Rachele Bianchi esce idealmente dal suo archivio per la grande mostra allestita negli spazi di Palazzo Pirelli, sede del Consiglio regionale della Lombardia. Il titolo programmatico, Figura Forma. 100 anni di Rachele Bianchi, celebra un secolo dalla nascita della scultrice milanese (1925-2018) e sintetizza la cifra stilistica e tematica del percorso creativo, rappresentato da circa un centinaio di opere. Disegni, materiali documentali e sculture da osservare in un allestimento unitario e fluido fino al 6 febbraio, a cura dell’Archivio Rachele Bianchi e di Erika Lacava.

Sono oltre 1600 le opere che l’artista ha lasciato, studiate e catalogate portando alla costituzione dell’Archivio nel 2019, aperto al pubblico e ogni anno al dialogo tra la ricerca di Bianchi e quella di artisti italiani e stranieri.
Per la prima volta da questo patrimonio si costituisce una grande retrospettiva che ragiona in senso tematico, non cronologico, attraverso ogni disciplina affrontata dall’artista. Tra sculture, bassorilievi, dipinti e disegni si indaga la riconoscibile poetica, cresciuta nella dedizione di una vita all’evoluzione della figura femminile in archetipo e simbolo.
Risale al suo ultimo anno su questa terra un riconoscimento pubblico di quella ostinata ricerca: la scultura Personaggio, collocata in via Vittor Pisani.

E’ la prima opera pubblica osservabile nella città di Milano, realizzata da una donna e dedicata alle donne come anelito all’ inclusione e all’uguaglianza. E proprio su questa apertura, sulla diffusione pubblica del lavoro di Rachele Bianchi, come sta accadendo nelle sale della modernità ormai storica di Palazzo Pirelli, Figura Forma accoglie il visitatore. Con la documentazione fotografica e l’indicazione delle località, la mostra testimonia come altre tredici opere, sempre a soggetto muliebre, accolte in Lombardia per far parte del tessuto urbano di diversi comuni.
Insomma, nonostante il carattere riservato e il desiderio di evitare la mondanità lo sguardo riflessivo della materia scultorea di Rachele Bianchi ha ottenuto riconoscimenti sentiti per il contributo alla comunità umana, artistica e sociale. Così confermato ulteriormente con la menzione tra le prime cento donne al Famedio di Milano, nel 2019.

Oggi come allora riserviamo attenzione ad un’artista che ha impresso un segno significativo nella storia culturale del territorio in cui si è sviluppata la sua identità d’arte. A compimento di questa relazione alla Regione Lombardia è stata donata in occasione della mostra la candida scultura Donna con mani alzate per “rendere permanente l’opera di Rachele Bianchi presso l’istituzione e allietare chi la incontra”, come ha dichiarato in occasione della vernice il presidente dell’archivio, e figlio dell’artista Giuseppe Bariona.
Sempre durante la presentazione all’opening Erika Lacava ha spiegato come la sfida sia stata quella di coniugare l’ordine cronologico del corpus artistico, ben organizzato dall’Archivio, ad un’approccio simbolico-tematico che determina la linea curatoriale della mostra.

Il percorso ragiona propriamente sulla ricorrenza dei temi, non sulla suddivisione in periodi di produzione. Il titolo Figura Forma rappresenta già un messaggio di trasformazione e di passaggio: figura deriva dal latino fingere ossia formare, dunque l’espressione, leggi “formare la forma”, amplifica l’attenzione alla pratica instancabile, al suo interrogare lo spazio sulla presenza materica della figura declinata al femminile. Già nel disegno e poi passando al tridimensionale. “Bianchi inserisce la figura umana in un territorio sospeso tra fattuale ed archetipo, soggetto presente e rimando simbolico, in un movimento costante di tensione tra forma data e materia grezza, tra analisi del dettaglio, studio e indagine da una parte, e sottrazione delle forme, riduzione a essenza dall’altra”, come scrive la curatrice nel catalogo dell’esposizione edito da Nomos.
Quindi ad essere in mostra è l’interrogazione formale che parte dai disegni per arrivare alla tridimensionalità di marmo e bronzo, decidendo di esporre solo alla fine del percorso i bassorilievi, nonostante siano apparsi precedentemente in questa evoluzione espressiva. Come visitatrice apprezzo l’amplificazione del passaggio, il far notare che da subito quei nudi sono studi di volume, o meglio previsioni di simbolici pieni e di vuoti.

