Chandelier Niagara di Lladrò

Artigiani e designer nella tradizione della porcellana. Tutto nello showroom Lladrò

Entrare nello showroom di Lladrò a Milano in Piazza Fontana è come varcare la soglia del paese dei balocchi. Dopo la fondazione dei fratelli Lladrò nel 1953 a Valencia, il marchio spagnolo è vivo e vegeto senza abbandonare la tradizione dell’alta porcellana, per realizzare prodotti per il collezionismo e per la funzionalità domestica. Oggi tutti i laboratori di produzione sono ancora a Valencia, ma Lladrò è diventata una multinazionale che esporta in più di 120 paesi nei cinque continenti, che continua a proporre le sue creazioni seguendo l’antico metodo artigianale, unico e raffinatissimo. Da alcuni anni si è avvicinato al lavoro di designer internazionali, o meglio: i designer internazionali hanno dedicato la propria attenzione e personalizzato un materiale nato e cresciuto nel lusso della decorazione.

 

Scultura della linea Classica. Showroom Llladrò tra design e tradizione nella porcellana

Nello showroom di LLadrò a Milano. Tradizione della porcellana in una scultura della linea Classic

 

Artscore oggi è accolto dal direttore dello showroom Guillaume Heuze, da lui accompagnato in un viaggio incantato tra l’antico e il contemporaneo. Ci mostra le principali linee contrassegnate dallo stile genuino di chi si rinnova senza rinunciare alla propria storia.

Nel salone principale vediamo alcuni esempi della linea Etnica e Atelier, poi scorgiamo la Classic e ReClassic, che reinterpreta la forma di sculture pensate e realizzate negli anni cinquanta.

La linea Atelier è quella più contemporanea, quella che coinvolge maggiormente la creatività dei designer, di cui un nome su tutti è quello di Bodo Sperlein, per l’uso domestico e la decorazione: comprende vasi, gioielli, l’illuminazione, piccoli oggetti come tappi per bottiglie, svuotatasche, inside-out box, ceramica per la tavola, vassoi, chandelier. Molto identificativo di Lladrò, quasi un suo tributo, è il lavoro di Committee che prende vecchie statuette e le ridisegna in senso più moderno, tempestandole di piccoli fiori secondo la tecnica artigianale e senza tempo della casa spagnola.

 

Chandelier Niagara, particolare. Showroom Lladrò a Milano

Lo chandelier Niagara nello showroom di Lladrò, particolare. Collezione Re-cyclos by Bodo Sperlein

 

L’eccellenza di Lladrò passa attraverso la conoscenza profonda del materiale e delle sue tecniche di lavorazione, non si accontenta però di tramandare metodo e tecnologia grazie al coordinamento di un’equipe di professionisti ultra specializzati, ma cresce attraverso la ricerca e lo sviluppo delle potenzialità della porcellana al fine di creare effetti differenziati e nuovi nel gusto e per la funzionalità, soprattutto negli ultimi anni.

Il nostro interesse parte da qui, dall’immenso lampadario Niagara al centro dello showroom, dove appunto una cascata di fate alate dalle sinuose forme scende da cavi in fibra ottica a custodire come lucciole i led di ultima generazione. Fa parte della collezione Recyclos del designer Bodo Sperlein, uno tra i numerosi oggetti della linea più moderna Atelier.

 

Nello showroom di LLadrò a Milano.Particolare della collezione Re-cyclos della Linea Atelier

Showroom Lladrò. Partcolare dell’illuminazione di Bodo Sperlein, collezione Re-cyclos della Linea Atelier

 

Ciò che Heuze ci fa notare è il vantaggio della porcellana rispetto al vetro: il colore e la forma che si può decidere in corso d’opera, inoltre la luce attraverso essa si dona ai nostri occhi più calda, basti vedere l’atmosfera creata dai disegni della luce stessa mentre passa attraverso le fessure delle ali. Tutto è maggiormente avvolgente, rispetto all’effetto eclatante del vetro.

Campeggiano su una parete le sculture The Guest, sempre nel catalogo Atelier, un personaggio ideato dal designer Jaime Hayon per il laboratorio Lladrò. La sagoma in porcellana, disponibile interamente bianca o nera, è sensibile di diverse personalizzazioni nella sua colorazione esterna, grazie all’intervento di diversi designer e artisti contemporanei internazionali, in una versione differente tra la taglia Big e Little per ciascun creativo. Si sono attivati per The Guest Paul Smith, Rolitoland, Gary Baseman, Tim Biskup, Devilrobots, lo stesso Jaime Hayon ha dato la sua impronta e il suo modello è ormai sold out.

 

Nello showroom di Lladrò. The Guest

Showroom Lladrò. The Guest di Jaime Hayon. Personalizzazione di Rolitoland

 

Ci domandiamo  quali siano i clienti abituali e di che nazionalità si interfacci maggiormente lo showroom. Dato lo stile lussuoso meno in uso in Italia e in Europa parliamo di b2b verso architetti che progettano per clienti stranieri, soprattutto Russia, Asia e Medio Oriente. Prima di noi sono entrati dei coreani, poi spessi si vedono iraniani, israeliani e russi, mentre gli italiani sono progettisti che si rivolgono a clienti finali proprio di quelle aree geografiche.

Nel nostro territorio si spinge di più i prodotti dal taglio più moderno di Atelier, come The Guest ad esempio, c’è l’intento di svilupparlo sempre più nel futuro perché c’è il forte desiderio di andare oltre ai mercati orientali e posizionarsi vicino al design innovativo, con l’ambizione di restituire all’europa il prestigio della porcellana , chiamata oro bianco durante la dinastia cinese Tang (618 – 907) e portata in Europa dal chimico tedesco Friedrich Böttger nel 1708 alla corte dell’elettore di Sassonia Augusto il Forte.

 

Nello showroom di Lladrò a Milano la silhouette di Mademoiselle.

Nello showroom di Lladrò a Milano la silhouette di Mademoiselle nella tradizione della porcellana.

 

A questo nuovo impulso partecipa in particolar modo l’illuminazione, notiamo in showroom la linea Belle de Nuit in varianti di diversi colori dove la porcellana assume forme più contemporanee e la lampadina si ricarica come un cellulare. Ancora la collezione Mademoiselle che riprende delle silhouette di donna per trasformarsi  in lampade. Sono in Europa in effetti tra i prodotti più venduti.

Le collaborazioni o consulenze spesso sono interdisciplinari oltre che internazionali. Le sculture della linea Etnica vantano nei laboratori di Valencia la presenza di un monaco tibetano che controlla che la creazione rispetti la tradizionale iconografia, anche perché gli acquirenti installano le opere all’interno di paesi con la stessa cultura religiosa d’appartenenza delle rappresentazioni: in India per le statue buddiste, in Cina i Dragoni, e gli apprezzati Samurai in Giappone.

 

La lampada Belle de Nuit nello showroom Lladrò, particolare

Belle de Nuit, lampada in porcellana con presa usb. Nello showroom di Lladrò

 

Heuze mi  mostra un catalogo per collezionisti, le sue pagine interne sono la narrazione della creazione di un pezzo in edizione limitata, partendo dall’ispirazione al disegno preparatorio per arrivare alla storia delle diverse fasi della sua realizzazione.

Ogni tre-quattro anni Lladrò produce un pezzo da collezione, non è commissionato ma gli appassionati conoscono il momento dell’imminente uscita, ne fanno richiesta aspettando con impazienza questa masterpiece creation e spesso la comprano anche senza averla ancora vista. La produzione è destinata unicamente a questi collezionisti provenienti da diversi orizzonti: americani, sudamericani o europei, grandi conoscitori di Lladrò da moltissimi anni.

Sono nomi ricorrenti, ogni boutique nel mondo ne ha due o tre noti, sono coloro che quest’anno per Maison Et Objets a Parigi facevano esplicita richiesta di vedere il capolavoro tenuto dietro ad una tenda, perché ben sapevano della sua misteriosa esistenza.

 

Sculture etniche nello showroom di LLadrò a Milano in Piazza Fontana

Lo showroom di Lladrò a Milano. Sculture etniche in alta porcellana sullo sfondo di Piazza Fontana

 

Questi esemplari hanno un prezzo crescente in base al numero di uscita, non sono mai più di cento pezzi e i primi cinquanta hanno un prezzo più basso degli ultimi ancora in circolazione. La “scena” di quest’anno si chiama Carnevale di Venezia, misura ben un metro e 50 di lunghezza per 90 centimetri in altezza e noi lo abbiamo visto..

 

Tutto il know-how di Lladrò in testa. Una scultura nello showroom

Tutto il know-how di Lladrò in testa. Una scultura nello showroom con i preziosi fiori realizzati a mano petalo per petalo.

 

Lo stile di classico di Lladrò può piacere o non piacere ma bisogna riconoscere che la tecnica di lavorazione della porcellana è unica, soprattutto i pezzi da collezione esibiscono tutto il know how dell’azienda di Valencia, tutto ciò che le maestranze sanno fare anche nei minuscoli dettagli.  Il direttore dello showroom ci racconta: “per i visi una esiste una persona che per tutto il giorno si occupa solamente di dipingere nasi e bocche, e ci sono artigiani specializzati solo nell’espressione del volto, per i fiori una signora da più di trent’anni acquista fiori freschi e li copia con la tecnica originale della casa a base di pasta di porcellana. Poi c’è chi incolla chi dipinge chi passa il phon chi verifica..

Dei pezzi più elaborati e tradizionali qui ne teniamo uno soltanto perchè ha un prezzo più alto di qualunque altra nostra produzione, bisogna considerare che per arrivare a questo risultato lo lavorano 50 mani differenti!”

Michela Ongaretti

 

La sala lettura della Fondazione Feltrinelli, ph. Filippo Romano

Una piramide come nuova sede iconica della Fondazione Feltrinelli. Milano. Save the place

Una piramide come nuova sede iconica della Fondazione Feltrinelli. Milano. Save the place

 

Il 13 dicembre verrà ricordato a Milano per l’inaugurazione della nuova sede della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli in viale Pasubio. Un tassello importante nella zona intorno a Corso Como e Porta Nuova, caratterizzata negli ultimi anni dal processo di riqualificazione urbanistica, stavolta non dedicato allo shopping o all’edilizia di lusso ma luogo di aggregazione e partecipazione pubblica,un palazzo della cultura, della ricerca, dell’innovazione, realizzato con capitali esclusivamente privati, ma con intenti di autentico servizio pubblico” secondo le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

 

Vista dall'alto della Fondazione feltrinelli di viale Pasubio, ph. Filippo Romano

Vista dall’alto della Fondazione Feltrinelli di viale Pasubio, ph. Filippo Romano

 

La cerimonia inaugurale, moderata dal giornalista Gad Lerner, ha visto la partecipazione del Presidente di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli Carlo Feltrinelli, l’architetto Jacques Herzog, il Segretario Generale di  Massimiliano Tarantino, il Presidente di Fondazione Cariplo Giuseppe Guzzetti, il Presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni e il Sindaco di Milano Giuseppe Sala. Al termine si sono succedute due letture: da Utopia for Realists del giornalista e pensatore belga Rudger Bregman, e dal discorso tenuto da Giangiacomo Feltrinelli nel 1961 quando inaugurò la prima sede di via Romagnosi, interpretata da Toni Servillo.

 

Visione notturna della piramide vetrata di Herzog e De Meuron, ph. Filippo Romano

Visione notturna della piramide vetrata di Herzog e De Meuron, ph. Filippo Romano

 

Fino alle 23 del 13 dicembre più di seimila visitatori hanno partecipato all’opening, proseguito fino al 17 dicembre con le proiezioni , gli incontri e le letture performative della manifestazione Voices and Borders, il cui tema di fondo è il rapporto tra individuo e collettività, tra azione personale e trasformazioni sociali. Presentata anche l’installazione site specific “Nineteen Locations of Meaning” di Joseph Kosuth osservabile fino al 13 gennaio, in collaborazione con la Galleria Lia Rumma.

 

Un momento dell'inaugurazione. Ph. Sofia Obracaj

Un momento dell’inaugurazione. Ph. Sofia Obracaj

 

E’ facile da raggiungere e perfettamente integrato nel contesto esistente l’edificio progettato dagli svizzeri Herzog & De Meuron, da due anni in fase costruttiva, da nove nel pensiero di chi lo ha fortemente voluto in quest’area, senza un volto nuovo dopo i bombardamenti del 1943.

