Opere di Adel Abdessem ed El Anatsui

La Terra Inquieta. In Triennale il Linguaggio dell’arte e della crisi.

L’inaugurazione della grande mostra “La Terra Inquieta” in Triennale, ideata e curata da Massimiliano Gioni, promossa da Fondazione Nicola Trussardi e Fondazione Triennale di Milano, ha generato alcune polemiche e continuerà a far discutere. C’è tempo fino al 20 agosto per una visita senza dubbio consigliata e che non lascerà indifferenti, sia per i contenuti che per il linguaggio usato.

 

Yto Barrada, Couronne d'Oxalis

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. In Triennale a Milano Yto Barrada, Couronne d’Oxalis ,Courtesy Yto Barrada and Sfeir Semler Gallery

 

L’arte non è cronaca. L’arte non è per forza politica. L’artista è libero per natura di esprimere dissenso o partecipazione, ma noi non crediamo si possa pretendere dall’arte delle risposte precise o l’adesione ad un programma politico in senso pragmatico.

Sicuramente l’intento della Fondazione Trussardi di “mettere al centro della propria missione il presente in tutte le sue accezioni” non poteva esimersi di trattare un tema scottante come quello della migrazione e la crisi dei rifugiati. Riflettere su questo argomento in termini artistici significa per forza prendere una posizione, partire da un punto di vista personale, perché gli artisti sono persone con una storia di vita e un’origine, persone che vivono il presente in quanto territorio instabile, dove la globalizzazione è senza dubbio motivo di crisi, di cambiamento e non sempre esperienza di progresso.

 

Francis Alÿs, frame dall'installazione Don't Cross the Bridge Before You Get to the River

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Francis Alÿs, frame dall’installazione Don’t Cross the Bridge Before You Get to the River, realizzata in collaborazione con Julien Devaux, Felix Blume, Ivan Boccara, Abbas Benheim, Fundación NMAC Montenmedio Arte Contemporáneo, e i bambini di Tangeri e Tarifa.

 

Artscore ha partecipato alla presentazione istituzionale con il curatore e gli enti organizzatori, e ritiene questa mostra necessaria e straordinaria per il momento storico e per la visione dei suoi protagonisti. Noi lo possiamo dire perché l’abbiamo vista, ci siamo addentrati nelle sale dove sono presenti diversi linguaggi dell’arte contemporanea come l’installazione -soprattutto-, video, scultura e pittura, che confrontano la loro rappresentazione del tema con quella dei media. Non ci siamo fermati alla teoria della linea curatoriale, abbiamo visto le opere.

 

Terra inquieta tra i confini

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. In mostra in Triennale fino al 20 agosto

 

Ci sembra invece che l’articolo di Gemma Gaetani apparso sul quotidiano “La Verità” dal titolo “La mostra negazionista sugli arrivi” ragioni sul contenuto, e ancor meno sul linguaggio, del lavoro artistico. Non è la Triennale con questa esposizione il luogo adatto a fornire soluzioni politiche e pare chiarissimo a qualunque visitatore quanto l’immigrazione non sia affatto “meravigliosa”, quanto non siano affatto evitati lo schiavismo e lo stato di emergenza. Massimiliano Gioni ha sì espresso l’idea che “l’arte possa offrire nuovi chiavi interpretative per capire la realtà”, ma parliamo appunto di interpretazione soggettiva, che viene dalla visione personale dei sessantacinque artisti provenienti da vari paesi del mondo, ad esempio Albania, Algeria,Bangladesh, Egitto, Ghana, Iraq, Libano, Marocco, Siria e Turchia, toccati dal destino della migrazione, e le loro opere parlano di trasformazioni epocali viste da dentro, ragionando spesso con il linguaggio della metafora.

 

Opere di Adel Abdessem ed El Anatsui

La Terra inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Vista della sala con le opere di Adel Abdessem ed El Anatsui©Marco De Scalzi

 

Di altro tenore il pezzo su libero.it “Ma nel terzo millennio anche l’Occidente è una “Terra inquieta”, scritto da Luca Beatrice, critico d’arte e curatore di rilievo che spende parole più rispettose per l’impresa del collega Gioni, pur lamentandosi del fatto che lo sforzo sempre interpretativo sui “devastanti segnali” della disuguaglianza sul nostro pianeta, compresi “la (fallita) trasformazione globale, le guerre, l’immigrazione, la crisi dei rifugiati, gli esodi” si concentri su “quei territori solo apparentemente marginali, come la Siria o Lampedusa”.

 

Black Market, installazione di Pawel Althamer

La Terra Inquieta. Il Linguaggio dell’arte della crisi. Black Market, installazione scultorea di vari materiali di Pawel Althamer.

 

In effetti La Terra inquieta, il cui percorso occupa buona parte della Triennale, dalla galleria al piano terra fino al piano superiore, racconta l’instabilità focalizzandosi su una serie di nuclei geografici e tematici come il conflitto in Siria, lo stato di emergenza di Lampedusa, la vita nei campi profughi, la figura del nomade e dell’apolide. Non tocca la crisi delle grandi città occidentali nell’accoglienza dei migranti, questo è vero. Ma noi siamo ancora dell’idea che i linguaggi adottati siano il punto forte dell’esposizione, per chi anche se ora ha la fortuna di trovarsi rappresentato in una mostra istituzionale, ha vissuto sulla propria pelle uno spostamento traumatico che ora informa la sua opera. Sono tutti interventi che partono dalla soggettività, che vivono i fatti più che esporli.

 

Wafa Hourani, Qualandia 2087

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Wafa Hourani, Qualandia 2087

 

La narrazione è della crisi e ad essere messa in crisi è la sua stessa narrazione.

Ci sono opere che si avvicinano al reportage stravolgendolo, mescolando metafore visive a scene che testimoniano momenti reali, pensiamo alle installazioni su tre video di John Akomfrah e Isaac Julien, per alcuni i codici del documentario si fondono a quelli della letteratura e dell’autobiografia e della finzione, per questo conta di più il viaggio dell’arrivo. Inquieto è ciò che è instabile: nel momento più precario, quello in cui si sta cambiando la condizione, è visto dal punto di vista interiore.

 

Vista dell'installazione di John Akomfrah, Vertigo Sea

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Vertigo Sea di John Akomfrah, 2015. Installazione video su tre canali. Ph. Sofia Obracaj

 

Il linguaggio dell’arte contemporanea si confronta quindi per molti dei presenti con quello (sedicente) oggettivo dei mass media, utilizzando gli stessi strumenti per interrogarsi sulla funzione dell’artista nel testimoniare eventi traumatici, la sua responsabilità civile e sociale di fronte alla Storia. E’ interessante vedere nel centro della mostra il confronto con la documentazione d’inizio novecento, fotografie o riviste illustrate come la Domenica del Corriere, quando le notizie sull’immigrazione riguardavano cittadini italiani.  

 

Bouchra Khalili, The mapping Journey project

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Bouchra Khalili, The Mapping Journey Project

 

Bouchra Khalili è un’artista marocchina che con l’installazione video, The Mapping Journey Project permette di sentire dalle voci di chi è partito dall’Africa l’odissea dei suoi spostamenti in mare. E’ semplice nelle informazioni che vengono trasmesse, non c’è sentimentalismo né chi parla viene rappresentato come una vittima o giustifica con una tragedia la sua necessità di trasferirsi in Europa, il video segue il percorso che spiega le tappe e le persone che forniscono i documenti o l’imbarco sui diversi mezzi di trasporto. Sono storie vere che disarmano perché testimoniano una prassi.

Altri linguaggi sono invece stravolti in senso grottesco, come i disegni le animazioni su foto di Rokni Haerizadeh: la possibile cronaca diventa illustrazione mostruosa, rifiutando un estetizzazione e togliendo visibilità ai soggetti rappresentati, quell eccesso di visibilità dato dai media, per entrare nel sentimento vissuto in quelle immagini.

 

Illustrazione di La Terra Inquieta. Linguaggio dell'arte e della crisi. Illustrazione di Rokni Haerizadeh

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Illustrazione di Rokni Haerizadeh, particolare in mostra alla Triennale di Milano

 

Nella crisi globale è l’immagine stessa che si fa precaria, il linguaggio riflette questa non definizione di una struttura, come se fosse sempre in movimento tra diversi codici narrativi e disciplinari, mettendo in crisi il concetto stesso di verità come narrazione univoca, ed è la fruizione di questo meccanismo d’incertezza a rendere l’immagine “moving”, commovente secondo T. J. Demos nel suo The Migrant Image, studiato dal curatore Massimiliano Gioni.  Un esempio del rifiuto della voracità dei mezzi di comunicazione di massa, del diritto alla dignità dell’immagine con modalità nuove, sta anche nelle elisioni dei volti nei video di Mounira Al Solh; il passo è breve verso il diritto all’opacità,  per usare le parole di Édouard Glissant, il cui titolo di una raccolta poetica viene utilizzato come titolo della mostra, sfuggire alla rappresentazione costante e diretta dei rifugiati.

 

Corridoio di installazioni video in Triennale

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Installazioni video

 

La dignità dell’immagine si può tradurre in senso scultoreo nel recupero della tradizione solenne del monumento funebre: più o meno consapevolmente la scultura riprende la funzione memoriale, combinando riferimenti a quella civica del XIX secolo al minimalismo, restando però instabile e fragile nella sua struttura, non fosse altro che per il deterioramento dei materiali impiegati, come la Terra. Penso alla barca carica di rifiuti in mezzo alla sala del primo piano di Adel Abdessemed “Hope”, ma penso anche alle bandiere degli stati europei ricoperte di fango di Pravdoliub Ivanov proprio all’ingresso della mostra.

 

Adel Abdessemed, Hope

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. La scultura Hope di Adel Abdessemed, ph. Sofia Obracaj

 

Del movimento e delle migrazioni fanno parte anche le merci, anzi è molto più facile per gli oggetti superare confini geografici, politici, economici e persino ideologici. Un bene di consumo può essere trasformato a piacimento per essere usato worldwide: l’enfasi più chiara è per noi nella “tela” “New World Map” di  El Anatsui, un mosaico di lattine schiacciate intessute come un tappeto, a posizionarsi in una mappa mondiale sulle zone interessate alla sua presenza commerciale.

 

El Anatsui, New World Map

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. El Anatsui, New World Map in Triennale a Milano©Gianluca Di Ioia

 

Poiché però nella precarietà si vive, può esserci anche un messaggio più speranzoso nell’adattamento, come nel dipinto di Liu Xiaodong, associando una nuova lotta per la dignità alla struttura del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, con i volti degli immigrati residenti nel quartiere dell’artista. Oppure la figura dell’apolide può cercare comunque un’identità in uno stato, nell’unico territorio senza confini fisici come lo stato del Vaticano, che per noi è più semplicemente usato metafora del confine fittizio.

 

Un dipinto di Liu Xiadong in Triennale

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. La sala con il dipinto di Liu Xiaodong©Gianluca Di Ioia,La-Triennale.

 

Ci sono artisti che non abbiamo citato che presentano alla Triennale di Milano opere memorabili, potete avere l’idea politica che volete, ma farvi trasportare dall’inquietudine del loro linguaggio farà (com)muovere la vostra visione del mondo.

Da vedere per come l’arte nella precarietà, come condizione esistenziale universale, trasforma il linguaggio della modernità.

Michela Ongaretti

 

Il curatore de La terra Inquieta

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Massimiliano Gioni risponde ai giornalisti, ph. Sofia Obracaj

 

Video e scultura. La Terra Inquieta

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Video e sculture. Ph. Sofia Obracaj

 

Installazione de La Terra Inquieta

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Installazioni, ph. Sofia Obracaj

 

La terra Inquieta, sala della mostra

La Terra Inquieta. Linguaggio dell’arte e della crisi. Una sala della mostra, ph. Sofia Obracaj

 

Mirosław Bałka, disegno di Giovanni Manzoni Piazzalunga

Un corpo a misura del simbolo all’Hangar Bicocca. Crossover(s) di Mirosław Bałka

Mirosław Bałka. Questo nome val bene una visita al Pirelli Hangar Bicocca per la prima importante mostra retrospettiva dell’artista polacco: Crossover(s). E’ un viaggio di mente e corpo attraverso le navate di un tempio dell’arte contemporanea, tra sculture, installazioni e video realizzati dagli anni novanta ad oggi, con progetto espositivo site-specific e una nuova produzione video per l’occasione, a cura di Vicente Todolí e possibile fino al  30 luglio 2017.

 

Ritratto di Miroslaw Balka per Artscore.it

Un corpo a misura di simbolo. Mirosław Bałka, disegno di Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Scostate le tende ci lasciamo immergere dal buio. Serve del tempo per adattare la vista, e in questa condizione cambia la percezione del nostro corpo nello spazio, gli altri sensi concorrono a guidarci.

Come in una processione sacra sappiamo già che ci fermeremo in diciotto stazioni, ma quello che non avremmo immaginato è l’esperienza percettiva fin dal primo istante, la sensazione che la misura del corpo umano funga da lente di ingrandimento plastico sulla comprensione simbolica delle sculture monumentali.

 

Common Ground, Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, vista di Common Ground tra le navate dell’Hangar Bicocca

 

Per godere al meglio di questi stimoli è utile sapere fin dal principio che esiste un riferimento letterario, l’esistenzialismo di Samuel Beckett in primis, e biografico, forte in tutto il lavoro dell’artista polacco, ad accrescere e suggerire una riflessione sulla condizione umana che non nasconde i suoi lati più oscuri e indelebili. Tutta l’esposizione è in effetti un “crossover” tra elementi che appartengono alla dimensione o al vissuto individuale ed altri riferimenti ad episodi per come li ha consegnati la Storia, attraverso la memoria collettiva.

