Miyazaki ritratto da Manzoni Piazzalunga nel giorno del suo settantaseiesimo compleanno

Hayao Miyazaki ha compiuto 76 anni! Auguri con Porco Rosso

Hayao Miyazaki ha compiuto 76 anni! Auguri con Porco Rosso

 

Hayao Miyazaki con lo studio Ghibli è un personaggio cardine nella storia del film d’animazione, Ieri ha compiuto 76 anni.

Hayao Miyazaki, ritratto di Giovanni Manzoni Piazzalunga, nel giorno del suo compleanno.

Hayao Miyazaki ritratto da Giovanni Manzoni Piazzalunga, nel giorno del suo settantaseiesimo compleanno

 

Quando ero bambina i cartoni animati erano soprattutto giapponesi, fatti di machi robot, più da grande fu l’esplosione di eroine dotate di magici poteri o di storie sdolcinate. Sono stata così fortunata da crescere e poter guardare anche le opere disegnate di Hayao Miyazaki, che potevano piacere a grandi e piccoli in grado di apprezzare un lavoro ben fatto dotato di originalità nella creazione dei personaggi e soprattutto di intrecci più costruiti e avvincenti nella forma di veri e propri film, che non fossero le fiabe di Walt Disney già lette sui libri. Non credevo che superati i vent’anni avrei passato delle serate a vedere un cartoon e discutere sui possibili significati simbolici con gli amici.

 

La città Incantata

La trasformazione di Senza-Volto (Kaonashi) ne La città Incantata, 2001

 

Non avevo ancora visto Kiki Consegne a Domicilio, Laputa Castello nel Cielo, e il bellissimo Il mio vicino Totoro, usciti molto prima, alla fine degli anni ottanta. Anche La Principessa Mononoke del 1997 fu scoperto in seguito. Per me come per molti italiani lo stupore è iniziato con La Città Incantata nel 2001, film che avvalse allo studio cinematografico Ghibli, creato da Miyazaki e Isao Takahata e produttore del lungometraggio, l’Orso d’Oro e il Premio Oscar. In seguito è stato il momento di essere rapiti dalle immagini de Il Castello Errante di Howl del 2005 e di Ponyo sulla scogliera del 2008.

 

Il Castello Errante di Howl si muove sulle montagne, frame del film scritto e diretto da Miyazaki nel 2004.

Il Castello Errante di Howl si muove sulle montagne, frame del film scritto e diretto da Miyazaki nel 2004

 

In tutti i film di Miyazaki i mondi immaginari rappresentati spesso sono allegorie del presente e i personaggi sono mossi ad azioni da motivazioni recondite e complesse: questi universi sono nati non solo dalla creatività inventiva ma anche dalla conoscenza di scrittori occidentali, che su stessa ammissione dell’autore giapponese, hanno influenzato l’ideazione delle sue opere cinematografiche. Parliamo di Ursula K. Le Guin, Diana Wynne Jones e of course di Lewis Carrol. Ancora Miyazaki cita Eleanor Farjeon, Philippa Pearce e Rosemary Sutcliff. Anche le storie di piloti e di aerei del grande Roald Dahl sono state amate e presenti nella sua cinematografia, e devo senza dubbio ricordare l’interesse di Miyazaki per l’opera di Antoine de Saint-Exupéry.

 

Chihiro e Haku, personaggi de La Città Incantata, 2001

Chihiro e Haku, personaggi de La Città Incantata, 2001

 

L’ultimo film che vede Miyazaki alla regia è stato Si alza il vento del 2013, dopo l’annuncio del suo ritiro confermato e poi smentito, dopo una carriera di quasi cinquant’anni e il premio Oscar alla carriera del 2014, ma il film che più mi colpì tra tutti è stato Porco Rosso, uscito nel lontano 1992.

Decido di parlarne per la ragione precisa del suo interesse per l’Italia, che lo ha onorato con il Leone d’oro alla carriera alla 62esima Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, nel 2005. L’ambientazione è italiana e il protagonista stesso è italiano, in un’epoca difficile come quella del Fascismo, ma i riferimenti alla nostra storia e cultura artistica sono molto più numerosi e precisi. 

 

Miyazaki ritira il Leone d'oro alla carriera a Venezia

Miyazaki ritira il Leone d’oro alla carriera durante la 62 esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nel 2005. in quell’occasione fu presentato Il Castello Errante di Howl

 

Già nelle prime immagini il regista fa di tutti per farci capire che ci troviamo nel Belpaese: una bottiglia di vino rosso e un giornale italiano sono gli attributi iniziali di questo eroe sarcastico e libero, e tutte le insegne che si vedono nel film sono scritte in italiano, con qualche tenero refuso.

La sinossi in breve. Lui è un grande pilota dell’aeronautica Regia e il suo nome è Marco Pagot, durante la prima guerra mondiale un incidente lo trasforma in un maiale antropomorfo, così decide di ritirarsi dalla vita mondana e ritirarsi sulla costa dalmata per dare la caccia alle taglie dei feroci pirati dell’aria. Il suo idrovolante monoplano S.21 “Folgore” tutto rosso, è stato ideato da Miyazaki pensando ad oggetti reali del periodo, tanto da somigliare molto al monoplano Macchi M.33.

 

La locandina del film d'animazione Porco Rosso, Studio Ghibli 1992

La locandina del film d’animazione Porco Rosso, scritto e diretto da Hayao Miyazaki e prodotto dallo Studio Ghibli nel 1992

 

Marco diventa Porco Rosso, e si trova ad affrontare l’alleanza dei pirati con il pilota americano Donald Curtis, che abbatte l’aereo cremisi. Non viene del tutto distrutto e Marco si rifugia a Milano per fare riparare quanto ne resta dalla ditta Piccolo Spa.

E’ nella sosta a Milano di Porco Rosso che Miyazaki dimostra di conoscere e amare l’Italia nella sua storia, infatti il figli maschi della Piccolo sono emigrati in America a cercar fortuna come davvero accedeva, e l’incontro con Arturo Ferrarin della Regia Aeronautica è il ricordo dell’oppressione di regime che impone a Marco la fuga, se non rientra nei ranghi militari. Appaiono così gli squadroni punitivi che inseguono Marco e Fio, la figlia di Piccolo: è una donna a salvare e riparare il monoplano..indipendenza di pensiero e d’azione, femminismo, questo è Miyazaki.

 

Porco Rosso e il suo idrovolante sui navigli di Milano

Una scena di Porco Rosso con il suo idrovolante sui navigli di Milano

 

L’S.21 torna sull’isola rifugio nel Mare Adriatico, assaltata presto dai pirati, che si placano con un ammonimento della ragazza sul senso dell’onore di essere aviatori. Come ci si aspetta arriva Curtis per lo scontro finale che sarà un duello ad armi pari con Marco, ma poi gli strumenti bellici non sono più funzionanti e la lotta diventa un corpo a corpo tra i due, a scazzottate. Marco vince ma tutti devono scappare perchè la Regia Aeronautica è vicina.

