Firda Kahlo nell'Autoritratto con scimmie

Frida Kahlo resta nel Mito. Arte e Messico al Mudec.

Frida Kahlo resta nel Mito. Arte e Messico al Mudec.

Fino al 3 giugno al Mudec è in corso la retrospettiva su Frida Kahlo dall’emblematico sottotitolo Oltre il Mito. Artscore l’ha visitata con l’aspettativa disillusa di trovare forse più dipinti che documenti e testimonianze storiche sulla vita della pittrice messicana, anche se si riconosce e apprezza l’impegno scientifico del percorso. Con il grande afflusso di pubblico, visite guidate di gruppi da tutt’Italia, ci siamo trovati un pò in difficoltà nella fruizione del ricco corredo di contenuti, ma non possiamo che esprimere gioia nell’interesse suscitato per una mostra d’arte del Novecento. 

 

Frida Kahlo in mostra al Mudec

Frida Kahlo resta nel Mito, Arte e messico al Mudec, ph. Sofia Obracaj

 

Oltre il Mito?

Frida Kahlo è certamente la pittrice messicana più famosa al mondo, anche se purtroppo ciò che la precede è la sua sofferenza, i problemi di salute che l’accompagnarono sempre e che la portarono, dopo l’amputazione della gamba destra, alla morte precoce a quarantanove anni. Femminista ante litteram, ha sempre manifestato in pittura un forte orgoglio di genere e rappresentato le fragilità del corpo e dell’anima.

 

Frida Kahlo e il dolore del corpo e dello spirito

Frida Kahlo resta nel Mito, Senza Speranza, 1945 ph. Sofia Obracaj

 

In effetti fu la moglie di un artista importantissimo per la cultura e la storia dell’arte contemporanea messicana, Diego Rivera, e la sua vicenda di vita e d’arte fu legata e condizionata dal suo rapporto con quest’uomo, Un terzo elemento chiave per capire l’universo della Kahlo è la politica, la sua adesione al Comunismo e l’amicizia con artisti e uomini politici dello stesso pensiero.

 

Frdia Kahlo e Diego Rivera, in mostra al Mudec

Frida Kahlo resta nel Mito, nella foto con Diego Rivera ph. Sofia Obracaj

 

Queste tematiche corrispondono ai quattro nuclei tematici della mostra, Donna, Terra, Politica e Dolore, realmente quattro costanti per la pittrice. Ma ci domandiamo, se si parte dal titolo con l’intenzione di andare oltre al mito, perchè insistere su ciò su cui questo si fonda? Frida Kahlo può essere vista come un personaggio storico, ma in un museo d’arte noi cerchiamo gli artisti. E l’artista esiste attraverso le sue opere. Avremmo preferito che l’intera esposizione delineasse il percorso umano dal dato saliente osservabile dai quadri, dall’evoluzione di uno stile e dei soggetti rappresentati, cosa che avviene solo dinnanzi ai selezionati capolavori.

 

Frida Kahlo in mostra al Mudec, visitatori

Frida Kahlo resta nel mito. Arte e Messico al Mudec. Pubblico in visita, ph. Sofia Obracaj

 

Un patrimonio documentale

Il prestigio del lavoro del curatore Diego Sileo, già conservatore al Pac, si è avvalso di prestiti delle più ampie collezioni mondiali della Kahlo, il Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e dalla Jacques and Natasha Gelman Collection, con la partecipazione di autorevoli musei internazionali che hanno reso possibile l’esposizione di alcuni capolavori mai visti in Italia.

 

Frdia Kahlo in mostra, a cura di Diego Sileo al Mudec

Frida Kahlo resta nel mito, foto inedite in mostra al Mudec, ph. Sofia Obracaj

 

Lo sforzo documentale è invece rappresentato da fonti e documenti inediti svelati nel 2007 dall’archivio della dimora di città del Messico Casa Azul, dagli archivi di Isolda Kahlo, di Miguel N. Lira, e di Alejandro Gomez Arias, che si aggiungono a numerose foto che Diego Rivera non aveva rivelato. Certamente quella del Mudec è una mostra per tutti, anche per chi si affaccia per la prima volta a questa grande interprete, e una documentazione è utile ad inquadrare la portata del suo passaggio nell’arte del ventesimo secolo, a mostrare la quotidianità della donna. Osserviamo materiali preziosi, utilissimi a comprendere il mondo di Frida Kahlo, i suoi rapporti con l’ambiente intellettuale e con la sua famiglia, ma non troviamo che abbiano reso nuove chiavi di lettura della sua produzione, come viene espressamente comunicato.

 

Frida Kahlo in mostra al Mudec, un autoritratto in mostra

Frida Kahlo resta nel mito. Arte e Messico al Mudec. Autoritratto con Busto, 1944, ph. Sofia Obracaj

 

Appendici della retrospettiva

A completare il quadro in una sala si può vedere un cartoon sull’artista, accattivante e divulgativo come è giusto che sia per il pubblico ampio a cui si rivolge, dove però ancora una volta è la conoscenza di una vita sconvolta dalla malattia a precedere la comprensione di una storia in punta di pennello.

