Hautematerial durante la lavorazione del legno

Hands on Design. Il brand italiano che nasce dall’incontro tra artigianato e design internazionale

Hands on Design. Il brand italiano che nasce dall’incontro tra artigianato e design internazionale

Hands on Design è un brand milanese sviluppato nel 2015 da Shiina+Nardi Design Snc, la cui mission è quella di ideare e realizzare oggetti attraverso la connessione tra il mondo dell’artigianato tradizionale e di alto segmento, dei singoli laboratori, a quello del design contemporaneo, con una speciale attenzione al panorama giapponese. Si possono ammirare le collezioni in uno spazio dedicato al progetto, collocato in una zona strategica per il design milanese degli ultimi anni, Porta Venezia.
Hands on Design, interno dello spazio in via Rossini

Hands on Design, interno dello spazio in via Rossini

 

Lo showroom Hands On Design ha inaugurato da soltanto alcuni mesi, il 18 febbraio 2016, ed è stato teatro di una prima mostra in occasione delFuorisalone 2016. Poco prima della Design Week avevo intervistato Setsu e Shonibu Ito, tra i protagonisti dell’esposizione nello showroom di via Rossini 3; grazie al mio interesse per i designer giapponesi sono venuta a conoscenza del lavoro unico svolto da Hands on Design.

Conferma della forte componente nipponica nel progetto, un’anima della coppia fondatrice, è stato per me martedì 14 giugno, quando ho visitato il negozio in occasione dell’evento di saluto all’estate: gli oggetti della collezione 2016 sono stati interpretati da Sumiko Furukawa con una performance floreale secondo l’arte dell’Ikebana.

Lampadario Bugatti, design Shiina+Nardi Design, manifattura Kanaami Tsuji, 2016

Lampadario Bugatti, design Shiina+Nardi Design, manifattura Kanaami Tsuji, 2016

 

Hautematerial durante la lavorazione del legno

Hautematerial durante la lavorazione del legno

 

La bellezza scaturita è semplice, ma complessa nella sinergia alla sua base, che rende unico un oggetto e non assimilabile alla moda del momento. C’è qualcosa di assoluto nella purezza dei materiali forgiati secondo norme antiche e naturalmente in armonia con l’ambiente, ecosostenibili nel loro DNA. Non solo: i progettisti Shiina+Nardi rispecchiano la forte componente italiana e giapponese del brand, ma hanno svolto e continuano a svolgere attività di ricerca internazionale delle migliori manifatture e maestranze artigianali, al fine di metterli in contatto e nella possibilità di confrontarsi con il lavoro dei designer più innovativi ed esteticamente originali, per ricevere input tecnici e culturali nuovi e utili al rilancio di una disciplina. A loro volta i designer scoprono l’umanità e maestria di lavorazioni che sono state alla base dell’evoluzione progettuale e dell’industria, l’inizio della Storia del Design, e ne possono interpretare con sensibilità le potenzialità, anche nell’ottica di un’apertura dei valori artigiani a mercati più ampli e attuali. L’unione dei due saperi rafforza il valore intrinseco di un oggetto.

Preparazione della lacca giapponese secondo la tecnica tradizionale Urushi, di Maruyoshi Kosaka

Preparazione della lacca giapponese secondo la tecnica tradizionale Urushi, di Maruyoshi Kosaka

 

La professione e la tecnica artigianale è quindi portata alla ribalta e riscoperta nella sua veste più contemporanea, che sia la costruzione di cestelli di legno, di vasi e contenitori torniti o delle murrine millefiori. Da esse oggi abbiamo, solo per fare alcuni esempi di Hands On Design, i piatti opalescenti degli stessi Shiina+Nardi, le ciotole laccate Urushi di Giulio Iacchetti, i vetri eterei di Kanz Architetti, solo per fare alcuni esempi: mi fanno pensare alla strada aperta dalle collezioni di fine ottocento delle Arts and Crafts, con la loro straordinaria portata innovativa e di qualità estetica nella loro durevolezza.