 

Porco Rosso in azione

Porco Rosso in azione con Donald Curtis alle calcagna

 

Fio è affidata all’ex fidanzata di marco, Gina, che possiede l’Hotel Adriano, la rivediamo con l’ormai amica a ricordare il passato dopo la fine del Ventennio e della Seconda Guerra Mondiale, Curtis vi torna come turista dopo essere diventato un attore hollywoodiano, lui che aveva cercato di convincere la stessa Gina a diventare una star, secondo il mito e il sogno che era per l’Italia Hollywood. Il finale è sulle note della nostalgia e del mistero di Porco Rosso.

 

L'hotel Adriano in Porco Rosso

L’architettura immaginaria dell’hotel Adriano in Porco Rosso

 

In Porco Rosso ci sono le tematiche ricorrenti del cinema di Miyazaki, come la metamorfosi misteriosa come dannazione, (posso citare, senza esaurire tutti gli esempi, quella dei genitori di Chihiro ne La città incantata, e la malattia di Ashitaka in Princess Mononoke);  la grande passione per il volo, la condanna del Fascismo, la mai netta distinzione tra buoni e cattivi, il ruolo chiave di un personaggio femminile adolescente.

 

Porco Rosso come Humphrey Bogart

Porco Rosso come Humphrey Bogart

 

La cultura giapponese non è certo estranea se si pensa, interpretazione che mi convince, che la metafora del maiale riguarda la dualità di Marco nel suo aspetto pubblico e privato: da fuori è un insulto al Fascismo, “è meglio essere maiale piuttosto che fascista” dice il protagonista, ma dentro al suo cuore vive il senso di colpa per essere l’unico sopravvissuto ad una battaglia, questo senso di disonore molto giapponese lo fa sentire un maiale.

Ma veniamo ai riferimenti più precisi: Porco Rosso è al secolo Marco Pagot per omaggiare i fumettisti Nino e Toni Pagot creatori tra i vari personaggi del famosissimo Calimero.Tra l’altro i figli marco e Gina hanno davvero collaborato con Miyazaki per la serie Il fiuto di Sherlock Holmes.

 

Marco Pagot alias Porco Rosso

Marco Pagot alias Porco Rosso, una scena del film con la bottiglia dove si legge la scritta “vino” in italiano

 

La Piccolo Spa si trova a Milano sul Naviglio Grande, qui il costruttore propone la sostituzione di motore con un Folgore, che è per davvero il motore FIAT A.S.2, con cui Mario De Bernardi vince nel 1926 la  Coppa Schneider, Qui il gioco citazionistico si fa più complesso perché sui coperchi delle valvole appare la scritta Ghibli, che fu il soprannome del bimotore degli anni trenta Caproni Ca.309. Se parlo di aeronautica è perché da questa passione di Miyazaki nasce il nome del suo studio cinematografico. Pensate che la storia dell’aeronautica italiana è entrata nella storia del cinema di animazione mondiale.. l’Italia come esempio eccellente per chi di motori ne sapeva qualcosa visto che la sua azienda di famiglia era la Miyazaki Airplane, che produceva componenti di veicoli aeromobili.

 

Porco Rosso vola sull'Adriatico

Porco Rosso vola sull’Adriatico con il suo idrovolante monoplano S.21 “Folgore”

 

Appaiono nel film i piloti Francesco Baracca e Adriano Visconti, grandi vittoriosi aviatori italiani realmente esistiti, il primo nella Prima Guerra Mondiale e il secondo nella Seconda.

Si cita persino il testo poetico Alcyone di Gabriele D’Annunzio, nome che Miyazaki dà alla motonave dell’Albergo Adriano, e un noto bombardiere dell’epoca si chiamava Alcione.

Forse qualcuno non sa che..l’Alfa Romeo un tempo costruiva motori aeronautici, ecco perchè campeggia un somigliante suo simbolo nella bottega dell’armaiolo.

L’ex compagno Ferrarin ricorda Arturo Ferrarin che nel 1920 ha per la prima volta seguito la rotta Roma-Tokyo, e pilotato davvero il Macchi M.39, oltre che in una scena del film.

 

Hayao Miyazaki, ritratto di Eleonora Prado, 2016

Hayao Miyazaki, ritratto di Eleonora Prado, 2016

 

Un altro personaggio realmente esistito qui presente è Stanislao Bellini, qui citato solo col cognome come compagno di stormo di Pagot durante la Grande Guerra. Fu un pilota velocista del Reparto Sperimentale Alta Velocità di Desenzano del Garda, e proprio per l’idrocorsa Macchi-Castoldi M.C.72 ne fu il perito durante i voli di prova.

Una banda di pirati si chiama “Mamma aiuto”, citando il soprannome Mammaiuto dell’idrovolante CANT Z.501, esso diventò in seguito il grido di reparto del 15º Stormo SAR.

L’ultimo tributo, dopo non averne esaurito l’elenco, è nei titoli di coda, dove appare la Mole Antonelliana, uno dei simboli d’Italia e della sua sperimentazione tecnologica.

 

Miyazaki tra i suoi personaggi

Miyazaki tra i suoi personaggi

 

Grazie per aver unito la nostra cultura alla tua, per averci fatto sognare trasfigurando il mondo. Per averci incluso nel tuo universo. Auguri Miyazaki! E lunga vita allo Studio Ghibli..

Michela Ongaretti

 

Mallarmé, Broodthaers e Pichler

Modernità dopo la modernità. Michalis Pichler si appropria di Mallarmé

Modernità dopo la modernità. Michalis Pichler si appropria di Mallarmé

Le parole sono una mia ossessione, e ultimamente mi capita spesso di vedere come entrino a pieno titolo nel gioco dell’arte.

Il 14 dicembre ho visitato lo spazio di via Lazzaretto 15 a Milano che ospita Kunstverein per la prima personale italiana dell’artista tedesco Michalis Pichler, dal titolo Exposition Littéraire autour de Mallarmé. Quello che scopro qui è proprio la presenza di parole e versi a dare forma a manufatti che si costruiscono attraverso la morfologia dei primi, per farci entrare in un universo dove le parole stesse lasciano la loro impronta per diventare altro da sé.

 

Mallarmé, Broodthaers e Pichler

Mallarmé, Broodthaers e Pichler

 

Fino al 28 gennaio, con una pausa natalizia dal 23 dicembre all’8 gennaio, sarà possibile entrare nell’atmosfera raccolta e riflessiva dell’ultima fase di ricerca artistica di Michalis Pichler dove il termine chiave per comprendere il senso complessivo è “appropriazione”, come mi spiega Andrea Wiarda, una delle curatrici del progetto europeo dedicato all’arte contemporanea Kunstverein.