Ciò che entusiasma è la struttura architettonica di grande personalità che riesce ad apparire in tutta la sua portata di novità senza essere sentita come un corpo estraneo per chi arriva dal centro cittadino. Le ampie vetrate non risultano fredde ma invitano ad entrare, permettendo di intuire gli spazi interni e la sua funzione di luogo attivo, frequentato e vivo ma raccolto in quanto luogo di studio.

 

La Fondazione Feltrinelli da dentro. Ph. Filippo Romano

La Fondazione Feltrinelli da dentro. Ph. Filippo Romano

 

Jacques Herzog dichiara che il punto di partenza è stato il profilo lineare delle tipiche cascine lombarde, già recuperato da Aldo Rossi, definite dallo svizzero “ripetitive e affascinanti allo stesso tempo”. Il suo design riflette quindi un bisogno della città che lo slancio progettuale ha perfettamente accolto, come ben spiega la dichiarazione dello svizzero di voler “creare qualcosa di molto tradizionale e molto moderno, che potesse essere semplice ma anche sorprendente».

Se è vero che «la vera sorpresa sta nella normalità», tutto questo è possibile perché la riflessione è avvenuta anche sulla memoria dell’esistente e sul dialogo di questa novità con il contesto edilizio adiacente, sull’apertura delle vie che sembrano aprirsi intorno a questo palazzo, sensazione che il visitatore ha posando lo sguardo attorno da qualunque angolazione man mano si salgono i cinque piani. Qui capiamo il senso di tutto il progetto: se nelle cascine rurali l’ultimo piano è dedicato al deposito di merci e prodotti, protette e recluse nella loro lontananza dalla vista, oggi in alto al posto di merci c’è lo studioso della sala di lettura, colui che sta utilizzando i volumi del ricco archivio storico, salvaguardato dalla vista del passante, con la differenza che egli può, mentre si nutre di ciò che internamente l’Istituzione propone, osservare il mondo esterno e non sentirsi totalmente estraneo a ciò che accade intorno.

 

Riflessi interni e vista verso l'esterno. Dalla Fondazione Feltrinelli di Milano

Riflessi interni e vista verso l’esterno. Dalla Fondazione Feltrinelli di Milano

 

Con lo stesso spirito la Fondazione Gian Giacomo Feltrinelli intende proporsi come nuovo modello di Istituzione culturale incentrato sul concetto di Spazio di Cittadinanza, dove “la ricerca delle scienze sociali si traduce in mostre, conferenze, incontri, format didattici innovativi e nell’espressione artistica delle arti performative”, luogo quindi di aggregazione intorno a tematiche care e dibattute fin dalla fondazione di Giangiacomo Feltrinelli nel 1949, accogliendo le nuove istanze della contemporaneità, nella modalità partecipativa odierna auspicata e desiderata da molto tempo, nell’ideale modernista del novecento trasmesso dalle voci affidate alla carta stampata. In sintesi, secondo le parole di Carlo Feltrinelli è l’idea di nuova sede iconica per una grande casa delle culture sociali, moderna e internazionale.

 

La vetrata con il logo Feltrinelli. Ph. Sofia Obracaj

La vetrata con il logo Feltrinelli. Ph. Sofia Obracaj

 

Possiamo dire che il contenitore riflette il suo contenuto dato che il nuovo modello di istituzione culturale seguito guarda a “quanto creato nei settant’anni di attività alle sue spalle e allo stesso tempo si confronta con il mondo contemporaneo, lo sappia intercettare e portare a Milano”, secondo le parole del Segretario Generale Massimiliano Tarantino, così come la struttura architettonica guarda alla tradizione architettonica per declinarsi in un linguaggio funzionale nuovo, confrontandosi con l’impiego europeo delle pareti vetrate negli ultimi anni.

 

Interno della Fondazione. La rampa ai piani dall'ingresso, ph. Filippo Romano

Interno della Fondazione. La rampa ai piani dall’ingresso, ph. Filippo Romano

 

Il cuore dell’intero progetto parte giustamente dai libri. La Fondazione è infatti uno dei maggiori centri europei di documentazione e ricerca nel campo delle scienze storiche, politiche, economiche e sociali, ed è parte di un network di 350 istituti nazionali e internazionali. Possiede un patrimonio di 12 km lineari di archivi, 270.000 volumi e 16.000 periodici.

 

Nell'archivio storico della Fondazione

Nell’archivio storico della Fondazione

 

Nella sua vocazione di snodo, rete di contatti e confronto attivo con la popolazione e per essa accessibile, rende possibile la consultazione delle fonti del patrimonio bibliotecario e archivistico, impegnato anche a digitalizzare e rendere disponibili gli elementi più rari del patrimonio. La Sala Lettura, al quinto piano della nuova sede, sarà aperta al pubblico a titolo completamente gratuito fino ad esaurimento posti. Si potrà accedere alle fonti dell’archivio collocato nei due piani seminterrati, sempre più impegnato a digitalizzare e rendere disponibile anche online gli elementi più rari. Con i testi presi a prestito presso la Biblioteca, è poi possibile fermarsi per la consultazione sotto il suggestivo tetto spiovente.

 

La sala lettura della Fondazione Feltrinelli, ph. Filippo Romano

La sala lettura della Fondazione Feltrinelli, ph. Filippo Romano

 

Luogo chiave per la comprensione di questo approccio è la Sala Polifunzionale del primo piano, sempre accessibile alla cittadinanza con i suoi incontri e conferenze, proiezioni, mostre, performances: il ricco palinsesto culturale e di ricerca nell’ambito delle scienze sociali crescerà in un’ottica divulgativa e di condivisione dei saperi. Le attività di ricerca e di offerta culturale si identificano in particolare in cinque aree Globalizzazione e sostenibilità, Futuro del lavoro, Cittadinanza Europea, Innovazione politica e History box, tutte volte a stimolare il dibattito accademico e aprirlo ad un pubblico nuovo attraverso la sperimentazione di nuove forme di divulgazione.

 

La sala polifunzionale durante la lettura di Malcolm X. 13 dicembre a Milano, ph Sofia Obracaj

La sala polifunzionale durante la lettura di Malcolm X. 13 dicembre a Milano, ph Sofia Obracaj

 

La stessa sala accoglierà anche gli Amici della Fondazione, in assetto Second Home per abitare via Pasubio incontrandosi ad approfondire temi d’attualità. Il nuovo modello parte da qui avvalendosi della collaborazione con la Fondazione Cariplo.

 

La Sala Lettura durante la cerimonia inauguralemdel 13 dicembre, ph. Sofia Obracaj

La Sala Lettura durante la cerimonia inaugurale del 13 dicembre, ph. Sofia Obracaj

 

Scendendo al piano terra non può mancare la libreria con l’assortimento dei suoi 15000 titoli che privilegia gli ambiti disciplinari delle aree di ricerca sviluppate dalla Fondazione, tra cui segnalo il volume fotografico Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano Porta Volta – Luogo dell’utopia possibile a cura di Luca Molinari, che racconta la storia del percorso ideale e architettonico verso questa nuova sede. Contigua quest’area troviamo il Babitonga Cafè pensato proprio per accogliere i visitatori o prolungare la sosta in libreria.  

 

La libreria di via Pasubio, ph. Filippo Romano

La libreria di via Pasubio, ph. Filippo Romano

 

Le pareti in vetro per dividere gli spazi sono protagoniste anche degli interni progettati sempre dallo studio Herzog & De Meuron con i pavimenti in legno, mentre gli arredi degli uffici collocati al secondo e al terzo piano, visitabili durante la settimana inaugurale, scelgono Unifor, Molteni Group, le poltrone direzionali Vitra e le luci di Artemide.

 

Fondazione feltrinelli. Gli uffici al terzo piano, ph. Sofia Obracaj

Fondazione Feltrinelli. Gli uffici al terzo piano, ph. Sofia Obracaj

 

Solo il tratto più corto dell’edificio, un terzo della sua lunghezza, è occupato da Feltrinelli, il resto rappresenta l’entrata in città di una grande realtà aziendale, certo di minor impatto culturale ma foriera di grandi spostamenti di persone per lavoro, parliamo delle nuova sede di Microsoft con la possibilità di accogliere fino a 600 ospiti.

Il progetto di interior è affidato a studio Lombardini22 e valorizza il senso di apertura delle vetrate con il suo dialogo con il contesto urbano, per questo il primo livello è pensato come uno showroom aperto al pubblico. Ma questa sarà un’altro storia milanese.

 

La sala polifunzionale il 13 dicembre. Ph. Sofia Obracaj

La sala polifunzionale il 13 dicembre. Ph. Sofia Obracaj

 

Michela Ongaretti

 

 

 

La tavolozza di Matilde Dolcetti, restauratrice

La memoria dei materiali. Visita allo studio di Matilde Dolcetti, restauratrice a Milano

La memoria dei materiali. Visita allo studio di Matilde Dolcetti, restauratrice a Milano

La tavolozza di Matilde Dolcetti, restauratrice

La tavolozza di Matilde Dolcetti, restauratrice

 

I protagonisti dell’Arte non sono solo i suoi creatori, ma anche coloro che si prendono cura delle opere per permettere alle generazioni future di poterle vedere e capire.

Se per la comprensione del valore estetico (forse) c’è ancora bisogno di persone capaci di trasmettere un contenuto profondo, come idealmente i critici e gli storici dell’arte, è essenziale che le opere stesse si possano conservare e leggere. Questo è ovvio per le opere antiche, ma lo è un pò meno per quelle contemporanee, da quando non sono costituite di sola pittura ma di materiali più svariati, spesso di assai facile deperibilità.

 

Il tavolo da lavoro nello studio di Matilde Dolcetti

Il tavolo da lavoro nello studio di Matilde Dolcetti

 

Per questo ho voluto incontrare la restauratrice Matilde Dolcetti, un leader del settore, esperta e conoscitrice della materia di cui è fatta l’Arte.

Sono andata a trovarla nel suo laboratorio, in un pomeriggio milanese d’inizio autunno.
Mi accoglie con la sua personalità croccante, con l’entusiasmo di chi non si accontenta delle sua esperienza ma cerca costantemente l’aggiornamento e il confronto curioso con i professionisti internazionali.

Il suo intervento è stato richiesto per opere di grandi protagonisti del novecento come Adami, Agnetti, Capogrossi, Piacentino, Man Ray, Albertini, Hsiao Chin, Alys, Fontana, Angeli, Arienti, Picabia, Balla, Baj, Biasi, Funi, Boccioni, Bonalumi, Calderara, Carrà, De Chirico, Dova senza esaurire l’elenco.

 

Tra gli strumenti un metro gadget di Gio Marconi

Tra gli strumenti un metro, gadget di Gio Marconi


Inizio con una domanda all’apparenza banale, ben sapendo che non esistono domande banali se le risposte sono accurate.

Matilde qual è il suo lavoro?

Fino a poco più di dieci anni fa mi definitivo restauratrice di dipinti, ora mi occupo anche di opere moderne e contemporanee lavorando spesso sul tridimensionale, sculture o installazioni, collage, materiali non tipici della pittura. Questa scelta ha cambiato radicalmente il mio modo di operare perché l’intervento su opere contemporanee obbliga il restauratore a stimoli continuamente nuovi, a incontri con gli artisti per seguire la costruzione del loro processo creativo, conoscere quelle tecniche esecutive che prima, trattando solo pittura antica, non erano così frequenti.

 

La restauratrice ci mostra la stravaganza iconografica di un dipinto

La restauratrice ci mostra la stravaganza iconografica di un dipinto

 

E’ necessario conoscere nello specifico il comportamento nel tempo di questi materiali “sperimentali”? Sono molto diversi tra loro…immagino sarà coadiuvata da molte personalità del settore.

E’ fondamentale la conoscenza intrinseca di ogni materiale su cui si va ad operare, una continua e costante formazione, seguire corsi di aggiornamento e studiare le pubblicazioni dei colleghi. Ad esempio, un paio di anni fa, ad un corso sul restauro e la conservazione della plastica all’Università di Amsterdam, ho appreso come comportarmi in presenza di questo materiale, per sapere come trattarlo e conservarlo nel futuro. Però di fronte ad un progetto concreto, e nelle fasi di intervento, bisogna consapevolmente avvalersi di colleghi specializzati nei materiali specifici e lavorare in equipe. E’ necessario capire che non si può pretendere di essere poliedrici nel nostro campo.

