Lucio Fontana in collaborazione con Nanda Vigo, Ambiente spaziale: “Utopie” nella XIII Triennale di Milano, 1964

Lucio Fontana. Spazialismo all’Hangar Bicocca

Lucio Fontana e il suo Spazialismo all’Hangar Bicocca

Lucio Fontana per ancora pochi giorni all’hangar Bicocca con la mostra Ambienti/Environments. Il week end non è ancora iniziato quindi potrebbe essere una buona meta per chi è a caccia di esperienze nell’arte. Anche Artscore l’ha scoperta in extremis e ne è rimasto affascinato, consigliandola magari a chi è approdato in città per la prima fashion week del 2018.

 

Lucio Fontana a Milano con i neon della struttura per la Triennale del 1951

Lucio Fontana. Spazialismo all’Hangar Bicocca. Struttura al neon per la IX Triennale di Milano, 1951, ph. Sofia Obracaj

 

Per chi si concede più o meno spesso un’immersione nell’arte, almeno una volta nella vita probabilmente vedrà una mostra dello sperimentatore Lucio Fontana. Vuoi perchè stiamo parlando di uno dei più grandi ed influenti artisti del ventesimo secolo, negli ultimi anni in cima alle classifiche delle quotazioni mondiali, vuoi perchè la sua produzione fu estesa e diversificata, presente oggi in diversi luoghi della cultura sul pianeta.

 

Lucio Fontana, Ambiente spaziale: “Utopie”, nella XIII Triennale di Milano, 1964

Lucio Fontana. Spazialismo all’Hangar Bicocca. All’uscita dell’Ambiente Spaziale: “Utopie”, nella XIII Triennale di Milano, 1964, ph. Sofia Obracaj

 

Ciò che conta nell’esposizione milanese curata da Marina Pugliese, Barbara Ferriani e Vicente Todolí in collaborazione con Fondazione Lucio Fontana sono i concetti di spazio, luce, materia e vuoto per andare oltre ai confini solitamente assegnati all’arte e alla sua fruizione. Almeno per l’uomo del 1949, quando Lucio Fontana teorizza il Movimento Spaziale o Spazialismo. Sin da quell’anno mette in pratica l’idea di regalare al dipinto la terza dimensione, praticando buchi sulla superficie della tela, fino al arrivare al celeberrimo taglio dal 1958. Ecco il suo Concetto Spaziale.

 

Lucio Fpntana, dentro all'Ambiente spaziale a luce nera, 1948-1949

Lucio Fontana. Spazialismo all’Hangar Bicocca, Ambiente spaziale a luce nera, 1948-1949 (particolare), ph. Sofia Obracaj

 

Spazialismo oltre le discipline

Lo spazio in senso fisico si accompagna nella sua poetica anche alla fascinazione di quello sidereo, e alle nuove scoperte scientifiche di quel periodo. Lucio Fontana è un artista che naturalmente andò oltre il bidimensionale in quanto scultore, ma continuò oltre i confini della pratica nella scelta dei materiali come cemento, vernice, il neon, la pittura fluorescente e fosforescente attivata con la lampada di Wood, e coinvolgendo quelli che allora erano considerati new media come la televisione. Dove? In ambienti di architetture esistenti o inglobando la ricerca ancora collaborando con architetti italiani dell’epoca, fra cui BBPR, Figini e Pollini, Marco Zanuso, Luciano Baldessari. Nasce così nel 1949 il primo “Ambiente Spaziale” che rende esperienziale la fruizione di un disegno dello spazio attraverso le luci. Molti altri se ne sono sviluppati negli anni, affiancando quelle che noi oggi chiamiamo installazioni alla genesi di altre opere pittoriche e scultoree.

 

Lucio Fontana, Ambiente Spaziale del 1967

Lucio Fontana. Spazialismo all’Hangar Bicocca, Ambiente spaziale, 1967. Documentazione fotografica dell’opera
nella mostra “Lucio Fontana – Concetti spaziali”, Stedelijk Museum Amsterdam, 1967, ph. Sofia Obracaj

 

Questa mostra raccoglie alcuni Ambienti di Lucio Fontana, che anticipano le ricerche di Light and Space, movimento nato negli Stati Uniti tra gli anni sessanta e settanta, e sperimentano la vernice fluorescente come in Italia fece Mario Agrifoglio in pittura con il suo proseguire nella Black Light Art, viva e vegeta seguendo le tematiche nuove di esponenti delle ultime generazioni.

 

Lucio Fontana in collaborazione con Nanda Vigo, Ambiente spaziale: “Utopie” nella XIII Triennale di Milano, 1964

Lucio Fontana. Spazialismo all’Hangar Bicocca, n collaborazione con Nanda Vigo, Ambiente
spaziale: “Utopie” nella XIII Triennale di Milano, 1964, visitatori esplorano il buio. Ph. Sofia Obracaj

 

Il visitatore proverà il vuoto e la luce intesi come mezzo per generare spazio con mezzi allora innovativi come la gomma, il neon e i suoi cambiamenti di colore, il pigmento fluorescente attivato da Lampada di Wood. E’ emozionante scoprire questa ricerca sull’effetto, ma per quanto le sensazioni siano comprensibili da tutti, non pensiate di entrare al luna park: sono frutto di uno studio pionieristico nato prima degli effetti speciali 3d, che va capito in quanto appartente alla storia artistica del secolo scorso.

 

Lucio Fontana Spazialista nel percorso all’Hangar

Sono due interventi ambientali e nove gli Ambienti Spaziali tra le navate dell’Hangar, che seguono l’ordine cronologico dal 1949 al 1968. Gli ultimi sono stati sempre smantellati dopo le esposizioni nei diversi musei e gallerie, l’unico ancora esistente è quello presentato alla Galleria del Deposito di Genova nel 1967, oggi di proprietà del Musée d’art contemporain de Lyon.

 

Lucio Fontana, Ambiente spaziale in Documenta 4, a Kassel, 1968.

Lucio Fontana. Spazialismo all’Hangar Bicocca, Ambiente spaziale in Documenta 4, a Kassel, 1968. Il famoso Taglio immortalato ancora. Ph. Sofia Obracaj

 

Ogni opera è presentata all’interno di una stanza ricostruita in base alle misure originarie, all’interno del quale “esperire” i temi ricorrenti della ricerca ambientale di Lucio Fontana in corridoi o spazi labirintici lo sfalsamento percettivo fisico e visivo dello spazio, avolte riduzione dei colori alla monocromia con la centralità della luce al neon o di Wood.

 

Lucio Fontaa, Struttura al neon per la IX Triennale di Milano, 1951

Lucio Fontana. Spazialismo all’Hangar Bicocca. Struttura al neon per la IX Triennale di Milano, ph. Sofia Obracaj

 

All’inizio del percorso è installata la Struttura al neon per la IX Triennale di Milano del 1951, mentre al termine, ad occupare l’intera altissima stanza dell’edificio industriale, vediamo Fonti di energia, soffitto al neon per “Italia 61”, a Torino. Come elementi scultorei luminosi a dialogare con il contesto sono soli tubi fluorescenti al neon.

 

Lucio Fontana, Fonti di energia, soffitto al neon per “Italia 61” a Torino, oggi a Milano

Lucio Fontana. Spazialismo all’Hangar Bicocca. Fonti di energia, soffitto al neon per “Italia 61”, a Torino,
1961, oggi al Pirelli hangar Bicocca, ph. Sofia Obracaj

 

La mostra  “Ambienti/Environments” è il frutto della lunga ricerca attraverso i materiali rinvenuti negli archivi della Fondazione Lucio Fontana, che cataloga e promuove lo studio sull’artista dagli anni settanta. Esclusiva dell’Hangar Bicocca sono cinque Ambienti Spaziali presentati al pubblico per la prima volta dalla scomparsa dell’artista, possibile grazie al ritrovamento di materiale documentale inedito.

