Disegno bellezza e fiere d'Arte. Ritratto di Lorenza Salamon

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon

Dopo la nostra entusiastica visita alla fiera Grandart per la sua apertura al panorama del figurativo, abbiamo avuto il piacere di visitare la mostra di Gianluca Corona presso la Galleria Salamon. Il successivo passo logico è stato una conversazione con Lorenza Salamon creatrice del format Grandart con Federico Rui. Con lei abbiamo avuto un incontro molto istruttivo non solo sull’arte contemporanea nel mondo delle fiere internazionali, ma sulla storia di un’attività con la sua personale  visione che privilegia gli aspetti che Artscore vorrebbe venissero accolti sempre più nel contesto, il valore del disegno e della bellezza, la nobiltà della carta e il riconoscimento obiettivo della perizia tecnica degli artisti, contro a tendenze frutto di logiche di mercato e moda per noi sempre meno vitali.

 

disegno e colore dei Flowers di Gianluca Corona

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon. Particolare di un dipinto di Gianluca Corona, ph. Sofia Obracaj

 

Ci troviamo nella Galleria Salamon che ha tutta l’aria di essere un luogo di studio, un ambiente come quello alla base dell’idea originaria di collezione dal cui sviluppo sono nate le gallerie e i musei moderni, le wunderkammer,  dove gli esemplari di naturalia e artificialia erano entrambi mirabilia, presenti al fine di destare meraviglia. Così le opere in mostra con Salamon destano meraviglia : qual è il loro punto di forza? Lo stupore emerge attraverso quale aspetto in particolare?

Proprio così. L’idea è in effetti quella di avere uno spazio ordinato e pulito ma non asettico, un ambiente che si avvicini il più possibile a quello che si vive nel lavoro quotidiano. La meraviglia arriva su due canali diversi: quello della tecnica, vogliamo cioè strabiliare ancora con un’arte che mostri un’abilità ed un talento declinato in vari personalità dai diversi artisti ma sempre unico, e il canale della bellezza. Questi sono i due argomenti portanti sui quali viene fatta una primissima selezione degli artisti che vengono poi seguiti nel tempo. I rapporti di collaborazione sono duraturi,  in molti casi ventennali come con Marzio Tamer, al punto da diventare percorsi di vita trascorsi insieme nel lavoro per l’arte.

 

Disegno e bellezza dipinta ci attendono alla galleria Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. L’ingresso della galleria Salamon, ph. Sofia Obracaj

 

L’origine della sua avventura come gallerista è famigliare?

Si, per me è stata una grande fortuna essere una gallerista di terza generazione. Hanno iniziato mio nonno che non ho conosciuto e mia nonna che era una donna straordinaria, visse una vita rarissima per essere nata nell’11, svolgeva un lavoro impegnativo, fu partigiana..insomma una storia densa di valori particolari per l’epoca. Io ho iniziato con mio padre nel 1986 e  le mie prime esperienze sono sulla stampa antica originale di grandi maestri, cosa che secondo me ha educato l’occhio alla ricerca spasmodica dei limiti di quello che il figurativo oggi può portare nella massima originalità possibile, perchè l’incisione ancora più di altre arti porta inventiva e originalità. il primissimo rapporto è stato con Maurizio Bottoni e Ivan Theimer, grandi pittore e scultore. Ma ad essere decisivo del mio nuovo interesse verso un certo tipo di arte contemporanea e stato Marzio Tamer che ho iniziato a seguire nel 1992. In sincerità secondo me tutti questi pittori devono a Bottoni con le molte mostre da noi curate una sorta di riconoscenza culturale, viene un pò dal suo lavoro l’apertura e l’interesse al “realismo”, giocato in maniera molto diversa da quello da quello americano ma sicuramente di realismo dobbiamo parlare. Il gruppo di artisti contemporanei è diventato sempre più nutrito e oggi costituisce il 90 per cento del lavoro, ma non abbiamo dimenticato le stampe antiche.

 

Disegno e Bellezza nell'intervista a Lorenza Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. La versione di Lorenza Salamon, conversazione tra Tamer e Corona, ph. Sofia Obracaj

 

Tra le diverse meraviglie noto una componente, alla quale Artscore è molto legato, quella del disegno. E’ alla base di questa pittura o che comunque lo prende in considerazione mentre in tanta arte contemporanea si tende a tralasciarlo. In un mondo come in nostro dove spesso la bellezza è considerata anacronistica o proprio negata in senso programmatico qui osserviamo dipinti legati all’idea dell’opera fatta bene: questa è una vocazione di Salamon.. ma risponde anche in effetti ad una nuova esigenza, non solo del pubblico ma in crescita nel mercato?

L’impressione è che ci sia. Finora abbiamo sicuramente lavorato in controtendenza.

Dall’entusiasmo con cui è stata accolta la mostra di Grandart che è un progetto nato proprio da questa galleria, la fiera ha agito come cartina al tornasole di quelle che erano forse delle speranze più che una certezza, direi che questa ricerca di bellezza è stata sempre più viva. Non che da punto di vista mediatico ci sia una valanga di segnalazioni ma nel pubblico c’è una rinnovata ricerca di questa bellezza, sicuramente un grande interesse perchè non si può e non si vuole vivere nella bruttura, equivale a vivere in maniera disagiata. Tutti noi vorremmo che la città sia più pulita e gradevole  possibile per chi la frequenta e la vive, così è chiaro che anche all’interno delle proprie case c’è l’esigenza di avere opere semplicemente belle e comprensibili, da giudicare con i propri occhi e il  libero arbitrio del fruitore, non come nell’arte concettuale dove c’è sempre bisogno di un intermediazione culturale. L’unico rischio di queste opere è che un errore viene percepito subito in primis dall’acquirente , insomma devono essere perfette.

Tornando sul disegno mi viene spontaneo venendo dalla stampa antica associarlo alla carta. Non riesco a considerare un’opera d’arte senza dimenticarmi della carta con tutto quello che ha portato della pittura del mondo, asiatica e occidentale, proprio per il fascino e la durevolezza incredibili che ha. Ci sono opere importanti dalla seconda metà del duecento che si conservano perfettamente, quindi dalla carta e la stampa d’arte per proprietà transitiva l’interesse passa al disegno, abbiamo tantissimi disegnatori e ancora più acquerellisti.

Non tutti gli artisti che tratto stranamente però praticano il disegno, caso raro e clamoroso è ad esempio quello di Tamer che non disegna sotto all’acquerello parte direttamente da bozzetti di 30 cm e da lì riesce a trasferirli per realizzare opere di grandi dimensioni anche due metri di altezza. Tra chi ama il disegno c’è invece chi lo tratta come vezzo personale: lo scultore Ugo Riva disegna per il suo piacere con una passione quasi superiore alla scultura, poi regala le carte agli amici.

 

Disegno e bellezza nell'acquerello di Marzio Tamer

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon. Acquerello di Marzio Tamer del 2014, courtesy galleria Salamon

 

A proposito di carta siete tra le poche gallerie che la trattano, c’è D406 ma con una selezione molto differente. Nel ‘900 la carta è stata un pò bistrattata forse perché associata al bozzetto, all’opera solo preparatoria. Qual è la sua visione di questo antichissimo e tutt’oggi vivo supporto?

Da tanti è considerato per errore come un supporto povero, può aver dato questa impressione anche  la necessità di proteggerla col vetro. Oggi si dimostra invece il danno nel non lasciarla respirare. Arrivando io dalla stampa antica le posso dire che un’acquaforte di dürer con 600 anni sulle spalle si conserva assolutamente intatta, lui consapevole della sua bravura e del suo mercato ha sempre dedicato denaro tempo ed energia nella scelta di carte adatte e di buona qualità. Le ammiriamo integre se vengono trattate al minimo della decenza, senza parlare di climatizzatori ma restando nei limiti  della tutela casalinga, E’ poi falso che non si debbano bagnare, perchè bulini acqueforti e litografie possono essere lavate con un bagno di acqua, a meno che non ci siano problemi specifici e patologici tipo il pesciolino d’argento o foxing.

 

Disegno con l'acquerello. Opere di Giorgia Oldano in mostra da Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. Opere di Giorgia Oldano nella galleria Salamon, ph. Sofia Obracaj

 

Secondo lei i suoi collezionisti non sono coloro che comprano opere d’arte per riporle in un caveau quindi considerando l’acquisto d’arte come investimento, vogliono invece godere dell’opera che hanno comprato?

Lo affermo con certezza perchè conosco bene i miei collezionisti. Posso dirle che ci sono dei trustees americani che stanno comprando quindi accanto agli acquirenti per piacere si sta immaginando una rivalutazione. Certo non illudiamoci che uno si porti a casa un’opera a prescindere dal suo valore. Diciamo gli italiani sono persone di successo protagonisti dell’imprenditoria sana, proprietari di piccole imprese che sanno muoversi nel mercato.  Mi rallegra che abbiano ancora più consapevolezza di me sul fatto che queste opere si rivaluteranno, però fondamentalmente le acquistano per il piacere di vederle.

 

Disegno colore e bellezza. Presso la Galleria Salamon

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon. In visita alla mostra Flowers di Gianluca Corona, ph. Sofia Obracaj

 

Quindi lei vede un futuro nella carta?

Si ci credo. Prendiamo come esempio la fiera WOP Art ( Works On Paper) che ha avuto un successo notevole e sta crescendo molto. Prendiamo un altro dato ancora più significativo secondo me: la Francia intera da sette-otto anni sta investendo moltissimo sul disegno a livello statale ( operazione di tutela da noi inesistente vuoi per colpa della burocrazia). Forse è una reazione alla perdita del testimone come piattaforma mondiale del contemporaneo dalla Francia, tenuto in assoluto fino alla seconda guerra mondiale per poi passare a New York. La Francia oggi sta cercando di recuperare il terreno perduto proprio con il disegno. A Parigi le mostre sul disegno antico e moderno aperte in contemporanea sono tante e di primaria importanza, e questo dà garanzia sul futuro: se uno Stato che si è sempre culturalmente mosso con lungimiranza maggiore di tutti gli altri si dedica al disegno ciò ci da la certezza che la carta è in assoluto in crescita.

 

Disegno senza disegno nello sfondo per l'intervista a Lorenza Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. La versione di Lorenza Salamon, intervista con Artscore, ph. Sofia Obracaj

 

La Carta è protagonista solo per il disegno l’incisione e l’acquerello?