Tavolino Shushu, design di Tsukasa Goto, manifattura di Hiroaki Usui, 2016

Tavolino Shushu, design di Tsukasa Goto, manifattura di Hiroaki Usui, 2016

 

Fra le aziende artigiane protagoniste del progetto Hands on Design sono: Artexa, Ercole Moretti, Fara Gioielli, Shuji Nakagawa, Shibaji Ochiai, Takeo Shimizu, Slow Wood, Soffieria, Tumar, Warousoku Daiyo, 224 Porcelain, Kanaami Tsuji, Hiroaki Usui, Ogatsu Ishi, Yoko Takirai Jewellery, Hautematerial, Risogama, Kaykado, Maruyoshi Kosaka.

Un momento della lavorazione del feltro, Gruppo Tumar Art (Kirghizistan)

Un momento della lavorazione del feltro, Gruppo Tumar Art (Kirghizistan)

 

I designer coinvolti nel 2016: Tomoko Mizu, Carlo Contin, Lorenzo Damiani, Denis Guidone, Giulio Iacchetti, Setsu &Shinobu Ito, Kanz Architetti, Kazuyo Komoda, Minale-Maeda,Ilaria Marelli, Eliana Lorena, Shiina+Nardi Design, Takirai Design, Natsuko Toyofuku, Carlo Trevisani, Gum Design, Roberto Sironi, Laudani-Romanelli, Buzzo- Lambertoni, Barbara Archiuolo, Tsukasa Goto.

Il negozio Hands on Design è stato disegnato da Paolo Ortelli e si trova in un un’edificio dal genius loci artistico, che ha ospitato nel tempo gli studi/bottega di Medardo Rosso, Lucio Fontana, Marcello Nizzoli. Oggi il luogo è teatro della creatività milanese nella concentrazione di laboratori di restauro, botteghe d’arte, atelier di moda e di design. Anche il contesto storico e architettonico, siamo nella zona del liberty cittadino, pare dunque accompagnare gli stessi valori del brand.

Sgabello Ovarin, design di Giulio Iacchetti, manifattura Hautematerial e Tumar, 2016

Sgabello Ovarin, design di Giulio Iacchetti, manifattura Hautematerial e Tumar, 2016

 

Vi consiglio la visita segnalandovi due prodotti sintomatici della sinergia artistica tra artigiani e designer. Il primo è il lo sgabello Ovarin disegnato da Giulio Iacchetti e realizzato da Tumar Art, per il feltro della tradizione del Kirghizistan, e Hautematerial, italiani specializzati nella lavorazione del legno, il secondo è il lampadario Bugatti frutto della lavorazione in rete metallica di Kyoto di Kanaami Tsuji e del progetto di Shiina+Nardi Design.

Pensate, qui ogni oggetto ha una lunga storia fatta di diverse tradizioni, eppure ha un aspetto nuovissimo, è quasi nato ieri.

Michela Ongaretti

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Mauro Balletti. Personale alla Galleria Artespressione

Mauro Balletti Galleria Ad Artespressione la mano che ridisegnò Mina

Galleria ArtespressioneGalleria Artespressione Mauro Balletti – La sala al primo piano con i dipinti e le sculture

Mauro Balletti alla Galleria Artespressione: la mano che ridisegnò Mina. Il 4 febbraio siamo tornati in via della Palla presso la Galleria Artespressione per vedere la mostra “Mauro Balletti. Opere di grafica e pittura dagli anni ’80 ad oggi” a cura di Matteo Pacini, che resterà aperta fino al 5 marzo.

Mauro BallettiMauro Balletti, Donna con la TV

Nel mese di Dicembre erano presenti le opere degli artisti coreani di Orange Bridge con Korean Wunderkammer, mentre per la mostra inaugurale della stagione espositiva 2016 si parte con un artista italiano, Mauro Balletti, colui che ha lavorato con l’eclettismo e l’ironia per la creazione di uno stile personale dove la linea è protagonista. A parte alcuni esempi di dipinti, la maggior parte della produzione presentata alla galleria di Paula Nora Seegy è incentrata sui lavori a china dagli anni ottanta fino ad oggi.