 

Gli strumenti del mestiere

Gli strumenti del mestiere

 

Non è ovvio domandarsi chi sono oggi i suoi clienti. L’Italia con i suoi collezionisti è una presenza forte?

Si, la maggior parte dei collezionisti privati che si rivolgono a me sono italiani, e si avvalgono del mio lavoro alcune importanti fondazioni milanesi.
I primi comprano spesso come forma di investimento diversificata. A volte si affidano ad un art dealer che acquista e rivende per loro e le opere vengono direttamente messe in un deposito senza essere nemmeno tolte dalla cassa in attesa che il loro valore salga. Altri collezionisti usano ruotare le opere all’interno della casa esponendone di diverse ogni tre mesi, amano le opere tridimensionali e di grandi dimensioni. Questi clienti sanno come è necessario conservarle correttamente e spesso il mio intervento si limita al controllo dello stato, ogni volta che escono e rientrano nei depositi.
Lo stesso tipo di intervento riguarda le Fondazioni: il vantaggio è che queste hanno un conservatore fisso che si cura della tutela dei loro beni, ma essendo aperte al pubblico subiscono spesso la curiosità e la voglia istintiva di toccare dei visitatori con conseguenti danni.

 

Un ricordo delle commissioni per la Fondazione Prada

Un ricordo delle commissioni per la Fondazione Prada

 

L’acquisizione dei clienti nel restauro si basa sul passaparola. Un po’ come si cerca un buon medico: non si va su internet e spesso quando si trova un bravo restauratore si diventa un po’ gelosi e si è restii a dare il suo nome, per poter tenere il professionista libero per un futuro incarico.
A Milano i restauratori con una certa esperienza che si occupano di interventi sul moderno e contemporaneo sono ancora pochi, si contano sulle dita d’una mano.

 

Il restauro è anche fotografico presso lo studio Dolcetti

Il restauro è anche fotografico presso lo Studio Dolcetti

 

Leggo nella sua biografia che si è formata con Edo Masini, docente di restauro di dipinti presso l’Opificio delle Pietre Dure, e di aver in seguito collaborato a lungo con lo studio Pinin Brambilla di Milano. Quali sono secondo lei oggi gli enti accreditati di maggior valore per la formazione di un restauratore, le realtà che si muovono attivamente nella ricerca scientifica?

Due capisaldi per la formazione sono sempre l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e L’Istituto Centrale del Restauro a Roma, sul Moderno e  Contemporaneo oggi sta sviluppandosi sempre più la Scuola della Venaria Reale di Torino.
Non si può pensare di parlare di restauro del moderno e del contemporaneo se prima non si ha ricevuto una formazione solida sul restauro in tutti i suoi processi. Poi ci si specializza, ma prima bisogna affrontare tutto il discorso tradizionale.
Inoltre è fondamentale far seguire al ciclo di studi un periodo di formazione ed esperienza di alcuni anni presso degli studi di restauro per l’applicazione di ciò che si è appreso, continuo a sconsigliare di aprire subito uno studio dopo il diploma.

 

Precisione scientifica

Precisione scientifica

 

Lei è originaria di Venezia, cosa mi può dire delle differenze, se ve ne sono, tra la pratica del restauro a Milano e in altre città?

Non lavoro a Venezia da moltissimi anni per cui non posso fare un confronto, ricordo un antico mondo fatto di botteghe e pratica artigianale, nel bene e nel male. Posso però  elencare i vantaggi di fare un lavoro come il mio a Milano, come la possibilità di frequentare numerose gallerie e di conseguenza i loro artisti e collaborare con loro. Ci sono le grandi case d’aste i cui possibili acquirenti chiedono al restauratore una consulenza sull’opera che vorrebbero battere in asta, c’è movimento nelle collezioni. Inoltre c’è forse più facilità per noi operatori nel reperire i materiali, e credo  ci sia lavoro per tutti. Almeno per il momento.

 

Memorabilia della restauratrice

Memorabilia della restauratrice

 

Non ha mai pensato di fare didattica?

E’ una questione di scelte, credo che l’insegnamento e le pubblicazioni richiedano molto tempo tale da toglierne al laboratorio, e di impostare il lavoro in maniera diversa. Alcuni colleghi lo fanno abitualmente ma a quel punto l’attività diventa un’impresa con delega obbligatoria a collaboratori per gli interventi sulle opere. Io preferisco continuare a lavorare sul campo, essere io responsabile di quello che esce dal mio laboratorio e dedicarmi alla formazione personale. Ad esempio il prossimo seminario tratterà il restauro e la ricostruzione digitale 3D e sarà organizzato dal centro di studi CESMAR7.

 

Particolare del laboratorio

Particolare del laboratorio

 

A quali problematiche va incontro più spesso un’opera d’arte contemporanea?

I materiali costitutivi sono il problema maggiore , si pensi alle opere di Gilardi in gommapiuma o al polistirolo di Colombo , materiali non testati nel tempo e molto fragili che andrebbero esposti con parametri rigidissimi di temperatura luce e umidità. Spesso è la movimentazione che rovina le opere : trasporti fatti con personale non specializzato oppure la manutenzione errata o la sottovalutazione dell’opera stessa spesso viene affidata alle cure del personale di servizio in casa, non preparato a trattare con manufatti artistici.
Oppure ci si mette il caso..(mi mostra un’’opera di
Francesco Vezzoli che ha subito un allagamento).
Spesso le soluzioni per intervenire le troviamo in campi che esulano dal nostro: ad esempio mi fu sottoposto un danno su un’installazione costituita da vecchio cuoio che era stata vandalizzata con una penna a sfera verde che non era possibile asportare in alcun modo.La soluzione la trovai da un dermatologo che la asportò con la macchina usata per eliminare i tatuaggi: questo dimostra l’importanza di una mente aperta, inventiva, e la comparazione con materiali simili.

 

Filtri di prova per la pulitura

Filtri di prova per la pulitura

 

Si confronta con gli artisti sui criteri nella scelta di un intervento?

Se si tratta di artisti viventi cerco di consultarmi con loro per conoscere il loro modus operandi, la tecnica ed i materiali impiegati. Ad esempio anni fa mi successe di dover contattare Emilio Tadini per un’opera che aveva dei sollevamenti di colore ed era molto difficile da fissare; quando al telefono gli chiesi che smalto avesse usato lui quasi vergognandosi mi disse che era vernice da carrozziere, e aggiunse che l’aveva utilizzata solo per un breve periodo. Si scusò mille volte per la fatica che stava facendomi fare!

 

La cartella colori autoprodotti

La cartella colori autoprodotti

 

 

ln ogni caso la loro consulenza e approvazione è fondamentale perché il rischio di un’operazione arbitraria anche minima è che l’opera venga disconosciuta, lo stesso vale per gli artisti scomparsi ma che hanno una loro Fondazione di riferimento : è importante rivolgersi a loro prima di progettare qualsiasi operazione e concordare con loro come agire. Ad entrambi i soggetti chiediamo anche quali sono stati gli interventi effettuati in precedenza. Sono ancora pochi gli artisti che si interessano di scegliere materiali che durino nel tempo, ma alcuni sono molto collaborativi e rendono meno difficoltoso il lavoro, soprattutto se stranieri. Ad esempio l’artista americano Gober è estremamente generoso e pignolissimo nel descrivere ogni materiale utilizzato e nel fornire le istruzioni per l’installazione.

 

Particolare di uno splendido dipinto in restauro presso lo studio

Particolare di uno splendido dipinto in restauro presso lo studio

 

Cosa è cambiato nel restauro, parlando solo degli ultimi vent’anni?

Moltissime cose, a parte corsi di aggiornamento allora rarissimi, i metodi erano piuttosto invasivi. Ora la ricerca continua si rivolge a materiali meno aggressivi, le puliture si fanno ad hoc per ogni opera tenendo conto del ph e della conducibilità della materia da trattare, usando pochissimi solventi scegliendo piuttosto tensioattivi o chelanti o morbidi gel che non penetrano negli strati pittorici. Le vernici e i colori sono autoprodotti negli studi di restauro sempre a seconda della materia da ritoccare.
In effetti a colpirmi è la tavolozza dei colori di Matilde e la  pulizia e l’ordine del laboratorio, che mi dimostra quanto mi dice sull’importanza di operare in sicurezza sulle opere e sulle formule chimiche

Mi spiega che oggi il lavoro è più lungo ma si rispetta al massimo l’originalità dell’opera.

 

Particolare di un dipinto bisognoso di restauro

Particolare di un dipinto bisognoso di restauro

 

Fino a che punto vale la pena di intervenire?

Appartengo al filone del “minimo intervento” : ogni volta che un’opera entra nello studio di un restauratore subisce un’invasione anche se a fin di bene. Lo stesso spostamento dal luogo di installazione abituale al laboratorio è un piccolo trauma. Bisogna cercare di agire intervenendo solo e unicamente per risolvere l’eventuale problema, educare il proprietario che suggerisce interventi non necessari : verniciature per rendere il colore più brillante, puliture superflue, reintelaiature in presenza di piccole lacerazioni risolvibili con una sutura localizzata.
Ci sono poi casi dolorosi in cui
“l’accanimento terapeutico” è inutile e costosissimo per un cliente ad esempio in presenza di massicci attacchi di muffa uno dei peggiori nemici delle opere : la muffa aggredisce e divora inesorabilmente e se si arriva troppo tardi nulla si può fare se non rinunciare all’opera . C’è chi decide di ridipingere totalmente ( in alcuni casi in America ridipingono totalmente le opere degli anni 50  esposte all’aperto ) o sostituire dei pezzi con materiali totalmente nuovi invece di cercare di restaurarli : più velocità e meno fatica ma a quel punto l’opera è stata fatta dall’artista o dal restauratore o a quattro mani? E in che epoca ? oggi o ieri?

 

Craquelure in evidenza su un dipinto in fase di restauro da Matilde Dolcetti

Craquelure in evidenza su un dipinto in fase di restauro da Matilde Dolcetti

 

Matilde riflette su come la deformazione professionale la porti istintivamente ad osservare l’opera esposta dal punto di vista scientifico e materiale e avvicinarsi fisicamente ad essa, quando vede in seguito la stessa opera in una mostra le pare di guardarla per la prima volta, godendone come un qualsiasi spettatore amante dell’arte.

E’ molto interessante come la visione della restauratrice dimostri che la conoscenza è spesso una questione di approccio, di come la fruizione mostri l’opera d’arte vicinissima all’essere umano, come chi l’ha generata la sua comprensione è sempre condizionata al contesto.

 

Un angolo dello studio Dolcetti

Un angolo dello studio Dolcetti

 

Termino questo viaggio nel restauro con la curiosità di un’area inesplorata.
Matilde mi parla spontaneamente del suo interesse verso la Street Art, o meglio dei murales, che la critica acclama da tempo come opere degne di interventi per la loro conservazione. La restauratrice ha trovato nell’Università di Atene contatti con professori universitari che si stanno dedicando allo studio e alla conservazione dei murales e sta progettando una collaborazione con loro. Il murale viene costruito secondo la filosofia della sovrapposizione
e il compito delicato, e interessante socialmente, è proprio quello di capire e decidere cosa e come vada mantenuto.

In Italia non è ancora così diffusa la cultura tutelativa della pittura di strada, se si pensa che Philadelphia, dove esistono più di duemila murales, utilizza l’1% delle tasse per sostenere gli artisti e la ricerca per la conservazione di tali opere. Nei progetti di Matilde Dolcetti c’è lo studio della struttura chimico-fisica dei murales e la sua evoluzione negli anni per restauro e conservazione  adeguati.

Michela Ongaretti

Foto di Giovanni Manzoni Piazzalunga

Intro di Fabio Novembre, particolare

STANZE. Altre filosofie dell’abitare. Una visione della Ventunesima Esposizione Internazionale della Triennale di Milano

STANZE. Altre filosofie dell’abitare. Una visione della Ventunesima Esposizione Internazionale della Triennale di Milano

Usciamo. Andiamo a vedere una mostra di architettura. Se di questo avete voglia il posto giusto è il palazzo della Triennale di Milano con la mostra “Stanze, Altre filosofie dell’abitare”, curata da Beppe Finessi per la XXI Esposizione Internazionale, che ha inaugurato ad Aprile in collaborazione con il Salone del Mobile. Soddisfarete il vostro desiderio con il progetto di allestimento di Gianni Filindeu e quello grafico di Leonardo Sonnoli, e con la realizzazione di ambienti, ciascuno con la propria logica progettuale, da Andrea Anastasio, Manolo De Giorgi, Duilio Forte, Marta Laudani e Marco Romanelli, Lazzarini Pickering Architetti, Francesco Librizzi, Alessandro Mendini, Fabio Novembre, Carlo Ratti Associati, Umberto Riva ed Elisabetta Terragni.