 

Opere in mostra

In ordine di apparizione si potranno osservare le seguenti opere di Lucio Fontana:

Struttura al neon per la IX Triennale di Milano, 1951,

Ambiente spaziale a luce nera, 1948-1949,

due strutture dallo stesso nome, Ambiente spaziale: “Utopie”, nella XIII Triennale di Milano, entrambe del 1964,

Ambiente spaziale, 1966,

Ambiente spaziale, 1967.

 

Lucio Fontana, Ambiente spaziale con neon, 1967, particolare

Lucio Fontana. Spazialismo all’Hangar Bicocca, Ambiente spaziale con neon, 1967, ph. Sofia Obracaj

 

Ambiente spaziale con neon, 1967,

Ambiente spaziale a luce rossa, 1967,

Ambiente spaziale, 1967,

Ambiente spaziale in Documenta 4, a Kassel, 1968,

Fonti di energia, soffitto al neon per “Italia 61”, a Torino, 1961.

Lasciamo a voi la loro scoperta sensoriale prima della chiusura di domenica 25 febbraio 2018.

 

Lucio Fontana con i suoi Ambienti Spaziali all'Hangar Bicocca

Lucio Fontana. Spazialismo all’Hangar Bicocca, luce rossa di un Ambiente Spaziale, ph. Sofia Obracaj

 

Michela Ongaretti

 

Lucio Fontana, soffitto al neon per “Italia 61”, una foto dei visitatori

Lucio Fontana. Spazialismo all’Hangar Bicocca, soffitto al neon per “Italia 61”, in visita. Ph. Sofia Obracaj

Opere di Adel Abdessem ed El Anatsui

La Terra Inquieta. In Triennale il Linguaggio dell’arte e della crisi.

L’inaugurazione della grande mostra “La Terra Inquieta” in Triennale, ideata e curata da Massimiliano Gioni, promossa da Fondazione Nicola Trussardi e Fondazione Triennale di Milano, ha generato alcune polemiche e continuerà a far discutere. C’è tempo fino al 20 agosto per una visita senza dubbio consigliata e che non lascerà indifferenti, sia per i contenuti che per il linguaggio usato.

 

Yto Barrada, Couronne d'Oxalis

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. In Triennale a Milano Yto Barrada, Couronne d’Oxalis ,Courtesy Yto Barrada and Sfeir Semler Gallery

 

L’arte non è cronaca. L’arte non è per forza politica. L’artista è libero per natura di esprimere dissenso o partecipazione, ma noi non crediamo si possa pretendere dall’arte delle risposte precise o l’adesione ad un programma politico in senso pragmatico.

Sicuramente l’intento della Fondazione Trussardi di “mettere al centro della propria missione il presente in tutte le sue accezioni” non poteva esimersi di trattare un tema scottante come quello della migrazione e la crisi dei rifugiati. Riflettere su questo argomento in termini artistici significa per forza prendere una posizione, partire da un punto di vista personale, perché gli artisti sono persone con una storia di vita e un’origine, persone che vivono il presente in quanto territorio instabile, dove la globalizzazione è senza dubbio motivo di crisi, di cambiamento e non sempre esperienza di progresso.

 

Francis Alÿs, frame dall'installazione Don't Cross the Bridge Before You Get to the River

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Francis Alÿs, frame dall’installazione Don’t Cross the Bridge Before You Get to the River, realizzata in collaborazione con Julien Devaux, Felix Blume, Ivan Boccara, Abbas Benheim, Fundación NMAC Montenmedio Arte Contemporáneo, e i bambini di Tangeri e Tarifa.

 

Artscore ha partecipato alla presentazione istituzionale con il curatore e gli enti organizzatori, e ritiene questa mostra necessaria e straordinaria per il momento storico e per la visione dei suoi protagonisti. Noi lo possiamo dire perché l’abbiamo vista, ci siamo addentrati nelle sale dove sono presenti diversi linguaggi dell’arte contemporanea come l’installazione -soprattutto-, video, scultura e pittura, che confrontano la loro rappresentazione del tema con quella dei media. Non ci siamo fermati alla teoria della linea curatoriale, abbiamo visto le opere.

 

Terra inquieta tra i confini

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. In mostra in Triennale fino al 20 agosto

 

Ci sembra invece che l’articolo di Gemma Gaetani apparso sul quotidiano “La Verità” dal titolo “La mostra negazionista sugli arrivi” ragioni sul contenuto, e ancor meno sul linguaggio, del lavoro artistico. Non è la Triennale con questa esposizione il luogo adatto a fornire soluzioni politiche e pare chiarissimo a qualunque visitatore quanto l’immigrazione non sia affatto “meravigliosa”, quanto non siano affatto evitati lo schiavismo e lo stato di emergenza. Massimiliano Gioni ha sì espresso l’idea che “l’arte possa offrire nuovi chiavi interpretative per capire la realtà”, ma parliamo appunto di interpretazione soggettiva, che viene dalla visione personale dei sessantacinque artisti provenienti da vari paesi del mondo, ad esempio Albania, Algeria,Bangladesh, Egitto, Ghana, Iraq, Libano, Marocco, Siria e Turchia, toccati dal destino della migrazione, e le loro opere parlano di trasformazioni epocali viste da dentro, ragionando spesso con il linguaggio della metafora.

 

Opere di Adel Abdessem ed El Anatsui

La Terra inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Vista della sala con le opere di Adel Abdessem ed El Anatsui©Marco De Scalzi

 

Di altro tenore il pezzo su libero.it “Ma nel terzo millennio anche l’Occidente è una “Terra inquieta”, scritto da Luca Beatrice, critico d’arte e curatore di rilievo che spende parole più rispettose per l’impresa del collega Gioni, pur lamentandosi del fatto che lo sforzo sempre interpretativo sui “devastanti segnali” della disuguaglianza sul nostro pianeta, compresi “la (fallita) trasformazione globale, le guerre, l’immigrazione, la crisi dei rifugiati, gli esodi” si concentri su “quei territori solo apparentemente marginali, come la Siria o Lampedusa”.

 

Black Market, installazione di Pawel Althamer

La Terra Inquieta. Il Linguaggio dell’arte della crisi. Black Market, installazione scultorea di vari materiali di Pawel Althamer.

 

In effetti La Terra inquieta, il cui percorso occupa buona parte della Triennale, dalla galleria al piano terra fino al piano superiore, racconta l’instabilità focalizzandosi su una serie di nuclei geografici e tematici come il conflitto in Siria, lo stato di emergenza di Lampedusa, la vita nei campi profughi, la figura del nomade e dell’apolide. Non tocca la crisi delle grandi città occidentali nell’accoglienza dei migranti, questo è vero. Ma noi siamo ancora dell’idea che i linguaggi adottati siano il punto forte dell’esposizione, per chi anche se ora ha la fortuna di trovarsi rappresentato in una mostra istituzionale, ha vissuto sulla propria pelle uno spostamento traumatico che ora informa la sua opera. Sono tutti interventi che partono dalla soggettività, che vivono i fatti più che esporli.

 

Wafa Hourani, Qualandia 2087

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Wafa Hourani, Qualandia 2087

 

La narrazione è della crisi e ad essere messa in crisi è la sua stessa narrazione.

Ci sono opere che si avvicinano al reportage stravolgendolo, mescolando metafore visive a scene che testimoniano momenti reali, pensiamo alle installazioni su tre video di John Akomfrah e Isaac Julien, per alcuni i codici del documentario si fondono a quelli della letteratura e dell’autobiografia e della finzione, per questo conta di più il viaggio dell’arrivo. Inquieto è ciò che è instabile: nel momento più precario, quello in cui si sta cambiando la condizione, è visto dal punto di vista interiore.