Mauro BallettiMauro Balletti firma il catalogo

Balletti è un personaggio che ha contribuito a creare attraverso il disegno, la fotografia e la sua post produzione, un altro personaggio famosissimo in Italia e non solo: la cantante Mina per cui è grafico e fotografo ufficiale. Il loro fu un sodalizio artistico iniziato nel 1973, che ha portato alla realizzazione delle copertine dei suoi dischi, garantendo la presenza di un’immagine fantasiosa e fuori dagli schemi per la grande cantante, anche quando decise di non mostrasi più pubblicamente.

Balletti è stato anche fotografo di moda e di pubblicità, pittore, regista, scultore e realizzatore di video musicali.

Mauro BallettiMauro Balletti, La regina della peretta

Le circa 40 opere in esposizione nella centralissima galleria testimoniano il percorso creativo di un artista che non si accontentava di osservare la realtà, ma ha saputo trasformare il corpo umano in suggestioni di movimento, rappresentandolo attraverso la pienezza delle carni e la fluidità della linea, usando proprio il corpo come strumento di ironia e leggerezza, e nella nudità senza tempo, classica, beffarsi dei tempi moderni e delle sue abitudini.

Ciò che rende accattivanti le sue immagini è inoltre il consapevole riferimento a grandi artisti del Novecento, sia nelle pose che nella composizione; talvolta nel soggetto stesso, quasi un onesto citazionismo che ci accompagna dolcemente in un mondo immaginario di bagnanti e personaggi enigmatici, sempre giocosi,nella visione di artista ammirato dell’arte, da sempre osservatore di disegni e pitture di Picasso, Ingres, Balthus, Matisse o di un onirico e malinconico Fellini.

Mauro BallettiMauro Balletti, Nudo della Golia

Durante il vernissage abbiamo ricevuto una copia del catalogo della mostra, sempre la galleria produce una piccola edizione, che stavolta si rinnova con un’intervista di Pacini a Balletti, utilissima per capire la sua filosofia e la sua gestaltung. Picasso è nella sua testimonianza un artista completo, a sua volta onnicomprensivo nella sua “colta Rivisitazione di tutta l’arte umana: dalle incisioni rupestri del primo Homo Sapiens a Lui stesso”.

Per Balletti disegnare è liberare le immagini che popolano il suo inconscio, un sogno ad occhi aperti che esprime la sua curiosità verso le forme umane, esse sono per lui vere opere d’arte che popolano il mondo.

Mauro BallettiDiscussioni davanti ad un disegno durante la vernice di Balletti

L’incontro con Mina ha poi contribuito a incoraggiare l’artista verso lo sviluppo del proprio talento, verso la possibilità di osare nella sua coerente visione.

Racconta che esiste un margine di spontaneità. di “incoscienza” nel suo lavoro: quando inizia a disegnare a volte è il segno che permette la formazione di una figura, un seno, un volto, le pieghe di un lenzuolo o di una tenda possono nascere quasi per caso dallo scorrere del pennino sulla carta. Spesso però l’opera si sviluppa da una foto delle stesso autore, come ben esemplificava il catalogo di una mostra parigina visionabile presso Artespressione.

Il disegno però rimane la tecnica artistica privilegiata, con i pastelli e il colore che ”va e viene” nei suoi lavori, dove è la linea, la forma definita delle linee a contare, e che impone una sintesi di ciò che definisce una figura, un’immagine mentale quando si fa concreta.

Infatti secondo Balletti i suoi disegni possono sembrare studi preparatori per delle sculture, (ne vediamo alcune al primo piano), l’idea pronta per prendere corpo vero e proprio, con in più però la gioia e il compiacimento della sperimentazionenella pressione del pennino differenziata sulla carta, a dare effetti diversi con la macchia nera di china che si allarga in certi punti.

