Figure galleggianti, immerse in uno spazio rarefatto giocato su due o al massimo tre toni. E’ immediatamente riconoscibile l’opera pittorica di Jiří Sopko (1942), senza tempo nella sua originale semplicità e nella moltiplicazione della visione in dittici o trittici. Si intitolava Wave after Wave la retrospettiva completa che di sala in sala faceva crescere il desiderio di vedere una nuova sequenza pittorica. Io non la conoscevo, ma quella poetica intimista dal sottile sense of humour appartiene a uno dei più importanti e rappresentativi artisti figurativi cecoslovacchi, che ha influenzato le generazioni successive.

Non sarebbe l’ideale scoprire sempre così la preziosità di una ricerca d’arte? Non apprendere del suo valore da altri testimoni, su libri o riviste specializzate, ma abbandonandosi all’impatto emozionale ed estetico che l’opera dal vivo, e per la prima volta, riesce a generare?
Diciamo che il genius loci ha potenziato la scoperta. Mi trovavo in un luogo d’elezione per tutta l’arte contemporanea dell’Est Europa, e per chi trovi d’ispirazione l’elemento acquatico. Un’area del già impressionante Danubiana Meulensteen Art Museum, che sorge su una penisola del Danubio la cui architettura intende fare comunicare le opere d’arte con il contesto naturale, era dedicata alla mostra di Sopko nell’estate del 2024.

La fortuna è stata trovarsi al cospetto della più ampia collezione dei lavori di Sopko finora riunita ed esposta, in collaborazione con Galerie Gema di Praga. Quest’ultima è oggi una delle più prestigiose istituzioni dedicate all’arte moderna e contemporanea su scala globale, che fin dall’anno di fondazione (1990) rappresenta il maestro. Dalla sua collezione e da quelle di altre raccolte di privati e gallerie provengono i dipinti in mostra al Danubiana, realizzati dal 1989 al 2022.
Figure galleggianti ma non solo. e mai una volta sola. Fin dagli anni Settanta i soggetti o i motivi di Sopko si collegano spesso attraverso due o tre tele che condividono un ritmo: figure statiche o in cammino, oggetti e composizioni geometriche in diverse mutazioni di colore.

Ne troviamo un numero crescente dopo la fine degli anni Ottanta e sono dominanti nella ricerca fino al 2000. Proprio come il ritorno di “onda su onda”, in una forma simile ma mai la medesima, i motivi continuano a ripetersi con variazioni giocose. Se le figure galleggianti sono cruciali non tanto come soggetto ma come elementi di un discorso sul colore che determina e sostiene tutta la composizione, spesso nel dialogo tra alcuni toni, è anche vero che dagli anni ’80 le apparizioni sulla tela diventano lineari e monumentali, immerse in un contesto che è materia inseparabile dalla loro forma. C’è poi tutto un filone nel quale è proprio l’elemento acquatico la controparte cromatica e spaziale dell’anatomia umana: così tornano regolarmente in superficie bagnanti, nuotatori, onde, e la visione del mare aperto.

La tensione narrativa dell’opera si concentra sul colore, che sembra dispiegare un mistero, o forse una riservatezza, un tenersi a distanza da precise connotazioni o direzioni tematiche univoche.
Assorbito da quel silenzio che accompagna sempre un enigma, lo spettatore però non cerca risposte a delle domande, vive la pittura come assorbito al suo interno, immerso in un ambiente fatto di incontri osmotici tra gli elementi della composizione, anche quando l’acqua è visivamente assente.

“Per me i miei dipinti sono la mia personale testimonianza del mondo”, affermava l’artista nel 2002. Dunque lettura soggettiva nell’approccio alla conoscenza del mondo, e del vissuto, un “modo” di viverlo della sua pittura che si tiene eloquentemente distante dal suo mormorio. La stessa cifra stilistica delle sue immagini è trasmessa senza virtuosismi formali, anzi la sua figurazione tende all’astratto limitandone la descrizione, accarezzando il simbolismo con pochi elementi in una struttura semplice.

Fin dalla sua prima mostra emerge uno stile che si sviluppa attraverso una gamma ridotta ad alcuni colori vibranti, e che cala i soggetti presi dalla vita quotidiana: figure, uova, volti, figure geometriche, cassetti, balle di fieno, in una dimensione simbolica, in un’azione sospesa.
“Sono sempre stato affascinato dal rapporto tra i colori – cosa succede a un colore quando un altro colore appare proprio accanto ad esso, e poi un altro colore, come la posizione scelta influisce sulle dimensioni della tela e, di fatto, sull’intero dipinto…” Evidenziato il ruolo dinamico delle rispondenze cromatiche, l’osservatore sa di affacciarsi su un mondo a due facce, con un’apparenza sensibile che dichiara la rappresentazione di una natura interiore, dove l’assurdità della scena porta giocosamente ad osservare le incerte cuciture tra individuo e società.

