Kouros, Dei e Agoni, particolare delle installazioni scultoree

Kouroi, Dei ed Agoni alla ricerca di perfezione. La coincidenza degli opposti di Leonardo Greco

 

Kouroi, Dei ed Agoni alla ricerca di perfezione. La coincidenza degli opposti di Leonardo Greco

 

Agonismo, dal greco ἀγωνισμός «lotta», indica il particolare impegno di un atleta o di una squadra durante lo svolgimento di una gara; spirito combattivo, di emulazione.

Prendo in prestito la definizione dell’Enciclopedia Treccani per esplicitare il tema su cui ha fatto leva il Festival della Filosofia di Modena apertosi il 16 settembre. Nello stesso giorno e sullo stesso concetto cardine ha inaugurato la mostra Kouroi, Dei ed Agoni. La coincidenza degli opposti di Leonardo Greco, scoperta passeggiando per le centralissime vie della cittadina emiliana.

 

Kouroi, Dei e Agoni. Particolare di un dipinto

Kouroi, Dei ed Agoni. Particolare di un dipinto

 

Ci sono ancora alcuni giorni per poter visitare la mostra, curata e prodotta dallo spazio artistico Artekyp Open Studio Modena nei locali di via Torre 65. Fino al 6 ottobre per osservare il lavoro di Leonardo Greco che decide di esplorare il  tema dell’agonismo dando ad esso una dimensione più intimista, una visione offerta attraverso il suo personale linguaggio gestuale e pittorico, sconfinando nell’installazione con l’utilizzo della scultura nel suo riferimento storico-artistico alla civiltà greca, fonte reale dell’origine del termine.

 

L'ingresso della mostra presso Artekyp

L’ingresso della mostra presso Artekyp

 

L’agonismo, lo spirito combattivo e propulsivo dato dalla dinamicità di diverse soggettività, viene qui compreso all’interno dell’interiorità di un soggetto, ovvero quelle diverse componenti sono qui le pulsioni opposte che trovano perfezione nel loro bilanciamento, “nel momento in cui bellezza, forza e vitalità sono all’apice e vengono a coincidere”.

 

Un particolare del lavoro di Greco per il Festival Filosofia di Modena

Un particolare del lavoro di Greco sul tema dell’Agonismo in occasione del Festival Filosofia di Modena

 

Per il pittore, di formazione accademica umanistica quindi ben conscio del potere simbolico dei manufatti nella tradizione del pensiero, rimane senz’altro la necessità di riallacciarsi ad un’immagine vivida e concreta, potente ed esemplificativa di perfezione e sintesi estetica e delle  pulsioni, come quella del Kouros greco arcaico. Sono tutte opere su carta a grafite e pastello con installazioni scultoree a bassorilievo dall’impasto materico bianco o colorato, accompagnate da un testo poetico dello stesso artista.

 

Pittura e scultura a confronto

Pittura e scultura a confronto nel lavoro di Leonardo Greco

 

Quello che si configura come un modello etico ed estetico incontra la contemporaneità nel suo declinarsi in serie, nella moltiplicazione delle piccole sculture sulle opere pittoriche. Sono molte le sfaccettature, sono diversi gli esiti della lotta interiore per ciascun uomo e per la collettività costruita di tasselli di coscienze e di culture: da qui il discorso si fa corale nella miniatura, nella piccolezza del singolo rispetto all’impatto della massa fatta di differenze, ma coesa nella ricerca di un proprio personale equilibrio, una dichiarazione di pace in un sorriso arcaico.

 

Kouroi femminili ad Artekyp

Kouroi femminili ad Artekyp

 

Per tutti alla spalle, anche nei pezzi che presentano una versione femminile delle realizzazioni plastiche , c’è la pittura gestuale di Greco nella traccia che spesso insegue profili di alberi intricati ed evanescenti, a mio avviso visti nella fugacità di una visione in movimento. E’ il buio della notte prima dell’alba, è il mistero della natura ancestrale o ferina, dalla quale tutti emergiamo come argilla plasmata dalla civiltà. Non che abbia un valore negativo, di opposizione valoriale alla consapevolezza interiore, non è un pozzo senza fondo ma un limbo d’incubazione per azione e pensiero. Magma originario dal quale ci si immerge per riflettere e comprendere, una zona di ombra concentrativa e preziosa che si può osservare in tutta la serie “Take me to the stars” iniziata alcuni anni fa, e della quale questi lavori fanno parte.

 

Opera della serie "Take me to the stars"di Leonardo Greco in mostra a Modena

Opera della serie “Take me to the stars” di Leonardo Greco in mostra a Modena

 

Il materiale impiegato potrebbe di per sé avere implicazioni simboliche coerenti. Le sculture sono in ceramica dentale, qualcosa di costruito appositamente dall’uomo per l’uomo, una perfezione artigianale tutta contemporanea per un bisogno altrettanto odierno che viene in diversi punti “sporcata” dalla pittura che non si limita, non si contiene nel suo ruolo di fondo, ma ambisce ad entrare in scena in  primo piano. Il desiderio di raffigurare  un  ideale con il kouros e il suo inamovibile sorriso potrebbe allora dimostrare e far apparire ancora un pò lontano quello stesso ideale, nella possibilità di riconciliazione, ancor più che coincidenza compiuta degli opposti, rappresentati dall’apollinea e statica bellezza della scultura e del suo modello, a stretto contatto con la pittura dal movimento dionisiaco e istintuale.

Kouros e non più kouros, perfezione alla ricerca di una nuova perfezione.

 

I kouroi di Leonardo Greco

I kouroi di Leonardo Greco

 

La pittura di Leonardo Greco vale sicuramente una visita ad Artekyp, spazio espositivo attivo da anni anche come luogo di produzione e di confronto per gli artisti. Incastonato tra gli edifici della parte storica più antica di Modena, è un interessante fucina di talenti secondo la nuova figuratività che sta prendendo piede nell’arte italiana, dalla quale spicca il nome di  Mauro Barbieri. Artekyp apre spesso le porte al pubblico per coinvolgerlo nella didattica con corsi ed incontri. Si è  di recente costituito come associazione culturale, per favorire lo scambio condiviso al fine di favorire i processi creativi dei partecipanti. Arnaldo Vignali è l’anima di questo gruppo e di queste mura insieme ad Angelo Ubertiello, disegnatore immaginifico.

 

L'artista accanto ad un suo lavoro

L’artista accanto ad un suo lavoro

 

Leonardo Greco vive e lavora a Piumazzo (MO). Nel 2004 è tra i finalisti al Premio Italian Factory al SuperstudioPiù di Milano e partecipa alla Biennale Arti Nuove a San Benedetto del Tronto. Nel 2006 realizza un progetto personale alla Galleria Civica di Modena. Dello stesso anno è la partecipazione ad eventi collettivi come Allarmi 2 presso la Caserma de Cristoforis di Como e il Premio Razzano al Museo del Sannio di Benevento. Nel 2008 il suo lavoro viene inserito all’interno del volume Laboratorio Italia a cura di Ivan Quaroni. Nel 2013 viene selezionato per un programma di residenza di tre mesi al Glogauair Studio di Berlino.

