Street Art con Giovanni Manzoni. Visite

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni

La street art non è la volontà di imbrattare muri o di costruire ripetitivi lettering che altro non possono servire se non a segnare il territorio, come facevano le gang dei quartieri disagiati newyorkesi. In Italia lo si dice da almeno un decennio, e da prima ancora si nota almeno una differenziazione tecnica e tematica nelle nostre strade. Ma oggi quello che vediamo noi, quello che vogliamo vedere sono gli esiti nuovi che fortunatamente continuano tradizioni gloriose o ricerche approfondite e personali di artisti, non unicamente impegnati nella street art.

 

Street Art con Giovanni Manzoni.

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni con i primi visitatori, ph. Sofia Obracaj

 

ArtScore parla un pò di sè con Giovanni Manzoni Piazzalunga, uno degli artisti che promuove in prima linea e tra le nostre prime conoscenze del contesto milanese, (da lui ci siamo orientati verso un nuovo interesse al figurativo), e parla per la prima volta di street art.

L’occasione viene dalla recente presentazione alla cittadinanza di Bergamo, non fuorilegge ma con regolari permessi comunali, dell’intervento con un wall paper di Manzoni. Opportunità che si è concretizzata in un momento preciso della carriera  e della storia di uomo del suo creatore grazie al supporto del Consolato Generale di Bolivia a Milano, coerente nella tematica e nella tecnica al suo percorso di ricerca. Questo dipinto murale risponde a ciò che vorremmo dalla street art nel 2017, farla finita con l’ipocrisia di chi vorrebbe separato l’intervento pubblico dalla ricerca osservabile in contesti diversi, come una mostra in galleria.

 

Street Art con Giovanni Manzoni.

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni vista da vicino, ph. Sofia Obracaj

 

Nel contesto italiano che ha importato la street art dagli Stati Uniti, con tutto il discorso che andrebbe fatto a parte su quello che arte è o non è, per qualcuno la decorazione muraria ha il semplice valore di lasciare un segno della propria identità, al di là della qualità.

Per quelli come noi che intendiamo la street art come opera pubblica pensiamo che il suo linguaggio debba essere portatore di un messaggio chiaro, leggibile per tutti coloro che si trovano anche casualmente a leggerlo. Come? Attraverso le immagini che parlano con più incisività se comprendono delle figure.

 

Street Art con Giovanni Manzoni. Inaugurazione con Console Assessore di Bergamo

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. L’artista con la Console di Milano e l’assessore Nadia Ghisalberti. Ph. Sofia Obracaj

 

In effetti esiste una street art antelitteram: la tradizione della pittura su grande scala ha caratterizzato il lavoro di grandi artisti proprio in Sudamerica quando in Europa non accadeva.

Manzoni è da sempre influenzato dal muralismo di Rivera, quella componente delle sue origini latine che non ha mai abbandonato le sue ambizioni. “Mi piace l’idea che un mio disegno avvolga completamente lo spettatore” è una frase sulle labbra dell’artista già nel 2013, quando fu invitato alla residenza d’artista in Franciacorta organizzata da Art Kitchen con Berlucchi, che poi sfociò in una mostra alla Fondazione Mudima con il dipinto acquisito nella collezione privata dello sponsor. Manzoni sogna sempre di poter lavorare in grande e per farlo unisce il disegno alla tecnica del mosaico di carta, sfruttando le possibilità del digitale. Così amplifica una composizione con i suoi personaggi frammentando e stampando le tessere di quel puzzle in misura monumentale: sulla superficie opera poi con carboncino, tempera acrilica e caffè.

 

Street Art con Giovanni Manzoni. Sotto la Coronilla

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. Con l’artista sotto al murale, ph. Sofia Obracaj

 

Tutta l’esperienza nel creare un universo figurale articolato si trasferisce al muro senza rinunciare alla carta: quello che ai suoi occhi è un supporto nobile, perché attraverso di esso vivono ancora capolavori antichi che mostrano attraverso una grafia personale l’identità dei grandi maestri. Logicamente sulla street art si deve innestare uno specifico trattamento finale che possa rendere il materiale durevole e resistere alle intemperie, per questo l’artista esce dall’ambito strettamente artistico per affidarsi alla tecnica dell’affiche. La stessa carta che vediamo per mesi e mesi non staccarsi dalle pareti grazie a fissativi e colle, stavolta non presenta messaggi pubblicitari ma rende pubblica una dichiarazione di appartenenza a due mondi.

Per la Coronilla al posto del caffè ci sono però i colori, in parte frutto del laboratorio con i bambini boliviani italiani di seconda generazione, che vuol dare ulteriore segnale della contaminazione e integrazione culturale.

 

Street Art con Giovanni Manzoni. Laboratorio

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. Durante il laboratorio con i bambini bergamaschi, ph. Sofia Obracaj

 

Il messaggio di questo intervento di street art è un pezzo di un percorso umano e artistico senza soluzioni di continuità tra accademismo e contemporaneità schietta; la finalità ultima è un dono di bellezza con tutta la potenza del disegno, democraticamente per tutti gli osservatori volontari o casuali anche chi visitatore di una galleria non è.

 

Street Art con Giovanni Manzoni. Un sorriso

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni, durante la cerimonia di presentazione, ph. Sofia Obracaj

 

Perché parliamo di accademismo? Perchè prima di ogni altro intento c’è un fatto concreto. Giovanni Manzoni è in primis un disegnatore, nato in Bolivia ma cresciuto in Italia studiando e assimilando la lezione dei maestri rinascimentali di quella disciplina. Il vigore plastico delle sue anatomie deve molto a Michelangelo e dichiara l’intento di continuare su quella strada, ma si configura nei dipinti la maniera del tutto contemporanea del dripping con caffè, materia utilizzata come colore per dare corposità e volume alle figure.

Già in questo c’è un legame con l’origine che esce non nella riproposizione di stilemi ma dal cambio di utilizzo di una materia prima in senso espressivo e del tutto personale. In più c’è il già accennato riferimento alla pittura murale del Sud America.

 

Street Art con Giovanni Manzoni. Colleghi

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. Una visita dell’artista Nicola Fornoni

 

Oggi che il suo mondo viene esposto pubblicamente con la promozione del Consolato e nel piano dedicato alla street art del Comune orobico, quello che risulta ben comprensibile è proprio l’integrazione culturale non soltanto dichiarata nella e per la città di Bergamo, quanto assimilata nell’opera di una vita. Un fenomeno graduale che ha accolto i miti del contemporaneo nei lavori sulle religioni e di grande formato pur sempre “da cavalletto”: Buddha e  Cristo, animali totem e mitologia occidentale fino agli eroi più pop del fumetto americano.

 

Street Art Bergamo, prima della Coronilla

Street Art Bergamo, la Coronilla di Giovanni Manzoni. Un dipinto di Manzoni del 2008 per la mostra Pop Stuff

 

Risale al lontano 2008 la serie “ Gli Eroi” presentata per la prima volta da Ivan Quaroni nella mostra “Pop Stuff”, dove personaggi della quotidianità realmente vissuta indossano il costume o la maschera di Superman, Flash o Captain America. Ci sono eroi per l’umanità come Nikola Tesla considerato “un vero grande artista che voleva creare un futuro diverso”, e ci sono quelli del dipinto “Siamo tutti gli eroi di qualcun altro”, dove si vedono gli antenati italiani di Manzoni. L’opera si ispira ad una vecchia foto dove la madre adottiva bambina è ritratta insieme al fratello e alla madre: un’intera famiglia di supereroi per l’immaginato sguardo infantile dell’artista, quando da piccoli i nostri genitori sembrano ai nostri occhi in grado di compiere gesta iperboliche.

 

Street art , un dipinto di Giovanni Manzoni

Street Art Bergamo. Giovanni Manzoni, Siamo tutti gli eroi di qualcun altro, tra i dipinti a cui si lega il murale

 

Da questo nucleo tematico si elabora il murale della Coronilla. Partendo da un fatto di cronaca d’inizio Novecento, quando furono le donne, le madri di Cochabamba a difendere la città dall’invasione straniera, Manzoni arriva all’elaborazione del nucleo figurale del monumento della Coronilla, appunto dedicato a questo fatto storico. Da qui sono estrapolati alcuni personaggi con l’aggiunta di flora e fauna tipici della Bolivia: insomma un microcosmo di figure vocianti e in movimento che mostrano una dinamica eroica in chiave pop, il tutto con l’horror vacui delle figure che si intersecano unito ad una grazia del gioco simmetrico, tutte tipicità dei disegni di Manzoni.

 

Street Art con Giovanni Manzoni nel Parco Codussi

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. La madre che accoglie il visitatore all’entrata del parco, ph. Sofia Obracaj

 

Anche qui le donne e i bambini indossano costumi di supereroi da fumetto, anche se sarà più notabile quando potremo vedere il disegno de la Coronilla al completo su di un muro di 120 metri quadrati. Parliamo di un’altra area cittadina, che sarà decorata per essere riqualificata dall’artista sempre con il Consolato, per dare un messaggio di affezione e legalità. Non sappiamo ancora quando apparirà l’intero murale che si annuncia innovativo e duraturo nei materiali, ma incrociamo le dita perchè ci siano presto i permessi comunali e della proprietà del muro. Noi ve lo diciamo perché abbiamo visto in segreta anteprima il rendering con disegno originale.

 

Street Art con Giovanni Manzoni. Inaugurazione

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. Il discorso inaugurale dell’assessore Ghisalberti e della Console, ph. Sofia Obracaj

 

Parlavamo dell’avventura artistica e di quella umana: il destino ha voluto che la vita stessa di Manzoni dipendesse dal Monumento della Coronilla. Sotto a queste Madri la madre naturale affidò il bambino che sarebbe stato adottato mesi dopo da una famiglia italiana. Per l’artista la Coronilla è doppiamente un monumento alla Madre che idealmente e misteriosamente lo lega al suo paese d’origine.

Ugualmente la madre italiana è citata e accompagna paradossalmente a ritroso nel tempo il progetto. Sul primo muro che accoglie il visitatore al parco Codussi è oggi in fase di realizzazione una nuova versione in grande del dipinto di cui parlavamo, Siamo tutti gli Eroi di Qualcun Altro. Qui la madre bambina accompagna lo sguardo alla successiva visione delle Madri Boliviane. Pare voler avvicinare l’uomo verso l’esplorazione del suo passato e presente, a partire da un fatto accaduto molto prima della sua nascita, che ha permesso il suo ritrovamento, l’educazione italiana, l’incontro con Bergamo, il disegno con Michelangelo, l’Accademia e la carriera di artista. Non diteci che non esiste il destino.

Michela Ongaretti

 

Street Art con Giovanni Manzoni. Entusiasmo

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. Un salto sotto il murale

 

Street Art con Giovanni Manzoni.. Un momento del laboratorio

Street Art Bergamo. La Coronilla di Giovanni Manzoni. Durante il laboratorio con i bambini. Colorare il colibri

 

Black Light Art, l'esempio di Nino Alfieri

Black Light Art. A Como la luce colora il buio, con sette anime

Black Light Art: la luce che colora il buio. Ha inaugurato sabato 5 novembre a Como la seconda mostra del progetto itinerante. Come a maggio nella cornice tutta milanese del palazzo della Regione Lombardia, è a cura di Gisella Gellini e Fabio Agrifoglio, in collaborazione con la Fondazione Agrifoglio, stavolta presso la Pinacoteca Civica di Como. Sarà possibile visitarla fino al 7 gennaio 2018.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Mario Agrifoglio

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Mario Agrifoglio, ph. Gaetano Corica

 

In questa occasione sono sette i nomi dell’arte contemporanea coinvolti, tutti artisti per cui la luce ha un ruolo fondante, strumento espressivo interpretato secondo una personale e assai differente poetica. Parliamo di Mario Agrifoglio, LeoNilde Carabba, Nino Alfieri, Claudio “Sek” De Luca, Nicola Evangelisti, Maria Cristiana Fioretti e Olga SerezhinaIl.