 

Andrea Wiarda di Kunstwerein parla dell'opera di Pichler

Andrea Wiarda di Kunstverein parla dell’opera di Pichler

 

Pichler, Broodthaers e Mallarmé

Pichler, Broodthaers e Mallarmé

 

Già, perché parliamo di rilettura formale o conversione dello stile in partitura grafica di Un coup des dés jamais n’abolira le hasard. POÈME, esempio di una rivoluzione che fu soprattutto letteraria, come vediamo dalle note originali di Mallarmé sul testo prima della pubblicazione del 1897 su Cosmopolis, dove il poeta richiedeva un layout preciso, come le parole poetiche dovevano essere disposte in stampa, leggibili dall’alto verso il basso ma anche orizzontalmente. Quella scrittura d’avanguardia è interpretata in senso materiale prendendo in considerazione lo spazio occupato dai gruppi di parole, i versi, già da un altro artista, Marcel Broodthaers, nel 1969, quando espose al Wide Space di Anversa Un coup des dés jamais n’abolira le hasard. IMAGE.

 

Un coup des dès jamais aboliras le hazard, SCULPTURE. Opera di Michalis Pichler del 2008

Un coup des dés jamais n’abolira le hazard, SCULPTURE. Opera di Michalis Pichler del 2008

 

Da questa operazione parte il discorso di Pichler. Come leggiamo nelle sue Dichiarazioni sull’Appropriazione infatti “nel citare, imitare, trasporre, riecheggiare, c’è altrettanta imprevedibile originalità che nell’inventare”, e qui la rielaborazione di una prima appropriazione del testo mallarmiano utilizza lo stesso processo su differenti media e discipline. Le parole cambiano negandosi su carta, vetro, in musica, nel cinema o nell’opera editoriale.

Pichler, la copertina dell'opera

Michalis Pichler, la copertina dell’opera

 

Appoggiato su un tavolo del loft c’è Un coup des dés jamais n’abolira le hasard. SCULTURE: sono tanti fogli di cartoncino quante le pagine della poesia, la disposizione tipografica è fedele a quella originale ma al posto delle parole ci sono dei tagli eseguiti al laser. Pendenti dal soffitto vediamo invece delle lastre di vetro, sempre corrispondenti alle diverse pagine, con incisioni satinate nel luogo dei versi, attraversabile e liberamente “sfogliabile” come testo di una “leggibilità senza significato” secondo le teorie di Jacques Derrida.

 

Un momento durante l'inaugurazione della mostra di Pichler presso Il Lazzaretto

Un momento durante l’inaugurazione della mostra di Pichler presso Il Lazzaretto

 

Mallarmé non c’è eppure resta, non è più quel testo perché Pichler se n’è appropriato, fagocitato quello l’artista mostra senza filtri la sua visione, che inglobato il senso del contenuto lascia a noi il suo odore, la sua eredità è trasmessa mediante il senso dell’assenza dell’originale e la presenza viva per ciò che ne resta, filtrata da una seconda, anzi una terza mente.

 

Michalis Ichler durante Miss Read a Berlino

Michalis Pichler durante la manifestazione da lui organizzata a Berlino, Miss Read: the Berlin Art Book Fair.

 

Pichler si richiama apertamente all’esperimento di Broodthaers in Belgio declinando sulle diverse discipline scelte il titolo di quella, citando e facendo propria un’esperienza di rilettura e trasformazione nata dalla rivoluzione di una rivoluzione. Il dialogo che idealmente Pichler porta avanti attraversa quindi le generazioni artistiche e travalica il senso del pezzo unico originale per espandere quello del lascito letterario attraverso la concettualizzazione riproducibile, trascende la sua matericità perché sceglie sì di ripetersi su diversi media: carta o vetro per restare in una resa vicina alla scultura dove però protagonista non è il gesto che nega parti di testo per lasciarlo vivere in differente maniera nella mutilazione, come avvenne in Italia con Isgrò, ma continua attraverso la musica e la teatralizzazione di un’ossessione quale è il collezionismo.

 

Un coup des Dés jamais aboliras le Hasard.SCULTURE, la scultura in vetro di Michalis Pichler al Lazzaretto di Milano

Un coup des dés jamais n’abolira le hazard. SCULTURE, la scultura in vetro di Michalis Pichler al Lazzaretto di Milano

 

Per quanto riguarda la musica è a disposizione nella sala una pianola che tutti possono suonare, basta azionare col pedale il movimento di un tracker roll di 288 millimetri sempre costruito con lo spazio vuoto dei tagli sui versi di Mallarmé. Ecco come un pensiero trasportato a noi grazie alla letteratura continua a sopravvivere diventando altro, genera un contenuto grazie alla sua forma, e quel contenuto si è liberamente spostato da un campo disciplinare all’altro.

 

M. Pichler, Un coup de dès musique, la pianola che "suona" Mallarmé, ph. Massimo Monnecchi

M. Pichler, Un coup de dés..MUSIQUE, la pianola che “suona” Mallarmé, ph. Massimo Monnecchi

 

Sopra una gradinata lignea, utile ad accogliere persone sedute per delle performance nello spazio, troviamo invece la collezione dell’artista di opere editoriali sull’opera iconica di Mallarmé, edizioni storiche o contemporanee ed interventi artistici intesi come “appropriazioni”, partendo da Cosmopolis a Un coup des dés jamais aboliras le Hasard. IMAGE, la ripresa di Mallarmé secondo Broodthaers in tre variazioni, sostituendo interamente le parole con strisce nere. Parliamo di autori come Jérémie Bennequin, Bernand Chiavelli, Jim Clinefelter, Mario Diacono, Cerith Wyn Evans, Ernest Fraenkel, Elsworth Kelly, Michael Maranda, Guido Molinari, Aurelie Noury e Eric Zboya. Ci sono poi pubblicazioni dove si legge “Coup des Des” in copertina senza riferimento esplicito al poeta francese, varia et memorabilia di una collezione sempre in-progress.

 

Un pezzo della collezione Un coup des...

Un pezzo della collezione Un coup des…

 

Quest’ area si configura come un’installazione spaziale, che rafforza l’idea di riappropriazione come processo inglobante, che tiene conto di uno storico nella diffusione del poeta e delle sue successive manipolazioni, a confermare l’ultimo postulato delle “Dichiarazioni” scritto e rilasciate per i visitatori in mostra, secondo cui “nessun poeta, nessun artista di nessun’arte, preso per sé solo, ha un significato compiuto”.