 

Wege zur Behandlung zum Schmerzen, Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Wege zur Behandlung von Schmerzen, 2011, Veduta dell’installazione, Four Domes Pavilion a Wroclaw, 2011 Courtesy dell’artista, ph. Lukasz Kropiowski

 

Eppure questo viaggio non procede con incedere grave e sofferente ma riesce ad incuriosire e persino a sorprendere incrociando la guida visiva attraverso l’esperienza dell’opera con tatto, olfatto e udito. Il percorso diviene ancora più immersivo per l’utilizzo dello spazio in tre dimensioni, altezza, lunghezza e profondità, per le opere che si possono trovare su pavimento, pareti o soffitto ( 15 x 22 x 19, hard skull) delle navate dell’Hangar.

Noi partiamo da un punto di vista privilegiato perché abbiamo potuto assistere alla visita “From one to infinite”, guidata dallo stesso artista e dal critico Julian Heynenche segue il suo lavoro da molti anni. Artscore vi racconta oggi la cronaca di questo viaggio con l’intenzione di invitare i suoi lettori a ripercorrerlo in libertà, con la conoscenza di base di alcuni dei principi informanti di alcune opere. Crossovers si configura come una preziosa retrospettiva, perciò si ricorda che ogni installazione ha avuto una genesi autonoma e una collocazione precedente in altri musei di arte contemporanea. In più l’ambiente dell’hangar ha favorito la presenza monumentale delle opere, la loro fruizione tridimensionale, nel loro apparire dal buio come epifanie fisiche e pesanti, come mammut del ventunesimo secolo, carichi di una condizione esistenziale senza tempo.  

 

Le installazioni di Miroslaw Balka To be e The Right Path

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, L’installazione To Be e sullo sfondo The right path, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

La condizione corporea riflette dunque una condizione esistenziale, ed è mediante l’attivazione di uno o più sensi che una scultura o un’installazione prende forma per portare l’osservatore ad una riflessione più ampia che coinvolga linguaggi o forme espressive molto differenti. Ma non solo, la figura umana è spesso rappresentata dalla sua misura; spesso i titoli delle sue opere riportano misurazioni reali, in centimetri, del corpo dell’artista. E’ questa per noi una cifra concettuale precisa, basterebbe questa considerazione per comprendere gran parte del senso della sua pratica artistica: tutto quello che viene prodotto nella sua arte è fatto con l’uomo e dall’uomo, ad esso si rivolge e su di di esso si interroga. In fondo la Storia è fatta dagli uomini con un pensiero che si traduce in azione, possibile solo in carne ed ossa, come carne ed ossa possono leggere il simbolo.

 

Common Ground, Balka all'Hangar Bicoccca

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka all’Hangar Bicocca, Common Ground, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

Il viaggio inizia dal buio per portarci verso il primo punto di luce corrispondente all’installazione Common Ground (2013-2016), un tappeto formato da 178 zerbini domestici che secondo le parole dell’artista ha una connotazione politica. L’evocazione è qui ad un rituale, come in tutte le altre “stazioni” del resto, quello di ripulire le scarpe prima di accedere ad uno spazio privato, ma ricorda anche l’interno di una moschea; è un luogo denso di individualità e di singole storie umane, i tappetini hanno infatti una straordinaria varietà anche nel livello di consunzione. Lo si percepisce subito come uno spazio invalicabile, un confine tra la dimensione esterna e interna, pubblica e privata che amplifica l’idea della possibile intromissione, del superamento di una soglia intima che accomuna tutti indipendentemente dalla cultura d’origine.

 

Soap Corridor (1995) Miroslaw Balka a Milano

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, Soap Corridor, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

Poco dopo siamo al cospetto della monumentalità incombente di Wege zur Behandlung von Schmerzen ( Percorsi per il Trattamento del Dolore, 2011) che in quanto scultura siamo invitati ad osservare girando attorno ad essa. La nostra azione mette a confronto l’opera precedente perchè se prima era necessario abbassare il capo ora dobbiamo volgerlo in alto per notare il getto di acqua di colore nero (qui l’ambiente non aiuta), associata all’eco che rimbomba altrettanto oscura. Una “anti-fontana” che ribalta il significato simbolico dell’acqua, nel suo rituale legato alla purificazione e alla guarigione del corpo, forse questa scultura è il punto più evidente di come la memoria collettiva del dolore diventi tema universale. Il suo trattamento consiste nella sua esplicitazione, sia se parliamo di un vissuto personale che di un evento sconvolgente nella Storia come l’Olocausto.

 

Wege zur Behandlung von Schmerzen (2011) di Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, Wege zur Behandlung von Schmerzen, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

Per un cittadino polacco il ricordo dell’incubo nazista è fisicamente presente in diversi luoghi, e spesso affiora per Mirosław Bałka, sempre attraverso una percezione fisica, sublimato in luogo metaforico descritto attraverso il corpo, con la sua intromissione sensoriale. Così interrompiamo il percorso logico della visita per arrivare subito a 250 x 750 x455, ø 41 x 41 /Zoo / T, installazione esposta per la prima volta nel 2007 all’Irish Museum of Modern Art di Dublino. Le misure del titolo e la struttura metallica ricordano un piccolo zoo che era stato costruito nel campo di sterminio di Treblinka, non lontano dall’abitazione di famiglia di Bałka.

 

250-x-700-x-455-ø-41-x-41-ZooT, di Miroslaw Balka

Mirosław Bałka, 250 x 700 x 455, ø 41 x 41/ Zoo/ T in occasione di “Nothere”, White Cube, Londra, 2008 Courtesy dell’artista e White Cube Photo Stephen White

 

L’artista dichiara l’assurdità di parlare sempre di numeri, sul tema dell’Olocausto, dimenticando gli individui, e qui è la volontà dell’individuo a rendere possibile il paradossale bisogno d’intrattenimento. Per questo motivo le misure reali della struttura sono ridimensionate alla misura del corpo di Bałka stesso, come l’altezza totale che corrisponde alla misura massima di occupazione verticale, con le braccia in alto. Il limite è dettato dall’umano fino alla soglia della sua deviazione morale. E sul confine materiale rimaniamo incerti, desiderosi di superare la barriera per entrare e osservare più da vicino un’azione in corso ma bloccati dalla sua visione dall’esterno, una rappresentazione che chiarifica senza purificare, che esplicita lo straniamento tra la funzione d’intrattenimento della struttura e il suo contesto: una lampadina è volta verso un recipiente dentro al quale cola con flusso costante del vino rosso, simbolo iconico del sangue di Cristo, un altro sacrificio metaforizzato attraverso una funzione organica.

 

250x700x455, diam. 41x41, Zoo, T, Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, 250x700x455, diam. 41×41, Zoo, T, © Attilio Maranzano

 

Molto vicina è l’opera “Primitive”: il volto blu e deformato di una guardia di Treblinka appare in loop su un monitor, frutto dell’appropriazione dell’immagine attraverso la Tv dal documentario sulla Shoah di Claude Lanzmann, quello che colpisce è il suo ingrandimento a misura naturale, la nostra.

 

Primitive, Miroslaw Balka 2008

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, Primitive, particolare del frame in loop

 

Ironico e amaro BluGas Eyes ( 2004), un video che mostra due fornelli accesi come due occhi umani e che dal titolo fanno pensare ad una canzone pop. Purtroppo dopo la seconda guerra mondiale il gas non può più essere un simbolo innocente e il filmato sul sale stimola la percezione del dissolvimento, dell’immagine instabile, come la situazione politica mondiale e il desiderio di sopraffazione dell’uomo sull’uomo.

 

BlueGas Eyes di Miroslaw Balka

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka, BlueGasEyes, Hangar Bicocca, © Attilio Maranzano

 

Anche To be ( 2014) è visibile tridimensionalmente e richiama mediante il suono i visitatori. Un moto ad intervalli regolari attraversa in tutta la sua verticalità un tubo di metallo, proprio come un nervo umano trattiene, accumula e poi rilascia energia, e come per la natura umana nella Storia i momenti di quiete possono nascondere una violenza latente.

Ancora in senso verticale si sviluppa una colonna di saponette, più di dieci metri, precisamente 7x7x1010 (2000). Sono state collezionate in Varsavia a diversi stadi di utilizzo e consumo come gli zerbini, una memoria forte di un rituale quotidiano personale appartenente a tutti. Come ogni visitatore assocerà l’interpretazione al proprio vissuto intimo, così amplificando il principio questo lavoro è frutto del rimescolamento delle tracce di persone che in precedenza hanno utilizzato e “forgiato” il materiale per una scultura inconsapevole, per far sì che Balka possa definirla con ironia un’opera collettiva dei cittadini di Varsavia. Sempre il sapone è protagonista del Soap Corridor, opera presente in rappresentanza della Polonia alla 45esima Biennale di Arte Contemporanea di Venezia, nel 1995. Il senso dell’olfatto riempie questo spazio man mano lo si percorre, capiamo solo strada facendo di trovarci tra l’inizio e la fine della nostra esistenza: il sapone è il primo elemento con cui entra in contatto il nostro corpo, ma anche l’ultimo.

 

7x7x1010 di Miroslaw Balka, particolare

Un corpo a misura di simbolo. Crossovers di Mirosław Bałka all’Hangar Bicocca, particolare di 7x7x1010

 

Sempre un corridoio, doppio quello di Cruzamento ( 2007), ci aspetta al centro delle navate. Per il titolo di quest’opera formata da due bracci percorribili che si incrociano, in griglie di acciaio, è usata la lingua portoghese perchè fu presentata per la prima volta all’esterno del Museu de Arte Moderna di Rio de Janeiro. Secondo l’interpretazione suggerita da Balka la fruizione, la visione di ciò che sta intorno all’opera è resa possibile e condizionata dalle griglie stesse, e a seconda della nostra posizione, interna o esterna, possiamo essere osservatori od osservati. Anche qui il corridoio allude alla condizione esistenziale di eterno viaggio, o attesa beckettiana verso una diversa condizione, dove il senso del tatto stimolato da ventilatori in punti nevralgici della croce rende consapevoli della transizione, e dove ancora le misure sono importanti per la metafora: puoi provare ad attraversare i corridoi in compagnia ma ti accorgi che in due appaiati non si passa, si nasce e si muore da soli.

 

Percorrere Cruzamento di Balka, Hangar Bicocca

Un corpo a misura di simbolo. All’interno di Cruzamento, Mirosław Bałka all’Hangar Bicocca, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

L’idea di un percorso circolare è suggerita dal video Holding the Horizon, inserita come prima opera ma non visibile dal principio perché collocata sulla parete sopra la porta d’ingresso, quindi fruita come ultima. Su uno schermo LED è riprodotta l’immagine instabile e in movimento dall’alto verso il basso di una striscia di carta gialla, su fondo nero. Come l’orizzonte è un’illusione, perché quando si crede di toccarlo lo si trova sempre lontano, così a una fine corrisponde sempre un inizio. L’instabilità dell’immagine torna a parlare di barriere tra visibile e invisibile ma percepibile: la responsabilità del peso del mondo che regge Atlas non è misurabile, si trasforma quindi in una indefinibile e per questo insostenibile leggerezza.

Michela Ongaretti

 

La sala lettura della Fondazione Feltrinelli, ph. Filippo Romano

Una piramide come nuova sede iconica della Fondazione Feltrinelli. Milano. Save the place

Una piramide come nuova sede iconica della Fondazione Feltrinelli. Milano. Save the place

 

Il 13 dicembre verrà ricordato a Milano per l’inaugurazione della nuova sede della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli in viale Pasubio. Un tassello importante nella zona intorno a Corso Como e Porta Nuova, caratterizzata negli ultimi anni dal processo di riqualificazione urbanistica, stavolta non dedicato allo shopping o all’edilizia di lusso ma luogo di aggregazione e partecipazione pubblica,un palazzo della cultura, della ricerca, dell’innovazione, realizzato con capitali esclusivamente privati, ma con intenti di autentico servizio pubblico” secondo le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

 

Vista dall'alto della Fondazione feltrinelli di viale Pasubio, ph. Filippo Romano

Vista dall’alto della Fondazione Feltrinelli di viale Pasubio, ph. Filippo Romano

 

La cerimonia inaugurale, moderata dal giornalista Gad Lerner, ha visto la partecipazione del Presidente di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli Carlo Feltrinelli, l’architetto Jacques Herzog, il Segretario Generale di  Massimiliano Tarantino, il Presidente di Fondazione Cariplo Giuseppe Guzzetti, il Presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni e il Sindaco di Milano Giuseppe Sala. Al termine si sono succedute due letture: da Utopia for Realists del giornalista e pensatore belga Rudger Bregman, e dal discorso tenuto da Giangiacomo Feltrinelli nel 1961 quando inaugurò la prima sede di via Romagnosi, interpretata da Toni Servillo.

 

Visione notturna della piramide vetrata di Herzog e De Meuron, ph. Filippo Romano

Visione notturna della piramide vetrata di Herzog e De Meuron, ph. Filippo Romano

 

Fino alle 23 del 13 dicembre più di seimila visitatori hanno partecipato all’opening, proseguito fino al 17 dicembre con le proiezioni , gli incontri e le letture performative della manifestazione Voices and Borders, il cui tema di fondo è il rapporto tra individuo e collettività, tra azione personale e trasformazioni sociali. Presentata anche l’installazione site specific “Nineteen Locations of Meaning” di Joseph Kosuth osservabile fino al 13 gennaio, in collaborazione con la Galleria Lia Rumma.

 

Un momento dell'inaugurazione. Ph. Sofia Obracaj

Un momento dell’inaugurazione. Ph. Sofia Obracaj

 

E’ facile da raggiungere e perfettamente integrato nel contesto esistente l’edificio progettato dagli svizzeri Herzog & De Meuron, da due anni in fase costruttiva, da nove nel pensiero di chi lo ha fortemente voluto in quest’area, senza un volto nuovo dopo i bombardamenti del 1943.