Se merito di Sileo è l’indagine dei suoi studi nell’archivio di casa Azul, scoperto solo nel 2007, troviamo ridondante e un pò leziosa poi l’ultima sala con un reportage fotografico di Graciela Iturbide nel bagno della defunta Frida, con gli strumenti della tortura in vita della malattia, busti, stampelle, protesi in posa da studio fotografico come composizioni tra i  manifesti di Lenin. Tutto quello che non permette all’artista di staccarsi nella memoria dal suo mito.

 

Frida Kahlo e il suo bagno, ph. Graciela Iturbide

Frida Kahlo resta nel Mito. Una foto del reportage di Graciela Iturbide, 2007

 

C’è però qualcosa di prezioso e utile alla comprensione dell’importanza della coscienza d’artista, in questo copioso materiale, scorgiamo l’accostamento di alcuni capolavori dipinti a foto nelle quali la pittrice si ritrae proprio con questi. Sono momenti fissati della loro creazione e del loro riconoscimento nel patrimonio attivo della ricerca, pietre miliari per tecnica realizzativa e tematiche secondo la stessa Frida Kahlo. Merito del curatore che qui riesce a divulgare materiale in gran parte inedito.

 

Un foto di Frida Kahlo in mostra al Mudec

Frida Kahlo resta nel mito. Arte e Messico al Mudec. Foto in mostra, ph. Sofia Obracaj

 

Il messico di Frida Kahlo

Davvero interessante invece l’esplorazione del rapporto di Frida con il Messico, inteso come recupero e valorizzazione delle origini popolari e maya, visibili in ben due sezioni. All’interno della mostra per la rappresentazione degli aspetti peculiari del territorio naturale nelle nature morte ma anche per l’attenzione alla società messicana testimoniato dai numerosi ritratti di coloro che parteciparono allo sviluppo dell’arte di frida, l’entourage di mecenati amici e artisti.

 

Frida Kahlo in mostra al Mudec, L'abbraccio dell'Universo

Frida Kahlo resta nel Mito. L’amoroso abbraccio dell’Universo, la terra (Messico), io, Diego e il signor Xólot, 1949, ph. Sofia Obracaj

 

Fuori dalle sale a pagamento è possibile vedere più da vicino il legame sempre esaltato di Frida con le sue origini. Si tratta di una mostra parallela nell’atrio del primo piano del Mudec, intitolata Il sogno degli antenati e anche qui si mette in parallelo un manufatto con un’immagine di Frida dove si inquadra lo stesso. Stavolta non sono però dipinti ma pezzi di ceramica antichi del Messico Occidentale, tessuti o altri reperti collezionati dall’artista. Ben rappresenta il metodo virtuoso di mettere in connessione, stabilire un dialogo tra un oggetto e una “foto storica che testimonia l’interesse verso la cultura originaria e precolombiana” secondo le parole del curatore Davide Domenici. Il visitatore potrà riconoscere un oggetto simile agli esposti qui in un dipinto della grande esposizione. Il dialogo è doveroso con le collezioni etnologiche permanenti del museo stesso.

 

Frida Kahlo anche nella mostra Il Sogno degli Antenati

Frida Kahlo resta nel Mito. Arte e Messico al Mudec con Il Sogno degli Antenati, ph Sofia Obracaj

 

La fotografia racconta

L’artista era figlia di un fotografo, e si afferma correttamente in mostra quanto la fotografia sia stato veicolo della costruzione del suo mito. Firda Kahlo fu quindi consapevole di affidare la sua immagine al medium fotografico come racconto del processo di autorappresentazione negli anni, come leggiamo “per affermare la magia della sua presenza e per rafforzare il paradigma biografico”. Artefice volontaria del proprio “mito”, si fece ritrarre negli anni da un vasto numero di personalità eccezionali nella fotografia del Novecento: Tina modotti, Dora Maar, Edward Weston, Nickolas Muray, Lola e  Manuel Ălvarez Bravo, Carl Van Vechten, Gisèle Freund, Leo matiz, Guillermo Dàvila e molti ancora. 

Ne esce una visone cangiante consapevole della fascinazione del personaggio, che comunque non esce dal mito tramandato fino ai nostri occhi.

 

Frida Kahlo in mostra al Mudec, un ritratto fotografico

Frida Kahlo resta nel mito. Arte e Messico al Mudec. Uns suggestiva immagine dell’artista, ph. Sofia Obracaj

 

Frida Kahlo nei suoi autoritratti

Non desideriamo parlare di tutte le sezioni, perchè comunque vi consigliamo una visita al Mudec. Vi lasciamo il gusto di esplorare con qualche incognita quella che si definisce la più grande esposizione su Frida Kahlo in Europa.

