Enzo Cannaviello e Günter Brus

L’identità di un gallerista nel sistema dell’arte contemporanea, a Milano. Intervista ad Enzo Cannaviello

Milano si sa non è una città fatta solo dai milanesi, anzi la sua forza si basa anche sui talenti che sono stati accolti da fuori, e che l’hanno conformata nel suo primato italiano nell’ambito dell’arte e della cultura, della moda e del design. Enzo Cannaviello fa parte di questi.

Uno dei galleristi storici italiani, protagonista del sistema dell’arte dagli anni sessanta, il suo percorso di scopritore di artisti in seguito affermati è stato testimone di diversi cambi di sede e di scenario nella nostra penisola, con un’identità forte costruita e mantenuta nel tempo.

 

Ritratto di Enzo Cannaviello

Un ritratto di Enzo Cannaviello nella galleria di Piazzetta Bossi a Milano, ph. Sofia Obracaj

 

Partito da Capua con la mostra Ricognizione ‘68 presentata da Achille Bonito Oliva, al suo debutto di curatore, con Lucio Amelio aprì a Caserta la prima galleria Oggetto dove espose Mimmo Paladino per la prima e seconda personale. Dopo sei anni intensi nella capitale, agitando pubblico e critica intorno alla Transavanguardia, è sbarcato a Milano nel 1978 con la prima sede in piazza Beccaria da dove promosse primo in Italia il Neoespressionismo Tedesco, poi in via Cusani per passare in via Stoppani a Porta Venezia. Da alcuni anni lo possiamo incontrare, con un nuovo impulso verso l’arte giovane, in Piazzetta Bossi, sempre nel cuore storico della città.

Dopo la visita alla mostra di Martin Disler ho voluto intervistare Enzo Cannaviello per conoscere meglio la visione e gli intenti di chi ha visto da dentro il mondo dell’arte contemporanea degli ultimi quarant’anni con i suoi slanci e le sue crisi, la sua percezione nel gusto dei collezionisti, operando scelte spesso lungimiranti, sempre riconoscibili.

Se la maggior parte degli approfondimenti di Artscore si cala nei panni vista di chi produce arte, oggi indossa un paio di occhiali diverso, quello di chi promuove e vede circolare quel talento.

 

Intervista ad Enzo Cannaviello. Foto storiche in galleria

Intervista ad Enzo Cannaviello, foto delle collaborazioni storiche del gallerista. In alto si nota Martin Disler, ph. Sofia Obracaj

 

Vorrei partire dall’inizio della sua carriera, ricordandone le prime tappe

Entrai nel mondo delle gallerie quando moglie si dilettava di pittura e la mia prima fu a Caserta con Amelio prima di Roma, dove inventai una strada di editoria artistica con Ellegi Edizioni,di cui ero amministratore delegato. Era per me un periodo di formazione, mi piaceva fare molte cose. Poi aprii la prima galleria, c’erano nove soci e si chiamava Seconda Scala perchè era la seconda scala nel cortile del un palazzo del Teatro Argentina, iniziai da direttore e dopo due o tre anni mi misi in proprio.

Trattava artisti della transavanguardia?

Si pensi che ho fatto la prima mostra di Fabio Mauri, che ora è molto quotato, Bernar Venet, Giosetta Fioroni e altri artisti importanti che allora ovviamente non erano famosi.

Da Caserta a Roma, ma il salto di qualità vero e proprio è avvenuto nella terza galleria a Milano, che prende il nome ufficiale di Studio d’Arte Cannaviello nell’anno artistico 1977-78.

Io non ho mai fatto questo lavoro per guadagno ma a Roma purtroppo il mercato era davvero carente, Seconda Scala crebbe con un programma molto importante ma ero costretto a venire una volta al mese a Milano per vendere delle opere, perciò decisi di trasferirmi.

 

Enzo cannaviello e Mimmo Paladino nello studio dell'artista

Enzo Cannaviello posa con Mimmo Paladino. Tra le foto storiche sulla parete della galleria odierna di Milano, ph. Sofia Obracaj

 

Il mercato a Roma non funzionava perchè la città era troppo “ministeriale”?