 

Stanze. Altre Filosofie dell'Abitare

Stanze. Altre Filosofie dell’Abitare

 

Quando ci troviamo a fine agosto vien quasi di parlare al passato riguardo l’anno in corso. Ma il 2016 non è ancora finito e conviene approfittare della fuga da Milano per assaporare senza fretta l’esposizione che terminerà il 12 settembre.

In effetti guardarsi indietro è facile pensando all’assunto della Ventunesima che utilizza il termine After nel duplice significato di “dopo” e di “nonostante”, come se determinate forme di progettualità si stiano manifestando in maniera antagonista, o soltanto “altra” rispetto agli esempi realizzati o studiati nel ventesimo secolo.

 

La stanza di Umberto Riva per la mostra curata da Beppe Finessi, vista dell'esterno

La stanza di Umberto Riva per la mostra curata da Beppe Finessi, vista dell’esterno

 

Ci tornerei, perché raramente mi capita di veder tutto senza stancarmi un attimo, perché in queste stanze l’aspettativa di ciò che si poteva osservare è stata attesa senza esagerazioni di contenuto. Se infatti una parte è retrospettiva e permette di capire il cambiamento nella concezione dell’ architettura di interni del ventesimo secolo con esempi eccellenti , la seconda parte incontra invece la curiosità di chi si domanda..cosa vediamo quando pensiamo ad una stanza?

Possono il design e l’architettura interpretare un nostro modo di intendere, e intessere le relazioni attraverso i gesti quotidiani, di vivere nello spazio?Il punto di partenza è una visione soggettiva dell’architettura di interni. Riflettere e riflettersi, guardarsi nello specchio dal tempo, qui e ora con il successo e l’interesse suscitato dal Salone del mobile, con gli attuali riconoscimenti di valore a questa disciplina che ha rappresentato spesso il primo campo di prova professionale di affermati architetti, e che oggi è di per sé un motore per la creatività, l’innovazione e.. l’economia. Da qui ci si rivolge prima al passato e poi al presente un’analisi critica attraverso lo studio e la possibilità espressiva dell’interior design.

 

Stanze. L'esempio di Franco Albini, con la poltrona che diventerà icona del design italiano

Stanze. L’esempio di Franco Albini, con la poltrona che diventerà icona del design italiano

 

Tutti i grandi progettisti del Novecento si sono confrontati con l’architettura degli interni: anche i singoli elementi di arredo erano sempre disegnati su richiesta dei committenti che desideravano un intervento per dare originalità alle proprie abitazioni; è attraverso questo meccanismo che sono nati pezzi iconici dell’arredamento italiano: oggetti creati solo per quella casa, per quella personalità di “abitante”, di seguito prodotti in serie entrando nella vita di tutti coloro che li amavano. L’industrial design italiano è partito anche da qui.

 

Stanze, l'allestimento della prima sala

Stanze, l’allestimento della prima sala

 

Ecco infatti che il candido allestimento si apre con una sala che mostra immagini degli interventi per interni di grandi architetti del Novecento, area introduttiva che aiuta a comprendere come sia cambiato sia il gusto che la considerazione dei bisogni, di conseguenza della funzionalità di uno spazio. Sono cinquanta esempi di progetto dagli anni venti ad oggi, Gio Ponti, Franco Albini, Carlo Mollino e Carlo Scarpa, Ignazio Gardella e i BBPR per fare alcuni nomi. Alcuni di essi sono definiti trasversali per la loro multidisciplinarietà come Ivo Pannaggi e i più di recente Getullio Alviani e Corrado Levi. C’è chi sull’interior ha lavorato e teorizzato come Gae Aulenti e Leonardo Savioni, e chi è riuscito ad emergere proprio grazie a questa disciplina come Umberto Riva e Cherubino Gambardella. Ancora i meno famosi ma assai rilevanti fin dagli anni venti Melchiorre Bega, poi Luciano Baldessari, Giulio Minoletti e Cini Boeri, e i fuoriclasse Ettore Sottsass, Angelo Mangiarotti e Joe Colombo. Tra i contemporanei Alessandro Mendini, Nanda Vigo, Guido Canali, Gaetano Pesce, Gianfranco Cavaglià, Bruno Vaerini Massimo Carmassi e Gabriella Ioli.

 

Le mie prigioni, la stanza di Alessandro Mendini in Triennale

Le mie prigioni, la stanza di Alessandro Mendini in Triennale

 

Dal punto di vista teorico ed espositivo ben poco è stato donato a questa disciplina. Possiamo ricordare soltanto “Colori e forme nella casa d’oggi” a Villa Olmo di Como nel 1957, “La casa abitata” a Firenze in Palazzo Strozzi nel 1965, “Italy The new domestic landscape” al MOMA di New York nel 1972. L’ultima mostra sull’argomento fu proprio in Triennale nel 1986 con “Il progetto domestico”.

 

Stanze. CarloLazzarini e Carl Pickering, vista di La Vie en Rose

Stanze. CarloLazzarini e Carl Pickering, vista di La Vie en Rose

 

Dopo ben trent’anni si vuole dare uno stimolo all’approfondimento critico del contemporaneo con la prova di creatività di 11 studi di architettura; entriamo così nella seconda parte del percorso, composta da undici ambienti unici. Il progetto realizzato è l’invenzione di una stanza, ciascuna rappresentativa di un imput valoriale, un approccio metodologico, una diversa generazione e linguaggio, per arrivare a soluzioni diverse che tengano in considerazione differenti bisogni primari del quotidiano. In più Francesco M. Cataluccio ha suggerito un accostamento di questi risultati con significative teorie filosofiche recenti, per ricostruire una visione dove l’architettura dialoga con il pensiero, nel rappresentare il nostro tempo.

 

Stanze. Particolare dell'allestimento

Stanze. Particolare dell’allestimento

 

Partiamo dalla stanza di Elisabetta Terragni la cui percezione degli spazi cambia in base alla luce e al movimento dell’osservatore, per poi passare con Duilio Forte all’esperienza di abitazione minima che segue la forma zoomorfa di un orso, e di cui ogni area riassume un’azione umana e il suo corrispettivo simbolico con una parte del corpo animale, ad esempio l’ingresso è la testa, da cui si inizia la purificazione mentale e fisica della sauna, per entrare nell’ambiente principale dedicato alla convivialità, il ventre.

 

Stanze. Ursus di Duilio Forte

Stanze. Ursus di Duilio Forte

 

Manolo De Giorgi si domanda se stare fermi in una stanza rappresenti un nostro bisogno. Forse anche l’abitazione può avere la forma di un percorso che segna le tappe delle nostre funzioni quotidiane distribuite e non semplicemente contenute in un ambiente.

 

La stanza di Carlo Ratti con le sue sedute modulari e modulabili

La stanza di Carlo Ratti con le sue sedute modulari e modulabili

 

A Carlo Ratti basta una seduta imbottita modulare a ridefinire lo spazio. Semplicemente controllabile in remoto tramite un’applicazione, è pronto a raddoppiare o dimezzare la propria altezza e combinarsi con gli altri elementi.

 

Stanze. Particolare di Circolare Circolare di Manolo De Giorgi

Stanze. Particolare di Circolare Circolare di Manolo De Giorgi

 

Fabio Novembre, schietto nel suo gusto ridondante, sogna la stanza come un uovo dalla superficie dorata e specchiante, uovo che è “la perfetta sintesi formale” originaria, dal richiamo atavico che rimanda alla nascita. Un utero che per Novembre è primissima idea di ambiente esperita dall’uomo: avviluppa l’osservatore quasi magicamente risucchiato dalla pelle rossa dei divani al suo interno, stanza che protegge e tutela la memoria e la riflessione.

 

Stanze. Intro di Fabio Novembre

Stanze. Intro di Fabio Novembre

 

Mi fermo, è come quando vedo un film e vorrei invitare un amico a vederlo, non posso andare oltre il primo tempo con il mio racconto. Se pensate all’architettura alla fine di questa estate 2016, passate in Triennale.

Michela Ongaretti

colorplay-veneta sedie

Anticipazioni Design Week 2016: il Fuorisalone di Veneta Sedie nel quartiere Isola

Anticipazioni Design Week 2016: il Fuorisalone di Veneta Sedie nel quartiere Isola

Anche quest’anno l’azienda di Padova Veneta Sedie parteciperà al Fuorisalone con un evento speciale il 14 e il 15 aprile in via Civerchio, in collaborazione con lo studio di interior design FZILa filosofia dell’evento è in linea con la mission del produttore,portare nel mercato italiano e mondiale il risultato di un’operazione che unisce il bel design Made in Italy al buon lavoro artigianale su un materiale antico e vitale come il legno, straordinario nella versatilità delle lavorazioni.
La collezione Colorplay di Veneta Sedie per esterni

La collezione Colorplay di Veneta Sedie per esterni

Il direttore Enrico Rosa ha scelto volutamente il quartiere Isola in Milano, la zona dove ancora è toccabile con mano la presenza delle botteghe artigiane, di una città che un tempo era molto più costellata di laboratori e piccole imprese fabbricatrici. Qui si trovano o sono rinate alcune attività e all’interno di una bottega artigianale, il laboratorio Cagliani, si terrà l’evento “Il futuro è l’artigianato – la forza della tradizione muove l’innovazione”.

futuro artigiano-micelli

Ispiratore di queste giornate è il libro di Stefano MicelliFuturo Artigiano. L’innovazione nelle mani degli italiani, dove si spiega che il filo rosso che lega il made in Italy di successo oggi, dalle macchine di precisione alla moda, dai grattacieli a pezzi di design in edizione limitata, è il lavoro artigiano, alla base di tutte quelle realizzazioni. Ad esso la nostra cultura non dà il giusto rilievo, mentre sono moltissime le realtà in Italia dove si trova ad essere l’ingrediente essenziale per lo sviluppo qualitativo ed innovativo. Nel volume si parla degli esempi dati da tutte le situazioni e i modi in cui l’eredità delle tecniche tradizionali sta dando futuro all’economia e al suo lancio nel mercato internazionale. Un racconto del mondo artigiano italiano, poco noto ai più, e fuori dai confini, per riflettere sul merito reale e sulle reali opportunità di crescita della nostra creatività.

Veneta Sedie. La selezione della materia prima

Veneta Sedie. La selezione della materia prima

 

Sempre secondo Micelli il lavoro dell’artigiano viene spesso associato al valore della perizia tecnica intesa come continuazione di valori tradizionali, tramandati di generazione in generazione, e slegata quindi da una necessità di innovare il linguaggio e la tecnica costruttiva di un oggetto funzionale.

Nel linguaggio comune poi non sempre l’aggettivo “artigianale” ha connotazioni positive, spesso descrive un prodotto sommariamente realizzato, mentre se si coinvolgono le vere e proprie figure del “ maestro d’arte” o la “maestria artigiana”, si rimanda alla “piena padronanza delle tecniche e delle conoscenze dell’artigiano e che suggeriscono un costante impegno al miglioramento di sé e del proprio lavoro”, questo perché è sopravvissuta in Italia una nutrita schiera di persone che continuano una tradizione e una passione per il bello e ben fatto cercando di inventare forme nuove e raffinando delle tecniche costruttive.

Un salotto Veneta Sedie nel contesto di un hotel di lusso

Un salotto Veneta Sedie nel contesto di un hotel di lusso

 

Al centro dell’operato di Veneta Sedie sta in effetti il saper fare coniugando tradizione e innovazione, a partire dalla lavorazione del legno. Insieme allostudio FZI si presenta quindi nel quartiere Isola un esempio di modelli unici, dall’estetica accattivante pur libera da tendenze passeggere, realizzati da chi ha saputo unire sapienza artigianale e tecnologica.