 

Frida Kahlo e l'entourage artistico in un suo dipinto

Frida Kahlo resta nel Mito, In mostra al Mudec, ph. Sofia Obracaj

 

Restando però nella celebrazione di un mito che si è costruito sulla persona vogliamo offrirvi un piccolo excursus sugli autoritratti. Sono i capolavori di un’artista che nonostante l’entourage internazionale, ha sempre dichiarato la sua appartenenza e il suo fascino esotico indissolubili dal suo Messico.

 

Frida Kahlo nell'Autoritratto con Scimmia, 1938

Frida Kahlo resta nel Mito. Autoritratto con Scimmia, 1938. Ph. Sofia Obracaj

 

Spiccano nelle diverse sale e mostrano l’evoluzione nello stile pittorico con i riferimenti al contesto che li vide nascere, attraverso diversi elementi simbolici quali colori , piante ed animali. Sono una presenza fissa all’interno del percorso espositivo, che parlano al visitatore, prerogativa che non rende unica questa mostra ma la qualifica positivamente: Frida ha dichiarato al mondo la sua disperata dichiarazione di esistenza attraverso la sua effige.

Partiamo dal primo Autoritratto con Scimmia realizzato per Conger Goodyear, allora presidente del MOMA di New York, del 1938. Se l’animale è simbolo di lussuria, qui è come umanizzato nel suo abbracciare e proteggere la figura di Frida, e nel sottolineare la presenza del monile precolombiano. Si notano i due nastri, quello rosso che lega il gioiello e quello verde che cinge la bestia all’artista. Lo stesso colore si vede tra i suoi capelli, definito “di luce calda e buona” nel suo Diario, forse un riferimento alla pietra mesoamericana per eccellenza, quella impropriamente chiamata giada.

 

Frida Kahlo nell'autoritratto con collana di spine e Colibrì

Frida Kahlo resta nel Mito, Autoritratto con collana di spine e Colibrì, 1940, ph. artscore.it

 

Il nostro preferito è Autoritratto con Collana di Spine e Colibrì ( 1940), perchè al primo sguardo chiunque rimane colpito dalla potenza simbolica, dalla violenza timbrica dei suoi elementi. Il colibri in particolare appartiene alla cosmogonia azteca e unisce il culto della divinità solare al simbolo di reincarnazione e sacrificio, concetto avvalorato dalla collana di spine con un riferimento anche alla religione cattolica. Attraverso una via crucis di una Passione in vita dell’artista lo Huitzilopochtli (l’uccello associato al culto di Xipe-Tótlec), e i graffi sulla pelle, sanciscono un passaggio verso una rinascita nell’Arte.


Ecce Homo al femminile e collezionista preincaica

Nell’Autoritratto con Treccia, dipinto nel 1941 dopo il secondo matrimonio con Diego Rivera, i capelli sono un rinnovato simbolo di femminilità e di legame coniugale. L’artista per la prima volta in pittura si rappresenta nuda e indifesa con tutto il suo patrimonio genetico mesoamericano (la collana), protetta solo dalle foglie di acanto che alludono alla vita eterna.

 

Frida Kahlo e il suo Autoritratto con Treccia

Frida Kahlo resta nel Mito, Autoritratto con Treccia, 1941, ph. Sofia Obracaj

 

Ancora scimmie amorevoli nel secondo autoritratto con quattro di questi animali, del 1943, forse in questo caso rappresentano i quattro studenti di Frida Kahlo della Scuola di Pittura e Scultura di Città del Messico chiamati Los Fridos, i fedeli anche in seguito al peggioramento della salute dell’insegnante.

 

Firda Kahlo nell'Autoritratto con scimmie

Frida Kahlo resta nel Mito, Autoritratto con quattro scimmie, 1943, ph. Sofia Obracaj

 

Sempre un nastro, stavolta giallo, regala la bellezza del gioco compositivo nell’Autoritratto con Scimmia del 1945, dove al tocco leggero del colore è affidata la resa dei quattro soggetti. La figura dell’artista accanto a tre attributi della sua personalità umana e artistica, gli animali domestici quali la scimmia e il cane non a caso chiamato Señor Xóloti come la divinità dei lampi azteca, e all’idolo precolombiano che ricorda quello della mostra Il Sogno degli Antenati. Il nastro giallo come l’oro circonda anche la sua firma in alto, ancora una dichiarazione di “qui ed ora” che resta nella storia dell’arte mondiale. Lo stesso reperto precolombiano è rappresentato nell’Autoritratto alla frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti con la figura intera che divide un mondo industriale e velenoso, Detroit, da quello ricco di storia precolombiana e di figurazioni dello stato d’animo dell’artista.

 

Frida si ritrae al confine tra due mondi inconciliabili

Frida Kahlo resta nel mito, Autoritratto alla frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti, ph. Sofia Obracaj

 

Senza esaurire questa panoramica al Mudec vogliamo terminare con l’autoritratto del 1948. E’ il secondo dipinto con il tradizionale abito Tehuana, l’unico di quell’anno di gravi problemi di salute, per noi importante perché la sofferenza è rappresentata con l’assimilazione della lezione surrealista, trasformata negli anni alla luce della sua vicenda in maniera del tutto personale.

