Vaso d'acqua di Oki Izumi a Milano con la galleria Valentini e Maccararo, nel distretto delle Cinque Vie

4×10 volte Fuorisalone2017. La Galleria Valentini e Maccacaro raddoppia, a Milano con Oki Izumi e a Verona con Gianni Berengo Gardin

Una doppia esposizione attende il pubblico delle due sedi italiane della galleria Valentini e Maccacaro durante il Fuorisalone 2017, un viaggio primaverile sul doppio binario artistico di scultura e fotografia con Oki Izumi e Gianni Berengo Gardin. Il titolo è 4×10 giocando sulla serie di dieci pezzi d’autore accostati a dieci esemplari di design appartenente alla storia dell’uomo in due distanti aree geografiche e culturali, affini a quelle dei due protagonisti. Quattro serie provenienti da quattro universi legati all’esplorazione di un oggetto che trasforma la quotidianità di chi ne ha fatto uso nei secoli e continua ad essere funzionale ad un bisogno, il Vaso a Milano e le uniche nel mondo Roncole di Venezia a Verona.

 

Vaso in vetro di Oki Izumi. Galleria Valentini&Maccacaro

4×10 volte Fuorisalone2017. Un vaso in vetro di Oki Izumi alla Galleria Valentini&Maccacaro di Milano

 

Non poteva mancare in questo momento l’ispirazione al design, ma se a Milano la si può toccare con mano attraverso le opere in vetro dell’artista Oki Izumi in dialogo con i vasi neolitici cinesi, nella sede di Verona la visione sarà nella documentazione fotografica delle dieci immagini veneziane di Gianni  Berengo Gardin, accostate all’esposizione di dieci roncole tradizionali, per chi non lo sapesse i remi delle gondole lagunari.

Entrambe le esposizioni, come sempre accade nella  galleria Valentini e Maccararo, hanno l’intento e l’ambizione di esplorare le connessioni che legano Tradizione, Artigianato, Antiquariato, Arte, Design. Pane per i denti di Artscore e di tutti coloro che sanno scavare il terreno per superare confini imposti alle arti, ponendo lo sguardo e il cuore nel mezzo.

Vaso neolitico cinese. Galleria Valentini&Maccacaro

4×10 volte Fuorisalone2017. Un vaso neolitico in terracotta dipinta alla Galleria Valentini&Maccacaro di Milano

 

La Storia ci ha consegnato degli oggetti, durevoli e necessari, costruiti dagli artigiani prima della codificazione del ruolo del designer, in grado di sviluppare anche una ricerca sull’estetica della loro forma. Sugli stessi oggetti in seguito si sono registrati interventi degli artisti, coloro che prima del sedicesimo secolo non erano affatto separati dai primi artigiani, suddivisi non in ordine di valore ma di disciplina come potevano essere i vetrai e gli scalpellini. Poi la prima modernità, quella del rinascimento maturo, ha voluto definire artista chi trasformava in immagine un’idea separando nettamente i ruoli, ed eccoci nel Novecento dove finalmente la cultura del progetto ha riavvicinato gli ambiti, permettendo all’idea di entrare nel mondo dell’artigianato, di comandare una forma nata da un impulso creativo personale e unico. Però il designer decide cosa e come costruire soprattutto attraverso gli strumenti dell’industria, fino a quando le menti più sensibili e attente hanno iniziato ad introdurre programmaticamente la produzione artigianale, il know how millenario inizia a definire estetica e unicità. E’ questa la tendenza degli ultimi anni, quella del recupero di una antenata tradizione.

 

Il lavoro di Oki Izumi con lastre di vetro industriali

4×10 volte Fuorisalone2017. Un lavoro di Oki Izumi in vetro, ph. Sofia Obracaj

 

Di questa antichità hanno respirato i vasi cinesi in mostra a Milano, ben prima del design e persino prima della definizione tecnica di un artigianato consapevole, ma elemento principe della trasformazione descritta. Da sempre l’uomo ha avuto bisogno di cose per riporre altre cose, e la storia del design del Vaso ci può raccontare lo sviluppo nel gusto e per la necessità. Non solo i progettisti ma anche gli artisti lo hanno esplorato nel suo concetto formale, e la scultrice Oki Izumi rappresenta un prestigioso esempio di chi si nutre di struttura materica ed eleganza per un discorso estetico, operando nel panorama artistico italiano ed internazionale e residente a Milano da moltissimi anni.

 

La scultrice Oki Izumi vicino alle sue opere in vetro

4×10 volte Fuorisalone2017. Oki Izumi ritratta durante una sua precedente mostra da ESH Gallery, ph. Sofia Obracaj

 

La semplicità della forma del vaso neolitico, qui una serie proveniente dalla Cina Occidentale,  riflette il suo utilizzo pratico ma sconfina nella ricerca, nella tensione al bello degli ignoti artigiani mediante la dipintura della terracotta, con un ampio repertorio decorativo astratto e ornamentale. Oggi con Ōki Izumi è la materia costitutiva stessa del vaso a determinare un’estetica: attraverso una tecnica artigianale, usando esclusivamente lastre di vetro industriale, opera una sintesi di grande eleganza formale che esprime l’essenza del fare arte contemporanea, erede della cultura di origine giapponese ma anche frutto del senso della preziosità nel bello dell’oggetto italiano.