L’azienda nasce proprio dallavoro artigiano di Giannino Rosa nel 1962, dedicato a sedie e dondoli in legno. L’espansione dell’attività grazie al boom economico permette l’apertura nel 1976 del primo showroom, ancora esistente a valorizzare storia ed estetica dei prodotti. Nel 1986 la svolta decisiva avviene con la costruzione delprimo stabilimento, tutt’ora cuore pulsante della produzione Veneta Sedie. Nel 1996 nasce Veneta Sedie Trading con sede a Merlara, un nuovo stabilimento per le necessità di magazzino, la nuova divisione per la commercializzazione dei prodotti finiti, e un aggiunta per lo spazio produttivo. Il mercato si sta evolvendo e a questo si adattano e ampliano le creazioni.

Alcuni modelli di punta di Veneta Sedie

Alcuni modelli di punta di Veneta Sedie

 

Nel 2004 Veneta Sedie si apre al mondo del web e si rinnova nella gestione aziendale; quando poi arriva l’ondata di crisi della fine del decennio, il momento è occasione di riflessione sulla consapevolezza delle potenzialità, e nel 2013 si sceglie di mantenere la stessa qualità e continuare a produrre in Italia, incrementando la formazione ricerca continua del personale. Il 2014 segna l’arrivo di nuove soluzioni con il catalogo Top10: una selezione di 10 prodotti di punta commercializzati taylor made, la produzione sartoriale da progettarsi con il cliente, incontrando i suoi gusti e le sue esigenze.

Una sala dell'hotel Chateau Monfort a MIlano, arredo di Veneta Sedie

Una sala dell’hotel Chateau Monfort a MIlano, arredo di Veneta Sedie


Nel 2015 nascono le nuove collezioni Luxury, Shabby Chic e Color Play
, tre stili differenti interpretati attraverso le finiture e i rivestimenti.

Veneta Sedie è composta da due divisioni: Production, che realizza sedie al grezzo e Trading per la rifinitura. Grazie a questa doppia anima la produzione propriamente artigianale che fa uscire dallo stabilimento una sedia al giorno, convive con quella in serie da migliaia all’anno: in questo modo non si è persa l’identità delle origini pur rimanendo forti sul mercato contemporaneo.

 La passione e la conoscenza tecnica restano i valori attorno ai quali è cresciuta Veneta Sedie, la cura per l’oggetto in questo modo è definita nei minimi particolari aggiornando l’estetica di prodotti nati nel cuore della tradizione, e destinati anche al gusto estero, grazie appunto al know how di maestri artigiani e ai designer e creativi del Centro Stile che arricchisce e personalizza l’originaria bellezza del legno naturale, sempre con lo sguardo rivolto alle tendenze del momento.

Le migliori qualità di legno e gli altri materiali pregiati sono al servizio della rivisitazione della tradizioneper oggetti dal gusto schiettamente contemporaneo: parliamo di sedie, poltrone, divani, panche, sgabelli, tavoli e complementi come madie consolle, comò.

La bottega shabbychic di Veneta Sedie

La bottega shabby chic di Veneta Sedie

 

La produzione taylor made che si offre al cliente Contract permette inoltre la personalizzazione e il custom design: questo è il nucleo artigianale dell’azienda, dove la ricerca per la soluzione più congeniale per il cliente incontra la voglia di sperimentare.

Nell’evento del Fuorisalone 2016 vedremo quindi in Veneta Sedie un esempio di incontro felice tra tecnologie costruttive nuove e pratica artigianale; quest’ultima caratteristica, osannata dal volume di Micelli, tipica della qualità tutta di casa nostra, è caratterizzata dalla consapevolezza della sua importanza e quindi attenta alla conservazione del sapere. Veneta sedie si dimostra un caso emblematico in questo, dato che i suoi oggetti pratici e funzionali, come il design più di successo ci ha abituato dal ventesimo secolo, nascono anche dal confronto con un prezioso archivio presente nella sede, di tutti i modelli prodotti negli anni con disegni e fotografie originali.

IL Futuro è l’artiginano- la forza della tradizione muove l’innovazione. Presso Laboratorio Cagliani, via Civerchio 5. 14 e 15 aprile dalle ore 18.00 alle ore 22.00

Michela Ongaretti

Lampada Venini

A Milano il vetro d’Arte di Murano: il nuovo showroom di Venini è in via Bigli

A Milano il vetro d’Arte di Murano: il nuovo showroom di Venini è in via Bigli

di MICHELA ONGARETTI

Il nuovo showroom del vetro d’Arte di Murano è  nel quadrilatero della moda, in via Bigli 6 .

Parliamo dell’antica azienda fondata a Venezia nel 1921: Venini è eccellenza per antonomasia del vetro di Murano d’artista. Fino all’anno scorso si potevano vedere le loro creazioni presso De Padova in corso Venezia, da poco aperto i battenti in via Bigli 6 in un notabile spazio autonomo.

 

Una vetrina di VeniniShowroom di Venini in via Bigli, vista da una vetrina

Se per la prima, costituita da oggetti, vasi e prodotti per la tavola, le creazioni vivono in un’esposizione arricchita da giochi di luce avvolgenti i pezzi, delle lampade e dei lampadari di Artlight vediamo le novità accanto ai classici d’Autore.Si presenta ai nostri occhi con due ampie vetrine, che custodiscono una superficie di 120 mq. Sono in evidenza nello store le collezioni Artglass e Artlight.

La possibilità di un rinnovamento nella presentazione dei prodotti è ricercata nel nuovo spazio in via Bigli. I collezionisti o clienti si trovano all’interno di un ambiente che offre lapossibilità di visionare il vetro d’arte da ogni angolazione, dove l’intera superficie è dedicata a far capire la presenza scenica delle collezioni Venini: in questo modo si facilita la comprensione della visione creativa di designer, architetti, artisti, coloro che valorizzano da sempre i propri progetti mediante il vetro soffiato di Venini.

L'interno dello showroom di Venini in via BigliInterno dello showroom Venini

L’apporto di questi creativi è stato fondamentale: per tutti la costante è la capacità di reinterpretare in senso contemporaneo la leggerezza e forza dell’arte vetraria, fedele alla tradizione schiettamente artigianale nella tecnica costruttiva.

Sono produzioni autentiche realizzate da maestri vetrai dal consolidato sapere millenario, trasformate dal design d’avanguardia. Il rispetto per la materia utilizzata non contrasta però con la necessità sempre viva di creare un’alternativa nel contesto nella consolidata tradizione muranese, creando quindi opere uniche grazie all’espressione più contemporanea, dal lusso esclusivo grazie a raffinati dettagli e finiture, con complesse lavorazioni.

Ando Time, Art Glass 2015, edizione limitata a quarantanove opere per colore, con venti prove d'artista.

Ando Time, Art Glass 2015, edizione limitata a quarantanove opere per colore, con venti prove d’artista.

Tra i celebri artisti e designer coinvolti citiamoTadao Ando, protagonista per Euroluce e il Fuorisalone 2015; nella stessa occasione la mostraDesign the italian excellence. Amazing Glasses,presso il Carlton Hotel Baglioni esibiva i lavori diEttore Sottsass, Gae Aulenti, Fabio Novembre, Carlo Scarpa, Elena Cutolo, Matteo Thun, Ludovico Diaz de Santillana, Tobia Scarpa.

Tra i primi talenti dedicati a Venini Carlo Scarpa e Giò Ponti negli anni trenta e quaranta, ma è soprattutto dagli anni ottanta, dopo uno sfortunato incendio, che si rinnovano collaborazioni con artisti e designer di grido come Owe Thorssen, Brigitta Karlsson, Tina Aufiero.

La lampada di Gio Ponti 99.80, 1946, edizione numerata

Venini – Gio Ponti, lampada 99.80, 1946, edizione numerata

Poi dagli anni novanta entra in scena anche Ettore Sottsass, Gae Aulenti, Mario Bellini, Timo Sarpaneva e Fulvio Bianconi; si coinvolgono anche artisti emergenti come Elena Cutolo, Giorgio Vigna, Emmanuel Babled, Rodolfo Dordoni, Monica Guggisberg e Philip Baldwin.

Happy-Pills, 2012 design Fabio NovembreFabio Novembre, Happy-Pills, 2012

 

Edizioni limitate presentate in kermesse internazionali di design sono state disegnate da Giorgio Vigna, Alessandro Mendini, Sandro Chia e Mimmo Rotella. Il mondo dell’arte si è avvicinato a quello di Venini: ad esempio nel 2005 i fratelli Fernando e Humberto Campana, hanno progettato una grande installazione di campane di vetro esposta alla Galleria Moss di New York nel 2015.

Secondo le parole del noto architetto e designer internazionale Alessandro Mendini, storico collaboratore dell’azienda dalla metà degli anni ottanta, è riconoscibile uno stile preciso “frutto di un magico dosaggio creatosi nel tempo, fra alcune tecniche esclusive, alcuni eccezionali artisti inventori di forme, e la scelta di certi colori.

L’azienda ha in più un’eredità storica da quando fu fondata nel 1921 dall’avvocato milanese Paolo Venini e dall’antiquario veneziano Giacomo Cappellin, allora Cappellin Venini & C.: come un patrimonio culturale di più di novant’anni, sono stati conservati disegni, fotografie, scritti e opere, prove del percorso aziendale che stimola le menti creative mondiali,osservabili nei più importanti Musei e Fondazioni d’Arte.Questa tradizione e questi confini sono la magica formula di Venini.” La magia dell’arte è sempre legata per Venini allamanualità tipica del Made In Italy più ricercato e richiesto, e per questo la sua produzione “fa parte delle meraviglie dell’umanità. Calma e saggezza di un chiaro artigianato, puro e intatto nel tempo, incorruttibile dalla violenza delle mode, un esempio e una testimonianza di perfezione.”

Esprit , lampada da terra e da tavolo, 1970Venini – Esprit , lampada da terra e da tavolo, 1970

 

Il progetto per inserire molte di queste testimonianze, con mostre monografiche sugli autori di vetri Venini, presso LeStanze Del Vetro all’Isola di San Giorgio Maggiore è portato avanti in collaborazione con la Fondazione Giorgio Cini e con Pentagram Stiftung. la mostra su Carlo Scarpa riscosse un successo tale che nell’autunno del 2013 venne riproposta al Metropolitan Museum of Art di New York.

Vista dello showroom VeniniVista dell’interno- showroom Venini a Milano

Nel 2011, novantesimo anniversario dell’azienda un progetto espositivo itinerante ha coinvolto il Museo del Vetro di Murano, Palazzo Grassi e Punta della Dogana, il Shanghai Museum of Glass, il Museo Bagatti Valsecchi di Milano.

Michela Ongaretti

Il Giardino delle Idee al primo piano

Idee e passione dalla scienza e dalla società civile. Come nutrire il pianeta secondo il Padiglione tedesco

Idee e passione dalla scienza e dalla società civile. Come nutrire il pianeta secondo il Padiglione tedesco

di MICHELA ONGARETTI

Padiglione Germania- rendering della strutturaPadiglione Germania- rendering della struttura a Expo 2015 Milano

Il padiglione Germania per l’ecocostenibilità. Per cosa si dovrebbe visitare Expo? Nel bene e nel male è un evento irripetibile, per curiosità, oppure per vedere la risposta delle diverse nazioni al tema di “Nutrire il pianeta”. Qualcuno può anche essere interessato all’atmosfera internazionale, o agli esempi di design per l’architettura temporanea e possibilmente la sua ecosostenibilità. Ma c’è un altro motivo. In un contesto risultante dai contributi dei diversi Stati quando siamo fortunati riusciamo a respirare, attraverso l’approccio dato alla tematica, lo spirito di un popolo. Ci è successo nel padiglione tedesco, dove è ben rappresentato dai contenuti e dal design ecosostenibile.

Organizzatore generale è il Ministero Federale dell’Economia e dell’Energia (BMWi) con Dietmar Schmidt come commissario generale. L’architettura, l’ideazione e il progetto sono degli studiARGE e SCHMIDHUBER con a capo l’architetto Leonard Wieckell, mentre il merito della creazione dei contenuti, esposizione e media va a Milla e Partner.