 

Frida in costume tehuana nell'autoritratto del 1948

Stupefacente autoritratto di Frida Kahlo del 1948, artscore.it

 

Il viso è l’unica parte in comunicazione con lo spettatore, l’unica parte visibile mentre il resto del corpo è soffocato dal male, protetto dal velo pietoso dei merletti. La chiusura intorno al capo del tessuto rende l’idea di un desiderio forte di liberazione impossibile e quel volto fuoriesce quasi come in una rappresentazione in 3d. Scendono alcune lacrime silenziose in contraddizione con lo sguardo fisso e volitivo, forse per la consapevolezza che la sua vita d’arte sarà consegnata ai posteri nel mito, fatto di resilienza e coraggio, ma anche di quel dolore che non si è scelto ma si è costretti a vivere e rappresentare.  

Michela Ongaretti

 

Frida Kahlo e il messico preincaico

Frida Kahlo resta nel Mito, visita alla mostra Il Sogno degli Antenati al Mudec, ph. Sofia Obracaj

The Lure di Agnieszka Smockzynska

La prima volta a Base. Il Milano Film Festival da 21 anni torna a Settembre

La prima volta a Base. Il Milano Film Festival da 21 anni torna a Settembre

 

di MICHELA ONGARETTI

Dopo la ventesima, non la ventunesima ma la prima volta.

Da due giorni Milano ha ritrovato il Milano Film Festival, come ogni settembre da quando ci vivo, la manifestazione che trasforma giovani e meno giovani in cinefili curiosi, almeno fino al 18 settembre.

Il manifesto dell'edizione 2016

Il manifesto dell’edizione 2016

 

E’ stata definita dagli organizzatori la “prima” edizione per via della svolta epocale dei suoi luoghi. Quest’anno gli ospiti internazionali e le ben 11 giornate di film saranno quasi tutti presso il polo culturale di BASE Milano e al MUDEC. Nella stessa area è allestita l’arena all’aperto adiacente ai magazzini del Teatro alla Scala.

Devo ammettere di essere dispiaciuta, e non sono l’unica a pensarlo, di non trovare più quell’atmosfera al Parco Sempione e sui gradini del Piccolo Teatro, forse come in tanti affezionata sia al contenuto che alla cornice. E forse anche perché l’evento animava la città in maniera diffusa, interessando un luogo culto del cinema come lo spazio Oberdan della Cineteca di Milano, in questa occasione ancora coinvolto con il MIMAT presso il cineteatro San Carlo vicino a S.Maria delle Grazie.

 

Il pubblico del Milano Film Festival nella cornice del Parco Sempione

Il pubblico del Milano Film Festival nella cornice del Parco Sempione

 

Potrebbe succedere che la concentrazione in un’area già tradizionalmente animata dalla creatività, distretto principe del Fuorisalone con tutta l’importanza che ha assunto negli ultimi anni il design per la città di Milano, regali al MFF una fruizione più semplice dei contenuti proposti, e una possibilità maggiore di scambio e condivisione con altre istituzioni culturali cittadine.

ll luogo può costituirsi parte di un’identità nuova nella sua integrazione a programmi di lungo termine, ciò che potrebbe garantire la neonata Base Milano, di cui il festival con Esterni è socio per chi non lo sapesse l’impresa creatrice e produttrice del festival dalle sue origini, per questo si parla di un nuovo inizio con la popolarità mantenuta in questi vent’anni.

 

La direzione artistica del MFF2016 in conferenza stampa a BASE

La direzione artistica del MFF2016 in conferenza stampa a BASE

 

Il 21 è un numero ricorrente. Parlando di luoghi culto del design pensiamo subito alla Triennale di Milano che sta portando a termine la grande kermesse della 21esima esposizione internazionale Design After design. Il coinvolgimento del MFF in questo progetto di grande respiro è rappresentato da Under Screen, la rassegna di incontri e proiezioni che si interroga sul concetto di “after” in ambito audiovisivo: sui nuovi linguaggi del ventunesimo secolo e su come il cinema giochi con la sua storia e il suo immaginario. Cito Fear Itself del giovane Charlie Lyne costituito interamente da film esistenti per esplorare in maniera personale il tema della paura, e l’ultimo documentario di Werner Herzog  Lo and Behold sulla relazione tra l’uomo e internet, già presentato al Sundance Festival e in collaborazione con il Goethe-Institut Mailand.

 

Lo and behold di Werner Herzog

Lo and behold di Werner Herzog

 

Ancora l’incontro con il turco Erdal Inci internazionalmente noto come produttore di numerosi loop in Graphic Interchange Format (le GIF), un lavoro imperniato sulla ripetizione di soggetto nell’immagine e immagine stessa all’infinito, e lo show-racconto #RefugeesCameras di Kevin McElvaney in collaborazione con NAGA per il tema scottante dell’immigrazione a causa della guerra, foto realizzate con 15 camere usa e getta proprio dai rifugiati in partenza alla ricerca di una nuova patria dai campi di Smirne,Lesbo, Atene e Idomeni.