 

Aperto e chiuso. Un coup des dés jamais n'abolira le hazard. SCULPTURE

Aperto e chiuso. Un coup des dés jamais n’abolira le hazard. SCULPTURE

 

 Altre edizioni sono esposte in un angolo di lettura de Il lazzaretto, questi testi fanno tutti parte dei “greatest hits“, ovvero per Pichler la tecnica di parafrasare un predecessore storico o contemporaneo specifico nel titolo, nello stile e/o nel contenuto: tra di essi notiamo oltre a Broodthaers, Baudelaire, Mel Bochner, Ulises Carrion, Katsushika Hokusai, Stéphane Mallarmé, la Monsanto Company, Dante Gabriel Rossetti, Ed Ruscha, Seth Siegelaub, Gertrude Stein, Max Stirner e il New York Times.

 

Un coup des dèsjamais aboliras le hazard

Un coup des dés jamais n’abolira le hazard. Il testo originale

 

Come dicevo anche il cinema partecipa a questa appropriazione, e lo fa in maniera più esplicita, in linea con il principio del greatest hit. In un angolo della sala troviamo infatti un proiettore che manda in loop i fotogrammi di di due iniziali. Broodthaers realizzò su pellicola 35 millimetri il film “Une seconde d’Éternité”, dove apparivano le sue iniziali MB in 24 fotogrammi, per un secondo. Pichler si appropria di questo lavoro spostando gli stessi fotogrammi su una pellicola 8 millimetri: la durata è sempre di un secondo ma bastano 18 fotogrammi per riprodurre con la stessa scrittura di Broodthaers le iniziali MP, Michalis Pichler. Il greatest hit ha abolito la pancia e mostrato che “nel citare, imitare, trasporre, riecheggiare, c’è altrettanta imprevedibile originalità che nell’inventare”.

In mostra è presente anche il flipbook di Une seconde d’Éternité, realizzato dallo stesso Pichler e in vendita per sostenere le attività di Kunstverein Milano.

 

Un'immagine della collezione di Pichler

Un’immagine della collezione di Pichler

 

Michalis Pichler si è formato come scultore sul sito conservativo dell’Acropolis Monuments di Atene. Ha conseguito la laurea in Architettura alla Technical University di Berlino e si è diplomato in Belle Arti alla Art School Berlin-Weissensee. È co-fondatore e organizzatore di Miss Read: The Berlin Art Book Fair e di Conceptual Poetics Day. Lavora come artista concettuale, poeta, editore, sul confine immaginario tra arte visiva e letteratura. La monografia sul suo lavoro MICHALIS PICHLER: Thirteen years: The materialization of ideas è stata pubblicata nel 2015 per Printed Matter, Inc. in collaborazione con Spector Books.

Il Lazzaretto è una giovane e attiva Associazione Culturale  che ha come scopo principale quello di generare idee, aggregare persone e creare opportunità di lavoro in ambito culturale, la sua accogliente sede si trova al numero 15 di via Lazzaretto nel vivace quartiere di Porta venezia a Milano.

 

 

Il logo do Kunstwerein Milano

Il logo do Kunstverein Milano

 

Kunstverein significa in italiano “associazione d’arte” , il nome trae origine delle istituzioni nate nel diciannovesimo secolo  in Germania per sostenere  e diffondere l’arte coeva. E’ una piattaforma sperimentale nata nel 2010 in Germania come progetto di ricerca e produzione d’arte contemporanea; Kunstverein Milano è la sezione italiana di una rete internazionale di “Kunstvereins in franchise” con sede ad Amsterdam, New York e Toronto ed è diretto da Katia Anguelova, Alessandra Poggianti e Andrea Wiarda.

Kunstverein Milano si avvale di metodi non convenzionali per la presentazione dei linguaggi delle arti visive, nella ospitalità, nella produzione di mostre e nel modo di fare ricerca, collaborando con artisti, curatori e professionisti dell’ambito culturale, dando così il proprio contributo alla scena artistica italiana e internazionale. Funziona come uno spazio aperto, di dialogo e scambio, come meeting-point e screening-room, per artisti e pubblico. Concentra la propria ricerca material-semiotica a partire dalle pratiche artistiche, concependo lo spazio espositivo come itinerante. Senza scopo di lucro si avvale del supporto di persone private, aziende e istituzioni interessate a partecipare alla vita culturale supportando le attività di Kunstverein.

Per saperne di più vi invito a consultare il sito www.kunstverein.it

Michela Ongaretti

 

 

The Lure di Agnieszka Smockzynska

La prima volta a Base. Il Milano Film Festival da 21 anni torna a Settembre

La prima volta a Base. Il Milano Film Festival da 21 anni torna a Settembre

 

di MICHELA ONGARETTI

Dopo la ventesima, non la ventunesima ma la prima volta.

Da due giorni Milano ha ritrovato il Milano Film Festival, come ogni settembre da quando ci vivo, la manifestazione che trasforma giovani e meno giovani in cinefili curiosi, almeno fino al 18 settembre.

Il manifesto dell'edizione 2016

Il manifesto dell’edizione 2016

 

E’ stata definita dagli organizzatori la “prima” edizione per via della svolta epocale dei suoi luoghi. Quest’anno gli ospiti internazionali e le ben 11 giornate di film saranno quasi tutti presso il polo culturale di BASE Milano e al MUDEC. Nella stessa area è allestita l’arena all’aperto adiacente ai magazzini del Teatro alla Scala.

Devo ammettere di essere dispiaciuta, e non sono l’unica a pensarlo, di non trovare più quell’atmosfera al Parco Sempione e sui gradini del Piccolo Teatro, forse come in tanti affezionata sia al contenuto che alla cornice. E forse anche perché l’evento animava la città in maniera diffusa, interessando un luogo culto del cinema come lo spazio Oberdan della Cineteca di Milano, in questa occasione ancora coinvolto con il MIMAT presso il cineteatro San Carlo vicino a S.Maria delle Grazie.

 

Il pubblico del Milano Film Festival nella cornice del Parco Sempione

Il pubblico del Milano Film Festival nella cornice del Parco Sempione

 

Potrebbe succedere che la concentrazione in un’area già tradizionalmente animata dalla creatività, distretto principe del Fuorisalone con tutta l’importanza che ha assunto negli ultimi anni il design per la città di Milano, regali al MFF una fruizione più semplice dei contenuti proposti, e una possibilità maggiore di scambio e condivisione con altre istituzioni culturali cittadine.

ll luogo può costituirsi parte di un’identità nuova nella sua integrazione a programmi di lungo termine, ciò che potrebbe garantire la neonata Base Milano, di cui il festival con Esterni è socio per chi non lo sapesse l’impresa creatrice e produttrice del festival dalle sue origini, per questo si parla di un nuovo inizio con la popolarità mantenuta in questi vent’anni.