 

Gianni Berengo Gardin alla Galleria Valentini&Maccacaro

4×10 volte Fuorisalone2017. La Venezia di Gianni Berengo Gardin alla Galleria Valentini&Maccacaro di Verona

 

Le roncole sono un pò meno antiche ma rendono la quintessenza di Venezia, città che da millenni si identifica con i suoi canali. Città dove la decorazione delle facciate e la storicità dei palazzi convivono quotidianamente con la necessità funzionale di restare letteralmente a galla, utilizzando al meglio gli strumenti della modernità senza potersi emancipare facilmente dal preesistente. Non è un desiderio, Venezia trae la sua forza e la sua bellezza dalla sua fragilità, e ne è consapevole. La sua architettura continua a costruire le sue fondamenta sull’acqua, talvolta pericolo talvolta salvezza, quel che è certo è che l’acqua è la protagonista del bisogno sociale di spostarsi. In quella città l’acqua è la strada, e le imbarcazioni le sue auto. Per questo motivo nella sede veneta di Valentini e Maccacaro sono presenti i dieci esemplari di Forcole e Gianni Berengo Gardin, fotografo che ha fatto la storia della fotografia italiana e il cui obiettivo da sempre ha avuto una relazione fortissima con Venezia.

 

Gianni Berengo Gardin alla Galleria Valentini&Maccacaro

4×10 volte Fuorisalone2017. Una foto di Gianni Berengo Gardin alla Galleria Valentini&Maccacaro di Verona

 

Parliamo di oggetti davvero unici con il loro design inconfondibile, che esistono solo grazie alla perizia di maestranze artigiane, i maestri remeri costituitisi in laboratori, testimoni di saperi millenari. E’ lo strumento che si identifica col suo proprietario perché raramente un gondoliere se ne separa o la mette in vendita. Una ricerca appassionante lunga anni ha permesso la presentazione veronese di questo strumento, frutto unicamente esistente grazie agli artigiani lagunari per la funzionalità della vita sull’acqua lagunare,  la stessa che ritrae Berengo Gardin con la poesia di chi si ferma davanti alla vibrazione della bellezza, con l’intensità di chi capisce il retroscena sentimentale di quel grande teatro appoggiato sul Mare e sulla Storia.

Una tipica forcola veneziana. Galleria Valentini&Maccacaro

4×10 volte Fuorisalone2017. Una forcola veneziana alla Galleria Valentini&Maccacaro di Verona

 

La Design Week di aprile deve iniziare a trasformarsi, se non vuole diventare un ripetitivo concentrato di esemplari, deve andare oltre il design come siamo abituato a vederlo. Per questo vi invitiamo alla mostra 4×10: presso le due sedi della galleria Valentini e Maccacaro il milanese Fuorisalone 2017 suopera due confini, quello geografico e quello del disegno industriale.

Michela Ongaretti

 

Galleria Valentini e Maccacaro

MILANO

10 vasi neolitici cinesi – 10 opere di Ōki Izumi

Dal 4 aprile al 29 aprile

Corso Magenta 52

 

VERONA

10 FORCOLE – 10 foto di Berengo Gardin

Dall’ 8 aprile al 29 aprile

Corso Santa Anastasia 25

 

 

 

La sala lettura della Fondazione Feltrinelli, ph. Filippo Romano

Una piramide come nuova sede iconica della Fondazione Feltrinelli. Milano. Save the place

Una piramide come nuova sede iconica della Fondazione Feltrinelli. Milano. Save the place

 

Il 13 dicembre verrà ricordato a Milano per l’inaugurazione della nuova sede della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli in viale Pasubio. Un tassello importante nella zona intorno a Corso Como e Porta Nuova, caratterizzata negli ultimi anni dal processo di riqualificazione urbanistica, stavolta non dedicato allo shopping o all’edilizia di lusso ma luogo di aggregazione e partecipazione pubblica,un palazzo della cultura, della ricerca, dell’innovazione, realizzato con capitali esclusivamente privati, ma con intenti di autentico servizio pubblico” secondo le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

 

Vista dall'alto della Fondazione feltrinelli di viale Pasubio, ph. Filippo Romano

Vista dall’alto della Fondazione Feltrinelli di viale Pasubio, ph. Filippo Romano

 

La cerimonia inaugurale, moderata dal giornalista Gad Lerner, ha visto la partecipazione del Presidente di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli Carlo Feltrinelli, l’architetto Jacques Herzog, il Segretario Generale di  Massimiliano Tarantino, il Presidente di Fondazione Cariplo Giuseppe Guzzetti, il Presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni e il Sindaco di Milano Giuseppe Sala. Al termine si sono succedute due letture: da Utopia for Realists del giornalista e pensatore belga Rudger Bregman, e dal discorso tenuto da Giangiacomo Feltrinelli nel 1961 quando inaugurò la prima sede di via Romagnosi, interpretata da Toni Servillo.

 

Visione notturna della piramide vetrata di Herzog e De Meuron, ph. Filippo Romano

Visione notturna della piramide vetrata di Herzog e De Meuron, ph. Filippo Romano

 

Fino alle 23 del 13 dicembre più di seimila visitatori hanno partecipato all’opening, proseguito fino al 17 dicembre con le proiezioni , gli incontri e le letture performative della manifestazione Voices and Borders, il cui tema di fondo è il rapporto tra individuo e collettività, tra azione personale e trasformazioni sociali. Presentata anche l’installazione site specific “Nineteen Locations of Meaning” di Joseph Kosuth osservabile fino al 13 gennaio, in collaborazione con la Galleria Lia Rumma.

 

Un momento dell'inaugurazione. Ph. Sofia Obracaj

Un momento dell’inaugurazione. Ph. Sofia Obracaj

 

E’ facile da raggiungere e perfettamente integrato nel contesto esistente l’edificio progettato dagli svizzeri Herzog & De Meuron, da due anni in fase costruttiva, da nove nel pensiero di chi lo ha fortemente voluto in quest’area, senza un volto nuovo dopo i bombardamenti del 1943.

Ciò che entusiasma è la struttura architettonica di grande personalità che riesce ad apparire in tutta la sua portata di novità senza essere sentita come un corpo estraneo per chi arriva dal centro cittadino. Le ampie vetrate non risultano fredde ma invitano ad entrare, permettendo di intuire gli spazi interni e la sua funzione di luogo attivo, frequentato e vivo ma raccolto in quanto luogo di studio.