Anche per la scultura! Attualmente sto trattando Alice Zanin, giovane artista che attualmente espone in Triennale e al Mondadori Multicenter di Piazza Duomo. Le sue sculture in papier mâché sono molto eleganti e aeree. Qui come per molti artisti della galleria sono animali…non si tratta di una scelta predefinita, ma è pur sempre una casualità molto ricorrente vedere elefanti fenicotteri uccelli..

 

Disegno e bellezza anche in cartapesta per Alice Zanin

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon. Un leggero levriero in papier mâché di Alice Zanin, ora in mostra in Triennale

 

E dal punto di vista dei collezionisti? Le tematiche predilette sono proprio gli animali?

Di predilette non ne individuo, ammetto che sto ancora cercando alcuni artisti su dei temi che non tratto in galleria solo perchè non ho ancora trovato autori adeguati che se ne occupino. Mi interessa avere qualcuno che rappresenti delle città in parte come fa Papetti, ma nessuno mi ha ancora convinto come resa o originalità, qualcuno tende poi a copiarlo…

 

Disegno, Bellezza e Nudo con il talento di Simone Geraci da Salamon

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon. Il nudo di Simone Geraci, ph. Sofia Obracaj

 

Da Salamon si tratta il Nudo?

Poco. Ma a giugno esporrò un artista giovane che è arrivato a me con il Premio Selvatica, che prevede per il vincitore una mostra in galleria. Si chiama Simone Gerace e fa solo nudo, parte di una “scuola” di giovani pittori siciliani molto originali formata da personalità uniche.

 

Disegno e pittura nella natura mporta di Corona

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte . La versione di Lorenza Salamon. Dipinto di Gianluca Corona in mostra con nature morte di frutta e fiori, ph. Sofia Obracaj

 

Parliamo della bellezza che ci circonda in questo momento. Sul comunicato per Gianluca Corona si legge che le opere sono create appositamente per Salamon e che che “il suo virtuosismo tecnico si accompagna a delle composizioni innovative e moderne”. In cosa consiste l’innovazione?

Nella pulizia.  Corona intraprende una sfida difficile perchè è difficile essere innovativi in due generi di successo come il ritratto e la natura morta. La natura morta ha almeno cinquecento anni di storia dove ogni tre o quattro generazioni c’è stato un fuoriclasse, lui è riuscito a ritagliarsi uno spazio personale con composizioni molto nitide. Ultimamente ha persino scelto il monocromo che va incontro a questa idea di pulizia mai negando il suo amatissimo colore. I fiori e la frutta molto colorata sono da sempre suoi prediletti in pittura: quello che notiamo in questa serie è come ha schiarito al massimo i fondi. Ad esempio per “Le tre torri” ha tolto tutti quei barocchismi che facevano parte dei suoi primissimi anni, si concentra molto sui tre oggetti come se fosse il ritratto del mirtillo o del lampone.

 

Disegno e pittura all'antica di Gianluca Corona

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon. Particolare del dipinto Le Tre Torri di Gianluca Corona in mostra presso la galleria Salamon, ph. Sofia Obracaj

 

E’ sempre uno il soggetto?

Questo ultimamente, fa anche nature morte composite anche su richiesta. Ad esempio un viticoltore di Amarone ha chiesto una bottiglia con la sua etichetta e tutta una serie di elementi  legati a momenti della lavorazione di quell’uva come la cannella il melograno perchè tipicamente invernali.

Il soggetto appare come  una visione teatrale come se ci accendesse solo su di lui una luce, non c’è qualcosa che disturbi il suo presentarsi isolato, un backstage.

Il backstage c’è nei riflessi dei vasi, lo ricostruisce lì da quando ha scoperto questa abilità, se osserva da vicino c’è la percezione della stanza perchè è riflessa. Il contesto si manifesta attraverso un espediente degno della sua educazione artistica, nel vaso non c’è quello che lui vede ma quello che si riflette, il resto è molto pulito.

 

Disegno e colore in una splendida natura morrta di Gianluca Corona

Disegno, Bellezza e Fiere d’Arte. La versione di Lorenza Salamon. Fiori di Gianluca Corona con il particolare del riflesso sul vaso, in mostra presso la galleria Salamon, ph. Sofia Obracaj

 

E’ come se citasse noi spettatori nella natura morta, la nostra presenza celata e manifesta secondo quell’ espediente.

E’ vero siamo presenti nello spazio alluso con il riflesso della finestra, sempre la stessa perchè è quella del suo studio. Queste sono piccole innovazioni che con la pulizia e il colpo di luce rendono l’originalità dell’opera di Corona che si capisce appartenere ai nostri giorni. Questa linda visione è stata proposta da altre personalità ma parliamo di forse tre nell’arco di secoli! In generale noi lo riconosciamo a noi coevo definire cosa identifica la sua originale identità, certo non è di oggi la tecnica perchè è tradizionale al massimo, non credo esista nessuno oggi più bravo di lui a percorrere tutte le fasi di lavorazione rinascimentali, anche molto attento nella filologia perchè questo di nuovo porta ad una conservazione impeccabile. Ci tengo molto ad affermare quest’azione  in un’epoca in cui la maggior parte degli artisti non sa e non interessa se i supporti delle loro opere siano deteriorabili, conta solo l’esprimere un attimo di vita contemporanea.

Chi viene trattato in questa galleria è attento alla cura dei materiali, e questa per me è una forma di rispetto assoluta nei confronti del collezionista, è qualcosa che ha un valore intrinseco a prescindere: io ti sto fornendo un qualcosa che è durevole per tutto quello che potevo fare nella mia capacità manuale e nella mia conoscenza dei materiali o nelle fasi creative..

 

Disegno e pittura nello spazio della galleria Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. La versione di Lorenza Salamon, intervista tra la natura morta di Corona, ph. Sofia Obracaj

 

Parliamo di fiere d’arte. Sono fondamentali per gli artisti? Sono molto più utili agli artisti dei galleristi, ne sono consapevoli e disposti a fare carte false pur di parteciparvi. La comunicazione oggi è molto complicata, ormai chiunque arriva a chiunque con un click dal cellulare e questo crea confusione, perchè non è detto che quel click si riveli un effettivo interesse, però bisogna combattere dal mare magnum di Instagram che propone una valanga di immagini di opere e fotografie. La fiera permette un rapporto umano, consente al cliente di vedere in tre quattro ore piuttosto che in tre quattro giorni tutto quello che gli può interessare. La maggior parte delle persone lavora oggi dieci ore al giorno quindi non ha più tempo di venire in galleria e stare a chiacchierare col gallerista a lungo, come faceva negli anni settanta.

E’ buffo pensare come la fiera, inventata nella notte dei tempi, sia oggi lo strumento migliore per mostrarsi e mostrare le proprie opere con estrema trasparenza verso colleghi e pubblico, per conoscere clienti nuovi.

 

Disegno, bellezza e fiere d'arte. Gianluca Corona tra pe meraviglie della galleria Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. La versione di Lorenza Salamon con Gianluca Corona in mostra, ph. Sofia Obracaj

 

In linea con il valore di economicità del tempo che lei rammenta, una fiera non sarebbe ancora più efficace se tematica? Il collezionista saprebbe già di andare per trovare qualcosa di valido per i suoi gusti.

E’ secondo me una tendenza reale che lei coglie,  dimostrata da WOP Art alla suddivisione francese con Gran Palais sul disegno antico separato da altre mostre dedicate a quello moderno e contemporaneo; nello stesso tempo io credo molto nella formula all’inglese che è esattamente agli antipodi.

Un esempio su tutti Maastricht, la punta di diamante d’Europa. Ci vogliono tre giorni per vederla bene e lei passa a cose diversissime tutte di livello, il costo impedisce la partecipazione di gallerie di second’ordine, dal gioiello di nicchia al contemporaneo a tutte le arti più impensabili prendendo in considerazione tutte le culture e le tecniche da quella africana sconosciuta fino a dieci anni fa a quella maya, dalla ceramica ai tappetti..insomma il panorama più vasto possibile di epoche artisti tecniche e culture, la sua presentazione all’apice del mercato.

Sono due forme agli antipodi che possono funzionare. Io ad esempio ho creduto molto nella fase iniziale ad Affordable per il suo principio. Ripartendo dalle mie origini: l’incisione è stata in una fascia estremamente colta ma assolutamente democratica, quindi per me Affordable rappresentava una mostra che possa avvicinare chi non fa parte di un’élite economica, mi sembrava un’idea geniale.

 

Disegno bellezza e fiere d'arte tra gli argomenti della conversazione di Artscore con Lorenza Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. La versione di Lorenza Salamon, conversazione dall’alto, ph. Sofia Obracaj

 

Affordable Art Fair. Nell’ultima edizione a Milano non sembrava ci fosse stata grande selezione.

Il problema è che la selezione si ferma ad un certo punto. A Grandart dove mi sono trovata da entrambe le parti della barricata, come ideatore e organizzatore ma anche presente come espositore, ho visto per la prima volta cosa dovevano affrontare coloro che offrono gli spazi. Le fiere sono operazioni costose e quindi i budget funzionano se lo spazio predefinito è usato tutto. Magari con la prima selezione si riempiono due terzi e se non si copre l’altro terzo non si riesce a ripagare le spese, quindi si inserisce quel che le capita. Questo è il vero problema, è molto banale ma molto concreto. Da un lato non dico che comprendo Affordable di Milano di turno perchè inserire opere di scarsa qualità poi va a discriminare il lavoro di tutti quelli lavorano bene, si va a pensare che sotto i 5000 euro non ci siano pezzi importanti. Ci sono in effetti incisioni disegni e opere di piccolo formato validi, una percentuale che va dall’82 all’86 per cento del mercato mondiale è costituito da opere al di sotto di quella cifra,  stiamo parlando di un potenziale pazzesco reale di mercato vero e sano. Non è la formula sbagliata che anzi trovo democratica intelligente e giusta, probabilmente la cosa è dovuta al fatto che per molte piccole gallerie, volendo venire a Milano che è la città che probabilmente funziona meglio dal punto di vista economico, l’opportunità più logica sembri Affordable.