Perché la luce sia splendente, ci deve essere l’oscurità

Francis Bacon

 

Come noi abbiamo vissuto, il visitatore si troverà coinvolto in un’esperienza sensoriale, davvero immersiva. La fruizione della realtà pittorica avviene sotto molteplici aspetti in continua evoluzione nell’arco di alcuni minuti: di fronte ad un dipinto costituito da fluorescenti o fosforescenti, o entrambi, la loro reazione e manifestazione cambierà mediante il ciclo dinamico di luce bianca, black light (o lampada di Wood), e buio totale. Questa trasformazione è particolarmente stupefacente perché concentra l’attenzione sul complesso e sui particolari dell’opera, coinvolgendo chi osserva in un’attenzione nuova di verso la spazialità, in grado persino di amplificare la percezione dell’ambiente circostante.

Il percorso sarà accompagnato da una colonna sonora ispirata al tema della mostra, musiche estratte dall’album Undae Temporis del maestro Irlando Danieli.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Nicola Evangelisti

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Nicola Evangelisti, ph. Gaetano Corica

 

Il progetto espositivo al primo piano della Pinacoteca di Como nasce dall’idea condivisa della Fondazione Mario Agrifoglio e Caleidoscopio-multiplicity di Maria Proja de Santis, con il sostegno e la collaborazione dell’Assessorato alla Cultura e dei Musei civici del Comune di Como. L’allestimento e i progetti video e fotografico sono affidati alle exhibition designer Gaetano Corica.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Olga Serezhina

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte al dipinto di Olga Serezhina, ph. Gaetano Corica

 

La luce non è certo una novità per Gisella Gellini, architetto e docente del corso di Light Art e Design della Luce presso la Scuola del Design del Politecnico di Milano.  Da diversi anni la sua attenzione verso la luce si divide tra il suo utilizzo funzionale, nella progettazione architettonica e di design, e la funzione espressiva quale medium fondante nella ricerca artistica contemporanea. Ha curato alcune mostre sulla Light Art, noi l’abbiamo conosciuta nel 2015 nella chiesa di San Carpoforo a Milano, spesso associando alla bellezza il fine benefico, nella raccolta fondi per enti e associazioni umanitarie.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Nino Alfieri

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visita della mostra nel momento dell’esposizione alla black light. Opera di Nino Alfieri, ph. Gaetano Corica

 

L’incontro con Fabio Agrifoglio, figlio dell’artista e pioniere della Black Light Art Mario Agrifoglio, ha indirizzato le sue scelte più precisamente su opere pittoriche, quelle dove il materiale principale e “lucifero” è proprio il colore, con la volontà di Fabio di proseguire l’esperienza di Mario Agrifoglio e poterla condividere col pubblico, coadiuvata nella ricerca e nell’organizzazione dalla Fondazione. Nasce così questo progetto itinerante non dimenticando la possibilità di rendere queste mostre portavoce di problematiche sociali. La prima mostra della Black Light Art ha ad esempio sostenuto il progetto partner Lightquake 2017, con esposizione a Spoleto nella Rocca Albornoz e crowdfunding per la ricostruzione in Centro italia, nato dopo le violente scosse di terremoto nel dicembre del 2016.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Leonilde Carabba

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Leonilde Carabba

 

Un aspetto che rende queste mostre interessante è secondo noi l’estrema diversità tra gli artisti coinvolti, essi non rappresentano una scuola definita attraverso delle regole definibili della Black Light Art. Per Fabio Agrifoglio vogliono essere collettore di idee e riscoperta storica nella continuità di una metodologia a lungo inseguita dal padre soprattutto negli anni settanta, con una sperimentazione continua che può riservare sorprese: non si conoscono tutti gli effetti di nuove mescolanze di colore sotto l’effetto della luce nera, ma se molti artisti vi si cimentano in questa vocazione empirica “si porta avanti il messaggio recuperando anche il suo aspetto estetico”. Ciò che mette in evidenza il curatore è l’aspetto percettivo in costante studio: “l’artista, quando sperimenta con la luce nera e i colori fluorescenti o luminescenti o fosforescenti, lavora al limite e al confine della sensibilità umana”.

 

Black Light Art. In visita alla mostra a Como. Claudio Sek De Luca

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Claudio Sek De Luca, ph. Gaetano Corica

 

Come funziona “l’accensione” di queste opere? Non c’è alcun trucco dietro alle tele, nessuna retroilluminazione, semmai una base solidamente scientifica dietro all’uso di colori o vernici che non solo vediamo in base alla riflessione luminosa, come normalmente per un materiale tradizionale avviene: qui i pigmenti reagiscono all’assorbimento della luce emettendo una radiazione, in differenti condizioni visive anche quando colpiti dalla Black Light o dal buio vero e proprio. I fosforescenti si manifestano con la loro carica energetica, trasformando l’opera in ciò che di essa vuole mostrare per prima, sotto alla Wood avviene quindi l’apparizione di ciò che davvero conta all’interno di quell’opera, per stimolare la fantasia attraverso le forme visibili, che essendo le uniche da poter scorgere quando il buio è totale, assumono una valenza simbolica forte;  in parole povere stimolano la nostra memoria e la nostra fantasia.

 

Black Light Art. In visita alla mostra

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Visitatori di fronte alle opere di Olga Serezhina e Claudio Sek De Luca, ph. Gaetano Corica

 

Sempre in una visione dove la metamorfosi è ben evidenziata dall’allestimento, dove la fruizione avviene su un “triplo” binario di consapevolezza progressiva del limite e del suo superamento, dalla luce bianca alla gamma degli ultravioletti con una sospensione dell’incredulità solo parziale, per poi varcare letteralmente la soglia di un mondo onirico e sensibile al contempo, fatto letteralmente dei segni e dei colori che hanno deciso gli artisti. In quella trasformazione viviamo un’esperienza di spazio e di tempo lontana dai paradigmi consueti e controllati dove tutto è comprensibile in una dimensione, in un momento, per quanto lungo possa essere, alla ricerca di particolari, qui siamo all’interno di uno spazio sempre più sintetico, mai statico, che nel suo coinvolgimento non potrebbe che essere figlia dei tempi, ma che utilizza un lessico antichissimo.

 

Black Light Art. Leonilde Carabba parla della sua opera

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. L’artista Leonilde Carabba parla con una visitatrice di fronte ad una sua opera, ph. Andrea Butti

 

Alcuni  protagonisti

E’ questo ritrovarsi nel futuro e nel passato a caratterizzare l’opera di Nino Alfieri, uno dei tre artisti da noi preferiti per ricerca ed effetto.  Le forme che descrive sono ancestrali e si possono ricollegare ad elementi naturali che come dice lo stesso artista “hanno a che vedere con degli archetipi quindi da fossili a delle armi a degli organi come visti al microscopio, ma se osservate in lontananza e con una certa luminosità “diventano un cosmo secondo un concetto rinascimentale dove l’uomo si vede come media proporzionale tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande”. Nella realizzazione spesso però c’è l’utilizzo di tecnologie nuove come l’elettronica, il processore Arduino e la scelta di un tipo specifico di frequenza delle luci che incidono sui materiali fotosensibili, colori che nella variazione vanno a “toccare tutto il ventaglio delle nostre percezioni, negli aspetti diurni e notturni, reali e onirici”.

 

Black Light. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce bianca

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri sotto la luce naturale

Black Light Art. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce di Wood

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri. Seconda fase sotto la lampada di Wood

Black Light Art. Particolare di Alambic di Nino Alfieri alla luce di Wood, dopo un istante

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Alambic di Nino Alfieri. Sotto la lampada di Wood, verso il buio

 

Quel cosmo fatto di equilibri formali appartiene alla ricerca stessa del capostipite di un procedimento, se non di una scuola, come Mario Agrifoglio. Secondo le parole del figlio il pittore cercava equilibrio organico componendo  forme e colori, la genesi dell’opera cresce nella contrapposizione di “due forze che lui chiamava forza fredda e forza calda, una espansiva e una contrattiva”. L’introduzione della Black Light aggiunge un livello ulteriore a questa indagine, per “avere un controllo completo nelle miscelazioni”, basandosi sullo studio scientifico della teoria del colore. La ricerca sul colore e sulla luce appartiene all’epoca moderna ma la sua mente era rivolta oltre, perchè l’idea era di mostrare mediante l’applicazione all’arte principi poco noti o sconosciuti.

 

Black light. Opera del maestro Mario Agrifoglio, alla luce diurna

Black Light Art. la luce che colora il Buio. Mario Agrifoglio, Senza Titolo_diurna

Black light. Opera del maestro Mario Agrifoglio, alla lampada di Wood

Black Light Art. la luce che colora il Buio. Mario Agrifoglio, Senza Titolo_lampada di Wood

 

 Se parliamo di definizioni c’è chi non si riconosce in quella secondo cui la Light ( e Black Light) art ,è una forma d’arte il cui mezzo coincide col fine. E’ il caso di Nicola Evangelisti che trova sterile utilizzare la luce per parlare dello stesso mezzo espressivo, la luce. Certamente il rapporto stretto con la materia esiste e da sempre l’artista è stato affascinato dal suo paradosso, il suo essere presenza intangibile e fisica nello stesso tempo, al punto che la sua indagine resta innanzitutto spaziale, “all’interno della scultura anche quando non c’è più una materia fisica da toccare”.

 

Black Light Art. Nicola Evangelista in mostra alla Pinacoteca di Como

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Il lavoro di Nicola Evangelisti alla luce di Wood, ph. Gaetano Corica

 

Le forme di Evangelisti composte da molte linee seguono la teoria del caos ordinato, il concetto di frattale “all’analisi di tutti quei fenomeni irregolari presenti in natura”, ma inseguono un contenuto che va oltre la geometria. Accanto al taglio sociologico scientifico del procedimento il suo lavoro si accosta all’analisi sociale, più ponendo degli interrogativi che delle risposte univoche. Ad esempio per Black Light Art la vernice luminescente su carta nera rappresenta una sua interpretazione notturna e dall’alto della Striscia di Gaza, in uno spazio che rompe con la luce la bidimensionalità il conflitto di una materia solida e onirica corrisponde al tormento secolare di un territorio.

 

Black Light Art. Particolare di Canto per Esther di Leonilde Carabba

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Canto per Esther di Leonilde Carabba al buio totale

 

Possiamo prendere il concetto di Black Light in senso ampio o etimologico, ma tutti gli artisti presenti utilizzano la luce come un mezzo espressivo nel senso di elemento che permetta dar corpo e amplificare la propria personale visione del mondo, e della funzione dell’arte in esso.

Per Leonilde Carabba, last but not least, essere artista è esattamente “continua reinvenzione del proprio essere nel mondo”. Il suo ruolo può essere quello di mostrare una via e una vita spirituale attraverso gli strumenti di un mestiere dalla costante e instancabile pratica quotidiana, (come le fu raccomandato da Guttuso), verso uno stile proprio, e in questa dimensione non esiste più età anagrafica. Esistono però le radici emotive e culturali, tutto ciò che è esistito nella formazione di un pensiero che per la pittrice affonda nell’ermetismo della tradizione della cabala, dell’astrologia, dello sciamanismo studiato in prima persona. In tutti i suoi lavori di grande variazione cromatica, il fosforescente e il fluorescente lottano insieme alla forma per fare apparire un concetto  basato sulle sue conoscenze letterarie ed esoteriche, ma che è anche fenomenologia di qualcosa di terreno e reale, come il dipinto in mostra con Canto per Esther, sul tema della maternità biblica, universale e attuale.