 

La Fondazione Feltrinelli da dentro. Ph. Filippo Romano

La Fondazione Feltrinelli da dentro. Ph. Filippo Romano

 

Jacques Herzog dichiara che il punto di partenza è stato il profilo lineare delle tipiche cascine lombarde, già recuperato da Aldo Rossi, definite dallo svizzero “ripetitive e affascinanti allo stesso tempo”. Il suo design riflette quindi un bisogno della città che lo slancio progettuale ha perfettamente accolto, come ben spiega la dichiarazione dello svizzero di voler “creare qualcosa di molto tradizionale e molto moderno, che potesse essere semplice ma anche sorprendente».

Se è vero che «la vera sorpresa sta nella normalità», tutto questo è possibile perché la riflessione è avvenuta anche sulla memoria dell’esistente e sul dialogo di questa novità con il contesto edilizio adiacente, sull’apertura delle vie che sembrano aprirsi intorno a questo palazzo, sensazione che il visitatore ha posando lo sguardo attorno da qualunque angolazione man mano si salgono i cinque piani. Qui capiamo il senso di tutto il progetto: se nelle cascine rurali l’ultimo piano è dedicato al deposito di merci e prodotti, protette e recluse nella loro lontananza dalla vista, oggi in alto al posto di merci c’è lo studioso della sala di lettura, colui che sta utilizzando i volumi del ricco archivio storico, salvaguardato dalla vista del passante, con la differenza che egli può, mentre si nutre di ciò che internamente l’Istituzione propone, osservare il mondo esterno e non sentirsi totalmente estraneo a ciò che accade intorno.

 

Riflessi interni e vista verso l'esterno. Dalla Fondazione Feltrinelli di Milano

Riflessi interni e vista verso l’esterno. Dalla Fondazione Feltrinelli di Milano

 

Con lo stesso spirito la Fondazione Gian Giacomo Feltrinelli intende proporsi come nuovo modello di Istituzione culturale incentrato sul concetto di Spazio di Cittadinanza, dove “la ricerca delle scienze sociali si traduce in mostre, conferenze, incontri, format didattici innovativi e nell’espressione artistica delle arti performative”, luogo quindi di aggregazione intorno a tematiche care e dibattute fin dalla fondazione di Giangiacomo Feltrinelli nel 1949, accogliendo le nuove istanze della contemporaneità, nella modalità partecipativa odierna auspicata e desiderata da molto tempo, nell’ideale modernista del novecento trasmesso dalle voci affidate alla carta stampata. In sintesi, secondo le parole di Carlo Feltrinelli è l’idea di nuova sede iconica per una grande casa delle culture sociali, moderna e internazionale.

 

La vetrata con il logo Feltrinelli. Ph. Sofia Obracaj

La vetrata con il logo Feltrinelli. Ph. Sofia Obracaj

 

Possiamo dire che il contenitore riflette il suo contenuto dato che il nuovo modello di istituzione culturale seguito guarda a “quanto creato nei settant’anni di attività alle sue spalle e allo stesso tempo si confronta con il mondo contemporaneo, lo sappia intercettare e portare a Milano”, secondo le parole del Segretario Generale Massimiliano Tarantino, così come la struttura architettonica guarda alla tradizione architettonica per declinarsi in un linguaggio funzionale nuovo, confrontandosi con l’impiego europeo delle pareti vetrate negli ultimi anni.

 

Interno della Fondazione. La rampa ai piani dall'ingresso, ph. Filippo Romano

Interno della Fondazione. La rampa ai piani dall’ingresso, ph. Filippo Romano

 

Il cuore dell’intero progetto parte giustamente dai libri. La Fondazione è infatti uno dei maggiori centri europei di documentazione e ricerca nel campo delle scienze storiche, politiche, economiche e sociali, ed è parte di un network di 350 istituti nazionali e internazionali. Possiede un patrimonio di 12 km lineari di archivi, 270.000 volumi e 16.000 periodici.

 

Nell'archivio storico della Fondazione

Nell’archivio storico della Fondazione

 

Nella sua vocazione di snodo, rete di contatti e confronto attivo con la popolazione e per essa accessibile, rende possibile la consultazione delle fonti del patrimonio bibliotecario e archivistico, impegnato anche a digitalizzare e rendere disponibili gli elementi più rari del patrimonio. La Sala Lettura, al quinto piano della nuova sede, sarà aperta al pubblico a titolo completamente gratuito fino ad esaurimento posti. Si potrà accedere alle fonti dell’archivio collocato nei due piani seminterrati, sempre più impegnato a digitalizzare e rendere disponibile anche online gli elementi più rari. Con i testi presi a prestito presso la Biblioteca, è poi possibile fermarsi per la consultazione sotto il suggestivo tetto spiovente.

 

La sala lettura della Fondazione Feltrinelli, ph. Filippo Romano

La sala lettura della Fondazione Feltrinelli, ph. Filippo Romano

 

Luogo chiave per la comprensione di questo approccio è la Sala Polifunzionale del primo piano, sempre accessibile alla cittadinanza con i suoi incontri e conferenze, proiezioni, mostre, performances: il ricco palinsesto culturale e di ricerca nell’ambito delle scienze sociali crescerà in un’ottica divulgativa e di condivisione dei saperi. Le attività di ricerca e di offerta culturale si identificano in particolare in cinque aree Globalizzazione e sostenibilità, Futuro del lavoro, Cittadinanza Europea, Innovazione politica e History box, tutte volte a stimolare il dibattito accademico e aprirlo ad un pubblico nuovo attraverso la sperimentazione di nuove forme di divulgazione.

 

La sala polifunzionale durante la lettura di Malcolm X. 13 dicembre a Milano, ph Sofia Obracaj

La sala polifunzionale durante la lettura di Malcolm X. 13 dicembre a Milano, ph Sofia Obracaj

 

La stessa sala accoglierà anche gli Amici della Fondazione, in assetto Second Home per abitare via Pasubio incontrandosi ad approfondire temi d’attualità. Il nuovo modello parte da qui avvalendosi della collaborazione con la Fondazione Cariplo.