 

Vista dell'installazione di John Akomfrah, Vertigo Sea

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Vertigo Sea di John Akomfrah, 2015. Installazione video su tre canali. Ph. Sofia Obracaj

 

Il linguaggio dell’arte contemporanea si confronta quindi per molti dei presenti con quello (sedicente) oggettivo dei mass media, utilizzando gli stessi strumenti per interrogarsi sulla funzione dell’artista nel testimoniare eventi traumatici, la sua responsabilità civile e sociale di fronte alla Storia. E’ interessante vedere nel centro della mostra il confronto con la documentazione d’inizio novecento, fotografie o riviste illustrate come la Domenica del Corriere, quando le notizie sull’immigrazione riguardavano cittadini italiani.  

 

Bouchra Khalili, The mapping Journey project

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Bouchra Khalili, The Mapping Journey Project

 

Bouchra Khalili è un’artista marocchina che con l’installazione video, The Mapping Journey Project permette di sentire dalle voci di chi è partito dall’Africa l’odissea dei suoi spostamenti in mare. E’ semplice nelle informazioni che vengono trasmesse, non c’è sentimentalismo né chi parla viene rappresentato come una vittima o giustifica con una tragedia la sua necessità di trasferirsi in Europa, il video segue il percorso che spiega le tappe e le persone che forniscono i documenti o l’imbarco sui diversi mezzi di trasporto. Sono storie vere che disarmano perché testimoniano una prassi.

Altri linguaggi sono invece stravolti in senso grottesco, come i disegni le animazioni su foto di Rokni Haerizadeh: la possibile cronaca diventa illustrazione mostruosa, rifiutando un estetizzazione e togliendo visibilità ai soggetti rappresentati, quell eccesso di visibilità dato dai media, per entrare nel sentimento vissuto in quelle immagini.

 

Illustrazione di La Terra Inquieta. Linguaggio dell'arte e della crisi. Illustrazione di Rokni Haerizadeh

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Illustrazione di Rokni Haerizadeh, particolare in mostra alla Triennale di Milano

 

Nella crisi globale è l’immagine stessa che si fa precaria, il linguaggio riflette questa non definizione di una struttura, come se fosse sempre in movimento tra diversi codici narrativi e disciplinari, mettendo in crisi il concetto stesso di verità come narrazione univoca, ed è la fruizione di questo meccanismo d’incertezza a rendere l’immagine “moving”, commovente secondo T. J. Demos nel suo The Migrant Image, studiato dal curatore Massimiliano Gioni.  Un esempio del rifiuto della voracità dei mezzi di comunicazione di massa, del diritto alla dignità dell’immagine con modalità nuove, sta anche nelle elisioni dei volti nei video di Mounira Al Solh; il passo è breve verso il diritto all’opacità,  per usare le parole di Édouard Glissant, il cui titolo di una raccolta poetica viene utilizzato come titolo della mostra, sfuggire alla rappresentazione costante e diretta dei rifugiati.

 

Corridoio di installazioni video in Triennale

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Installazioni video

 

La dignità dell’immagine si può tradurre in senso scultoreo nel recupero della tradizione solenne del monumento funebre: più o meno consapevolmente la scultura riprende la funzione memoriale, combinando riferimenti a quella civica del XIX secolo al minimalismo, restando però instabile e fragile nella sua struttura, non fosse altro che per il deterioramento dei materiali impiegati, come la Terra. Penso alla barca carica di rifiuti in mezzo alla sala del primo piano di Adel Abdessemed “Hope”, ma penso anche alle bandiere degli stati europei ricoperte di fango di Pravdoliub Ivanov proprio all’ingresso della mostra.

 

Adel Abdessemed, Hope

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. La scultura Hope di Adel Abdessemed, ph. Sofia Obracaj

 

Del movimento e delle migrazioni fanno parte anche le merci, anzi è molto più facile per gli oggetti superare confini geografici, politici, economici e persino ideologici. Un bene di consumo può essere trasformato a piacimento per essere usato worldwide: l’enfasi più chiara è per noi nella “tela” “New World Map” di  El Anatsui, un mosaico di lattine schiacciate intessute come un tappeto, a posizionarsi in una mappa mondiale sulle zone interessate alla sua presenza commerciale.

 

El Anatsui, New World Map

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. El Anatsui, New World Map in Triennale a Milano©Gianluca Di Ioia

 

Poiché però nella precarietà si vive, può esserci anche un messaggio più speranzoso nell’adattamento, come nel dipinto di Liu Xiaodong, associando una nuova lotta per la dignità alla struttura del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, con i volti degli immigrati residenti nel quartiere dell’artista. Oppure la figura dell’apolide può cercare comunque un’identità in uno stato, nell’unico territorio senza confini fisici come lo stato del Vaticano, che per noi è più semplicemente usato metafora del confine fittizio.

 

Un dipinto di Liu Xiadong in Triennale

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. La sala con il dipinto di Liu Xiaodong©Gianluca Di Ioia,La-Triennale.

 

Ci sono artisti che non abbiamo citato che presentano alla Triennale di Milano opere memorabili, potete avere l’idea politica che volete, ma farvi trasportare dall’inquietudine del loro linguaggio farà (com)muovere la vostra visione del mondo.

Da vedere per come l’arte nella precarietà, come condizione esistenziale universale, trasforma il linguaggio della modernità.

Michela Ongaretti

 

Il curatore de La terra Inquieta

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Massimiliano Gioni risponde ai giornalisti, ph. Sofia Obracaj

 

Video e scultura. La Terra Inquieta

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Video e sculture. Ph. Sofia Obracaj

 

Installazione de La Terra Inquieta

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Installazioni, ph. Sofia Obracaj

 

La terra Inquieta, sala della mostra

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Una sala della mostra, ph. Sofia Obracaj

 

Il design che non c'è. Una mostra in triennale

ADI Lombardia promuove “Il design che non c’è”. In Triennale le soluzioni al brutto in città

Dal 16 febbraio fino al 7 marzo l’atrio della Triennale di Milano ospita la mostra “Il design che non c’è” a cura di ADI Lombardia sul tema del decoro urbano. Si analizza e si propone come il design può cambiare la vita, quella pubblica di chi vive le grandi città, in particolar modo di Milano.

Quando nelle vie, nei parchi, in metropolitana e nelle piazze esiste il brutto e il disagio l’occhio progettuale può osservare e intervenire con una successiva soluzione ad un problema, o cambiare alcune strutture presenti al momento in città senza grazia e bellezza.

 

La mostra Il design che non c'è presso la Triennale di Milano

Il design che non c’è. La mostra nell’atrio della Triennale di Milano

 

Durante la XXI Triennale di Milano ADI ha lanciato l’iniziativa divisa in due fasi. Prima i cittadini sono stati invitati a segnalare, tramite fotografie scattate con lo smartphone, le situazioni di disagio, malessere, bruttezza, cattiva funzionalità sperimentabili quotidianamente camminando per Milano. All’analisi e individuazione delle problematiche sono seguiti i progetti di designer e studenti, raccolti in questa mostra.

La risposta alla cattiva qualità della vita è quindi il design: quello di professionisti come  Makio Hasuike, Ugo La Pietra, Alberto Meda e Patrizia Pozzi (con Duilio Forte e Angelo Jelmini), e quello degli studenti del Politecnico di Milano e dello IED- Istituto Europeo di Design di Milano.

 

Il design che non c'è in Triennale. Spazi di autoespressione. Bosco in città secondo Patrizia Pozzi

Il design che non c’è. Progetto per spazi di autoespressione in città. Progetto di Patrizia Pozzi, in collaborazione con Duilio Forte e Angelo Jelmini

 

In base alle segnalazioni si sono raccolti i temi più urgenti in tre macro aree che riguardano la Segnaletica, le Microarchitetture e il “Vivere la città” ( Problematiche, Opportunità e Facilitazioni). 