 

Disegno e pittura nell'allestimento presso la galleria Salamon

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. Scorcio dell’allestimento nella galleria Salamon, ph Sofia Obracaj

 

A Grandart  questo problema ce lo siamo posto, bisogna avere una serie di esperti davvero validi per la selezione, ma il problema dell’arte contemporanea è che a volte le opere di dubbio valore si trovano anche da Sotheby vendute per migliaia di dollari..la logica di mercato spesso non giustifica la domanda che anche lei si porrà, di quale sia la reale differenza tra una stampa della Zuppa Campbell di Warhol che costa molto e l’equivalente di un artista meno noto. In questo ginepraio io taglio la testa al toro e decido di investire su artisti che inequivocabilmente sanno dipingere e sono davvero innovativi.

Per questo le fiere specialistiche sono in crescita e in quest’ottica è nata Grandart che vogliamo migliorare moltissimo, diciamo che il sessanta per cento era esattamente quello che avremmo desiderato, è nel nostro disegno che ci siano anche artisti internazionali di peso. Vogliamo dare spazio a quegli incisori disegnatori pittori e scultori che si sono mossi nell’ambito della loro tecnica, prevalentemente non esclusivamente nella figurazione: la perizia disciplinare dovrebbe essere una discriminante ha poca voce per ora in Italia quindi noi vorremmo dargliela.

 

Disegno e bellezza dipinta di Gianluca Corona

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. Allestimento di Gianluca Corona nella galleria Salamon, ph Sofia Obracaj

 

Durante la vernice di Corona mi disse che in Francia e in Spagna ci sono delle gallerie particolarmente rivolte al figurativo.

Più in Spagna. Da Claudio Bravo in poi il figurativo ha avuto un seguito enorme in Spagna con le prime edizioni di Arco, una fiera molto importante che c’era a Madrid . Parlavano di realismo non di figurativo. Adesso in America sta riprendendo molta attenzione ed è declinato verso il pop, colori molto sgargianti nel recuperare oggetti che fanno parte della quotidianità conosciuti dove la cultura delle persone ci si riflette, in Spagna e in Sudamerica è invece più declinato alla Corona, nel recupero di soggetti classici visti e rivisti ma riproposti con un occhio contemporaneo. In Spagna sono tanti i galleristi sull’onda di quella cultura più profonda delle nostra, perchè già alla terza generazione.

Entrambe le due scuole sono legittime nel contesto, mi piacerebbe che a Grandart andassero a colmare quel vuoto.

 

Disegno e bellezza, ritratto di Lorenza salamon durante la conversazione con Artscore

Disegno Bellezza e Fiere d’Arte. Ritratto di Lorenza Salamon durante l’intervista concessa ad Artscore

 

Mi confidò anche che sul collezionista straniero noi manteniamo un fascino enorme sull’onda della discendenza dal Rinascimento…Quindi in teoria il figurativo italiano ha più appeal dell’astratto italiano, all’estero?

Non li paragonerei ma l’abilità dei nostri artisti e l’originalità viene riconosciuta a prescindere dal genere in cui si muovono. L’immagine dell’italiano all’estero è ottima a Londra prima di tutto perchè i galleristi italiani si sono mossi molto bene. Hanno esportato eccellenza sia nell’antico che nel contemporaneo, addirittura in prima fascia, pensiamo a Voena, a  Carlo Orsi, a Schinasi che addirittura ci arrivò negli anni ottanta, ci hanno aperte delle porte meravigliose.

Michela Ongaretti

 

Disegno e bellezza tra gli argomenti della concversazione accanto al dipinto di Marzio Tamer

Disegno Bellezza e Fiere D’Arte. La versione di Lorenza Salamon, in compagnia di un’antilope di Marzio Tamer, ph Sofia Obracaj

Nero e bianco per la pietra di carta. Daniela Barzaghi in mostra presso Sblu spazioalbello

Pietra e Carta. I testimoni di Daniela Barzaghi

Pietra e Carta. L’opera di Daniela Barzaghi nasce dalla contemplazione delle cose semplici. Come spesso avviene i fenomeni complessi della Storia e della civiltà lasciano traccia nella quotidianità, sulle superfici che non è difficile vedere e toccare. Le sculture in mostra presso SBLU_spazioalbello anelano a questo contatto: riproducono un incontro evocato materialmente da quanto di più famigliare possa esistere per l’uomo moderno, la carta, con quanto di più antico e testimone del tempo quale la pietra.

 

Illusione di pietra, oggetto rivetatore del passaggio umano con Daniela Barzaghi

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Particolare di un lavoro in mostra presso Sblu_spazioalbello

 

In generale gli incontri sono fondamentali per l’uomo, ancor più per la vita di un artista, che trasforma la conoscenza in materia plastica o pittorica, attraverso i segni di un modus operandi che diventa stile quando è supportato dalla ricerca continua e mai sazia. Questa conoscenza può essere diretta o indiretta, fatta dalle persone che scambiano esperienze e riflessioni o attraverso gli interessi dello studio di Letteratura, della Storia, della Scienza, delle problematiche socio-politiche del momento. Uno di questi elementi, o più di uno diventano altro, trascendono il sensibile nella mente e tra le mani di un’artista, per chi crea è materia grezza e palpitante, un ingrediente di base per l’alchimia che porta alla genesi dell’opera d’arte. Ma è o sono solo il punto di partenza, tutto il resto è ricerca, è accogliere una visione nella pratica disciplinare che può esaurirsi in un ciclo di opere o nella produzione artistica di una vita.

 

Zoom sui materiali organici che si fanno di pietra per la mostra I confini siamo noi.

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Inserti organici e di tessuto in una delle ultime opere

 

Secondo questa logica Daniela Barzaghi si è nutrita per tre decenni di carriera del contatto e dell’osservazione della Natura, non quella trovata in viaggi esotici  ma quella che accompagna lo sguardo fuori dalla finestra di casa, di terra erba pietra e foglie. Per un cuore puro e una mente immaginifica una visita in campagna è avvicinarsi all’assoluto incarnato nelle piccole cose vegetali e minerali, preziose perché raccontano la vita che è sempre stata. Sono la memoria della Terra abitata dall’uomo, dal suo passaggio continuo nella Storia.

 

La natura nella pietra artificiale di Daniela barzaghi e nella poesia di Valeria Vaccari

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Accanto alla scultura una poesia di Valeria Vaccari scritta per la mostra

 

Un altro grande testimone dell’uomo, del suo passaggio intellettuale su questa terra è la carta. Un prodotto nato con lo scopo della diffusione della conoscenza, della sua più massiva presenza nel quotidiano e nella condivisione a distanze sempre maggiori nei secoli, realizzata con materiale donato dalla Natura. La carta rappresenta un artificio, un congegno che converte il naturale effetto dei suoi singoli componenti in mano a chi la Natura la vorrebbe dominare. Così l’operazione plastica di Daniela Barzaghi può essere riconducibile ad un riavvicinamento degli elementi affini, un rituale purificatore.

 

Pietra di carta allo Sblu spazioalbello di Milano

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Due sculture della mostra “I confini siamo noi”

 

Si costruisce per togliere, per riportare alla luce il senso del mistero dell’immanenza. Bisogna accumulare molta carta, anche l’essenza dell’accumulatore è un qualità tramandata, qualcuno dice genetica, che l’artista ammette con ironia, e poi bisogna disfarsene macerando per riportarla a materia lavorabile. Quando la cartapesta diventa scultura essa si è avvicinata così tanto alla presenza selvaggia da diventarne un suo elemento caratteristico. Non uno a caso, ma quello che attraversati i millenni ancora resiste per raccontarci la sua versione degli avvenimenti inesorabili, che pur è resistita ad essi, la pietra.

 

Memoria preistorica, illusione di pietra

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Particolare di un lavoro che richiama le incisioni rupestri

 

Attraverso questa scoperta archeologica al contrario siamo riportati all’originario, agli echi della scultura arcaica nel suo granito smussato, alle voci dei primordiali artefici nei segni vicini alle preistoriche incisioni rupestri, alle rocce popolate da vegetali ribelli al terreno.  A volte la texture ricorda l’accumulazione materica di Kiefer, spesso dove la forma compiuta delle opere assume identità plastica incompiuta per distribuirsi su pannelli bidimensionali.  Qui però è la scultura ad accostarsi alla pittura, che pare voler uscire dalla superficie piatta e appare porzionata come marmo di un bassorilievo, ritrovato sotto le macerie del Tempo.

In mostra si trova un’antologia delle opere degli ultimi anni, periodo così fecondo da mostrare già il suo possibile superamento.

 

Nero e bianco per la pietra di carta. Daniela Barzaghi in mostra presso Sblu spazioalbello

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Materia moderna e senza tempo

 

Un ulteriore passaggio dopo la cartapesta è l’utilizzo degli stracci, tela prodotta da fibre come possibile solo dopo la rivoluzione industriale, è inoltre usata con una funzione nota quindi ormai scontata come cosa umana. Il punto di partenza è già nel mondo “artificiale”. La superficie ricoperta assomiglia più ad un muro e le voci che popolano parlano un linguaggio moderno fatto di segni, scritte e colori riferibili al graffito del carcerato o del ragazzino aspirante street artist, insomma si riferisce ad un’estetica più urbana, che si presenta volutamente più comunicativa e corale, più stratificata e diversificata nella moltitudine degli interlocutori. Daniela Barzaghi utilizza un tono meno sommesso, come si avverte con l’uso di colori più timbrici, quando gli antenati diventano i nonni, al punto che esiste solo una cosa da fare, andare avanti o tornare indietro, oppure spostarsi di latitudine.

 

Segni moderni sulla pietra di carta dell'artista Barzaghi

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Particolare di un lavoro recente

 

Ed ecco che appaiano delle stele o dei totem, non residuo archeologico del bosco europeo ma sogno della devozione tribale alla Madre Terra: attraverso questo riferimento al manufatto d’Africa capiamo la lirica religiosità dell’intero percorso, vediamo che la ragione profonda della ricerca si lascia trasportare non tanto dalla materia quanto dal segno, dalla traccia materiale consapevolmente celebrativa . La pietra è viva come testimone del linguaggio, non solo del passaggio umano. L’utilizzo degli stracci riconoscibili da vicino che mimano la decorazione più preziosa delle stele votive, linguaggio più contemporaneo che mai nell’intero percorso di Barzaghi perché rende visibile il concetto di riciclo e intinge di quotidiana partecipazione il rituale panteista.