Roma non era sostenibile come mercato e tutt’ora non lo è. Non c’è un professionismo nel collezionismo, si compra per altri motivi fuori dal piacere dell’arte, per amicizia, o perché il quadro piace all’amante… quindi nelle case ci sono opere ma solo per caso fortuito.

A Milano già nel 78 avvenne l’incontro con l’espressionismo tedesco?

Fu un’ulteriore svolta nel mio lavoro. Accadde un fatto celebre che già raccontai in altre interviste: un giorno venne un’artista da Berlino, Hella Monterossa. Allora ci si chiedeva sempre cosa potesse succedere in quella città divisa dal Muro quindi mi informai e lei mi parlò di un gruppo autogestito di artisti berlinesi chiamati Neue Wilden, cioè Nuovi Selvaggi, che facevano una pittura violenta con colori accesi, una specie di nuovi Fauve. Mi incuriosì moltissimo perchè si proveniva da un periodo dove tutto era concettuale: questa pittura così violenta era una rivoluzione io presi subito l’aereo per scovare questo filone che mi accompagnò fino alla poco anni fa.

Martin Disler rappresenta la componente svizzera, questo Neoespressionismo non era chiuso alla Germania ma di tutta l’area germanofona, di cui la componente austriaca era molto forte con Nitsch, Maria Lassnig, Günter Brus. Ho seguito loro prevalentemente, ma non unicamente, infatti ho trattato artisti italiani come Pizzi Cannella, Nunzio, Rotella, Boatti.

 

Martin Disler tra gli artisti di Cannaviello a Milano

Tra le foto storiche del gallerista Enzo Cannaviello a Milano, le sculture di Martin Disler, ph. Sofia Obracaj

 

Lei portò a Milano Hermann Nitsch. Cosa accadde e come reagì il pubblico?

Con Nitsch in via Stoppani ci fu solo la performance di inaugurazione. C’erano tre tavoli grandi su cui era apparecchiato di tutto, frutta pesci, viscere di animali..lui girava tra questi e impastava questi elementi..era di una violenza fortissima! A intervalli regolari suonava un gong per il quale avevamo dovuto affittare una scala. Hanno fatto anche un film che però non rende al massimo l’idea. Lui ha sempre avuto successo infatti c’era molta gente.

Ad attività performative magari discusse ne conseguì un interessamento di critici e curatori verso la galleria?

Le avanguardie sono sempre dure da digerire. Oggi vedendo è più facile interessarsene perché è già quasi storia ma allora era molto difficile, però c’era un’attenzione maggiore di oggi. A parte l’aspetto venale del collezionismo, c’era più partecipazione del pubblico.

 

Una foto storica di hermann Nisch nella galleria di Cannaviello in via Cusani

Una foto ritrae Hermann Nitsch nello Studio d’Arte Cannaviello in via Cusani a Milano. ph. Sofia Obracaj

 

E’ cambiato anche il collezionismo?

Si, è speculativo. All’epoca si discuteva nelle gallerie non si trattava nelle fiere. Il collezionista si sedeva di fronte al gallerista che spiegava la mostra dell’artista, gli andamenti del mercato ma era un discussione con una componente culturale, indispensabile anche per vendere..lo dice un gallerista e un mercante! Oggi si contano molte aste e fiere, vi si va per vedere i prezzi e le confrontarli tra le opere, è un fatto meramente economico a cui ho deciso di non partecipare da cinque anni. Si abitua lo spettatore a ragionare in termini economici e non in termini culturali, cosa che io voglio continuare a fare.

 

Enzo Cannaviello e Günter Brus

Enzo Cannaviello e Günter Brus a Milano in via Cusani, foto storiche in galleria, ph. Sofia Obracaj

 

Qual è l’identità che la sua galleria mantiene?