Michela Ongaretti

 

Artekyp e Festival Filosofia, settembre 2016

Artekyp e Festival Filosofia, settembre 2016

Hautematerial durante la lavorazione del legno

Hands on Design. Il brand italiano che nasce dall’incontro tra artigianato e design internazionale

Hands on Design. Il brand italiano che nasce dall’incontro tra artigianato e design internazionale

Hands on Design è un brand milanese sviluppato nel 2015 da Shiina+Nardi Design Snc, la cui mission è quella di ideare e realizzare oggetti attraverso la connessione tra il mondo dell’artigianato tradizionale e di alto segmento, dei singoli laboratori, a quello del design contemporaneo, con una speciale attenzione al panorama giapponese. Si possono ammirare le collezioni in uno spazio dedicato al progetto, collocato in una zona strategica per il design milanese degli ultimi anni, Porta Venezia.
Hands on Design, interno dello spazio in via Rossini

Hands on Design, interno dello spazio in via Rossini

 

Lo showroom Hands On Design ha inaugurato da soltanto alcuni mesi, il 18 febbraio 2016, ed è stato teatro di una prima mostra in occasione delFuorisalone 2016. Poco prima della Design Week avevo intervistato Setsu e Shonibu Ito, tra i protagonisti dell’esposizione nello showroom di via Rossini 3; grazie al mio interesse per i designer giapponesi sono venuta a conoscenza del lavoro unico svolto da Hands on Design.

Conferma della forte componente nipponica nel progetto, un’anima della coppia fondatrice, è stato per me martedì 14 giugno, quando ho visitato il negozio in occasione dell’evento di saluto all’estate: gli oggetti della collezione 2016 sono stati interpretati da Sumiko Furukawa con una performance floreale secondo l’arte dell’Ikebana.

Lampadario Bugatti, design Shiina+Nardi Design, manifattura Kanaami Tsuji, 2016

Lampadario Bugatti, design Shiina+Nardi Design, manifattura Kanaami Tsuji, 2016

 

Hautematerial durante la lavorazione del legno

Hautematerial durante la lavorazione del legno

 

La bellezza scaturita è semplice, ma complessa nella sinergia alla sua base, che rende unico un oggetto e non assimilabile alla moda del momento. C’è qualcosa di assoluto nella purezza dei materiali forgiati secondo norme antiche e naturalmente in armonia con l’ambiente, ecosostenibili nel loro DNA. Non solo: i progettisti Shiina+Nardi rispecchiano la forte componente italiana e giapponese del brand, ma hanno svolto e continuano a svolgere attività di ricerca internazionale delle migliori manifatture e maestranze artigianali, al fine di metterli in contatto e nella possibilità di confrontarsi con il lavoro dei designer più innovativi ed esteticamente originali, per ricevere input tecnici e culturali nuovi e utili al rilancio di una disciplina. A loro volta i designer scoprono l’umanità e maestria di lavorazioni che sono state alla base dell’evoluzione progettuale e dell’industria, l’inizio della Storia del Design, e ne possono interpretare con sensibilità le potenzialità, anche nell’ottica di un’apertura dei valori artigiani a mercati più ampli e attuali. L’unione dei due saperi rafforza il valore intrinseco di un oggetto.

Preparazione della lacca giapponese secondo la tecnica tradizionale Urushi, di Maruyoshi Kosaka

Preparazione della lacca giapponese secondo la tecnica tradizionale Urushi, di Maruyoshi Kosaka

 

La professione e la tecnica artigianale è quindi portata alla ribalta e riscoperta nella sua veste più contemporanea, che sia la costruzione di cestelli di legno, di vasi e contenitori torniti o delle murrine millefiori. Da esse oggi abbiamo, solo per fare alcuni esempi di Hands On Design, i piatti opalescenti degli stessi Shiina+Nardi, le ciotole laccate Urushi di Giulio Iacchetti, i vetri eterei di Kanz Architetti, solo per fare alcuni esempi: mi fanno pensare alla strada aperta dalle collezioni di fine ottocento delle Arts and Crafts, con la loro straordinaria portata innovativa e di qualità estetica nella loro durevolezza.

Tavolino Shushu, design di Tsukasa Goto, manifattura di Hiroaki Usui, 2016

Tavolino Shushu, design di Tsukasa Goto, manifattura di Hiroaki Usui, 2016

 

Fra le aziende artigiane protagoniste del progetto Hands on Design sono: Artexa, Ercole Moretti, Fara Gioielli, Shuji Nakagawa, Shibaji Ochiai, Takeo Shimizu, Slow Wood, Soffieria, Tumar, Warousoku Daiyo, 224 Porcelain, Kanaami Tsuji, Hiroaki Usui, Ogatsu Ishi, Yoko Takirai Jewellery, Hautematerial, Risogama, Kaykado, Maruyoshi Kosaka.

Un momento della lavorazione del feltro, Gruppo Tumar Art (Kirghizistan)

Un momento della lavorazione del feltro, Gruppo Tumar Art (Kirghizistan)

 

I designer coinvolti nel 2016: Tomoko Mizu, Carlo Contin, Lorenzo Damiani, Denis Guidone, Giulio Iacchetti, Setsu &Shinobu Ito, Kanz Architetti, Kazuyo Komoda, Minale-Maeda,Ilaria Marelli, Eliana Lorena, Shiina+Nardi Design, Takirai Design, Natsuko Toyofuku, Carlo Trevisani, Gum Design, Roberto Sironi, Laudani-Romanelli, Buzzo- Lambertoni, Barbara Archiuolo, Tsukasa Goto.

Il negozio Hands on Design è stato disegnato da Paolo Ortelli e si trova in un un’edificio dal genius loci artistico, che ha ospitato nel tempo gli studi/bottega di Medardo Rosso, Lucio Fontana, Marcello Nizzoli. Oggi il luogo è teatro della creatività milanese nella concentrazione di laboratori di restauro, botteghe d’arte, atelier di moda e di design. Anche il contesto storico e architettonico, siamo nella zona del liberty cittadino, pare dunque accompagnare gli stessi valori del brand.

Sgabello Ovarin, design di Giulio Iacchetti, manifattura Hautematerial e Tumar, 2016

Sgabello Ovarin, design di Giulio Iacchetti, manifattura Hautematerial e Tumar, 2016

 

Vi consiglio la visita segnalandovi due prodotti sintomatici della sinergia artistica tra artigiani e designer. Il primo è il lo sgabello Ovarin disegnato da Giulio Iacchetti e realizzato da Tumar Art, per il feltro della tradizione del Kirghizistan, e Hautematerial, italiani specializzati nella lavorazione del legno, il secondo è il lampadario Bugatti frutto della lavorazione in rete metallica di Kyoto di Kanaami Tsuji e del progetto di Shiina+Nardi Design.

Pensate, qui ogni oggetto ha una lunga storia fatta di diverse tradizioni, eppure ha un aspetto nuovissimo, è quasi nato ieri.

Michela Ongaretti

Particolare della cucitura a zig-zag sul cuoio di 1085 edition

Anteprima Salone del Mobile 2016: Made in Italy elegante e sostenibile con Bartoli Design, Segis e Kristalia

Anteprima Salone del Mobile 2016: Made in Italy elegante e sostenibile con Bartoli  Design, Segis e Kristalia

Bartoli Design, Segis e Kristalia al Salone del Mobile 2016.