 

La Sala Lettura durante la cerimonia inauguralemdel 13 dicembre, ph. Sofia Obracaj

La Sala Lettura durante la cerimonia inaugurale del 13 dicembre, ph. Sofia Obracaj

 

Scendendo al piano terra non può mancare la libreria con l’assortimento dei suoi 15000 titoli che privilegia gli ambiti disciplinari delle aree di ricerca sviluppate dalla Fondazione, tra cui segnalo il volume fotografico Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano Porta Volta – Luogo dell’utopia possibile a cura di Luca Molinari, che racconta la storia del percorso ideale e architettonico verso questa nuova sede. Contigua quest’area troviamo il Babitonga Cafè pensato proprio per accogliere i visitatori o prolungare la sosta in libreria.  

 

La libreria di via Pasubio, ph. Filippo Romano

La libreria di via Pasubio, ph. Filippo Romano

 

Le pareti in vetro per dividere gli spazi sono protagoniste anche degli interni progettati sempre dallo studio Herzog & De Meuron con i pavimenti in legno, mentre gli arredi degli uffici collocati al secondo e al terzo piano, visitabili durante la settimana inaugurale, scelgono Unifor, Molteni Group, le poltrone direzionali Vitra e le luci di Artemide.

 

Fondazione feltrinelli. Gli uffici al terzo piano, ph. Sofia Obracaj

Fondazione Feltrinelli. Gli uffici al terzo piano, ph. Sofia Obracaj

 

Solo il tratto più corto dell’edificio, un terzo della sua lunghezza, è occupato da Feltrinelli, il resto rappresenta l’entrata in città di una grande realtà aziendale, certo di minor impatto culturale ma foriera di grandi spostamenti di persone per lavoro, parliamo delle nuova sede di Microsoft con la possibilità di accogliere fino a 600 ospiti.

Il progetto di interior è affidato a studio Lombardini22 e valorizza il senso di apertura delle vetrate con il suo dialogo con il contesto urbano, per questo il primo livello è pensato come uno showroom aperto al pubblico. Ma questa sarà un’altro storia milanese.

 

La sala polifunzionale il 13 dicembre. Ph. Sofia Obracaj

La sala polifunzionale il 13 dicembre. Ph. Sofia Obracaj

 

Michela Ongaretti

 

 

 

Adrien_Missika_making_of_photo_by_Tilman_Vogler_11 (1)

Gli store Natuzzi protagonisti del design e dell’arte. Dicembre a Milano e alla Miami Art Week

Progetti di design e d’arte per gli store Natuzzi, tra Milano e Miami Art Basel

di MICHELA ONGARETTI

da  ·

Natuzzi Adrien Missika nel making of di [ham-uh k], ph.Tilman Vogler
Milano e  Art Basel con la Miami Art Week per Natuzzi. Il gruppo italiano specializzato nella produzione e vendita di divani, poltrone, mobili e complementi d’arredo è da sempre protagonista della settimana più internazionale di Milano, quella del Design per il Fuorisalone. Lo showroom si trova nello strategico San Babila Design District, precisamente in via Durini con il Natuzzi Italia Store, ed è una presenza costante che ben si fissa nella memoria di cittadini e turisti in qualunque stagione.
Nel mese di Dicembre 2015 in Italia ci si prepara al Natale con la presentazione della collezione dedicata, mentre dall’altra parte del mondo un evento di grande rilevanza presenterà l’opening del nuovissimo store Natuzzi a Miami.

Interno del Natuzzi store a Miami, ph. Robin HillIl Natuzzi store a Miami, interno, ph. Robin Hill

Il marchio d’eccellenza per il design Made in Italy apre i battenti in Florida il 2 dicembre, durante Art Basel e la Miami Art Week. In quest’occasione per la prima volta negli Stati Uniti si parla del progetto Open Art, che dal 2007 ha l’obiettivo di portare nei flagship store Natuzzi l’arte, e renderla così accessibile a tutti.

Verrà presentata l’installazione site-specific [ham-uh k], amaca in italiano, di Adrien Missika, a cura di Myriam Ben Salah. L’opera è stata concepita grazie ad un’immersione dell’artista nell’Headquarter Natuzzi in Puglia, dove si trova il cuore pulsante e creativo del brand con il il Centro Stile e il Centro Sviluppo Prodotto, e nasce dalle riflessioni sul concetto di letto o giaciglio, spazio individuale e area elementare del corpo, come lo descrive lo scrittore Georges Perec, elemento principe della produzione Natuzzi con i suoi divani, poltrone e complementi d’arredo.

Adrien Missika e Pasquale Jr Natuzzi, Natuzzi Headquarter, Santeramo in PugliaAdrien Missika e Pasquale Jr Natuzzi, Natuzzi Headquarter, Santeramo in Puglia

Missika trasforma lo spazio individuale e antropometrico inluogo che accoglie un’esperienza collettiva, gioca con il paradosso attraverso il fuoriscala dimensionale. Concepisce e realizza quindi un’amaca oversize che possa ospitare più persone, dalla coppia alla famiglia, al gruppo di amici: fonde quindi l’archetipo del letto trasportabile alla funzione sociale del divano. Missika intende dare però a questo oggetto “una pausa”, fare riposare come fa l’amaca, l’amaca stessa, e astrarlo quindi dalla sua funzionalità per indurre al pensiero, mantenendo una sua presenza scenica.