 

Black Light. Opera di Leonilde Carabba al buio

Black Light Art, la luce che colora il buio. la Grammatica dell’Acqua di Leonilde Carabba. Buio

Black Light. Opera di Leonilde Carabba alla luce di Wood

Black Light Art, la luce che colora il buio. la Grammatica dell’Acqua di Leonilde Carabba. Buio

 

Black Light Art un progetto in divenire con un festival della Luce

Non solo Black Light. Nel mese di novembre Como sarà movimentata da alcuni eventi collaterali, dove la luce sarà affrontata nell’ambito installativo e del design, e persino esplorata dalla musica.

Black Light Art fa parte di 8208 – Lighting Design Festival, con alcune installazioni luminose diffuse in città, in dialogo con gli edifici storici. Inaugurato lo stesso giorno del vernissage con una presentazione contestuale in Pinacoteca, ci ha coinvolto in serata con una visita guidata dagli organizzatori. Il festival terminerà il 24 novembre.

 

Black Light Art. Una suggestiva installazione a Como per 8208 - Lighting Design Festival

Black Light Art, a Como la luce colora il buio. Un’installazione di 8208 – Lighting Design Festival, ph. Andrea Butti

 

Alla musica sarà dato spazio l’11 novembre al Conservatorio di Como, dove si terrà il concerto “Luci, Ombre, Colori in musica” con Caleidoscopio-multiplicity di Maria Proja de Santis

Inoltre il 18 novembre presso l’accademia di belle Arti Aldo galli. IED Como si terrà il convegno “Physical to digital”, con un intervento di Gisella Gellini Dal titolo “Light art – mezzo espressivo progettuale’.

Ricordiamo che Black Light Art, la luce che colora il buio, continuerà il suo percorso itinerante. Raddoppierà a Spoleto, presso la rocca Albornoziana con inaugurazione il 6 dicembre, per proseguire verso altre mete in via di definizione.

 

Michela Ongaretti

Geometria incongrua di Monica Mazzone. Galleria Giuseppe pero a Milano

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero

Geometria in mostra con 906090, titolo emblematico di ciò che potrete osservare fino al 10 novembre presso la Galleria Giuseppe Pero.

Più una “tripersonale” che una collettiva, con le artiste Monica Mazzone, Victoria Stoian e Viviana Valla. Quel che è certo l’esposizione è concepita con una linea curatoriale precisa da Nicoletta Castellaneta e Giuseppe Pero pensando all’universo femminile rappresentato dai numeri 906090, le misure ideali di un corpo perfetto, secondo le convenzioni.

 

Geometria di 906090. Tra pittura e scultura con Monica Mazzone in mostra alla galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Monica Mazzone, courtesy Galleria Pero

 

L’approccio a questo “emblema” della femminilità è logicamente smentito dal modus operandi delle tre protagoniste che della misura, con i centimetri, si confrontano non su loro stesse ma sulla tela. Il celeberrimo 906090 non è più valido come canone uniformante, anche se nell’immaginario rimane un’idea evocativa di fascino, ma lo studio delle proporzioni rientra nella ricerca alla base delle opere esposte, insieme all’indagine sul calcolo matematico e il rigore nella composizione, ironicamente qualità che tradizionalmente vengono associate alla mente maschile. Razionale opposto ad emotivo, istintuale secondo uno stereotipo ancora vivo nell’arte contemporanea, qui viene dimostrata l’infondatezza dell’assunto.

 

Geometria di 906090. Viviana Valla in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Viviana Valla, courtesy Galleria Pero

 

Tripersonale perché ciascuna delle tre artiste ha un’area dedicata ad un’opera che ben rappresenti i criteri del personale processo creativo, quasi una stanza tutta per sé di woolfiana memoria ( che per chi non ricordasse fu una specie di manifesto femminista sull’importanza di uno “spazio” di lavoro indipendente). Gli ambienti della galleria stessa, nell’allestimento del percorso espositivo, sembra che abbiano preso in considerazione questa geometria: entrando sulla sinistra troviamo un lavoro di Viviana Valla con il movimento dato dalla differente texture di materiali su forme geometriche, sulla parete in fondo di destra scopriamo Victoria Stoian solo apparentemente disordinato dai molti elementi che compongono il dipinto, mentre esplorando la terza rientranza tra le pareti, quasi una vera e propria stanza, c’è un’opera site specific di Monica Mazzone. Nella grande sala terminale invece abbiamo l’opportunità di vedere tutte insieme le tre ricerche, di poterle confrontare nel loro dialogo visivo, di uscire con un’impressione corale di una poetica della proporzione di 906090.

 

Geometria di 906090. Codri Earthquake 9'' di Victoria Stoian in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero, Victoria Stoian, Codri Earthquake 9”, 2016

 

Sarà una nostra convinzione, non che all’artista sia data da Giuseppe Pero maggiore importanza rispetto alle altre, ma ci pare che l’opera nella stanza di Monica Mazzone sia emblematico del concetto di mostra, come anche la sua ricerca in generale vi si avvicini. Vediamo quella che si presenta come la proiezione ortogonale della pianta di quest’area della galleria, proiezioni che sono tipiche del percorso di Mazzone, dove però il colore contraddice un rigore assoluto, nell’illusione del volume introduce un elemento destabilizzante, all’interno di quella convenzione visiva che vorrebbe esemplificare un perimetro nella sua fredda geometria.

 

Geometria di 906090. Monica Mazzone in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Opera di Monica Mazzone

 

Tutti i suoi lavori, lo si nota anche nell’ultima sala, sono dedicati ad una geometria cristallina nella quale si può individuare un pezzo mancante, un elemento eversivo per l’intera composizione, che mette in discussione senza scoperchiare questa perfezione matematica: è come l’artista stessa dichiara “la carica emotiva” della geometria, che è sempre comunque un prodotto dell’essere umano, del suo tentativo di costruire un’idea. Ma si riferisce nello specifico anche ai paradossi che sono parte della regola matematica, le sue dicotomie per cui “il fatto che un’affermazione possa essere vera e falsa contemporaneamente”. Possiamo dire che i suoi lavori cercano di spiegare l’impossibilità di esprimere la perfezione, come la formula 96090 ha cercato di definire quella del corpo.

 

Geometria di 906090. In mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Vista della sala principale

 

Durante la nostra visita abbiamo modo di parlare con Giuseppe Pero che ci ha invitato ad avvicinarci e poi distoglierci dalla superficie delle opere d’arte, per scoprire come sempre il materiale in un certo senso sovverta il rigore della composizione attraverso la geometria, come siano due mondi dello stesso universo. Lo sperimentiamo con l’opera di Viviana Valla dove il  “silenzio delle forme” è accompagnato dal dinamismo di colori e materiali come se fossero vivi e tattili, con grane e spessori differenziati, dalle geometrie a momenti morbide e quasi in rilievo, talvolta lucide o trasparenti. Sotto la forma o l’idea vive un organismo pulsante.

 

Geometria in un particolare di un dipinto di Viviana Valla

La geometria è donna. Particolare di un’opera di Viviana Valla

 

Per Victoria Stoian al contrario il dinamismo è del tutto esplicitato: dalle campiture cromatiche, nella composizione piena con elementi che emergono quasi figurativi e che rivelano lo studio dell’arte contemporanea, nella reminiscenza di particolari della pittura di Dubuffet. Insomma una pulsione dionisiaca pare fondere le parti costruite mediante il colore, ma è allontanandoci di almeno qualche metro che scopriamo queste forme bloccate nel loro lambirsi, irregimentate da una struttura chiara di equilibrio compositivo.   

 

Geometria di 906090. Un dipinto di Victoria Stoian in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero, particolare di un dipinto di Victoria Stoian

 

In definitiva possiamo dire che la geometria di 906090 parla con rigore e logica razionale dell’anelito ad una perfezione di soggetti pensanti in carne ed ossa, l’essere umano, dentro la più grande contraddizione che è la vita, spiegabile scientificamente solo in parte.

Michela Ongaretti

 

Galleria Giuseppe Pero

via Luigi Porro Lambertenghi, 3-Milano – Italia

dal lunedì al venerdì 14.00-18.30

Sabato su appuntamento

 

Ais fiol alla Fondazione Pomodoro. Ritratto di Rodin di Giovanni Manzoni

Scultura di sperimentazione. Alis/Fiol sono Eud alla Fondazione Pomodoro

Scultura. Come aspettavamo e speravamo sotto il suo segno è stata la nostra prima visita alla nuova sede della Fondazione Arnaldo Pomodoro in via Vigevano, e noi l’abbiamo visitata per la prima volta in occasione della mostra Eud, prima personale a Milano del duo Allis/Fiol, formato da Davide Gennarino e Andrea Respino.

Eud come due letto al contrario, due come gli autori che lavorano come uno solo nella ricerca di un esito contemporaneo alla scultura figurativa, due come le opere al centro della sala risultanti da analisi e confronto del linguaggio di due giganti della storia dell’arte.

 

Scultura come fantascienza nella nebbia artificiale di Eud. Fondazione Arnoldo Pomodoro

Scultura sperimentale alla Fondazione Pomodoro Alis Fiol son Eud. Deformazione della figura, ph. Sofia Obracaj

 

Consigliamo la visita possibile fino al 27 ottobre, proprio per la prova sperimentale degli artisti nell’ambito della scultura. L’abbiamo trovata Interessante per la rilettura disciplinare e tematica, che unita all’allestimento site specific si configura come un’installazione immersiva.

Bastano infatti dieci minuti all’interno della sala riempita di nebbia per trovarsi in un ambiente che dapprima ci disorienta e poi ci fa concentrare sulle figure che possiamo individuare dopo pochi secondi, come se attraverso una diminuzione percettiva e sensoriale la scultura in quanto unico elemento concreto e materiale ci possa avvicinare ad una realtà nuova e artificiale, che va accettata nella sua contraddizione di realtà soggettiva e fisica nello stesso tempo.

 

Sculture e Visitatori nella nebbia artificiale di Eud. Fondazione Arnoldo Pomodoro

Scultura sperimentale alla Fondazione Pomodoro Alis Fiol son Eud. Visitatori durante il vernissage, ph. Sofia Obracaj

 

Attraverso questo semplice e suggestivo “effetto speciale” quasi da film horror l’attenzione è focalizzata sulla tecnica, su quello che viene definito un lavoro di scultura e soprattutto sulla scultura, un’indagine sulla storia dei suoi generi e delle sue tecniche tradizionali, come avviene in tutta la ricerca di Allis/Fiol attivi come duo dal 2007. Il riferimento preciso è in questa sede il busto commemorativo della scultura accademica ottocentesca, pur nella sua deformazione.

 

Ais fiol alla Fondazione Pomodoro. Ritratto di Rodin di Giovanni Manzoni

Scultura sperimentale alla Fondazione Pomodoro. Alis Fiol sono Eud. Un altro ritratto di Rodin, disegno di Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

E’ riconoscibile il modello di Medardo Rosso e Rodin nella resa dei ritratti barbuti delle due sculture, costrette ad essere unite e incastonate in quest’opera come per la legge del contrappasso dei due artisti storicamente “rivali” in un girone dantesco. Il linguaggio disciplinare però esaspera il superamento di una logica oggettiva come quella di Rodin concepito da Rosso, innestando altre figure alla struttura verticale che le sorregge e le ingloba, come in una lapide che confonde l’immagine dei commemorati, tra la molteplicità dei soggetti e la materia volutamente informe e adescrittiva della base. E’ insomma un descrivere e un cancellare, rivelare e celare, tutta la dinamica di visita a questo spazio, nell’avvicinarsi fisicamente all’opera per scoprire particolari e a questo punto non afferrare la logica volumetrica dell’insieme.