Abbiamo già parlato di Bartoli Design in occasione della mostra “Ritratti, Riflessi” presso Leo Galleries, ora è arrivato il momento di segnalare la suapresenza al Salone del Mobile con due prodotti in anteprima: la seduta Iceland, il tavolo Maki, progettati rispettivamente per Segis e Kristalia, azienda che presenta anche la sedia 1085 edition, già in produzione, sempre in collaborazione con lo studio.

Una famiglia di architetti forma Bartoli Design

Una famiglia di architetti forma Bartoli Design

 

Iceland, la panca con schienali progettata per Segis, prende il nome dagli schienali imbottiti con le loro diversificate forme trapezoidali, sembrano infatti iceberg galleggianti sulla superficie marina, mentre emergono dall’ampio piano orizzontale della seduta bifacciale in rifrangente alluminio.

BartoliDesign-Iceland, panca, Bartoli design per Segis

BartoliDesign-Iceland, panca, Bartoli design per Segis

 

Il tavolo Maki per Kristalia è caratterizzato da una struttura a portale, in alluminio, dotata di un raccordo curvo che fonde la sezione ovale delle gambe alla geometria essenziale del traverso. Il top è sottile e disponibile in numerose finiture. Il modello Maki si presenta in versioni sia fisse che allungabili.

Maki, tavolo di Kristalia disegnato da Bartoli Design

Maki, tavolo di Kristalia disegnato da Bartoli Design

 

Una menzione speciale va data a 1085 Edition chair, prodotta nel 2015 e già esposta al Salone, riproposta quest’anno come esempio raffinatissimo di unione tra design innovativo e perizia tradizionale artigiana. La firma di Bartoli Design si è per l’occasione unita a quello della conceria Presot: la sedia è in cuoio naturale con cuciture a vista e tiranti su un’anima d’acciaio, le gambe si presentano invece in legno di rovere.

Il tempo diventa un valore aggiunto perché il cuoio è di per sé un materiale che tenderà in futuro a modificare il suo aspetto, la texture e il colore, rendendo il prodotto vivo pur nel mantenimento della sua funzionalità, in più esso è qui impiegato al naturale senza verniciatura.

1085 edition, Bartoli Design per Kristalia, fronte e retro

1085 edition, Bartoli Design per Kristalia, fronte e retro

 

E il tempo mantiene la sua presenza nel senso della continuità nella tradizione, nella lunga storia della Conceria Presot che produce sin dal 1933 le suole per calzature dei marchi più prestigiosi, e che ha saputo mantenere la sua autenticità con l’adeguamento alle nuove tecnologie. L’aspetto di 1085 edition omaggia quindi questa storia attraverso la citazione all’estetica dell’alta moda con le sue cuciture a vista, e al tessile nella nautica nell’impiego del meccanismo dei tiranti. Inoltre la lavorazione artigianale di alto livello rappresenta ciò che continua a rendere unico il patrimonio made in Italy, insieme ai processi produttivi che rispettano principi di ecosostenibilità.

1085 Edition chair diventa incontro di tre talenti complementari: il coraggioso spirito di esplorazione di un imprenditore, la creatività impiegata per la funzionalità dello studio di design, e la competenza antica dell’artigianato più raffinato.

Particolare della cucitura a zig-zag sul cuoio di 1085 edition, Bartoli per Kristalia

Particolare della cucitura a zig-zag sul cuoio di 1085 edition, Bartoli per Kristalia

 

Secondo le parole dei progettisti la sfida di Kristalia sta nell’utilizzo di un materiale mai usato in precedenza nell’arredamento, il cuoio a forte spessore di Presot, sette millimetri contro i tre usati di solito per le sedute con le conseguenti difficoltà aggiuntive, lo stesso delle calzature di alta gamma, e che formò gli scarponi con cui il team di Ardito Desio scalò il K2.

La sedia è realizzata con untelaio in acciaio sul quale sono fissate le quattro gambe, mentre ilmanto in cuoio è mantenuto in tensione attraverso due tiranti in acciaio inox. Alla seduta vera e propria e allo schienale occorreva una sellatura e dato l’alto spessore e la conseguente resistenza, Bartoli 7ha proposto di stampare a caldo i due lati del cuoio dando un’impronta concava al centro e curva sui fianchi. Dopo diverse prove tecniche si sceglie di cucire insieme seduta e schienale con un punto a zig zag, che consente di accostare e non sovrapporre gli spessori in cuoio.

1085 edition, un disegno originale per il progetto, Bartoli Design per Kristalia

1085 edition, un disegno originale per il progetto, Bartoli Design per Kristalia

 

I tiranti nautici hanno poi risolto il problema dell’apertura delle due ali sotto schienale e sedile, con la loro forza e la possibilità di ripristinare la giusta tensione nel tempo. La realizzazione del prototipo ha richiesto più di due anni di lavoro per il cuoio che si è rivelato difficile da domare.

Ne ho parlato maggiormente perché trovo che abbia un’identità molto contemporanea nella schiettezza con cui dichiara la leggibilità di tre materiali o elementi: il telaio metallico che innesta sul fianco delle gambe con evidenza, e il telo in cuoio.

Mi Longue di Segis, design Roberto Romanello

Mi Longue di Segis, design Roberto Romanello

Michela Ongaretti

particolare di Obelisco, Carlini

MILAN DESIGN WEEK 2016. Un obelisco contemporaneo all’ingresso del Super Design Show

MILAN DESIGN WEEK 2016. L’obelisco contemporaneo di Maria Cristina Carlini all’ingresso del Super Design Show

Design Week 2016:  La scultura monumentale di Maria Cristina Carlini al Superstudio Più per il SuperDesign Show.

E’ giunta in redazione la notizia di un evento speciale che interesserà via Tortona, forse la zona più densa di eventi Fuorisalone a Milano. In quel contesto il SuperDesign Show di Superstudio Più avrà un ospite d’onore ad accogliere i visitatori, l’opera di Maria Cristina Carlini, per la prima volta esposta al pubblico dal 12 al 17 aprile.

Obelisco visto da vicino, foto di Mimmo Capurso

Obelisco visto da vicino, foto di Mimmo Capurso

 

L’Obelisco è stato realizzato alla fine dello scorso anno ed è impossibile non notarlo fin dall’ingresso, con il potente slancio verticale di oltre quattro metri, come se dalla terra lambisse il cielo. Una scultura monumentale che darà veste scenografica all’evento creativo più celebre e popolare dell’anno come la Design Week al 27 di via Tortona.

SuperdesignShow logo

SuperdesignShow logo

 

Si compone di un involucro in acciaio corten a proteggere l’anima in legno di recupero forato in alcuni punti: questi elementi testimoniano la ricerca accurata dei e sui materiali di tutto il percorso artistico della scultrice. Qui il legno è stato scelto in rappresentanza di un’idea del passato, materiale principe di manufatti antichissimi reperibile da sempre in natura senza grandi lavorazioni per renderlo utilizzabile, mentre l’acciaio corten si inserisce nel tempo presente proprio in virtù della necessità di una tecnologia che lo renda adattabile ad esigenze industriali o costruttive, e nella sua recente rivalutazione estetica oltre che igienica.