Adrien_Missika_making_of_photo_by_Tilman_Vogler_11 (1)Un momento dal making of di [ham-uh k], ph.Tilman Vogler

Il materiale stesso, le pelli provenienti dalla conceria italiana di Udine selezionate insieme al Centro Stile Natuzzi, è stato decostruito per portarlo ad una condizione elementare e atavica, originaria, nella cucitura di sei pelli intere. Spesso il lavoro di Missika parla di esperienza del viaggio: anche qui è suggerito un percorso nel sogno, verso un tempo senza tempo, e il mezzo per partire è questo tappeto magico. L’opera interpreta anche il concept Harmony Maker di Natuzzi, dove elemento portante del marchio è l’armonia tra gli elementi; in questo modo Open Art unisce le ispirazioni di Natuzzi e degli artisti coinvolti.

Natuzzi in via Durini a MilanoNatuzzi in via Durini a Milano

A Milano invece Natuzzi Italia declina quell’idea di armonia nella collezione per le idee regalo natalizie: tante soluzioni d’arredo per doni made in Italy e certo non comuni.

L’esclusività si rivela integralmente secondo il concetto di total living, dove anche gli oggetti contribuiscono all’idea di comfort e di sofisticate scelte stilistiche, dall’area living a quella dining fino alla camera da letto.

Quindi nei materiali, nelle forme e nei colori si esprime appieno quell’armonia negli accessori, che uniscono modernità e innovazione ad un tocco di eleganza tutta italiana .

Natuzzi- Double Ring

Il vaso Double Ring di Natuzzi

Il vetro, elemento dalla grande e gloriosa tradizione di casa nostra, pare essere l’elemento principe tra le proposte.

Ad esempio la linea di vasi Ring: Chain Ring Double Ring, sono in vetro soffiato, di forma irregolare “fermata” da anelli di metallo come a sottolineare l’idea di qualcosa di non definitivamente plasmato, e ad impreziosirne il profilo.

Da scegliere nei colori trend per la stagione entrante blu navy e viola gioiello, si distingueranno in qualunque ambiente si decida di inserirli.

Natuzzi-Vasi Float

I Vasi Float di Natuzzi

Notiamo la collezione Float sempre in vetro, colorato in pasta e soffiato in questo caso a bocca e senza stampoda maestri vetrai, con dimensioni e sfumature di colore diversi per ciascun pezzo, che diventa quindi un vero e proprio pezzo d’artigianato unico.

Si differenzia dai precedenti il modello Pumpking sempre soffiato a bocca, con una armatura esterna in ferro a sottolineare la struttura a più facce, tondeggiante e caldo nel caldo colore giallo sole. Tra le lampade scegliamo Gong, a sospensione a luce diffusa, dotata di un diffusore in vetro soffiato verniciato internamente o metallizzato, per creare un’atmosfera avvolgente.

Natuzzi-Mapa, design Regina MedeirosMapa, design Regina Medeiros per Natuzzi

Sul versante della preziosità più decorativa osserviamo Mapa, il centrotavola o portaoggetti opera dell’artista del vetro brasiliana Regina Medeiros, con anni di esperienza nell’ambito della fusione e di varie tecniche di pittura su questo antichissimo materiale. La sua originalità e unicità negli effetti sulla superficie viene soprattutto dall’utilizzo di ossidi locali e componenti in oro.

La funzionalità tipica del design moderno, sintetica nella forma pura ma tutt’altro che seriosa grazie ai colori accesi, è espressa dai tavolini Labirinto disegnati dall’architetto Claudio Bellini.

Natuzzi- tavolino Labirinto, design Claudio Bellini

Natuzzi – tavolino Labirinto, design Claudio Bellini

Il facile movimento è garantito da ruote piroettanti nascoste, e i vani laterali aperti possono trasformarsi in piccole librerie. Il gioco cromatico tra le diverse tonalità si rafforza inoltre grazie al vetro di sottile spessore.

Il tappeto Affresco è tessuto a mano, lavato al sale il vello di lana, viene poi tinto: il decoro tradizionale viene quindi “trasfigurato” dal lavaggio che regala una texture unica e decisamente contemporanea. Sempre presente il colore blu, che anticipa i trend della prossima stagione.

Natuzzi-tappeto Affresco

Il Tappeto Affresco, Natuzzi

Anche per le feste Natuzzi non dimentica il suo fiore all’occhiello per quanto riguarda il confort: la linea di poltrone Revive è presente nei modelli in rosso natalizio come la versione Quilted.

Per gli arredi e per questi esclusivi oggetti si può andare a visitare l’elegante showroom in via Durini a Milano, in questa stagione pre-natalizia dall’intimo luccichio, prima che torni la Primavera e con essa il consueto, allegro vociare internazionale del Fuorisalone 2016 e dei suoi molteplici eventi in calendario.

Michela Ongaretti

Emma con turbante blu II di Roberta Coni

“Ritratti, Riflessi”. Arte e Design a confronto presso Leogalleries di Monza

“Ritratti, Riflessi”. Arte e Design a confronto presso Leogalleries di Monza

DI MICHELA ONGARETTI

Ritratti, Riflessi, arte e design in mostra presso Leo Galleries di Monza. Apriamo la nuova stagione nell’universo del design con la segnalazione di una mostra d’eccezione presso gli spazi di Leo Galleries di Monza, dove le forme e le superfici dei progetti di Bartoli Design, realizzati dal brand Laurameroni, dialogano con le opere pittoriche dell’artista Roberta Coni.

Emma con turbante blu II di Roberta Coni si specchia in Stars

Emma con turbante blu II di Roberta Coni si specchia in Stars

 

Dal 15 ottobre al 14 novembre sarà possibile visitare “Ritratti, Riflessi”: sono presentate per la prima volta le linee Cirque e Stars, in un allestimento che valorizza le loro superfici riflettenti attraverso il rispecchiamento delle espressioni intense dei volti dipinti, pezzi iconici e astratti in pure forme geometriche che donano una visuale inedita della pastosità del colore.

Il confronto viene dalla complementarietà materica che permette di “vivere” le superfici attraverso la visione unitaria delle loro differenze, per considerare il design come una forma espressiva che costruisce l’ambiente come luogo della moltiplicazione degli sguardi. Le sensazioni generate dalle due discipline si uniscono e influenzano nel modo di catturare l’attenzione: anche la pittura cambia il segno del design industriale donando ad esso una narrazione, vestendolo dell’anima sensibile e fragile dell’introspezione psicologica, resa attraverso la fisicità delle pennellate.