E’ quella di scoprire dei talenti, portarli nel mercato e farli crescere.  La mia predilezione riguarda la manualità, praticamente un’opera fatta al computer o filmica a me non interessa perchè c’è il mezzo meccanico, anche se il mezzo meccanico può essere manipolato dall’artista, devo notare un effetto estetico. Non rinuncio all’estetica. Nelle mie scelte artistiche negli anni c’è una continuità: ho fatto sempre arte contemporanea prediligendo sempre la manualità e la ricerca, naturalmente. Ci sono molti giovani oggi, ma l’artista deve inventare un nuovo linguaggio, e se non è così non li seguo.

Per estetica non intende ciò che è formalmente gradevole…

No. E’ un’estetica contemporanea, quella aderente ai tempi nei quali vive l’opera, però sempre unita a questa manualità che sottintende tutte le opere memorabili dei grandi artisti. Se noi prendiamo la graduatoria internazionale Kunstkompass, stilata ogni anno dalla rivista Manager Magazine noi troviamo  ai primi dieci posti tutti grandi pittori come Gerhard Richter, Simon Faulkner, Peter Doig, David Hockney perché la manualità è insostituibile nell’opera d’arte come è insostituibile in altri campi e resterà, come si può scrivere un buon romanzo senza conoscere le regole della grammatica e della sintassi? Faccio un altro esempio: quando ci fu l’avvento del cinema esso riuscì a soppiantare il teatro? No,il teatro è vivo e vegeto. Così la tecnologia che oggi è prevalente oggi nel campo dell’arte, non può e non deve soppiantare l’arte, che comunque segue la sua evoluzione.

 

Arte contemporanea di Cannaviello a Milano,un dipinto Arnulf Rainer

Un dipinto su fotografia del 1989 di Arnulf Rainer, tra gli artisti dello Studio d’Arte Cannaviello a Milano, ph Sofia Obracaj

 

Secondo lei stiamo assistendo ad una rinascita del figurativo?

Penso di no in questo momento ma in realtà non ha mai smesso di esserci; nel senso tradizionale del termine non funziona. Oggi si può fare arte figurativa estremamente all’avanguardia, prendiamo ad esempio sempre Richter come massimo esponente, non può essere più figurativo di così con quella luce data dal lume di candela.. però sono quadri contemporanei perché è il taglio contemporaneo, che deve essere innovativo del linguaggio comprendendo o meno la figurazione.

A quale o quali artisti è particolarmente affezionato, per lei particolarmente importante.

Mimmo Paladino in assoluto al di là del discorso di mercato, anche per suo valore culturale. Tra coloro scoperti poi esposti a Milano Martin Disler, la mostra di dicembre era un richiamo nel tempo della lunga collaborazione, con opere solo su carta. Anche con Bernd Zimmer c’è stato un sodalizio molto antico, ora docente all’accademia di Monaco. In generale molti tedeschi.

 

Ritratto di Enzo Cannaviello, alle spalle un dipinto di Bernd Zimmer

Intervista ad Enzo Cannaviello. Ritratto in galleria con un dipinto di Bernd Zimmer sullo sfondo, ph. Sofia Obracaj

 

Una sua impressione di Milano

ll trasferimento fu un’avventura e non conoscevo nessuno, ma Milano mi ha accolto a braccia aperte. La prima mostra fu quella di Urs Lüthi, caposcuola della body art, in Piazza Beccaria: vennero 500-600 persone e questo mi convinse ancor più che Milano è davvero la capitale dell’arte (anche per la moda e il design), Milano domina tutte le altre città, Torino la segue ma viene molto dopo. Uno sconosciuto arrivato all’improvviso viene accolto immediatamente. Certo con un progetto ambizioso, anche se poi questo progetto bisogna farlo conoscere alla gente, e non è facile.

Ci sono casi nei quali non fu capito dal pubblico?