Ciò che entusiasma è la struttura architettonica di grande personalità che riesce ad apparire in tutta la sua portata di novità senza essere sentita come un corpo estraneo per chi arriva dal centro cittadino. Le ampie vetrate non risultano fredde ma invitano ad entrare, permettendo di intuire gli spazi interni e la sua funzione di luogo attivo, frequentato e vivo ma raccolto in quanto luogo di studio.

 

La Fondazione Feltrinelli da dentro. Ph. Filippo Romano

La Fondazione Feltrinelli da dentro. Ph. Filippo Romano

 

Jacques Herzog dichiara che il punto di partenza è stato il profilo lineare delle tipiche cascine lombarde, già recuperato da Aldo Rossi, definite dallo svizzero “ripetitive e affascinanti allo stesso tempo”. Il suo design riflette quindi un bisogno della città che lo slancio progettuale ha perfettamente accolto, come ben spiega la dichiarazione dello svizzero di voler “creare qualcosa di molto tradizionale e molto moderno, che potesse essere semplice ma anche sorprendente».

Se è vero che «la vera sorpresa sta nella normalità», tutto questo è possibile perché la riflessione è avvenuta anche sulla memoria dell’esistente e sul dialogo di questa novità con il contesto edilizio adiacente, sull’apertura delle vie che sembrano aprirsi intorno a questo palazzo, sensazione che il visitatore ha posando lo sguardo attorno da qualunque angolazione man mano si salgono i cinque piani. Qui capiamo il senso di tutto il progetto: se nelle cascine rurali l’ultimo piano è dedicato al deposito di merci e prodotti, protette e recluse nella loro lontananza dalla vista, oggi in alto al posto di merci c’è lo studioso della sala di lettura, colui che sta utilizzando i volumi del ricco archivio storico, salvaguardato dalla vista del passante, con la differenza che egli può, mentre si nutre di ciò che internamente l’Istituzione propone, osservare il mondo esterno e non sentirsi totalmente estraneo a ciò che accade intorno.

 

Riflessi interni e vista verso l'esterno. Dalla Fondazione Feltrinelli di Milano

Riflessi interni e vista verso l’esterno. Dalla Fondazione Feltrinelli di Milano

 

Con lo stesso spirito la Fondazione Gian Giacomo Feltrinelli intende proporsi come nuovo modello di Istituzione culturale incentrato sul concetto di Spazio di Cittadinanza, dove “la ricerca delle scienze sociali si traduce in mostre, conferenze, incontri, format didattici innovativi e nell’espressione artistica delle arti performative”, luogo quindi di aggregazione intorno a tematiche care e dibattute fin dalla fondazione di Giangiacomo Feltrinelli nel 1949, accogliendo le nuove istanze della contemporaneità, nella modalità partecipativa odierna auspicata e desiderata da molto tempo, nell’ideale modernista del novecento trasmesso dalle voci affidate alla carta stampata. In sintesi, secondo le parole di Carlo Feltrinelli è l’idea di nuova sede iconica per una grande casa delle culture sociali, moderna e internazionale.

 

La vetrata con il logo Feltrinelli. Ph. Sofia Obracaj

La vetrata con il logo Feltrinelli. Ph. Sofia Obracaj

 

Possiamo dire che il contenitore riflette il suo contenuto dato che il nuovo modello di istituzione culturale seguito guarda a “quanto creato nei settant’anni di attività alle sue spalle e allo stesso tempo si confronta con il mondo contemporaneo, lo sappia intercettare e portare a Milano”, secondo le parole del Segretario Generale Massimiliano Tarantino, così come la struttura architettonica guarda alla tradizione architettonica per declinarsi in un linguaggio funzionale nuovo, confrontandosi con l’impiego europeo delle pareti vetrate negli ultimi anni.

 

Interno della Fondazione. La rampa ai piani dall'ingresso, ph. Filippo Romano

Interno della Fondazione. La rampa ai piani dall’ingresso, ph. Filippo Romano

 

Il cuore dell’intero progetto parte giustamente dai libri. La Fondazione è infatti uno dei maggiori centri europei di documentazione e ricerca nel campo delle scienze storiche, politiche, economiche e sociali, ed è parte di un network di 350 istituti nazionali e internazionali. Possiede un patrimonio di 12 km lineari di archivi, 270.000 volumi e 16.000 periodici.

 

Nell'archivio storico della Fondazione

Nell’archivio storico della Fondazione

 

Nella sua vocazione di snodo, rete di contatti e confronto attivo con la popolazione e per essa accessibile, rende possibile la consultazione delle fonti del patrimonio bibliotecario e archivistico, impegnato anche a digitalizzare e rendere disponibili gli elementi più rari del patrimonio. La Sala Lettura, al quinto piano della nuova sede, sarà aperta al pubblico a titolo completamente gratuito fino ad esaurimento posti. Si potrà accedere alle fonti dell’archivio collocato nei due piani seminterrati, sempre più impegnato a digitalizzare e rendere disponibile anche online gli elementi più rari. Con i testi presi a prestito presso la Biblioteca, è poi possibile fermarsi per la consultazione sotto il suggestivo tetto spiovente.

 

La sala lettura della Fondazione Feltrinelli, ph. Filippo Romano

La sala lettura della Fondazione Feltrinelli, ph. Filippo Romano

 

Luogo chiave per la comprensione di questo approccio è la Sala Polifunzionale del primo piano, sempre accessibile alla cittadinanza con i suoi incontri e conferenze, proiezioni, mostre, performances: il ricco palinsesto culturale e di ricerca nell’ambito delle scienze sociali crescerà in un’ottica divulgativa e di condivisione dei saperi. Le attività di ricerca e di offerta culturale si identificano in particolare in cinque aree Globalizzazione e sostenibilità, Futuro del lavoro, Cittadinanza Europea, Innovazione politica e History box, tutte volte a stimolare il dibattito accademico e aprirlo ad un pubblico nuovo attraverso la sperimentazione di nuove forme di divulgazione.

 

La sala polifunzionale durante la lettura di Malcolm X. 13 dicembre a Milano, ph Sofia Obracaj

La sala polifunzionale durante la lettura di Malcolm X. 13 dicembre a Milano, ph Sofia Obracaj

 

La stessa sala accoglierà anche gli Amici della Fondazione, in assetto Second Home per abitare via Pasubio incontrandosi ad approfondire temi d’attualità. Il nuovo modello parte da qui avvalendosi della collaborazione con la Fondazione Cariplo.

 

La Sala Lettura durante la cerimonia inauguralemdel 13 dicembre, ph. Sofia Obracaj

La Sala Lettura durante la cerimonia inaugurale del 13 dicembre, ph. Sofia Obracaj

 

Scendendo al piano terra non può mancare la libreria con l’assortimento dei suoi 15000 titoli che privilegia gli ambiti disciplinari delle aree di ricerca sviluppate dalla Fondazione, tra cui segnalo il volume fotografico Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano Porta Volta – Luogo dell’utopia possibile a cura di Luca Molinari, che racconta la storia del percorso ideale e architettonico verso questa nuova sede. Contigua quest’area troviamo il Babitonga Cafè pensato proprio per accogliere i visitatori o prolungare la sosta in libreria.  

 

La libreria di via Pasubio, ph. Filippo Romano

La libreria di via Pasubio, ph. Filippo Romano

 

Le pareti in vetro per dividere gli spazi sono protagoniste anche degli interni progettati sempre dallo studio Herzog & De Meuron con i pavimenti in legno, mentre gli arredi degli uffici collocati al secondo e al terzo piano, visitabili durante la settimana inaugurale, scelgono Unifor, Molteni Group, le poltrone direzionali Vitra e le luci di Artemide.

 

Fondazione feltrinelli. Gli uffici al terzo piano, ph. Sofia Obracaj

Fondazione Feltrinelli. Gli uffici al terzo piano, ph. Sofia Obracaj

 

Solo il tratto più corto dell’edificio, un terzo della sua lunghezza, è occupato da Feltrinelli, il resto rappresenta l’entrata in città di una grande realtà aziendale, certo di minor impatto culturale ma foriera di grandi spostamenti di persone per lavoro, parliamo delle nuova sede di Microsoft con la possibilità di accogliere fino a 600 ospiti.

Il progetto di interior è affidato a studio Lombardini22 e valorizza il senso di apertura delle vetrate con il suo dialogo con il contesto urbano, per questo il primo livello è pensato come uno showroom aperto al pubblico. Ma questa sarà un’altro storia milanese.

 

La sala polifunzionale il 13 dicembre. Ph. Sofia Obracaj

La sala polifunzionale il 13 dicembre. Ph. Sofia Obracaj

 

Michela Ongaretti

 

 

 

La tavolozza di Matilde Dolcetti, restauratrice

La memoria dei materiali. Visita allo studio di Matilde Dolcetti, restauratrice a Milano

La memoria dei materiali. Visita allo studio di Matilde Dolcetti, restauratrice a Milano

La tavolozza di Matilde Dolcetti, restauratrice

La tavolozza di Matilde Dolcetti, restauratrice

 

I protagonisti dell’Arte non sono solo i suoi creatori, ma anche coloro che si prendono cura delle opere per permettere alle generazioni future di poterle vedere e capire.

Se per la comprensione del valore estetico (forse) c’è ancora bisogno di persone capaci di trasmettere un contenuto profondo, come idealmente i critici e gli storici dell’arte, è essenziale che le opere stesse si possano conservare e leggere. Questo è ovvio per le opere antiche, ma lo è un pò meno per quelle contemporanee, da quando non sono costituite di sola pittura ma di materiali più svariati, spesso di assai facile deperibilità.

 

Il tavolo da lavoro nello studio di Matilde Dolcetti

Il tavolo da lavoro nello studio di Matilde Dolcetti

 

Per questo ho voluto incontrare la restauratrice Matilde Dolcetti, un leader del settore, esperta e conoscitrice della materia di cui è fatta l’Arte.

Sono andata a trovarla nel suo laboratorio, in un pomeriggio milanese d’inizio autunno.
Mi accoglie con la sua personalità croccante, con l’entusiasmo di chi non si accontenta delle sua esperienza ma cerca costantemente l’aggiornamento e il confronto curioso con i professionisti internazionali.

Il suo intervento è stato richiesto per opere di grandi protagonisti del novecento come Adami, Agnetti, Capogrossi, Piacentino, Man Ray, Albertini, Hsiao Chin, Alys, Fontana, Angeli, Arienti, Picabia, Balla, Baj, Biasi, Funi, Boccioni, Bonalumi, Calderara, Carrà, De Chirico, Dova senza esaurire l’elenco.

 

Tra gli strumenti un metro gadget di Gio Marconi

Tra gli strumenti un metro, gadget di Gio Marconi


Inizio con una domanda all’apparenza banale, ben sapendo che non esistono domande banali se le risposte sono accurate.

Matilde qual è il suo lavoro?

Fino a poco più di dieci anni fa mi definitivo restauratrice di dipinti, ora mi occupo anche di opere moderne e contemporanee lavorando spesso sul tridimensionale, sculture o installazioni, collage, materiali non tipici della pittura. Questa scelta ha cambiato radicalmente il mio modo di operare perché l’intervento su opere contemporanee obbliga il restauratore a stimoli continuamente nuovi, a incontri con gli artisti per seguire la costruzione del loro processo creativo, conoscere quelle tecniche esecutive che prima, trattando solo pittura antica, non erano così frequenti.

 

La restauratrice ci mostra la stravaganza iconografica di un dipinto

La restauratrice ci mostra la stravaganza iconografica di un dipinto

 

E’ necessario conoscere nello specifico il comportamento nel tempo di questi materiali “sperimentali”? Sono molto diversi tra loro…immagino sarà coadiuvata da molte personalità del settore.

E’ fondamentale la conoscenza intrinseca di ogni materiale su cui si va ad operare, una continua e costante formazione, seguire corsi di aggiornamento e studiare le pubblicazioni dei colleghi. Ad esempio, un paio di anni fa, ad un corso sul restauro e la conservazione della plastica all’Università di Amsterdam, ho appreso come comportarmi in presenza di questo materiale, per sapere come trattarlo e conservarlo nel futuro. Però di fronte ad un progetto concreto, e nelle fasi di intervento, bisogna consapevolmente avvalersi di colleghi specializzati nei materiali specifici e lavorare in equipe. E’ necessario capire che non si può pretendere di essere poliedrici nel nostro campo.

 

Gli strumenti del mestiere

Gli strumenti del mestiere

 

Non è ovvio domandarsi chi sono oggi i suoi clienti. L’Italia con i suoi collezionisti è una presenza forte?

Si, la maggior parte dei collezionisti privati che si rivolgono a me sono italiani, e si avvalgono del mio lavoro alcune importanti fondazioni milanesi.
I primi comprano spesso come forma di investimento diversificata. A volte si affidano ad un art dealer che acquista e rivende per loro e le opere vengono direttamente messe in un deposito senza essere nemmeno tolte dalla cassa in attesa che il loro valore salga. Altri collezionisti usano ruotare le opere all’interno della casa esponendone di diverse ogni tre mesi, amano le opere tridimensionali e di grandi dimensioni. Questi clienti sanno come è necessario conservarle correttamente e spesso il mio intervento si limita al controllo dello stato, ogni volta che escono e rientrano nei depositi.
Lo stesso tipo di intervento riguarda le Fondazioni: il vantaggio è che queste hanno un conservatore fisso che si cura della tutela dei loro beni, ma essendo aperte al pubblico subiscono spesso la curiosità e la voglia istintiva di toccare dei visitatori con conseguenti danni.