Se la fotografia manipola la realtà per arrivare ad immagini cariche delsurrealismo visionario di Balletti, pensiamo ai lavori su e con Mina, il punto di partenza nei disegni è l’anima surreale della sua immaginazione, come nota Pacini durante il dialogo con l’artista.

Quello che a noi fa sorridere è la candida gioia della carnalità osservata con la lente deformante del sogno, dove i personaggi nudi non hanno intenzione erotica ma sono rappresentanti di quell’ironia universale che informa l’intero corpus di queste opere.

Certo per chi ha osservato a lungo l’arte del passato, ci si rende conto di come il nudo sia stato e sempre sarà un esercizio di stile, dopo che quasi tutti hanno avuto modo di disegnare l’anatomia, il proprio contributo differente è una firma, scritta con la “calligrafia rivelatrice di un disegnatore”.

Da vedere: per l’esempio di un disegnatore che saputo assimilare la lezione dei grandi maestri con risultati dalla delicata leggerezza ed ironia, presente nella cultura pop dagli anni settanta ad oggi.

Galleria Artespressione. Via Della Palla 3 – Milano

Michela Ongaretti

 

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Emanuele Dascanio, il disegno della luce e del simbolo

Emanuele Dascanio, il disegno della luce e del simbolo

Emanuele DascanioEmanuele Dascanio al lavoro mentre realizza Depositio Maddalenae

Emanuele Dascanio, il disegno della luce e del simbolo.

Si è conclusa alcune settimane fa la mostra di Emanuele Dascanio “Su la soglia della luce” presso la Fondazione Maimeri in Corso Colombo. Un amico artista mi ha mostrato alcune pagine del catalogo, e ho subito desiderato conoscere meglio l’opera di Dascanio. La mia visita è stata entusiasmante perché ho avuto una guida speciale: l’artista stesso, che mi ha accolto pronto a conversare sul suo lavoro, stupendomi con la sua personalità decisa e umile allo stesso tempo. Ha le idee molto chiare su cosa vuole ottenere con la propria tecnica precisa, e sul suo contenuto profondo, ma nonostante sia stato definito un enfant-prodige non esita nel parlare di altri grandi del suo tempo nella stessa disciplina, non ergendosi a unico interprete di quello che in tanti chiamano iperrealismo, preferendo per il suo lavoro il termine fotorealismo.

La copertina del catalogo della mostra presso la Fondazione Maimeri con l'opera Leonardo messo a nudo per me, pietra nera e grafite su carta– 2014Fondazione Maimeri – La copertina del catalogo della mostra con l’opera Leonardo messo a nudo per me, pietra nera e grafite su carta– 2014

La mostra curata da Angelo Crespi e Alessandra Redaelli è stata voluta dal Presidente della Fondazione e AD dell’Industria Maimeri, Gianni Maimeri e il Ceo di F.I.L.A. ( Fabbrica Italiana Lapis ed Affini) Massimo Candela, dopo la richiesta di Maimeri di poter utilizzare dei dipinti e disegni di Dascanio, realizzati ad hoc, per il packaging del brand Lyra. In esposizione c’erano le confezioni di pastelli, le opere originali, e quelle acquistate da Lyra ma non scelte per la distribuzione, a causa della commissione islamica che vieta l’utilizzo della figura femminile sui prodotti, nei paesi arabi. Vediamo in totale ventidue opere ben rappresentative del percorso finora intrapreso dal trentaduenne, già costellato di diversi riconoscimenti.