Accadde per Sigmar Polke che oggi è il numero due al mondo dopo Gerhard Richter, ma questo capita spesso nella storia dell’arte. Sono andato a vedere la retrospettiva a Palazzo Grassi a Venezia, notare che nel suo curriculum in Italia c’è solo la mia galleria mi dovrebbe rendere felice invece non lo sono, è molto grave per il nostro paese.

Ci sono altri esempi pensando agli esponenti dell’espressionismo tedesco: è difficile farli apprezzare da pubblico italiano abituato all’eleganza formale mentre il tedesco è abituato all’impeto alla passione alla forza della pittura. Sono due concetti diversi.

 

Arte Contemporanea di Cannaviello, Urs Lüthi, Autoritratto, 1972

Tra gli artsti di Cannaviello, Urs Lüthi, Autoritratto, 1972

 

Dal punto di vista del mercato..è cambiata molto Milano in questi anni immagino

Come ho già detto è il proliferare recente delle fiere e delle aste, è così da così da al massimo venti-trent’anni ,che ha fatto cambiare la mentalità..cioè oggi l’arte viene ascoltata con le orecchie e non con vista con gli occhi, si considera bravo che economicamente valido, ma fra dieci o solo cinque anni le cose cambiano.

Io credo che il collezionista debba scegliere secondo la propria cultura e la propria sensibilità, e conta molto l’interlocutore e il luogo dove andrà l’opera.

Anche i grandi artisti sono stati emergenti. Rispetto a coloro che ha conosciuto in cosa è diverso il giovane artista di oggi?

Io sono un sessantottino e all’inizio degli anni settanta il fattore economico incideva poco a dispetto di oggi, si pensava a lavorare senza essere ossessionati troppo dal ricavo. Oggi purtroppo tutta la nostra società è piuttosto arrivista, si vuole arrivare subito non sapendo più aspettare, e allo stesso modo porta gli artisti a seguire questo atteggiamento.

 

Bernd Zimmer, 2012 in galleria da Cannaviello

Intervista al gallerista Enzo Cannaviello. Tra i dipinti a Milano, B. Zimmer, Reflexion Waldsee, 2012.

 

Forse perchè nel 1970 loro avevano qualcuno con una professionalità precisa e solida ad accompagnarli nel loro percorso, come i galleristi non solo interessati alle quotazioni.

E’ vero, in questo modo potevano dedicarsi al massimo nella loro ricerca, erano liberi di pensare solamente a dipingere. Oggi spesso sono anche manager di loro stessi e questo non è funzionale nel sistema. Vale ancora la pena affidarsi ad una galleria che sappia promuovere, il suo ruolo è insostituibile. A chi pensa che non serva più rispondo che non si limita a vendere un”prodotto”, ma fanno cultura con un programma e una selezione per i collezionisti che amano davvero l’arte. Un dipinto non è una merce, per questo non condivido l’intento di un Affordable Art Fair che definisce le opere partecipanti secondo il criterio di stare sotto ad una certa cifra, al di là della qualità delle opere.

 

 

a Milano presso lo Studio d'Arte Cannaviello

Intervista ad Enzo Cannaviello. L’identità di un gallerista attraverso le foto che ripercorrono la sua carriera a Milano, ph. Sofia Obracaj

 

Cosa insegna la storia di Enzo Cannaviello ai giovani galleristi?

Che è le mode sono passeggere e si sbaglia ad affidarsi a quelle. L’insegnamento che mi sento di dare è di pensare con la propria testa, inoltre frequentare i luoghi giusti perché la formazione culturale che uno ha la riceve dai luoghi dai nomi, dalle gallerie e dalle mostre pubbliche giusti.

Michela Ongaretti

Mallarmé, Broodthaers e Pichler

Modernità dopo la modernità. Michalis Pichler si appropria di Mallarmé

Modernità dopo la modernità. Michalis Pichler si appropria di Mallarmé

Le parole sono una mia ossessione, e ultimamente mi capita spesso di vedere come entrino a pieno titolo nel gioco dell’arte.