 

Un ricordo delle commissioni per la Fondazione Prada

Un ricordo delle commissioni per la Fondazione Prada

 

L’acquisizione dei clienti nel restauro si basa sul passaparola. Un po’ come si cerca un buon medico: non si va su internet e spesso quando si trova un bravo restauratore si diventa un po’ gelosi e si è restii a dare il suo nome, per poter tenere il professionista libero per un futuro incarico.
A Milano i restauratori con una certa esperienza che si occupano di interventi sul moderno e contemporaneo sono ancora pochi, si contano sulle dita d’una mano.

 

Il restauro è anche fotografico presso lo studio Dolcetti

Il restauro è anche fotografico presso lo Studio Dolcetti

 

Leggo nella sua biografia che si è formata con Edo Masini, docente di restauro di dipinti presso l’Opificio delle Pietre Dure, e di aver in seguito collaborato a lungo con lo studio Pinin Brambilla di Milano. Quali sono secondo lei oggi gli enti accreditati di maggior valore per la formazione di un restauratore, le realtà che si muovono attivamente nella ricerca scientifica?

Due capisaldi per la formazione sono sempre l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e L’Istituto Centrale del Restauro a Roma, sul Moderno e  Contemporaneo oggi sta sviluppandosi sempre più la Scuola della Venaria Reale di Torino.
Non si può pensare di parlare di restauro del moderno e del contemporaneo se prima non si ha ricevuto una formazione solida sul restauro in tutti i suoi processi. Poi ci si specializza, ma prima bisogna affrontare tutto il discorso tradizionale.
Inoltre è fondamentale far seguire al ciclo di studi un periodo di formazione ed esperienza di alcuni anni presso degli studi di restauro per l’applicazione di ciò che si è appreso, continuo a sconsigliare di aprire subito uno studio dopo il diploma.

 

Precisione scientifica

Precisione scientifica

 

Lei è originaria di Venezia, cosa mi può dire delle differenze, se ve ne sono, tra la pratica del restauro a Milano e in altre città?

Non lavoro a Venezia da moltissimi anni per cui non posso fare un confronto, ricordo un antico mondo fatto di botteghe e pratica artigianale, nel bene e nel male. Posso però  elencare i vantaggi di fare un lavoro come il mio a Milano, come la possibilità di frequentare numerose gallerie e di conseguenza i loro artisti e collaborare con loro. Ci sono le grandi case d’aste i cui possibili acquirenti chiedono al restauratore una consulenza sull’opera che vorrebbero battere in asta, c’è movimento nelle collezioni. Inoltre c’è forse più facilità per noi operatori nel reperire i materiali, e credo  ci sia lavoro per tutti. Almeno per il momento.

 

Memorabilia della restauratrice

Memorabilia della restauratrice

 

Non ha mai pensato di fare didattica?

E’ una questione di scelte, credo che l’insegnamento e le pubblicazioni richiedano molto tempo tale da toglierne al laboratorio, e di impostare il lavoro in maniera diversa. Alcuni colleghi lo fanno abitualmente ma a quel punto l’attività diventa un’impresa con delega obbligatoria a collaboratori per gli interventi sulle opere. Io preferisco continuare a lavorare sul campo, essere io responsabile di quello che esce dal mio laboratorio e dedicarmi alla formazione personale. Ad esempio il prossimo seminario tratterà il restauro e la ricostruzione digitale 3D e sarà organizzato dal centro di studi CESMAR7.

 

Particolare del laboratorio

Particolare del laboratorio

 

A quali problematiche va incontro più spesso un’opera d’arte contemporanea?

I materiali costitutivi sono il problema maggiore , si pensi alle opere di Gilardi in gommapiuma o al polistirolo di Colombo , materiali non testati nel tempo e molto fragili che andrebbero esposti con parametri rigidissimi di temperatura luce e umidità. Spesso è la movimentazione che rovina le opere : trasporti fatti con personale non specializzato oppure la manutenzione errata o la sottovalutazione dell’opera stessa spesso viene affidata alle cure del personale di servizio in casa, non preparato a trattare con manufatti artistici.
Oppure ci si mette il caso..(mi mostra un’’opera di
Francesco Vezzoli che ha subito un allagamento).
Spesso le soluzioni per intervenire le troviamo in campi che esulano dal nostro: ad esempio mi fu sottoposto un danno su un’installazione costituita da vecchio cuoio che era stata vandalizzata con una penna a sfera verde che non era possibile asportare in alcun modo.La soluzione la trovai da un dermatologo che la asportò con la macchina usata per eliminare i tatuaggi: questo dimostra l’importanza di una mente aperta, inventiva, e la comparazione con materiali simili.

 

Filtri di prova per la pulitura

Filtri di prova per la pulitura

 

Si confronta con gli artisti sui criteri nella scelta di un intervento?

Se si tratta di artisti viventi cerco di consultarmi con loro per conoscere il loro modus operandi, la tecnica ed i materiali impiegati. Ad esempio anni fa mi successe di dover contattare Emilio Tadini per un’opera che aveva dei sollevamenti di colore ed era molto difficile da fissare; quando al telefono gli chiesi che smalto avesse usato lui quasi vergognandosi mi disse che era vernice da carrozziere, e aggiunse che l’aveva utilizzata solo per un breve periodo. Si scusò mille volte per la fatica che stava facendomi fare!

 

La cartella colori autoprodotti

La cartella colori autoprodotti

 

 

ln ogni caso la loro consulenza e approvazione è fondamentale perché il rischio di un’operazione arbitraria anche minima è che l’opera venga disconosciuta, lo stesso vale per gli artisti scomparsi ma che hanno una loro Fondazione di riferimento : è importante rivolgersi a loro prima di progettare qualsiasi operazione e concordare con loro come agire. Ad entrambi i soggetti chiediamo anche quali sono stati gli interventi effettuati in precedenza. Sono ancora pochi gli artisti che si interessano di scegliere materiali che durino nel tempo, ma alcuni sono molto collaborativi e rendono meno difficoltoso il lavoro, soprattutto se stranieri. Ad esempio l’artista americano Gober è estremamente generoso e pignolissimo nel descrivere ogni materiale utilizzato e nel fornire le istruzioni per l’installazione.

 

Particolare di uno splendido dipinto in restauro presso lo studio

Particolare di uno splendido dipinto in restauro presso lo studio

 

Cosa è cambiato nel restauro, parlando solo degli ultimi vent’anni?

Moltissime cose, a parte corsi di aggiornamento allora rarissimi, i metodi erano piuttosto invasivi. Ora la ricerca continua si rivolge a materiali meno aggressivi, le puliture si fanno ad hoc per ogni opera tenendo conto del ph e della conducibilità della materia da trattare, usando pochissimi solventi scegliendo piuttosto tensioattivi o chelanti o morbidi gel che non penetrano negli strati pittorici. Le vernici e i colori sono autoprodotti negli studi di restauro sempre a seconda della materia da ritoccare.
In effetti a colpirmi è la tavolozza dei colori di Matilde e la  pulizia e l’ordine del laboratorio, che mi dimostra quanto mi dice sull’importanza di operare in sicurezza sulle opere e sulle formule chimiche

Mi spiega che oggi il lavoro è più lungo ma si rispetta al massimo l’originalità dell’opera.

 

Particolare di un dipinto bisognoso di restauro

Particolare di un dipinto bisognoso di restauro

 

Fino a che punto vale la pena di intervenire?

Appartengo al filone del “minimo intervento” : ogni volta che un’opera entra nello studio di un restauratore subisce un’invasione anche se a fin di bene. Lo stesso spostamento dal luogo di installazione abituale al laboratorio è un piccolo trauma. Bisogna cercare di agire intervenendo solo e unicamente per risolvere l’eventuale problema, educare il proprietario che suggerisce interventi non necessari : verniciature per rendere il colore più brillante, puliture superflue, reintelaiature in presenza di piccole lacerazioni risolvibili con una sutura localizzata.
Ci sono poi casi dolorosi in cui
“l’accanimento terapeutico” è inutile e costosissimo per un cliente ad esempio in presenza di massicci attacchi di muffa uno dei peggiori nemici delle opere : la muffa aggredisce e divora inesorabilmente e se si arriva troppo tardi nulla si può fare se non rinunciare all’opera . C’è chi decide di ridipingere totalmente ( in alcuni casi in America ridipingono totalmente le opere degli anni 50  esposte all’aperto ) o sostituire dei pezzi con materiali totalmente nuovi invece di cercare di restaurarli : più velocità e meno fatica ma a quel punto l’opera è stata fatta dall’artista o dal restauratore o a quattro mani? E in che epoca ? oggi o ieri?

 

Craquelure in evidenza su un dipinto in fase di restauro da Matilde Dolcetti

Craquelure in evidenza su un dipinto in fase di restauro da Matilde Dolcetti

 

Matilde riflette su come la deformazione professionale la porti istintivamente ad osservare l’opera esposta dal punto di vista scientifico e materiale e avvicinarsi fisicamente ad essa, quando vede in seguito la stessa opera in una mostra le pare di guardarla per la prima volta, godendone come un qualsiasi spettatore amante dell’arte.

E’ molto interessante come la visione della restauratrice dimostri che la conoscenza è spesso una questione di approccio, di come la fruizione mostri l’opera d’arte vicinissima all’essere umano, come chi l’ha generata la sua comprensione è sempre condizionata al contesto.

 

Un angolo dello studio Dolcetti

Un angolo dello studio Dolcetti

 

Termino questo viaggio nel restauro con la curiosità di un’area inesplorata.
Matilde mi parla spontaneamente del suo interesse verso la Street Art, o meglio dei murales, che la critica acclama da tempo come opere degne di interventi per la loro conservazione. La restauratrice ha trovato nell’Università di Atene contatti con professori universitari che si stanno dedicando allo studio e alla conservazione dei murales e sta progettando una collaborazione con loro. Il murale viene costruito secondo la filosofia della sovrapposizione
e il compito delicato, e interessante socialmente, è proprio quello di capire e decidere cosa e come vada mantenuto.

In Italia non è ancora così diffusa la cultura tutelativa della pittura di strada, se si pensa che Philadelphia, dove esistono più di duemila murales, utilizza l’1% delle tasse per sostenere gli artisti e la ricerca per la conservazione di tali opere. Nei progetti di Matilde Dolcetti c’è lo studio della struttura chimico-fisica dei murales e la sua evoluzione negli anni per restauro e conservazione  adeguati.

Michela Ongaretti

Foto di Giovanni Manzoni Piazzalunga

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Cazziefighe. Una deliziosa mostra pornografica ovvero un’antologia del talento milanese

Cazziefighe. Una deliziosa mostra pornografica ovvero un’antologia del talento milanese

di Michela Ongaretti

Iniziata in leggerezza, finirà in un battito d’ali come il lieve passaggio di una farfalla.

Schietta fin dal titolo, Cazziefighe è la mostra nata dalla mente di Massimo Kaufmann e Ivano Sossella, la dichiarazione d’indipendenza di due artisti di lunga esperienza che concepiscono l’esposizione come una grande opera formata da quelle degli 86 creativi coinvolti. Tutti liberamente invitati ad esplorare reinventarsi o ritrarre quel che vive sotto ai nostri vestiti. La mostra dura in tutto quattro giorni, e bisogna sbrigarsi perchè domani sarà l’ultima occasione per visitarla presso lo spazio Laltalena in via Binda 7.

cazziefighe001 (1)Vista generale della mostra Cazziefighe, foto di Sofia Obracaj

Tema vivace e dalle mille visioni, mai volutamente esplicitato come ora, dimostra che l’arte può anche divertire, perché il corpo è prima di tutto un gioco in regalo, e gli organi genitali hanno una storia da raccontare, che tutti conoscono e in pochi hanno mostrato costretti dal pregiudizio della decenza, della rispettabilità negata dall’intimità esibita. La materia di Cazziefighe oggi è democraticamente per tutti, come può essere l’arte, ma non da tutti, infatti nell’eterogenea selezione questa mostra ha coinvolto chi sa parlare con la propria arte.

cazziefighe011 (1)L’opera di Andrea Zucchi per C&F, foto di Sofia Obracaj

Il gioco può volgere al serio perchè se spesso si sorride, (Stefano de Molfetta), o ci si meraviglia (Coniglioviola e Rosario Gallardo) per lo stesso soggetto, l’ azione o reazione di fronte al sesso può portare a riflessioni sulla visione (Giancarlo Marcal), sull’apparenza, (Francesco Arena), o ad inquietudini ancestrali e surreali per Umberto Chiodi. Qualcuno accosta il sesso alla morte, (Stefano Abbiati), mentre per Andrea Zucchi il racconto è retrò come il suo svelamento teatrale.

cazziefighe012 (1)Umberto Chiodi per C&F, foto di Sofia Obracaj

C’è Vedovamazzei che analizza il design di un pene e il personaggio di Massimo Giacon che di pene perisce nella sua incapacità di gestirlo, mentre lo stesso pene è sineddoche dell’intera personalità per Agnese Guido. La scultura è perlopiù dedicata all’organo femminile, con Lucrezia Zaffarano e nella foto di Loredana Galante.