Nell’area un tempo occupata dalla biglietteria un’installazione speciale presenta le tavole dei progetti dei designer, in risposta ai temi individuati. Propongono  soluzioni dedicate a  sedute ( Ugo la Pietra e Makio Hasuike), a spazi di autoespressione (Patrizia Pozzi con Duilio Forte e Angelo Jelmini), a recinzioni temporanee (Ugo La Pietra).

 

Il design che non c'è. Una proposta per sedute cittadine con il riutilizzo di new-jersey. In Triennale

Il soggiorno urbano di Ugo La Pietra per la mostra Il design che non c’è in Triennale a Milano. Riqualificazione con riuso di new-jersey

 

I progetti degli studenti occupano la parte centrale della sala su diversi pannelli espositivi. La scelta tra i problemi segnalati è ricaduta maggiormente sul terzo tema, con un ventaglio più ampio di soluzioni soluzioni per rendere più funzionale la città. Ad esempio è interessante che si tenti una risposta con il design, che non c’era per nulla, sul luogo dove spesso tutti i giorni mettiamo i piedi, i tombini e le loro grate.

 

Tombini antiscivolo progettati dagli studenti IED. In Triennale a Milano

Il design che non c’è. Progetto per tombini antiscivolo, in Triennale

 

Durante i mesi più freddi sono state motivo di scivoloni non solo dei cittadini più anziani e a questa problematica sono dedicati due progetti dello IED di Milano, coniugando alla funzionalità una linea gradevole, e aggiungendo nel secondo elaborato l’innovazione intesa anche esteticamente come una evoluzione dell’esistente, apprezzabile tentativo di design non depauperante dell’identità storica.

 

I tombini in cerca di un design. In mostra alla Triennale di Milano

I tombini di Milano, analisi del problema per la mostra Il design che non c’è.

 

Il design che c'è per i tombini di milano. In Triennale

Il problema dei tombini di Milano. Una soluzione per gli studenti IED in Triennale.

 

Sempre pensando al suolo interessato ogni giorno da passaggio di molte e diverse persone, abbiamo trovato innovativa l’idea di rendere le strisce pedonali luminose, e autonome dal punto di vista dell’energia con fibre ottiche e asfalto fotovoltaico, in grado di alimentare i semafori per l’attraversamento.

 

Strisce pedonali fotovoltaiche, Mostra Il design che non c'è in Triennale a Milano

Il design che non c’è. In Triennale il progetto strisce pedonali con cemento fotovoltaico

 

E’ meno originale, e meno urgente secondo noi,  il discorso sulla luce urbana con l’utilizzo di lampioni e sedute illuminate nei parchi, mentre una risposta migliorativa di un design che in realtà c’è riguarda i cestini per l’immondizia, troppo spesso senza raccolta differenziata.

 

Progetto degli studenti IED per i cestini della spazzatura a Milano. In mostra in Triennale

Il design che non c’è. In Triennale nuove idee per la spazzatura differenziata

 

Un problema molto sentito e visibile in città, è quello del parcheggio per le biciclette. Segnaliamo la soluzione proposta dagli studenti dello IED Bike Here, con la specifica di trasformare alcune microstrutture urbane rendendole adatte all’appoggio delle biciclette e all’inserimento dei loro lucchetti. Sempre con l’obiettivo di coniugare l’esistente ad una nuova funzione, osserviamo il progetto Stand by MI, che prevede l’aggiunta di un supporto standardizzato posizionato ai pali della segnaletica verticale, ispirato ai corrimano progettati da Franco Albini per la prima linea rossa della metropolitana. Grazie alla possibilità di parcheggiare parallelamente al marciapiede si evitano intralci e una struttura appositamente creata per quella funzione riduce il rischio di caduta delle biciclette ( incredibile che non si sia studiata ancora una soluzione a questa problematica).

 

Progetti degli studenti IED per la mostra Il design che non c'è in Triennale

Il design che non c’è. In Triennale la risposta di alcuni studenti IED al problema del parcheggio cittadino delle biciclette

 

Progetto Stand by MI, in Triennale per la mostra Il design che non c'è

Il design che non c’è in Triennale. Progetto Stand by MI, IED Milano

 

ZigZag è un’idea che coniuga invece due funzioni, quella della seduta urbane e quella del parcheggio delle bici, forse per noi poco convincente per la panchina poco ergonomica e la ruota della bici un pò troppo vicina al corpo della persona seduta.

 

Mostra Il design che non c'è in Triennale. Progetto ZigZag

Il design che non c’è. In Triennale il progetto ZigZag degli studenti IED

 

Forse meno sentito  dai cittadini è il bisogno di creare microstrutture per la socialità in aree con edifici storici come la Loggia dei Mercanti: le ragioni per l’autoespressione mancante pare più logico trovarle in un parco o in una piazza prive d’identità e non certo in un luogo dove si respira la Storia di Milano, fruibile nel suo insieme senza bisogno di essere riformulato con separazioni di ambienti per incontrare “i comportamenti contemporanei”.

 

Progetto per spazi di autoespressione, il design di città presso la Triennale di Milano

Il design che non c’è, in mostra presso la Triennale un progetto degli studenti del Politecnico per la Loggia dei Mercanti

 

Il presidente di ADI Luciano Galimberti commenta l’iniziativa dichiarando l’importanza di mettersi in prima linea a difesa dello spazio urbano, e del cattivo o assente design che troppo spesso lo caratterizza.  Noi ci auguriamo che lo sforzo dimostrato da parte di alcune “eccellenze italiane del design”, quello di “coniugare un’analisi spietata dell’assenza di design negli spazi pubblici con la concretezza e il pragmatismo di una progettualità generosamente offerta al dibattito pubblico” possa portare al concretizzarsi di alcune delle soluzioni proposte, ben consapevoli che la strada è ancora molta da percorrere per rendere le nostre vie, piazze, parchi e mezzi pubblici dei luoghi senza disagi per tutti coloro che li attraversino o vi sostino, anche per chi sostare o attraversare una via, un parco, una piazza rappresenta una difficoltà concreta.

Michela Ongaretti

 

 

Intro di Fabio Novembre, particolare

STANZE. Altre filosofie dell’abitare. Una visione della Ventunesima Esposizione Internazionale della Triennale di Milano

STANZE. Altre filosofie dell’abitare. Una visione della Ventunesima Esposizione Internazionale della Triennale di Milano

Usciamo. Andiamo a vedere una mostra di architettura. Se di questo avete voglia il posto giusto è il palazzo della Triennale di Milano con la mostra “Stanze, Altre filosofie dell’abitare”, curata da Beppe Finessi per la XXI Esposizione Internazionale, che ha inaugurato ad Aprile in collaborazione con il Salone del Mobile. Soddisfarete il vostro desiderio con il progetto di allestimento di Gianni Filindeu e quello grafico di Leonardo Sonnoli, e con la realizzazione di ambienti, ciascuno con la propria logica progettuale, da Andrea Anastasio, Manolo De Giorgi, Duilio Forte, Marta Laudani e Marco Romanelli, Lazzarini Pickering Architetti, Francesco Librizzi, Alessandro Mendini, Fabio Novembre, Carlo Ratti Associati, Umberto Riva ed Elisabetta Terragni.

 

Stanze. Altre Filosofie dell'Abitare

Stanze. Altre Filosofie dell’Abitare

 

Quando ci troviamo a fine agosto vien quasi di parlare al passato riguardo l’anno in corso. Ma il 2016 non è ancora finito e conviene approfittare della fuga da Milano per assaporare senza fretta l’esposizione che terminerà il 12 settembre.

In effetti guardarsi indietro è facile pensando all’assunto della Ventunesima che utilizza il termine After nel duplice significato di “dopo” e di “nonostante”, come se determinate forme di progettualità si stiano manifestando in maniera antagonista, o soltanto “altra” rispetto agli esempi realizzati o studiati nel ventesimo secolo.