 

Totem di carta come pietra, Daniela Barzaghi in mostra

Pietra e carta. I testimoni di Daniela Barzaghi. Stele votive evocano l’Africa presso Sblu_spazioalbello

 

L’intero processo dalla Carta alla Pietra, dall’Uomo alla Natura, quella che chiamiamo scoperta archeologica al contrario, torna all’attenzione originaria sul bisogno dell’anima razionale ed emozionale di dichiarare la propria esistenza. Tutto il mondo e tutti i tempi hanno visto l’uomo lasciare un segno indelebile della propria energia. Oggi come ieri viviamo per restituire noi stessi alla terra, rientriamo in Natura con il nostro artificio più potente per non essere dimenticati, il linguaggio.

Dove cercare l’essenza dell’uomo? Nella traccia suo passaggio sul mondo sensibile. Come in un racconto poliziesco di Edgar Allan Poe è sotto i nostri occhi l’indizio per avvicinarci, se non comprendere appieno il mistero.

Michela Ongaretti

Mostra personale di Daniela Barzaghi, I confini siamo noi.

SBLU_spazioalbello Via Antonio Cecchi 8, Milano

fino al 28 ottobre 2017 su appuntamento tel 02 48000291 / 333 9596874

Farah Khelil, IQRA n.2, particolare

Carta contro Natura. Works on Paper di sei artisti alla galleria Officine dell’Immagine

Ha inaugurato il 20 aprile 217, presso la galleria Officine dell’Immagine di Milano, la mostra collettiva WORKS ON PAPER a cura di Marco Massaro. Tra gli artisti italiani ed internazionali rappresentati dalla galleria sono stati selezionati coloro che utilizzano come supporto la carta, con grande versatilità secondo una personale e riconoscibile poetica: Elisa Bertaglia, Alessandro Cannistrà, Safaa Erruas, Tamara Ferioli, Farah Khelil, Nunzio Paci.

Farah Khelil, IQRA n.2 in mostra presso Officine dell'Immagine

Carta contro Natura. Per la mostra Works on Paper alla galleria Officine dell’Immagine Farah Khelil, IQRA n.2, 2015.

 

La carta, cosa c’è di più evocativo per la scrittura? Non pensiamo soltanto a quella composta da lettere ma da quella da tutti comprensibile senza divisioni linguistiche, quella del segno.La carta invita, facilita l’artista alla sua manipolazione e distorsione, pur nell’implicito rispetto verso le sue potenzialità grafiche.

Il contenitore mantiene la memoria del suo prezioso contenuto, la tradizione della linea, del disegno ad ogni modo, per ogni scopo. 

 

Nunzio Paci in mostra presso Officine dell'Immagine a Milano

Carta contro Natura. Works on Paper, Nunzio Paci, The third Autum, 2015, matita e colore ad olio su carta intelaiata.

 

La storia dell’opera d’arte mobile inizia con il suo supporto più leggero, il foglio. Ad esso sono stati affidati innumerevoli messaggi e da quando le discipline artistiche hanno iniziato a vivere liberamente senza gerarchie, separate o rimescolate a comporre un’unica opera d’arte, esso non è più veicolo di bozzetti o disegni preparatori, ma rivive la sua grande diffusione nell’arte contemporanea come punto di partenza di grandi sperimentazioni.

 

Farah Khelil, IQRA n.2, particolare

Carta contro Natura. Farah Khelil, Particolare di IQRA n.2, 2015, in mostra con Works on Paper alla galleria Officine dell’Immagine.

 

Fino al 20 giugno sarà possibile osservare, in via Vannucci 13, le visioni di chi ha lavorato con la carta, non soltanto su di essa. I modi di rapportarsi al supporto sono diversi, chi in maniera più tradizionale affida ad essa segni grafici e pittorici, con contenuti introspettivi affatto tradizionali, chi pur rispettando la superficie piatta cambia il suo volume con inserti polimaterici, chi manipolando la superficie stessa del foglio per stravolgere la sua bidimensionalità.

Sarà un caso ma Artscore dopo l’intera visita dei due piani del locale di decide di fermarsi ancora al primo, dove si trovano le opere degli artisti Farah Khelil, Tamara Ferioli e Alessandro Cannistrà, considerando saggia l’idea di avvicinare alle vetrine il linguaggio a nostro avviso più innovativo.

 

I lavori di Tamara Ferioli in mostra presso Officine dell'Immagine

Carta contro Natura. Works on Paper alla galleria Officine dell’Immagine, Tamara Ferioli. Ph. Sofia Obracaj.

 

Il percorso inizia con le opere di Farah Khelil della serie IQRA ossia “Leggi!”. I disegni sono composti da spirali di scritte a matita minuziose e così minute da risultare quasi indecifrabili, che si sviluppano come ad esser generate intorno ad un vero e proprio microchip, posizionato nel centro geometrico preciso.

 

Farah Khelil, IQRA in mostra presso Officine dell'Immagine a Milano

Carta contro Natura. Works on Paper, Farah Kehlil, un lavoro della serie IQRA, 2017, matita inchiostro e microchip su carta.

 

Sono parole in arabo, quindi per la maggior parte di noi incomprensibili, ma per la verità una voluta sfida alla comprensione di chiunque. L’imperativo Leggi! suona quindi una beffa sia per il limite linguistico e visivo, sia per l’impossibilità di discernere le informazioni contenute in un dispositivo trasformato in mero elemento grafico, e il sospetto sempre più reale di rimanere estromessi da un contenuto man mano che si osserva l’opera rientra nella riflessione generale dell’artista sul ruolo che l’immaginazione può avere nella lettura e scrittura di contenuti visivi e testuali, forse poco stimolata dalle nuove tecnologie. L’azione di leggere, come quella di comunicare per iscritto sono pertanto qui elementi stranianti, “di disturbo”, che separano l’artefice dai fruitori di un messaggio, favorendo la perdita del valore di trasmissione delle parole.

 

Particolare di un lavoro di Tamara Ferioli in mostra presso Officine dell'Immagine

Carta contro Natura. Works on Paper alla galleria Officine dell’Immagine, Tamara Ferioli, Extreme Happyness go down, 2016, matita e capelli su carta.

 

Proseguendo sulla parete di destra contigua alla vetrina possiamo osservare i disegni di Tamara Ferioli, rivelatori di un misterioso rapporto tra Uomo e Natura. Prese una ad una le immagini appaiono armoniche, silenziose nella composizione di segni leggeri e concatenati, quasi un ricamo che s’interrompe cambiando stile per farsi più tagliente e spezzato in alcuni punti nevralgici della rappresentazione, dove la natura nasconde il suo pericoloso potere, o dove si interrompe per lasciare spazio alle costruzioni umane. Visti nell’insieme, già tre esemplari bastano, affiora in noi un senso di inquietudine, come se qualcosa possa sempre accadere a spezzare la pace, come se gli elementi naturali ritratti possano ribellarsi all’improvviso. Forse è la sensazione provata da Tamara Ferioli  a cospetto dei sublimi paesaggi dell’isola islandese Heimaey durante una residenza artistica di tre mesi, per l’osservatore è logicamente il risultato della scrittura riflessiva e metodica che a tratti si fa volutamente incoerente, come frutto di due mani diverse, a rendere un carattere quasi umano a questi soggetti che in punti visibili solo con attenzione sono descritti non più solo a matita, ma con l’inserimento di materiali organici umani e naturali come capelli e sabbia lavica. Nella simbiosi tra Uomo e Natura avviene uno scambio, un rispecchiamento insinuato.

 

Alessandro Cannistrà, Ecco come si spiega, in mostra presso Officine dell'Immagine a Milano

Carta contro Natura. Works on Paper, Alessandro Cannistrà, Ecco come si spiega, nerofumo su carta, 2012, ph. Sofia Obracaj.

 

Su una colonna al centro della sala vediamo la prime due opere presente di Alessandro Cannistrà.

All’interno di una cornice racchiusa in maniera classica dal vetro appare un uso espressivo della carta completamente contemporaneo: il foglio è stropicciato secondo una logica geometrica come una cortina scenografica che non si deve aprire, dove tutto ciò che si vuole mostrare sta sulla superficie che respira in una tridimensionalità accennata, e dove il suo contenuto è il disegno e il colore prodotto dal nerofumo ottenuto con il fuoco di una candela sulla carta. Sulla parete di fronte continua il gioco chiaroscurale di sottili sfumature, una serie di dodici opere racchiuse anch’esse com scrigni di segni ancestrali forgiati dal fuoco, con l’aggiunta del colore verde. La luce e l’ombra sono drammatizzate dalle piegature, che insieme al colore di fumo e acquerello appaiono come forme astratte ma del tutto, avvicinandosi all’idea, all’atmosfera del paesaggio boschivo o immerso nella nebbia.

 

Dodici opere su carta di Alessandro Cannistrà con nerofumo e acquerello in mostra presso Officine dell'Immagine, particolare

Carta contro Natura. Works on Paper alla galleria Officine dell’Immagine, opere in mostra di Alessandro Cannistrà, ph. Sofia Obracaj.

 

I lavori non sono stati concepiti come serie ma hanno una costruzione e un senso logico indipendente, come ci spiega l’artista durante l’inaugurazione, anche se nell’insieme troviamo potenziato il suo intento di parlare al visitatore della percezione del mutamento, del costante divenire della materia come un tutto. E’ la Natura secondo la continuazione del pensiero filosofico romantico e trascendente, spietata e legittima nel suo mutare perenne, che si scontra con la natura umana nel suo inserirsi nel flusso temporale attraverso un consapevole desiderio di dare forma all’esperienza, di cercare come una psicosi la bellezza. In questa dinamica è il gesto ad essere fondamentale; attraverso il gesto si acutizza il rapporto dialettico con la casualità, con il flusso inarrestabile del tempo, lo stesso gesto che incontra ciò che è percepito razionalmente come materiale di dialogo, luogo di un messaggio umano, e ciò che non è controllabile come la potenza del fuoco.

 

Un lavoro di Elisa Bertaglia in mostra presso Officine dell'Immagine

Carta contro Natura. Alla galleria Officine dell’Immagine i lavori di Elisa Bertaglia in mostra con Works on Paper, ph. Sofia Obracaj.

 

Al piano seminterrato della galleria troviamo le opere di Elisa Bertaglia costruite sul filo di memoria e fantasia tra animali, piante, bambini e creature mitologiche, mescolando il segno preciso alla pittura “liquida” che si coagula in aree precise per dare risalto e concretezza alle figure immaginarie, a raccontare nella loro magmatica presenza una fase psichica anch’essa in mutamento, il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Ancora transizione nel rapporto tra Uomo e Natura per Nunzio Paci , ancora l’immaginazione che relaziona reale, così reale da essere scientifico e attingere alla grande tradizione del disegno anatomico, a mentale e forse ideale. Corpo umano, animali e piante sono un unico organismo secondo la perfetta ibridazione di questo disegnatore visionario e concreto.