Padiglione Tedesco pianoro paessagistico e Solar Trees.Ph B. Handke (1)Il pianoro paesaggistico e i Solar Trees del padiglione tedesco ad Expo2015. Ph B. Handke

La Germania ha prodotto grandi menti scientifiche e letterarie, e viene spontaneo definirla per il rigore, nell’innovazione tecnica e tecnologica. Ma i tedeschi sono capaci di slanci appassionati, e amano la luce, il calore che cercavano in Italia e in Grecia fin dai tempi del Grand Tour. Per questo fin dall’inizio il “campo delle idee”, la rappresentazione di alcune risposte su alimentazione e sostenbilità futura del pianeta, viene affidata a sei ambasciatori “passionari”, cittadini tedeschi eccellenze nel loro ambito.I sei campi tematici corrispondenti sono: l’acqua, il suolo, il clima, la biodiversità, gli alimenti e “ il mio giardino delle idee” con esempi concreti di attivismo ambientale e nutrizionale dalla società civile.

L'attivismo della società civile nel Giardino delle IdeeMilano Expo Padiglione Germania – L’attivismo della società civile nel Giardino delle Idee

Il Padiglione si divide in due aree percorribili separatamente.

Il percorso esterno parte dalla rampa che conduce alla terrazza, permettendo di osservare le strutture architettoniche e dellle innovazioni ecologiche costituite dai Solar Trees, utilizzati per l’energia interna e realizzati in fotovoltaico organico (OPV).

All’interno si affrontano questioni serie pur mantenendo un tono giocoso. In questo sta la forza delle numerose installazioni video che sono terminali informativi sui temi affrontati, per la cui visualizzaione viene consegnato all’ingresso unseedboard da appoggiare ai sensori e seguire le istruzioni. In questo modo sono facilmente fruibili i contenuti, senza bisogno di scaricare applicazioni sul proprio smartphone.

La copertura del padiglione con il fotovoltaico OPVLa copertura del padiglione tedesco ad Expo2015 con il fotovoltaico OPV

Al termine abbiamo affrontato molti concetti, ci siamo arricchiti di informazioni utili ma potremmo esser stanchi, per questo la Germania offre una parte più di intrattenimento con lo spettacolo Be(e) Active, tenuto in una sala studiata ad hoc. E’ un dono finale del percorso, accostato ai contenuti più scientifici, che chi ha fretta per altre visite può evitare, cosi come gli spettacoli di intrattenimento più pop nell’arena alla base della struttura. Il percorso quindi è diversificato topograficamente e dal punto di vista di diversi target di pubblico.

Un momento dello show Be(e) ActiveMilano Expo padiglione Germania – Un momento dello show Be(e) Active

Sin dall’architettura si tenta di fornire risposte tecnologiche e creative al grande tema dell’energia futura, modulando esempi dalla Natura.

La rampa d’ingresso utilizza diversi tipi di legnameche compongono un paesaggio agricolo visto dall’alto e l’inclinazione suggerisce il pianoro tipico della campagna tedesca. Leggermente in salita come nel paesaggio naturale dal cui terreno spuntano germogli: qui sono l’elemento portante di comunicazione tra l’alto e il basso, l’esterno e l’interno, alberi stilizzati che escono dal piano inferiore,sostengono l’intera struttura e la “nutrono” con il fotovoltaico inserito nelle foglie, la copertura dinamica dell’edificio. Il concept è perfettamente realizzato nella struttura perché nei Fields of Ideas la base dell’alimentazione, il tema dei temi, viene dalla Natura, ed essa ha bisogno di essere sostenuta e tutelata attraverso la ricerca scientifico-tecnologica, e la collaborazione dei cittadini e dei governi. Questi tralicci portanti sbucano infatti dalla zona sottostante ricca dei contenuti interattivi del padiglione.

Per i visitatori che decidono di non entrare ma godersi la vista dal pianoro c’è comunque un’ultima chiamata verso i contenuti proprio attraverso le aperture da cui sbucano gli alberi in acciaio, possono affacciarsi e curiosare, ma anche essere richiamati da altri visitatori dal basso a contribuire con dei comandi al gioco interattivo del piano terra.

Padiglione Tedesco area tematica -alimenti-.Ph. B. HandkePadiglione Germania ad Expo2015, l’ area tematica dedicata agli alimenti-.Ph. B. Handke

In cima il grande tetto di foglie unifica esterno e interno, avvolge sia l’architettura che l’area espositiva. Se il futuro è adattarsi al modello della Natura nella morfologia, la moderna membrana che protegge il padiglione come le foglie il fusto, al tempo stesso si trova una semplicità costruttiva attraverso la riduzione di materiali,questa membrana e l’acciaio. La tecnologia innovativa utilizzata per i pannelli solari incontra per la prima volta il design nel progetto internazionale del padiglione, infatti sono stati stati studiati per adatttarsi in maniera flessibile alla morfologiadi differenti componenti architettoniche e del complesso dell’opera.

Parliamo di tecnologia fotovoltaica biologica, OPV, per i circuiti stampati di moduli esagonali, laminati su entrambi i lati e fissati tramite clips ad una rete d’acciaio a filigrana che trasporta l’energia elettrica partendo dalla cella centrale. L’energia che si produce di giorno viene immagazzinata in un sistema di stoccaggio ai piedi delle cinque strutture-germoglio per alimentare la lampada circolare a LED che di notte le illumina dal basso. Questo ciclo di energia chiuso e auto-alimentante riproduce quello naturale. Alla fine di Expo i moduli saranno riutilizzati dal consorzio di aziende tedesche ARGE OPV che li ha creati.

L'ambasciatore della biodiversità tedescaPadiglione Germania- L’ambasciatore della biodiversità tedesca Eckardt Brandt, con il suo recupero di specie antiche

Se seguiamo invece il percorso interno entriamo al pianterreno dove ci accoglie una guida per il preshow: ci informa sull’uso della seed board di cui siamo stati equipaggiati e ci presenta le aree tematiche e i suoitestimonial. Benjamin Adrion ha fondato Viva con Agua, una rete che si impegna attivamente per l’approvigionamento idrico dei paesi in via di sviluppo, Josef Braun è un coltivatore biologico che si batte per la gestione agricola sostenibile del suolo, i giovanissimiFelix Finkbeiner e Franziska Funk ci sensibilizzano sul cambiamento climatico con l’iniziativa studentesca Plant for The Planet, Eckart Brandt è un eroe della biodiversità perchè ha salvato centinaia di varietà di mele tradizionali antichissime, e continua a coltivarle. Erika Mayr è un’apicultrice metropolitana, dal centro di Berlino contribuisce alla salvaguardia delle api producendo il loro miele, infine Michael Schieferstein si batte attivamente per un rapporto sostenibile con l’alimentazione mediante l’iniziativa Foodfighters.

Passiamo al grande aperto ambiente che ci colpisce per l’utilizzo della luce naturale, e per leforme organiche delle aree espositive, identificate dai diversi colori dell’allestimento. Per ogni area c’è un’installazione video che fa parlare questi protagonisti del loro lavoro per l’ambiente.

Con la seedboard che ci permette di proiettare testi e filmati, immagini e giochi la nostra esperienza è libera e individuale, possiamo soffermarci dove e quanto riteniamo interessante.

Non è questa la sede per presentare tutti i terminali informativi , ma ci soffermeremo sugli stimoli principali per ciascuna area, dove le idee e i progetti che gravitano intorno alle risorse naturali stimolano al loro uso pensato, per contribuire alla sicurezza alimentare del futuro.

L'area tematica Acqua nel Padiglione TedescoL’area tematica dedicata all’Acqua nel Padiglione tedesco ad Expo2015

Il blu predominante della tematica acquatica offre stimoli come il recupero del fosforo come fertilizzante, a cura della piattaforma tedesca per il fosforo e la Berliner Wasserbetriebe, e un progetto pilota di Amburgo sul ciclo dell’acqua sostenibile in città.

I diversi pannelli interattivi dell’area arancione dedicata alterreno orbitano intorno all’agroforestazione come prevenzione all’erosione e stabilizzazione dell’equilibrio idrico, poi l’applicazione delle colture alternate per salvaguardare la produttività del suolo con Stiftung Oekologie & Landbau.

Per il clima il colore dominante è il giallo e si presentano soluzioni innovative che combinano la tutela del clima stesso con approvigionamento sostenibile, energia e alimentazione, ad esempiol’acquacoltura offshore, unione di allevamento ittico ed energia eolica, e l’agrofotovoltaico attraverso diverse superfici per l’energia e l’agricoltura.

biodiversità padiglione germaniaMilano Expo Germania L’area tematica della Biodiversità

Il verde chiaro della biodiversità mostra la molteplicità delle specie viventi dove degli oggetti a forma di seme ospitano progetti per la conservazione della biodiversità: la Banca dei Geni di Gastersleben, una delle maggiori al mondo, e la salvaguardia di quella genetica degli animali da allevamento.

Il settore rosso dell’alimentazione, fornisce informazioni sui prodotti quotidianamente consumati, con l’intento di rendere consapevoli dell’impatto delle nostre scelte. Un’alta parete stilizza scaffali di un supermarket, e un carrello che, fatto scorrere, visualizza caratteristiche di produzione e nutrizionali di diversi prodotti.

Il Giardino delle Idee al primo pianoExpo2015, Il Giardino delle Idee al primo piano del padiglione Germania

Verso la scala che ci condurrà al primo piano il lato oscuro del consumo: una montagna di rifiuti che due pannelli mostrano come possibile risorsa per il recupero di energia.

Al primo piano ci troviamo immersi nella luce naturale più intensa in compagnia di molte piante aromatiche, che vengono utilizzate nel ristorante del padiglione stesso, siamo nel “Giardino delle Idee”. Vicino a queste coltivazioni si possono staccare dei biglietti con proposte sul loro utilizzo: questa e altre sono le idee fiorite dalla consapevolezza dei cittadini comuni, le loro iniziative per migliorare Ambiente e Alimentazione. In quest’area si esperisce quindi una forte esperienza comunitaria della società civile tedesca. Citiamo ad esempio Foodsharing e Mund Raub che dal web segnala dove si possono raccogliere e mangiare frutti maturi nelle aree urbane.

E’ quella del movimento di due proiettori-schermo oscillanti a suon di musica, come i due grandi occhi delle api, durante la performance live dei beejays, un chitarrista e un beatboxer.

All’uscita si può passare alla terrazza, visitabile anche per chi passa dall’interno, oppure entrare nella sala suggestiva delloshow Be(e) Active, adatto in questo caso a riunire tutti i target di pubblico per l’esperienza musicale che si fa comunitaria, confermando la vocazione del Padiglione di attirare la nostra attenzione su argomenti seri, ma riunire adulti e bambini anche con la tecnologia che regala solo spensieratezza.

Michela Ongaretti

Fields of Tomorrow in notturna

Fields of Tomorrow, Israele ad Expo2015. That’s Edutainment!

Fields of Tomorrow, Israele ad Expo2015. That’s Edutainment!

Il Padiglione d’Israele Fields of Tomorrow. Due grandi pareti verticali, una per il video che attira l’attenzione anche da lontano, e una per un mosaico di coltivazioni dai diversi colori, riso, grano e mais. Così si presenta nel suo appariscente impatto visivo il padiglione di Israele, dal nome rappresentativo Fields of Tomorrow. All’interno troviamo diverse installazioni multimediali con un’accoglienza spettacolare, dove prevale l’entertainment sull’education.
Il padiglione israeliano all'apertura di ExpoIl padiglione israeliano all’apertura di Expo

Il padiglione si trova in prossimità dell’incrocio tra Cardo e Decumano accanto a Palazzo Italia ed è stato progettato dall’architetto David Knafo con Knafo Klimor Architects, mentre le installazioni multimediali sono a cura di Avant Video Systems. Lo promuovono il Ministero degli Affari Esteri Israeliano ed è sponsorizzato da KKL-JNF, Keren Kayemeth LeIsrael – Jewish National FundIl vantaggio del padiglione Israele è in primis la chiarezza. Il visitatore può aspettare in coda, come in altri padiglioni, ma non appena varcata la soglia non gli si permette di perdere tempo. La visita non è libera ma guidata dall’inizio alla fine per dare importanza all’approccio ottimistico del paese del ” latte e del miele”, nel quale la costante ricerca tecnologica serve a reinventare il presente e il futuro, nel superamento progressivo dei limiti imposti dalla Natura.

La parola edutainment è l’unione di education ed entertainment, e in questo padiglione è chiaro fin dall’ingresso tutta l’importanza data a questo tipo di approccio, che vuole essere spettacolare attraverso la tecnologia video. Ci accoglie un attore come in un programma televisivo che non introduce subito alla rilevanza agricola di Israele, ma ci preannuncia quanto vedremo e passa a presentarci come sua sorella una nota attrice e cantante nazionale, ovviamente bellissima, per dirci alcune parole generali sul paese e la sua varietà di stimoli, forse da un punto di vista più turistico. Già dall’architettura esterna si anticipa scenograficamente un grande risultato della tecnologia agroalimentare del paese, il Vertical Planting, innovativo ed ecosostenibile perchè permette di risparmiare e ottimizzare acqua e territorio.