 

La stanza di Umberto Riva per la mostra curata da Beppe Finessi, vista dell'esterno

La stanza di Umberto Riva per la mostra curata da Beppe Finessi, vista dell’esterno

 

Ci tornerei, perché raramente mi capita di veder tutto senza stancarmi un attimo, perché in queste stanze l’aspettativa di ciò che si poteva osservare è stata attesa senza esagerazioni di contenuto. Se infatti una parte è retrospettiva e permette di capire il cambiamento nella concezione dell’ architettura di interni del ventesimo secolo con esempi eccellenti , la seconda parte incontra invece la curiosità di chi si domanda..cosa vediamo quando pensiamo ad una stanza?

Possono il design e l’architettura interpretare un nostro modo di intendere, e intessere le relazioni attraverso i gesti quotidiani, di vivere nello spazio?Il punto di partenza è una visione soggettiva dell’architettura di interni. Riflettere e riflettersi, guardarsi nello specchio dal tempo, qui e ora con il successo e l’interesse suscitato dal Salone del mobile, con gli attuali riconoscimenti di valore a questa disciplina che ha rappresentato spesso il primo campo di prova professionale di affermati architetti, e che oggi è di per sé un motore per la creatività, l’innovazione e.. l’economia. Da qui ci si rivolge prima al passato e poi al presente un’analisi critica attraverso lo studio e la possibilità espressiva dell’interior design.

 

Stanze. L'esempio di Franco Albini, con la poltrona che diventerà icona del design italiano

Stanze. L’esempio di Franco Albini, con la poltrona che diventerà icona del design italiano

 

Tutti i grandi progettisti del Novecento si sono confrontati con l’architettura degli interni: anche i singoli elementi di arredo erano sempre disegnati su richiesta dei committenti che desideravano un intervento per dare originalità alle proprie abitazioni; è attraverso questo meccanismo che sono nati pezzi iconici dell’arredamento italiano: oggetti creati solo per quella casa, per quella personalità di “abitante”, di seguito prodotti in serie entrando nella vita di tutti coloro che li amavano. L’industrial design italiano è partito anche da qui.

 

Stanze, l'allestimento della prima sala

Stanze, l’allestimento della prima sala

 

Ecco infatti che il candido allestimento si apre con una sala che mostra immagini degli interventi per interni di grandi architetti del Novecento, area introduttiva che aiuta a comprendere come sia cambiato sia il gusto che la considerazione dei bisogni, di conseguenza della funzionalità di uno spazio. Sono cinquanta esempi di progetto dagli anni venti ad oggi, Gio Ponti, Franco Albini, Carlo Mollino e Carlo Scarpa, Ignazio Gardella e i BBPR per fare alcuni nomi. Alcuni di essi sono definiti trasversali per la loro multidisciplinarietà come Ivo Pannaggi e i più di recente Getullio Alviani e Corrado Levi. C’è chi sull’interior ha lavorato e teorizzato come Gae Aulenti e Leonardo Savioni, e chi è riuscito ad emergere proprio grazie a questa disciplina come Umberto Riva e Cherubino Gambardella. Ancora i meno famosi ma assai rilevanti fin dagli anni venti Melchiorre Bega, poi Luciano Baldessari, Giulio Minoletti e Cini Boeri, e i fuoriclasse Ettore Sottsass, Angelo Mangiarotti e Joe Colombo. Tra i contemporanei Alessandro Mendini, Nanda Vigo, Guido Canali, Gaetano Pesce, Gianfranco Cavaglià, Bruno Vaerini Massimo Carmassi e Gabriella Ioli.

 

Le mie prigioni, la stanza di Alessandro Mendini in Triennale

Le mie prigioni, la stanza di Alessandro Mendini in Triennale

 

Dal punto di vista teorico ed espositivo ben poco è stato donato a questa disciplina. Possiamo ricordare soltanto “Colori e forme nella casa d’oggi” a Villa Olmo di Como nel 1957, “La casa abitata” a Firenze in Palazzo Strozzi nel 1965, “Italy The new domestic landscape” al MOMA di New York nel 1972. L’ultima mostra sull’argomento fu proprio in Triennale nel 1986 con “Il progetto domestico”.

 

Stanze. CarloLazzarini e Carl Pickering, vista di La Vie en Rose

Stanze. CarloLazzarini e Carl Pickering, vista di La Vie en Rose

 

Dopo ben trent’anni si vuole dare uno stimolo all’approfondimento critico del contemporaneo con la prova di creatività di 11 studi di architettura; entriamo così nella seconda parte del percorso, composta da undici ambienti unici. Il progetto realizzato è l’invenzione di una stanza, ciascuna rappresentativa di un imput valoriale, un approccio metodologico, una diversa generazione e linguaggio, per arrivare a soluzioni diverse che tengano in considerazione differenti bisogni primari del quotidiano. In più Francesco M. Cataluccio ha suggerito un accostamento di questi risultati con significative teorie filosofiche recenti, per ricostruire una visione dove l’architettura dialoga con il pensiero, nel rappresentare il nostro tempo.

 

Stanze. Particolare dell'allestimento

Stanze. Particolare dell’allestimento

 

Partiamo dalla stanza di Elisabetta Terragni la cui percezione degli spazi cambia in base alla luce e al movimento dell’osservatore, per poi passare con Duilio Forte all’esperienza di abitazione minima che segue la forma zoomorfa di un orso, e di cui ogni area riassume un’azione umana e il suo corrispettivo simbolico con una parte del corpo animale, ad esempio l’ingresso è la testa, da cui si inizia la purificazione mentale e fisica della sauna, per entrare nell’ambiente principale dedicato alla convivialità, il ventre.

 

Stanze. Ursus di Duilio Forte

Stanze. Ursus di Duilio Forte

 

Manolo De Giorgi si domanda se stare fermi in una stanza rappresenti un nostro bisogno. Forse anche l’abitazione può avere la forma di un percorso che segna le tappe delle nostre funzioni quotidiane distribuite e non semplicemente contenute in un ambiente.

 

La stanza di Carlo Ratti con le sue sedute modulari e modulabili

La stanza di Carlo Ratti con le sue sedute modulari e modulabili

 

A Carlo Ratti basta una seduta imbottita modulare a ridefinire lo spazio. Semplicemente controllabile in remoto tramite un’applicazione, è pronto a raddoppiare o dimezzare la propria altezza e combinarsi con gli altri elementi.

 

Stanze. Particolare di Circolare Circolare di Manolo De Giorgi

Stanze. Particolare di Circolare Circolare di Manolo De Giorgi

 

Fabio Novembre, schietto nel suo gusto ridondante, sogna la stanza come un uovo dalla superficie dorata e specchiante, uovo che è “la perfetta sintesi formale” originaria, dal richiamo atavico che rimanda alla nascita. Un utero che per Novembre è primissima idea di ambiente esperita dall’uomo: avviluppa l’osservatore quasi magicamente risucchiato dalla pelle rossa dei divani al suo interno, stanza che protegge e tutela la memoria e la riflessione.

 

Stanze. Intro di Fabio Novembre

Stanze. Intro di Fabio Novembre

 

Mi fermo, è come quando vedo un film e vorrei invitare un amico a vederlo, non posso andare oltre il primo tempo con il mio racconto. Se pensate all’architettura alla fine di questa estate 2016, passate in Triennale.

Michela Ongaretti

From Above, Hagit Pincovici

Da Tel Aviv al Mudec passando dalla Triennale di Milano. Il talento della designer Hagit Pincovici

Da Tel Aviv al Mudec passando dalla Triennale di Milano

DI MICHELA ONGARETTI

Ho notato i suoi lavori durante la Milano Design Week 2016 nel Brera Design District. Dopo una giornata di molti colori e molte forme ricordo bene quelle della giovane designer israeliana Hagit Pincovici, con le collezioni Metaphysics ed Eclipse allo Spazio Pontaccio e Clan Pontaccio.