Obelisco di Maria Cristina Carlini presto visibile al Superstudio di via Tortona, foto di Mimmo Capurso

Obelisco di Maria Cristina Carlini presto visibile al Superstudio di via Tortona, foto di Mimmo Capurso

Questi materiali di differente sostanza e apparenza sono accostati per simboleggiare l’unione tra culture diverse, mostrando la possibilità di una convivenza pacifica e necessaria alla bellezza del mondo. Infatti i fori nelle imponenti travi richiamano il ricamo che solo le diverse componenti culturalidel mondo possono tessere, essi creano una trama,una rete in cui ognuna è coinvolta come elemento unico e insostituibile.

Ci si potrà avvicinare alla solida base, con la sua forma esagonale ancora la scultura al terreno ed evidenzia la tensione verso l’alto, come un albero dalle radici sicure che cresce con i suoi rami per diventare sempre più grande in futuro. Ha un valore quindi propiziatorio e fiducioso di un’evoluzione positiva della società.

Particolare dei materiali di Obelisco, foto di Mimmo Capurso

Particolare dei materiali di Obelisco, foto di Mimmo Capurso

 

Obelisco rappresenta inoltre i due aspetti principali del fare arte di Maria Cristina Carlini: lo stile essenziale e l’idea del movimento nelle forme in armonico equilibrio, e l’ispirazione sia artistica che morale alla Natura, fonte inesauribile di modelli.

Dalla Natura dipende infatti l’equilibrio della vita sul nostro pianeta, e dal nostro comportamento dipende la sua sopravvivenza. Nelle opere dell’artista irimandi agli elementi naturali sono numerosi, ed essi dialogano tra loro, all’interno di uno stesso lavoro, e con l’ambiente espositivo che li accoglie.

Lo slancio verticale di Obelisco, artista Maria Carlini, foto Mimmo Capurso

Lo slancio verticale di Obelisco, artista Maria Carlini, foto Mimmo Capurso

 

Per Obelisco esempio morale è infatti l’albero, nel suo crescere se adattato al terreno circostante ed ad esso fa riferimento la struttura verticale della scultura.

L’attività della scultrice inizia a Palo Alto in California dove inizia a lavorare il grès, per poi allargare la pratica artistica a diversi materiali come il ferro, l’acciaio corten, il legno e la resina.

A parte le mostre personali e collettive in diverse sedi pubbliche e private, nazionali e internazionali, le sue sculture monumentali si trovano in collezioni permanenti in Europa, America e Asia. Tra le più recenti citiamo La nuova città che sale per Expo 2015 presentata da Philippe Daverio.

Maria Cristina Carlini, opera monumentale La città che sale, per Expo2015

Maria Cristina Carlini, opera monumentale La città che sale, per Expo2015

 

In Italia abbiamo avuto numerose pubblicazioni sull’artista, per cui ricordiamo lecase editrici Mudima e Skira, e influenti critici hanno scritto di lei: Luciano Caramel, Claudio Cerritelli, Martina Corgnati, Gillo Dorfles, Carlo Franza, Flaminio Gualdoni, Yakouba Konaté, Elena Pontiggia.

Michela Ongaretti

La-ristrutturazione-in-via-Montegrappa-16-a-Milano-la-corte-dallalto-con-i-due-occhi-

Westway Architects: nuova vita alle case di ringhiera tra Porta Nuova e Porta Garibaldi

Westway Architects: nuova vita alle case di ringhiera tra Porta Nuova e Porta Garibaldi

Westway Architects di Luca Aureggi e Maurizio Condoluci: Nuova vita alle case di ringhiera tra Porta Nuova e Porta Garibaldi.

La vecchia Milano è quella delle case a ringhiera, degli edifici a corte, anche se non ne sono rimasti in tanti tra Porta Garibaldi e Porta Nuova. In questa zona protagonista è la nuovissima Milano, quella dei grattacieli, dell’Unicredit Pavilion e del Bosco Verticale.

 

Lintervento-di-Westend-Architects-in-via-Montegrappa-Vista-del-cortile-dallingresso-

L’intervento di Westend Architects in via Montegrappa Vista del cortile dall’ingresso

 

In viale Montegrappa 16 la situazione è però diversa. Qui abbiamo notato un palazzo modernissimo ma rispettoso della sua identità passata. Il fabbricato risale al 1882 ed era un’abitazione popolare destinata all’affitto, ha subito da poco un originale intervento diristrutturazione realizzato dallo studio romano Westway Architects, alias gli architetti Luca Aureggi e Maurizio Condoluci.

Quello che ci pare un makeover deciso è in realtà un tentativo ben riuscito di unificare il passato e il presente, ( è la missione presente e futura dell’architettura a Milano) e lo scopriamo man mano ci addentriamo nei suoi spazi.

La facciata dell'edificio in via Montegrappa16 a Milano

La facciata dell’edificio in via Montegrappa 16 a Milano

 

L’ edificio ora visibile è risorto letteralmente dalle ceneri del vecchio, demolito, e sarà destinato ad uso residenziale e commerciale. Nel progetto e nella realizzazione l’ attenzione è stata massima in termini di rispetto dei vincoli paesaggistici e storici: la facciata è certamente nuova ma ha mantenuto il canone estetico dell’epoca costitutiva originaria, l’unica concessione al contemporaneo e tocco della personalità degli architetti viene dalla pelle di vetro che racchiude i due piani superiori, innalzati in allineamento con gli edifici limitrofi. Maurizio Condoluci osserva che l’inserto in vetro serve soprattutto a rompere il rigore monotono dello stile ottocentesco, e anticipa volutamente da fuori gli aspetti progettuali interni di estrema contemporaneità sia estetica che funzionale, “impianto distributivo interno, caratteristiche costruttive, materiali, standard abitativi, prestazioni energetiche elevate fino alla destinazione d’uso mista”. Ci viene indicata la garanzia degli standard di sostenibilità, e ci auguriamo che sempre più la nuova edilizia posso accogliere questo stimolo, attraverso la certificazione energetica CENED in Classe A l’adozione di soluzioni costruttive e tecnologiche innovative.

La-ristrutturazione-in-via-Montegrappa-16-a-Milano-la-corte-dallalto-con-i-due-occhi-

Laristrutturazione in via Montegrappa 16 a Milano la corte dall’alto con i due occhi

 

Varcato il portone ed entratinella corte rimane il senso di accoglienza e protezione dei palazzistorici, come pure è mantenuta la continuità nella presenza del vecchio ballatoio,la ringhiera di un tempo che divide in porzioni orizzontali le facciate interne, trasformata però in una copertura calpestabile a separazione del piano terra, ad uso commerciale, dalla zona residenziale dal primo fino al quarto o sesto piano, a seconda dei diversi corpi di fabbrica. Un elemento decorativo ed equilibrante di questo elemento orizzontale è rappresentato da due alti alberi inseriti come a bucare quella copertura in due grandi fori ellittici, come occhi. Su questa visuale si affacciano i 25 appartamenti del complesso.

Westway Architects - Edificio Viale Montegrappa , vista della corte con i diversi corpi di fabbrica

Westway Architects – Edificio Viale Montegrappa , vista della corte con i diversi corpi di fabbrica

Intento estetico primario del progetto è stato movimentare e aprire la vista in orizzontale e in verticale, togliendo all’impianto originario quell’effetto di chiusura dall’interno delle singole soluzioni abitative. Per questo motivo i corpi di fabbrica perimetrali alla corte hanno altezze differenti e larghi terrazzamenti. Ci spiega Aureggi che per fare percepire ai piani inferiori una “spazialità dilatata”, si passa dall’esterno verso l’interno partendo dalla leggerezza alla densità, all’opposto di quanto avviene verso l’esterno del complesso.