 

Lightbox del 2016 di Nunzio Paci

Carta contro Natura. Works on Paper, Nunzio Paci, Papaver Field, 2016, lightbox composto da lastra per raggi X. Non presente in mostra.

 

Il reale ormai adulto continua a vivere la contraddizione della compresenza di bellezza e violenza, questa è la visione espressa dai disegni della marocchina Safaa Erruas. L’opposizione perenne dei due concetti opposti è simboleggiata qui dalla leggiadra delicatezza di fiori associati ad oggetti taglienti nelle mani di chi li sta per cogliere. Ciò che ispira tenerezza riporta anche ad una sensazione di  pericolo, inevitabile non possiamo dirlo visto che non sono spinte irrazionali a farci impugnare delle forbici. Forse l’idea di un destino in ogni caso macabro poteva essere reso dalla precisione del disegno virtuosistico, se si sceglie il figurativo puro la disciplina è ciò che potenzia e sintetizza la metafora. Ci sentiamo di aggiungere però che l’artista è una grande sperimentatrice di simboli e materiali, anche se il suo stile non emerge con le opere in mostra.

Galleria Officine dell’Immagine termina la sua permanenza in via Vannucci 13 proprio con WORKS ON PAPER, ma da settembre l’attività continua con nuove mostre nella sede più ampia di in via Vittadini 11.

La mostra in corso è visitabile da martedì a sabato dalle ore 11 alle ore 19

Michela Ongaretti

 

Martin Disler ritratto dall'artista Giovanni Manzoni Piazzalunga

L’omaggio di Cannaviello al disegno furioso di Martin Disler

L’omaggio di Cannaviello al disegno furioso di Martin Disler

 

Martedì 10 gennaio sono stata per la seconda volta presso la nuova sede dello Studio D’Arte Cannaviello, qui ho visto una delle ultime mostre interessanti del 2016, la delicata opera onirica di Sofia Rondelli, e sempre qui ho avuto la fortuna di trovarmi al cospetto della produzione degli anni ottanta e novanta dello svizzero Martin Disler.

 

Martin Disler visto dall'artista Giovanni Manzoni Piazzalunga

Martin Disler visto dall’artista Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

L’omaggio all’artista, a poco più di vent’anni dalla sua dipartita, arriva da Enzo Cannaviello che lo apprezzò e lo scelse da proporre al pubblico e al mercato italiano fin dal 1980, data della sua prima personale nella galleria. Ho avuto modo di sfogliare cataloghi che testimoniano la continuativa collaborazione in altre mostre nel corso degli anni, con l’apporto critico che accorda interesse per la sua ruvida ed espressionistica violenza del segno, la voluta costruzione di un linguaggio che rifiuta ogni velleità decorativa a favore della gestualità immediata.

 

Martin Disler, acrilico e carboncino su carta, 1989, ph. Sofia Obracaj

Martin Disler, acrilico e carboncino su carta, 1989, ph. Sofia Obracaj

 

Per mettere in evidenza, e portare all’attenzione di chi non lo conosce, la sua poetica nella sua necessità di fare emergere anche con l’uso di colore il tratto veloce e istintivo, si è scelto di presentare una retrospettiva delle opere su carta. Il supporto era prediletto perché congeniale ad un’esecuzione rapida, al concatenarsi di segni frenetici intorno ad un’idea e alle forme spesso facenti emergere la figura umana, poche linee a suggerirne un peso ed un volume, con l’esplosione di vigorosi e nervosi altri segni a darne un movimento in parte avvolgendola e in parte celandola.

 

Martin Disler, acrilico e carboncino su carta, 1989

Martin Disler, acrilico e carboncino su carta, 1989

 

Troviamo come è giusto che sia una selezione ristretta e coerente a questa visione, in totale una ventina di lavori anche su grande formato, dove accanto a pennellate e linee a carboncino o grafite e pennarello notiamo l’intrusione della stampa a monotipo usata come tecnica additiva nella logica di sovrapposizione e accostamento di tutto ciò che partecipa al flusso creativo, vorticoso, di chi non ha usato la carta come materiale preparatorio perché non concepisce fase preparatoria.

L’atto è tutto, l’arte è azione che scuote nel suo manifestare l’esibizione del suo processo, del suo farsi come atto iniziale e finale.

 

Tritico su carta di Martin Disler, in mostra allo Studio d'Arte Cannaviello, dove si nota l'uso del monotipo. Ph. Sofia Obracaj

Trittico su carta di Martin Disler, in mostra allo Studio d’Arte Cannaviello, dove si nota l’uso del monotipo. Ph. Sofia Obracaj

 

Tritico su carta di Martin Disler. Ph. Sofia Obracaj

Trittico su carta di Martin Disler. Ph. Sofia Obracaj

 

La dimostrazione del valore  di queste carte per l’artista stesso viene dal fatto che sono state intelaiate con cura per presentarsi come opere finite, pronte per l’osservazione inquieta di chi le voglia scrutare.

Cannaviello mi parla dei suoi esordi come “street-artist” ante-litteram per l’Europa, quando nella pulitissima e ordinata Zurigo realizzò dei dipinti murali dal forte intento provocatorio. Lo conosceva bene il gallerista, aveva seguito l’artista che pur rifiutando l’accademismo inseguendo la volontà di “dipingere male” e di non andare incontro al gusto del pubblico “aveva attraversato di diversi linguaggi espressivi del nostro tempo”, ponendosi come rivoluzionario e anticipatore di un linguaggio nella solitudine del suo personale processo creativo e nel rifiuto della modernità e dei suoi strumenti.

 

Visita alla mostra di Martin Disler, opera realizzata a grafite e pennarello su carta intelaiata, 1981. Ph. Sofia Obracaj

Visita alla mostra di Martin Disler, opera realizzata a grafite e pennarello su carta intelaiata, 1981. Ph. Sofia Obracaj

 

Il gesto primitivo e istintivo che lo portava a realizzare quelli che possono sembrare scarabocchi infantili era funzionale nel suo movimento continuo alla messa in crisi dello spazio del tempo. Emergono così puri come apparizioni i suoi temi ricorrenti, crudamente proposti senza descrittività, sono squarci di sentimenti ancor più violenti perché frammentari, come incontenibili e urgenti di tutta la loro irrazionalità soggettiva, la morte la sessualità. Argomenti senza tempo, fuori e dentro il tempo atavico: non c’è nostalgia nel suo “primitivismo” perchè non ha bisogno di cercarlo nel lontano passato trovandolo invece nell’animo dell’uomo che non può nascondere la sua natura selvaggia, non a chi considerava l’atta artistico una “ribellione romantica” come confidò a Demetrio Paparoni nel 1994. La modernità è smascherata con la soggettività brutale che informa la sua pittura, la sua scultura e la sua letteratura, dove lo stato naturale dell’essere umano è violento in quanto vivo.

 

Disegni di martin Disler in mostra presso lo Studio d'Arte Cannaviello, ph. Sofia Obracaj

Disegni di Martin Disler in mostra presso lo Studio d’Arte Cannaviello, ph. Sofia Obracaj

 

Vista della mostra "Martin Disler- Opere su Carta, ph. Sofia Obracaj

Vista della mostra “Martin Disler- Opere su Carta, ph. Sofia Obracaj

 

Anche quando le linee tratteggiano corpi stilizzati o parti di essi, queste figure trasudano sempre una carnalità accesa che emerge da una lussureggiante selva di segni, e tendono ad accostarsi o congiungersi ritualmente tra loro, de-componendosi nel loro movimento verso un’altra forma. La carne, o l’atto sessuale esplicito non fa differenza perchè entrambi presenti allo stato di Natura, evoca l’irrefrenabilità vitale e rivela allo stesso tempo il suo limite esistenziale nel disfarsi, nell’avvicinarsi all’idea di Morte. In questo la ricerca di Disler si avvicina alla poetica di Francis Bacon come egli stesso riconosceva,  per l’evocazione della dialettica tra dolore e gioia, vita e morte impressi e rivelati dall’anatomia sensuale.

 

Acrilico e carboncino in un lavoro di Martin Disler, in mostra fino al 18 febbraio presso lo Studio d'Arte Cannaviello

Acrilico e carboncino in un lavoro di Martin Disler, in mostra fino al 18 febbraio presso lo Studio d’Arte Cannaviello

 

Vista con gli occhi di oggi la pittura di Disler, dove il pennello segue la stessa forsennata e veloce scrittura di grafite e gessetti, pare avere assimilato la lezione espressionista di area germanica, interesse già avvertibile dalla sua giovanile unione al gruppo “Neue Wilde”, e si pensa ad un’influenza di Vlaminck e Kirchner in primis, mentre Munch o Ensor sono idealmente vicini nell’idea di trasfigurare il volto per rivelare il disagio sotto l’apparenza di normalità.

 

Un momento durante la vernice della mostra di Disler, Enzo cannaviello parla con alcuni ospiti, ph. Sofia Obracaj

Un momento durante la vernice della mostra di Disler, Enzo cannaviello parla con alcuni ospiti. Ph. Sofia Obracaj

 

Durante l'inaugurazione del 10 gennaio presso lo Studio d'Arte Cannaviello, ph. Sofia Obracaj

Durante l’inaugurazione del 10 gennaio presso lo Studio d’Arte Cannaviello, ph. Sofia Obracaj

 

Durante la visita penserete che esiste una forma di bellezza nelle opere su carta di Disler, è un vortice lucido e passionale allo stesso tempo, che non uno sguardo di considerazione non malevola sull’uomo per quello che dalla notte dei tempi ha ritualizzato, l’azione per l’affermazione della sua esistenza.

L’invito è a raggiungere lo Studio d’arte Cannaviello entro il 18 febbraio per questo protagonista del ventesimo secolo. In Piazzetta Bossi 4 a Milano.