 

Scultura e doppio ritratto nella nebbia artificiale di Eud. Fondazione Arnoldo Pomodoro

Scultura sperimentale alla Fondazione Pomodoro Alis Fiol son Eud. Rodin e Medardo Rosso nel 2017, ph. Sofia Obracaj

 

Anche nelle opere precedenti del duo artistico l’evocazione di un immaginario contemporaneo avviene attraverso la rilettura di tecniche e generi della tradizione, o la sua paradossale negazione. Ad esempio nel ciclo “ Fusione a neve persa” del 2008-2010, dove la cera da fonderia fu gettata in uno stampo di neve pressata, trasformando la cera persa, quella che solitamente si elimina nello stampo per creare un pezzo unico, in materiale restante, definitivo rispetto alla neve destinata a sciogliersi. Ancora l’inversione concettuale e pratica del “non finito” michelangiolesco in “non finibile” viene esplorata nel 2014 con l’opera “Fratelli”: due teste grottesche che resteranno per sempre presenti in senso precario e reversibile grazie al suo materiale di modellazione, il grasso industriale.

 

Sculture nel paesaggio nebbioso. Uno scatto ad Eud. Fondazione Arnoldo Pomodoro

Scultura sperimentale alla Fondazione Pomodoro Alis Fiol son Eud.  Uno scatto nella nebbia, ph. Sofia Obracaj

 

L’esposizione di Alis /Fiol è la quinta della serie delle Project Room, la terza nel 2017 con il progetto scientifico di Simone Menegoi. l’intero progetto della Fondazione Pomodoro nasce per mettere a disposizione di artisti under 40 le sue competenze e i suoi spazi al fine di promuovere i progetti sperimentali, ma anche per avvicinare l’arte contemporanea al pubblico dei giovanissimi, attraverso una serie di attività didattiche ideate e curate dal suo Dipartimento Educativo.

Michela Ongaretti

 

ALIS/FILLIOL. eud

PROJECT ROOM #5

Milano, Fondazione Arnaldo Pomodoro, Via Vigevano 9 . 

Fino al 27 ottobre 2017 dal martedì al venerdì, 11:00-13:00, 14:00- 19:00

 

Due figure. Eud. Fondazione Arnoldo Pomodoro

Scultura sperimentale alla Fondazione Pomodoro Alis Fiol sono Eud. Due volti noti

Tutto bene, dipinto di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate al Museo della Permanente

Che siate tornati o non ancora partiti, o vi trovate ad essere turisti cittadini, la Milano estiva offre alcune mostre interessanti da visitare. Tra queste consiglio la retrospettiva di Fang Zhaolin ( 1914-2006), per fare un tuffo nella pittura cinese moderna, senza allontanarsi dall’Italia e ad ingresso libero per poterla vedere e rivedere.

 

Fang Zhaolin in mostra, particolare de Scena Lavorativa

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, particolare di Scena lavorativa, 1990, inchiostro e colore su carta

 

L’esposizione è prodotta e ospitata dal museo della Permanente di via Turati, in collaborazione con il Museo Xuyang di Pechino e rimarrà aperta fino al 10 settembre. E’ curata da Daniel Sluse (direttore dell’Académie Royale des Beaux Arts di Liegi) con la collaborazione di Jean Toschi Marazzani Visconti, ed ha ricevuto il patrocinio della Regione Lombardia e dal Comune di Milano.

Si potrà esplorare il lungo percorso artistico della pittrice cinese attraverso ben 66 opere su carta di riso realizzate con inchiostro nero calligrafico e con pigmenti colorati, in entrambi i casi utilizzando il pennello calligrafico orientale, innovando la tecnica tradizionale per creare uno stile originale rispetto all’epoca e alle creazioni di altri autori conterranei; non diciamo necessariamente in territorio cinese perché molti lavori hanno visto la luce durante i numerosi viaggi e soggiorni esteri di Zhaolin. Molte opere sono di grandi dimensioni, rendendo l’esperienza di visita ancora più suggestiva.

 

Fang Zhaolin in mostra con un paesaggio innevato

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, La neve cade sulle montagne profonde, 1983, inchiostro e colore su carta di riso

 

Sicuramente Fang Zhaolin rappresenta un’eccellenza e un’ unicità nel panorama dell’arte cinese del ‘900, ma è anche interessante la sua figura intellettuale, una personalità libera che ha attraversato il secolo scorso, i suoi episodi tragici per la storia dell’umanità e per la sua storia umana. Perde il padre in tenera età e rimane vedova a trentasei anni, poi si trova a dover gestire l’azienda di famiglia e ad allevare otto figli, eppure continua a studiare e dipingere, allieva e discepola dei più grandi maestri cinesi. Per la sua ricerca intraprende molti viaggi e residenze di lunga durata in Asia, in Europa (soprattutto in Gran Bretagna), in Brasile e negli Stati Uniti, tornando diverse volte in patria.

 

Fang Zhaolin in mostra alla Permanente, un autoritratto

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, autoritratto

 

Il riflesso di tutto questo, dei viaggi e della conoscenza della storia dell’arte e dei movimenti artistici europei e mondiali, vive nella sua pittura che può ben essere considerata un ponte, un collegamento, tra la tradizione artistica e culturale cinese e quella occidentale. Le due visioni convivono nelle sue opere, pur mantenendo come punto di partenza ed osservazione la Cina; il suo linguaggio non si traduce quindi in un’appropriazione di stilemi del pre e post impressionismo, del fauvismo, del cubismo e dell’espressionismo astratto, piuttosto la lezione assorbita dei grandi maestri convive assimilata alla rappresentazione di paesaggi sublimi, paesaggi dipinti che spesso sono stati creati lontano dalla Cina e che sono perciò immagini mentali, generate dal ricordo e dall’osservazione passata, con un desiderio di “parlare cinese” al mondo pur nella comprensione e nell’arricchimento di ciò che è stato davvero innovativo per noi occidentali, che abbiamo guardato e guardiamo tutt’ora un’arte frutto di una cultura lontana.

 

La prima sala della mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, la prima sala con il grande dipinto dal titolo Tutto va bene

 

Il suo instancabile viaggio alla “ricerca della propria origine cinese” come scrive Sluse, la porterà a fare la conoscenza dell’arte moderna che sarà uno stimolo a comprendere meglio la propria cultura d’arte, per portarla come tutti i grandi artisti a volerla innovare. Ritrovare la sua tradizione per poterla vivere in maniera libera e personale.

 

Calligrafia di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Messaggio di Zhaolin a Meng Haoran, 1985, inchiostro su carta di riso

 

In questi lavori, degli ultimi quarant’anni carriera di Zhaolin, notiamo l’utilizzo di colori contrastanti e vivaci e la descrizione dei monti ergersi a momenti come figure geometriche quasi astratte a partire dal basso di uno specchio d’acqua popolato da piccole figure di un’umanità intenta nel lavoro quotidiano, con una prospettiva fuori dalle regole codificate dal nostro Rinascimento in avanti. I contorni scuri che a noi appaiono pennellate veloci capaci di costruire un ritmo musicale nel loro percorso sono qualcosa che noi occidentali non avvertiamo istintivamente di grande portata innovativa della disciplina impiegata da Fang Zhaolin, non essendo osservatori figli  della pittura cinese e la sua storia. Viene in nostro aiuto  il Prof. Yguo Zhang, storico dell’arte e direttore del Dipartimento di Calligrafia e Pittura Cinese della Poli Cultura di Pechino, già ricercatore del Museum of Fine Arts e al Metropolitan di Boston, che ci consola affermando che in realtà non sono molti i cinesi a conoscere a fondo la calligrafia, difficile da comprendere perché non è semplicemente un insieme di simboli e caratteri ma un’arte a sé, ma che tutti possiamo godere del suo risultato e dell’atmosfera evocata dalla raccolta di lavori in mostra.

 

Fang Zhaolin, il dipinto Montagne e Fiumi

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Montagne e fiumi, 1988, inchiostro su carta

 

Zhang fa notare come l’alternanza continua di inchiostri leggeri e densi, tra i grigi e i pigmenti colorati proviene dall’unicità di un talento che ha saputo integrare la calligrafia cinese tradizionale nella pittura. La calligrafia si trasforma in pittura utilizzando gli strumenti del pennello,  inchiostro, carta e pietra d’inchiostro, come mai prima, in un intreccio senza soluzione di continuità tra le due discipline.

 

Fang Zhaolin in mostra alla Permanente

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, La bellezza con pennello e inchiostro, 1987, inchiostro e colore su carta di riso

 

E’ lo stesso stile calligrafico ad evolversi dagli anni sessanta, si badi bene da quando i suoi spostamenti tra oriente e occidente si fanno più numerosi, punto di partenza con linee decise e nette verso un punto di arrivo caratterizzato da imprevedibilità più ricca e accentuata di linee pesanti e leggere, bagnate o asciutte, aspre e discontinue pronte ad accogliere e accogliere il colore nel loro percorso. Esplorando il soggettivismo del nostro novecento nel suo aspetto gestuale e istintivo, (qualcuno vede nei dipinti in mostra una eco della visione di Pollock, Kline, Kandinsky e Cézanne), Fang Zhaolin è cinese con il cuore, l’occhio e la mano; ancora vicina, forse più vicina, al suo territorio culla della sua ispirazione artistica.

 

Fang Zhaolin in mostra a Milano, montagne calligrafiche

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Salendo in alto al Festival del Battello del Drago, 1987, inchiostro e colore su carta

 

Fang Zhaolin, è tra i più grandi artisti cinesi, acclamata in patria dove la sua “avanguardia” pittorica ha lasciato una eredità indelebile. Se ora ci sono in Cina delle scuole che insegnano pittura insieme alla calligrafia, gran parte del merito è suo. Ha aperto un varco tra la divisione delle discipline e costruito un ponte tra oriente ed occidente.

 

Particolare di un dipinto della prima grande retrospettiva di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Migliaia di barche a vela, 1983, inchiostro e colore

 

Da vedere per entrare nelle atmosfere della Cina più antica e profonda, attraverso lo spirito e il pennello contemporaneo di una grande innovatrice.

Michela Ongaretti

 

Allestimento della mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, particolare dell’allestimento al Museo della Permanente allestimento

 

Tutto bene, dipinto di Fang Zhaolin

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Tutto va bene, inchiostro e colore su carta di riso

 

Una sala della mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, una sala centrale con molti lavori ad inchiostro e colore su carta

 

Retrospettiva di Fang Zhaolin , particolare

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, Guardando la cascata da lontano, 1991, inchiostro e colore su carta

 

Mostra di Fang Zhaolin a Milano

La pittura cinese a Milano. Fang Zhaolin signora dell’estate, una sala centrale

 

 

 

Ingresso al padiglione della Bolivia

La Bolivia a Venezia con un suo padiglione. Biennale internazionale e intercontinentale

Alla sua 57esima edizione, la Biennale d’Arte Contemporanea di Venezia ha quest’anno una partecipazione nazionale in più, la Bolivia.

 

La Scuola dei laneri ospita l'esposizione nazionale della Bolivia

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. La Scuola dei Laneri ora Padiglione di Bolivia, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Per la prima volta dalla nascita della manifestazione lo stato plurinazionale ha un suo padiglione nel centro della città lagunare, precisamente nella Scuola dei Laneri, con due artisti nazionali e un ospite europeo, rendendo davvero intercontinentale la programmatica e richiesta collaborazione internazionale per la realizzazione di un progetto artistico. Con un padiglione esclusivo finalmente la Bolivia ha la possibilità di creare dialogo tra diverse opere e artisti su una tematica specifica, L’Essenza, in un progetto unitario e originale. Colori accesi e vitalità come promette la bandiera di Bolivia accolgono il visitatore, ma i contenuti veicolati alle opere esposte sono tutt’altro che leggeri.