I designer Paolo, Carlo e Anna Bartoli

I designer Paolo, Carlo e Anna Bartoli

La creatività di Bartoli Design, l’abilità realizzativa di Laurameroni, l’espressività dei ritratti di Roberta Coni si uniscono in un dialogo a quattro grazie al coinvolgimento voluto da Leo Galleries, che intende esprimere la possibilità di una sintesi tra le discipline per creare momenti di grande suggestione, quindi intraprendere un percorso dove “Ritratti , Riflessi” sarà il primo di una serie di eventi dove si genererà una visione attraverso il connubio arte e design.


A seconda della finitura si esalta un aspetto del contraltare pittorico: contrastano ed esaltano la luminosità del colore nelle prime versioni, rifrangono e amplificano i particolari nel secondo caso.
La linea Cirque è composta da contenitori d’arredo dalle forme inclinate e scultoree, declinate in tre dimensioni, misteriose nelle finiture bianco osso spazzolato, nero assoluto spazzolato, luminose e vibranti inacciaio inox lucidato a specchio e nelle due edizioni speciali in polvere di vetro argento e nera.

Linea Cirque, design Bartoli Design, brand Laurameroni

Linea Cirque, design Bartoli Design, brand Laurameroni

 

Stars comprende elementi in pure forme geometriche, sono tavoli e tavolini, consolle, contenitori, boiserie e porte scorrevoli la cui superficie è scomposta in sequenze di rettangoli crescenti e decrescenti, dove la ripetizione lineare si ispira alla Op Art e invita l’osservatore all’ interazione visiva.

Il rivestimento può essere in acciaio inox, ferro nero, ottone naturale, rame naturale e brunito, lastre metalliche lucidate a specchio oppure rese morbide dalla spazzolatura.

Linea Stars, Bartoli Design Laurameroni

Linea Stars, Bartoli Design Laurameroni

 

Bartoli Design inizia l’attività dalla fine degli anni novanta con i progetti firmati dagli architettiAnna, Paolo e Carlo Bartoli, studio associato dal 2007. Negli anni sessanta Carlo, dopo la laurea conseguita al Politecnico di Milano, apre uno studio di architettura, ma matura ben presto un vivo interesse per il design, e ottiene commissioni importanti con prodotti che hanno fatto la storia del design italiano come la poltrona Gaia per Arflex, in collezione al MOMA, e la sedia 4875 per Kartell, la prima realizzata interamente in polipropilene. Subentra poi l’apporto creativo di Anna e Paolo, con i quali si ottengono nuovi riconoscimenti, tra cui il XXI Compasso d’Oro ADI per la sedia R606Uno nel 2003. Il loro approccio progettuale è orientato verso lasemplicità del design di prodotti che siano duraturi e non intrusivi nell’ambiente domestico, che possano migliorare la qualità della vita con la loro praticità ma al tempo stesso stimolare la fantasia, e che integrino artigianalità alle innovazioni tecnologiche. Il rapporto con le aziende è fondamentale: si opera di concerto al punto da coinvolgerle nell’intera comprensione del processo creativo e delle sue variabili economiche, strategiche e commerciali, legate anche al contesto operativo del cliente.

La sedia R606 Uno- Design Bartoli e Fauciglietti Engineering per Segis

La sedia R606 Uno- Design Bartoli e Fauciglietti Engineering per Segis

A dare forma a Cirque e Stars è l’esperienza decennale dell’azienda Laurameroni di Alzate Brianza, che sa esprimere al meglio i fondamenti del proprio operato: altaqualità dei materiali, cura del dettaglio, lavorazione delle superfici e servizio di personalizzazione. Durante la settimana del Salone del Mobile di Milano nel 2000 si presenta in anteprima mondiale il marchio. Oggi Laurameroni possiede un’ identità precisa e si distingue nel mondo del design con proposte originali nei dettagli e nei trattamenti delle superfici, spesso unendo il lavoro di artisti e designer all’abilità di maestri artigiani. Il plus è la possibilità data ai progettisti di evitare la produzione industriale a favore della sperimentazione, per poter creare ambienti personalizzati e unici. Tra le sue collezioni iconiche ricordiamo Intarsia, Decor, Maxima, Sculture, Sottsass, Stars, Cirque.

Leogalleriesinizia la propria attività a Monza nel 2009. Si promuovono artisti italiani ed internazionali contemporanei, collaborando anche con enti e istituzioni pubbliche per realizzare progetti espositivi in sedi pubbliche e private, con l’intento di coinvolgere fasce di collezionismo sempre più eterogenee e ampie. Tratta pittura, scultura e installazioni affiancando spesso le opere di artisti storicizzati del Novecento a quelle di contemporanei noti e giovani, su cui investe con fiducia nel talento in crescita. Vuole essere infatti un luogo di scambio per il pensiero creativo, per chi desidera incontrare l’Arte, collezionisti neofita o di esperienza. Tra gli autori del novecento selezionati: Arturo Vermi, Afro Basaldella, Tullio Crali, Mario Tozzi, Fortunato Depero e Nanni Valentini. La galleria ha curato “Franz Staehler – poesia dei materiali” (2010) e “Naturales Quaestiones” (2013), allestite all’Arengario di Monza e patrocinate dai Comune e Provincia. Citiamo la sua collaborazione con Banca Mediolanum in diversi allestimenti temporanei.