Con questi lavori è chiaro come l’arte sia in grado di nobilitare, (e mobilitare), un prodotto commerciale. Operazione che non è certo sconosciuta, ne tanto meno scandalizza i lungimiranti artisti della nostra epoca. Chiedo infatti a Dascanio se ritiene che le aziende possano essere collezionisti attenti, e alla risposta positiva aggiunge che di fatto gli artisti sono sempre stati a disposizione di aziende, che i mecenati dei secoli lontani erano come tali. Chi compra e investe sull’arte sono persone comuni, possono essere “postini o industriali” con intenzioni diverse. C’è chi ha un gusto per la bellezza che non è mai merce, semmai regala quel ” qualcosa in più di quello che ti aspetti di vedere”, per avvicinarsi a un’idea unica, a una visione del tutto originale e altra rispetto al vissuto quotidiano, che per un brand è una luce d’inaspettato riverbero sul proprio operato.

Emanuele DascanioEmanuele Dascanio, Divina Consonantia, pietra nera e grafite su carta Schoeller, 2014

Ci sono certo altri tipi di arte legati all’investimento, quella dettata dalle leggi del suo mercato, dove è tutta una questione di quotazioni svuotando la forma di un valore oggettivo, dove sono le parole usate che fanno vendere. Il tipo di arte propugnata e realizzata da Dascanio secondo lui stupisce perché è ancora fuori dal mercato comune, chi la desidera lo fa per gusto, unicamente.

E’ il mondo del figurativo e per Dascanio della poetica fotorealista, che parte da un’immagine creata con una composizione costruita dallo stesso artista, per ricomporla attraverso i dettagli e darle espressione attraverso il tratto, con pietra nera e grafite più spesso che col colore. La scelta sentita verso il realismo dei particolari usando una foto nasce da motivi personali, quindi fuori da una logica di richiesta del mercato: sarà che il disegnatore riconduce il suo modus operandi ad un disturbo visivo che gli impedisce di vedere da lontano, ma se gli “viene di fare esattamente questo”, io aggiungerei che è il risultato stupefacente a far sì che il suo sistema vince e interesserà anche chi non sempre è attratto dal realismo estremo.

Emanuele Dascanio, Amplecti vitae,olio su tela,2013Emanuele Dascanio, Amplecti vitae,olio su tela,2013

Il corpus dei lavori diDascanio vive di dettagli, “fino al limite della texture”, ma sente il bisogno di un dialogo con chi guarda da fuori, e lo trova nella composizione, nella visione d’insieme, così un disegno o un dipinto rappresenta il “dono ad altri della visione che non hai”.

Gli chiediamo chi considera “eccellenti” tra chi opera nel suo stesso mondo del disegno e della figurazione, dove il supporto cartaceo ha oltrepassato il millennio di splendore, e ci parla di Maurizio Bottoni, Gianluca Corona, Agostino Arrivabene, Nicola Verlato, Roberto Ferri , dove la tecnica non è fine a sé stessa ma a contenuti complessi, “sono alchimisti, dietro alla pittura c’è un pensiero poderoso”.

Il suo percorso inizia in pittura: apprende dal suo maestro Gianluca Corona ( a sua volta da Mario Donizetti), a “bottega” come un artista rinascimentale, come utilizzare strumenti, passaggi, come trattare la luce perché ” per fare prendere forma al tutto e dare poesia serve un controllo totale”, e quel controllo, quella precisione che calcola tutto fin dall’inizio è ora avvertibile nella sua disciplina più congeniale e sentita, più usata: il disegno, dove ogni velatura influenza lo step successivo, dove la grafite e la pietra nera sono armonizzate in un tratteggio continuo, leggero, che si fa gestuale a seconda del “dramma” luministico.

Emanuele Dascanio, Allegoria del Sublime, pietra nera e grafite su carta Schoeller, 2013 (1)Emanuele Dascanio, Allegoria del Sublime, pietra nera e grafite su carta Schoeller, 2013

Il suo approccio all’immagine è in primis al disegno che per Emanuele Dascanio è pittura,insieme all’aura di sacro, che è ciò che rende immortale l’immagine. In esso si vede il tempo che fa nascere e crescere l’opera, ed è inoltre popolare: “Io uso quello che le persone sanno vedere meglio”. Le figure emergono dal buio come l’apparizione su un boccascena, dove ogni particolare è in evidenza improvvisa, dalle pieghe degli abiti alla definizione di ogni singolo capello.