Westway-Architects-Uno-sguardo-verso-lalto

Westway Architects. Uno sguardo verso l’alto

 

All’interno si notano i rivestimenti in legno fino al terzo piano, e in pietra di Bedonia dal quarto al sesto. Dal primo piano i ballatoi ci sono ancora ma non sono più aree condominiali pubbliche, ora privati con una porta d’accesso, sono spazi esterni abitabili. Così le case di ringhiera diventano moderne abitazioni più funzionali e dal comfort visivo e percettivo non paragonabili al passato, in comunicazione con il verde delle terrazze e quello delle zone comuni piantumate.

Anche gli appartamenti, di diversa dimensione e tipologia, sono molto curati nei dettagli dei materiali e delle finiture di pregio e la distribuzione funzionale è stata adattata ad una moderna spazialità. Personalità sofisticata è data inoltre dagli arredi di design contemporaneo come le le cucine Boffi e le pareti scorrevoli in vetro Rimadesio.

Un ritratto di Luca Aureggi e Maurizio Condoluci- Westway Architects

Un ritratto di Luca Aureggi e Maurizio Condoluci- Westway Architects

 


Tra i giovani italiani della nuova generazione di progettisti, il duo ha conquistato stima e completezza nel panorama odierno, dimostrate da dieci anni di attività testimoniata da realizzazioni complesse e innovative. Citiamo la risistemazione delle cantine e degli
edifici industriali del complesso Santa Margherita a Portogruaro, il concept per l’area food di Blomingdale a New York, l’auditorium del Gruppo Caltagirone a Roma, gli uffici di Cementir Holding a Roma e di Italiana Costruzioni a Milano, inoltre hanno sviluppato molti interventi nel retail, ad esempio gli stores Nike, e nell’edilizia residenziale privata.Lo studio di architettura Westway Architects è stato fondato da Luca Aureggi e Maurizio Condoluci, a Roma nel 2005, ha un sede a Roma e una a Milano. Il nome nasce dalla fondante esperienza professionale e di vita negli States.

fotografie di Moreno Maggi

Michela Ongaretti

Un particolare di Abimis Ego presso Turri 1870

Abimis al Fuorisalone 2015. Le cucine progettate intorno a chi cucina

Abimis al Fuorisalone 2015. Le cucine progettate intorno a chi cucina

Tra i protagonisti della Milano Design Week 2015 anche le cucine Abimis, marchio italiano che sarà ospite dello show-room Turri 1870 in Viale Piave 35 nell’elegante distretto del design di Porta Venezia in Design Da martedì 14 al 18 Aprile vedremo i neonati modelli Abimis Ego e Atelier, ma non solo. Per l’occasione, e nell’imminenza di Expo2015, la location di viale Piave si trasformerà per accogliere un concept che riunisce evento ed installazione.

 

il progetto Abimis- intorna alla cucina e ai suoi gesti

il progetto Abimis- intorno alla cucina e ai suoi gesti

 

 

La tematica sarà la Terra intesa come pianeta e come elemento, omaggio alla biodiversità celebrata da Expo e al mito dell’origine vitale.

Tutto si sviluppa intorno alla funzione primaria della cucina: l’atto del cucinareAbimis nasce dall’esperienza di Prisma, azienda che da trent’anni progetta cucine professionali per grandi alberghi. ristoranti, navi da crociera e mense aziendali. Questi strumenti “del mestiere” coniugano funzionalità e design e seguono alti standard di igiene, ergonomia e manutenzione.

Da questa esperienza è nata Abimis, progetto per cucine private dove resta primaria mission facilitare con degli strumenti funzionali, precisi ed ergonomici chi usa la cucina con passione e creatività. Alla lunga esperienza di Prisma si aggiunge il design minimalista dell’architetto Alberto Torsello e Treviso Tecnologia con la sua innovazione.

Abimis_Ego-design Alberto Torsello

Abimis Ego, design Alberto Torsello

 

Quest’ultima azienda è stata creata su iniziativa della camera di commercio di Treviso, per promuovere lo sviluppo tecnologico, segnale importante di una sensibilità istituzionale verso il settore, che dimostra la qualità, se non la quantità degli stimoli verso l’imprenditoria creativa del nostro paese. La sinergia di Treviso Tecnologia con gli altri soggetti ha garantito il necessario contributo scientifico dei meccanismi a monte della progettazione dello spazio dedicato.

Si tenta quindi di portare l’efficienza e la funzionalità della cucina professionale nell’ambiente domestico: lo spazio è costruito attorno alle azioni che si compiono al suo interno; la figura di chi cucina è paragonata ad uno chef che sia libero e in grado di seguire dei movimenti logici nel suo creare; il design di Torsello disegna l’acciaio inox senza fughe con un alto livello di resistenza agli urti, e dove sono resi più agevoli i principali cinque gesti del cuoco: conservare, preparare, cuocere, impiattare, lavare.

Abimis_Ego-design Alberto Torsello presso Turri 1870

Abimis Ego, design Alberto Torsello presso Turri 1870

 

 

Aggiungiamo la precisione di alcuni dettagli che rendono più funzionale l’insieme. Sono nel progetto anche le cerniere dei mobili nascoste e saldate, studiate per durare a lungo e non avere bisogno di manutenzione; facilita l’utilizzatore anche la cura per il posizionamento dei diversi elementi come lo zoccolo rientrante di 20 cm per permettere di avvicinarsi al piano di lavoro, quest’ultimo con sistema “stop ove floating” che consente di contenere i liquidi su di esso raccolti. I vani interni sono stagni e con una profondità di 75 cm, superiore quindi alla media.Il cruscotto di comando dei fuochi è invece inclinato , per aumentare la visibilità e le manopole sagomate ed ergonomiche, come tutto il resto che sporge sono arrotondate. Dal punto di vista estetico la finitura “orbitata” dell’acciaio lo rende più morbido e caldo nel colore, oltre a ridurre la visibilità di eventuali graffi, mentre in termini di igiene la qualità è alta grazie alla saldatura di tutte le superfici interne ed esterne. Ogni accessorio fa inoltre riferimento al sistema “Gastronorm” che prevede misure standard per far sì che ogni utensile passi in ogni apertura di ogni zona, dal lavello al forno.

Un particolare di Abimis Ego presso Turri 1870

Un particolare di Abimis Ego presso Turri 1870

 

 

Presso Turri 1870 potremo osservare le due linee Ego e Atelier, sempre regolate sui movimenti del gourmet appassionato e in equilibrio tra design, estetica e tecnologia. Entrambe hanno un “cuore” in acciaio ma tipologie costruttive differenti.

Ego è prodotta interamente in acciaio con l’anta raggiata a filo battente completamente integrata nella struttura attraverso una cerniera cardine, d’inedita concezione invisibile e che non necessita di regolazione, brevetto Abimis. Qui viene presentata nella sua finitura laccata nero opaco, con i suoi tre fuochi e altri accessori inseriti nelle forme generose, ad esempio il piano riportato è di oltre due metri.