Il tema scelto ed esplorato dai suoi protagonisti è “L’essenza” dell’uomo nell’espressione artistica, intesa come valore da difendere e da ricercare in un mondo sempre più massificato e poco dedicato ai reali bisogni, a mantenere identità culturali e sociali. La Bolivia esplora l’essenza contemporanea, in particolare dedicando attenzione all’interculturalità e la relazione tra globale e locale con due artisti boliviani, Sol Mateo e José Ballivián, e il greco Jannis Markopoulos, scelti per il loro valido percorso artistico visto la prestigiosa occasione, e la rispondenza tra la loro ricerca e il tema proposto.

 

Le istituzioni e gli artisti presenti durante il vernissage del padiglione boliviano a Venezia

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale.Istituzioni e artisti, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia a Milano.

 

Le bandiere esposte durante la cerimonia di apertura, alla presenza del Consolato Generale della Bolivia di Milano, erano tre: oltre a quella italiana e alla nazionale, la Greca e la Tedesca in rappresentanza degli stati che hanno reso possibile il progetto con finanziamenti e supporto scientifico. Le sponsorizzazioni nazionale e internazionale più cospicue sono state rispettivamente quella Goethe Institut in Bolivia e Bernheimer Contemporary in GermaniaAd intervenire per primo José Bedoya Saenz, Direttore del Museo Nazionale d’Arte a La Paz, come Commissario generale rappresentante la Bolivia alla Biennale di Venezia del 2017 che con il supporto dell’intera equipe del Museo Nazionale d’Arte e con il sostegno della Fondazione Culturale della Banca Centrale, ha scelto il tema e si è avvalso della professionalità di due giovani curatori che hanno collaborato alla realizzazione del Padiglione: Juan Fabri, già curatore del Museo, l’italiano Gabriele Romeo, critico d’arte incaricato dello sviluppo in relazione all’ente veneziano. A partire dal concept questi tre curatori hanno lavorato di concerto, incontrandosi per la prima volta a Berlino per definire l’esposizione come scambio interculturale.

 

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Opere di Ballivian e Mateo, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Opere di Ballivian e Mateo, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Partendo dal concetto generale della 57esima Biennale internazionale “ Viva l’Arte Viva”, inteso come esclamazione entusiasta della posizione dell’artista contemporaneo, si ispira l’ideazione della mostra boliviana, dove l’atto artistico rappresenta un atto di resistenza umanistico al condizionamento del potere (economico) che schiaccia l’espressione libera e diversificata, l’identità di diverse culture e idee. Da questa base che pone l’arte tutta come una scommessa ispirata per l’umanesimo si raggiunge il cuore, il motore di ciò che muove il fare artistico, la ricerca di chi è fondamentalmente uomo tra gli uomini e continua a cercarne la ragione per cui possiamo restare tali in libertà: l’Essenza è da trovare e da difendere con gli strumenti e il linguaggio dell’arte contemporanea soprattutto da regioni latinoamericane come la Bolivia dove molti valori consumistici dell’occidente sono entrati nella quotidianità della popolazione.

 

La Bolivia a Venezia . Biennale Intercontinentale. Lincoln acefalo in una wunderkammer, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

La Bolivia a Venezia . Biennale Intercontinentale. Lincoln acefalo in una wunderkammer, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Al centro della sala l’opera di Sol Mateo, dalla Bolivia in padiglioni di altri stati, l’artista nei suoi anni giovanili aveva già partecipato ad un’edizione della Biennale Internazionale. Si presenta come una scultura che può essere semplificata nella sua lettura in senso verticale e riflette sulla condizione dell’uomo nel nostro tempo, nella quale è condizionato e scisso dalla superficialità di internet e dei social media.Questa è per Mateo “l’essenza del colonialismo” del mondo contemporaneo, espressa attraverso i mass media odierni che condizionano il nostro modo di vedere ed essere visti dagli altri impedendo la visione della vita reale e costringendoci a dare una rappresentazione positiva fittizia. L’occidente e la sua degenerazione sono rappresentati da alcune sue “icone”, come l’ormai onnipresente e qui dominante dall’alto pollice in alto dei “like” di facebook e un poco più in basso, riconoscibile ma da un numero inferiore di persone effigie scolpita del presidente americano Abramo Lincoln, simbolo dell’impero economico vincente ma divisa in due come il globo che contiene, spezzata come l’uomo di fronte al sogno americano ormai sempre meno credibile come promessa di felicità, senza testa perché il contatto tra le persone rimane immateriale nella realtà virtuale e digitale. Più in basso ancora ci sono solo macerie. Sono prive dei colori degli altri elementi dal gusto pop e su una scala gerarchica di popolarità all’ultimo posto. Chi vuole vedere o riconoscere la crisi valoriale in cui il mondo intero versa, alla costante ricerca di un’effimera notorietà? Eppure la distruzione totale ha un pregio, perché per l’artista sono ceneri dalle quali l’uomo moderno può o deve necessariamente rinascere, senza i sovrastanti modelli.

 

Genetic Mutation of Colonialism di Sol Mateo

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Genetic Mutation of Colonialism, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Tutto lo spazio e le opere in mostra per la Bolivia si integrano per avvicinarsi alla visione rinascimentale a cui si ispira tutta la manifestazione, a partire dal lavoro di Mateo nell’immagine statuaria rappresentativa che proprio dal primo rinascimento ha iniziato ad avere sempre più peso, anche se qui svuotata di senso celebrativo.

 

Gabriele Romeo , uno dei curatori del padiglione di Bolivia con Juan Fabbri e José Bedoya

La Bolivia a Venezia. Il curatore Romeo davanti all’opera di Yannopulos, ph. Sofia Obracaj, court. Consolato Generale di Bolivia

 

Come ci spiega il curatore Gabriele Romeo fondamentale chiave di lettura del padiglione è la sua integrazione con lo spazio, in relazione agli input della direzione generale della biennale di riferirsi al Rinascimento, del resto il luogo stesso appartiene a quell’epoca e oggi vogliamo cercare l’arte viva attraverso un discorso disciplinare che venne fatto agli albori della nostra modernità. Già la pianta quadrata della sala rimanda ad una concezione spaziale rinascimentale, come nella Sagrestia Nuova di S. Lorenzo progettata da Michelangelo per fare un esempio eccellente, per cui le tre sculture sono posizionate rispettando principi di proporzione ed euritmia nel luogo. Sono sculture e installazioni perchè richiamano anche il valore della scoperta che ebbero durante l’umanesimo i primi scavi archeologici che nutrirono i primi nuclei di grandi collezioni al giorno d’oggi visitabili.

 

I tessuti della danza Waka Waka secondo Ballivian

La Bolivia a Venezia con un suo padiglione. Biennale Intercontinentale. La Waka Waka di Ballivian, particolare dei tessuti, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

La necessità di chiamare un’arte “viva” secondo la chiamata a tutte le nazioni della 57esima Biennale è quella di avvicinare il pubblico sia nella fruizione che nel collezionismo e parlando di scultura essa si presenta oggi, per restare viva, sotto nuove forme che vogliono inserirsi in un contesto architettonico con un contenuto concettuale, per questo diventano installazioni. Nell’esposizione della Bolivia Il legame con il rinascimento risiede anche nell’integrazione disciplinare con l’artigianato perchè stiamo attraversando un periodo dove l’artista vuole sperimentare la sua diversità e vuole scegliere e praticare personalmente una tecnica realizzativa. con che cosa esprimerla.

 

Pajsaje Marca di Josè Ballivian

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. L’installazione Pajsaje Marka, partic., ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

José Ballivián ad esempio ha curato personalmente ogni elemento della sua opera, osservabile a sinistra della sala. la scultura riproduce la sagoma e la mole di due tori, elementi della danza andina della Waka Waka, presente nella sua folkloristica apparizione per riflettere sugli accordi e disaccordi culturali di una società multietnica e multiculturale come la Bolivia. La danza è anche la memoria storica di un cambiamento, quando la colonizzazione spagnola portò nella nazione i tori, modificando per sempre il territorio con aree destinate a coltivazioni nuove. Quando fu inventata  dalle comunità aymara l’intento era di ironizzare sugli usi e i costumi dei colonizzatori, sopra tutte le corride, ma la presentazione di un rituale coreografico qui trascende in una vera e propria scenografia che utilizza gli strumenti linguistici del contemporaneo, per affermare l’essenza nella mancata pacificazione di un processo. Siamo fatti così, eredi della contraddizione di rendere vistoso un capestro pur denunciandone la sua opposizione storica. Pur tipicamente le due teste di wakas che da un unico corpo si rivolgono a due direzioni diverse, metafora dell’incontro/scontro coloniale non contengono il corpo umano che dovrebbe continuare a farle danzare; la figura mancante del rituale prende in prestito il busto scultoreo da una parete della Scuola dei Laneri, perché l’integrazione culturale è possibile attraverso l’arte che porta l’essenza boliviana nel mondo. La scultura è viva perché animata dagli stessi elementi architettonici e mossa dal principio di integrazione disciplinare contemporaneo e rinascimentale, è uscita metaforicamente e fisicamente da uno spazio definito e statico interno all’opera, diventando una vera e propria installazione per la Bolivia a Venezia.  

 

Integrazione nello spazo delle opere scultoree con Josè Ballivian alla Biennale d'Arte

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Integrazione, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Sul fondo della sala sono esposti anche dei preziosi disegni a matita delle figure umane qui mancanti della waka waka, evocative ma non certo documentarie perché mescolano liberamente al costume tradizionale della danza le maschere della Lucha libre, anche indossate da donne.

 

Lucha Libre e waka waka nei disegni di Ballivian

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. i disegni di Ballivian, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Per quanto riguarda la grande opera sulla destra di Jannis Markopoulos sempre secondo Romeo il riferimento all’epoca rinascimentale è chiaro e consapevole perchè è come se l’artista avesse montato una wunderkammer con tanti oggetti che appaiono in una dimensione ingrandita, resi a misura d’uomo perché le scoperte della nostra contemporaneità ci fanno visualizzare in maniera più comprensibile dettagli di culture lontane dalla nostra, azzerando o riducendo molto le distanze e la comprensione, pensiamo ad esempio alla tecnologia digitale che con il semplice movimento di due dita ingrandisce i particolari di immagini a video.

 

Amphibian Spaces di Jannis Maropoulos

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Vista di Amphibian Spaces di Marcopoulos, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Per l’artista greco che ha collaborato attivamente con Goethe Institut per l’ideazione del padiglione della Bolivia,  l’Essenza è da ricercare in vari “semi” corrispondenti agli elementi preziosi di questa camera delle meraviglie, e tuttavia è dall’insieme di questa “collezione” che si forma, non dalle singole sue parti. L’Essenza Umana trascende frontiere, bandiere, lingue e religioni che caratterizzano gli ambienti ma rappresentano anche un limite culturale. La riflessione filosofica qui nasce all’interno di un concept che sviluppa al suo interno la valorizzazione incrociata di scultura e architettura, con la struttura scenografica ricavata soprattutto attraverso materiali poveri come la carta, da sempre identificativa della scrittura e quindi del linguaggio, e che manifesta la sua fragilità metaforizzando la precarietà dell’individuo nella società: diventa quindi installazione generata dallo stesso principio che muove la più contemporanea delle discipline, il design. E quest’ultimo altro non è che una evoluzione integrativa di scultura, arti applicate e architettura, fiorita dal seme rinascimentale.

 

Dettaglio dell'opera di Marcopoulos

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Amphibian Spaces, particolare, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Potete visitare l’esposizione dello Stato Plurinazionale di Bolivia presso la Scuola dei Laneri, Salizada San Pantalon 131/A. Venezia

 

Un oggetto come un seme della cultura definisce l'essenza dell'umanità

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. Dettaglio di Amphibian Spaces, particolare, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Ballivian mostra gli ospiti della Biennale i suoi disegni

La Bolivia a Venezia. Ballivian mostra i suoi disegni a Giovanni Manzoni, artista italo-boliviano, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

Il padiglione boliviano alla 57esima Biennale d'Arte di Venezia

La Bolivia a Venezia. Biennale Intercontinentale. La sala durante l’inaugurazione, ph. Sofia Obracaj, courtesy Consolato Generale di Bolivia

 

 

Opere di Adel Abdessem ed El Anatsui

La Terra Inquieta. In Triennale il Linguaggio dell’arte e della crisi.