Un ringraziamento speciale alla disponibilità e professionalità del prof. Enzo Cannaviello, dell’artista Giovanni Manzoni Piazzalunga e all’insostituibile fotografa Sofia Obracaj

Michela Ongaretti

Artscore da Cannaviello

Artscore visita la mostra Martin Disler-Opere su carta presso lo Studio d'Arte Cannaviello, ph. Sofia Obracaj

Artscore visita la mostra Martin Disler-Opere su carta presso lo Studio d’Arte Cannaviello, ph. Sofia Obracaj

Mallarmé, Broodthaers e Pichler

Modernità dopo la modernità. Michalis Pichler si appropria di Mallarmé

Modernità dopo la modernità. Michalis Pichler si appropria di Mallarmé

Le parole sono una mia ossessione, e ultimamente mi capita spesso di vedere come entrino a pieno titolo nel gioco dell’arte.

Il 14 dicembre ho visitato lo spazio di via Lazzaretto 15 a Milano che ospita Kunstverein per la prima personale italiana dell’artista tedesco Michalis Pichler, dal titolo Exposition Littéraire autour de Mallarmé. Quello che scopro qui è proprio la presenza di parole e versi a dare forma a manufatti che si costruiscono attraverso la morfologia dei primi, per farci entrare in un universo dove le parole stesse lasciano la loro impronta per diventare altro da sé.

 

Mallarmé, Broodthaers e Pichler

Mallarmé, Broodthaers e Pichler

 

Fino al 28 gennaio, con una pausa natalizia dal 23 dicembre all’8 gennaio, sarà possibile entrare nell’atmosfera raccolta e riflessiva dell’ultima fase di ricerca artistica di Michalis Pichler dove il termine chiave per comprendere il senso complessivo è “appropriazione”, come mi spiega Andrea Wiarda, una delle curatrici del progetto europeo dedicato all’arte contemporanea Kunstverein.

 

Andrea Wiarda di Kunstwerein parla dell'opera di Pichler

Andrea Wiarda di Kunstverein parla dell’opera di Pichler

 

Pichler, Broodthaers e Mallarmé

Pichler, Broodthaers e Mallarmé

 

Già, perché parliamo di rilettura formale o conversione dello stile in partitura grafica di Un coup des dés jamais n’abolira le hasard. POÈME, esempio di una rivoluzione che fu soprattutto letteraria, come vediamo dalle note originali di Mallarmé sul testo prima della pubblicazione del 1897 su Cosmopolis, dove il poeta richiedeva un layout preciso, come le parole poetiche dovevano essere disposte in stampa, leggibili dall’alto verso il basso ma anche orizzontalmente. Quella scrittura d’avanguardia è interpretata in senso materiale prendendo in considerazione lo spazio occupato dai gruppi di parole, i versi, già da un altro artista, Marcel Broodthaers, nel 1969, quando espose al Wide Space di Anversa Un coup des dés jamais n’abolira le hasard. IMAGE.

 

Un coup des dès jamais aboliras le hazard, SCULPTURE. Opera di Michalis Pichler del 2008

Un coup des dés jamais n’abolira le hazard, SCULPTURE. Opera di Michalis Pichler del 2008

 

Da questa operazione parte il discorso di Pichler. Come leggiamo nelle sue Dichiarazioni sull’Appropriazione infatti “nel citare, imitare, trasporre, riecheggiare, c’è altrettanta imprevedibile originalità che nell’inventare”, e qui la rielaborazione di una prima appropriazione del testo mallarmiano utilizza lo stesso processo su differenti media e discipline. Le parole cambiano negandosi su carta, vetro, in musica, nel cinema o nell’opera editoriale.

Pichler, la copertina dell'opera

Michalis Pichler, la copertina dell’opera

 

Appoggiato su un tavolo del loft c’è Un coup des dés jamais n’abolira le hasard. SCULTURE: sono tanti fogli di cartoncino quante le pagine della poesia, la disposizione tipografica è fedele a quella originale ma al posto delle parole ci sono dei tagli eseguiti al laser. Pendenti dal soffitto vediamo invece delle lastre di vetro, sempre corrispondenti alle diverse pagine, con incisioni satinate nel luogo dei versi, attraversabile e liberamente “sfogliabile” come testo di una “leggibilità senza significato” secondo le teorie di Jacques Derrida.

 

Un momento durante l'inaugurazione della mostra di Pichler presso Il Lazzaretto

Un momento durante l’inaugurazione della mostra di Pichler presso Il Lazzaretto

 

Mallarmé non c’è eppure resta, non è più quel testo perché Pichler se n’è appropriato, fagocitato quello l’artista mostra senza filtri la sua visione, che inglobato il senso del contenuto lascia a noi il suo odore, la sua eredità è trasmessa mediante il senso dell’assenza dell’originale e la presenza viva per ciò che ne resta, filtrata da una seconda, anzi una terza mente.

 

Michalis Ichler durante Miss Read a Berlino

Michalis Pichler durante la manifestazione da lui organizzata a Berlino, Miss Read: the Berlin Art Book Fair.

 

Pichler si richiama apertamente all’esperimento di Broodthaers in Belgio declinando sulle diverse discipline scelte il titolo di quella, citando e facendo propria un’esperienza di rilettura e trasformazione nata dalla rivoluzione di una rivoluzione. Il dialogo che idealmente Pichler porta avanti attraversa quindi le generazioni artistiche e travalica il senso del pezzo unico originale per espandere quello del lascito letterario attraverso la concettualizzazione riproducibile, trascende la sua matericità perché sceglie sì di ripetersi su diversi media: carta o vetro per restare in una resa vicina alla scultura dove però protagonista non è il gesto che nega parti di testo per lasciarlo vivere in differente maniera nella mutilazione, come avvenne in Italia con Isgrò, ma continua attraverso la musica e la teatralizzazione di un’ossessione quale è il collezionismo.

 

Un coup des Dés jamais aboliras le Hasard.SCULTURE, la scultura in vetro di Michalis Pichler al Lazzaretto di Milano

Un coup des dés jamais n’abolira le hazard. SCULTURE, la scultura in vetro di Michalis Pichler al Lazzaretto di Milano

 

Per quanto riguarda la musica è a disposizione nella sala una pianola che tutti possono suonare, basta azionare col pedale il movimento di un tracker roll di 288 millimetri sempre costruito con lo spazio vuoto dei tagli sui versi di Mallarmé. Ecco come un pensiero trasportato a noi grazie alla letteratura continua a sopravvivere diventando altro, genera un contenuto grazie alla sua forma, e quel contenuto si è liberamente spostato da un campo disciplinare all’altro.

 

M. Pichler, Un coup de dès musique, la pianola che "suona" Mallarmé, ph. Massimo Monnecchi

M. Pichler, Un coup de dés..MUSIQUE, la pianola che “suona” Mallarmé, ph. Massimo Monnecchi

 

Sopra una gradinata lignea, utile ad accogliere persone sedute per delle performance nello spazio, troviamo invece la collezione dell’artista di opere editoriali sull’opera iconica di Mallarmé, edizioni storiche o contemporanee ed interventi artistici intesi come “appropriazioni”, partendo da Cosmopolis a Un coup des dés jamais aboliras le Hasard. IMAGE, la ripresa di Mallarmé secondo Broodthaers in tre variazioni, sostituendo interamente le parole con strisce nere. Parliamo di autori come Jérémie Bennequin, Bernand Chiavelli, Jim Clinefelter, Mario Diacono, Cerith Wyn Evans, Ernest Fraenkel, Elsworth Kelly, Michael Maranda, Guido Molinari, Aurelie Noury e Eric Zboya. Ci sono poi pubblicazioni dove si legge “Coup des Des” in copertina senza riferimento esplicito al poeta francese, varia et memorabilia di una collezione sempre in-progress.

 

Un pezzo della collezione Un coup des...

Un pezzo della collezione Un coup des…

 

Quest’ area si configura come un’installazione spaziale, che rafforza l’idea di riappropriazione come processo inglobante, che tiene conto di uno storico nella diffusione del poeta e delle sue successive manipolazioni, a confermare l’ultimo postulato delle “Dichiarazioni” scritto e rilasciate per i visitatori in mostra, secondo cui “nessun poeta, nessun artista di nessun’arte, preso per sé solo, ha un significato compiuto”.

 

Aperto e chiuso. Un coup des dés jamais n'abolira le hazard. SCULPTURE

Aperto e chiuso. Un coup des dés jamais n’abolira le hazard. SCULPTURE

 

 Altre edizioni sono esposte in un angolo di lettura de Il lazzaretto, questi testi fanno tutti parte dei “greatest hits“, ovvero per Pichler la tecnica di parafrasare un predecessore storico o contemporaneo specifico nel titolo, nello stile e/o nel contenuto: tra di essi notiamo oltre a Broodthaers, Baudelaire, Mel Bochner, Ulises Carrion, Katsushika Hokusai, Stéphane Mallarmé, la Monsanto Company, Dante Gabriel Rossetti, Ed Ruscha, Seth Siegelaub, Gertrude Stein, Max Stirner e il New York Times.

 

Un coup des dèsjamais aboliras le hazard

Un coup des dés jamais n’abolira le hazard. Il testo originale

 

Come dicevo anche il cinema partecipa a questa appropriazione, e lo fa in maniera più esplicita, in linea con il principio del greatest hit. In un angolo della sala troviamo infatti un proiettore che manda in loop i fotogrammi di di due iniziali. Broodthaers realizzò su pellicola 35 millimetri il film “Une seconde d’Éternité”, dove apparivano le sue iniziali MB in 24 fotogrammi, per un secondo. Pichler si appropria di questo lavoro spostando gli stessi fotogrammi su una pellicola 8 millimetri: la durata è sempre di un secondo ma bastano 18 fotogrammi per riprodurre con la stessa scrittura di Broodthaers le iniziali MP, Michalis Pichler. Il greatest hit ha abolito la pancia e mostrato che “nel citare, imitare, trasporre, riecheggiare, c’è altrettanta imprevedibile originalità che nell’inventare”.

In mostra è presente anche il flipbook di Une seconde d’Éternité, realizzato dallo stesso Pichler e in vendita per sostenere le attività di Kunstverein Milano.

 

Un'immagine della collezione di Pichler

Un’immagine della collezione di Pichler

 

Michalis Pichler si è formato come scultore sul sito conservativo dell’Acropolis Monuments di Atene. Ha conseguito la laurea in Architettura alla Technical University di Berlino e si è diplomato in Belle Arti alla Art School Berlin-Weissensee. È co-fondatore e organizzatore di Miss Read: The Berlin Art Book Fair e di Conceptual Poetics Day. Lavora come artista concettuale, poeta, editore, sul confine immaginario tra arte visiva e letteratura. La monografia sul suo lavoro MICHALIS PICHLER: Thirteen years: The materialization of ideas è stata pubblicata nel 2015 per Printed Matter, Inc. in collaborazione con Spector Books.