A ben vedere, e questo rende ancor più emozionante la scoperta dei settant’anni di ricerca, all’evoluzione delle donne scolpite corrispondono passaggi di vita vera.
Rubo ancora due parole illuminanti a Lacava che definisce la scultura “un diario vivo su cui scrivere la sua autobiografia”. Anche nell’intervento di Giuseppe Bariona, si evince come la materializzazione della serie principale dei personaggi dotati di un manto, cifra stilistica personale in quanto Elemento formale e simbolico, rifletta l’energia latente della donna che ha speso la sua vita per trovare espressione autonoma aldilà dei ruoli che la società (dell’epoca) imponeva. Scelte dalle difficili conseguenze, dal divorzio all’educazione autonoma dei figli fino a quella di vivere come artista, dedicandosi alla disciplina ritenuta poco idonea alle mani femminili.

Senza che le figure si propongano come ritratti, anzi nella loro sintesi anatomica parlano come soggetti umani universali, dall’essenza femminile ma senza esplicitazione sul genere, sono emblemi di lotta, solitudine e determinazione, con una personalità che emerge dalla materia che la avvolge. Fanno pensare, le prime figure scolpite, ai Prigioni di Michelangelo, solo che per Rachele Bianchi la condizione della sua umanità non è immutabile.
Non si tratta di un destino ineluttabile ma di una lenta e consapevole metamorfosi a cui proprio quell’appendice si rende forma, diventando quindi una “figura” che si stacca gradualmente.
Negli anni, nei decenni di studio artistico l’evoluzione formale tocca quel manto sacro che da rifugio si fa ponte verso l’esterno del sé, verso l’altro. Inizialmente copre quasi del tutto dettagli anatomici, è come un bozzolo da cui si scorgono le teste e le braccia. Poi lentamente, con lo stesso coraggio con cui la loro creatrice ha nutrito il suo talento, i personaggi si staccano dalla coltre pesante, la stendono in avanti, la mostrano al mondo rivelando il corpo prima nascosto. Non è più una seconda pelle ma un oggetto separato dal soggetto, che tuttavia si fa strumento per collegare il pensiero ad un interlocutore.

Le braccia delle sue Donne sono sproporzionate in un abbraccio ampio e si muovono più leggere. pure addolcendo quello sguardo ieratico un po’ bizantino e un po’ ispirato alla scultura novecentesca di Manzù e Martini. Dopo la riflessione, l’impegno, quelle figure femminili si rapportano a chi guarda. Il mantello è infine una rete forata che raccoglie, pesca, e unifica. Invita senza timore ad avvicinarsi in un dialogo osmotico tra l’interiorità impersonificata nelle figure e l’osservatore esterno.
La rete come simbolo ed esempio di inclusione e contaminazione, un concetto cardine su cui si appoggia il modello di Archivio 3.0, a cui aderisce quello dedicato a Rachele Bianchi.
Oltre alla conservazione e alla ricerca costante per la tutela del lavoro della scultrice, la “Rete Aperta” che vive anche nel logo, si alimenta di relazioni profonde con altre professionalità e ricerche d’arte. Da Giorgio Uberti, curatore dell’Archivio, apprendiamo la necessità di far vivere sempre con nuovi occhi il lavoro di Bianchi, ad esempio attraverso mostre che lo mettano in dialogo con quello di giovani artiste e artisti, L’associazione Archivio Rachele Bianchi intende offrire uno spazio a disposizione delle necessità umane di espressione artistica, fuori dalle logiche del mercato.

Per essere più precisi sono quattro le reti che definiscono l’identità culturale dell’istituzione: la valorizzazione del corpus di opere tra conservazione e iniziative espositive e di ricerca e la Rete Aperta, come già detto, a cui si aggiungono due progetti recenti più rivolti alla visione della femminilità. E’ attivo Donne tra le righe, un ciclo annuale di incontri e presentazioni di libri che esplorano narrazioni, e autobiografie di donne. Se questa iniziativa porta l’Associazione ad esplorare la dimensione letteraria, la nascita de La Rete delle Artiste, proprio in occasione del Centenario è un esempio brillante di collaborazione tra realtà culturali affini. Una connessione tra archivi, atelier e fondazioni dedicati ad artiste donne a Milano e in Lombardia di cui sono impaziente di vederne i frutti.
Non mi aspettavo di visitare la mostra cullata dalle note. Ancora una volta una trasmissione e un’accoglienza: è il nipote dell’artista in mostra, Giovanni Bariona, a guidare tra le opere con il brano Ricerca da lui composto, una visione sonora dell’introspezione e dello slancio continuo alla ricerca.

Figura Forma. 100 anni di Rachele Bianchi è visitabile gratuitamente presso Palazzo Pirelli. Ingresso da via Filzi 22. Orari: lunedì – giovedì 9.00 – 18.00 | venerdì 9.00 – 13.00
Per conoscere le attività dell’Archivio: archiviorachelebianchi.it
Michela Ongaretti