L’inaugurazione della grande mostra “La Terra Inquieta” in Triennale, ideata e curata da Massimiliano Gioni, promossa da Fondazione Nicola Trussardi e Fondazione Triennale di Milano, ha generato alcune polemiche e continuerà a far discutere. C’è tempo fino al 20 agosto per una visita senza dubbio consigliata e che non lascerà indifferenti, sia per i contenuti che per il linguaggio usato.

 

Yto Barrada, Couronne d'Oxalis

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. In Triennale a Milano Yto Barrada, Couronne d’Oxalis ,Courtesy Yto Barrada and Sfeir Semler Gallery

 

L’arte non è cronaca. L’arte non è per forza politica. L’artista è libero per natura di esprimere dissenso o partecipazione, ma noi non crediamo si possa pretendere dall’arte delle risposte precise o l’adesione ad un programma politico in senso pragmatico.

Sicuramente l’intento della Fondazione Trussardi di “mettere al centro della propria missione il presente in tutte le sue accezioni” non poteva esimersi di trattare un tema scottante come quello della migrazione e la crisi dei rifugiati. Riflettere su questo argomento in termini artistici significa per forza prendere una posizione, partire da un punto di vista personale, perché gli artisti sono persone con una storia di vita e un’origine, persone che vivono il presente in quanto territorio instabile, dove la globalizzazione è senza dubbio motivo di crisi, di cambiamento e non sempre esperienza di progresso.

 

Francis Alÿs, frame dall'installazione Don't Cross the Bridge Before You Get to the River

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Francis Alÿs, frame dall’installazione Don’t Cross the Bridge Before You Get to the River, realizzata in collaborazione con Julien Devaux, Felix Blume, Ivan Boccara, Abbas Benheim, Fundación NMAC Montenmedio Arte Contemporáneo, e i bambini di Tangeri e Tarifa.

 

Artscore ha partecipato alla presentazione istituzionale con il curatore e gli enti organizzatori, e ritiene questa mostra necessaria e straordinaria per il momento storico e per la visione dei suoi protagonisti. Noi lo possiamo dire perché l’abbiamo vista, ci siamo addentrati nelle sale dove sono presenti diversi linguaggi dell’arte contemporanea come l’installazione -soprattutto-, video, scultura e pittura, che confrontano la loro rappresentazione del tema con quella dei media. Non ci siamo fermati alla teoria della linea curatoriale, abbiamo visto le opere.

 

Terra inquieta tra i confini

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. In mostra in Triennale fino al 20 agosto

 

Ci sembra invece che l’articolo di Gemma Gaetani apparso sul quotidiano “La Verità” dal titolo “La mostra negazionista sugli arrivi” ragioni sul contenuto, e ancor meno sul linguaggio, del lavoro artistico. Non è la Triennale con questa esposizione il luogo adatto a fornire soluzioni politiche e pare chiarissimo a qualunque visitatore quanto l’immigrazione non sia affatto “meravigliosa”, quanto non siano affatto evitati lo schiavismo e lo stato di emergenza. Massimiliano Gioni ha sì espresso l’idea che “l’arte possa offrire nuovi chiavi interpretative per capire la realtà”, ma parliamo appunto di interpretazione soggettiva, che viene dalla visione personale dei sessantacinque artisti provenienti da vari paesi del mondo, ad esempio Albania, Algeria,Bangladesh, Egitto, Ghana, Iraq, Libano, Marocco, Siria e Turchia, toccati dal destino della migrazione, e le loro opere parlano di trasformazioni epocali viste da dentro, ragionando spesso con il linguaggio della metafora.

 

Opere di Adel Abdessem ed El Anatsui

La Terra inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Vista della sala con le opere di Adel Abdessem ed El Anatsui©Marco De Scalzi

 

Di altro tenore il pezzo su libero.it “Ma nel terzo millennio anche l’Occidente è una “Terra inquieta”, scritto da Luca Beatrice, critico d’arte e curatore di rilievo che spende parole più rispettose per l’impresa del collega Gioni, pur lamentandosi del fatto che lo sforzo sempre interpretativo sui “devastanti segnali” della disuguaglianza sul nostro pianeta, compresi “la (fallita) trasformazione globale, le guerre, l’immigrazione, la crisi dei rifugiati, gli esodi” si concentri su “quei territori solo apparentemente marginali, come la Siria o Lampedusa”.

 

Black Market, installazione di Pawel Althamer

La Terra Inquieta. Il Linguaggio dell’arte della crisi. Black Market, installazione scultorea di vari materiali di Pawel Althamer.

 

In effetti La Terra inquieta, il cui percorso occupa buona parte della Triennale, dalla galleria al piano terra fino al piano superiore, racconta l’instabilità focalizzandosi su una serie di nuclei geografici e tematici come il conflitto in Siria, lo stato di emergenza di Lampedusa, la vita nei campi profughi, la figura del nomade e dell’apolide. Non tocca la crisi delle grandi città occidentali nell’accoglienza dei migranti, questo è vero. Ma noi siamo ancora dell’idea che i linguaggi adottati siano il punto forte dell’esposizione, per chi anche se ora ha la fortuna di trovarsi rappresentato in una mostra istituzionale, ha vissuto sulla propria pelle uno spostamento traumatico che ora informa la sua opera. Sono tutti interventi che partono dalla soggettività, che vivono i fatti più che esporli.

 

Wafa Hourani, Qualandia 2087

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Wafa Hourani, Qualandia 2087

 

La narrazione è della crisi e ad essere messa in crisi è la sua stessa narrazione.

Ci sono opere che si avvicinano al reportage stravolgendolo, mescolando metafore visive a scene che testimoniano momenti reali, pensiamo alle installazioni su tre video di John Akomfrah e Isaac Julien, per alcuni i codici del documentario si fondono a quelli della letteratura e dell’autobiografia e della finzione, per questo conta di più il viaggio dell’arrivo. Inquieto è ciò che è instabile: nel momento più precario, quello in cui si sta cambiando la condizione, è visto dal punto di vista interiore.

 

Vista dell'installazione di John Akomfrah, Vertigo Sea

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Vertigo Sea di John Akomfrah, 2015. Installazione video su tre canali. Ph. Sofia Obracaj

 

Il linguaggio dell’arte contemporanea si confronta quindi per molti dei presenti con quello (sedicente) oggettivo dei mass media, utilizzando gli stessi strumenti per interrogarsi sulla funzione dell’artista nel testimoniare eventi traumatici, la sua responsabilità civile e sociale di fronte alla Storia. E’ interessante vedere nel centro della mostra il confronto con la documentazione d’inizio novecento, fotografie o riviste illustrate come la Domenica del Corriere, quando le notizie sull’immigrazione riguardavano cittadini italiani.  

 

Bouchra Khalili, The mapping Journey project

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Bouchra Khalili, The Mapping Journey Project

 

Bouchra Khalili è un’artista marocchina che con l’installazione video, The Mapping Journey Project permette di sentire dalle voci di chi è partito dall’Africa l’odissea dei suoi spostamenti in mare. E’ semplice nelle informazioni che vengono trasmesse, non c’è sentimentalismo né chi parla viene rappresentato come una vittima o giustifica con una tragedia la sua necessità di trasferirsi in Europa, il video segue il percorso che spiega le tappe e le persone che forniscono i documenti o l’imbarco sui diversi mezzi di trasporto. Sono storie vere che disarmano perché testimoniano una prassi.

Altri linguaggi sono invece stravolti in senso grottesco, come i disegni le animazioni su foto di Rokni Haerizadeh: la possibile cronaca diventa illustrazione mostruosa, rifiutando un estetizzazione e togliendo visibilità ai soggetti rappresentati, quell eccesso di visibilità dato dai media, per entrare nel sentimento vissuto in quelle immagini.

 

Illustrazione di La Terra Inquieta. Linguaggio dell'arte e della crisi. Illustrazione di Rokni Haerizadeh

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Illustrazione di Rokni Haerizadeh, particolare in mostra alla Triennale di Milano

 

Nella crisi globale è l’immagine stessa che si fa precaria, il linguaggio riflette questa non definizione di una struttura, come se fosse sempre in movimento tra diversi codici narrativi e disciplinari, mettendo in crisi il concetto stesso di verità come narrazione univoca, ed è la fruizione di questo meccanismo d’incertezza a rendere l’immagine “moving”, commovente secondo T. J. Demos nel suo The Migrant Image, studiato dal curatore Massimiliano Gioni.  Un esempio del rifiuto della voracità dei mezzi di comunicazione di massa, del diritto alla dignità dell’immagine con modalità nuove, sta anche nelle elisioni dei volti nei video di Mounira Al Solh; il passo è breve verso il diritto all’opacità,  per usare le parole di Édouard Glissant, il cui titolo di una raccolta poetica viene utilizzato come titolo della mostra, sfuggire alla rappresentazione costante e diretta dei rifugiati.

 

Corridoio di installazioni video in Triennale

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Installazioni video

 

La dignità dell’immagine si può tradurre in senso scultoreo nel recupero della tradizione solenne del monumento funebre: più o meno consapevolmente la scultura riprende la funzione memoriale, combinando riferimenti a quella civica del XIX secolo al minimalismo, restando però instabile e fragile nella sua struttura, non fosse altro che per il deterioramento dei materiali impiegati, come la Terra. Penso alla barca carica di rifiuti in mezzo alla sala del primo piano di Adel Abdessemed “Hope”, ma penso anche alle bandiere degli stati europei ricoperte di fango di Pravdoliub Ivanov proprio all’ingresso della mostra.

 

Adel Abdessemed, Hope

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. La scultura Hope di Adel Abdessemed, ph. Sofia Obracaj

 

Del movimento e delle migrazioni fanno parte anche le merci, anzi è molto più facile per gli oggetti superare confini geografici, politici, economici e persino ideologici. Un bene di consumo può essere trasformato a piacimento per essere usato worldwide: l’enfasi più chiara è per noi nella “tela” “New World Map” di  El Anatsui, un mosaico di lattine schiacciate intessute come un tappeto, a posizionarsi in una mappa mondiale sulle zone interessate alla sua presenza commerciale.

 

El Anatsui, New World Map

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. El Anatsui, New World Map in Triennale a Milano©Gianluca Di Ioia

 

Poiché però nella precarietà si vive, può esserci anche un messaggio più speranzoso nell’adattamento, come nel dipinto di Liu Xiaodong, associando una nuova lotta per la dignità alla struttura del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, con i volti degli immigrati residenti nel quartiere dell’artista. Oppure la figura dell’apolide può cercare comunque un’identità in uno stato, nell’unico territorio senza confini fisici come lo stato del Vaticano, che per noi è più semplicemente usato metafora del confine fittizio.

 

Un dipinto di Liu Xiadong in Triennale

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. La sala con il dipinto di Liu Xiaodong©Gianluca Di Ioia,La-Triennale.

 

Ci sono artisti che non abbiamo citato che presentano alla Triennale di Milano opere memorabili, potete avere l’idea politica che volete, ma farvi trasportare dall’inquietudine del loro linguaggio farà (com)muovere la vostra visione del mondo.

Da vedere per come l’arte nella precarietà, come condizione esistenziale universale, trasforma il linguaggio della modernità.