Il 14 dicembre ho visitato lo spazio di via Lazzaretto 15 a Milano che ospita Kunstverein per la prima personale italiana dell’artista tedesco Michalis Pichler, dal titolo Exposition Littéraire autour de Mallarmé. Quello che scopro qui è proprio la presenza di parole e versi a dare forma a manufatti che si costruiscono attraverso la morfologia dei primi, per farci entrare in un universo dove le parole stesse lasciano la loro impronta per diventare altro da sé.

 

Mallarmé, Broodthaers e Pichler

Mallarmé, Broodthaers e Pichler

 

Fino al 28 gennaio, con una pausa natalizia dal 23 dicembre all’8 gennaio, sarà possibile entrare nell’atmosfera raccolta e riflessiva dell’ultima fase di ricerca artistica di Michalis Pichler dove il termine chiave per comprendere il senso complessivo è “appropriazione”, come mi spiega Andrea Wiarda, una delle curatrici del progetto europeo dedicato all’arte contemporanea Kunstverein.

 

Andrea Wiarda di Kunstwerein parla dell'opera di Pichler

Andrea Wiarda di Kunstverein parla dell’opera di Pichler

 

Pichler, Broodthaers e Mallarmé

Pichler, Broodthaers e Mallarmé

 

Già, perché parliamo di rilettura formale o conversione dello stile in partitura grafica di Un coup des dés jamais n’abolira le hasard. POÈME, esempio di una rivoluzione che fu soprattutto letteraria, come vediamo dalle note originali di Mallarmé sul testo prima della pubblicazione del 1897 su Cosmopolis, dove il poeta richiedeva un layout preciso, come le parole poetiche dovevano essere disposte in stampa, leggibili dall’alto verso il basso ma anche orizzontalmente. Quella scrittura d’avanguardia è interpretata in senso materiale prendendo in considerazione lo spazio occupato dai gruppi di parole, i versi, già da un altro artista, Marcel Broodthaers, nel 1969, quando espose al Wide Space di Anversa Un coup des dés jamais n’abolira le hasard. IMAGE.

 

Un coup des dès jamais aboliras le hazard, SCULPTURE. Opera di Michalis Pichler del 2008

Un coup des dés jamais n’abolira le hazard, SCULPTURE. Opera di Michalis Pichler del 2008

 

Da questa operazione parte il discorso di Pichler. Come leggiamo nelle sue Dichiarazioni sull’Appropriazione infatti “nel citare, imitare, trasporre, riecheggiare, c’è altrettanta imprevedibile originalità che nell’inventare”, e qui la rielaborazione di una prima appropriazione del testo mallarmiano utilizza lo stesso processo su differenti media e discipline. Le parole cambiano negandosi su carta, vetro, in musica, nel cinema o nell’opera editoriale.

Pichler, la copertina dell'opera

Michalis Pichler, la copertina dell’opera

 

Appoggiato su un tavolo del loft c’è Un coup des dés jamais n’abolira le hasard. SCULTURE: sono tanti fogli di cartoncino quante le pagine della poesia, la disposizione tipografica è fedele a quella originale ma al posto delle parole ci sono dei tagli eseguiti al laser. Pendenti dal soffitto vediamo invece delle lastre di vetro, sempre corrispondenti alle diverse pagine, con incisioni satinate nel luogo dei versi, attraversabile e liberamente “sfogliabile” come testo di una “leggibilità senza significato” secondo le teorie di Jacques Derrida.

 

Un momento durante l'inaugurazione della mostra di Pichler presso Il Lazzaretto

Un momento durante l’inaugurazione della mostra di Pichler presso Il Lazzaretto

 

Mallarmé non c’è eppure resta, non è più quel testo perché Pichler se n’è appropriato, fagocitato quello l’artista mostra senza filtri la sua visione, che inglobato il senso del contenuto lascia a noi il suo odore, la sua eredità è trasmessa mediante il senso dell’assenza dell’originale e la presenza viva per ciò che ne resta, filtrata da una seconda, anzi una terza mente.