Il disegno di Giovanni Manzoni Piazzalunga per C&FIl disegno di Giovanni Manzoni Piazzalunga per C&F

Per altri ancora il sesso femminile o maschile è semplicemente bello (Valeria Finazzi e Cosimo Filippini), e visto da vicino è un piccolo capolavoro di linee morbide e quasi astratte (Giovanni Manzoni Piazzalunga), o un delicato oggetto di devozione rinascimentale per Armando Perez Prieto.  

cazziefighe015La scultura di Lucreazia Zaffarano, foto di Sofia Obracaj

Tutte le più di ottanta opere sono su una sola parete sul fondo della sala, ci stanno giuste giuste nella misura totale, e per il mio gusto personale, unito alla volontà di potermi concentrare sulla singola opera, che abbia un respiro nella distanza anche mentale dalla successiva, soprattutto in una collettiva, ho un momento di confusione. Un attimo nel quale tutto mi sembra confondersi e mescolarsi: in realtà è un effetto voluto perché la visione dei genitali umani, fantasiosa surreale o descrittiva, è corale, ed è dall’unione della voci in una sola che si sviluppa una logica addizionale: la parete è brulicante di risatine e sussurri, fragilità e osservazioni, dichiarazioni di intenti e di genere, sguardi dal buco della serratura o a porta spalancata.

cazziefighe029C&F fotografati durante il vernissage, foto di Sofia Obracaj

Al vernissage conosco Ivano Sossella, mi presenta lui stesso una chiave di lettura fresca, divertita, che avvicina l’arte ad una scorribanda collettiva, una allegra brigata, anche se poi sempre allegra non è la visione della sessualità con i suoi retaggi psicologici e psicanalitici..sul suo volto leggo il piacere di avere riunito con successo una larga fetta degli artisti operanti intorno al panorama milanese scevri dall’intervento di galleristi, tutti su una parete per un gioco lungo quattro giorni, felice di aver riunito “un’accozzaglia di gentaglia”,  intenta a fare arte con il sesso.

cazziefighe037Volti di C&F, foto di Sofia Obracaj

Massimo Kaufmann e Ivano Sossella si sono avvalsi della collaborazione di altri due artisti, Carlo Spoldi e Yari Miele, e il supporto tecnico di due giovanissimi, Lorenzo Fioranelli e Lucrezia Zaffarano. La mostra è stata resa possibile grazie alla generosità di Ho Jin Jung e il catalogo grazie a Marco Genzini, Emmegigroup.

cazziefighe063Artisti e ospiti, foto di Sofia Obracaj

Potete vedere l’album completo dell’evento qui

https://www.facebook.com/obraphoto/photos/?tab=album&album_id=1107280669318302

..ed ecco l’elenco completo degli artisti

Stefano Abbiate, Paola Alborghetti , Sevil Amini, Roberto Amoroso, Daniela Ardiri , Francesco Arena Silvia Argiolas, Stefano Arienti, Mattia Barbieri, Angelo Barile, Enzo Basello, Alessandro Bazan Lorenza Boisi,  Simona Bramati, Jacopo Casadei, Giorgio Cattani, Elisa Cella, Maurizio Cesarini Umberto Chiodi, Michele Chiossi, Marco Cingolani, Coniglioviola, Francesco Correggia, David Dalla Venezia, Kalina Danailova, Francesco De Grandi, Francesco De Molfetta, Pier Giorgio De Pinto, Doan
Ilaria Facci, Cosimo Filippini, Valeria Finazzi, Lorenzo Fioranelli, Giovanni Frangi, Eckehard Fuchs
Valerio Gaeti, Loredana Galante, Rosario Gallardo, Daniele Galliano, Giuseppe Gallo, Massimo Giacon, Domiziana Giordano, Agnese Guido, Donald Hyams, Michelle Jarvis, L Orma, Marco Lavagetto, Corrado Levi, Ivan Lupi, Giancarlo Marcali, Barbara Mauceri, Karl Klaus Mehrkens, Davide Merlo, Piero Mezza Botta, Yari Miele, Alberto Mugnaini, Anna Muzi, Saba Najafi, Katja Noppes
Guido Nosari, Andrea Nurcis, Max Papeschi, Armando Perez Prieto, Giovanni Manzoni Piazzalunga
Stefano Pizzi, Michela Pomaro, Angelo Pretolani, Rahmani Banafsheh, Stefano Romani, Giovanni Ruggiero, Giuliano Sale, Antonio Serrapica, Emila Sirakova, Ivano Sossella, Carlo Spoldi, Sukran Moral, Giovanni Testori, Roberta Toscano, Francesco Tricarico, Vania Elettra Tam, Vedovamazzei
Dany Vescovi, Lucrezia Zaffarano, Giulio Zanet, Andrea Zucchi , Christian Zucconi.

Michela Ongaretti

 

 

 

 

 

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Incontri e considerazioni a SetUp Contemporary Art Fair. Una stazione per l’arte a Bologna dal 29 al 31 gennaio

Incontri e considerazioni a SetUp Contemporary Art Fair. Una stazione per l’arte a Bologna dal 29 al 31 gennaio

DI MICHELA ONGARETTI

Bologna SetUp Contemporary Art Fair dal 29 al 31 gennaio 2016.

Una settimana fa partivo per Bologna per passare un week end nella città che sarebbe stata letteralmente invasa d’arte, con eventi sparsi per tutto il centro storico. L’idea non era tanto di visitare Arte Fiera, con quel senso di immortalità che ti può dare una quarantesima edizione, quanto di passare del tempo nei locali dell’autostazione di piazza XX settembre, organizzati per la quarta volta per ospitare SetUp Contemporary Art Fair. Ero incuriosita da questa manifestazione indipendente con gallerie e artisti giovani, e che non avevo mai visto e che mi faceva pensare alla milanese Affordable, senza il discorso sul valore di vendita.

Il logo di SetUp

Forse stiamo assistendo ad un interesse maggiore verso gli eventi fieristici nuovi e meno pretenziosi, con la possibilità di esporre senza investimenti esagerati,perché le adesioni sono cresciute dallo scorso anno di più dell’80%, da 23 a 44 gallerie italiane, e pare che anche all’estero abbia riscosso successo e fiducia, con un incremento da tre a otto realtà provenienti da Spagna, Germania, Regno Unito e New York.

La fiera si è svolta con l’obiettivo raggiunto e consueto di coinvolgere un pubblico eterogeneo e vasto, vuoi per la vicinanza alla stazione dei treni, vuoi per il basso costo di entrata, ma anche per la selezione delle gallerie indipendenti con tutta la freschezza del linguaggio più recente, non unicamente degli artisti emergenti.

Tra la selezione delle gallerie Loppis Openlab, Martina's Gallery, Marta Massaioli Arte Contemporanea

Tra la selezione delle gallerie Loppis Openlab, Martina’s Gallery, Marta Massaioli Arte Contemporanea

Sono arrivata in serata all’incrocio con via dell’Indipendenza, davanti alla scritta gialla autostazione che si ergeva nella nebbia, affascinante perché poteva sembrare un quartier generale segreto di un film di spionaggio, ma mi sono ricreduta perché non appena varcata la biglietteria l’atmosfera era piuttosto “casalinga”, sia nel senso di calore quotidiano sia perché pensavo naturalmente pensare al disordine di casa mia, dove lo spazio non basta mai, e viene riorganizzato a seconda dei bisogni. Sarà un’anima del contemporaneo, quella della riqualifica o riutilizzo, del cambio di identità a favore della creatività di luoghi e oggetti, però in questo caso, a parte la felice posizione e l’identità di location di scambio e integrazione di culture, di transito di persone, non ho trovato molto agevole osservare delle opere d’arte al suo interno.

Opere scelte da Federico Rui Arte Contemporanea, Galleria Flaviostocco, Galerie am Pi

Opere scelte da Federico Rui Arte Contemporanea, Galleria Flaviostocco, Galerie am Pi

 

Se qualcuno ritiene che un’opera sia meglio percepita in un luogo vissuto, quotidiano appunto, e l’arte giovane è sempre più vicina alla strada, ciò non toglie che dalla classica struttura museale ai corridoi angusti che impediscono il giusto respiro allo sguardo, ci sia anche una via di mezzo. Tutta SetUp si svolge infatti al primo piano: il percorso circolare è semplice e ripercorribile senza problemi, con le gallerie ad occupare stanze indipendenti affollate data l’ora, ma tutto l’esposto nel percorso non è ben fruibile.

La selezione di D406 fedeli alla linea, EGGERS 2

La selezione di D406 fedeli alla linea, EGGERS 2

 

Nemmeno a farlo apposta c’è un tema scelto dal presidente Simona Gavioli e dalla direttrice Alice Zannoni, che per quest’anno è l’Orientamento, cioè il modo di rapportarsi allo spazio circostante e in base a questa conoscenza prendere una direzione. Io ho seguito quella circolare dell’esposizione, per il gusto della sorpresa delle 44 gallerie coinvolte. SetUp ha previsto anchericonoscimenti per artisti, curatori ed espositori, una parte dedicata all’arte performativa,la sezione per l’editoria all’inizio del percorso, e la collaudata area per i bambini. C’è il format dedicato agli under 35, curatore e artista e critico d’arte, che impostino la creazione sulla complessità di oggi per capire quali possano essere le espressioni di domani. L’arte giovane è limitata da quel giro di boa, ma mi domando se è davvero ciò di cui abbiamo bisogno per dare uno scossone al sistema in letargo, se se essere under 35 ti garantisse una profondità o una lungimiranza maggiore di un trentottenne.

Rnn Project, Memoria di Raffaele Montepaone, 2015

Rnn Project, Memoria di Raffaele Montepaone, 2015

 

Il comitato scientifico impegnato nella selezione delle proposte, che considero mantenersi su un livello qualitativo di rispetto, comprendeva Silvia Evangelisti, curatrice, storica e critica dell’arte, fino al 2012 Direttore artistico di Arte Fiera, e Giuseppe Casarotto, collezionista e Presidente del GAMeC Club, associazione culturale no profit dal 2005 a sostegno e promozione della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, sicuramente due nomi che testimoniano l’accresciuto prestigio negli anni di SetUp.

La locandina dell'installazione fotografica di Paolo Balboni, uno degli special projects di SetUp2016

La locandina dell’installazione fotografica di Paolo Balboni, uno degli special projects di SetUp2016

 

Il tema come ci si aspettava rivela visioni legate al contesto storico e sociale odierno: ho visto gli esempi di rilievo di ABC, Art and Ars, ARTspaceBasel, B4, Barcel-ONE, BI-BOx Art Space, Bonioni Arte, Burning Giraffe Art Gallery, Casa Falconieri, Casa Turese, D406 fedeli alla linea, Eggers 2.0,exfabbricadellebambole, Federico Rui Arte Contemporanea, Flavio Stocco, Galleria AM PI, Galleria13, INCREDIBOL,LAB, Galleria Loppis OpenLab, Martina’s Gallery, MMCA, Museo Nuova Era, Opificio Arti Performative, Portanova12, Galleria PrimoPiano,Print About Me, Riccardo Costantini Contemporary, RRN Project, Sponge Arte Contemporanea, Tedofra Artgallery, Viridian Artists, vita privata home gallery, VV8 artecontemporanea, White Noise Gallery, Yab (young artists bay), Galleria Zak. In neretto chi mi ha particolarmente stimolato e di cui potrete leggere futuri approfondimenti.

Un grande disegno, di Carlo Zinelli e Gilberto Giovagnoli a cura di Valerio Deho'

Un grande disegno, di Carlo Zinelli e Gilberto Giovagnoli a cura di Valerio Deho’

 

Segnalo il progetto speciale per SetUp Drawing the world–Focus Santander, a cura di Mónica Álvarez Careaga. In rappresentanza del ricco tessuto di gallerie per l’arte contemporanea in Spagna, con il sostegno del governo della Cantabria e della città di Santander, ci sono : JosédelaFuente, Creative Space Alexandra,Siboney e Estela Docal, da tenere sott’occhio per l’importanza riposta nel disegno come medium nella formazione dell’opera, non per forza grafica, con gli artisti Antonio Diaz Grande, Hondartza Fraga, Daniel R. Martin e Nacho Zubelzu. Altri progetti speciali rimasti nella mia memoria sono stati: Un grande disegno di Carlo Zinelli e Gilberto Giovagnoli, a cura di Valerio Dehò con la collaborazione della Fondazione Carlo Zinelli, presentato dalla d406 Galleria d’arte contemporanea e Moduli d’arte, e l’installazione fotografica di Paolo Balboni, Ozzheg e il castello di Chiara

Raul, Symbols, opera site specific per SetUp2016

Raul, Symbols, opera site specific per SetUp2016

 

Qualcosa site specific è invece Direzioni: dona un senso in più all’utilizzo dell’Autostazione di Bologna, nel segno della riqualificazione dell’atrio come spazio urbano da vivere e non solo per transitarvi. La bellezza che cambia la percezione del luogo almeno secondo gli intenti degli street artists Corn79 e ETNIK con gli wall painting di geometrie astratte. C’è poi Raul con l’opera Symbols che accoglie il visitatore sulle scale dell’ingresso, a demarcare e connettere le due aree dentro-fuori la visione artistica.

Alcune installazioni della mostra Stressed Environment di Davide Samorani, Marsèlleria, 2016, ph. Carola Merello

Stressed Envionment di Davide Savorani nel nuovo spazio per l’arte di Marselleria

STRESSED ENVIRONMENT di Davide Savorani nel nuovo spazio per l’Arte di Marsèlleria Milano

recensione di Michela Ongaretti

Marselleria, un luogo per la creatività che si pone come culla di ricerca sui linguaggi contemporanei afferenti a diverse discipline e categorie, ha iniziato una fervente attività espositiva fin dal 2009 in via Paullo, e presto MilanoArtexpo non mancherà di presentarla.

Il nuovo spazio è interamente dedicato, fino al 12 febbraio, alle installazioni di Stressed Environment che Savorani ha allestito lungo una direttrice lineare, per terminare in una saletta buia, che amplifica con il suono la percezione di sensazioni suggerite dalla vista e dal tatto nella prima parte.

Alcune installazioni della mostra Stressed Environment di Davide Samorani, Marsèlleria, 2016, ph. Carola MerelloMarsèlleria Milano – alcune installazioni mostra Stressed Environment di Davide Samorani, 2016, ph. Carola Merello

Tutto inizia con la Noia, come poeticamente rappresentata dal racconto/diario sul blog dell’artista. Quando questa prende forma, quando noi ci rendiamo conto di star vivendola, la sua percezione può farci reagire, per trasformarsi in uno stato di mutamento attivo, dinamico.