Michela Ongaretti

 

Il curatore de La terra Inquieta

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Massimiliano Gioni risponde ai giornalisti, ph. Sofia Obracaj

 

Video e scultura. La Terra Inquieta

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Video e sculture. Ph. Sofia Obracaj

 

Installazione de La Terra Inquieta

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Installazioni, ph. Sofia Obracaj

 

La terra Inquieta, sala della mostra

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Una sala della mostra, ph. Sofia Obracaj

 

Mirosław Bałka, disegno di Giovanni Manzoni Piazzalunga

Un corpo a misura del simbolo all’Hangar Bicocca. Crossover(s) di Mirosław Bałka

Mirosław Bałka. Questo nome val bene una visita al Pirelli Hangar Bicocca per la prima importante mostra retrospettiva dell’artista polacco: Crossover(s). E’ un viaggio di mente e corpo attraverso le navate di un tempio dell’arte contemporanea, tra sculture, installazioni e video realizzati dagli anni novanta ad oggi, con progetto espositivo site-specific e una nuova produzione video per l’occasione, a cura di Vicente Todolí e possibile fino al  30 luglio 2017.

 

Ritratto di Miroslaw Balka per Artscore.it

Un corpo a misura di simbolo. Mirosław Bałka, disegno di Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Scostate le tende ci lasciamo immergere dal buio. Serve del tempo per adattare la vista, e in questa condizione cambia la percezione del nostro corpo nello spazio, gli altri sensi concorrono a guidarci.

Come in una processione sacra sappiamo già che ci fermeremo in diciotto stazioni, ma quello che non avremmo immaginato è l’esperienza percettiva fin dal primo istante, la sensazione che la misura del corpo umano funga da lente di ingrandimento plastico sulla comprensione simbolica delle sculture monumentali.

 

Common Ground, Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, vista di Common Ground tra le navate dell’Hangar Bicocca

 

Per godere al meglio di questi stimoli è utile sapere fin dal principio che esiste un riferimento letterario, l’esistenzialismo di Samuel Beckett in primis, e biografico, forte in tutto il lavoro dell’artista polacco, ad accrescere e suggerire una riflessione sulla condizione umana che non nasconde i suoi lati più oscuri e indelebili. Tutta l’esposizione è in effetti un “crossover” tra elementi che appartengono alla dimensione o al vissuto individuale ed altri riferimenti ad episodi per come li ha consegnati la Storia, attraverso la memoria collettiva.

 

Wege zur Behandlung zum Schmerzen, Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Wege zur Behandlung von Schmerzen, 2011, Veduta dell’installazione, Four Domes Pavilion a Wroclaw, 2011 Courtesy dell’artista, ph. Lukasz Kropiowski

 

Eppure questo viaggio non procede con incedere grave e sofferente ma riesce ad incuriosire e persino a sorprendere incrociando la guida visiva attraverso l’esperienza dell’opera con tatto, olfatto e udito. Il percorso diviene ancora più immersivo per l’utilizzo dello spazio in tre dimensioni, altezza, lunghezza e profondità, per le opere che si possono trovare su pavimento, pareti o soffitto ( 15 x 22 x 19, hard skull) delle navate dell’Hangar.

Noi partiamo da un punto di vista privilegiato perché abbiamo potuto assistere alla visita “From one to infinite”, guidata dallo stesso artista e dal critico Julian Heynenche segue il suo lavoro da molti anni. Artscore vi racconta oggi la cronaca di questo viaggio con l’intenzione di invitare i suoi lettori a ripercorrerlo in libertà, con la conoscenza di base di alcuni dei principi informanti di alcune opere. Crossovers si configura come una preziosa retrospettiva, perciò si ricorda che ogni installazione ha avuto una genesi autonoma e una collocazione precedente in altri musei di arte contemporanea. In più l’ambiente dell’hangar ha favorito la presenza monumentale delle opere, la loro fruizione tridimensionale, nel loro apparire dal buio come epifanie fisiche e pesanti, come mammut del ventunesimo secolo, carichi di una condizione esistenziale senza tempo.  

 

Le installazioni di Miroslaw Balka To be e The Right Path

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, L’installazione To Be e sullo sfondo The right path, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

La condizione corporea riflette dunque una condizione esistenziale, ed è mediante l’attivazione di uno o più sensi che una scultura o un’installazione prende forma per portare l’osservatore ad una riflessione più ampia che coinvolga linguaggi o forme espressive molto differenti. Ma non solo, la figura umana è spesso rappresentata dalla sua misura; spesso i titoli delle sue opere riportano misurazioni reali, in centimetri, del corpo dell’artista. E’ questa per noi una cifra concettuale precisa, basterebbe questa considerazione per comprendere gran parte del senso della sua pratica artistica: tutto quello che viene prodotto nella sua arte è fatto con l’uomo e dall’uomo, ad esso si rivolge e su di di esso si interroga. In fondo la Storia è fatta dagli uomini con un pensiero che si traduce in azione, possibile solo in carne ed ossa, come carne ed ossa possono leggere il simbolo.

 

Common Ground, Balka all'Hangar Bicoccca

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka all’Hangar Bicocca, Common Ground, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

Il viaggio inizia dal buio per portarci verso il primo punto di luce corrispondente all’installazione Common Ground (2013-2016), un tappeto formato da 178 zerbini domestici che secondo le parole dell’artista ha una connotazione politica. L’evocazione è qui ad un rituale, come in tutte le altre “stazioni” del resto, quello di ripulire le scarpe prima di accedere ad uno spazio privato, ma ricorda anche l’interno di una moschea; è un luogo denso di individualità e di singole storie umane, i tappetini hanno infatti una straordinaria varietà anche nel livello di consunzione. Lo si percepisce subito come uno spazio invalicabile, un confine tra la dimensione esterna e interna, pubblica e privata che amplifica l’idea della possibile intromissione, del superamento di una soglia intima che accomuna tutti indipendentemente dalla cultura d’origine.

 

Soap Corridor (1995) Miroslaw Balka a Milano

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, Soap Corridor, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

Poco dopo siamo al cospetto della monumentalità incombente di Wege zur Behandlung von Schmerzen ( Percorsi per il Trattamento del Dolore, 2011) che in quanto scultura siamo invitati ad osservare girando attorno ad essa. La nostra azione mette a confronto l’opera precedente perchè se prima era necessario abbassare il capo ora dobbiamo volgerlo in alto per notare il getto di acqua di colore nero (qui l’ambiente non aiuta), associata all’eco che rimbomba altrettanto oscura. Una “anti-fontana” che ribalta il significato simbolico dell’acqua, nel suo rituale legato alla purificazione e alla guarigione del corpo, forse questa scultura è il punto più evidente di come la memoria collettiva del dolore diventi tema universale. Il suo trattamento consiste nella sua esplicitazione, sia se parliamo di un vissuto personale che di un evento sconvolgente nella Storia come l’Olocausto.

 

Wege zur Behandlung von Schmerzen (2011) di Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, Wege zur Behandlung von Schmerzen, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

Per un cittadino polacco il ricordo dell’incubo nazista è fisicamente presente in diversi luoghi, e spesso affiora per Mirosław Bałka, sempre attraverso una percezione fisica, sublimato in luogo metaforico descritto attraverso il corpo, con la sua intromissione sensoriale. Così interrompiamo il percorso logico della visita per arrivare subito a 250 x 750 x455, ø 41 x 41 /Zoo / T, installazione esposta per la prima volta nel 2007 all’Irish Museum of Modern Art di Dublino. Le misure del titolo e la struttura metallica ricordano un piccolo zoo che era stato costruito nel campo di sterminio di Treblinka, non lontano dall’abitazione di famiglia di Bałka.

 

250-x-700-x-455-ø-41-x-41-ZooT, di Miroslaw Balka

Mirosław Bałka, 250 x 700 x 455, ø 41 x 41/ Zoo/ T in occasione di “Nothere”, White Cube, Londra, 2008 Courtesy dell’artista e White Cube Photo Stephen White

 

L’artista dichiara l’assurdità di parlare sempre di numeri, sul tema dell’Olocausto, dimenticando gli individui, e qui è la volontà dell’individuo a rendere possibile il paradossale bisogno d’intrattenimento. Per questo motivo le misure reali della struttura sono ridimensionate alla misura del corpo di Bałka stesso, come l’altezza totale che corrisponde alla misura massima di occupazione verticale, con le braccia in alto. Il limite è dettato dall’umano fino alla soglia della sua deviazione morale. E sul confine materiale rimaniamo incerti, desiderosi di superare la barriera per entrare e osservare più da vicino un’azione in corso ma bloccati dalla sua visione dall’esterno, una rappresentazione che chiarifica senza purificare, che esplicita lo straniamento tra la funzione d’intrattenimento della struttura e il suo contesto: una lampadina è volta verso un recipiente dentro al quale cola con flusso costante del vino rosso, simbolo iconico del sangue di Cristo, un altro sacrificio metaforizzato attraverso una funzione organica.

 

250x700x455, diam. 41x41, Zoo, T, Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, 250x700x455, diam. 41×41, Zoo, T, © Attilio Maranzano

 

Molto vicina è l’opera “Primitive”: il volto blu e deformato di una guardia di Treblinka appare in loop su un monitor, frutto dell’appropriazione dell’immagine attraverso la Tv dal documentario sulla Shoah di Claude Lanzmann, quello che colpisce è il suo ingrandimento a misura naturale, la nostra.

 

Primitive, Miroslaw Balka 2008

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, Primitive, particolare del frame in loop

 

Ironico e amaro BluGas Eyes ( 2004), un video che mostra due fornelli accesi come due occhi umani e che dal titolo fanno pensare ad una canzone pop. Purtroppo dopo la seconda guerra mondiale il gas non può più essere un simbolo innocente e il filmato sul sale stimola la percezione del dissolvimento, dell’immagine instabile, come la situazione politica mondiale e il desiderio di sopraffazione dell’uomo sull’uomo.

 

BlueGas Eyes di Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, BlueGasEyes, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

Anche To be ( 2014) è visibile tridimensionalmente e richiama mediante il suono i visitatori. Un moto ad intervalli regolari attraversa in tutta la sua verticalità un tubo di metallo, proprio come un nervo umano trattiene, accumula e poi rilascia energia, e come per la natura umana nella Storia i momenti di quiete possono nascondere una violenza latente.

Ancora in senso verticale si sviluppa una colonna di saponette, più di dieci metri, precisamente 7x7x1010 (2000). Sono state collezionate in Varsavia a diversi stadi di utilizzo e consumo come gli zerbini, una memoria forte di un rituale quotidiano personale appartenente a tutti. Come ogni visitatore assocerà l’interpretazione al proprio vissuto intimo, così amplificando il principio questo lavoro è frutto del rimescolamento delle tracce di persone che in precedenza hanno utilizzato e “forgiato” il materiale per una scultura inconsapevole, per far sì che Balka possa definirla con ironia un’opera collettiva dei cittadini di Varsavia. Sempre il sapone è protagonista del Soap Corridor, opera presente in rappresentanza della Polonia alla 45esima Biennale di Arte Contemporanea di Venezia, nel 1995. Il senso dell’olfatto riempie questo spazio man mano lo si percorre, capiamo solo strada facendo di trovarci tra l’inizio e la fine della nostra esistenza: il sapone è il primo elemento con cui entra in contatto il nostro corpo, ma anche l’ultimo.

 

7x7x1010 di Miroslaw Balka, particolare

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka all’Hangar Bicocca, particolare di 7x7x1010

 

Sempre un corridoio, doppio quello di Cruzamento ( 2007), ci aspetta al centro delle navate. Per il titolo di quest’opera formata da due bracci percorribili che si incrociano, in griglie di acciaio, è usata la lingua portoghese perchè fu presentata per la prima volta all’esterno del Museu de Arte Moderna di Rio de Janeiro. Secondo l’interpretazione suggerita da Balka la fruizione, la visione di ciò che sta intorno all’opera è resa possibile e condizionata dalle griglie stesse, e a seconda della nostra posizione, interna o esterna, possiamo essere osservatori od osservati. Anche qui il corridoio allude alla condizione esistenziale di eterno viaggio, o attesa beckettiana verso una diversa condizione, dove il senso del tatto stimolato da ventilatori in punti nevralgici della croce rende consapevoli della transizione, e dove ancora le misure sono importanti per la metafora: puoi provare ad attraversare i corridoi in compagnia ma ti accorgi che in due appaiati non si passa, si nasce e si muore da soli.