Il Lazzaretto è una giovane e attiva Associazione Culturale  che ha come scopo principale quello di generare idee, aggregare persone e creare opportunità di lavoro in ambito culturale, la sua accogliente sede si trova al numero 15 di via Lazzaretto nel vivace quartiere di Porta venezia a Milano.

 

 

Il logo do Kunstwerein Milano

Il logo do Kunstverein Milano

 

Kunstverein significa in italiano “associazione d’arte” , il nome trae origine delle istituzioni nate nel diciannovesimo secolo  in Germania per sostenere  e diffondere l’arte coeva. E’ una piattaforma sperimentale nata nel 2010 in Germania come progetto di ricerca e produzione d’arte contemporanea; Kunstverein Milano è la sezione italiana di una rete internazionale di “Kunstvereins in franchise” con sede ad Amsterdam, New York e Toronto ed è diretto da Katia Anguelova, Alessandra Poggianti e Andrea Wiarda.

Kunstverein Milano si avvale di metodi non convenzionali per la presentazione dei linguaggi delle arti visive, nella ospitalità, nella produzione di mostre e nel modo di fare ricerca, collaborando con artisti, curatori e professionisti dell’ambito culturale, dando così il proprio contributo alla scena artistica italiana e internazionale. Funziona come uno spazio aperto, di dialogo e scambio, come meeting-point e screening-room, per artisti e pubblico. Concentra la propria ricerca material-semiotica a partire dalle pratiche artistiche, concependo lo spazio espositivo come itinerante. Senza scopo di lucro si avvale del supporto di persone private, aziende e istituzioni interessate a partecipare alla vita culturale supportando le attività di Kunstverein.

Per saperne di più vi invito a consultare il sito www.kunstverein.it

Michela Ongaretti

 

 

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Le carte dell’immaginario. Poesia dei Ritorni di Sofia Rondelli presso lo Studio D’Arte Cannaviello

Le carte dell’immaginario. Poesia dei Ritorni di Sofia Rondelli presso lo Studio D’Arte Cannaviello

E’ una sensazione che a volte ci spinge ad agire, come quella che mi ha portato giovedì 10 novembre a vedere la mostra Poesia dei Ritorni di Sofia Rondelli dopo aver letto del suo lavoro, non andavo certo a caso visto che a presentarla è lo Studio D’Arte Cannaviello, una tra le realtà protagoniste dell’arte milanese da decenni, a me più nota per la qualità delle opere esposte che della mondanità del luogo.

Lo spazio è ubicato nel pieno centro storico, tra Brera e Cordusio, ma non esiste una vetrina, semmai un discreto e citofono accanto all’elegante portone, poi un corridoio, alcuni gradini ed eccoci nel vivo dell’esposizione. Parlo di questo percorso perché stavolta quella sensazione che mi ha guidato ha seguito un flusso continuo, come se ci fosse una coerenza tra la vecchia Milano, l’introduzione in un palazzo storico, il mio passo risonante tra le pareti beige e l’apparizione dei trenta piccoli e notevoli lavori su carta, che vivono in primis grazie alla sovrapposizione di epoche e di ricordi, nella materia e nella mente dell’autrice.

 

Sofia Rondelli, Precipitoso Volo

Sofia Rondelli, Precipitoso Volo, tecnica mista su carta

 

Seguendo questa logica ho esplorarto una ricerca che incontra un gusto per la linea, integrata e potenziata dalla scelta del supporto cartaceo, a sua volta modificato dall’assorbimento dell’acquerello e dei ricami cuciti sul disegno.

Il supporto ha già una vita propria perché l’artista cerca tra rigattieri e antiquari  delle carte che nelle macchie del retro abbiano una storia: come un terreno fertile questo sostrato può far nascere nuove forme a partire dalla sua stessa sostanza, per diventare qualcosa che riemerge dalle profondità della visione dell’artista.

 

Sofia Rondelli, Siamo lapilli che s'incontrano, 2016

Sofia Rondelli, Siamo lapilli che s’incontrano, tecnica mista su carta, 2016

 

Questa carta diventa altro da sé, rafforza e rinnega le sue origini vetuste per trasformarsi in un leggero passo di danza malinconico e personale, dove le figure non sono definite ma galleggiano evanescenti su sogni reminescenze e sentimenti dell’artista. L’esito poteva essere opposto, le macchie brune potevano diventare forza oscura, massa cromatica e drammatica, magari lacerata, ma questo non è il mondo di Sofia Rondelli dove il simbolo è sublimato con dolcezza rarefatta.

I soggetti nascono dunque come visioni oniriche o dell’immaginazione, dove il mistero si costruisce attraverso la colorazione tenue che si concentra intorno alle figure senza un limite netto, amalgamandosi alle macchie preesistenti che spesso suggeriscono esse stesse le anatomie, come si vede nello splendido “Le sentinelle del Silenzio”.  

 

Sofia Rondelli, Le sentinelle del silenzio, tecnica-mista-su-carta 2014

Sofia Rondelli, Le sentinelle del silenzio, tecnica mista su carta, 2014

 

Ci troviamo in un territorio intimo, in un’atmosfera che sospende la velocità del passaggio contemporaneo per approdare ad una lenta e tonale narrazione: perché se è vero che c’è del mistero nel silenzioso viaggio dall’interiorità all’emersione materica, dalla natura consunta dell’antichità della carta al suo farsi geometria anatomica di oggi, è anche vero che esiste sempre un racconto. Quello che si vede è sempre lo svolgersi di un’azione, si capisce cosa accade anche con l’intenzionale aiuto dei titoli, mentre resta in sospeso il dove e soprattutto il quando. Quale tempo, quale luogo se non quelli dell’immaginazione scevra da ogni logica se non quella della verosimiglianza.  

 

Che il mio albero si tinga di rosso, Sofia Rondelli 2013

Che il mio albero si tinga di rosso, Sofia Rondelli, tecnica mista su carta, 2013

 

Questo mistero ha spesso un suo preciso codice di decriptazione nei riferimenti dotti, filosofici e letterari: appiglio fondamentale per la nostra comprensione del racconto, per l’artista parte ormai imprescindibile dal suo universo intimo e visionario. Le letture fondanti per la vita e l’arte di Sofia Rondelli sono Rainer Maria Rilke, Bruno Schulz, Max Picard, Paul Valéry, Dostoevskij e la poesia di Antonia Pozzi, Camillo Sbarbaro, Giorgio Caproni, Anna Achmatova.

In mostra vediamo “Insonnia” ispirata al pensiero di Emil Cioran, nella sua descrizione morbosa della condizione dell’insonne, che come un miserabile si trascina nell’esplorazione notturna delle strade, al peso insopportabile che hanno i pensieri notturni, come macigni sull’anima.

 

Insonnia, Sofia Rondelli

Insonnia, Sofia Rondelli, Insonnia, tecnica mista su carta

 

Il titolo stesso della mostra, frutto del lavoro degli ultimi due anni, nasce dalla lirica “I ritorni” di Salvatore Quasimodo, dove il poeta ripensa alla sua vita passata, ai momenti che solo nel ricordo esistono nella loro limpidezza. Tema molto sentito da chi come l’artista toscana ha cambiato città per approdare a Torino, nutrendo la propria poetica di un’atmosfera vissuta come scrive Casorati “dove la nebbia è più luminosa del sole”.

 

Sofia Rondelli, Giove e Io, tecnica mista su carta

Sofia Rondelli, Giove e Io, tecnica mista su carta

 

Se il suo immaginario si è nutrito nel corso degli anni di letteratura e poesia, sulla carta pittorica vediamo quella che parla di attimi contemplativi e di incontri, di fusioni tra corpi e anime, suggerite dal non finito della tecnica dei piccoli segni, sostenuti dalla materia, sospesi nell’acquerello integrato alla patina del tempo sulla carta. Spesso l’opera pittorica traduce componimenti scritti dall’artista, altrove la suggestione è mitologica come in “Giove e Io” che lascia in sospeso l’azione dell’amplesso rendendo il racconto universale, simbolo di ogni unione nel trasmigrare da una dimensione fisica a quella spirituale, nella sua impossibilità di una definizione. Il soggetto è sentito come tra i più seducenti ed erotici nella Storia dell’Arte, e in questo caso la visione è mediata da quella pittorica di Correggio, dove la fitta rete di linee e punti traduce in leggerezza la matericità cinquecentesca.

 

Sofia Rondelli, Topografia di un sentimento II, tecnica mista su carta, 2016

Sofia Rondelli, Topografia di un sentimento II, china, acquerello e ricamo

 

Non ci sono sempre le figure a materializzare un’emozione, in “Topografia di un sentimento II” vediamo in alto le stesse vette del primo lavoro con lo stesso titolo, metafora di un innalzamento di condizione esistenziale, delicate come in una sottile carta giapponese e suggerite all’istante dal coagularsi dell’invecchiamento del supporto in un punto. Verso il basso siamo condotti dalla cucitura rossa,  una colata lavica da un monte, a quel regno più ricco di elementi contemporanei come il colore rosso e il blu, e il ricamo di una sagoma arborea, racchiude al centro ciò che pare nascere da sottosuolo, condensato in una forma circolare definita nei tipici piccoli punti: è il sottosuolo della profondità del desiderio umano, della spinta che avvicina un individuo verso un altro.

 

Sofia Rondelli, Pietas, tecnica mista su carta

Sofia Rondelli, Pietas, tecnica mista su carta

 

Pur nella personale delineazione della tecnica il lavoro di Rondelli si è senza dubbio nutrito della lezione di Omar Galliani, studiata e rielaborata nel suo percorso con l’insegnamento di Claudio Cargiolli e Stefano Ciaponi. Tutti grandi maestri di come la stessa tradizione gloriosa del disegno possa dare esiti, molto diversi tra loro, squisitamente contemporanei nell’esibire un linguaggio che veicola concetti con l’uso sapiente di una tecnica.

