielli, l’illuminazione, piccoli oggetti come tappi per bottiglie, svuotatasche, inside-out box, ceramica per la tavola, vassoi, chandelier. Molto identificativo di Lladrò, quasi un suo tributo, è il lavoro di Committee che prende vecchie statuette e le ridisegna in senso più moderno, tempestandole di piccoli fiori secondo la tecnica artigianale e senza tempo della casa spagnola.

 

Chandelier Niagara, particolare. Showroom Lladrò a Milano

Lo chandelier Niagara nello showroom di Lladrò, particolare. Collezione Re-cyclos by Bodo Sperlein

 

L’eccellenza di Lladrò passa attraverso la conoscenza profonda del materiale e delle sue tecniche di lavorazione, non si accontenta però di tramandare metodo e tecnologia grazie al coordinamento di un’equipe di professionisti ultra specializzati, ma cresce attraverso la ricerca e lo sviluppo delle potenzialità della porcellana al fine di creare effetti differenziati e nuovi nel gusto e per la funzionalità, soprattutto negli ultimi anni.

Il nostro interesse parte da qui, dall’immenso lampadario Niagara al centro dello showroom, dove appunto una cascata di fate alate dalle sinuose forme scende da cavi in fibra ottica a custodire come lucciole i led di ultima generazione. Fa parte della collezione Recyclos del designer Bodo Sperlein, uno tra i numerosi oggetti della linea più moderna Atelier.

 

Nello showroom di LLadrò a Milano.Particolare della collezione Re-cyclos della Linea Atelier

Showroom Lladrò. Partcolare dell’illuminazione di Bodo Sperlein, collezione Re-cyclos della Linea Atelier

 

Ciò che Heuze ci fa notare è il vantaggio della porcellana rispetto al vetro: il colore e la forma che si può decidere in corso d’opera, inoltre la luce attraverso essa si dona ai nostri occhi più calda, basti vedere l’atmosfera creata dai disegni della luce stessa mentre passa attraverso le fessure delle ali. Tutto è maggiormente avvolgente, rispetto all’effetto eclatante del vetro.

Campeggiano su una parete le sculture The Guest, sempre nel catalogo Atelier, un personaggio ideato dal designer Jaime Hayon per il laboratorio Lladrò. La sagoma in porcellana, disponibile interamente bianca o nera, è sensibile di diverse personalizzazioni nella sua colorazione esterna, grazie all’intervento di diversi designer e artisti contemporanei internazionali, in una versione differente tra la taglia Big e Little per ciascun creativo. Si sono attivati per The Guest Paul Smith, Rolitoland, Gary Baseman, Tim Biskup, Devilrobots, lo stesso Jaime Hayon ha dato la sua impronta e il suo modello è ormai sold out.

 

Nello showroom di Lladrò. The Guest

Showroom Lladrò. The Guest di Jaime Hayon. Personalizzazione di Rolitoland

 

Ci domandiamo  quali siano i clienti abituali e di che nazionalità si interfacci maggiormente lo showroom. Dato lo stile lussuoso meno in uso in Italia e in Europa parliamo di b2b verso architetti che progettano per clienti stranieri, soprattutto Russia, Asia e Medio Oriente. Prima di noi sono entrati dei coreani, poi spessi si vedono iraniani, israeliani e russi, mentre gli italiani sono progettisti che si rivolgono a clienti finali proprio di quelle aree geografiche.

Nel nostro territorio si spinge di più i prodotti dal taglio più moderno di Atelier, come The Guest ad esempio, c’è l’intento di svilupparlo sempre più nel futuro perché c’è il forte desiderio di andare oltre ai mercati orientali e posizionarsi vicino al design innovativo, con l’ambizione di restituire all’europa il prestigio della porcellana , chiamata oro bianco durante la dinastia cinese Tang (618 – 907) e portata in Europa dal chimico tedesco Friedrich Böttger nel 1708 alla corte dell’elettore di Sassonia Augusto il Forte.