 

La direzione artistica del MFF2016 in conferenza stampa a BASE

La direzione artistica del MFF2016 in conferenza stampa a BASE

 

Il 21 è un numero ricorrente. Parlando di luoghi culto del design pensiamo subito alla Triennale di Milano che sta portando a termine la grande kermesse della 21esima esposizione internazionale Design After design. Il coinvolgimento del MFF in questo progetto di grande respiro è rappresentato da Under Screen, la rassegna di incontri e proiezioni che si interroga sul concetto di “after” in ambito audiovisivo: sui nuovi linguaggi del ventunesimo secolo e su come il cinema giochi con la sua storia e il suo immaginario. Cito Fear Itself del giovane Charlie Lyne costituito interamente da film esistenti per esplorare in maniera personale il tema della paura, e l’ultimo documentario di Werner Herzog  Lo and Behold sulla relazione tra l’uomo e internet, già presentato al Sundance Festival e in collaborazione con il Goethe-Institut Mailand.

 

Lo and behold di Werner Herzog

Lo and behold di Werner Herzog

 

Ancora l’incontro con il turco Erdal Inci internazionalmente noto come produttore di numerosi loop in Graphic Interchange Format (le GIF), un lavoro imperniato sulla ripetizione di soggetto nell’immagine e immagine stessa all’infinito, e lo show-racconto #RefugeesCameras di Kevin McElvaney in collaborazione con NAGA per il tema scottante dell’immigrazione a causa della guerra, foto realizzate con 15 camere usa e getta proprio dai rifugiati in partenza alla ricerca di una nuova patria dai campi di Smirne,Lesbo, Atene e Idomeni.

 

Homo Sapiens di Nikolaus Geyrhalter

Homo Sapiens di Nikolaus Geyrhalter

 

Il Museo delle Culture è per il primo anno coinvolto attivamente come location e condivide l’ispirazione antropologica del film Homo Sapiens dedicato dal regista austriaco Nikolaus Geyrhalter ai luoghi abbandonati dopo disastri ambientali. L’anteprima si pone come uno studio visuale sul rapporto dell’Uomo con la Natura e sul silenzio del post catastrofe, e si ricollega alla mostra di imminente apertura al Mudec con il medesimo titolo.

Protagonisti di questa avventura in 11 giorni sono sicuramente i registi emergenti internazionali, ma il MFF è ricorrenza annuale per la città non solo con le proiezioni, è occasione sociale e culturale con gli incontri tra filmaker e pubblico per conoscere da vicino poetiche e stimoli nuovi, esperienze formative e di approfondimento.

 

Mimosas di Olivier Laxe

Mimosas di Olivier Laxe

 

I protagonisti “costitutivi” rimangono l’impresa culturale Esterni da cui viene il direttore artistico del MFF Alessandro Beretta codiretto quest’anno con Carla Vulpiani. Sostenitore del Festival è l’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano, Nastro Azzurro presente come special project partner e presenta il Video Talent Award, ancora il Gruppo Cap, azienda leader per la gestione del servizio idrico integrato ha fornito negli anni passati al Parco acqua gratuita con il suo sistema di distribuzione e si prepara a fare lo stesso nel 2016 con un sistema ad hoc, segnalo poi Flying Tiger e il suo impegno per la seconda volta nel workshop di animazione.

 

Radio Dreams di Babak Jalali, tra i lungometraggi in concorso

Radio Dreams di Babak Jalali, tra i lungometraggi in concorso

 

SIAE non può mancare e quindi dedica alcune giornate alla promozione e formazione dei giovani talenti. Il cinema è anche scrittura e un progetto sulla sceneggiatura è in programma con Belleville- La scuola. Infine Olibere Parfum è coinvolto con un concorso per i cortometraggi ispirati alle sue fragranze.

 

La mort de Louis XIV di Albert Serra

La mort de Louis XIV di Albert Serra

 

Il programma è così denso ed articolato da non potersi esaurire nello spazio di questo articolo, perciò mi limiterò a segnalarvi alcuni highlights di sicuro interesse.

In principio i lungometraggi..che con il Concorso Internazionale mostra in anteprima italiana l’anima della creatività internazionale tenendo come filo conduttore la reinterpretazione dei generi cinematografici per cui cito The Lure della polacca Agnieszka Smockzynska, musical e favola tragica, e Diamond Island del franco-cambogiano Davy Chou, racconto di formazione odoroso di documentario; Mimosas, opera seconda di Oliver Laxe ambientata tra i monti dell’Atlante marocchino e vincitore della Semaine de la Critique a Cannes.

 

The Lure di Agnieszka Smockzynska

The Lure di Agnieszka Smockzynska

 

Sempre amata e vissuta la sezione del  Concorso Internazionale di cortometraggi per i registi under 40: sono ben 55 e non posso limitarmi a citarne due o tre, esprimo solo la mia opinione favorevole visto che una sola serata al Festival per i cortometraggi è come un viaggio solo in diverse nazioni e diversi linguaggi.

La terza sezione del concorso, con la tutorship di Studio Azzurro è il Nastro Azzurro Video Talent Award che conferma la vocazione anche al supporto produttivo del festival: i vincitori delle due categorie Best Innovation on Tools e Best Innovation on Languages ricevono infatti 3000 euro in premio.

Per la dodicesima volta ritroviamo la rassegna Colpe di Stato, che analizza il sistema del potere politico nel mondo e il suo riflettersi nella vita emotiva o quotidiana, sempre in equilibrio tra sperimentazione linguistica e documentazione del reale, in collaborazione con Docucity.

 

Ovarian Psycos di Joanna Sokolowski

Ovarian Psycos di Joanna Sokolowski

 

I focus sono sull’opera di  tre registi con quattro proiezioni rappresentative della loro poetica: il francese Philippe Grandrieux e il suo cinema indagatore di ossessioni e desideri contaminato da peformance e installazioni, il catalano Albert Serra amato all’estero e poco noto in Italia con il suo stile classico e sperimentale al contempo..io non mi perderò Historia de la meva mort, vincitore del Pardo d’Oro a Locarno 2013, dedicato al tramonto di Casanova che trasforma la sua frivolezza nell’eros alla decadente di Dracula.

Il MFF può essere l’occasione giusta per conoscere il regista Andrzej Żuławski, autore polacco scomparso da poco, innovativo e incompreso. Tre i restauri di sue opere da cui scelgo The Devil (1972), con bizzarrie oniriche e atmosfere di morte all’epoca della dominazione prussiana in Polonia.  