 

Sofia Rondelli, Punta Manara, grafite china e ricamo su tela

Sofia Rondelli, Punta Manara, grafite china, acquerello e ricamo su tela

 

Mi racconta della formazione liceale con Cargiolli, fondamentale per la trasmissione dell’entusiasmo verso la disciplina unita all’osservazione attenta, ad una sensibilità gioiosa e tangibile verso la scelta del supporto. Fu molto più di un’istruzione artistica pratica, ma una educazione dell’anima “all’auscultazione sensibile delle cose e lo sguardo al continuo senso di meraviglia”. Per Rondelli Omar Galliani ha rappresentato invece un breve ma importante incontro formativo, per la comprensione del linguaggio contemporaneo, anche nei rapporti con il mondo delle gallerie. Si vede con chiarezza l’influenza di Galliani nelle figure di alcuni pezzi come “Punta Manara”, anche se la declinazione tecnica di Rondelli è molto differente perchè tende a definirsi attraverso la delicatezza dei punti e non per l’incisività della grafite.

La mostra sarà visitabile fino al 7 gennaio presso lo Studio d’Arte Cannaviello in piazzetta Maurilio Bossi 4 da martedì a sabato dalle ore 11 alle 19 o su appuntamento.

Michela Ongaretti

Libreria Greco ( Rocci 1936) , collezione Fz, design Francesco Rosi per Città Castello

Città Castello. Umbria artigiana e tecnologica al Fuorisalone2015

Città Castello. Umbria artigiana e tecnologica al Fuorisalone2015 via Tortona, Opificio 31

Una delle zone più ricche di eventi Fuorisalone, via Tortona o Tortona District, ospiterà anche Ambiente Umbria con l’evento Città Castello – Designed to be Authentic e la sua collezione Fz del brand Città Castello disegnata dall’architetto Francesco Rosi, presso Loftino/ Opificio 31 di via Tortona. Verranno coinvolti nel progetto altri creativi nella realizzazione di wallpaper, e gli studenti dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia.

 

Sedie Sedule, collezione Fz, design Francesco Rsi per Città Castello

Sedie Sedule, collezione Fz, design Francesco Rsi per Città Castello

 

Ambiente Umbria non è un’azienda ma molto di più: è una rete di imprese artigiane fondata da Umbria Export, l’agenzia per l’internazionalizzazione del sistema produttivo della regione, al fine di far cooperare le diverse professionalità dell’Alta Valle del Tevere afferenti al settore del design e della produzione di mobili.

Primo passo progettuale è stata la creazione del brand Città Castello, nome scelto in omaggio alla città d’arte Città di Castello, che si trova ad essere il centro urbano più conosciuto dell’Alta Valle del Tevere, e per indicare il forte legame della rete con il territorio. Forse non tutti sanno che l’area è tra le prime in Italia per la produzione di mobili in stile, nella quale operano in gran numero imprese artigiane dedicate a rendere i prodotti sempre più competitivi in termini di qualità estetica e funzionale.Tutto questo è stato possibile grazie al progetto per lo sviluppo locale Alta Umbria, supportato dalle Casse di Risparmio dell’Umbria, Camera di Commercio di Perugia e Sviluppumbria, tramite il progetto i-Start. E’ patrocinata da Confindustria Umbria, Confartigianato e Confcommercio Perugia.

Tavolo Tabula, Città Castello, design Francesco Rosi

Tavolo Tabula, Città Castello, design Francesco Rosi

 

 

Si tratta quindi della valorizzazione di un territorio già ricco di talenti, che viene ulteriormente stimolato attraverso iniziative e progetti per ricerca e innovazione. La vocazione artistica e artigianale pare essere nel dna umbro data la provenienza di artisti come Piero della Francesca e nel ventesimo secolo Alberto Burri, personalità che hanno lasciato la propria impronta artistica nel tempo e nello spazio: qui e nel mondo, al tempo in cui sono vissuti e nella memoria di chi si ispira alla loro ricerca. Non dimentichiamo l’eccellenza “industriale” ante-litteram fin da molti secoli attiva: parliamo dell’artigianalità legata allo sviluppo della produzione della carta e della stampa, all’agrimeccanica, alla lavorazione del tabacco e quella del legno.

Se tradizionalmente in Umbria si lavora il legno, la collezione Fz non si ferma alla mera produzione artigianale, ma coniuga alla sapienza degli antenati lo sviluppo e l’innovazione tecnologica che rende i mobili funzionali e confortevoli.

particolare del set bagno Levando, collezione Fz, design di francesco Rosi per Città Castello

particolare del set bagno Levando, collezione Fz, design di francesco Rosi per Città Castello

 

 

La linea è progettata dall’architetto Francesco Rosi che regala alle forme lignee una vena ironica: a volte c’è un richiamo scherzoso a oggetti- simbolo dell’infanzia, a volte la citazione si fa più dotta recuperando elementi decorativi dalla tradizione artistica e territoriale, altrove si gioca con forme antropomorfe. Inoltre Rosi sottolinea nell’uso dei materiali il gioco di rimandi tra tradizione e innovazione, mediante la mescolanza di legni “antichi” e lavorazioni dallo stile contemporaneo.

Usare il legno significa poi rispettare l’ambiente, non tanto per l’utilizzo di una sua risorsa quanto nella possibilità di un uso eterno di questi resistenti mobili, evitando lo spreco e rendendo non necessario un riciclo di eventuali scarti. Se uniamo al senso di calore e protezione che il legno dà, probabilmente perché viene associato a qualcosa che è sempre esistito nella nostra cultura, la ricerca raffinata e semplice del design , e la tecnologia che lavora per amplificare la funzionalità dei pezzi, abbiamo ben compreso la finalità del progetto di Francesco Rosi per Fz.

Nel dettaglio: Sedule è una serie di sedute tipico esempio dell’integrazione tra artigianato e nuove tecnologie: si usano essenze nobili, legno di carpine e noce, mentre gli schienali sono realizzati grazie alla stampa 3D e si ispirano alle grottescherinascimentali ben visibili nel patrimonio umbro, non le ricalcano ma piuttosto giocano combinando i loro disegni.

Schienale di Sedule collezione Fz Città Castello, design Francesco Rosi

Schienale di Sedule collezione Fz Città Castello, design Francesco Rosi

 

 

Tabula: definito tavolo-architettura circolare, nato per la convivialità antica unendo la funzionalità del design odierno. I legni usati sono quelli del mobile artigianale della zona come il noce, castagno, frassino, faggio, olmo . I piani d’appoggio sono invece in cristallo , multistrato di betulla e noce- carpine.

Libreria Greco ( Rocci 1936) , collezione Fz, design Francesco Rosi per Città Castello

Libreria Greco ( Rocci 1936) , collezione Fz, design Francesco Rosi per Città Castello

Libreria Greco (Rocci 1936): qui il recupero della tradizione si attua nell’utilizzo dellastruttura classica delle boiserie a parete delle dimore nobili, con una logica rilettura moderna nel suo insieme, ma sempre utilizzando elementi storici. Un collage moderno di idee lontane nel tempo, e nella memoria della giovinezza. La finitura si compone infatti di un découpage di carta applicato artigianalmente e recuperato da una copia autentica del Dizionario di Greco, a cura di Lorenzo Rocci, editato dalla Dante Alighieri di Città di Castello nel 1936..se potesse parlare avrebbe molto da raccontare sulla formazione umana, culturale, sentimentale di molti giovani..al momento può essere presente nella quotidianità del nostro salotto, per racchiudere altri libri e mostrarsi alle nuove generazioni, dando una nuova veste alla libreria Greco.

Santone è figlio del nostro tempo, si tratta di una docking station per smartphone e tablet, dalla quale si possono ricaricare i dispositivi, ed è collegata a degli amplificatori. Esprime una forte carica di gioia per la tecnologia su diversi piani, ad esempio le luci incorporate sono controllate da sensori ad infrarossi che comandano diverse configurazioni, interagendo con il suono circostante. Non solo allegria ma anche gioco e ironia ( e auto-ironia) nelle sembianze antropomorfe date dalla forma e posizione delle casse. Pare vedere l’uomo tecnologico entusiasta ma un pò buffo, dall’animo puro e infantile, aperto a nuove esperienze, qui accolte nel cuore del suo funzionamento grazie alla piattaforma open source Arduino, e alle sue finiture provenienti dalla stampa 3D.

 

Santone docking station, CollezioneFz di Città Castello, design Francesco Rosi

Santone docking station, CollezioneFz di Città Castello, design Francesco Rosi

 

Levando è un set bagno ergonomico e pratico per il singolo, caratterizzato da inedite composizioni polimateriche: basamento in rovere e noce con raffinata lavorazione che sostiene il lavabo in ceramica artigianale.Comodo: un mobile contenitore con cassetto apribile su tre lati con luce notturna, abat-jour ed è cablato per la ricarica di smartphone, tablet, notebook con un microprocessore a controllarne i comandi. Anche questo arredo, così flessibile nella possibilità di utilizzo date le molte funzioni, si presenta come un gioco d’infanzia per i “grandi”, ma non troppo.

Bombi, wall paper di Giovanni Bettacchioli per Città Castello

Bombi, wall paper di Giovanni Bettacchioli per Città Castello

Lectoro: è un letto multifunzione, nella spalliera sono integrate luci e lampade flessibili LED, mentre nelle superfici laterali si trovano spazi di ricarica per ogni dispositivo. Sempre Arduino dal suo interno può generare effetti di luce.

Armario / Set si presenta come unarmadio solido in materiali pregiati. Da fuori notiamo la finitura a foglia d’oro e noce fiammato sulla struttura in listellare nobilitato di noce e faggio, e lo specchio sulle ante scorrevoli con specchio; mentre all’interno cassettiera e illuminazione rendono onore alla praticità razionale.

Lavabile: è un lavabo in terra refrattaria smaltata, free stand, cioè che può essere spostato e collocato ovunque. Il basamento è in travertino e la parte lignea a mosaico di listelli noce e rovere.

In via Tortona vedremo anche gli wallpaper e i progetti dell’Accademia di Belle Arti, i primi su disegno di Giovanni Bettacchioli, illustratore, dell’architetto Besmira Braho, Fabio Mariacci, graphic designer e artista e dell’architetto e designer Achille Sberna. A questi lavori si aggiungono i progetti di ricerca e progettazione degli studenti dell’Accademia “Pietro Vannucci” di Perugia del corso di Design3. Sotto la guida del docente Marco Tortoioli Ricci i ragazzi hanno esplorato il rapporto tra identità territoriale e design.

Città Castello – Designed to be Authentic- Loftino/ Opificio 31 di via Tortona

Michela Ongaretti