Atelier presenta ante di forma squadrata in finiture e materiali diversi, legni naturali o verniciati, pietre e il Corion. Disponibile anche nella versione con ante in acciaio lucido o verniciato.

Abimis_Ego-design Alberto Torsello

Abimis Ego-design Alberto Torsello

I materiali costitutivi e la sofisticata tecnologia industriale rendono potenzialmente eterne queste cucine: l’acciao AISI 304 è un metallo biologicamente neutro che resiste alla corrosione e a temperature fino a 500°C, si pulisce facilmente. Ultima caratteristica, per noi una delle prime in ordine d’importanza, la sua riciclabilità al 100%: in questo caso la sua durevolezza lo rende un prodotto che non genera scarti nell’ambiente nel breve periodo, ma permette comunque una sua reintegrazione quale altro materiale da costruzione per nuovi oggetti nel lungo. Altra caratteristica valida nell’ottica ecologista per Abimis è la possibilità di montare una pattumiera refrigerata a 6°C, permettendo la raccolta dell’umido ma riducendo la proliferazione dei batteri.

Possiamo definire questi prodotti “sartoriali” perchè sono costruiti solo su disegno: tutto è adattato alle necessità personali, finiture e tipologie di vano differenti, scelta dello spessore dell’acciaio delle ante, la definizione e dimensione dei piani di lavoro, e rifinite con cura artigianale. Ogni progetto risulta quindi unico nella sua personalizzazione, per questo motivo ogni cucina Abimis è numerata.

Sempre in viale Piave, intorno a Ego e Atelier ci sono parti di cucine Abimis, smembrati in diversi pezzi a rappresentare le diverse fasi di lavorazione che trasformano una semplice lastra di metallo in un organismo complesso e funzionante, queste componenti esaltano quelle fasi di lavoro del cuoco secondo Abimis: conservare, preparare, cuocere, impiattare e lavare.

Assisteremo anche all’installazione/allestimento in omaggio alla madre Terra nutrice e protettrice, intesa sia come pianeta che come elemento, di cui oggi dobbiamo saper prenderci cura.

PS 2014-01-28 Abimis_Ego-design Alberto Torsello

Abimis Ego, design Alberto Torsello, particolae dell’acciaio

 

Tutto lo showroom si vestirà di suggestioni materiche, per rendere l’atmosfera avvolgente e calda, caratterizzata da ideali zolle che si inseguono sulla carta da parati ecologiche e d’autore di Wallpepper, accostate a colonne di piatti in porcellana Tognana, e alle sculture lignee di Luca Mommarelli, elementi legati al filo rosso del cibo con i sui rituali, e della sua materia originaria.

Lo spazio ci racconta una storia secondo il concept della stylist Patrizia Toffolo, ancora più sensoriale grazie ai profumi esotici e agli aromi del caffè preparato con la macchina professionale Gemini CS2000 di Nespresso,partner di quello che si preannuncia come un evento coinvolgente il senso estetico, il gusto, il piacere olfattivo e la funzionalità di prodotti che innalzano la qualità della vita, anche attraverso la buona cucina che identifica l’essenza italiana.

TURRI 1870 SHOWROOM Viale Piave, 35, 20129 Milano

Michela Ongaretti

MilanoBedding021

Milano Bedding. Esigenza estetica e funzionale del sonno al Salone del Mobile 2015

Milano Bedding. Esigenza estetica e funzionale del sonno al Salone del Mobile 2015

Ancora una volta – dal 14 al 19 aprile –  al Salone del mobile 2015 per Milano Bedding, brand di Kover. Se dal nome non è difficile immaginare il tipo di prodotto al quale si dedica l’azienda brianzola, produzione di divani letto, letti e materassi, restano da scoprire le novità, ad esempio le tre varianti tessili del divano letto Jeremie disegnato da Eric Berthes.

 

MilanoBedding-divano letto Jeremie design Barthes. Versione Trendy (1)Milano Bedding – divano letto Jeremie design Barthes. Versione Trendy

 

Kover produce dal 1985 nel proprio stabilimento di Desio (MB). Il titolare Roberto de Lorenzo ha iniziato nell’azienda di famiglia dedicata alla produzione di meccanismi per divani letto; quando fonda Kover sispecializza nella realizzazione di rivestimenti trapuntati e divani trasformabili per conto terzi.

Nel 1996 fonda il brand Milano Bedding, i cui arredi sono riconoscibili per il design dall’estetica curata ma non troppo avanguardistica, con una funzionalità evidente e completezza di gamma, mentre avanguardistico è il sistema adottato per i meccanismi di chiusura e apertura, sicuramente memore della lunga esperienza di de Lorenzo.

Milano Bedding- mod Marianne letto-matrimoniale-contenitoreMilano Bedding – mod Marianne letto-matrimoniale-contenitore

Parliamo quindi di made in Italy al 100%, realizzato con macchinari di ultima generazione che si avvale dell’esperienza di designer di fama internazionale come Pietro Arosio, Terri Pecora, John Ash, Eliabetta Garoni, Sabina Sallemi, Gino Colautti, Alessandro Elli, Guido Rosati, Irina Belan, Elena Viganò ed Eric Berthes. Milano Bedding mette a loro disposizione il suo knowhow in termini di ingegnerizzazione, produzione, comunicazione, e commercializzazione per lo sviluppo di nuovi progetti.

Sono nati così modelli tecnologicamente innovativi per lo sviluppo del comfort e della semplice usabilità, soluzioni tecniche ad hoc e progetto costruttivo unito ad una ricerca sulla praticità del rivestimento esterno, e dunque della sua estetica. Milano Bedding è il ramo dell’azienda più giovane che propone soluzioni più pratiche e più moderne.

MilanoBedding-divano letto Jeremie design Barthes. Versione GlamourMilano Bedding -divano letto Jeremie design Barthes. Versione Glamour

Estetica, funzionalità e comfort sono i tre pilastri su cui Milano Bedding lavora ad ogni nuovo prodotto. Il mix di questi contenuti viene interpretato da un gamma di divani, letti e divani letto, con diversi sistemi di apertura semplici e immediati, ma soprattutto efficienti, senza dover rimuovere cuscini o schienali, e con un eventuale possibilità di contenere un letto pronto con coperte e lenzuola. Per questi pezzi il meccanismo si chiama Lampolet, testato e garantito.

Nella linea ci sono anche letti trasformabili in contenitori. Un elemento costitutivo che spiega il materassocomfort dei divani letto Milano Bedding è la scelta di diverse tipologie di materasso in poliuretano ad alta densità, tra cui quello ad alto spessore Milano BeddiLa Norma e Springs, studiati per l’inserimento adeguato nel divano letto. Anche le sedute sono progettate per mantenere intatta la loro forma nel tempo.

Kover si è inoltre distinta nello studio di prodotti specifici per il contract: grazie al knowhow sviluppato fino ad oggi con Milano Bedding la gamma completa propone divani, poltrone e letti anche nelle versioni fisse, e su disegno. Se notiamo su questi arredi un contrassegno a forma di fiammella, essa rappresenta la loro conformità alle normative vigenti in materia di reazione al fuoco, omologati in Classe 1-IM.