 

Homo Sapiens di Nikolaus Geyrhalter

Homo Sapiens di Nikolaus Geyrhalter

 

Il Museo delle Culture è per il primo anno coinvolto attivamente come location e condivide l’ispirazione antropologica del film Homo Sapiens dedicato dal regista austriaco Nikolaus Geyrhalter ai luoghi abbandonati dopo disastri ambientali. L’anteprima si pone come uno studio visuale sul rapporto dell’Uomo con la Natura e sul silenzio del post catastrofe, e si ricollega alla mostra di imminente apertura al Mudec con il medesimo titolo.

Protagonisti di questa avventura in 11 giorni sono sicuramente i registi emergenti internazionali, ma il MFF è ricorrenza annuale per la città non solo con le proiezioni, è occasione sociale e culturale con gli incontri tra filmaker e pubblico per conoscere da vicino poetiche e stimoli nuovi, esperienze formative e di approfondimento.

 

Mimosas di Olivier Laxe

Mimosas di Olivier Laxe

 

I protagonisti “costitutivi” rimangono l’impresa culturale Esterni da cui viene il direttore artistico del MFF Alessandro Beretta codiretto quest’anno con Carla Vulpiani. Sostenitore del Festival è l’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano, Nastro Azzurro presente come special project partner e presenta il Video Talent Award, ancora il Gruppo Cap, azienda leader per la gestione del servizio idrico integrato ha fornito negli anni passati al Parco acqua gratuita con il suo sistema di distribuzione e si prepara a fare lo stesso nel 2016 con un sistema ad hoc, segnalo poi Flying Tiger e il suo impegno per la seconda volta nel workshop di animazione.

 

Radio Dreams di Babak Jalali, tra i lungometraggi in concorso

Radio Dreams di Babak Jalali, tra i lungometraggi in concorso

 

SIAE non può mancare e quindi dedica alcune giornate alla promozione e formazione dei giovani talenti. Il cinema è anche scrittura e un progetto sulla sceneggiatura è in programma con Belleville- La scuola. Infine Olibere Parfum è coinvolto con un concorso per i cortometraggi ispirati alle sue fragranze.

 

La mort de Louis XIV di Albert Serra

La mort de Louis XIV di Albert Serra

 

Il programma è così denso ed articolato da non potersi esaurire nello spazio di questo articolo, perciò mi limiterò a segnalarvi alcuni highlights di sicuro interesse.

In principio i lungometraggi..che con il Concorso Internazionale mostra in anteprima italiana l’anima della creatività internazionale tenendo come filo conduttore la reinterpretazione dei generi cinematografici per cui cito The Lure della polacca Agnieszka Smockzynska, musical e favola tragica, e Diamond Island del franco-cambogiano Davy Chou, racconto di formazione odoroso di documentario; Mimosas, opera seconda di Oliver Laxe ambientata tra i monti dell’Atlante marocchino e vincitore della Semaine de la Critique a Cannes.

 

The Lure di Agnieszka Smockzynska

The Lure di Agnieszka Smockzynska

 

Sempre amata e vissuta la sezione del  Concorso Internazionale di cortometraggi per i registi under 40: sono ben 55 e non posso limitarmi a citarne due o tre, esprimo solo la mia opinione favorevole visto che una sola serata al Festival per i cortometraggi è come un viaggio solo in diverse nazioni e diversi linguaggi.

La terza sezione del concorso, con la tutorship di Studio Azzurro è il Nastro Azzurro Video Talent Award che conferma la vocazione anche al supporto produttivo del festival: i vincitori delle due categorie Best Innovation on Tools e Best Innovation on Languages ricevono infatti 3000 euro in premio.

Per la dodicesima volta ritroviamo la rassegna Colpe di Stato, che analizza il sistema del potere politico nel mondo e il suo riflettersi nella vita emotiva o quotidiana, sempre in equilibrio tra sperimentazione linguistica e documentazione del reale, in collaborazione con Docucity.

 

Ovarian Psycos di Joanna Sokolowski

Ovarian Psycos di Joanna Sokolowski

 

I focus sono sull’opera di  tre registi con quattro proiezioni rappresentative della loro poetica: il francese Philippe Grandrieux e il suo cinema indagatore di ossessioni e desideri contaminato da peformance e installazioni, il catalano Albert Serra amato all’estero e poco noto in Italia con il suo stile classico e sperimentale al contempo..io non mi perderò Historia de la meva mort, vincitore del Pardo d’Oro a Locarno 2013, dedicato al tramonto di Casanova che trasforma la sua frivolezza nell’eros alla decadente di Dracula.