Un ritratto della designer Hagit Pincovici

Un ritratto della designer Hagit Pincovici

 

Uno dei punti focali di Pincovici è il suo rapporto con l’artigianalità del prodotto a mano: queste collezioni di arredi sono infatti realizzate in edizione limitata nel distretto del mobile in Brianza, combinando le esigenze estetiche del progetto alla qualità dei materiali selezionati e alla precisione tecnica di costruzione, nella struttura generale fin nel più piccolo dettaglio.

Non mi meraviglia quindi che mi venga segnalata la designer da Francesca Astori De Ponti che segue l’ufficio stampa di Hands on Design, entrambi dedicano infatti la loro ricerca e allo sviluppo di prodotti che abbiano come componente fondante la realizzazione artigianale di alte e tradizionali maestranze.

Il tavolo From Above, versione BlackandStone, design Hagit Pincovici

Il tavolo From Above, versione BlackandStone, design Hagit Pincovici

 

Il risultato del connubio tra disegno e precisione realizzativa si nota anche perchè esaltato dall’estetica che evidenzia le sue diverse componenti. La struttura stessa è isolata e resa visibile, poi in fase costruttiva integrata senza esser nascosta: viene quindi trattata come un elemento espressivo del progetto nel quale l’aspetto funzionale ed estetico si rafforzano dichiarando la loro presenza congiunta.

Collezione Eclypse, tavolo From Above Marble, design Hagit Pincovici

Collezione Eclipse, tavolo From Above Marble, design Hagit Pincovici

 

Hagit Pincovici ha nel sangue la pratica artigianale, la sua famiglia di Tel Aviv, dove è nata nel 1978, si occupa dagli anni sessanta di sperimentazione artigianale di diversi materiali, specializzandosi nel plexiglass. Hagit è nella terza generazione famigliare per questa attività, ma evolve la sua ricerca sul design e in maniera del tutto personale, sia negli anni della sua formazione presso la Bezalel Academy of Art and Design di Gerusalemme che in quelli dei primi progetti in patria.

Collezione Metaphysics, tavolino Lifestyle, design Hagit Pincovici

Collezione Metaphysics, tavolino Lifestyle, design Hagit Pincovici

 

In seguito si specializza alla Domus Academy di Milano, e si avvicina quindi al contesto italiano sia nell’ambito del design che in quello dell’artigianato: continua quindi ad indagare e sperimentare possibili soluzioni basate sull’associazione di materiali, tecnologica costruttiva ed estetica accattivante.

Collezione Eclipse, X. design Hagit Pincovici

Collezione Eclipse, X. design Hagit Pincovici

 

La Triennale di Milano reputa d’interesse il suo lavoro nel panorama del progetto per l’arredamento e la invita quindi a partecipare ad una collettiva nella sua prestigiosa sede in occasione del Salone del Mobile 2009. Aziende italiane come Colé Italian Design Label e Miniforms hanno scelto il suo design e molte riviste di settore internazionali hanno segnalato le sue produzioni. Ora il suo talento è in Italia, vive e crea in proprio per alcune aziende tra Milano e Roma, ed insegna alla NABA. Le sue opere non sono però distribuite solo dalla città della Madonnina, le si possono trovare anche negli Stati Uniti, a New York e S. Francisco.

Galena, design di Hagit Pincovici

Galena, design di Hagit Pincovici

 

L’ultimo e più importante riconoscimento viene dal MUDEC che espone la cassettiera Galena disegnata per Miniforms nel 2013 per la mostra mostra  “Sempering, allestita in occasione della XXI Triennale di Milano fino al 12 settembre 2016. Galena è inserita tra gli esempi più rappresentativi e originali del design contemporaneo. Sono certa, ne sentiremo parlare sempre più.

Michela Ongaretti

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INTERNI OpenBorders al Fuorisalone 2016. I chiostri dell’Università Statale con la Triennale del Design

INTERNI OpenBorders al Fuorisalone 2016. I chiostri dell’Università Statale con la Triennale del Design

Open Borders tra i più rilevanti eventi del Fuorisalone 2016.

E’ iniziato il Salone del Mobilecon il suo Fuorisalone e quest’anno anche la prestigiosa XXI Triennale Internazionale di Milano. A dare l’incipit di tutto questo lunedì ho assistito alla presentazione della mostra-evento Open Borders che coinvolge come sempre i chiostri dell’Università Statale ( un tempo la Cà Granda, XIV secolo) e l’Orto Botanico di Brera ( del XVIII secolo), visitabili fino al 23 aprile, e per la prima volta la Torre Velasca, opera avanguardistica nel 1958 e simbolo architettonico della città ora, illuminata da Audi City Lab fino al 17 aprile.

Open Borders, Ingo Maurer e Axel Schmid rivestono di luce la Torre Velasca

Open Borders, Ingo Maurer e Axel Schmid rivestono di luce la Torre Velasca

Tra queste ultime quella di Interni è alla sua diciannovesima edizione, nel 2016 esplora in senso progettuale il tema degli Open Borders, con l’invito asuperare le barriere tra le varie discipline creative: la consiglierei sempre per ogni Fuorisalone, anche in virtù delle splendide location coinvolte, monumenti simbolo della storia, dell’arte e dell’architettura milanese.Una design week di Milano ricchissima di eventi, forse troppo. Ci sono piccoli produttori più o meno innovativi, designer con sapere artigianale e per questo auto prodotti, e poi ci sono le istituzioni e gli sponsor che finanziano od organizzano grandi mostre in collaborazione con autorità del settore, eventi nei quali progettisti affermati possono presentare opere più sperimentali e fantasiose, seguendo un filo conduttore unificante per tutti i suoi protagonisti.

La presentazione di Open Borders nell'aula magna dell'Università Statale

La presentazione di Open Borders nell’aula magna dell’Università Statale

 

Moderatore-affabulatore dell’incontro è stato Philippe Daverio, per una visita virtuale delle installazioni interattive, macro-oggetti, micro-costruzioni e mostre, attraverso le parole dei suoi creatori. Io ho selezionato alcuni interventi in base alle realizzazioni personalmente più memorabili, ma consiglio di visitare ogni location.

 

Disegno dell'installazione In Out di Massimo Iosa Ghini

Disegno dell’installazione In Out di Massimo Iosa Ghini

 

L’Università Statale diventa una delle sedi ufficiali della XXI Triennale Internazionale di Milano grazie al l’installazione-mostra Casa del Viandante a cura di Marco Ferreri nel cortile del ‘700.

Le quattro casette ci portano all’antichità, quando le attività commerciali o dei pellegrini sulla penisola richiedevano lo spostamento a piedi su strade che erano per due terzi mulattiere o sentieri. La riflessione sulla pratica del camminare si avvicina al contemporaneo desiderio di riavvicinarsi alla natura quindi quello che si va a proporre si configura come un modello di albergo diffuso a basso impatto ambientale: sono quattro moduli abitativi autonomi, anche energeticamente, di circa 9 metri quadrati, con due giacigli, un tavolo e due sedie pieghevoli, una cucina e un bagno. Ogni modulo è stato poi personalizzato dallo stesso Marco Ferreri, Michele De Lucchi, Denis Santachiara e Stefano Giovannoni.

Open Borders, Empathic Fuukei di Patricia Urquiola

Open Borders, Empathic Fuukei di Patricia Urquiola

 

Nella Hall dell’Aula Magna Patricia Urquiola ha realizzato Empathic Fuukei. I pannelli “raccontano i paesaggi” come la pittura faceva un tempo, solo che oggi lo si può fare attraverso la densità dei materiali, sono superfici aperte a creare un percorso polisensoriale attraverso la sovrapposizione di materiali diversi, composti di strati visibili da Cleaf. L’architetto insiste sul concetto di vero non più legato solo al naturale, ma anche all’artificiale di nuova generazione.