 

Andrzej Żuławski

Andrzej Żuławski

 

Tra gli eventi speciali e fuori concorso ricordo il documentario in anteprima Uccellacci: 10 anni di BecchiGialli di Ciaj Rocchi, documentario che ricostruisce la storia del giornalismo a

fumetti in Italia, e 10 Billion – What’s On Your Plate? di Valentin Thurn, che ci presenta una visione molo meno rassicurante del tema della nutrizione rispetto ad Expo2015, fornendo però idee per la possibili soluzioni. Per i cinefili pop o i nerd della mia generazione segnalo  I am yotur father sull’attore che interpretò Darth Vader nella prima trilogia di Star Wars, sempre senza mostrare il suo volto, e per i cinefili puri il restauro di Film,  muto di Buster Keaton.

 

Film, di Alan Schneider con Buster Keaton (1965)

Film, di Alan Schneider con Buster Keaton (1965)

 

Fa per me e chi vede l’arte in ogni luogo The Banksy Job di Ian Roderick Gray e Dylan Harvey, che racconto dell’artista e ex-porno attore AK 47 ruba un’opera al più famoso e invisibile street artist del mondo.

 

Tenemos la carne di Rocha Minter

Tenemos la carne di Rocha Minter

 

Pleasure and Pain. Quest’anno si rimane svegli più a lungo al festival con l’horror delle Visioni di Mezzanotte, a cura dell’esperto di cinema di genere Marco Cacioppo. Non vorrei perdere proprio stanotte Tenemos la Carne del messicano Rocha Minter, al suo esordio esordio apprezzato da Alfonso Cuarón e da Alejandro González Iñárritu…ci vediamo alle 22,30 al MIMAT!

il programma completo lo potete scaricare qui

www.milanofilmfestival.it

Michela Ongaretti

 

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INTERNI OpenBorders al Fuorisalone 2016. I chiostri dell’Università Statale con la Triennale del Design

INTERNI OpenBorders al Fuorisalone 2016. I chiostri dell’Università Statale con la Triennale del Design

Open Borders tra i più rilevanti eventi del Fuorisalone 2016.

E’ iniziato il Salone del Mobilecon il suo Fuorisalone e quest’anno anche la prestigiosa XXI Triennale Internazionale di Milano. A dare l’incipit di tutto questo lunedì ho assistito alla presentazione della mostra-evento Open Borders che coinvolge come sempre i chiostri dell’Università Statale ( un tempo la Cà Granda, XIV secolo) e l’Orto Botanico di Brera ( del XVIII secolo), visitabili fino al 23 aprile, e per la prima volta la Torre Velasca, opera avanguardistica nel 1958 e simbolo architettonico della città ora, illuminata da Audi City Lab fino al 17 aprile.

Open Borders, Ingo Maurer e Axel Schmid rivestono di luce la Torre Velasca

Open Borders, Ingo Maurer e Axel Schmid rivestono di luce la Torre Velasca

Tra queste ultime quella di Interni è alla sua diciannovesima edizione, nel 2016 esplora in senso progettuale il tema degli Open Borders, con l’invito asuperare le barriere tra le varie discipline creative: la consiglierei sempre per ogni Fuorisalone, anche in virtù delle splendide location coinvolte, monumenti simbolo della storia, dell’arte e dell’architettura milanese.Una design week di Milano ricchissima di eventi, forse troppo. Ci sono piccoli produttori più o meno innovativi, designer con sapere artigianale e per questo auto prodotti, e poi ci sono le istituzioni e gli sponsor che finanziano od organizzano grandi mostre in collaborazione con autorità del settore, eventi nei quali progettisti affermati possono presentare opere più sperimentali e fantasiose, seguendo un filo conduttore unificante per tutti i suoi protagonisti.

La presentazione di Open Borders nell'aula magna dell'Università Statale

La presentazione di Open Borders nell’aula magna dell’Università Statale

 

Moderatore-affabulatore dell’incontro è stato Philippe Daverio, per una visita virtuale delle installazioni interattive, macro-oggetti, micro-costruzioni e mostre, attraverso le parole dei suoi creatori. Io ho selezionato alcuni interventi in base alle realizzazioni personalmente più memorabili, ma consiglio di visitare ogni location.

 

Disegno dell'installazione In Out di Massimo Iosa Ghini

Disegno dell’installazione In Out di Massimo Iosa Ghini

 

L’Università Statale diventa una delle sedi ufficiali della XXI Triennale Internazionale di Milano grazie al l’installazione-mostra Casa del Viandante a cura di Marco Ferreri nel cortile del ‘700.

Le quattro casette ci portano all’antichità, quando le attività commerciali o dei pellegrini sulla penisola richiedevano lo spostamento a piedi su strade che erano per due terzi mulattiere o sentieri. La riflessione sulla pratica del camminare si avvicina al contemporaneo desiderio di riavvicinarsi alla natura quindi quello che si va a proporre si configura come un modello di albergo diffuso a basso impatto ambientale: sono quattro moduli abitativi autonomi, anche energeticamente, di circa 9 metri quadrati, con due giacigli, un tavolo e due sedie pieghevoli, una cucina e un bagno. Ogni modulo è stato poi personalizzato dallo stesso Marco Ferreri, Michele De Lucchi, Denis Santachiara e Stefano Giovannoni.

Open Borders, Empathic Fuukei di Patricia Urquiola

Open Borders, Empathic Fuukei di Patricia Urquiola

 

Nella Hall dell’Aula Magna Patricia Urquiola ha realizzato Empathic Fuukei. I pannelli “raccontano i paesaggi” come la pittura faceva un tempo, solo che oggi lo si può fare attraverso la densità dei materiali, sono superfici aperte a creare un percorso polisensoriale attraverso la sovrapposizione di materiali diversi, composti di strati visibili da Cleaf. L’architetto insiste sul concetto di vero non più legato solo al naturale, ma anche all’artificiale di nuova generazione.

Open Borders, Tower di Tchoban, Kuznetsov e Sterligova

Open Borders, Tower di Tchoban, Kuznetsov e Sterligova

Nel Cortile D’Onore.

I russi Sergei Tchoban, Sergey Kuznetsov e Agniya Sterligova hanno creato Towers che si avvicina a noi per l’idea tipicamente occidentale della torre come di un punto di riferimento per un edificio, mutevoli nella tela interattiva per il visitatore, e in dialogo verticale e orizzontale con i limitrofi palazzi e con lo spazio interno alla Statale.

Open Borders, Mad Architects con Invisible Border

Open Borders, Mad Architects con Invisible Border

 

Massimo Iosa Ghini presenta In/Out: una struttura che richiama l’architettura arcaica, anche per l’uso della pietra, racchiude un levigatissimo parallelepipedo perfetto. Come un dualismo che esprime il confine aperto dell’esistenza umana, il mostrarsi da fuori e l’individualità, come contaminazione e convivenza di polarità opposte.

Segnalo lo studio MAD Architects fondato dal cinese Ma Yansong per l’installazione Invisible Border, fasci del polimero Etfr che mutano la percezione dello spazio grazie al gioco delle superfici semitrasparenti in movimento, riflettenti il cielo di giorno e luminose di notte.