Il MFF può essere l’occasione giusta per conoscere il regista Andrzej Żuławski, autore polacco scomparso da poco, innovativo e incompreso. Tre i restauri di sue opere da cui scelgo The Devil (1972), con bizzarrie oniriche e atmosfere di morte all’epoca della dominazione prussiana in Polonia.  

 

Andrzej Żuławski

Andrzej Żuławski

 

Tra gli eventi speciali e fuori concorso ricordo il documentario in anteprima Uccellacci: 10 anni di BecchiGialli di Ciaj Rocchi, documentario che ricostruisce la storia del giornalismo a

fumetti in Italia, e 10 Billion – What’s On Your Plate? di Valentin Thurn, che ci presenta una visione molo meno rassicurante del tema della nutrizione rispetto ad Expo2015, fornendo però idee per la possibili soluzioni. Per i cinefili pop o i nerd della mia generazione segnalo  I am yotur father sull’attore che interpretò Darth Vader nella prima trilogia di Star Wars, sempre senza mostrare il suo volto, e per i cinefili puri il restauro di Film,  muto di Buster Keaton.

 

Film, di Alan Schneider con Buster Keaton (1965)

Film, di Alan Schneider con Buster Keaton (1965)

 

Fa per me e chi vede l’arte in ogni luogo The Banksy Job di Ian Roderick Gray e Dylan Harvey, che racconto dell’artista e ex-porno attore AK 47 ruba un’opera al più famoso e invisibile street artist del mondo.

 

Tenemos la carne di Rocha Minter

Tenemos la carne di Rocha Minter

 

Pleasure and Pain. Quest’anno si rimane svegli più a lungo al festival con l’horror delle Visioni di Mezzanotte, a cura dell’esperto di cinema di genere Marco Cacioppo. Non vorrei perdere proprio stanotte Tenemos la Carne del messicano Rocha Minter, al suo esordio esordio apprezzato da Alfonso Cuarón e da Alejandro González Iñárritu…ci vediamo alle 22,30 al MIMAT!

il programma completo lo potete scaricare qui

www.milanofilmfestival.it

Michela Ongaretti

 

From Above, Hagit Pincovici

Da Tel Aviv al Mudec passando dalla Triennale di Milano. Il talento della designer Hagit Pincovici

Da Tel Aviv al Mudec passando dalla Triennale di Milano

DI MICHELA ONGARETTI

Ho notato i suoi lavori durante la Milano Design Week 2016 nel Brera Design District. Dopo una giornata di molti colori e molte forme ricordo bene quelle della giovane designer israeliana Hagit Pincovici, con le collezioni Metaphysics ed Eclipse allo Spazio Pontaccio e Clan Pontaccio.

Un ritratto della designer Hagit Pincovici

Un ritratto della designer Hagit Pincovici

 

Uno dei punti focali di Pincovici è il suo rapporto con l’artigianalità del prodotto a mano: queste collezioni di arredi sono infatti realizzate in edizione limitata nel distretto del mobile in Brianza, combinando le esigenze estetiche del progetto alla qualità dei materiali selezionati e alla precisione tecnica di costruzione, nella struttura generale fin nel più piccolo dettaglio.

Non mi meraviglia quindi che mi venga segnalata la designer da Francesca Astori De Ponti che segue l’ufficio stampa di Hands on Design, entrambi dedicano infatti la loro ricerca e allo sviluppo di prodotti che abbiano come componente fondante la realizzazione artigianale di alte e tradizionali maestranze.

Il tavolo From Above, versione BlackandStone, design Hagit Pincovici

Il tavolo From Above, versione BlackandStone, design Hagit Pincovici

 

Il risultato del connubio tra disegno e precisione realizzativa si nota anche perchè esaltato dall’estetica che evidenzia le sue diverse componenti. La struttura stessa è isolata e resa visibile, poi in fase costruttiva integrata senza esser nascosta: viene quindi trattata come un elemento espressivo del progetto nel quale l’aspetto funzionale ed estetico si rafforzano dichiarando la loro presenza congiunta.

Collezione Eclypse, tavolo From Above Marble, design Hagit Pincovici

Collezione Eclipse, tavolo From Above Marble, design Hagit Pincovici

 

Hagit Pincovici ha nel sangue la pratica artigianale, la sua famiglia di Tel Aviv, dove è nata nel 1978, si occupa dagli anni sessanta di sperimentazione artigianale di diversi materiali, specializzandosi nel plexiglass. Hagit è nella terza generazione famigliare per questa attività, ma evolve la sua ricerca sul design e in maniera del tutto personale, sia negli anni della sua formazione presso la Bezalel Academy of Art and Design di Gerusalemme che in quelli dei primi progetti in patria.

Collezione Metaphysics, tavolino Lifestyle, design Hagit Pincovici

Collezione Metaphysics, tavolino Lifestyle, design Hagit Pincovici

 

In seguito si specializza alla Domus Academy di Milano, e si avvicina quindi al contesto italiano sia nell’ambito del design che in quello dell’artigianato: continua quindi ad indagare e sperimentare possibili soluzioni basate sull’associazione di materiali, tecnologica costruttiva ed estetica accattivante.