 

Michalis Ichler durante Miss Read a Berlino

Michalis Pichler durante la manifestazione da lui organizzata a Berlino, Miss Read: the Berlin Art Book Fair.

 

Pichler si richiama apertamente all’esperimento di Broodthaers in Belgio declinando sulle diverse discipline scelte il titolo di quella, citando e facendo propria un’esperienza di rilettura e trasformazione nata dalla rivoluzione di una rivoluzione. Il dialogo che idealmente Pichler porta avanti attraversa quindi le generazioni artistiche e travalica il senso del pezzo unico originale per espandere quello del lascito letterario attraverso la concettualizzazione riproducibile, trascende la sua matericità perché sceglie sì di ripetersi su diversi media: carta o vetro per restare in una resa vicina alla scultura dove però protagonista non è il gesto che nega parti di testo per lasciarlo vivere in differente maniera nella mutilazione, come avvenne in Italia con Isgrò, ma continua attraverso la musica e la teatralizzazione di un’ossessione quale è il collezionismo.

 

Un coup des Dés jamais aboliras le Hasard.SCULTURE, la scultura in vetro di Michalis Pichler al Lazzaretto di Milano

Un coup des dés jamais n’abolira le hazard. SCULTURE, la scultura in vetro di Michalis Pichler al Lazzaretto di Milano

 

Per quanto riguarda la musica è a disposizione nella sala una pianola che tutti possono suonare, basta azionare col pedale il movimento di un tracker roll di 288 millimetri sempre costruito con lo spazio vuoto dei tagli sui versi di Mallarmé. Ecco come un pensiero trasportato a noi grazie alla letteratura continua a sopravvivere diventando altro, genera un contenuto grazie alla sua forma, e quel contenuto si è liberamente spostato da un campo disciplinare all’altro.

 

M. Pichler, Un coup de dès musique, la pianola che "suona" Mallarmé, ph. Massimo Monnecchi

M. Pichler, Un coup de dés..MUSIQUE, la pianola che “suona” Mallarmé, ph. Massimo Monnecchi

 

Sopra una gradinata lignea, utile ad accogliere persone sedute per delle performance nello spazio, troviamo invece la collezione dell’artista di opere editoriali sull’opera iconica di Mallarmé, edizioni storiche o contemporanee ed interventi artistici intesi come “appropriazioni”, partendo da Cosmopolis a Un coup des dés jamais aboliras le Hasard. IMAGE, la ripresa di Mallarmé secondo Broodthaers in tre variazioni, sostituendo interamente le parole con strisce nere. Parliamo di autori come Jérémie Bennequin, Bernand Chiavelli, Jim Clinefelter, Mario Diacono, Cerith Wyn Evans, Ernest Fraenkel, Elsworth Kelly, Michael Maranda, Guido Molinari, Aurelie Noury e Eric Zboya. Ci sono poi pubblicazioni dove si legge “Coup des Des” in copertina senza riferimento esplicito al poeta francese, varia et memorabilia di una collezione sempre in-progress.

 

Un pezzo della collezione Un coup des...

Un pezzo della collezione Un coup des…

 

Quest’ area si configura come un’installazione spaziale, che rafforza l’idea di riappropriazione come processo inglobante, che tiene conto di uno storico nella diffusione del poeta e delle sue successive manipolazioni, a confermare l’ultimo postulato delle “Dichiarazioni” scritto e rilasciate per i visitatori in mostra, secondo cui “nessun poeta, nessun artista di nessun’arte, preso per sé solo, ha un significato compiuto”.

 

Aperto e chiuso. Un coup des dés jamais n'abolira le hazard. SCULPTURE

Aperto e chiuso. Un coup des dés jamais n’abolira le hazard. SCULPTURE

 

 Altre edizioni sono esposte in un angolo di lettura de Il lazzaretto, questi testi fanno tutti parte dei “greatest hits“, ovvero per Pichler la tecnica di parafrasare un predecessore storico o contemporaneo specifico nel titolo, nello stile e/o nel contenuto: tra di essi notiamo oltre a Broodthaers, Baudelaire, Mel Bochner, Ulises Carrion, Katsushika Hokusai, Stéphane Mallarmé, la Monsanto Company, Dante Gabriel Rossetti, Ed Ruscha, Seth Siegelaub, Gertrude Stein, Max Stirner e il New York Times.