Open Borders, Parisotto e Formenton con la Stanza del Vuoto

Open Borders, Parisotto e Formenton con la Stanza del Vuoto

 

Massimo Formenton e Ado Parisotto scavalcano i confini dell’architettura per avvicinarsi alla visione cinematografica di Michelangelo Antonioni. Con La stanza del vuoto si ricrea la smaterializzazione di un luogo, con l’effetto di smarrimento e sorpresa della scena del dialogo tra Marcello Mastroianni e Monica Vitti ne film La notte : tutto questo nel rapporto tra l’esterno e l’interno, della scena o della stanza, con le pareti in vetro specchiante e i loro giochi di eco visive.

Open Borders, l'installazione Radura di Stefano Boeri

Open Borders, l’installazione Radura di Stefano Boeri

 

Nel cortile della Farmacia Stefano Boeri, l’architetto del Bosco verticale, crea Radura grazie al Consorzio Innova e la filiera del legno della regione Friuli Venezia Giulia. Luogo di decongestione pubblica per la sosta dal caos urbano, con la pedana seduta e ancora per le colonne, e l’installazione sonora di Ferdinando Arnò. Di notte diventa un circolo luminoso.

Doveroso citare Illy, da molto tempo mecenate d’arte in diversi progetti legati al brand, qui celebra nel loggiato ovest la storia di Iletta, la macchina per il caffè espresso nata ben ottant’anni fa. Si festeggia con questa mostra curata dal direttore artistico di Illy Carlo Bach anche il ventennio della X.1 per il caffè fatto in casa, in anteprima l’anniversary edition presto in commercio.

Illy per Open Borders nel Loggiato Ovest, a cura di Carlo Bach

Illy per Open Borders nel Loggiato Ovest, a cura di Carlo Bach

 

Co-producer d’eccezione è Audi Italia, che secondo le parole del direttore marketing Massimo Favaro comunica l’affinità dei luoghi e delle persone attraverso l’unione delle differenze. Con Audi City Lab In Statale, in Montenapoleone e alla Torre Velasca il progetto diffuso è untaggable, cioè fatto dalle menti che non limitano il loro campo d’azione ad una disciplina rigidamente definita.

La Torre Velasca sarà valorizzata da forme dinamiche frutto dell’incontro tra la dimensione tecnologica e quella estetica, con l’interpretazione del logo Audi diPiero Lissoni e la sua leggerezza dell’oggetto effimero. Ingo Maurer con Axel Schmid concepisce Glow, Velasca, Glow!, realizzazione tecnica di CastagnaRavelli. Il grattacielo è dipinto dalla luce ad indicare diverse zone architettoniche, la parte inferiore e la copertura “incendiate” di rosso, mentre la fascia centrale resterà di un colore scuro con alcune vivide finestre ad occhieggiare illuminate. Il city-scape diventa ancora più eccitante secondo Maurer che ama questo emblema milanese.

Open Borders all'Orto-Botanico di Brera. Vito-di Bari con My Equilibria

Open Borders all’Orto-Botanico di Brera. Vito-di Bari con My Equilibria

 

Quest’anno l’Orto Botanico sarà animato dal progetto di Vito Di Bari My Equilibria, realizzato da Metalco Active, una sorta di albero per il fitness urbano. Il sofisticato design nasconde l’alta tecnologia: la flessibilità del metallo unita alla discreta eleganza del cemento coadiuvano il desiderio di una qualità della vita migliore, spesa all’aria aperta. Sono tre strumenti ma il centraleLeopard Tree alto sette metri è l’anima principale con le sue possibili 9 isole satelliti.

Gilda Bojardi ha voluto commemorare l’archistar Zaha Hadid che nel 2011 realizzò un allestimento proprio all’interno dei Chiostri. Personaggio noto per la sua capacità superare dei limiti disciplinari restando, come il progettista dovrebbe fare di natura, out of the borders, pronto a distruggere quei limiti per raggiungere un’opera di respiro organico che accoglie la sinergia di diverse competenze.

Michela Ongaretti

Fields of Tomorrow in notturna

Fields of Tomorrow, Israele ad Expo2015. That’s Edutainment!

Fields of Tomorrow, Israele ad Expo2015. That’s Edutainment!

Il Padiglione d’Israele Fields of Tomorrow. Due grandi pareti verticali, una per il video che attira l’attenzione anche da lontano, e una per un mosaico di coltivazioni dai diversi colori, riso, grano e mais. Così si presenta nel suo appariscente impatto visivo il padiglione di Israele, dal nome rappresentativo Fields of Tomorrow. All’interno troviamo diverse installazioni multimediali con un’accoglienza spettacolare, dove prevale l’entertainment sull’education.
Il padiglione israeliano all'apertura di ExpoIl padiglione israeliano all’apertura di Expo

Il padiglione si trova in prossimità dell’incrocio tra Cardo e Decumano accanto a Palazzo Italia ed è stato progettato dall’architetto David Knafo con Knafo Klimor Architects, mentre le installazioni multimediali sono a cura di Avant Video Systems. Lo promuovono il Ministero degli Affari Esteri Israeliano ed è sponsorizzato da KKL-JNF, Keren Kayemeth LeIsrael – Jewish National FundIl vantaggio del padiglione Israele è in primis la chiarezza. Il visitatore può aspettare in coda, come in altri padiglioni, ma non appena varcata la soglia non gli si permette di perdere tempo. La visita non è libera ma guidata dall’inizio alla fine per dare importanza all’approccio ottimistico del paese del ” latte e del miele”, nel quale la costante ricerca tecnologica serve a reinventare il presente e il futuro, nel superamento progressivo dei limiti imposti dalla Natura.

La parola edutainment è l’unione di education ed entertainment, e in questo padiglione è chiaro fin dall’ingresso tutta l’importanza data a questo tipo di approccio, che vuole essere spettacolare attraverso la tecnologia video. Ci accoglie un attore come in un programma televisivo che non introduce subito alla rilevanza agricola di Israele, ma ci preannuncia quanto vedremo e passa a presentarci come sua sorella una nota attrice e cantante nazionale, ovviamente bellissima, per dirci alcune parole generali sul paese e la sua varietà di stimoli, forse da un punto di vista più turistico. Già dall’architettura esterna si anticipa scenograficamente un grande risultato della tecnologia agroalimentare del paese, il Vertical Planting, innovativo ed ecosostenibile perchè permette di risparmiare e ottimizzare acqua e territorio.

Il campo verticale nel rendering delle quattro stagioniIl campo verticale di Fields of Tomorrow nel rendering delle quattro stagioni

Se sentite un tono leggermente sarcastico nelle nostre parole è perché si, all’inizio abbiamo arricciato un po’ il naso. Poi ripensando all’insieme, in considerazione della serietà dei contenuti interni, non possiamo che ammirare questa tecnica affabulatoria, che mira ad attirare l’attenzione anche dei pigri sui meriti fondamentali di Israele riguardo il cibo e la sua produzione.