Open Borders, Tower di Tchoban, Kuznetsov e Sterligova

Open Borders, Tower di Tchoban, Kuznetsov e Sterligova

Nel Cortile D’Onore.

I russi Sergei Tchoban, Sergey Kuznetsov e Agniya Sterligova hanno creato Towers che si avvicina a noi per l’idea tipicamente occidentale della torre come di un punto di riferimento per un edificio, mutevoli nella tela interattiva per il visitatore, e in dialogo verticale e orizzontale con i limitrofi palazzi e con lo spazio interno alla Statale.

Open Borders, Mad Architects con Invisible Border

Open Borders, Mad Architects con Invisible Border

 

Massimo Iosa Ghini presenta In/Out: una struttura che richiama l’architettura arcaica, anche per l’uso della pietra, racchiude un levigatissimo parallelepipedo perfetto. Come un dualismo che esprime il confine aperto dell’esistenza umana, il mostrarsi da fuori e l’individualità, come contaminazione e convivenza di polarità opposte.

Segnalo lo studio MAD Architects fondato dal cinese Ma Yansong per l’installazione Invisible Border, fasci del polimero Etfr che mutano la percezione dello spazio grazie al gioco delle superfici semitrasparenti in movimento, riflettenti il cielo di giorno e luminose di notte.

Open Borders, Parisotto e Formenton con la Stanza del Vuoto

Open Borders, Parisotto e Formenton con la Stanza del Vuoto

 

Massimo Formenton e Ado Parisotto scavalcano i confini dell’architettura per avvicinarsi alla visione cinematografica di Michelangelo Antonioni. Con La stanza del vuoto si ricrea la smaterializzazione di un luogo, con l’effetto di smarrimento e sorpresa della scena del dialogo tra Marcello Mastroianni e Monica Vitti ne film La notte : tutto questo nel rapporto tra l’esterno e l’interno, della scena o della stanza, con le pareti in vetro specchiante e i loro giochi di eco visive.

Open Borders, l'installazione Radura di Stefano Boeri

Open Borders, l’installazione Radura di Stefano Boeri

 

Nel cortile della Farmacia Stefano Boeri, l’architetto del Bosco verticale, crea Radura grazie al Consorzio Innova e la filiera del legno della regione Friuli Venezia Giulia. Luogo di decongestione pubblica per la sosta dal caos urbano, con la pedana seduta e ancora per le colonne, e l’installazione sonora di Ferdinando Arnò. Di notte diventa un circolo luminoso.

Doveroso citare Illy, da molto tempo mecenate d’arte in diversi progetti legati al brand, qui celebra nel loggiato ovest la storia di Iletta, la macchina per il caffè espresso nata ben ottant’anni fa. Si festeggia con questa mostra curata dal direttore artistico di Illy Carlo Bach anche il ventennio della X.1 per il caffè fatto in casa, in anteprima l’anniversary edition presto in commercio.

Illy per Open Borders nel Loggiato Ovest, a cura di Carlo Bach

Illy per Open Borders nel Loggiato Ovest, a cura di Carlo Bach

 

Co-producer d’eccezione è Audi Italia, che secondo le parole del direttore marketing Massimo Favaro comunica l’affinità dei luoghi e delle persone attraverso l’unione delle differenze. Con Audi City Lab In Statale, in Montenapoleone e alla Torre Velasca il progetto diffuso è untaggable, cioè fatto dalle menti che non limitano il loro campo d’azione ad una disciplina rigidamente definita.

La Torre Velasca sarà valorizzata da forme dinamiche frutto dell’incontro tra la dimensione tecnologica e quella estetica, con l’interpretazione del logo Audi diPiero Lissoni e la sua leggerezza dell’oggetto effimero. Ingo Maurer con Axel Schmid concepisce Glow, Velasca, Glow!, realizzazione tecnica di CastagnaRavelli. Il grattacielo è dipinto dalla luce ad indicare diverse zone architettoniche, la parte inferiore e la copertura “incendiate” di rosso, mentre la fascia centrale resterà di un colore scuro con alcune vivide finestre ad occhieggiare illuminate. Il city-scape diventa ancora più eccitante secondo Maurer che ama questo emblema milanese.

Open Borders all'Orto-Botanico di Brera. Vito-di Bari con My Equilibria

Open Borders all’Orto-Botanico di Brera. Vito-di Bari con My Equilibria

 

Quest’anno l’Orto Botanico sarà animato dal progetto di Vito Di Bari My Equilibria, realizzato da Metalco Active, una sorta di albero per il fitness urbano. Il sofisticato design nasconde l’alta tecnologia: la flessibilità del metallo unita alla discreta eleganza del cemento coadiuvano il desiderio di una qualità della vita migliore, spesa all’aria aperta. Sono tre strumenti ma il centraleLeopard Tree alto sette metri è l’anima principale con le sue possibili 9 isole satelliti.

Gilda Bojardi ha voluto commemorare l’archistar Zaha Hadid che nel 2011 realizzò un allestimento proprio all’interno dei Chiostri. Personaggio noto per la sua capacità superare dei limiti disciplinari restando, come il progettista dovrebbe fare di natura, out of the borders, pronto a distruggere quei limiti per raggiungere un’opera di respiro organico che accoglie la sinergia di diverse competenze.

Michela Ongaretti

Una realizzazione di Floema e Re.Rurban Studio

Zona Santambrogio Design District 2016. Tutto il Fuorisalone intorno alla Basilica di S. Ambrogio

Zona Santambrogio Design District 2016. Tutto il Fuorisalone intorno alla Basilica

Fuorisalone 2016. Santambrogio Design District

L’area attorno a Santambrogio è la più antica di Milano, ora nuovissima come district dedicato al design nella fatidica settimana del Fuorisalone, quest’anno dal 12 al 17 aprile patrocinata da Comune e Regione.

Intorno alla splendida e unica Basilica si aggireranno molti visitatori, centinaia di migliaia in città, appassionati, turisti, professionisti e designer, rendendo la Design Week, secondo le parole del sindaco Pisapia, “una grande festa per tutti”.

Il logo Zonasantambrogio2016 di Re.Rurban

Il logo Zonasantambrogio2016 di Re.Rurban

 

La manifestazione costituita da una miriade di eventi, quello che porta ogni anno Milano al centro dell’attenzione internazionale, permette anche di accedere a luoghi non sempre aperti e nel caso di Santambrogio Design District di avvicinarsi a dei beni culturali per qualcuno sconosciuti, anche se non direttamente interessati alle esposizioni della Design Week. Il progetto di Re.Rurban intende valorizzare infatti il quartiere promuovendo sia il design che i beni storico-artistici e le attività del terzo settore.

Si può passare così dall’antichità della Basilica al Cenacolo di Leonardo in S. Maria delle Grazie, dalla Triennale ai numerosi musei della zona, dalla Vigna di Leonardo al Museo della Scienza e della Tecnologia, dagli affreschi di S. Maurizio al Monastero Maggiore alla moderna contemporaneità della Milano Design Week, visitando esposizioni, partecipando ad eventi o seguire itinerari turistici studiati ad hoc per scoprire i misteri dell’antichissima area urbana.

Una realizzazione di Floema e Re.Rurban Studio

Una realizzazione di Floema e Re.Rurban Studio

Segnalo anche che partner per l’ospitalità dell’edizione 2016 del Salone del Mobile sarà l’ormai celeberrimo Airbnb. Secondo le parole del country manager italiano Matteo Stifanelli l’augurio è che la formula di soggiorno proposta “possa convincere i visitatori a soggiornare un maggior numero di notti”.