Essa permette di arrivare a nuove esperienze, “sia soggettive che condivise” create dal tentativo di adattamento. Per Savorani ha un valore se non proprio positivo, di apertura verso uno scenario nuovo rispetto alla stimolazione frenetica e consuetudinaria della comunicazione quotidiana, nelle relazioni e nei rapporti lavorativi. Fuori da tutto ciò la Noia ci richiede narrazioni nuove, perché quando è focalizzata stressa appunto il nostro ambiente, lo forza ad un nuovo adattamento, non dimentichiamo che lo stress è per definizione una forma di adattamento, verso una dimensione più profonda e vicina ai nostri bisogni.

Dettaglio Savorani- Stressed EnvirnmentMarsèlleria Milano, 2016, Dettaglio installazione di Stressed Environment di Davide Samorani, ph. Carola Merello

Quello che vedo è una fila di installazioni composte da pali su cui sono appese palle mediche sgonfiate e destrutturate, alle quali si collegano lightbox contenenti disegni come un manuale esplicativo di istruzioni per le norme di sicurezza in aereo.

Sono due elementi facilmente distinguibili che parlano di concerto allo spettatore: se le strutture slanciate richiamano l’ambiente ospedaliero, delle aste porta-flebo variopinte, i disegni inscritti in teche rettangolari come radiografie rappresentano gesti delle mani dove l’uomo o la donna stabiliscono la consapevolezza di sé, dal sentire il battito cardiaco sul polso all’atto della masturbazione. Il tutto riporta all’idea di una rianimazione, in senso lato o letterale, un risveglio che senza scossoni si sta compiendo.

Davide-Savorani-Stressed-Environment-Marsèlleria-Milano-2016-photo-Carola-MerelloVista generale della mostra Stresses Environment di Davide Samorani presso Marselleria di via Rezia

E’ proprio la differenziazione delle diverse parti dell’installazione a realizzarne la visione completa, perché la percezione di chi osserva deriva dall’analisi delle sensazioni date prima dal disegno sul lightbox e in seguito dalla struttura verticale: il modo in cui ognuno compone questo puzzle esaudisce il desiderio di trovarvi un senso compiuto, dipende quindi dalla nostra modalità e tempistica di collegare le diverse aree.

Comunque risultano volutamente ambigue le interpretazioni di queste strutture dalla fisicità definita che riempiono la sala per quella che la curatrice definisce una “coreografia fantascientifica”; a me suggeriscono l’ambiente di una sala da pronto soccorso mentre Riva propone un percorso ginnico, ma sono anche propriamente quel che sono: sostegni e gesti, pali telescopici e disegni retroilluminati.

Davide Samorani, Stressed Environment, stressed scene 001, lightbox, 2015

Davide Samorani, Stressed Environment, stressed scene 001, lightbox, 2015

Sono elementi affatto bidimensionali e statici, che invece attivano l’azione del pubblico anche solo nel girare intorno alle sculture e nell’invito alla voce dell’ultima sala.

Scendo da un gradino per entrare fiduciosa nel buio, ma rallento il mio passo non appena tocco il pavimento di sabbia; mi fa raccogliere in una sensazione ovattata, come un richiamo all’aspetto più profondo dello stimolo sensoriale precedente, quindi mi faccio guidare dal flusso di coscienza della voce femminile, invischiata ancora in un processo cognitivo ambiguo. Sono le sensazioni mie, logicamente generate dalla visita, o la mie psiche segue un comando esterno? Forse ciò che conta soltanto è che mi sto domandando se e come ci sono, dichiarando la mia presenza nel gesto o attività dinamica, indotta o volontaria, di ascoltare, non solo di vedere o toccare.

Davide-Savorani-Mask-03, Marsèlleria, photo-Carola-MerelloMarsèlleria 2016, L’installazione completa di lightbox Mask 3, Stressed Environment di Davide Samorani, ph. Carola Merello

I suoi lavori sono da sempre formati dalla combinazione di differenti media, dal disegno a cui si affida sempre come parte imprescindibile della concretizzazione dell’idea, alla scultura, alla fotografia e alla performance. La sua pratica artistica è caratterizzata dal coinvolgimento processuale e relazionale tra chi fa e chi vive la rappresentazione, secondo una visione che affonda le radici in quella teatrale, quindi si oppone all’idea dello spazio espositivo come luogo statico per oggetti da osservare passivamente.Davide Savorani, nato nel 1977, è un performer oltre che un artista visivo, infatti ha partecipato a progetti di Societas Raffaello Sanzio, Kinkaleri, Fanny&Alexander, ZimmerFrei, MK e Invernomuto, sicuramente riportando nella propria attività stimoli legati all’espressione della fisicità.

Sue mostre personali sono state: The Can’t Get-Away Club, presso GAR a Galveston negli Stati Uniti nel 2013; Green Room, Careof nel 2011, nel 2008 Gallisterna, Brown Project Space e Parade presso la galleria Artopia a Milano.

Marsèlleria 2016, Un’installazione completa di lightbox, Stressed Environment di Davide Samorani, ph. Carola Merello

Ha inoltre partecipato a moltissime mostre e happenings in Italia, Europa e Stati Uniti tra le quali ricordiamo le ultime: REVISIT, Overgaden, a Copenhagen nel 2014; Urban Bodies presso il Museo Villa Croce a Genova nel 2013; Prune In The Sky alla Toves Galleri di Copenhagen nel 2012; Not An Image But A Whole World al Kunstraum di Vienna nel 2012; The Inadequate, alla 54esima Biennale di Venezia / Padiglione Spagna, 2011.

Michela Ongaretti

Mantra, 2000

Omar Galliani disegna la materia

OMAR GALLIANI disegna la materia

di MICHELA ONGARETTI

Omar GallianiOmar Galliani – Mantra, 2000

OMAR GALLIANI disegna la materia – di Michela Ongaretti . In occasione della mostra Il disegno nell’Acqua all’Acquario Civico e alla Conca dell’Incoronata abbiamo incontrato Omar Galliani, l’artista che meglio di tanti incarna il proseguimento della tradizione del disegno rinascimentale vivente nel contemporaneo, molto apprezzato in Oriente.

Omar Galliani Omar Galliani – L’installazione Aquatica. La memoria dell’acqua© Luca Trascinelli

Non è una scelta casuale quella delle due location dato che Galliani ha da sempre avuto un rapporto privilegiato con l’acqua tra gli elementi naturali, fascinazione letteraria e artistica che dice molto del suo modus operandi e della sua poetica.

Nella sede milanese dell’Acquario sono esposte numerose opere dal 1979 con qualche inedito nell’allestimento curato da Mario Botta mentre adagiato nel letto della conca troviamo un’installazione site specific, Acquatica. La memoria dell’Acqua.

Omar GallianiOmar Galliani, ‘Disegno siamese’, 2009

Galliani guarda ai grandi esempi del passato per non lasciarli ad esso, se ne riappropria donando loro lo sguardo del presente. E’ cresciuto artisticamente in un periodo che da noi ha negato brutalmente la presenza della tradizione, e che solo oggi riesce talvolta a comprenderlo come elemento vitale e vitalistico, non arido. Si confronta con Leonardo da Vinci sopra a tutti, considerato lo sperimentatore il cui esempio può attraversare i secoli per proseguire un ragionamento sulle potenzialità di un mezzo espressivo come la pittura, e che ha portato avanti la ricerca sui materiali e sulle loro reazioni chimiche e naturali.

Il disegno per Omar Galliani è fondamento e struttura del lavoro. Progetto e opera finita, grafico e materico insieme. In molti dei suoi lavori si sente la fatica di una tessitura insistente di segni, sovrapposti e mai incrociati proprio come in Leonardo, della concentrazione data dal loro affastellarsi in un tratteggio vigoroso, che riesce a fare emergere dal nulla un’immagine, non data dall’incisività lineare ma come una coagulazione del pensiero attraverso la nebulosità degli elementi che la compongono. Tuttavia ci fa sapere che esiste la consapevolezza del suo esatto contrario: il lavoro immane del disegnatore che lavora in piedi con vigore crea per lui una sorta di ferita tra l’aspirazione ad un risultato, all’immagine che noi vediamo cristallizzata e uscire prepotentemente dal fondo, e l’impossibilità di creare qualcosa di eterno, immutato.

Omar Galliani Omar Galliani – Fluire, matita dilavata in acqua su tavola, con applicazione di fedi in oro- 2014

Anche il rapporto con la matrice letteraria, storica o artistica, dove Leonardo da Vinci è l’incontro “fatale” per eccellenza, dei suoi soggetti non cresce in una pacificazione. Per questo la ricerca dell’origine dell’immagine, della storia di un tema o soggetto non si ferma ad essere citazione ma si trasforma in desiderio di reinventarla, coinvolgendo e amplificando la capacità del materiale di mostrare la sua mutevolezza.

In questo processo gioca un ruolo fondamentale il caso. Certamente alcune caratteristiche rimarranno quelle previste dalla mente progettuale ma fin dall’inizio, quando arrivano nel suo studio le tavole in pioppo su cui lavora, non sono previste le venature e i nodi che le caratterizzano. Poi l’artista carteggia il legno e toglie ” quella lucentezza che non sarebbe idonea a ricevere tutti i segni, da liscia rendo la superficie più deformata”, così si formano dei solchi che il disegno aprirà come un frottage, i segni risultanti diventano una “cartografia, una mappatura della mia mano, del mio braccio, quindi anche del mio cuore, e che è data da quel segno tracciato con la carta vetrata: creo quell’asperità’ per ricevere il segno a matita.”

Omar GallianiOmar Galliani al lavoro

L’aspetto materico, fisico della materia influenza molto il disegno perchè per Omar Galliani è l’oggetto ad essere percepito, quello che regala l’intuizione primigenia, come quando Leonardo da Vinci indicò nelle macchie di salnistro sul muro l’annunciazione di un paesaggio, che non è presa diretta, piuttosto un “paesaggio dell’animo, che intravede come una sorta di visione”. Come in Leonardo può essere l’impressione dello sfondo di una Madonna delle Rocce, così per Galliani questa intuizione gioca con l’ignoto, entra e trasfigura il soggetto rappresentato. Pare che il soggetto tenti di imporsi su quel dato oggetto, uscendo dal supporto ma portando su di sè traccia di quella lotta.

In questa dinamica si inserisce il senso della bellezza per il disegnatore, che vive ed è percepita nel suo sforzo di emergere, pur con la consapevolezza di cambiare, di non durare. Ci spiega come per lui la bellezza nel nostro tempo è anche l’orrore del suo contrario, della sua negazione come afferma Jean Clair, ed esasperazione, esagerazione. In questa ricerca si genera uno strappo consapevole tra l’ideale e la sua impossibile immanenza, è quella che chiama ferita, e in essa stessa si trova la fascinazione di una bellezza epifanica e sfuggente. C’è quindi qualcosa di drammatico non tanto nell’espressione dei suoi volti quanto nel loro mostrare la loro formazione nel segno affastellato e intenso, nel confronto fisico con la superficie attraverso il segno, nello sforzo titanico di fare uscire l’immagine dal fondo.

Omar GallianiOmar Galliani – Allestimento al Cafa

Lo sforzo per Omar Galliani è quello di “sublimare qualcosa di inerte o inespressivo attraverso un soggetto fatto di pochi elementi e definito come potrebbe essere un volto con diverse espressività, però per lui il rapporto tra il supporto e il soggetto gioca un ruolo preminente. Esiste una “dicotomia tra soggetto e oggetto”, come dichiara tra le righe del suo sito, dove l’oggetto è rappresentato dal supporto, che a volte lascia individuare maggiormente il primo, affiora sempre la venatura del legno come nella grande opera Fluire in mostra all’acquario. La bellezza è la costruzione dell’utopia dell’arte, che continua a rinascere e riproporsi in fattezze nuove, ecco perché la tradizione non può non essere considerata nella formazione di un artista contemporaneo.

Chiediamo cosa secondo lui rende contemporaneo il disegno oggi. Afferma che se è difficile parlare di novità nel tempo così lungamente storicizzato della disciplina, si può notare che è sempre stato legato al foglio di carta che non può raggiungere grandi dimensioni, oggi realizzare grandi disegni su tavola permette misure che definisce “esagerate” e che evidenziano la sua natura contemporanea, in rapporto alla quotidianità delle immagini nell’architettura urbana. La visione di Omar Galliani attraverso il disegno non è anacronismo: senza voler spazzar via la disciplina come inutile passaggio, come fecero le correnti degli anni sessanta-settanta, intende liberare la grafia del tratto dalla mimesi, assimilando la lezione della gestualità dell’arte del novecento.

Omar Galliani Omar Galliani all’Acquario Civico. Allestimento di Mario Botta

In effetti affondare le radici nella scuola del disegno è stato per l’artista il meritato ponte che lo ha portato a viaggiare molto con lasua opera nei musei cinesi. Ricordiamo che nel 2006 ha realizzato un tour in dieci esposizioni in altrettanti città della Cina, e che le sue opere fanno ora parte delle loro collezioni museali permanenti. Se qui ancora spesso i disegnatori vivono in un’aura di anacronismo, in oriente la nostra capacità di dare una vita nuova al dna del rinascimento viene vissuta come un tratto distintivo e per questo ricercata.

Ci siamo domandati se le sue lunghe permanenze in Oriente avessero avuto un’influenza sul modo di operare di Omar Galliani, se oltre a portare l’arte italiana in Cina, dalla sua cultura avesse a sua volta portato qualcosa in Italia. L’oriente in generale ha una grande tradizione grafica, ma la sua suggestione viene dai materiali e dalla letteratura.