Milano Bedding nel 1999 ha ottenuto una certificazione di qualità ISO 9001, che stabilisce la conformità a regole per ogni fase del processo industriale, i successivi aggiornamenti 9001:2000 e il recente 2008 mettono la soddisfazione del cliente al primo posto, dopo un percorso di ottimizzazione e una fase preliminare di analisi. Il certificato è stato rilasciato da CISQ e IQNet e riguarda le procedure per la progettazione e sviluppo di tutto ciò che produce l’azienda, sino alla sua fase esecutiva, l’acquisizione e gestione degli ordini dei clienti e la gestione degliacquisti dai fornitori, gestione dei reclami e resi, delle non-conformità. Inoltre nel ciclo di fabbricazione di ogni pezzo, particolare cura del rapporto con i fornitorie al valore dei materiali unito alla qualità della loro lavorazione, assistenza post-vendita.

MilanoBedding-divano letto Jeremie design Barthes. Versione Fashion (1)Milano Bedding – divano letto Jeremie design Barthes. Versione Fashion

Ciò che conta dal nostro punto di vista,quello che personalizza e “presenta” i loro prodotti è l’attenzione per i materiali. Caratterizza anche le tre versioni del divano letto Jeremie, disegnato da Eric Berthes, che vedremo al Salone, e che sono realizzate con tessuti di elevata di qualità Designers Guild: Trendy, in tessuto turchese, con struttura arancione e linee bianche, Fashion è rosa intenso e tortora con alcuni particolari fiorati, Glamour, ha invece i toni soft, tenui ed eleganti del grigio e del tortora. I rivestimenti danno valore ma sdrammatizzano la particolare forma a dormeuse che si ispira alle linee dell’Art Déco.

Berthes è stato chiamato a collaborare con Milano Bedding l’anno scorso. Jeremie è stato creato con l’esigenza di costruire un divano letto non riconoscibile in quanto tale, che abbia lo stesso design di un divano. Questo aspetto è dato dallo stile Art Déco unito ai colori intensi dei tessuti di qualità.

Doonuts, design Eric Berthes

Doonuts, design Eric Berthes

Eric Berthes ha un suo studio, il Planet design dal 2000; dopo la laurea presso l‘École Boulle e presso l’ESDI (Strate College), ha da sempre progettato seguendo il rigore di linee rette e curve con proporzioni armoniche. La passione per le forme pure e contemporanee si unisce all’ammirazione per l’arte giapponese e a come il dettaglio influenzi il suo processo creativo. Il suo obiettivo massimo è la progettazione di oggetti che anticipino le esigenze del terzo millennio. Ha collaborato con Packard Bell e Babyliss, e oggi direttore artistico del marchio OA170 dell’Oreficeria d’Anjou, per cui realizza oggetti lineari e dalle forme pulite.

Tra i suoi lavori in ambito lifestyle: disegna per marche di champagne, liquori e quella che chiama “arte della tavola”: per Bollinger ha disegnato il mobile da degustazione RD2000, Ricard nel suo ottantesimo anniversario gli commissiona un nuovo kit in edizione limitata composto da bicchiere e decanter.

Eric Berthes- progetti per oggetti, mobili e gioielliEric Berthes – progetti per oggetti, mobili e gioielli

Per Chivas progetta la location presso il bar dell’Hotel Martinez durante il festival di Cannes, l’area VIP del Lounge Bar Karément di Monaco, recentemente ha disegnato la lampada BgoodD per Branex, l’ iTam-Tam per l’anniversario del famoso seggiolino e una collezione di porcellane Cook & Play e Likid per Revol.Contemporaneamente Berthes porta avanti il design di mobili e dei complementi d’arredo.

L’idea d’ispirazione è lavorare con nuove forme per impieghi differenti: congeniale a tutto questo Milano Bedding, in generale nei suoi divani che possono anche esser letti, e in particolare con Jeremie che applica la forma di una dormeuse coloratissima ed elegante alla struttura interna del letto.

Milano Bedding. Hall 06 – Stand B 29- Salone del Mobile 2015

Michela Ongaretti

 

Stilnovo-Lucetta design Cini Boeri, 1970

Il rilancio di Stilnovo. Apparecchi luce del Passato nel Futuro

Il rilancio di Stilnovo: Apparecchi luce del Passato nel Futuro

Il marchio made in Italy Stilnovo ha messo nuovamente in produzione i progetti classici, quelli che hanno fatto la storia del design dell’illuminazione dal dopoguerra agli anni settanta. In occasione di questa eccezionale riedizione i suoi protagonisti hanno incontrato il pubblico martedì 17 febbraio 2015 presso la galleria Carla Sozzani. Modelli come Periscopio, Manifesto, Nuvola, Multipla, Bridge, Topo, Lampiatta, Lucetta fino ai sistemi Trepiù e Gomito rappresentano un nuovo punto di partenza per il rilancio dell’azienda, resa possibile grazie ad un team di imprenditori interessati a produrre icone che abbiano un valore attuale nel rispetto del loro disegno originale, confidando nella collaborazione di artigiani capaci di portare nel futuro le competenze della tradizione.

 

stilnovo-packaging e logoStilnovo – packaging e logo

 

Non sono oggetti destinati all’ammirazione ma all’utilizzo concreto, attraverso un possibile e studiatissimo adeguamento tecnologico.

Lo storico e critico del design Decio G. R. Carugati ha introdotto e moderato gli interventi dei grandi progettisti superstiti come Cini Boeri, Antonio Macchi Cassia, Paolo Lomazzi e Donato D’Urbino, o di loro rappresentanti e portavoce come Giovanna Castiglioni della Fondazione Achille Castiglioni, Lorenzo Facchini per Corrado Aroldi dello Studio MA2A e Ignazia Favata dello studio Joe Colombo. Erano presenti, a quello che si è rivelato un confronto sul futuro del design e della poetica del contemporaneo per il marchio, anche il sociologo Francesco Morace, gli architetti Ivana Porfiri e Danilo Premoli, i designer Paolo Ulian Valerio Cometti
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Stilnovo- Triedro a parete. design Joe Colombo 1970Stilnovo – Triedro a parete. design Joe Colombo 1970

Fondamentale per la comprensione delle logiche e delle problematiche è stato il contributo del neo costituito comitato scientifico di Stilnovo, rappresentato da Massimo Anselmi, Roberto Fiorato, Franco Pagliarini, Francesco Morace, Danilo Premoli, Andrea Cucci e Decio Carugati. Sempre esemplificativo della missione alla quale Stilnovo si sta dedicando, questo team ha creato il Manifesto in dieci punti per enunciare le linee guida e criteri utili alle imminenti realizzazioni, cercando di definire quale siano gli elementi di identità del marchio.

Primo punto: il nome dell’azienda. Si rivolge al futuro memore di un passato di eccellenza, che richiama altri esempi italiani come il Dolce Stilnovo dantesco: come quest’ultimo fu in letteratura propulsivo di una rinascita, nella letteratura e nella lingua, così questo Stilnovo rivela una intenzione di concretizzare progetti che hanno presentato, presentano e presenteranno, un’evoluzione configurale del modo di intendere lo spazio e la funzionalità della luce, restando all’interno di quelle dinamiche di grazia ed eleganza tipiche dell’essenza italiana.

Il secondo punto parla di riappropriazione dei progetti storici come esempi tra invenzione del design e innovazione imprenditoriale versatile.