Collezione Eclipse, X. design Hagit Pincovici

Collezione Eclipse, X. design Hagit Pincovici

 

La Triennale di Milano reputa d’interesse il suo lavoro nel panorama del progetto per l’arredamento e la invita quindi a partecipare ad una collettiva nella sua prestigiosa sede in occasione del Salone del Mobile 2009. Aziende italiane come Colé Italian Design Label e Miniforms hanno scelto il suo design e molte riviste di settore internazionali hanno segnalato le sue produzioni. Ora il suo talento è in Italia, vive e crea in proprio per alcune aziende tra Milano e Roma, ed insegna alla NABA. Le sue opere non sono però distribuite solo dalla città della Madonnina, le si possono trovare anche negli Stati Uniti, a New York e S. Francisco.

Galena, design di Hagit Pincovici

Galena, design di Hagit Pincovici

 

L’ultimo e più importante riconoscimento viene dal MUDEC che espone la cassettiera Galena disegnata per Miniforms nel 2013 per la mostra mostra  “Sempering, allestita in occasione della XXI Triennale di Milano fino al 12 settembre 2016. Galena è inserita tra gli esempi più rappresentativi e originali del design contemporaneo. Sono certa, ne sentiremo parlare sempre più.

Michela Ongaretti

Aqua Creations negli spazi di Superstudio Più durnate il Fuorisalone 2011

Superstudio Più in via Tortona: una location nella Storia di Milano e del Fuorisalone

 

 

Superstudio Più in via Tortona: una location nella Storia di Milano e del Fuorisalone

A Milano Aprile significa Fuorisalone, oltre che Salone del Mobile: l’attenzione è sul design ovunque, anche per chi solitamente non se ne cura, perché sinonimo di mondanità e curiosità verso la bellezza o l’innovazione. In questa settimana molti occhi sono puntati sul distretto di via Tortona, e tutti pensano a Superstudio Più come location d’eccellenza, che catalizza interesse verso la sua vastissima esposizione.

Il Temporary Museum for New Design al Superstudio Più, edizione 2011

Il Temporary Museum for New Design al Superstudio Più, edizione 2011

 

L’ho sempre trovata memorabile per tre fattori: la qualità con cui sono selezionati ogni anno gli espositori; la continua attività che rende il 27 di via Tortona un crocevia di personalità e prodotti nei vari ambiti del progetto contemporaneo, dalla moda al design e all’architettura, alla comunicazione in diverse occasioni durante l’anno; la superficie molto ampia e duttile dell’ ex edificio industriale, adattabile a diverse esigenze espositive, permettendo la presentazione di una vasta gamma di oggetti e complementi.

La settimana del Salone del Mobile e del Fuorisalone 2016 vedrà presso Superstudio Più la seconda volta di SuperDesign, il format pensato come forma autoriale per raccontare l’innovazione e l’estro dei protagonisti del design.

Islamopolitan al Superdesign Show 2015

Islamopolitan al Superdesign Show 2015

 

Il tema dell’anno è WHITE PAGES, interpretabile in vario modo quale spunto di riflessione per gli espositori nella scelta delle creazioni. Si allude a quello che ancora non è stato scritto, e si invitano le aziende e i designer partecipanti a pensare al modo in cui si possono costruire oggetti per i bisogni di domani, anche con progetti sperimentali.

La storia di Superstudio Più partecipa a quella di un’area di Milano le cui trasformazioni sono determinanti per la vita creativa cittadina, fiore all’occhiello e punto di attrazione internazionale.

Nel 1979 Flavio Lucchini lasciava la di direzione la Condé Nast, e fondava con la moglie giornalista Gisella Borioli la nuova casa editrice Edimoda in in piazza S.Eusebio. Al suo interno l’aveva dotata dei primi studi fotografici multipli, per le proprie pubblicazioni e per le aziende che ne richiedevano l’uso. Era una grande novità perché allora si tendeva a realizzare i servizi in esterno, mentre Lucchini intendeva fotografare gli abiti come pezzi di design,e creava quindi uno stileinsieme ad un bisogno di spazi e luci adeguati.

Aqua Creations negli spazi di Superstudio Più durnate il Fuorisalone 2011

Aqua Creations negli spazi di Superstudio Più durnate il Fuorisalone 2011

 

Un luogo congegnale a questo sviluppo fu trovato in via Forcella, una trasversale di via Tortona, e nei capannoni tra il civico 7 e 13 nacque Superstudio nel 1983 in collaborazione con il fotografo Fabrizio Ferri. Era la “cittadella dell’immagine “ per rendere Milano “un pò più internazionale” per Lucchini, con suoi 18 studi fotografici: aperta ai creativi del settore impegnati prima in studi privati, una scuola per la fotografia, modeling, un’agenzia di produzione giornalistica, studi di produzione e post-produzione, un guardaroba per importanti testate, agenzie fotografiche, oltre a ospitare lo start-up di molte nuove testate e di free-press, essa cresceva quando le attività industriali si spostavano in zone più periferiche e gli edifici una volta occupati venivano smessi e venduti.