 

Percorrere Cruzamento di Balka, Hangar Bicocca

Un corpo a misura di simbolo. All’interno di Cruzamento, Mirosław Bałka all’Hangar Bicocca, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

L’idea di un percorso circolare è suggerita dal video Holding the Horizon, inserita come prima opera ma non visibile dal principio perché collocata sulla parete sopra la porta d’ingresso, quindi fruita come ultima. Su uno schermo LED è riprodotta l’immagine instabile e in movimento dall’alto verso il basso di una striscia di carta gialla, su fondo nero. Come l’orizzonte è un’illusione, perché quando si crede di toccarlo lo si trova sempre lontano, così a una fine corrisponde sempre un inizio. L’instabilità dell’immagine torna a parlare di barriere tra visibile e invisibile ma percepibile: la responsabilità del peso del mondo che regge Atlas non è misurabile, si trasforma quindi in una indefinibile e per questo insostenibile leggerezza.

Michela Ongaretti

 

Fuorisalone ed oltre con Venice di Guzzini all'Orto Botanico

Fuorisalone2017 all’ Orto Botanico di Brera con Interni Material Immaterial. Design Islands nella Natura

Anche per questo Fuorisalone 2017 non può mancare una visita all’Orto Botanico di Brera. Merita sempre, ma ora è il momento migliore, sia per le splendide fioriture che per la speciale esposizione di Interni. Materiale Immaterial che anima la città per due settimane da quella del Salone del Mobile.  Il 2017 celebra i vent’anni del Fuorisalone come evento nato per iniziativa di Interni, la rivista internazionale dedicata al design che  ha contribuito quattro anni fa alla ristrutturazione dell’Orto Botanico, per restituirlo alla città come oasi verde fruibile in ogni stagione, sede di attività didattiche e scientifiche. Continue reading

Una donna veste un kimono tra le instalazioni di Casa Gifu alla MDW2017

Forza e leggerezza di Casa Gifu con Atelier Oï. Fuorisalone 2017 da Amy D

Il Giappone del design internazionale, insieme al lavoro artigianale della tradizione di Seki, nella regione di Gifu. Installazioni, scenografie, coltelli e katane, insieme al design puro degli arredi. Tutto questo lo trovate durante il Fuorisalone 2017 presso la Galleria Amy D, con Casa Gifu II dello studio di architettura svizzero Atelier Oï.

 

Particolari costitutivi del Minoshi Garden alla mostra Casa Gifu alla MDW2017

Atelier Oï alla galleria Amy D. Fuorisalone 2017 con Casa Gifu. Particolari costitutivi in primo piano dell’allestimento Minoshi Garden, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Il progetto nasce dalla partnership di Atelier Oï con il governo della provincia di Gifu nel Giappone centrale, e intende valorizzare le risorse uniche delle maestranze artigianali della zona, di antichissima tradizione, attraverso un format creato appositamente per il Fuorisalone di Milano. Non si limita alla salvaguardia delle conoscenze tramandate da generazioni ma si basa sul mutuo e profondo scambio tra manualità e know how artistico e scientifico antico e moderno, cercando dare una luce nuova alle numerose e ancora vive manifatture giapponesi.

 

Una donna veste un kimono tra le instalazioni di Casa Gifu alla MDW2017

Atelier Oï alla galleria Amy D. Fuorisalone 2017 con Casa Gifu. In kimono tra le installazioni, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

E’ quindi per il secondo anno che Amy D Arte Spazio ospita CASA GIFU , la dimora giapponese ricollocata in maniera effimera nel Brera Design District. Nella galleria di via Lovanio si terrà l’esposizione principale a cura di Atelier Oï che non sarà l’unica: sono infatti ad essa collegate le presenze dello studio giapponese in diverse sedi in città, come Palazzo Bocconi con Louis Vuitton, Artemide in Corso Monforte, l’hotel Four Seasons di via Gesù, e la Posteria di via Sacchi con Laufen Bathrooms. Fuorisalone ma anche Salone del Mobile di cui segnaliamo, sempre con Artemide, la partecipazione di Atelier Oï ad Euroluce 2017, con i gifoï di Hida Sangyo e ancora con scenografie per Usm e Passioni Nature.

L’imprinting scientifico della galleria ancora una volta non ci delude. e per chi varcherà la sua soglia ad aspettarlo ci saranno realizzazioni nate dallo studio approfondito di materiali e tecniche costruttive, con quell’eleganza formale tipica del paese del Sol Levante.

 

Manifattura giapponese alla mostra Casa Gifu alla MDW2017

Atelier Oï alla galleria Amy D. Fuorisalone 2017 con Casa Gifu. Coltelli giapponesi

 

Dopo aver esplorato nel 2016 una delle più antiche e raffinate produzioni di carta della regione di Mino,  e i lavori in legno di cedro originari di Takayama, nel 2017 la selezione verterà sul know how di Seki, oasi industriale e artigianale con l’acciaio delle sue lame, leggendarie in tutto il mondo per il loro potere tagliente e la loro resistenza. Per questo è presentata da Amy D Arte Studio una selezione di coltelli, taglierini e altri strumenti per tagliare oggetti, tessuti e alimenti, insieme ai componenti per la loro produzione che utilizza elementi tradizionali tramandati da generazioni lontane. Insieme ad essi potremo vedere una piccola collezione di pezzi storici tra cui le leggendarie katane. Sono esemplificati in 18 differenti manifatture ma il pezzo forte è  dei nostri giorni: si tratta della katana Honsekito disegnata dall’Atelier realizzata grazie ad una delle aziende artigiane più antiche di Gifu, il cui maestro rappresenta la ventiseiesima generazione della sua “casta”, è quindi utile a ricordare ed enfatizzare la portata della tradizione nella tecnico costruttiva contemporanea.

 

Una katana tradizionale alla mostra Casa Gifu alla MDW2017

Atelier Oï alla galleria Amy D. Fuorisalone 2017 con Casa Gifu e le katane tradizionali, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Questo lavoro sottolinea anche la vocazione alla trasversalità delle discipline che possono essere coinvolte nel design contemporaneo, al rapporto stretto con la materia e allo spirito di squadra di chi accoglie nel progetto competenze internazionali, peculiari di una storia, di una cultura materiale differente da quella dei designer che raccolgono quindi stimoli lontani nello spazio, ma anche nel tempo. La sperimentazione per Atelier Oï nasce da un rapporto intuitivo ed emozionale nella lavorazione di materiali diversi, coltivando le loro potenzialità nell’ottica dell’eccellenza locale per recuperare una conoscenza e per connetterla alle necessità progettuali: si parla la lingua di chi sa utilizzare al meglio una tecnica costruttiva magari applicandola a un diverso contesto, a un diverso prodotto.

 

Mobili e lampade di casa Gifu da Amy D

Fuorisalone 2017 da Amy D con Atelier Oï. Tavolo e sedie, lampade, piccole installazioni di Casa Gifu- Tutto ispirato alla carta giapponese.

 

E’ Seguendo questa logica che viene esplorato ancora una volta il mondo della carta: dalla conoscenza e rispetto per la sua creazione nasce una valorizzazione dell’effetto peculiare applicato all’interior design.  Atelier Oï ragiona in senso estetico sui processi quando declina l’antica tecnica di piegare la carta alla costruzione e al montaggio di mobili come tavoli e sedie, dal legno di diversi colori, ma notiamo come si possa avvicinare ancor più al recupero della tradizione con la sua eleganza formale alla vista del Minoshi Garden di Thomas Merlo & Partner (sempre in collaborazione con Atelier Oï), vincitore della scorsa edizione della Biennale d’Architettura a Venezia.  

 

Particolare del Minoshi Garden alla mostra Casa Gifu alla MDW2017

Atelier Oï alla galleria Amy D. Fuorisalone 2017 con Casa Gifu. Particolare dell’allestimento Minoshi Garden, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

In una stanza intrisa di essenze, per suggerire un’atmosfera soave e rarefatta, troviamo pendere dal soffitto una perfetta struttura modulare realizzata dalle manifatture giapponesi come una scenografia movibile dal vento, toccata dalla sensibilità artistica e delicata della composizione generale e realizzata nei suoi diversi elementi dalla carta semi-industriale Molza, ispirata alle manifatture artigianali di carta Washi di 1300 anni fa. L’allestimento si completa con degli specchi circolari che potenziano l’aspetto visivo dell’insieme delle numerose forme leggere e bianchissime; viste dal basso sembrano farfalle o piccoli uccellini in volo corale, che rivelano l’intenzione di catturare un momento nella Natura del Giappone. L’installazione sperimentale inoltre è stata progettata per poter essere facilmente ricostituita nella serie di altri progetti futuri con Casa Gifu.

 

Installazioni mobili con Casa Gifu. Fuorisalaone da Amy D

Fuorisalone 2017 alla galleria Amy D. Le installazioni mobili di Atelier Oï , ph Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Come il giardino sospeso può essere vissuto personalmente a seconda del percorso con cui si intende entrare nel suo spazio, con effetti diversi a seconda della posizione dello spettatore. Così dalla parte opposta della galleria, superata l’esposizione di lame dove si può assistere alla performance, in abito  tradizionale giapponese, di estrazione e fendente con Katana, sono in esposizione scenografie mobili azionabili con semplici gesti.

 

Atelier Oï per la MDW 2017 con Casa Gifu II

Atelier Oï con Casa Gifu II per il Fuorisalone 2017. La gallerista Annamaria D’Ambrosio prova un’installazione, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Sono ruote in carta con la struttura portante in legno che ricordano degli ombrellini orientali visti dall’alto quando sono aperti, ma sono anche parte di un marchingegno complesso costituito da tiranti e carrucole che permettono, mediante una leva in legno e grazie alla loro leggerezza, di essere sollevate una ad una per poi riscendere verso il basso, lentamente e con una veloce rotazione su se stesse.

 

I fondatori svizzeri di Atelier Oï

Fuorisalone 2017 alla galleria Amy D. con Casa Gifu. Aebi Aurel, Louis Armand, Reymond Patrick, i fondatori di Atelier Oï ©Joël von Allmen

 

Atelier Oï è stato costituito da 1991 a La Neuveville in Svizzera dai fondatori Aurel Aebi, Armand Louis e Patrick Reymond; da allora  ha ricevuto diversi riconoscimenti a livello internazionale per progetti di architettura, interior design,  design di prodotto e scenografia. Sempre dedicato a scambi culturali ed eventi creativi, ha firmato prodotti per Artemide, B&B Italia, Bulgari, Danese, Foscarini, Lasvit, Louis Vuitton, Moroso, Parachilna, Pringle of Scotland, Rimowa, USM, Victorinox e Zanotta.

Le aziende manifatturiere coinvolte nella presentazione al Fuorisalone 2017 di coltelleria sono: G.Sakai, Hasegawa Cutlery, Hattori Cutting Tools, Kai Industries, Kimura Cutlery, Kitasho, Marusho Industry, Mitsuboshi Cutlery, Nikken Cutlery, Ohzawa Swords, Sanshu Knife, Satake Cutlery Mfg, Sekikanetsugu Cutlery, Shizu Hamono, Sumikama Cutlery Mfg, Top Products, Yaxell and Yoshiharu Cutlery.

Da vedere: per la leggerezza e la forza della tradizione giapponese nel design contemporaneo.

Michela Ongaretti