Particolare di un dipinto di Roberta Coni per Ritratti, Riflessi

Particolare di un dipinto di Roberta Coni per Ritratti, Riflessi

 

Per l’occasione Leogalleries propone il lavoro della romana Roberta Coni. Diplomata all’Accademia della sua città, completa la studio con due borse di studio in Spagna e negli Stati Uniti. Suo principale interesse è la figura umana realizzata con pittura ad olio mescolata a impasti di bitume cera fusa e colla, per dare corpo maggiore al colore. Le sue opere si fanno didimensioni notevoli a partire dal 2009 quando la sua ricerca la porta a far emergere dall’ombra volti in espressioni contemplative e meditative. Sono figure femminili quelle sulle quali il pennello indugia in particolare su pelle e occhi, con attenzione millesimale per la texture della superficie organica; non manca sull’epidermide il manifestarsi del tempo, che la deforma e ne rivela la fragilità dell’anima. L’artista ha realizzato diversi filmati che sono un compendio visivoa questo ragionamento intimo. Nel 2011 partecipa alla alla 54esima Biennale di Venezia. Di recente ha iniziato il progetto ambizioso di un ciclo pittorico sulla Divina Commedia dantesca: nel 2017 confluirà in una mostra itinerante in Brasile, coinvolgendo quattro musei di diverse città.

Michela Ongaretti

Ritratti, Riflessi, dal 15 ottobre – 14 novembre 2015

Leogalleries è in via De Gradi 10, Monza

Padiglione Russia- la terrazza spettacolare (1)

Il Gigante di Grano. Il Padiglione di Russia ad Expo2015

Il Gigante di Grano. Il Padiglione di Russia ad Expo 2015

di MICHELA ONGARETTI

Padiglione Russia ad Expo2015. Non potevamo evitarla. Quando si parla di cibo e di materie prime, la Russia nutre il pianeta con l’80% del grano mondiale. I temi principali esplorati nel Padiglione Russia sono: la food security and supply nel possibile sfruttamento delle risorse naturali, sostenibile grazie alla bassa esauribilità dell’estensione del suo territorio coltivabile, e la ricchezza della sua cucina che ogni giorno viene presentata con degustazioni differenti.

Padiglione Russia- lo specchio sotto la grande tettoia (1)Padiglione Russia Expo 2015 – lo specchio sotto la grande tettoia

In questo il Padiglione Russia si distingue per l’ospitalità verso i visitatori perché non si limita a far assaggiare qualcosa della propria cultura gastronomica, ma organizza spesso incontri di gusto con altre nazioni dai sapori lontani, come di recente è stato fatto con l’Angola.

La suggestione delle grandi distese del paesaggio sovietico, i suoi spazi aperti e le sue foreste influenzano anche il modo in cui il padiglione è stato concepito dall’architetto Sergey Tchoban, e la struttura è costruita con l’impiego di materiali ecologici. Una ulteriore riflessione sull’ecosostenibilità è presente in ogni area espositiva nella necessità di adeguarsi nel modello al bosco, all’economia delle sue risorse.

Padiglione Russia- la sala reception- ph. Roland Halbe (1)Padiglione Russia Expo 2015 – la sala reception- ph. Roland Halbe

La Russia è orgogliosa di aver partecipato dal 1851 ad ogni Esposizione Internazionale, presentandosi come una potenza mondiale in ogni campo produttivo proposto nelle Expo. In questo caso dichiara ancora una volta come la cultura del cibo, e la biodiversità nelle colture e nel paesaggio, siano elementi imprescindibili dal carattere nazionale.

Il padiglione russo. ph Alexey Naroditskiy (1)Il padiglione russo dal decumano, ph Alexey Naroditskiy

Ci colpisce particolarmente l’inclinazione al design considerato in ognuna di quelle occasioni e a Rho nel 2015, una priorità. Sergey Tchoban, fondatore dello studio Speech, in collaborazione con Alexei Ilyin e Marina Kuznetskaya, ha cercato di rispondere a tre principi per l’ideazione del padiglione: rappresentare la Russia come un grande Paese, rispettare il motto di Expo “nutrire il pianeta”, ed interrogarsi quindi su come la nazione possa rispondere con azioni concrete, ed infine onorare la tradizione dei padiglioni alle Expo passate, sempre interpretati dai maggiori esponenti dell’architettura di Russia. Quegli esemplari, come questo, sono stati tutti pezzi unici votati al dinamismo della forma e molto attenti alla definizione della struttura nell’ingresso principale.

Gli esempi forniti dai padiglioni storici ricordano che sempre e sempre sarà una “concezione minimalista, dalla volontà di seguire forme e volumi particolari, proiettati in avanti”, a guidare il progetto. Oggi il team di architetti continua a lavorare su quei principi cercando di coniugare la forma tradizionale alle più recenti innovazioni tecnologiche, usando il linguaggio dell’architettura contemporanea.

Padiglione Russia- la terrazza spettacolare (1)Padiglione Russia- la terrazza spettacolare al tramonto

Lo sviluppo del progetto era condizionato dalla conformazione irregolare del terreno e dalla forma a L lasciata dai padiglioni limitrofi, inoltre è stato imposto che la struttura non superasse i dodici metri in altezza, diciassette in un solo punto: anche per queste ragioni si è puntato sull’attrazione della facciata principale. Il risultato è un “parallelepipedo proteso in avanti”, con quella lunga tettoia che copre e custodisce la zona pedonale prima della porta di ingresso all’interno vero e proprio. Questa struttura è lunga ben trenta metri e presenta una forma convessa, donando la cifra stilistica della sua architettura mediante una silhouette riconoscibile da lontano, che la distingue dagli altri padiglioni di Expo 2015. All’interno è rivestita di acciaio inossidabile che protegge dal sole estivo e attira i visitatori che possono fotografare la loro presenza specchiata in alto, mentre riflette la luce dei lampioni nelle ore serali. Ci troviamo di fronte una struttura estremamente solida anche se dinamica , con un ingresso aperto sormontato dall’elemento principale che si sviluppa in altezza, e riflette la figura dei visitatori in arrivo. Molto più di una tettoria o di uno specchio, sembra avviluppare chi inizia a partecipare all’esperienza della cultura russa del cibo, che può osservare la propria immagine e ritrovarsi da subito consapevole di aver varcato una soglia pur trovandosi all’aperto, già all’interno dello spazio espositivo dedicato alla Federazione Russa.