Il campo verticale nel rendering delle quattro stagioniIl campo verticale di Fields of Tomorrow nel rendering delle quattro stagioni

Se sentite un tono leggermente sarcastico nelle nostre parole è perché si, all’inizio abbiamo arricciato un po’ il naso. Poi ripensando all’insieme, in considerazione della serietà dei contenuti interni, non possiamo che ammirare questa tecnica affabulatoria, che mira ad attirare l’attenzione anche dei pigri sui meriti fondamentali di Israele riguardo il cibo e la sua produzione.

La ricerca tecnologica per l'irrigazione, nel padiglione di Israele ad ExpoLa ricerca tecnologica per l’irrigazione, nel padiglione di Israele ad Expo

Lo spettacolo dei primi minuti è tutto incentrato sui due attori: quello in carne ed ossa parla con la ragazza presente solo attraverso un pannello video scorrevole, cambiando location ed infine passando attraverso e davanti il monitor un bicchiere di buon vino del luogo al ragazzo che “magicamente” ritira la mano da dietro lo schermo, reggendo realmente il bicchiere. Tutti notano il gioco di prestigio tecnologico e sale il desiderio di vedere l’interno.

L’idea di far parlare i membri di una stessa famiglia è come dare un senso di continuità nella Storia all’innovazione scientifica e tecnologica, e da qui in poi, attraverso i filmati e le proiezioni sarà l’attrice Moran Atias a dialogare con altre persone, il nonno o il bisnonno, o la cugina ricercatrice, che hanno trovato delle soluzioni incredibili per le tecniche di coltivazione in un luogo con pochissima riserva d’acqua. La famiglia se ci si pensa bene è la tradizione più solida in un paese così giovane, il legame di Israele con la storia è attraverso le generazioni, nel ventesimo secolo.

Un'installazione video nel Padiglione di IsraeleUn’installazione video nel Padiglione di Israele ad Expo2015

Nella prima sala un nuovo stratagemma della comunicazione: la sorpresa. Pensiamo di accedere ad un arido deserto e ci troviamo invece in una foresta. E’ la Keren Kayemeth LeIsrael dove il Jewish National Fund si impegna da settant’anni a trasformare il paesaggio dello stato: sono stati piantati 240 milioni di alberi e per dare nuove possibilità di sopravvivenza ad ecosistemi a rischio, è stata creata una banca di semi e sono state sviluppate nursery botaniche. KKL-JNF continua a sviluppare inoltre progetti ambientali e sociali su tutto il territorio grazie alle donazioni israeliane ed internazionali.. Oggi Israele vanta di poter essere l’unico paese al mondo che ha più alberi di 100 anni fa. Questa storia è raccontata nel grande video dove gli alberi si animano con occhi e bocche parlanti, che i visitatori osservano in sala seduti su una tribuna come al cinema.

Un'installazione video dove Moran Atias parla con gli aviUn’installazione video dove Moran Atias parla con gli avi

In seguito ci riappare Moran Atias per non lasciarci fino alla fine del percorso. Inizia un filmato composto da episodi nei quali l’attrice incontra i suoi avi: sono i ricordi della storia di tre generazioni di contadini, che grazie alla loro tenacia e ostinazione sono riusciti a coltivare nell’area desertica. Su questa cocciutaggine del carattere israeliano si insiste molto per sottolineare la capacità di trasformare la difficoltà in sfida, e ottenere infine il successo attraverso l’estenuante ricerca e sviluppo dell’innovazione scientifica e tecnologica, possibile con gli investimenti di chi crede in quella che Elazar Cohen, commissario generale del padiglione, chiama Start-Up Nation.


Poi si presenta
“3.0 Agriculture” cioè l’applicazione di tecnologie satellitari digitali alla gestione dei campi, un progetto all’ avanguardia per l’irrigazione esportato in Africa e infine un secondo esempio di esportabilità dell’innovazione avanzata riguardo le tecnologie zootecniche, stavolta in un centro di mungitura industriale in Asia.Al termine si entra nella seconda eultima sala completamente al buio, dove il soffitto è come un cielo notturno virtuale sul quale vedremo una dopo l’altra proiezioni sui quattro progetti d’eccellenza selezionati per l’occasione. Sono tutti raccontati attraverso l’interazione di Moran con dei personaggi protagonisti della realizzazione di queste innovazioni, che li coinvolge chiedendo loro informazioni su ricerca e risultati: nell’ambito della Biotecnologia parliamo della riproposizione del “Super Wheat”, il grano originario ( e biblico) che cresceva nella zona tremila anni fa, non geneticamente modificato.

Moran Atias tra i Pomodori Ciliegino, nati dalla ricerca israelianaMoran Atias tra i Pomodori Ciliegino, nati dalla ricerca israeliana

Lo studio Knafo Klimor Architects che ha reso possibile quest’opera per Expo2015 ha sede in Tel Aviv e Haifa ed è stato fondato nel 1980 da David Knafo e Tagit Klimor , in collaborazione con diversi professionisti, anche in ambito urbanistico.. I due progettisti, che considerano l’architettura una scienza sociale che prenda in considerazione l’identità delle comunità locali per costituire ambienti nuovi ma sostenibili per l’ambiente, anche culturale circostante, è stato fondamentale per il design del padiglione saper promuovere i valori della salvaguardia delle preziose risorse naturali, e l’impegno di Israele nel benessere sociale per le generazioni future. Lo studio Knafo Klimor Architects ricerca quindi una sostenibilità non solo per l’ambiente, ma anche del genius loci in combinazione all’innovazione costante e la tecnologia responsabile.

Il campo verticale è fondamentale nella comunicazione al pubblico del successo e l’eccellenza agricola, che ricade sulla produzione di cibo per tutto il pianeta, e mostra sui suoi settanta metri di lunghezza e dodici in altezza, i settori interessati a questa eccellenza, come la coltivazione di verdura nel deserto, i miglioramenti nella qualità delle sementi e le nuove tecniche di irrigazione. L’aspetto scenografico sarà garantito dalla varietà e mutabilità dei colori e delle texture in relazione al cambio delle stagioni.

Il campo verticale di Israele nell'estate di ExpoIl campo verticale d’Israele nell’estate di Expo

La parete verticale è formata da unità modulari coltivabili, e ciascuna di esse ottimizza la crescita delle piante attraverso un sistema computerizzato di irrigazione goccia a goccia, ma l’intero padiglione impiega le tecnologie più avanzate per risparmiare acqua ed energia, inoltre Israele dichiara che la struttura sarà integralmente riciclata al termine di Expo.

Nell’ambito agroalimentare la tenacia israeliana ha fatto crescere gli ortaggi nel deserto, con quella tenacia che mio nonno premiava consapevole ogni volta che comprava un pompelmo proveniente da Jaffa, quando io ero bambina. Qui ad Expo in quindici minuti di visita sono stati riassunti i primati israeliani nel settore, certo con grande auto-celebrazione, ma possiamo dire di avere appreso senza difficoltà, con leggerezza, che vince chi insiste. That’s edutainment!

Michela Ongaretti

Libreria Greco ( Rocci 1936) , collezione Fz, design Francesco Rosi per Città Castello

Città Castello. Umbria artigiana e tecnologica al Fuorisalone2015

Città Castello. Umbria artigiana e tecnologica al Fuorisalone2015 via Tortona, Opificio 31

Una delle zone più ricche di eventi Fuorisalone, via Tortona o Tortona District, ospiterà anche Ambiente Umbria con l’evento Città Castello – Designed to be Authentic e la sua collezione Fz del brand Città Castello disegnata dall’architetto Francesco Rosi, presso Loftino/ Opificio 31 di via Tortona. Verranno coinvolti nel progetto altri creativi nella realizzazione di wallpaper, e gli studenti dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia.

 

Sedie Sedule, collezione Fz, design Francesco Rsi per Città Castello

Sedie Sedule, collezione Fz, design Francesco Rsi per Città Castello

 

Ambiente Umbria non è un’azienda ma molto di più: è una rete di imprese artigiane fondata da Umbria Export, l’agenzia per l’internazionalizzazione del sistema produttivo della regione, al fine di far cooperare le diverse professionalità dell’Alta Valle del Tevere afferenti al settore del design e della produzione di mobili.

Primo passo progettuale è stata la creazione del brand Città Castello, nome scelto in omaggio alla città d’arte Città di Castello, che si trova ad essere il centro urbano più conosciuto dell’Alta Valle del Tevere, e per indicare il forte legame della rete con il territorio. Forse non tutti sanno che l’area è tra le prime in Italia per la produzione di mobili in stile, nella quale operano in gran numero imprese artigiane dedicate a rendere i prodotti sempre più competitivi in termini di qualità estetica e funzionale.Tutto questo è stato possibile grazie al progetto per lo sviluppo locale Alta Umbria, supportato dalle Casse di Risparmio dell’Umbria, Camera di Commercio di Perugia e Sviluppumbria, tramite il progetto i-Start. E’ patrocinata da Confindustria Umbria, Confartigianato e Confcommercio Perugia.

Tavolo Tabula, Città Castello, design Francesco Rosi

Tavolo Tabula, Città Castello, design Francesco Rosi

 

 

Si tratta quindi della valorizzazione di un territorio già ricco di talenti, che viene ulteriormente stimolato attraverso iniziative e progetti per ricerca e innovazione. La vocazione artistica e artigianale pare essere nel dna umbro data la provenienza di artisti come Piero della Francesca e nel ventesimo secolo Alberto Burri, personalità che hanno lasciato la propria impronta artistica nel tempo e nello spazio: qui e nel mondo, al tempo in cui sono vissuti e nella memoria di chi si ispira alla loro ricerca. Non dimentichiamo l’eccellenza “industriale” ante-litteram fin da molti secoli attiva: parliamo dell’artigianalità legata allo sviluppo della produzione della carta e della stampa, all’agrimeccanica, alla lavorazione del tabacco e quella del legno.

Se tradizionalmente in Umbria si lavora il legno, la collezione Fz non si ferma alla mera produzione artigianale, ma coniuga alla sapienza degli antenati lo sviluppo e l’innovazione tecnologica che rende i mobili funzionali e confortevoli.

particolare del set bagno Levando, collezione Fz, design di francesco Rosi per Città Castello

particolare del set bagno Levando, collezione Fz, design di francesco Rosi per Città Castello

 

 

La linea è progettata dall’architetto Francesco Rosi che regala alle forme lignee una vena ironica: a volte c’è un richiamo scherzoso a oggetti- simbolo dell’infanzia, a volte la citazione si fa più dotta recuperando elementi decorativi dalla tradizione artistica e territoriale, altrove si gioca con forme antropomorfe. Inoltre Rosi sottolinea nell’uso dei materiali il gioco di rimandi tra tradizione e innovazione, mediante la mescolanza di legni “antichi” e lavorazioni dallo stile contemporaneo.

Usare il legno significa poi rispettare l’ambiente, non tanto per l’utilizzo di una sua risorsa quanto nella possibilità di un uso eterno di questi resistenti mobili, evitando lo spreco e rendendo non necessario un riciclo di eventuali scarti. Se uniamo al senso di calore e protezione che il legno dà, probabilmente perché viene associato a qualcosa che è sempre esistito nella nostra cultura, la ricerca raffinata e semplice del design , e la tecnologia che lavora per amplificare la funzionalità dei pezzi, abbiamo ben compreso la finalità del progetto di Francesco Rosi per Fz.

Nel dettaglio: Sedule è una serie di sedute tipico esempio dell’integrazione tra artigianato e nuove tecnologie: si usano essenze nobili, legno di carpine e noce, mentre gli schienali sono realizzati grazie alla stampa 3D e si ispirano alle grottescherinascimentali ben visibili nel patrimonio umbro, non le ricalcano ma piuttosto giocano combinando i loro disegni.