Per l’artista una linea rappresenta un “contrasto romantico”, che gioca sugli effetti luministici, su quel confine tra buio e luce come recita il titolo della mostra, e come si interpreta la visione di una certa pittura del cinque-seicento da Caravaggio in poi, matrice senza dubbio d’ispirazione formale e di contenuto. La sottile linea di confine delimita anche i territori del sacro e del profano, dell’antico e del contemporaneo, mettendo in comunione il “rigore fiammingo al calore del rinascimento” italiano nelle nature morte, e in quelli che appaiono ritratti ma sono sempre allegorie.

Il sacro è come ho accennato un mezzo per toccare le corde di tutti attraverso la memoria storica, è l’origine del simbolo, quindi inteso come “revival”, funzionale alla comunicazione del contenuto profondo. Il sacro è un codice che fa scattare l’ appartenenza dell’immagine all’allegoria, nella sua comprensione immediata, e la fa durare nel tempo: quest’ aspirazione all’immortalità dell’effige interessa del periodo tardo-rinascimentale, non l’emulazione di uno stile ma il suo intento di diventare icona per i contemporanei e i posteri.

Emanuele DascanioEmanuele Dascanio, Depositio Maddalenae, pietra nera e grafite su carta, 2015

L’iconografia sacra è resa al servizio di concetti universali attivati nell’osservatore contemporaneo, non è un gioco meramente estetico e combinatorio tra elementi del presente e del passato, ma intende muovere alla riflessione di ciò che siamo, oggi. Esemplare in questo senso è l’opera “Depositio Maddalenae”, tra le ultime creazioni. La grafite e pietra nera su carta uniscono i diversi linguaggi della posa classica e sacrale all’eros contemporaneo , ed è forse l’opera più postmoderna, classica e contemporanea ad un solo sguardo: una bellissima donna ricalca nel corpo scivolante verso il basso la posa di una deposizione cristiana, mentre la lingerie di pizzo non può che appartenere al presente e riporta al contesto erotico sia per la fisicità che per le lenzuola stropicciate ad arte, come una sindone. Il misticismo oggi lo si può trovare nell’eros, che può essere votato a una spiritualità immanente, in una passione che non è più quella sacrificale della religione. Il gioco duale di destabilizzazione, tra luce e ombra, sacro e profano, contemporaneo e classico avviene però in maniera leggera come il suo tratteggio stratificato; non vuole scioccare ma soltanto suggerire una visione che non finge una verità assoluta.

Tra tutte le opere di Emanuele Dascanio noto un’altra dicotomia: tra la visione del soggetto maschile e quello femminile. Il corpo riflette l’ideale ed è sempre metafora che rimanda ad altro da sé nella sua presenza scenica, quindi l’uomo è anziano perché simbolo di saggezza, di una vita intensa e intessuta di esperienze, è la “forza lavoro creatrice”, mentre le donne sono giovani e nel pieno della bellezza e fecondità in quanto comunicano la virtù o la fragilità di un’esistenza in corso di realizzazione. La maggior parte dei lavori utilizza la figura femminile, così che nella sua bellezza ideale faccia fermare lo sguardo, ipnotizza e concentra su un concetto.

Tra le allegorie laiche osservo la fanciulla di “Allegoria del sublime”, le due figure femminili inizialmente studiate per il packaging Lyra, e “Divina Consonantia”. Qui il volto della Musica porge al mondo una conchiglia, la Matematica o la perfezione dell’universo, racchiuso in alcune forme naturali, come vien ancora esemplificato nel dipinto ad olio “Amplecti Vitae”, nel quale lostupore della Natura palesato in un semplice cavolfiore è altrettanto stupefacente di un frattale.