 

Nello showroom di Lladrò a Milano la silhouette di Mademoiselle.

Nello showroom di Lladrò a Milano la silhouette di Mademoiselle nella tradizione della porcellana.

 

A questo nuovo impulso partecipa in particolar modo l’illuminazione, notiamo in showroom la linea Belle de Nuit in varianti di diversi colori dove la porcellana assume forme più contemporanee e la lampadina si ricarica come un cellulare. Ancora la collezione Mademoiselle che riprende delle silhouette di donna per trasformarsi  in lampade. Sono in Europa in effetti tra i prodotti più venduti.

Le collaborazioni o consulenze spesso sono interdisciplinari oltre che internazionali. Le sculture della linea Etnica vantano nei laboratori di Valencia la presenza di un monaco tibetano che controlla che la creazione rispetti la tradizionale iconografia, anche perché gli acquirenti installano le opere all’interno di paesi con la stessa cultura religiosa d’appartenenza delle rappresentazioni: in India per le statue buddiste, in Cina i Dragoni, e gli apprezzati Samurai in Giappone.

 

La lampada Belle de Nuit nello showroom Lladrò, particolare

Belle de Nuit, lampada in porcellana con presa usb. Nello showroom di Lladrò

 

Heuze mi  mostra un catalogo per collezionisti, le sue pagine interne sono la narrazione della creazione di un pezzo in edizione limitata, partendo dall’ispirazione al disegno preparatorio per arrivare alla storia delle diverse fasi della sua realizzazione.

Ogni tre-quattro anni Lladrò produce un pezzo da collezione, non è commissionato ma gli appassionati conoscono il momento dell’imminente uscita, ne fanno richiesta aspettando con impazienza questa masterpiece creation e spesso la comprano anche senza averla ancora vista. La produzione è destinata unicamente a questi collezionisti provenienti da diversi orizzonti: americani, sudamericani o europei, grandi conoscitori di Lladrò da moltissimi anni.

Sono nomi ricorrenti, ogni boutique nel mondo ne ha due o tre noti, sono coloro che quest’anno per Maison Et Objets a Parigi facevano esplicita richiesta di vedere il capolavoro tenuto dietro ad una tenda, perché ben sapevano della sua misteriosa esistenza.

 

Sculture etniche nello showroom di LLadrò a Milano in Piazza Fontana

Lo showroom di Lladrò a Milano. Sculture etniche in alta porcellana sullo sfondo di Piazza Fontana

 

Questi esemplari hanno un prezzo crescente in base al numero di uscita, non sono mai più di cento pezzi e i primi cinquanta hanno un prezzo più basso degli ultimi ancora in circolazione. La “scena” di quest’anno si chiama Carnevale di Venezia, misura ben un metro e 50 di lunghezza per 90 centimetri in altezza e noi lo abbiamo visto..

 

Tutto il know-how di Lladrò in testa. Una scultura nello showroom

Tutto il know-how di Lladrò in testa. Una scultura nello showroom con i preziosi fiori realizzati a mano petalo per petalo.

 

Lo stile di classico di Lladrò può piacere o non piacere ma bisogna riconoscere che la tecnica di lavorazione della porcellana è unica, soprattutto i pezzi da collezione esibiscono tutto il know how dell’azienda di Valencia, tutto ciò che le maestranze sanno fare anche nei minuscoli dettagli.  Il direttore dello showroom ci racconta: “per i visi una esiste una persona che per tutto il giorno si occupa solamente di dipingere nasi e bocche, e ci sono artigiani specializzati solo nell’espressione del volto, per i fiori una signora da più di trent’anni acquista fiori freschi e li copia con la tecnica originale della casa a base di pasta di porcellana. Poi c’è chi incolla chi dipinge chi passa il phon chi verifica..

Dei pezzi più elaborati e tradizionali qui ne teniamo uno soltanto perchè ha un prezzo più alto di qualunque altra nostra produzione, bisogna considerare che per arrivare a questo risultato lo lavorano 50 mani differenti!”

Michela Ongaretti