La carta con la sua peculiare filigrana in oro e argento e inchiostri, entrambi reperiti sul luogo, hanno modificato il suo modo di lavorare. Queste sperimentazioni sono state raccolte per una mostra intitolata appunto “Omar Galliani tra occidente e oriente” alla fondazione Querini Stampalia di Venezia nel 2007, e quella al CAMeC di La Spezia tutt’ora in corso: sono opere su carta molto differenti da quelli su tavola ma che proseguono il discorso sulla rapporto tra il soggetto e il supporto. Anche qui c’è una ricerca su quello che è “la modalità di assorbimento della carta, di duttilità del pennello nell’appoggio”.

Omar GallianiOmar Galliani – L’installazione al Caffe Florian di Venezia, 2013

Nel 2013, l’anno dopo l’importante esposizione al Museo Cafa di Pechino, che raccoglieva l’esperienza itinerante e un’antologia, realizza un’installazione al celebre Caffè Florian di Venezia, che ha appunto una sala “cinese”. Per la città memore delle spedizioni commerciali in Cina di Marco Polo, Galliani recupera l’immagine letteraria della principessa Liu Ji, poetessa morta misteriosamente a 15 anni, di cui visita la tomba non distante dall’esercito in terracotta di Xian. Sulle pareti della sala sono raffigurati gli oggetti incisi a bassorilievo sulla sepoltura: scarpe, fiori, libri, pennelli, animali, mentre l’artista ci spiega di avere aggiunto lui alcuni elementi legati alla morte come teschi e le forbici che recidono le rose come fu recisa la giovane vita della poetessa, il suo volto ideale appare sdoppiato in una nube nerissima di tratti nella parete di fondo.

Anche l’acqua è per l’artista un soggetto letterario e artistico straordinario, e non è la prima volta che il disegno su carta, armonizzato e lasciato a contatto con l’elemento naturale, diventa un’installazione a tutti gli effetti.

Omar Galliani Omar Galliani al lavoro nel suo studio ph. Irma Bianchi Comunicazione

Negli anni del concettuale in Italia, il periodo in cui studiava all’accademia di Bologna, vede alla Tate Britain di Londra il dipinto Ophelia di John Everett Millais, artista che segue con fascinazione fin da ragazzo. Nel contingente storico legato all’oggetto come forma d’arte, era il 1978, per una galleria con sede in campagna che esponeva la gestualità legata all’uso di ready made, Galliani riparte dalla tecnica grafica e inserisce il suo lavoro da Millais in uno stagno mimetizzandolo completamente con gli elementi naturali: rane ramoscelli, erba, fiori,dopo aver tolto l’acqua presente. Ne risultava “il recupero del corpo fisico di quell’oggetto, il disegno che si fa materia, anzi che si riavvicina alla natura originaria e che in quanto elemento fisico si sfalda per ritornare alla Terra”.

Emerge così attraverso il disegno un’opera concettuale, dove si dichiara l’impossibilità dell’arte di manifestare qualcosa che si possa definire o mantenere intatta. Per lui esiste come una“preveggenza” dell’arte che è consapevole della impraticabilità del suo impulso alla descrizione, e se descrive “esce dall’alveo di una poetica misteriosa per perdere la sua efficacia”.

Nel 1979 a Siracusa la fascinazione è mitologica: fa galleggiare il disegno La dea levò la fronterealizzato a penna in carta papiro. Accade nella fonte di Aretusa, che prende il nome dalla figlia di Giove che per sfuggire al dio Alfeo si fa trasformare in fonte che zampillerà tra mare e terra. La reale sorgente è così vicina al Mediterraneo da mescolare acqua dolce e salata, che produce una “piccola onda circolare” sui disegni mentre si dissolvono nell’acqua. Ancora una volta un’operazione concettuale dove l‘immagine del mito entra a tutti gli effetti nell’opera, “defluisce in essa” fisicamente e metaforicamente.

L’acqua è sempre poi stata elemento di distinzione, ad esempio con l’ acquerello, nell’operaFluire essa lava via il disegno per lasciarne una traccia dove i volti sono appena intuiti, percepiti.

Nella Conca dell’Incoronata vediamo la più volte citata crocchia di capelli di Leonardo, elevata già per il toscano a riferimento astratto dello scorrere di un fiume o un’area vasta di acqua, nella visione di Galliani è prevista nel progetto l’influenza e della natura sul soggetto e oggetto,che li penetra modificando entrambi.

Sempre è presente questa idea di mutevolezza della visione, dell’opera, del mondo che l’elemento acquatico esemplifica e metaforizza. Il disegno mira ad eternizzarsi, ma non ci riuscirà mai e questa consapevolezza è perfettamente rappresentata nella decisione di inserire un lavoro in un luogo dove le intemperie prenderanno il sopravvento: la realizzazione di cinque metri in altezza, pennellata di sale dell’Himalaya e albume d’uovo, sarà dissolta da pioggia e il sole con l’evaporare il sale. Entrerà a far parte materialmente nella conca nel suo distruggersi,idealmente congiungendosi all’opera ingenieristica di Leonardo. Ancora l’accettazione della dissolvenza trasforma il disegno in installazione.

Michela Ongaretti

Il nucleo dell'alveare nel Padiglione del Regno Unito

L’alveare della Regina. Il Padiglione del Regno Unito ad Expo2015

L’alveare della Regina. Il Padiglione del Regno Unito ad Expo2015

Il nucleo dell'alveare nel Padiglione del Regno UnitoPadiglione Regno Unito Expo 2015 – Il nucleo dell’alveare in uno dei migliori padiglioni Expo da visitare

Il design di Expo Milano 2015Padiglione Regno Unito.

L’alveare della Regina è dal mio punto di vista il padiglione del Regno Unito è finora il più originale ed esteticamente distinguibile tra quelli visitati. Aderente al messaggio che Expo dovrebbe dare, è chiaro e semplice nell’affrontare una tematica di ecosostenibilità, che ricade sulla problematica della nutrizione mondiale. Nonostante la serietà dell’argomento l’esposizione viene presentata con leggerezza e con una discreta eleganza.

Il padiglione nella luce serale(1)Il padiglione inglese ad Expo2015 nella luce serale

Tutto questo è riscontrabile attraverso il design della sua architettura, anzi in questo caso possiamo ben dire che è il design generale stesso a veicolare il messaggio: l’intento è di invitare il visitatore a vivere l’esperienza del padiglione come se fosse un’ ape mellifera. Attraverso la ricostruzione in grande dell’habitat di questo insetto tanto utile per l’ambiente, ci si addentra nel problema della sua drammatica riduzione che potrà avere gravi conseguenze per l’ecosistema.

E’ solo e semplicemente questo, design puro, senza ridondanza, senza esuberanza di contenuti e soprattutto senza autocelebrazione nazionale: chiedere allo spettatore di prestare attenzione al ruolo fondamentale dell’impollinazione nella catena alimentare.

L'interno dell'alveare nel Padiglione della Gran BretagnaL’interno dell’alveare nel Padiglione della Gran Bretagna- Expo2015

Il progetto è stato curato integralmente daprofessionisti della nazionalità del Regno come l’artista Wolfgang Buttress di Nottingham quale ideatore e responsabile del progetto artistico, in collaborazione conl’ingegnere strutturista Tristan Simmonds, e lo studio di architettura BDP di Manchester. Da York viene invece l’azienda Stage One, responsabile della produzione e costruzione del padiglione, mentre il percorso, caratterizzato da grafica e animazione, è stato ideato per coinvolgere attivamente il visitatore dall’agenzia creativa Squint Opera.

Partner del Padiglione del Regno Unito sono Jaguar, Land Rover e British Airways.

La struttura è stata realizzata grazie al coordinamento del suo commissario generale Hannah Corbett, per mostrare come la nazione possa contribuire a risolvere la sfida globale di nutrire il pianeta attraverso la ricerca scientifica e la tecnologia d’avanguardia: in particolare ci si riferisce a quella sviluppata dal Dott. Martin Bencsik, docente di Fisica presso la Nottingham Trent University, studioso delle nuove applicazioni della risonanza magnetica e di bio-acustica, di cui fa parte il monitoraggio degli alveari, utile a comprendere la salute delle colonie degli insetti melliferi.

Alcuni componenti strutturali in alluminioPadiglione del Regno Unito – Alcuni componenti strutturali in alluminio

Il Regno Unito desidera ricordare alla comunità internazionale il ruolo fondamentale e insostituibile delle api: partecipano alla sostenibilità della nostra catena alimentare attraverso l’impollinazione , attività che contribuisce alla produzione del 30% del cibo consumato in tutto il mondo. L’’ape è tra gli insetti pronubi uno degli impollinatori più importanti per la nostra nutrizione. La ricerca portata avanti con cura dai britannici ha lo scopo di aumentare sensibilmente la produttività dell’apicoltura su ampia scala, grazie al controllo sempre più preciso dello stato di salute delle api.

Il tema ufficiale è “Grown in Britain & Northern Ireland”, reso possibile sotto la guida dell’agenzia governativa britannica per la promozione di export e investimenti UK Trade & Investment (UKTI), declinato dal punto di vista della base di quella crescita, i viaggi del polline.

Il Padiglione del Regno Unito è anche, come quelli delle altre nazioni, sede preposta ad eventi di natura commerciale, culturale e scientifica, proposti dal governo britannico nel suo ruolo presente e futuro nelle sfide agricole e ambientali globali: in questo senso l’alveare è metafora di fucina produttiva per la creatività, la laboriosità e l’innovazione utili a nutrire il pianeta. Si vuole presentare il Paese tra i protagonisti sensibili a comprendere e affrontare la sfida per il miglioramento delle condizioni di vita e la conservazione delle preziose componenti da tutelare nell’ambiente, ma anche aperto all’impresa e accogliente verso turisti e professionisti. Creatività, imprenditorialità e ricerca scientifica sono quindi le punte di diamante della risposta britannica al tema di Expo2015.

L'inizio del percorso del Padiglione Gran BretagnaL’inizio del percorso nel Padiglione britannico

Per questi eventi il Padiglione del Regno Unito è corredato da una sala conferenze, una sala riunioni, una sala da pranzo e una business club.

Entrare nell’esperienza del padiglione significa quindi farlo nei panni di un’ape, seguire la sua stessa danza e attraversare i luoghi o paesaggi a lei famigliari, dal primo ambiente che è un frutteto ad un prato di fiori selvatici, nel quale sono state piantate alcune varietà di fiori del territorio inglese quali erica ranuncolo ed acetosa, fino a raggiungere il centro del gigantesco alveare in alluminio, dove la sensazione di trovarsi al suo interno è potenziata da effetti audiovisivi creati registrando quelli di reali api in un reale alveare di Nottingham. Queste “informazioni” sono trasmesse con l’utilizzo di 890 luci LED.

L’alveare è composto da una struttura reticolare in alluminio, ben 169.300 singoli componenti strutturali, pesa 50 tonnellate e si estende per un volume di 14 metri quadrati.

Il percorso dal frutteto visto dall'altoPadiglione Regno Unito – Il percorso dal frutteto visto dall’alto

Forse ciò che distingue il padiglione dagli altri è che questo concept di design puro non è puramente architettonico, o meglio, non nasce da un’idea legata all’architettura ma alla forma plastica in sé. Buttress, che è principalmente uno scultore, in una recente intervista sul magazine on-line Dezeen afferma di volere costruire qualcosa in antitesi al tipico padiglione di Expo, e di essere interessato a come trasformare un’idea o un sentimento attraverso un’esperienza, non un edificio. Egli desidera inoltre che il padiglione venga percepito per ciò che è, una struttura temporanea, e soprattutto dimostrare che si può dire molto senza grandi effetti spettacolari o in maniera pomposa, come parlare sottovoce piuttosto che gridare. Secondo questa filosofia il tema di Expo “Nutrire il Pianeta” non è coerente con spese alte, perciò meglio sarebbe lavorare il più possibile sulla sostenibilità, per costruire strutture che abbiano una seconda vita. ” The Hive”, come viene chiamato da Buttress, è stato uno dei primi padiglioni di Expo2015 ad essere completati, anche grazie a Stage One che è stata in grado di costruire tutto in parti componibili e trasportarle soltanto da montare da York, e non sarà demolito ma smantellato e ricostruito integralmente nel Regno Unito dopo il 31 ottobre.

Non si desiderava tanto creare una scultura inserita in un paesaggio o una scultura in un edificio, quanto creare una sintesi armoniosa tra l’arte, l’architettura e la scienza. Se quindi in ogni progetto c’è molto da imparare, in questo caso Butress ha appreso molto sull’importanza dell’ape, “sentinella della salute del pianeta”. La parte più eccitante della realizzazione è stata per lui la parte legata al suono e alle luci: molte persone hanno lavorato alla “colonna sonora”, che cambia in accordo con le api di Nottingham, tra cui i musicisti Spiritualized e il violinista dei Sigur Ròs.

Wolfgang Butress all'interno dela sua creazionePadiglione Regno Unito Expo Milano 2015 – Wolfgang Butress all’interno dela sua creazione

Colse tutti di sorpresa l’assegnazione del lavoro di progettazione a Wolfgang Buttress, un artista e non un architetto come i grandi nomi nella shortlist per Expo: Barber & Osgerby and Paul Cocksedge, Amanda Levete, Asif Khan e Allford Hall Monaghan Morris. Il concorso attraeva molti grazie al successo del Padiglione Uk alla Expo del 2010, Seed Cathedral di Thomas Heatherwick, che ha avuto grande fortuna dopo il progetto dato che ora sta lavorando al nuovo quartier generale di Google in California, coadiuvato da Bjarke Ingels. Al contrario Buttress intende restare nel suo campo applicativo, e focalizzarsi sui clienti per progetti d’arte, o comunque restare all’interno di commissioni dove si possa sentire parte del processo e collaborare con i costruttori;sarebbe per lui auspicabile lavorare con grandi architetti come il giapponese Kengo Kuma.