La figura maschile che desidero citare è “Leonardo messo a nudo per me”, dove il genio, la sua storia tra le linee della barba,e le rughe del suo corpo, guarda fuori dal quadro perché tutto ciò che sta fuori si concentra nelle sue opere, la sua pittura era fatta per spiegare il suo studio sulla Natura e le sue potenzialità. Lo sguardo è rivolto a nuove idee, nuove scoperte, e pare di guardarlo attraverso uno specchio.

Sempre l’ideale della tecnica, della forza lavoro non slegata dalla genialità è simboleggiato dalle mani presenti sulle confezioni dei pastelli Lyra, logicamente e intuitivamente le mani, senza bisogno di cercare allusioni lontane o complesse perché come diceva Leonardo da Vinci “La semplicità è l’ultima sofisticazione”.

Michela Ongaretti

Nicola Samorì, Soluzione, 2009, olio su rame

Mattia Moreni e Nicola Samorì nella doppia mostra La disciplina della carne

al Museo civico Luigi Varoli di Cotignola e FAR Fabbrica delle Arti di Rimini

di MICHELA ONGARETTI

Nicola SamorìNicola Samorì, About Africans (gli occhi nel petto) 2013, olio su tavola

Mattia Moreni, Nicola Samorì La disciplina della carne: due mostre al Museo civico Luigi Varoli di Cotignola e alla FAR Fabbrica delle Arti di Rimini.

Ad inizio dicembre in terre di Romagna si è inaugurata una mostra fuori dal comune, che credo si farà ricordare a lungo. “La disciplina della carne” a cura di Massimiliano Fabbri e Massimo Pulini,mette in scena l’opera di due artisti di notevole importanza nel panorama italiano: Mattia Moreni e Nicola Samorì. Non parliamo di una bipersonale ma una “doppia ” esposizione che confronta due visioni legate in maniera diversa alla fascinazione materica, dipinti e sculture presenti contemporaneamente in due luoghi: il Museo civico Luigi Varoli di Cotignola e la FAR Fabbrica delle Arti di Rimini.

Mattia MoreniMattia Moreni, Un’anguria come la morte e come la luna 1965, olio su tela, collezione Maria Francesca Moreni

Gli artisti appartengono a due generazioni diverse, hanno percorso strade separate che per molti occhi appaiono lontanissime, inconciliabili, ma che per i curatori possono essere analizzate e apprezzate sotto la stessa luce: quella della loro incessante sperimentazione con la pittura e sulla pittura, sulle possibilità e i limiti di un linguaggio inteso come primario e insostituibile per la sua capacità di generare immagini potenti che sappiano scardinare una visione abitudinaria, pur facendo tesoro di una tecnica che affonda nella tradizione, a cavallo e mediante lo scontro tra la riflessione lucida e il gesto violento, di slancio romantico.

La materia, la carnalità, il colore fanno parte della stessa ossessione che si è rivelata un metodo e un marchio di stile nella forzatura di una disciplina portata all’eccesso nella sua sostanza, per condurci sul ragionamento metalinguistico dell’opera.

La disciplina della carneMattia Moreni, Nicola Samorì La disciplina della carne – L’allestimento con alcune opere di Moreni e Samorì

L’esposizione si compone di due sezioni distinte, una al Museo Varoli e una al Far, dove in entrambe le sedi vediamo le opere di entrambi gli artisti, messe vicine per evidenziare contrasti e differenze, chiare nell’aspetto formale, non disgiunte da affinità e punti di contatto intellettuale, di concetto alla base degli intenti, come indica Fabbri ” in questa carne e pasta pittorica sensuale, e nella disciplina del gesto e tecnica che prova ad addomesticare la belva”. Sono oltre sessanta dipinti con alcune sculture; il percorso ambizioso pone quindi anche un confronto su potenzialità ed esiti di queste due discipline, la seconda intesa come estensione della prima nella sua logica materializzazione.