Stilnovo-Lucetta da tavolo, design Cini Boeri, 1970

Stilnovo – Lucetta da tavolo, design Cini Boeri, 1970

 

Terzo punto: l’intento della riedizione dei classici è dimostrare che esiste una continuità. Un filo rosso unisce le generazioni dei pionieri e maestri (Aulenti, Colombo, De Pas, D’Urbino, Lomazzi, Sottsass…), a quella degli eredi, e questo collegamento vive nella ricerca di qualcosa che vada oltre la decorazione, in un riconoscimento del valore innovativo del progetto storicizzato, ma che oggi è riconosciuto ancora come un’idea con una funzionalità che ha tutt’ora lo stesso senso immediato della creazione unica, di un modo di disegnare lo spazio con la luce. Questo intento è quindi culturale con una vocazione commerciale al contempo.

Al quarto punto troviamo una riflessione sul tema dell’invenzione, intesa come unione tra tecnologia ed estetica, ingegno e semplicità, favorendo nuovi designer per nuove durevoli idee.

Quinta parola chiave è la practical grace del design italiano: eccellenza dei materiali, alta qualità delle finiture e dei dettagli per creare prodotti innovativi nell’illuminotecnica.

Al sesto punto c’è la volontà di creare una collezione sostenuta da una mostra itinerante in territori interessati allo stile di casa nostra come il Brasile, la Russia e l’Asia in generale, e al settimo l’impegno nell’istruzione e nell’orientamento dei giovani attraverso convegni in tutto il mondo, supportati da enti formativi come le Università.

L’ottava idea è quella di approfondire le tematiche tra analogico e digitale al fine di ampliare le possibilità di realizzazione progettuale. Al nono punto si dichiara la volontà di Stilnovo di essere un laboratorio avanzato di idee e stimoli dall’Italia in comunicazione attiva con la dimensione internazionale. Infine che ogni singolo prodotto sia espressione di un design thinking generato sia dalla conoscenza che dall’esperienza. Ancora una volta novità e tradizione.

Stilnovo-Lampiatta tavolo. design De Pas D'Urbino Lomazzi, 1971

Stilnovo – Lampiatta tavolo. design De Pas D’Urbino Lomazzi, 1971

 

L’eleganza progettuale nel mantenere un rigore, una linea unita ad un alto livello di funzionalità, ha dovuto lottare per imporsi, o quanto meno per sopravvivere nella nicchia dell’eccellenza made in Italy. Il comitato scientifico intende valorizzare il grande patrimonio culturale dei pezzi “iconici”, per coinvolgere le nuove leve del design italiano e internazionale nella collaborazione con gli artigiani, ma anche nella convinzione che esista una grande possibilità di rilancio commerciale, garantendo sempre un prodotto 100% Made in Italy.

Stilnovo fu fondata a Milano nel 1946 da Bruno Gatta. E’ stata per decenni una realtà guida nel panorama del design di lampade. Si è interessata al marchio la rivista Domus, che la associa indissolubilmente ai nomi più prestigiosi come Achille e Pier Giacomo Castiglioni, Joe Colombo, Danilo e Corrado Aroldi, Roberto Beretta, Antonio Macchi Cassia, lo studio De Pas D’Urbino Lomazzi, Ettore Sottsass, Cini Boeri, Gae Aulenti, che progettano per Stilnovo pezzi memorabili e intramontabili; il racconto di questa avventura nel design parte proprio da quel momento. In che situazione si trovava allora il nostro paese, e nello specifico la città di Milano? Giovanna Castiglioni ci riporta al 1958, quando ancora in città si conviveva con le macerie. Era necessario ripristinare la vita lavorativa anche con l’architettura: impostare gli interni e quindi le illuminazioni. Quello che si stava consumando era il “disordine invasivo della ricostruzione non programmata”: su questo terreno i Castiglioni volevano imporre un rigore progettuale, la loro voglia di sperimentare e investire, creare bandi di concorso per la selezione dei progetti.

Nasceva la lampada SALISCENDI, destinata alla Camera di Commercio, affidata nella sua costruzione al laboratorio Stilnovo. Si tratta del caso esemplare per questo progetto di riedizione, nella enunciazione dell’assunto tecnologico che deve necessariamente adeguarsi ai tempi. La cosa più difficile è stato inserirsi in una dimensione profondamente mutata nel settore esecutivo italiano, la difficoltà di trovare chi potesse riprodurre il modello, data la progressiva chiusura di laboratori artigianali, quelli che hanno conservato la tradizione tecnica e operativa.

Stilnovo- Bauletto rosso nero, design Ettore Sottsas, 1977

Stilnovo – Bauletto rosso nero, design Ettore Sottsas, 1977

Questo e gli altri modelli storici sono stati esempi eccellenti di una catena produttiva che soddisfò differenti forme d’uso, locali pubblici o interni privati, e di una scelta coraggiosa e innovativa nei materiali, che oggi saranno presenti sul mercato con un’arricchita gamma e in colori diversi. Le problematiche incontrate sono state simili a quelle di Saliscendi.

Lucetta, design Cini Boeri, 1970, verrà prodotta con materiali nuovi che creano effetti di luce diversi a seconda del colore di rivestimento del corpo, originariamente bianco. Lo stampo originale non esisteva più ed il modello è stato quindi ricostruito dall’analisi diretta di un pezzo originale, di proprietà di Cini Boeri.

Per Triedro e Topo. design di Joe Colombo, 1970, Ignazia Favata ha fornito i disegni tecnici originali per formulare corrette basi di lavorazione ai consulenti, Franco Pagliarini e Roberto Fiorato, essi sono stati indispensabili, data la perdita degli stampi industriali.

Fante, design De Pas D’urbino Lomazzi, 1970. Modello più che mai bisognoso di trovare tecnologie nuove: le fonti luminose dell’epoca sono ormai fuori mercato, così Paolo Lomazzi che ha aggiornato l’estetica con una lampadina alternativa.

Per Lampiatta, design De Pas D’urbino Lomazzi, 1971, la nuova produzione nasce dall’analisi di parti orgiginali e grazie alla memoria straordinaria dei designer, persino inassenza dei disegni tecnici originali, ricostruita in quasi tutte le versioni d’epoca.

Valigia. design Ettore Sottsass, 1977. L’idea di partenza è semplicemente una lamiera piegata, quindi molto semplice e senza particolari problemi di produzione, ma per la mancanza di disegni originali è stato fondamentale il contributo di Barbara Radice Sottsass.

Stilnovo. Catalogo e allestimento Gravita,design Antonio Macchi Cassia, 1969

Gravita. design Antonio Macchi Cassia, 1969. Solo grazie alle moderne tecnologie, magneti molto più piccoli per tenere unite le due sfere a luce una orientata e l’altra diffusa, e alla consulenza di artigiani e si può oggi produrre e distribuire. Lodevole la tenacia del designer, che finalmente non vedrà soltanto il prototipo.

Periscopio. design Danilo e Corrado Aroldi, 1967. Presenta oggi un aspetto inedito nella scelta forzata, di una nuova lampadina al posto dell’originaria Cornalux, soluzione trovata grazie a Corrado Aroldi in sinergia con Franco Pagliarini. Ci piace concludere ricordando che il MoMa di New York chiese in prestito il prototipo per una mostra permanente sul Design.

Michela Ongaretti