Padiglione Russia- dietro al bancone per le degustazioni (1)Padiglione Russia Expo 2015 – dietro al bancone per le degustazioni

Il materiale principe della Russia e del suo padiglione è il legno, ecologico ma soprattutto tradizionale: è fondamentale nel rivestimento dell’esterno e costituisce integralmente il primo piano, domina poi ovunque dalla sala di ingresso e reception, ai mobili e alle rifiniture. Fondamentale anche il vetro, presente come parete nel piano terra dell’edificio, permettendo quindi una comunicazione fluida tra l’interno e l’esterno.

L’intento di favorire la socialità e attrarre in senso scenografico l’ospite si rivela nella terrazza fruibile al pubblico e posta sopra la tettoia; da quel punto si può godere di un’invidiabile vista dall’alto di tutta l’Expo 2015. Il profilo dell’intera struttura vuole ricordare inoltre il paesaggio russo delle sue vallate, nell’aspetto dell’irregolare e dal leggero pendio.

Padiglione Russia- il bancone per le degustazioni di bevande (1)Expo 2015 Padiglione Russia- il bancone per le degustazioni di bevande

Il team di architetti spiega come le componenti della costruzione siano facili da assemblare, ma non sappiamo cosa si intenda in futuro fare di quel materiale una volta smontato il padiglione. In tema di l’ecosostenibilità possiamo dire che la soluzione innovativa ma minimalista e semplice della terrazza, con le soluzioni plastiche ricavate in legno, si coniuga alla necessità di risparmio delle risorse, legato ancora al tema della sicurezza alimentare nel futuro, utilizzando quindi ciò di cui il territorio può offrire in abbondanza, e restando in linea con la tradizione architettonica della Federazione.

All’ingresso vediamo subito esposto, come un gioiello nazionale in teche in vetro, il grano russo nelle sue diverse tipologie. Prodotto molto richiesto sul mercato mondiale e principale coltura della Federazione, rappresenta un record nelle esportazioni internazionali: ogni anno 25-30 tonnellate che possono aumentare anche rispetto alla decisione di utilizzare la gran quantità del terre non coltivate e ampliare la cerchia dei paesi che si forniranno dalla Russia.

Padiglione Russia- particolare di un'affiche sovietica (1)Expo 2015 Padiglione Russia- particolare di un’affiche sovietica

Proprio la grande estensione del territorio sovietico con le sue risorse naturali, ricordiamo che possiede un quinto delle riserve d’acqua dolce mondiale, e la sua tradizione agricola, entrano a pieno titolo nel concetto di food security, dato che con queste caratteristiche è presentata come nazione cardine nella risoluzione del problema futuro di “nutrire il pianeta“, in vista dell’aumento della popolazione mondiale e del conseguente bisogno di beni primari. La Russia potrà essere capace di provvedere al fabbisogno interno ed esportare la rimanenza in primis del grano, fornire quindi cibo alla popolazione mondiale delle generazioni future: l’impegno starà nell’aumento ( si parla di raddoppio), della produzione nonostante l’inarrestabile diminuzione delle risorse mondiali, aumentando invece le zone agricole mediante nuove bonifiche e allo sviluppo di innovative tecnologie agricole, partendo già dal controllo di un decimo della superficie coltivabile mondiale.

padiglione-russia-expo-2015-milanoPadiglione Russia Expo 2015 Milano

 

All’interno nelle prime sale l’edutainment è diviso in due zone. In una zona troviamo i due grandi banconi per le degustazioni continue, e alle loro spalle: per il bancone delle bevande nella prima sala un decorativo e immaginario, complesso alambicco; per quello delle pietanze installazioni video sulle diverse regioni, genius loci gastronomici della Federazione, con un esempio nella sua interezza di ciò che viene servito porzionato. Le pareti sono invece interessate ad altre installazioni video che raccontano un altro tema fondante come il contributo al progresso di alcuni scienziati russi, le cui scoperte furono utili nello sviluppo dell’agricoltura e della food security e nutrizione per l’intera comunità internazionale. Parliamo di Nikolai Vavilov, genetista, botanico e agronomo, che condusse importanti studi sulla biodiversità e la classificazione vegetale, Dmitri Mendeleev, chimico creatore della tavola periodica degli elementi, Vladimir Vernadsky, mineralogista e geochimico, geologo e agrobiologo, padre delle teorie sulla biosfera e noosfera.

Padiglione Russia- alcune opere d'arte all'interno (1)Padiglione Russia Expo 2015 – alcune opere d’arte all’interno

La sezione espositiva del piano superiore esplora il cibo e la sua storia recente nella cultura e nell’arte russe, partendo dal ventesimo secolo. Notiamo le affiches del periodo sovietico quando il potere politico usò i piatti e i prodotti alimentari come strumento di propaganda per dimostrare la cura estrema dello stato verso il bene del popolo. Pubblicità, illustrazioni per riviste ed etichette crearono un’estetica standardizzata ed estetizzante della dieta russa, intesa come sana e “patriottica”. Nella successiva grande sala alcune opere di artisti contemporanei giocano con il tema del cibo nell’esposizione “Russia. Pane. Sale”. In particolare Elena Kitayeva realizza busti in un materiale bianco lucido dedicati a donne designer russe: su di essi applica un texture colorata formata dalla ripetizione di motivi presi dall’arte sovietica del secolo scorso, ad esempio su un busto notiamo “Donna con rastrello” di Kazimir Malevic. Dove la donna prima era una semplice lavoratrice della terra ora si celebra la sua creatività, senza dimenticare la sua fatica nella storia dell’industrializzazione russa, ripensando all’epoca in cui gli artisti creavano anche tessuti da indossare.

Michela Ongaretti