Mattia MoreniMattia Moreni, Un mare di semi, come un liquame (..), semi-sommersi i manipolatori genetici, i laboratori di neurofisiologia (..) E ancora e per fortuna il sorriso delle ragazze 3 dicembre 1974, china su carta

I luoghi che accolgono il progetto sono anch’essi molto differenti, ma riescono a rendere nella loro struttura peculiare l’organicità del progetto espositivo: a Cotignola vediamo gli autoritratti di Moreni e le Marilù in dialogo diretto con i volti scorticati di Samorì, e una sala di disegni dove emerge una forte similitudine segnica ; a Rimini è stato possibile presentare opere di grandi dimensioni come alcune teste monumentali di Samorì, i suoi teatrini dipinti e gli spettri di santi secenteschi, con le baracche, i cartelli e le angurie di Moreni.

Si gioca abilmente e senza sosta con la duplicità nelle poetiche degli artisti, nelle sedi, nelle discipline. E’ il filo rosso che accompagna il visitatore in un viaggio su binario, tra velature e pastosità, razionalità e sragione, composizione e disfacimento, o semplicemente un non pacificato dialogo tra natura e Cultura, in costante battaglia.

Mattia MoreniMattia Moreni, La povera anguria americana,infine, entra nel fienile delle Calbane Vecchie e posa sulla pelliccia di gorilla come la prima Orizzontale di lusso, 1969, olio su tela

Mattia Moreni era nella pittura e nella persona una rappresentazione dionisiaca e impetuosa, ” satiresca e luciferina” secondo le parole di Massimo Pulini, le cui opere sensualmente gonfie di colore paiono rifarsi costantemente ad una pratica erotica, mentre Nicola Saporì appare preciso e cerebrale, filosofico e lontano da una fisicità esacerbata, ma nella sua raffinata minuzia, nei suoi lavori intrisi di bellezza antica affiora un desiderio feroce di dissoluzione, un lesionismo materico attuato con la precisione di un bisturi sui sette strati della sua pittura, come sulla pelle umana. I due si incontrano qui, in questo “epicentro carnale”.

Nicola SamorìNicola Samorì, Soluzione, 2009, olio su rame

FAR e Museo Civico Luigi Varoli di Cotignola sono due realtà molto attive nell’ambito delle arti visive non soltanto in Romagna, il primo noto per la Biennale del Disegno, il secondo protagonista del progetto Selvatico, una rete tra luoghi persone, artisti e collezioni museali, una mappatura di diversi ambiti e discipline, autori di varia provenienza interessati a piani espositivi dialoganti con la memoria storica delle location ospitanti.

Questi autori spesso si trovano ad operare in una veste straordinaria, per presentare punti di vista nuovi su una tematica, ad esempio come curatori. In questo senso “La disciplina della carne” è germinata da Selvatico dato che Samorì e Moreni sono senza dubbio parte di questa mappa sulla pittura contemporanea, dove l’artista vivente legge l’operato dello scomparso non solo come co-protagonista, ma come co-curatore: viene coinvolto nella ricerca e negli orientamenti progettuali, soprattutto nella selezione delle opere.

Nicola SamorìNicola Samorì, Vomere 2013, olio su tavola, collezione S. Baruffi

Una scelta volutamente arbitraria, da parte di chi ha osservato a lungo le opere di Moreni con una tesi di laurea sui suoi ultimi dipinti, e funzionale al percorso espositivo, alla narrazione di questo labirinto a doppia entrata, intrecciandola progressivamente all’universo di Samorì.

Il prezioso catalogo a corredo della mostra, stampato dalle Grafiche Morandi di Fusignano, presenta una campagna fotografica di Daniele Casadio nello studio dei due artisti, che non si sono mai incontrati ma che attraverso le loro opere hanno raccontato un momento condiviso.

Da non perdere: per il potere ipnotico della materia pittorica di due grandi artisti.

Michela Ongaretti