Vi presento con entusiasmo il palinsesto degli eventi Fuorisalone della Zona Santambrogio, che coinvolge diversi spazi già attivi sul territorio, come enti di rilievo culturale come la Fondazione Castiglioni e quella dedicata a Franco Albini (che fanno parte anche di Storie Milanesi, circuito delle Case Museo di Milano).

La stanza dei tecnigrafi presso la Fondazione Castiglioni

La stanza dei tecnigrafi presso la Fondazione Castiglioni

 

Si parte subito, e si parte di qualche giorno in anticipo sul Salone vero e proprio, con l’esposizione internazionale della Triennale di Milano “Design after Design”, un ritorno dopo vent’anni di assenza.

Sempre in viale Alemagna troviamo la mostra “Stanze. Altre filosofie dell’abitare”: 11 installazioni che interpretano il futuro dell’interior design attraverso lo sguardo di altrettanti architetti e designer a cura di Beppe Finessi. Entrambe le mostre proseguiranno poi fino al 12 settembre.

Altre due mostre correlate saranno: “W. Women in Italian Design” e “Anni Luce. Lumiere’s journey through 25 years of history”.

La Triennale durante la Design Week

La Triennale durante la Design Week

 

Per tutta la settimana l’head quarter sarà invia S. Vittore 49 dove troveremo DOUTDESign ad ospitare Next Design Innovation, esposizione di prototipi di design. Inoltre Eat Urban con 9 Food truck si prepara all’edizione della Milano Design Week 2016 nel giardino del palazzo: la selezione del migliore street food su ruote è presente nel ristorante open air.

Womade.org ha curato per ogni sera dopo le diciotto un evento speciale, che sia un semplice aperitivo, una performance artistica o musica dal vivo, l’intento è di comprendere altri ambiti creativi al di fuori del design e non ci sarà mai lo stesso scenario per ogni giornata.Lo sponsor sarà Birra Moretti.

Next Design Innovation

Next Design Innovation

 

Per i miei interessi legati all’ecosostenibilità e alla risposta creativa alle problematiche ambientali attendo con ansia l’apertura di viU – VISION OF YOU nell ’ex oratorio della Confraternita della Passione alla Basilica di S. Ambrogio. La mostra collettiva presenta designer e aziende impegnanti in tale ambito, riciclo e riuso tra le parole d’ordine insieme al rispetto per la natura e all’impiego di materiali naturali.

Nei chiostri da venerdì a domenica si chiamano a raccolta tutti gli amanti del verde con la mostra Flora e Decora dedicata all’arredo outdoor e al florivivaismo.

In via Telesio 13 c’è la Fondazione Franco Albini molto attiva durante la design week: lo spazio prevede infatti visite guidate all’archivio storico con i suoi studi originali, un laboratorio per bambini dal titolo “C’era una volta il design, e persino lo spettacolo teatrale “Il coraggio del proprio tempo.

Presso la Fondazione Achille Castiglioni di piazza Castello faremo un emozionante balzo nel tempo a ritroso, perché l’esposizione “Dimensione Domestica riproponel’Ambiente di Soggiorno che Achille e Pier Giacomo Castiglioni avevano realizzato nel 1957, per la mostra Colori e forme della casa d’oggi a Villa Olmo.

Lo spazio di Rossana Orlandi nel 2015

Lo spazio di Rossana Orlandi nel 2015

In Via Matteo Bandello è visitabile lo Spazio Rossana Orlandi, considerato un luogo di culto che unisce il design vintage al contemporaneo, tappa sempre ricercata durante l’intensa Design Week.

Presso il Palazzo delle Stelline, sede dell’omonima Fondazione, interessante per la qualità della sue mostre nel panorama dell’arte contemporanea, si ospita una mostra di dipinti e sculture sulle gallerie milanesi nel ventennio successivo alla Prima Guerra Mondiale.

Palazzo Litta presenta Belgian Matters: il risultato dell’incontro professionale di tredici designer belgi con altrettante aziende. L’esposizione è frutto del team di creativi prevenienti da tre regioni del Belgio.

Le Officicne Saffi nell’omonima via esibiscono già dal 30 marzo il lavoro dell’artista Kati Tuominen Niittylä con la mostra di ceramiche Kuvia, la sua prima personale in Italia. Ospiterá inoltre una selezione di mobili di design finlandese, a cura di BeModern.

Le Mignon, tra i protagonisti dell'Eat Market di via S. Vittore, parcheggiato all'Arco della Pace

Le Mignon, tra i protagonisti dell’Eat Market di via S. Vittore, parcheggiato all’Arco della Pace

Infine Kitchen, concept store di via De Amicis dedicato alla cucina, mostra la sua passione attraverso diverse iniziative. Lunedì 12 si inaugura e dura tutta la settimana la mostra “ Punti di Vista” con le foto sul food di Ioris Premoli. Il 12 aprile ci sarà un evento speciale per sperimentare nuovi dessert e creare un dolce personalizzato con lo chef Danilo Angè, mercoledì 13 ci sarà l’aperitivo-incontro con Anastassia Khosizova, “When healthy food meets fashion and design”, giovedì 14 sarà invece la volta della class cooking di cucina nippo-brasiliana con lo chef Fabiano Goncalvecon. Venerdì 15 aprile c’è l’aperitivo che sempre spero di trovare..il Veggy Hour! Uno chef preparerà appetizer mentre Marco Orsini offrirà cocktail di frutta e verdura alcolici e analcolici con la dimostrazione della centrifuga Magimix. Sabato sarà dedicato allo shopping con sconti sui prodotti e utensili per la cucina, e sui corsi che si tengono in sede.

Particolare degli affreschi di S. Maurizio

Particolare degli affreschi di S. Maurizio

 

Per quanto riguarda le visite guidate il 13 aprile il tour “Ori e Tesori apre le porte della Basilica del Patrono alle 15,30, con il suggestivo mosaico fondo oro che ritrae il Dottore della Chiesa S. Ambrogio, le cui storie sono narrate sull’altare scintillante sempre in oro. Si prosegue con la visita della chiesa barocca S. Vittore al Corpo, e ai suoi mosaici.

Da giovedì a domenica la Casa degli Atellani apre al pubblico l’appartamento dell’architetto razionalista Piero Portaluppi, autore della splendida Villa Necchi Campiglio ora in custodia al Fai. Il ritrovo è nella stessa sede sabato, solo dalle 17 per la visita con guida “Milano è la vigna di Leonardo?. Un viaggio sulle tracce di Leonardo da Vinci da S. Maria delle Grazie alla Vigna e casa degli Atellani, con attenzione sulla corte rinascimentale di Ludovico Il Moro.

L’ultimo tour sarà domenica 17 aprile con Esplorando Zona SantAmbrogioalla scoperta dei principali monumenti storici della zona.

Sapete cos’è il moss? Venitelo a scoprire il 14 aprile per l’inaugurazione dello spazio MOSSMania in viale Col di Lana. E’ semplicemente e meravigliosamente lichene stabilizzato utilizzato oggi per la realizzazione di pareti decorative Mossmania è un nuovo brand di Floema, progettato da Re.Rurban Studio per prodotti di design realizzati con il moss.

Mossmania. Applicazione su un frigorifero Smeg

Mossmania. Applicazione su un frigorifero Smeg

 

Sempre giovedì, presso il nuovo showroom di arredamento Actual Spotti in Viale San Michele Del Carso, si potrà assistere ad uno showcooking organizzato da Electrolux con degustazione vini Cantine Cottini di Verona.

Domenica torniamo nel quartier generale di via San Vittore dove si saluterà la Milan Design Week 2016 con il design market di Eat Urban: in vendita i prodotti dei migliori hand-makers italiani.

Zona Santambrogio, inoltre, sostiene il Milano Design Award, giunto alla sua sesta edizione. Si tratta di un premio per i migliori allestimenti nelle date del Fuorisalone 2016, ed è un progetto condiviso del comitato Milano Fuorisalone da quest’anno.

Michela Ongaretti