Superdesign Show 2015, design di Ivanka copia

Superdesign Show 2015, design di Ivanka

 

Le società diventano due nel 1990, con 13 studi Superstudio13 di Lucchini e Borioli, e Industria Superstudio con i sei studi di Ferri, e intanto il quartiere intorno stava cambiando, accelerando la sua riconversione in attività creative dove gli artigiani rimasti vendevano spazi alle case di moda internazionali, e dove sono oggi presenti diversi showroom, redazioni, scuole di formazione nell’ambito come Image Investment e l’Istituto Italiano di Fotografia.

Nel 1999 l’enorme complesso dell’ex Ansaldo inizia ad esser riqualificato per diventare il Mudec con Chipperfield mentre la General Electrics libera lo stabile al civico 27 di via Tortona come già era accaduto al 33 e 35. Di fronte all’ Ansaldo, Luchini e Borioni trasformano quel complesso in un nuovo polo per la creatività e gli eventi, e lo chiamano Superstudio Più a rafforzare l’idea originaria, foriera di grandi cambiamenti.

Red Star Macalline per SuperDesign Show 2015

Red Star Macalline per SuperDesign Show 2015

 

Nell’edificio la ristrutturazione era necessaria perché la suddivisione era troppo rigida per l’utilizzo come studio televisivo o per eventi affollati, e procede a zone. Nel capannone centrale i pilastri sono sostituiti dai colonne sottili e viene eliminato il tetto a shed tipico della fabbrica, su progetto dell’architetto Giorgio Longoni. Poi il magazzino retrostante diventa una palazzina nuova con una vetrata originale secondo la visione di Lucchini e dell’architetto Marco Sironi; in seguito la struttura a shed con affaccio diretto su via Tortona muta radicalmente per mostrarsi ora come l’edificio in vetro e acciaio su due piani. Last but not least le cabine elettriche su strada e un box sono ora una galleria d’arte su due piani, con la passerella sopra a via Tortona, e la vecchia portineria diventa la direzione con uffici, sopraelevata di due piani.

Temporary-Museum-for-New-Design-2009-Digital-art-SUPERSTUDIO-by-Flavio-Lucchini

Temporary Museum for New Design 2009-Digital art SUPERSTUDIO by Flavio Lucchini

 

Oggi il complesso dal nitido eppur armonioso innesto di architetture ha più di 5000 mq usati come uffici da società del mondo della moda e suoi servizi collaterali, ma il motivo per cui fa parlare di sé sono gli oltre diecimila metri quadri per le diverse espressioni creative, dall’evento White durante le Settimane della Moda a (con)TemporaryArt in concomitanza con il Miart, al MilanoYogaFestival. Durante il Fuorisalone con SuperDesign Show con il Temporary Museum for New Design, Superstudio Più è un universo che attira a sé energia ancor più concentrata che negli showroom e aree adibite a temporary gallery in tutta la zona di via Tortona.

Sakè Bar con OLED Kaneka, installazione nel 2011 a Superstudio Più

Sakè Bar con OLED Kaneka, installazione nel 2011 a Superstudio Più

 

Sono dieci sale indipendenti ma con possibilità di unione a seconda degli eventi: l’Art Point, lil Central Point, e poi Gallery, Loft, Day-Light, Lounge, Dance, Art Gallery, Basement 1, Basement 2, bar ristorante e giardino con le enormi sculture in ferro e acciaio di Flavio Lucchini. Al 27 bis si trova MyOwnGallery, le ex cabine elettriche, voluta da Gisella Borioli dove si producono eventi e attività di scouting per l’arte contemporanea, con particolare risalto alla street art e ai punti di contatto tra arte, moda e design, mentre nel basement si può visitare Under Gallery, galleria-archivio delle opere di Lucchini.

Installazione di Mini negli spazi aperti di Superstudio Più ad Aprile 2011

Installazione di Mini negli spazi aperti di Superstudio Più ad Aprile 2011

 

Vi lascio qualche anticipazione su SuperDesign 2016, senza entrare nel merito degli espositori, e senza guastare la curiosità primaverile.. Solo un accenno alle proposte che puntano su ricerca, straordinario nel quotidiano, sulla possibilità di scelta e sulle contaminazioni, Partendo dalla consapevolezza di tutto ciò che è già stato, e che stiamo assistendo all’evoluzione dell’habitat per il genere umano e per le sue regolescardinate a favore di qualcosa che ancora è in fase di definizione, si chiede di dare un esempio di commistione tra parametri estetici e operativi come classico e avanguardia, industria e artigianato, semplicità e meraviglia tra installazioni museali, padiglioni nazionali, start up, self-design con il pensiero rivolto ai futuri bisogni, le cui soluzioni progettuali non sono ancora scritte.

Superstudio Più, via Tortona 27 Milano

Michela Ongaretti