Schienale di Sedule collezione Fz Città Castello, design Francesco Rosi

Schienale di Sedule collezione Fz Città Castello, design Francesco Rosi

 

 

Tabula: definito tavolo-architettura circolare, nato per la convivialità antica unendo la funzionalità del design odierno. I legni usati sono quelli del mobile artigianale della zona come il noce, castagno, frassino, faggio, olmo . I piani d’appoggio sono invece in cristallo , multistrato di betulla e noce- carpine.

Libreria Greco ( Rocci 1936) , collezione Fz, design Francesco Rosi per Città Castello

Libreria Greco ( Rocci 1936) , collezione Fz, design Francesco Rosi per Città Castello

Libreria Greco (Rocci 1936): qui il recupero della tradizione si attua nell’utilizzo dellastruttura classica delle boiserie a parete delle dimore nobili, con una logica rilettura moderna nel suo insieme, ma sempre utilizzando elementi storici. Un collage moderno di idee lontane nel tempo, e nella memoria della giovinezza. La finitura si compone infatti di un découpage di carta applicato artigianalmente e recuperato da una copia autentica del Dizionario di Greco, a cura di Lorenzo Rocci, editato dalla Dante Alighieri di Città di Castello nel 1936..se potesse parlare avrebbe molto da raccontare sulla formazione umana, culturale, sentimentale di molti giovani..al momento può essere presente nella quotidianità del nostro salotto, per racchiudere altri libri e mostrarsi alle nuove generazioni, dando una nuova veste alla libreria Greco.

Santone è figlio del nostro tempo, si tratta di una docking station per smartphone e tablet, dalla quale si possono ricaricare i dispositivi, ed è collegata a degli amplificatori. Esprime una forte carica di gioia per la tecnologia su diversi piani, ad esempio le luci incorporate sono controllate da sensori ad infrarossi che comandano diverse configurazioni, interagendo con il suono circostante. Non solo allegria ma anche gioco e ironia ( e auto-ironia) nelle sembianze antropomorfe date dalla forma e posizione delle casse. Pare vedere l’uomo tecnologico entusiasta ma un pò buffo, dall’animo puro e infantile, aperto a nuove esperienze, qui accolte nel cuore del suo funzionamento grazie alla piattaforma open source Arduino, e alle sue finiture provenienti dalla stampa 3D.

 

Santone docking station, CollezioneFz di Città Castello, design Francesco Rosi

Santone docking station, CollezioneFz di Città Castello, design Francesco Rosi

 

Levando è un set bagno ergonomico e pratico per il singolo, caratterizzato da inedite composizioni polimateriche: basamento in rovere e noce con raffinata lavorazione che sostiene il lavabo in ceramica artigianale.Comodo: un mobile contenitore con cassetto apribile su tre lati con luce notturna, abat-jour ed è cablato per la ricarica di smartphone, tablet, notebook con un microprocessore a controllarne i comandi. Anche questo arredo, così flessibile nella possibilità di utilizzo date le molte funzioni, si presenta come un gioco d’infanzia per i “grandi”, ma non troppo.

Bombi, wall paper di Giovanni Bettacchioli per Città Castello

Bombi, wall paper di Giovanni Bettacchioli per Città Castello

Lectoro: è un letto multifunzione, nella spalliera sono integrate luci e lampade flessibili LED, mentre nelle superfici laterali si trovano spazi di ricarica per ogni dispositivo. Sempre Arduino dal suo interno può generare effetti di luce.

Armario / Set si presenta come unarmadio solido in materiali pregiati. Da fuori notiamo la finitura a foglia d’oro e noce fiammato sulla struttura in listellare nobilitato di noce e faggio, e lo specchio sulle ante scorrevoli con specchio; mentre all’interno cassettiera e illuminazione rendono onore alla praticità razionale.

Lavabile: è un lavabo in terra refrattaria smaltata, free stand, cioè che può essere spostato e collocato ovunque. Il basamento è in travertino e la parte lignea a mosaico di listelli noce e rovere.

In via Tortona vedremo anche gli wallpaper e i progetti dell’Accademia di Belle Arti, i primi su disegno di Giovanni Bettacchioli, illustratore, dell’architetto Besmira Braho, Fabio Mariacci, graphic designer e artista e dell’architetto e designer Achille Sberna. A questi lavori si aggiungono i progetti di ricerca e progettazione degli studenti dell’Accademia “Pietro Vannucci” di Perugia del corso di Design3. Sotto la guida del docente Marco Tortoioli Ricci i ragazzi hanno esplorato il rapporto tra identità territoriale e design.

Città Castello – Designed to be Authentic- Loftino/ Opificio 31 di via Tortona

Michela Ongaretti

Un particolare di Abimis Ego presso Turri 1870

Abimis al Fuorisalone 2015. Le cucine progettate intorno a chi cucina

Abimis al Fuorisalone 2015. Le cucine progettate intorno a chi cucina

Tra i protagonisti della Milano Design Week 2015 anche le cucine Abimis, marchio italiano che sarà ospite dello show-room Turri 1870 in Viale Piave 35 nell’elegante distretto del design di Porta Venezia in Design Da martedì 14 al 18 Aprile vedremo i neonati modelli Abimis Ego e Atelier, ma non solo. Per l’occasione, e nell’imminenza di Expo2015, la location di viale Piave si trasformerà per accogliere un concept che riunisce evento ed installazione.

 

il progetto Abimis- intorna alla cucina e ai suoi gesti

il progetto Abimis- intorno alla cucina e ai suoi gesti

 

 

La tematica sarà la Terra intesa come pianeta e come elemento, omaggio alla biodiversità celebrata da Expo e al mito dell’origine vitale.

Tutto si sviluppa intorno alla funzione primaria della cucina: l’atto del cucinareAbimis nasce dall’esperienza di Prisma, azienda che da trent’anni progetta cucine professionali per grandi alberghi. ristoranti, navi da crociera e mense aziendali. Questi strumenti “del mestiere” coniugano funzionalità e design e seguono alti standard di igiene, ergonomia e manutenzione.

Da questa esperienza è nata Abimis, progetto per cucine private dove resta primaria mission facilitare con degli strumenti funzionali, precisi ed ergonomici chi usa la cucina con passione e creatività. Alla lunga esperienza di Prisma si aggiunge il design minimalista dell’architetto Alberto Torsello e Treviso Tecnologia con la sua innovazione.

Abimis_Ego-design Alberto Torsello

Abimis Ego, design Alberto Torsello

 

Quest’ultima azienda è stata creata su iniziativa della camera di commercio di Treviso, per promuovere lo sviluppo tecnologico, segnale importante di una sensibilità istituzionale verso il settore, che dimostra la qualità, se non la quantità degli stimoli verso l’imprenditoria creativa del nostro paese. La sinergia di Treviso Tecnologia con gli altri soggetti ha garantito il necessario contributo scientifico dei meccanismi a monte della progettazione dello spazio dedicato.

Si tenta quindi di portare l’efficienza e la funzionalità della cucina professionale nell’ambiente domestico: lo spazio è costruito attorno alle azioni che si compiono al suo interno; la figura di chi cucina è paragonata ad uno chef che sia libero e in grado di seguire dei movimenti logici nel suo creare; il design di Torsello disegna l’acciaio inox senza fughe con un alto livello di resistenza agli urti, e dove sono resi più agevoli i principali cinque gesti del cuoco: conservare, preparare, cuocere, impiattare, lavare.

Abimis_Ego-design Alberto Torsello presso Turri 1870

Abimis Ego, design Alberto Torsello presso Turri 1870

 

 

Aggiungiamo la precisione di alcuni dettagli che rendono più funzionale l’insieme. Sono nel progetto anche le cerniere dei mobili nascoste e saldate, studiate per durare a lungo e non avere bisogno di manutenzione; facilita l’utilizzatore anche la cura per il posizionamento dei diversi elementi come lo zoccolo rientrante di 20 cm per permettere di avvicinarsi al piano di lavoro, quest’ultimo con sistema “stop ove floating” che consente di contenere i liquidi su di esso raccolti. I vani interni sono stagni e con una profondità di 75 cm, superiore quindi alla media.Il cruscotto di comando dei fuochi è invece inclinato , per aumentare la visibilità e le manopole sagomate ed ergonomiche, come tutto il resto che sporge sono arrotondate. Dal punto di vista estetico la finitura “orbitata” dell’acciaio lo rende più morbido e caldo nel colore, oltre a ridurre la visibilità di eventuali graffi, mentre in termini di igiene la qualità è alta grazie alla saldatura di tutte le superfici interne ed esterne. Ogni accessorio fa inoltre riferimento al sistema “Gastronorm” che prevede misure standard per far sì che ogni utensile passi in ogni apertura di ogni zona, dal lavello al forno.

Un particolare di Abimis Ego presso Turri 1870

Un particolare di Abimis Ego presso Turri 1870

 

 

Presso Turri 1870 potremo osservare le due linee Ego e Atelier, sempre regolate sui movimenti del gourmet appassionato e in equilibrio tra design, estetica e tecnologia. Entrambe hanno un “cuore” in acciaio ma tipologie costruttive differenti.

Ego è prodotta interamente in acciaio con l’anta raggiata a filo battente completamente integrata nella struttura attraverso una cerniera cardine, d’inedita concezione invisibile e che non necessita di regolazione, brevetto Abimis. Qui viene presentata nella sua finitura laccata nero opaco, con i suoi tre fuochi e altri accessori inseriti nelle forme generose, ad esempio il piano riportato è di oltre due metri.

Atelier presenta ante di forma squadrata in finiture e materiali diversi, legni naturali o verniciati, pietre e il Corion. Disponibile anche nella versione con ante in acciaio lucido o verniciato.

Abimis_Ego-design Alberto Torsello

Abimis Ego-design Alberto Torsello

I materiali costitutivi e la sofisticata tecnologia industriale rendono potenzialmente eterne queste cucine: l’acciao AISI 304 è un metallo biologicamente neutro che resiste alla corrosione e a temperature fino a 500°C, si pulisce facilmente. Ultima caratteristica, per noi una delle prime in ordine d’importanza, la sua riciclabilità al 100%: in questo caso la sua durevolezza lo rende un prodotto che non genera scarti nell’ambiente nel breve periodo, ma permette comunque una sua reintegrazione quale altro materiale da costruzione per nuovi oggetti nel lungo. Altra caratteristica valida nell’ottica ecologista per Abimis è la possibilità di montare una pattumiera refrigerata a 6°C, permettendo la raccolta dell’umido ma riducendo la proliferazione dei batteri.

Possiamo definire questi prodotti “sartoriali” perchè sono costruiti solo su disegno: tutto è adattato alle necessità personali, finiture e tipologie di vano differenti, scelta dello spessore dell’acciaio delle ante, la definizione e dimensione dei piani di lavoro, e rifinite con cura artigianale. Ogni progetto risulta quindi unico nella sua personalizzazione, per questo motivo ogni cucina Abimis è numerata.

Sempre in viale Piave, intorno a Ego e Atelier ci sono parti di cucine Abimis, smembrati in diversi pezzi a rappresentare le diverse fasi di lavorazione che trasformano una semplice lastra di metallo in un organismo complesso e funzionante, queste componenti esaltano quelle fasi di lavoro del cuoco secondo Abimis: conservare, preparare, cuocere, impiattare e lavare.

Assisteremo anche all’installazione/allestimento in omaggio alla madre Terra nutrice e protettrice, intesa sia come pianeta che come elemento, di cui oggi dobbiamo saper prenderci cura.

PS 2014-01-28 Abimis_Ego-design Alberto Torsello

Abimis Ego, design Alberto Torsello, particolae dell’acciaio

 

Tutto lo showroom si vestirà di suggestioni materiche, per rendere l’atmosfera avvolgente e calda, caratterizzata da ideali zolle che si inseguono sulla carta da parati ecologiche e d’autore di Wallpepper, accostate a colonne di piatti in porcellana Tognana, e alle sculture lignee di Luca Mommarelli, elementi legati al filo rosso del cibo con i sui rituali, e della sua materia originaria.

Lo spazio ci racconta una storia secondo il concept della stylist Patrizia Toffolo, ancora più sensoriale grazie ai profumi esotici e agli aromi del caffè preparato con la macchina professionale Gemini CS2000 di Nespresso,partner di quello che si preannuncia come un evento coinvolgente il senso estetico, il gusto, il piacere olfattivo e la funzionalità di prodotti che innalzano la qualità della vita, anche attraverso la buona cucina che identifica l’essenza italiana.

TURRI 1870 SHOWROOM Viale Piave, 35, 20129 Milano

Michela Ongaretti