 

Un coup des dèsjamais aboliras le hazard

Un coup des dés jamais n’abolira le hazard. Il testo originale

 

Come dicevo anche il cinema partecipa a questa appropriazione, e lo fa in maniera più esplicita, in linea con il principio del greatest hit. In un angolo della sala troviamo infatti un proiettore che manda in loop i fotogrammi di di due iniziali. Broodthaers realizzò su pellicola 35 millimetri il film “Une seconde d’Éternité”, dove apparivano le sue iniziali MB in 24 fotogrammi, per un secondo. Pichler si appropria di questo lavoro spostando gli stessi fotogrammi su una pellicola 8 millimetri: la durata è sempre di un secondo ma bastano 18 fotogrammi per riprodurre con la stessa scrittura di Broodthaers le iniziali MP, Michalis Pichler. Il greatest hit ha abolito la pancia e mostrato che “nel citare, imitare, trasporre, riecheggiare, c’è altrettanta imprevedibile originalità che nell’inventare”.

In mostra è presente anche il flipbook di Une seconde d’Éternité, realizzato dallo stesso Pichler e in vendita per sostenere le attività di Kunstverein Milano.

 

Un'immagine della collezione di Pichler

Un’immagine della collezione di Pichler

 

Michalis Pichler si è formato come scultore sul sito conservativo dell’Acropolis Monuments di Atene. Ha conseguito la laurea in Architettura alla Technical University di Berlino e si è diplomato in Belle Arti alla Art School Berlin-Weissensee. È co-fondatore e organizzatore di Miss Read: The Berlin Art Book Fair e di Conceptual Poetics Day. Lavora come artista concettuale, poeta, editore, sul confine immaginario tra arte visiva e letteratura. La monografia sul suo lavoro MICHALIS PICHLER: Thirteen years: The materialization of ideas è stata pubblicata nel 2015 per Printed Matter, Inc. in collaborazione con Spector Books.

Il Lazzaretto è una giovane e attiva Associazione Culturale  che ha come scopo principale quello di generare idee, aggregare persone e creare opportunità di lavoro in ambito culturale, la sua accogliente sede si trova al numero 15 di via Lazzaretto nel vivace quartiere di Porta venezia a Milano.

 

 

Il logo do Kunstwerein Milano

Il logo do Kunstverein Milano

 

Kunstverein significa in italiano “associazione d’arte” , il nome trae origine delle istituzioni nate nel diciannovesimo secolo  in Germania per sostenere  e diffondere l’arte coeva. E’ una piattaforma sperimentale nata nel 2010 in Germania come progetto di ricerca e produzione d’arte contemporanea; Kunstverein Milano è la sezione italiana di una rete internazionale di “Kunstvereins in franchise” con sede ad Amsterdam, New York e Toronto ed è diretto da Katia Anguelova, Alessandra Poggianti e Andrea Wiarda.

Kunstverein Milano si avvale di metodi non convenzionali per la presentazione dei linguaggi delle arti visive, nella ospitalità, nella produzione di mostre e nel modo di fare ricerca, collaborando con artisti, curatori e professionisti dell’ambito culturale, dando così il proprio contributo alla scena artistica italiana e internazionale. Funziona come uno spazio aperto, di dialogo e scambio, come meeting-point e screening-room, per artisti e pubblico. Concentra la propria ricerca material-semiotica a partire dalle pratiche artistiche, concependo lo spazio espositivo come itinerante. Senza scopo di lucro si avvale del supporto di persone private, aziende e istituzioni interessate a partecipare alla vita culturale supportando le attività di Kunstverein.

Per saperne di più vi invito a consultare il sito www.kunstverein.it

Michela Ongaretti