Foto: FTfoto | www.ftfoto.itDi fronte al Padiglione del Regno Unito

Wolfang Butress come scultore si dedica alla creazione di opere legate osmoticamente allo spazio circostante, esaltandone la percezione. Si ispira alle forme della Natura e si interfaccia da anni con esperti che gli permettano di interpretare con il suo linguaggio le conquiste scientifiche del nostro tempo. Le sue sono forme eleganti ed essenziali sempre in stretta relazione con il paesaggio o il contesto ambientale. Buttress ha collaborato con famosi studi di architetti, paesaggisti e strutturisti in tutto il mondo tra cui Lyons, LDA, Gillespies, BPD, GROSS MAX, Conran & Partners, Simmonds Studio, Price & Myers, Arup e Ramboll. Nel 2013 ha vinto l’International Structural Steel Award per progetti inferiori a 2 milioni di sterline, e nel 2014 Con l’opera ‘Space’ il prestigioso Gold Award del Premio Kajima in Giappone.

Building Design Partnership, BDP – responsabile progetto architettonico e landscaping del padiglione, è uno studio internazionale fondato nel 1961 che ha ora diverse sedi nel mondo.E’ formato da architetti, designer, ingegneri e urbanisti, per questo crea soluzioni integrate, diversificate e interdisciplinari in base alle diverse necessità, sempre per spazi d’eccellenza.

Simmonds Studio – responsabile delle soluzioni strutturali, Tristan Simmonds da anni si occupa del design, ingenierizzazione e produzione di strutture architettoniche leggere e scultoree, con artisti di livello come Anish Kapoor e Antony Gormley, nel 2009 fonda lo Studio per allargare le collaborazioni interdisciplinari. L’approccio progettuale utilizza metodi innovativi e strumenti digitali specifici: nella sua visione olistica comprende le fasi di creazione di una “scultura digitale”, un piano d’ingegnerizzazione e ottimizzazione strutturale fino all’elaborazione dei dati di costruzione. La precisa determinazione dei costi, con tecniche costruttive ad hoc e infine unastrategia di comunicazione curata hanno portato la realizzazione di opere complesse e atipiche con un budget limitato.

Squint Opera- agenzia creativa per concept innovativi di grafica e animazione nei pannelli all’interno del padiglione. Possiede alte competenze in software interattivi, grafica, tecnologia e installazioni creative e media digitali nell’ambito culturale e del built environment. Citiamo tra gli ultimi progetti la parete per presentazioni multimediali per il Weill Cornell Medical College, New York (2014), e diversi allestimenti per esposizioni al Victoria & Albert Museum di Londra.Tra le realizzazioni di “esperienze immersive” ricordiamo al Museum of London nel 2014 la mostra su Sherlock Holmes, nello stesso anno per l’Imperial War Museum di Londra crea una serie d’installazioni sulla Prima Guerra Mondiale per la collezione permanente.

Stage One – Azienda costruttrice del Padiglione, si muove tra edilizia e architettura, teatro ed organizzazione eventi. Riesce a concretizzare qualunque visione creativa dei propri clienti grazie ad una grande inventiva nel trovare modalità costruttive sempre nuove: tutto questo grazie all’esperienza progettuale e alle teste creative, architettoniche e ingenieristiche e tecnologiche, coinvolte da oltre veniticinque anni. Stage One ha vinto il prestigioso premio britannico “Queen’s Award for Continuous Innovation” nel 2013.

Michela Ongaretti

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Il gioco dell’Arte e del Design per Marc Kalinka

Il gioco dell’Arte e del Design per Marc Kalinka

di MICHELA ONGARETTI

Marc Kalinka è un artista poliedrico, attivo da molti anni sulla scena artistica internazionale con installazioni multimediali, performance, fotografia, stampa digitale, serigrafia e scultura. Era ad esempio presente alla Biennale di Mosca nel 2005 e 2007, alla Biennale di Venezia nel 2007 e nel 2011, al Frieze Art Fair London, Just Madrid e Loop Barcelona. Nel 2014 si vedevano sue opere ad Art Brussels e Manifesta 10. Durante il Fuorisalone 2015 l’abbiamo notato in veste di designer con Qbo, un prodotto a cavallo tra il design e la scultura, presentato in anteprima presso lo spazio Raw. Ora si trova al Nhow Hotel di Milano, per la mostra del MAD-Milano Art Design, in corso fino alla fine di Expo 2015.

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The many me. Who is the real Kalinka? – Installazione video 2009-2011


Ciò che non ci lascia indifferenti è il suo grande entusiasmo per lavori diversissimi tra loro, e il
desiderio di veicolare concetti profondi attraverso un’impostazione giocosa, spesso ludica del proprio lavoro e della sua fruizione. Può darsi che questo provenga dal suo imprinting dato dall’esperienza decennale nel mondo del teatro, per cui l’intrattenimento e la narrazione sono una cosa sola. Abbiamo quindi deciso di incontrarlo per conoscere la sua storia, e abbiamo scoperto il suo coinvolgimento in diversiprogetti interdisciplinari, nei quali la memoria e l’attivazione di chi osserva sono fondamentali.

Estrae dalla borsa un dono: è una scatola che ci porge presentandola come il catalogo della mostra Club 21:Remaking the Scene, a cui ha partecipato nel 2010 presso la galleria One Marylebone di Londra. Si trattava dell’incontro tra diversi artisti da tutto il mondo, tra cui Adrian Paci, Roberto Cuoghi e Jota Castro , impegnati a reinventarsi il concetto e l’atmosfera di un club degli anni ottanta, dove performance e sound art sono presentate insieme ad installazioni, favorendo e stimolando l’interazione con l’audience. Il musicista Steve Piccolo, che fu un protagonista della scena underground neworkese aveva curato la parte sonora e performativa, mentre la curatela era di Oxana Maleeva con Art Apart.

Consequences, 2011 (1)Marc Kalinka – Consequences, 2011


Nel 2015 ha partecipato alla mostra
La Casa dei tuoi sogni, organizzata a Bratislava dall’Istituto di Cultura Italiana, sempre curata da Oxana Maleeva e Steve Piccolo. Alcuni pezzi di design storico italiano erano accostati ad opere d’arte di Vedovamazzei, Steve Piccolo, Gabriele di Matteo, Aldo Damioli e Antonio Paradiso, per presentare l’eccellenza italiana in occasione della Festa della Repubblica.Il progetto era organizzato dal Mudam Museum of Luxembourg and Victoria e the Art of Being Contemporary Foundation di Mosca. Kalinka aveva presentato l’opera Consequences, e ancheil concept del catalogo-scatola è suo. Pare studiato per cambiare l’abitudine del lettore, che non sfoglia pagine ma manipola un oggetto: lo deve girare, aprire, e far suonare come uno strumento musicale o un gioco infantile per conoscere i contributi dei curatori sul mondo del clubbing di cui facevano parte personaggi come Andy Wahrol e Jean Michel Basquiat. Il design del catalogo testimonia la sua necessità di usare linguaggi diversi e insoliti che formano un’opera con un contenuto che che si espande con l’interazione, il coinvolgimento di un’azione che può far cambiare o aggiungere senso, sempre facendo scoprire a chi compie quell’azione la propria natura di giocatore curioso.

Qbo nell'allestimento dell'hotel Nhow (1)Qbo nell’allestimento dell’hotel Nhow

Anche Qbo rappresenta un possibile ponte tra l’arte e il design, nel suo trovarsi in una zona affascinante di confine, dove convivono senza soluzione di continuità entrambe le parti. L’estetica cerca una funzione e la funzione si rifugia nella bellezza del materiale e della forma pura. E’ un mobile ed una scultura componibile e scomponibile, che pare ispirarsi al concetto del cubo di Rubik nella possibilità di muovere le diverse facce, soltanto che per Qbo tutte hanno la stessa elegante venatura del legno da mostrare, in questo modo comunque siano posizionate la struttura mantiene una sua organica completezza.

Qbo aperto in una delle sue numerose configurazioni (1)Qbo aperto in una delle sue numerose configurazioni

L’artista stesso definisce l’opera una “forma che custodisce segreti”: per questo chi se lo trova di fronte, può essere chi ha deciso di tenerlo all’interno della propria casa e fruire della sua funzionalità, oppure chi lo nota in un contesto espositivo, non può non “viverlo”, ed esplorarlo nella sua trasformazione. Qbo mantiene quindi la sua armonia monumentale da chiuso, ma può assumere oltre venti configurazioni dalle forme di base,due cubi e due esaedri, mediante lo spostamento dei volumi attraverso l’uso di cerniere e tessuto architettonico.

E’ ideato come un’opera d’arte, la cui ispirazione e genesi avviene attraverso “ una sequenza di immagini che si ricomponevano continuamente, disposte su più dimensioni che si inseguivano e si sovrapponevano”, rivelando come per Kalinka l’opera, fin dalle sue origini, è sempre narrazione. E’ racconto dell’opportunità di essere diverse personalità in una sola.

Il progetto tecnico dello scorso anno è stato curato da Supercake, uno studio di progettazione composto da giovani architetti e designer di Milano nato nel 2011, il cui intento è proprio quello di creare sistemi e arredi flessibili e in grado di adattarsi a differenti funzioni ed esigenze. L’approccio progettuale, in accordo con l’ideatore del design, segue i valori di originalità e intuizione, flessibilità nel pensiero, capacità di analisi e sintesi, e ovviamenteridefinizione, uniti all’attenzione verso tematiche socio-economiche e ambientali da applicare di volta in volta nella produzione.

Per quanto riguarda Qbo quello in mostra a Milano è in legno antico d’abete rosso ossidato al sole per un anno, e alveolare in alluminio, ricavando uno stile sofisticato dall’unione tra la linea contemporanea e il pregio del materiale, con un chiaro rimando al mobile fatto a mano.La realizzazione è invece affidata alla competenza di Haute Material in termini di know how del legno: della sua ingenierizzazione e lavorazione artigianale, interamente made in Italy. Haute Material è un’azienda valtellinese che seleziona legni pregiati, antichi e di recupero, e li lavora con finiture specialirispettando la memoria racchiusa nelle loro venature, per produrre pezzi unici nati dalla commistione tra materiale senza tempo e design moderno.

Qbo nella posizione chaise long (1)Qbo nella posizione chaise longue

Kalinka ci spiega come sia in cantiere il proposito di realizzare il progetto in materiali differenti, sempre legnami perchè non sono soltanto ecologici ma continuano una storia centenaria, come il rovere della Croazia dal colore bluastro per l’antichità, ( due o tremila anni!), e la sua immersione prolungata nel fango. Rimane in gioco la riflessione sull’ecosostenibilità nella creazione di un oggetto pensato per durare “per sempre”, senza bisogno di un riciclo del materiale o di un riuso delle componenti, soltanto confidando nella robustezza durevole dell’artigianalità. L’artista insiste quindi sul concetto di necessità e non di utilizzo, dove terminato questo si tende a gettare gli oggetti, mentre sarebbe soddisfacente sapere che tra trecento anni Qbo esisterà ancora.

Marc Kalinka“The fear of the abandonment. Cells”. Lambda print on alluminum, 30x45cm, edition of 25.Marc Kalinka “The fear of the abandonment. Cells”. Stampa lambda su alluminio, edizione di 25 esemplari.

Ci esprime anche il suo desiderio di non dimenticare nemmeno quel “ passato glorioso d’Italia in ogni campo”, nell’architettura e nel design industriale: purtroppo non si pensa che gli oggetti o gli edifici possono essere riparati e destinati ad altri utilizzi, soprattutto per strutture ancora autosufficienti ma che nessuno più usa per dover apportare modifiche, quindi si preferisce non spendere tempo per un ripensamento della funzione, magari affidando questi spazi ad enti culturali, e lasciare all’abbandono il luogo. Ripensando alla memoria senza valore del luogo sono nate le opere ambientate nella cittadina di Consonno, che fanno parte della serie Will it be of me e sono foto di luoghi distrutti nei quali si vedono opere di Kalinka, trattate allo stesso modo, per riflettere sulla tutela e il destino dell’Arte, in particolar modo la sua. Un secondo progetto affine è Fear of Abandonment: una serie di foto nelle quali sono ripresi manifesti fatti stampare per lo scatto, su di essi è impressa l’immagine di beni culturali italiani molto noti, che si mescolano alla spazzatura e allo stato di abbandono dell’edificio che li ospita, la Pozzi-Ginori di Corsico. Le affiches sono una metafora di tutto ciò che è legato alla memoria e alla bellezza, di cui si denuncia una mancata politica conservativa, che resiste all’interno di un sistema che privilegia il rifiuto.

Vista03_3L’installazione finale de “Apostasia della Bellezza” di Marc Kalinka

Lo stesso discorso sulla cancellazione prosegue in Apostasia della Bellezza,un’installazione luminosa e sonora itinerante del 2014. E’ stata presentata a Roma nella chiesa di Santa Rita in Campitelli, con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa, poi a Zilina nella Repubblica Slovacca, nella mostra personale dallo stesso titolo. Un’apostasia è una rinuncia ad un credo, un abbandono di fede volontario, come lo è la violenta distruzione della Bellezza e di ogni altra testimonianza: l’installazione però non si concentra solamente su ciò che è perduto, ma anche sulla capacità umana di immaginare e ricreare con poco un mondo nuovo, di fare sopravvivere una parte di Bellezza. A suggerire questa possibilità interviene la voce eterea di un coro a più registri, che alleggerisce la presenza delle numerose sculture come lampioni veneziani, nella nebbia del momento dopo l’esplosione di una bomba.

Michela Ongaretti