La ricerca tecnologica per l'irrigazione, nel padiglione di Israele ad ExpoLa ricerca tecnologica per l’irrigazione, nel padiglione di Israele ad Expo

Lo spettacolo dei primi minuti è tutto incentrato sui due attori: quello in carne ed ossa parla con la ragazza presente solo attraverso un pannello video scorrevole, cambiando location ed infine passando attraverso e davanti il monitor un bicchiere di buon vino del luogo al ragazzo che “magicamente” ritira la mano da dietro lo schermo, reggendo realmente il bicchiere. Tutti notano il gioco di prestigio tecnologico e sale il desiderio di vedere l’interno.

L’idea di far parlare i membri di una stessa famiglia è come dare un senso di continuità nella Storia all’innovazione scientifica e tecnologica, e da qui in poi, attraverso i filmati e le proiezioni sarà l’attrice Moran Atias a dialogare con altre persone, il nonno o il bisnonno, o la cugina ricercatrice, che hanno trovato delle soluzioni incredibili per le tecniche di coltivazione in un luogo con pochissima riserva d’acqua. La famiglia se ci si pensa bene è la tradizione più solida in un paese così giovane, il legame di Israele con la storia è attraverso le generazioni, nel ventesimo secolo.

Un'installazione video nel Padiglione di IsraeleUn’installazione video nel Padiglione di Israele ad Expo2015

Nella prima sala un nuovo stratagemma della comunicazione: la sorpresa. Pensiamo di accedere ad un arido deserto e ci troviamo invece in una foresta. E’ la Keren Kayemeth LeIsrael dove il Jewish National Fund si impegna da settant’anni a trasformare il paesaggio dello stato: sono stati piantati 240 milioni di alberi e per dare nuove possibilità di sopravvivenza ad ecosistemi a rischio, è stata creata una banca di semi e sono state sviluppate nursery botaniche. KKL-JNF continua a sviluppare inoltre progetti ambientali e sociali su tutto il territorio grazie alle donazioni israeliane ed internazionali.. Oggi Israele vanta di poter essere l’unico paese al mondo che ha più alberi di 100 anni fa. Questa storia è raccontata nel grande video dove gli alberi si animano con occhi e bocche parlanti, che i visitatori osservano in sala seduti su una tribuna come al cinema.

Un'installazione video dove Moran Atias parla con gli aviUn’installazione video dove Moran Atias parla con gli avi

In seguito ci riappare Moran Atias per non lasciarci fino alla fine del percorso. Inizia un filmato composto da episodi nei quali l’attrice incontra i suoi avi: sono i ricordi della storia di tre generazioni di contadini, che grazie alla loro tenacia e ostinazione sono riusciti a coltivare nell’area desertica. Su questa cocciutaggine del carattere israeliano si insiste molto per sottolineare la capacità di trasformare la difficoltà in sfida, e ottenere infine il successo attraverso l’estenuante ricerca e sviluppo dell’innovazione scientifica e tecnologica, possibile con gli investimenti di chi crede in quella che Elazar Cohen, commissario generale del padiglione, chiama Start-Up Nation.


Poi si presenta
“3.0 Agriculture” cioè l’applicazione di tecnologie satellitari digitali alla gestione dei campi, un progetto all’ avanguardia per l’irrigazione esportato in Africa e infine un secondo esempio di esportabilità dell’innovazione avanzata riguardo le tecnologie zootecniche, stavolta in un centro di mungitura industriale in Asia.Al termine si entra nella seconda eultima sala completamente al buio, dove il soffitto è come un cielo notturno virtuale sul quale vedremo una dopo l’altra proiezioni sui quattro progetti d’eccellenza selezionati per l’occasione. Sono tutti raccontati attraverso l’interazione di Moran con dei personaggi protagonisti della realizzazione di queste innovazioni, che li coinvolge chiedendo loro informazioni su ricerca e risultati: nell’ambito della Biotecnologia parliamo della riproposizione del “Super Wheat”, il grano originario ( e biblico) che cresceva nella zona tremila anni fa, non geneticamente modificato.

Moran Atias tra i Pomodori Ciliegino, nati dalla ricerca israelianaMoran Atias tra i Pomodori Ciliegino, nati dalla ricerca israeliana

Lo studio Knafo Klimor Architects che ha reso possibile quest’opera per Expo2015 ha sede in Tel Aviv e Haifa ed è stato fondato nel 1980 da David Knafo e Tagit Klimor , in collaborazione con diversi professionisti, anche in ambito urbanistico.. I due progettisti, che considerano l’architettura una scienza sociale che prenda in considerazione l’identità delle comunità locali per costituire ambienti nuovi ma sostenibili per l’ambiente, anche culturale circostante, è stato fondamentale per il design del padiglione saper promuovere i valori della salvaguardia delle preziose risorse naturali, e l’impegno di Israele nel benessere sociale per le generazioni future. Lo studio Knafo Klimor Architects ricerca quindi una sostenibilità non solo per l’ambiente, ma anche del genius loci in combinazione all’innovazione costante e la tecnologia responsabile.

Il campo verticale è fondamentale nella comunicazione al pubblico del successo e l’eccellenza agricola, che ricade sulla produzione di cibo per tutto il pianeta, e mostra sui suoi settanta metri di lunghezza e dodici in altezza, i settori interessati a questa eccellenza, come la coltivazione di verdura nel deserto, i miglioramenti nella qualità delle sementi e le nuove tecniche di irrigazione. L’aspetto scenografico sarà garantito dalla varietà e mutabilità dei colori e delle texture in relazione al cambio delle stagioni.

Il campo verticale di Israele nell'estate di ExpoIl campo verticale d’Israele nell’estate di Expo

La parete verticale è formata da unità modulari coltivabili, e ciascuna di esse ottimizza la crescita delle piante attraverso un sistema computerizzato di irrigazione goccia a goccia, ma l’intero padiglione impiega le tecnologie più avanzate per risparmiare acqua ed energia, inoltre Israele dichiara che la struttura sarà integralmente riciclata al termine di Expo.

Nell’ambito agroalimentare la tenacia israeliana ha fatto crescere gli ortaggi nel deserto, con quella tenacia che mio nonno premiava consapevole ogni volta che comprava un pompelmo proveniente da Jaffa, quando io ero bambina. Qui ad Expo in quindici minuti di visita sono stati riassunti i primati israeliani nel settore, certo con grande auto-celebrazione, ma possiamo dire di avere appreso senza difficoltà, con leggerezza, che vince chi insiste. That’s edutainment!

Michela Ongaretti