L’artista ha fatto parte della cosiddetta corrente della pittura grottesca ceca ed in effetti i suoi personaggi possono far sorridere o rabbrividire a seconda della nostra sensibilità. Tra l’umorismo e la gravità esistenziale potremmo di volta in volta trovarci ad affrontare una o l’altra, oppure a trovarci nel regno di mezzo, tra le due. Sempre restando in una dimensione leggera e ironica affondiamo nel territorio di una profonda ambivalenza, caratteristica saliente dei dipinti, che insieme all’insistenza sulla ripetizione e la variazione metaforizza la condizione inafferrabile dell’uomo moderno.

Parlando delle figure, a portarci verso un discorso sulla condizione umana non è certo la loro somiglianza al reale, ma la loro estraneità.
Nudi, calvi, assorti, dal corpo allungato o con espressioni al limite della smorfia. Oltre i confini del reale, ma così concreti nel movimento o nella moltitudine ritmata di identici dettagli e posizioni, da sconfinare nell’onirico. D’altronde Sopko ha dichiarato di amare il lavoro di James Ensor, il circo, i clown, chiare matrici iconografiche della maschera malinconica che nasconde ben altro.

Il colore resta la guida nella dimensione “altra” del vero, libero di essere sensazione: le figure galleggianti nuotano in un mare rosso, giallo, verde e i loro volti si oppongono cromaticamente all’elemento che li accoglie o imprigiona.
Su un punto potremmo tutti concordare: le combinazioni contrastanti di rosso, giallo, viola scuro, verde e rosa sono un modo universalmente comprensibile per ribaltare la visione. La realtà di ogni giorno può essere osservata con occhi diversi, filtrata da lenti di colori complementari può assumere nuovi sensi, e persino nuove connotazioni all’enigma delle smorfie su quei visi anonimi. Un perfetto esempio dell’uso attivante del colore è costituito dai cicli Cassetti, Passeggiate o Gemelli, del minimalismo e della funzione narrativa delle linee geometriche accanto a indecifrabili espressioni della sua umanità. Però tra tutte le serie continuo a pensare, a mesi di distanza, a quelle figure galleggianti nell’acqua, nella quale possono star per emergere o affondare ma che è anche sentita come elemento calmante. Come vite sospese sulle alterne fortune del mondo.

BREVE BIOGRAFIA
Jiří Sopko nasce il 20 febbraio 1942 nel paesino di Dubov, nella Rutenia Subcarpatica, allora Regno d’Ungheria, prima che la sua famiglia si trasferisse in Cecoslovacchia dopo la guerra . Dal 1956 al 1960 studia alla Václav Hollar Art School e dal 1960 al 1966 presso l’Accademia di belle Arti di Praga con il professor Antonin Pelec.
La Storia ha lasciato il suo segno sulla generazione di Sopko e di altri artisti che entrarono nella scena delle arti visive negli anni Settanta, con quel risveglio amaro che prende il nome di Normalizzazione.

Dopo la sua prima mostra personale a Nová Sĺň (New Hall) di Praga, estate del 1970, l’imposto regime comunista forzò l’abbandono alla pratica artistica. Sopko non esporrà fino alla seconda metà degli anni ottanta, unito dal 1987 al gruppo Pozděm ale přece ( 12/15 Meglio tardi che mai). Nel 1990 il suo acclamato ritorno alla professione, quando gli studenti dell’Accademia di Praga scelsero lui come insegnante e capo della facoltà di Pittura, posizione che occupò fino al 2016, influenzando e facendo da mentore alle future generazioni di artisti cechi. Tra il 2003 e il 2010 fu anche rettore dell’istituzione.

Non solo pittore, nella lunga carriera è stato anche grafico, scultore e accademico. Sopko ha esercitato in diversi campi: dall’illustrazione al restauro e alla scenografia, fino ad essere impegnato come pedagogo e curatore. La sua prolifica carriera comprende una moltitudine di mostre di cui ne segnalo alcune, tra le più recenti e di ampio respiro. Nel 2002 l’antologica organizzata dalla Galerie Gema presso la Sala delle Cavalcate del Castello di Praga, nel 2012 nella galleria del castello di Jindřichův Hradec, e l’importante retrospettiva nel 2022 al Museum Kampa.
Michela Ongaretti
Per saperne di più vi suggerisco il sito dell’artista e della galleria di riferimento: jirisopko.cz/en/ e gemagalerie.cz/jiri-sopko/
